Impressioni sul 2 novembre, di Quirino Riccitelli.
Riflessioni sul 2 novembre, appena trascorso, da parte di un giovane, Quirino Riccitelli, che anela alla verità e vorrebbe un mondo migliore fatto di uomini perbene. Lo dichiara attraverso la parola nuda, talora sfacciata, ma sempre sincera e coerente con la sua integrità morale. (Adriana Pedicini)
"E’ di nuovo domenica di sole, almeno così pare. Oggi però si commemorano i dipartiti deportati in terra consacrata, e nuvoli di addolorati s’accalcano fuori quel luogo sacro, dove lo scuro cancello all’ingresso porta una croce sulla sommità, e circonda tutto quel perimetro mistico. Questo si compone di un’alternanza di poche sontuose cappelle private e, soprattutto, di numerose sepolture umili. Strettoie, secchi per i gambi troppo lunghi da gettare e fontane, coi cipressi tutt’intorno, a tentare forse d’evadere, lecitamente, da tanta tristezza. Dappertutto lumini accesi e fiori nei pressi di lastre di marmo, ciascuna con scritte e date, rigorosamente in rilievo. Il 2 novembre si rinnovano fiori e preghiere, si salutano vecchi amici su lapidi attigue, e ci si aggiorna sui nuovi fallimenti raggiunti dall’ultimo incontro del quale si ha memoria, rammentando magari vecchie sconfitte comuni. Si ricorda sì, ma molti di questi ricordano i cari defunti solo oggi, fanno un po’ come quando mamma mi chiama per ricordarmi di fare gli auguri a zia. Anche oggi quella santa donna m’ha piazzato la camicia buona e ben piegata sul letto, sotto c’era l’unico paio scarpe avverso alla ginnastica, più sotto il pantalone in velluto. Prima le dicevo che alla cintura sulla stampella andrebbe fatto un nuovo buco, perché col forzato digiuno di stimoli nell’ultimo periodo ho perso, sempre sulla retta via e camminandoci nervoso, un altro paio di chili di sopportazione. Oggi io non andrò al cimitero! C’andranno sicuramente credenti, creduloni e pure i falsi eleganti, perché il vestito buono gli copre parte di quella mancata sensibilità e, soprattutto, rafforza la fottuta apparenza che vede i soli accorrenti odierni come devoti e “brave persone”. Fiorai s’arricchiscono in questa data, espandono esposizioni floreali e vendono a prezzi gonfiati la scorza, che vede il fiore come simbolo improprio del dolore provato. Andrò certo… ma, certo, non oggi! Lo farò quando sarà un giorno comune e sfollato. Starò a rinnovare l’intimità di un bel ricordo a mio zio, assorto, a confidare che quel mio pensiero riservato gli arrivi da qualche stramaledetta parte. Poggerò sotto un crisantemo secco e dimenticato l’arido, di quel vento che la scomparsa di mia nonna ha lasciato soffiare nei Natali vuoti, senza più averla quella figura così dannatamente importante. Abbasserò lo sguardo quando rispetterò un attimo eterno e giurerò ancora a quel tale di starci in pari con la coscienza. M’inginocchierò e farò l’inchino all’esempio che bagna di lacrime quegli sfocati e vecchi ricordi dei nonni. Darò le spalle al deserto intorno e porterò un secchio d’acqua, per innaffiarci un po’ della solitudine, scavata, in quella terra sterile, dalla loro mancanza. Camminerò tra i labirinti accesi di triste, troverò e accuserò un paio di amici per la loro sciocca debolezza; poi spenderò un paio di minuti intensi con quel tizio che incrociavo spesso sulle rive degli esempi e, infine, uscirò. La nostalgia la chiuderò a chiave dicendole “Amen”, dopo il segno della croce. Mi bacerò il dito più vicino alle labbra e, così, ne manderò uno sincero a tutti i familiari e conoscenti scomparsi, prematuramente e non. E’ questa la mia sola educazione, perché l’apparenza è maschera, ma è l’essere che veste; rende nudi e nitidi i profili dell’animo, ma non lo fa mai in date particolari. Talvolta ti manda un sogno a ravvivarti l’amore, e lo fa proprio quando lo metti in pausa col cuore. Architetta così trame incomprensibili, che t’imprimono addosso strane sensazioni a cui dare una spiegazione. Da decifrare perciò con una seguente visita sincera, sempre ed assolutamente anonima. Quello che si prova dentro, quando si dovrebbe dimostrare? Esiste un giorno? Del bene e dell’affetto, poi, si darebbe prova nel quotidiano, o forse no? Forse sì, forse un giorno il cuore deciderà al posto degli schemi logici che implicano le costrizioni di una razionalità becera, di quelle più spicciole, proprie del minimamente immaginabile. Lo spero davvero, e l’auspico nel breve quel giorno, nel quale ognuno sarà finalmente se stesso. In quel giorno, libertà sarà il dovere di viversi la vita che si è scelti. Si daranno pacche sulle spalle ai fallimenti e si strizzerà l’occhio al perdono, svincolato dai meri orgogli. L’aspetteranno tutti quell’alba, a preannunciare l’era benevola nascente e il sole, prepotentemente, darà vita a gemme e terre. Farà caldo e saremo spogli dell’essere così maledettamente vivi di vero. Godremo ingordi di quel sole, senza bisogno di protezione alcuna, o d’altro. Ciascuno avrà da bagnarsi i sogni in un mare d’opportunità, per rinfrescarsi da quel sublime senso di benessere, dato dal fulgido che, dentro, disinibito risplende e, incontrastato, s’atteggia di realizzazione. S’affogheranno le inquietudini, tra le stanze strette di castelli di sabbia i bambini rinchiuderanno corde e confini, così potranno crescere di sogni e talenti da esprimere in piena libertà. Non ci sarà la coda all’ombra del refrigerio, perché ognuno avrà la sua, garantita dalla stabilità di una piena soddisfazione. Tutti avranno sorrisi da concedere, consigli genuini, spassionatezza e calore umano, oggi stoccato nei periferici silos delle inopportune convenienze. Stoneranno immagini di guerra e i paesaggi saranno freddi, ma della sola poesia custodita dalla neve, nei magici Natali riservati a ciascuno. Buona domenica di speranza a tutti, con l’augurio sincero che quel giorno arrivi presto nel vostro domani!!!"
Quirino Riccitelli dice di sè:
Sono nato e cresciuto a Piedimonte Matese (CE), dove vivo da disoccupato da 29 anni. Mollai questo posto avaro per 7 anni, dal periodo che va dal diploma (come perito agrario) alla laurea triennale in agraria, conseguita nel febbraio del 2012. Da quella data ho iniziato a inviare curricula dappertutto, ma zero risposte. Oggi spendo fette d’esistenza e tempo per le uniche 2 passioni che ho nella vita: pesca e scrittura. Sogno di trovare un lavoro, ma rafforzo, giorno dopo giorno, quella consapevolezza che muta in convinzione d’emigrare altrove. Nacqui, sempre a Piedimonte, il 23 aprile del 1985 da 2 genitori fantastici, inviati sulla Terra dal Signore. Avevo già una sorella, ma ancora non lo sapevo. Nella culla avevo pure i suoi giochi da riciclare, e fu in quel periodo che iniziai ad esplorare il mondo. Credo di aver catturato il primo persico a 4 anni, fu amore a prima vista. La passione per la scrittura, invece, l’ho sempre avuta, ma me la facevano notare soprattutto gli altri, specialmente le professoresse, a ciascun livello d’istruzione. Vinsi un concorso alle superiori, basato su un tema sulla “Comunità Europea” ed ebbi la fortuna di godermi un viaggio gratuito a Bruxelles. Sfruttai poi quel talento, che gli altri osservavano, nell’iniziale attività di divulgazione, nell’ambito della pesca sportiva. Il mio primo articolo su una rivista cartacea di pesca, a tiratura nazionale, risale al 2007. Da quel momento iniziai ad intraprendere un soddisfacente percorso come articolista, su riviste di “carp fishing” cartacee e online. Periodicamente tengo conferenze su argomenti tecnici, attinenti alle pesca della carpa, durante le fiere di settore annuali. Continuo attualmente a pubblicare articoli e a rinnovare contratti (gratuiti) con sponsors, coi quali baratto prodotti in cambio di pubblicità. Scrivo di tutto, ma scrivere di pesca mi viene piuttosto facile. Nonostante ciò, mi cimento in riflessioni varie, in collezioni di stati d’animo su un foglio e resto schiavo di scrittura compulsiva, assolutamente indesiderata certe volte.
Spunti di viaggio: Berlino, una città camaleontica
Viene definita la “città dei giovani”, ma è una città interessante per persone di ogni età.
Berlino, prima fra le città tedesche e una tra le più importanti città d’Europa, si presenta oggi come una città che si è lasciata alle spalle la divisione passata e la parentesi buia del muro, e che guarda soltanto al suo futuro.
La città tedesca è febbricitante, viva, operosa e dà di sé l’immagine di una metropoli gioiosa e multiforme. Berlino, città della cultura, delle opere d’arte, delle tante testimonianze di un passato glorioso e di una storia dolorosa. Una grande metropoli ormai non più in bilico tra presente e passato, in cui convivono con estrema naturalezza le impronte di antichi fasti e gli embrioni di quella che ormai è diventata la città del futuro.
Così, in tutto il loro splendore, sfilano davanti ai nostri occhi il Duomo neo barocco, l’edificio più vecchio di Berlino; il Municipio Rosso, la Colonna Trionfale, il Forum Fridericianum con il complesso dei suoi edifici ottocenteschi; la Gendarmenmarket, una tra le piazze più belle d’Europa; l’Unter den Linden, il famoso viale che origina dalla Porta di Brandeburgo, simbolo della città e la Postdamer Plaz, area di 70mila metri quadrati dove ci sono imponenti edifici costruiti sotto la guida del nostro architetto Renzo Piano.
Città della cultura
Da quando è stata fondata (XXII° secolo) fino alla caduta del muro, Berlino si è caratterizzata come città destinata a continui cambiamenti, depositaria di cultura, arte e tradizioni ma anche aperta a nuove idee che convivono costruttivamente sotto un unico tetto. Nel 1988 fu eletta “città europea della cultura” e a ragione in quanto è una città in continuo fermento culturale.
Berlino ha oltre 150 teatri e palcoscenici, tra cui il Friedrichstadtpalast, il teatro di rivista più grande d’Europa. Inoltre, teatri per musical, teatri dell’Opera, Filarmoniche e molte orchestre sinfoniche. Berlino offre tutti i giorni ogni genere possibile di intrattenimento. Un altro panorama altrettanto sorprendente è quello offerto dai 170 musei berlinesi. Dalla Regina egiziana Nefertiti, all’altare greco di Pergamo, ai pittori del museo “Die Brucke” agli artisti del Bauhaus e il museo di arte contemporanea.
Città del divertimento
Oltre ad essere un grosso centro culturale, Berlino è conosciuta anche per la sua vitalità, per la capacità di fare festa e divertire, per i suoi negozi e la vasta gamma di specialità culinarie. Una città che ha riservato un grosso spazio alla vita che si svolge all’aria aperta, per le strade, tra la gente. Testimonianza ne sono le numerose manifestazioni all’aperto come la “Love Parade”, la maggiore d’Europa, le settimane festive di Berlino, Il grande party di S. Silvestro e ancora il Festival Internazionale del Cinema.
Una grossa attrattiva è rappresentata anche dalle eleganti strade sul Kurfuerstendamm, dove si susseguono raffinate boutique e sfiziosi negozietti. Senza dimenticare i fornitissimi centri commerciali – come il Ka De We, il più grande d’Europa con i suoi 65mila metri quadrati – e i tanti colorati mercatini delle pulci.
Per ricordare infine l’aspetto più godereccio, quello culinario, in grado di accontentare anche i palati più esigenti, basta saper scegliere perché si può passare dalla cucina tradizionale, molto diffusa nei caffè storici di Berlino, a quella multietnica sul Prenzlauer Berg, a quella più elegante e raffinata presente in tutti i ristoranti del centro.
Città dei Congressi ma anche del verde
Berlino è anche un centro economico di prim’ordine con un settore terziario che genera, di conseguenza, un progressivo aumento di meeting, seminari, incentives. La necessità di individuare delle strutture capaci di far fronte a tali esigenze ha reso Berlino una delle città più idonee agli incontri di lavoro e alle varie manifestazioni.
Berlino è la meta ideale anche per chi ha deciso di trascorrere un periodo rilassante, immerso nel verde, senza rinunciare ai comfort della grande metropoli. Infatti, è la città più verde della Germania: oltre un terzo del territorio è coperto da parchi, prati, boschi e distese acquatiche.
Da non perdere una visita al castello di Charlottenburg, il cui parco, che ha più di 300 anni, rappresenta il giardino più antico di Berlino. Inoltre, il giardino zoologico, il più vasto del mondo tra i parchi situati all’interno di una città. Come Berlino, anche i suoi dintorni rispondono pienamente a tali aspettative: castelli, parchi, boschi e laghi sembra che facciano da contorno a quei paesaggi fiabeschi descritti da grandi poeti.
La Berlino turistica
Berlino, ormai, figura tra le città più ospitali e organizzate. Dai servizi ai trasporti pubblici, dalla gastronomia alla sistemazione alberghiera si può sicuramente affermare che è una città superorganizzata.
Del resto, la continua affluenza di visitatori ha fatto sì che il turismo diventasse una voce importante nell’economia della città. Un tipo di turismo sicuramente diverso da tutti quelli finora conosciuti. Un tuffo in un recente-passato che è già futuro. Un viaggio irreale in una città che dal 1961 al 1989 è stata divisa in due, squarciata da un muro, mutilata della sua metà.
Una frattura profonda, drammatica di cui oggi ci accorgiamo soltanto per quella parte di muro che è stata lasciata in piedi ed è tutta ricoperta da murales e il famigerato Checkpoint Charlie, un piccolo posto di controllo simile a quello dove sostano i nostri vigili urbani.
Berlino, una città che entra nell’anima e travolge ogni parametro di giudizio: caotica e silenziosa, allegra e romantica, antica e moderna, affascinante e contraddittoria.
Berlino è una città che non si può raccontare, si deve soltanto visitare.
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Spunti di viaggio: Berlino, una città camaleontica | Travelling Interline
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"La mia napoletanità" poesie di Vincenzo Tedeschi.
Recensione a cura di Adriana Pedicini
La mia napoletanità
Poesie del Prof. V. Tedeschi
Loffredo Editore
Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.
Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa
‘na manera pe’ tirà a campà.
Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.
Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,
nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),
e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui con somma emozione ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.
papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)
E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.
Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)
Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.
Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.
‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.
Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…
Addò steva papà nun s’assapeva….
…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fenette…
E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.
Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.
Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o in immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.
è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)
Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse proprio grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici. nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)
L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.
Infatti nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.
Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.
..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)
L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare
Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)
Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)
Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.
Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia.. (‘O paiese mio)
Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.
Un esempio di latinismo stupendo:
Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo)
Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.
Gauguin’s flowers
Sara took off her glasses and rubbed her eyes, tired from the light of halogen lamps. In her short-sighted world, the butcher’s shop merged into a liquid shadow with the pharmacy next door. She put the glasses back on in time to see the dust at the passage of a truck, strangled in the narrow and dark street. Together, a strong smell of gunpowder irritated her nostrils.
A late customer peeped. Two sour eyes pinned on her hair and on her depressed face: "Are you closing, dear?"
"No, not yet, come in, ma'am."
"Look, dear, for tonight, I thought about changing my hair color. I'd like a nice mahogany shade."
Sara began to focus on the woman: tough hair, little cap askew, withered breasts, squeezed in a glittering shirt. "Red would be nice for you," she said, thinking that those like her withered her soul. "Where are you going tonight?"
"I’ll go dancing, and you?" She was asking her, but you could see she did not care to know the answer. Her eyes darted between the merchandise.
"Me? Nothing special. "
She showed the customer the colors, with shaking hands. She often trembled while she was working, but never when holding the brush. Sarah knew how to paint all sorts of flowers, the yellow sunflowers of Van Gogh and Gauguin’s scarlet petals.
It was precisely because of Gauguin’s “Les seins aux fleurs rouges” that she had received the first email from F. They had met by chance in a chat line for lovers of Impressionist painting.
"The color expresses more emotion than reality," she wrote, flirtatious, signing TAHITI, as the island loved by Gauguin. "This is revolutionary art, it is the road that leads to Picasso," he thundered manly. He always closed his letters with that single, haunting, original: F
So a long exchange of messages began. They talked about many subjects, but especially of painting. She had learned to recognize the mood of F by punctuation, by the words he chose, by his silence. And, although they had never met in person, she fell in love.
"You tell me how much these lipsticks cost." The customer was looking annoyed.
"9.99, ma'am."
She wrapped the lipstick with the hair dye, than signed the amount on the cash register. She felt her fingers tingling and strange. She found herself watching her own hand as something detached from her body. She had petite hands, with pink hairs and short nails. The hands of an aged girl.
"Look, I gave you fifty."
"Excuse me."
The customer went out, wishing one lazy good year. The road was empting. A group of children lit one firecracker after the other on the sidewalk in front of the window. She could hear them all burst inside her.
She wondered how F would spend the night.
She only knew that he was living in Rome, that he was no longer a boy, and that he had a family of his own. She had invented everything else. Day after day, with the force of her imagination, she had invented a love. With the powerful brush of her heart, she had painted a face, creating it more real than the real, such as those orchids that she colored in the manner of Gauguin. And now she missed his face, she missed his imagined eyes, she missed that hair she herself had invented, she missed that only intuited laugh. She missed the little she had of him that for her was all.
The last passersby went home exchanging cold greetings. A couple entered in a car, arguing. Sara saw a glint of sequins and the neck of a sparkling bottle.
It was time to quit for her. His father was waiting at home to celebrate the New Year together. Widowed and ischemic, she did not want to leave him alone and then no one asked her out any more now.
She took a few banknotes from the cash register and then wrote the bloodless amount next to the date: December 31, Tuesday.
"And for this year..."
She put on her coat and buttoned it, because the wind was damp and bad. She thought of F, of his life she did not know, of the enthusiasm with which he described Degas’ dancers, of his caustic, brilliant sentences. "Dreams only belong to those who dream," he used to say.
F, who wrote to her for months and then stopped.
"The game is great if it doesn’t last too long," he said in his last letter.
Sara looked for the umbrella. She felt heavy and cold. "Maybe I have a little fever," she muttered, touching her forehead, then turned off the light. From the darkness the smell of the soaps took shape, pungent, unhealthy, like rotting flowers.
Then, suddenly, she saw a blue mountain pop up in the dark, a thick, cobalt blue sea, and fleshy, strong-painted scarlet flower made of light and dark.
Then she smiled. With a sharp blow, she pulled down the shutters.
"Tonight", she said to herself, "when everyone else dances, I will paint."
Spunti di viaggio: Namibia, natura selvaggia e scampoli d’Europa
Un paese enorme dove l’uomo è quasi un intruso e la natura la fa da padrona.
Se pensate che la terra sia sovrappopolata, allora andate in Namibia e vi troverete in un altro pianeta. Questo grande paese, situato nella parte occidentale dell’Africa Meridionale, è infatti esteso per 824 mila Kmq, cioè quasi come Italia e Francia messe assieme ed una popolazione che non arriva neppure a due milioni di abitanti. Potrete viaggiare per ore ed ore lungo la buona rete stradale senza incontrare nessuno e se incrociate un’altra macchina è doveroso un saluto.
E’ più facile imbattersi in branchi di struzzi o di antilopi, che di essere umani. Potete vedere il deserto più antico del mondo, il Namib, nella sua versione di sabbia o pietre, addentrarvi nei canyon del Fish River, ammirare la “welwiitschia mirabilis”, uno strano cespuglio appiattito che punteggia sparso il deserto e che è in grado di sopravvivere per mille o duemila anni.
Potete vedere la costa più incredibile del mondo, la Skeleton Coast, deserto di sabbia che sprofonda nel mare dove la nebbia ristagna di notte e fino al tardo mattino, mentre il vento muove le dune in un concerto di scricchiolii e sussurri misteriosi. Nebbia provocata dall’impatto tra la corrente fredda del Benguela che risale lungo i quattromila chilometri di costa e le circostanti acque sempre più calde verso il tropico.
La riva è punteggiata da scheletri di navi arenatesi qui nei secoli scorsi e dalle ossa dei grandi cetacei finiti prigionieri sulle spiagge. Un mare freddo in un paese caldo, dove il bagno è pressoché impossibile e dove non potranno mai sorgere villaggi di vacanze, così da poter mantenere intatto il suo fascino all’infinito.
In compenso, un mare ricco di vita, di pesci, che richiama enormi masse di mammiferi marini: a Capo Cross, infatti, potrete vedere in uno spazio ristretto, 80 o forse 100 mila foche agitarsi, riposarsi, tuffarsi compatte in battaglioni nelle acque per loro accoglienti.
Potete visitare il Parco Etosha, 22 mila Kmq, esteso come una regione italiana, con enormi distese di laghi salati più o meno disseccati, a seconda della stagione, ma anche con vegetazione che ospita grandi branchi di erbivori quali zebre, antilopi, gnu, elefanti e così via, nonché leoni, leopardi e ghepardi.
Potete alloggiare in lodges sperduti nell’immensità, circondati ciascuno da vastissime proprietà, ma tutti confortevoli e gestiti da europei (la Namibia era una colonia tedesca), boeri sudafricani, belgi provenienti da quello che era lo Zaire, ex Congo belga.
La Namibia è un tranquillo paese multietnico, dove le varie popolazioni convivono pacificamente. Il popolo più numeroso è quello degli owambo, originario della parte settentrionale; vi sono poi gli himba – forse il popolo più noto per la bellezza delle sue donne – e che vivono sulle montagne, poi i boscimani, gli herero, le cui donne indossano vistosi ed ampi vestiti, esempio di sincretismo tra la moda ottocentesca europea e la vivacità coloristica africana.
E ancora mulatti originati da incroci tra boeri, immigranti olandesi, e le belle donne degli ottentotti e, infine, gli europei.
La Namibia non è solo natura selvaggia, vi sono anche sorprendenti città, come la capitale Windhoek, con case tradizionali dai tetti spioventi che sembrano qui catapultati dal Nord Europa, modernissimi alberghi e centri commerciali.
O come Swakopmund, accogliente località marina con ottimi alberghi e anche un casinò. Insomma, la Namibia è un paese dalle molte incredibili facce, adatto per i veri viaggiatori più che per le masse anonime di turisti.
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Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"
Tomas Milian
Monnezza amore mio
con Manlio Gomarasca
Rizzoli – Pagine 296 - Euro 18,50
E-Book 10,99
Manlio Gomarasca trasforma in realtà il libro della sua vita, promesso ai fan di Tomas Milian da almeno quindici anni, dai tempi in cui Nocturno Cinema era soltanto una fanzine. Monnezza amore mio - strutturato come un dialogo tra il personaggio e l’attore - è frutto dei ricordi di Milian e della sua volontà di raccontarsi a ruota libera, ma è soprattutto merito di una scrittura nitida e ammaliante di Gomarasca che ti obbliga a continuare nella lettura come se tu sfogliassi un thriller. Tomas Milian da buon cubano racconta la sua verità, com’è giusto che sia, perché il libro è la sua biografia, non un saggio di cinema. Una verità che non piacerà a Dardano Sacchetti e Umberto Lenzi, che per anni si sono disputati la paternità del Monnezza, perché l’attore afferma di essere l’inventore del personaggio, di aver scritto dialoghi e battute, di aver ideato look, smorfie, parolacce, rime baciate, imprecazioni. Peccato che nel libro non ci sia spazio per Ferruccio Amendola, doppiatore che ha contribuito al successo di Milian, mentre Bombolo e Quinto Giambi sono citati a dovere. Per il resto, non manca niente: il suicidio del padre, l’Actor’s Studio, il successo italiano, il triste ritorno negli Stati Uniti. Pagine che raccontano la bisessualità, il rapporto con la famiglia e con un figlio riconquistato dopo un breve abbandono, il consumo di droga, la crisi provocata da alcol e cocaina, la vocazione mistica e il viaggio in India.
Monnezza amore mio è un libro che mi fa tornare alla memoria la quantità industriale di pellicole viste da ragazzetto in un cinema di seconda visione della mia città. Quella sala, che io ricordo bellissima ma che forse non lo era, si chiamava Cinema Teatro Sempione e la domenica era presa d’assalto da frotte di ragazzini che facevano la ressa al botteghino per acquistare il biglietto. C’ero anch’io tra quei ragazzini, ricordo che ci davamo botte, spinte e calci per entrare e aggiudicarci i posti migliori. Prima di entrare in sala si doveva far provvista al banchetto della signora che vendeva semi, noccioline, duri alla menta, stringhe di liquirizia… Il posto in galleria era il più ambito, ché le bucce dei semi e delle noccioline erano armi di prima scelta per bersagliare quei poveracci della platea. Al Sempione proiettavano due pellicole alla volta, entravi alle tre del pomeriggio e ne venivi fuori che era ora di cena. Di solito passavano film di genere, da sala di seconda visione, un ricordo del passato, sono locali scomparsi, uccisi dalla televisione. Al Sempione mi sono visto il ciclo storico di Godzilla, il peplum all’italiana, spaghetti-western in quantità industriale, poliziotteschi che non vi dico, horror di Bava, Freda, Fulci, D’Amato, pellicole comiche di Totò, Franco e Ciccio, Gianni e Pinotto. Tutto quel che piaceva a noi ragazzini degli anni Settanta lo programmavano al Sempione. Mi fa una rabbia oggi passare per Corso Italia, che sarebbe la strada principale del luogo dove vivo, e vedere che al posto del Sempione c’è una profumeria. Del Sempione è rimasta la facciata, il ricordo di quel che era, l’insegna è la stessa ma dentro vendono profumi invece che emozioni. E mica è la stessa cosa. Quando ne discussero in Consiglio Comunale non ci fu un assessore contrario, non uno a dire: “Il Sempione sarebbe proprio un bel cinema d’essai”. Nessuno. Va bene, andiamo avanti così. Facciamoci del male, direbbe Nanni Moretti.
Ho scoperto Tomas Milian proprio sulle scomode panche di legno del Sempione. Dal 1968 al 1972 lui era alle prese con lo spaghetti-western e io ero un ragazzino di otto - dodici anni che la domenica andava al cinema con la nonna, grande divoratrice di cinema. Io amavo quei film, mi emozionavano, mi facevano sognare. E poi ero convinto che fossero americani, mica me ne intendevo di cinema, mi bastava vedere film d’avventura. Un bel giorno fu mio padre a distruggere il sogno. Mi venne a dire che erano spaghetti-western e che li giravano in Sardegna, quando andava bene in Spagna, ma in America e in Messico proprio no, erano posti che i registi non avevano visto neppure in cartolina. Forse per questa sorta di choc giovanile ancora adesso mi è rimasta la fissa del cinema italiano.
Tomas Milian ha accompagnato la mia giovinezza pure negli anni che è passato al poliziottesco. Tutti film che mi sono visto in prima visione al cinema più grande della città, che è sopravvissuto alle televisioni commerciali e si chiama Metropolitan. Ero ancora più grande, studente di liceo e universitario, quando andavo a vedere Nico Giraldi e Venticello, sganasciandomi dalle risate seguendo trame improbabili e dialoghi al limite del turpiloquio. C’è stato un lungo periodo che me lo sono perso il buon Tomas Milian, tutti dicevano che se n’era andato negli States, che non ne voleva più sapere di quel personaggio da trucido. Forse aveva anche ragione, mica poteva fare il Monnezza e Nico Giraldi per tutta la vita. Adesso capita che Tomas Milian lo rivedo in televisione quando passano Havana, Arturo Sandoval o JFK, ma non è più lui, è un caratterista di lusso, pelato e ingrassato. Cosa ci posso fare se per me Tomas Milian resta sempre quello che indossava la parrucca da trucido del Monnezza? Ci ho persino scritto un libro (Il trucido e lo sbirro, Profondo Rosso), dedicato a mio figlio, che dieci anni fa s’è rivisto con me tutto il cinema di Tomas Milian. E poi con Cuba e con i cubani ho un legame importante…
Grazie Gomarasca, hai fatto davvero un ottimo lavoro, regalando uno stile impeccabile ai ricordi di Tomas Milian. Un vero gioiello. Imperdibile per gli appassionati.
EPHEMERAL
The marsh still wrapped in a damp dawn, she has just extricated her wings and now she opens them, shaking, watching them against the light, surprised and grateful. She has four: two in the front, developed and strong, and two behind, weak but complete. She doesn’t know she’s an ordinary flyer. She spreads her wings and goes up, full of longing, of hope, of promise. She’s young and strong, and she has a whole life ahead.
The antennae, short and sensitive, guide her. She hovers excitedly over the sweet and translucent water that reveals the muddy bottom where creatures and algae live. Food for others, but not for her, she cannot spend time to eat, she left the mouth and stomach in the long metamorphosis, in that other life of which she remembers only a slow ripening of purpose.
She flies higher, in ever-widening circles.
The summer sun shines in the sky and dries all the frost. Now she beats her wings in an almost frantic way. She knows that life is a gift and should not be wasted; she knows she has a mission, a noble purpose that transcends it. Her desire flares up. It is an emotion that drives, that urges. She is now mature, full of life, she feels really ready, and then becomes almost insane in her quest.
She ventures to the borders of the swamp, then back to the center, where she dives, touching the water with her wings, almost risking drowning. She shakes, goes up again, soaked and heavy, but more determined than ever. She flaps her wings, in the hot dry air of the midday; she finds again the rhythm of her noble, uninterrupted, nuptial flight.
The shadows are getting longer, the air cools. There are swallows, now, that threaten her and she must be careful. Time has passed, inexorable, the wings are tired. Life now weighs about sore shoulders. She knows she is no longer what she was in the morning.
She has a doubt, as the light fades slowly. And if it was all useless? If one of those birds swallowed her right now? What sense would then have all those flights up and down?
She stops for the first time, uncertain, hovering over the water. She reflects, she points her antennas which, alas, no longer feel so well as at the beginning, when she was young. She gazes at the pond, just ruffled by the evening breeze, a lily pad floating like a raft, a silver fish under the water.
And then it’s when it happens, just while she, remaining still for the first time, stops trying. She understands that it's the right smell, the particular vibration.
The other is tired too. He, like her, all day, throughout his whole life, flew non-stop. They recognize, approach, come together, vibrate in unison, satisfied and exhausted. Now, yes, now all makes sense finally, they think together.
It's dark now, and she’s alone again. She is resting on a blade of grass, gently swaying in the breeze. Her old wings are aching, the antennas do not hear anymore.
With her last voice, however, she still sings the praises of the Creator, and thanks Him, touched, for having given her such a full and intense life.
#lapostadisibilla
Carissima Mari Nerocumi - Sibilla
Mi chiamo Luca Lapi.
Sono nato il 17 Marzo 1963.
Sono diversamente abile (con paralisi agli arti inferiori ed agli sfinteri) a motivo della Spina Bifida e dell’Idrocefalo diagnosticati subito dopo la mia nascita, ma non ho più la Spina Bifida e l’Idrocefalo, oggi, ma la lesione neonatale, la malformazione di cui vivo i postumi.
La Spina Bifida e l’Idrocefalo non sono malattie.
Non sono malato di Spina Bifida e di Idrocefalo.
Non ho la Spina Bifida e l’Idrocefalo.
Ho avuto la Spina Bifida e l’Idrocefalo che, poi, mi hanno portato a disabilità più o meno importanti con altre conseguenze a livello neurologico.
L’esperienza che ne è derivata mi ha portato a considerare, inizialmente, questo mio stato un problema con cui sarei stato costretto, per sempre, a convivere e, convivendoci, mi avrebbe portato, spesso, ad autocommiserarmi.
Mi ha portato a non vederne, da piccolo, che i lati negativi: sedia a rotelle, stampelle che consideravo una vergogna, non potere fare ciò che altri potevano quando e quanto volevano, ma l’esperienza che ne è derivata, a posteriori, e sto vivendo, tuttora, salvo piccoli, fastidiosi problemi, mi ha portato a vederne anche lati positivi: le mie diverse abilità possono essere risorse da porre a servizio dei più bisognosi, ricchezze da condividere con tutti.
Mi ha portato, in altre parole, ad intravedere le diverse abilità, apparentemente, nascoste nelle mie disabilità: non posso camminare con le mie gambe, ma posso farlo con la mia mente, il mio Cuore e la mia Anima.
Ho scritto: "…STAMPELLE CHE CONSIDERAVO UNA VERGOGNA…” e mi spiego.
Iniziai a camminare con le stampelle, a 11 anni, dopo avere passato i precedenti sulla sedia a rotelle ed incontravo, per la mia città, bambini più piccoli: mi puntavano il dito e, rivolgendosi ai genitori, facevano loro notare, a voce alta, quanto fossi buffo e sembrassi piccolo (a 11 anni) poiché ero e sono, evidentemente, basso di statura (nella parte inferiore del corpo).
Pensavo (ignorando, allora, cosa, realmente, avessi,) che si trattasse di una situazione provvisoria e che non fossi, ancora, abbastanza, cresciuto per potere camminare.
Ho capito tutto, invece, da adulto, delle conseguenze della Spina Bifida e dell’Idrocefalo: le ho accettate e, grazie alla mia fede cristiana, le ho accolte, come doni d’amore misteriosi di Dio Padre, non come suoi castighi verso di me.
Non mi vergogno più, perciò, incontrando, oggi, sulla sedia a rotelle, su cui sono dovuto ritornare, bambini che si comportano come quelli di un tempo: non provo che dispiacere, non per me, ma per codesti bambini che considero insufficientemente educati dai genitori o dalla scuola al rispetto per tutti.
Provo dispiacere, inoltre, per tutti i bambini e adulti che convivono, con disagio, con la loro diversità fisica e che, a motivo della loro emotività e sensibilità, soffrono dinanzi ad esternazioni, più o meno, innocenti, di alcuni bambini verso di loro.
Ho imparato, col tempo, in qualche modo, ad ignorare tali esternazioni, ma penso che molti altri bambini e adulti non ci siano riusciti e mi sento solidale, perciò, con ciascuno di loro.
Non intendo dire che, oggi, quelle esternazioni mi avviliscano, quando dico “…IN QUALCHE MODO…”, ma, piuttosto, il constatare che mi piovano addosso in momenti e/o periodi di sofferenza a causa dell’isolamento che mi è stato imposto da chi consideravo amici.
L’ironia è che loro non arrivino ad accorgersi di essere responsabili del mio isolamento.
Si tende a educare, giustamente, scolari e studenti al rispetto verso gli extracomunitari, loro compagni di classe, ma si tende a trascurare l’educazione al rispetto dei diversamente abili.
Mi chiedo e chiedo, perciò, che si possa fare affinché, un giorno, ciò che ho descritto non accada più.
Appaio, certamente, ossessionato, ma non mi pare esagerato pensare che il dito puntato dai bambini contro i diversamente abili possa diventare, un giorno, una mano che impugna una vera e propria arma da fuoco pronta a sparare contro chi è colpevole, solo, della sua diversità fisica.
Sono più sensibile verso chi vive situazioni di disagio peggiori.
La percezione della mia sensibilità è stata importante.
Ripeto, infatti, che ho recepito le mie diversità fisiche non più come problemi, ma risorse da porre a servizio dei più bisognosi, ricchezze da condividere con tutti.
Altri lati positivi, nella mia vita, sono stati l’Inserimento Terapeutico nella Biblioteca Comunale della mia città e la possibilità, per un periodo di tempo, di guidare un’auto apposita.
Ho contatti quotidiani con molti giovani (studenti universitari, neolaureati) a motivo del mio Inserimento Terapeutico, ma circoscritti tra le mura della Biblioteca: non sconfinano in amicizie al di fuori.
Il risultato è conoscenza reciproca di nome e di vista: nulla più!
Sento lo stimolo a confidarmi con molti, ma ne risultano rapporti alimentati da una parte sola (la mia), un prendere, portare a casa, chiudere a chiave in un cassetto e buttare via la chiave per non pensarci più, rapporti di conoscenza, educazione e gentilezza:”Buongiorno! Buonasera! Buonanotte! E, talvolta, “Buon appetito!”: nulla più!
Molti pensano, forse: "Luca ci vede in Biblioteca: gli deve bastare!”
Altri frequentano, come me, la Parrocchia, mi vedono in Chiesa e pensano, forse: "Luca ci vede in Parrocchia, in Chiesa: gli deve bastare!”
Mi pare, così, che l’amicizia si riduca a misera figura di “dente da togliere”, “tassa da pagare”, “attività lavorativa” dove si entra in fabbrica, ufficio, Chiesa, locali della Parrocchia e si è amici, si esce e non lo si è più; dove si sta accanto con rassegnazione: non insieme con passione, “qualcosa che si usa e getta”, “si prende, porta a casa e chiude a chiave in un cassetto per non pensarci più e si butta via la chiave”.
Mi pare, così, che l’essere umano si riduca a misera figura di “macchina erogatrice di servizi” dove i “servizi” erogati dalla “macchina” essere umano si chiamavano, un tempo, “sentimenti”.
Mi avvilisce continuare a constatare che con chi frequenta, come me, Biblioteca e/o Parrocchia e Chiesa non continui a trattarsi che di rapporti concepiti, portati in grembo per qualche tempo e, infine, abortiti.
Vedo giovani accoppiati in Biblioteca e sposati in Parrocchia ed in Chiesa ed il loro evitarmi mi fa pensare che l’amore che li lega non sia che una maschera sul volto dell’egoismo di coppia.
Mi chiedo e chiedo che si possa fare, perciò, affinché ciò non accada più.
Apro una parentesi.
Ho definito le diverse abilità: "RICCHEZZE DA CONDIVIDERE CON TUTTI”.
Anche affetto, amicizia ed amore lo sarebbero, ma c’inducono a chiuderci in noi come se temessimo che, condividendoli, possano volatilizzarsi, quando li si prova.
Si degenera, così, da affetto, amicizia ed amore reciproci in egoismo di coppia o, addirittura, di gruppo.
Si degenera da “CONDIVISIONE” in “DIVISIONE”.
Dico, alla maniera di Adriano Celentano:”DIVISIONE è lenta e CONDIVISIONE è rock”.
“CONDIVISIONE” è assente giustificata a lezioni dell’Università dell’Età Libera, purtroppo.
Troppi si giustificano: "Sono sano: non ho tempo per malati, per chi abbia difficoltà fisiche; faccio volontariato: non ho tempo per chi ritengo che non ne abbia bisogno; sono studente, studioso: non ho tempo per gli ignoranti; sono lavoratore: non ho tempo per disoccupati, licenziati, pensionati; sono accoppiato, sposato, convivente: non ho tempo per i ‘single’; sono genitore: non ho tempo per chi non lo è; sono figlio: non ho tempo per gli orfani!”
La “CONDIVISIONE” soccombe quando chiunque abbia responsabilità educative civili o religiose non provvede affinché ciò che ho descritto non accada più.
Chiudo la parentesi.
Mi convinco, infatti, che il mio nascere con la Spina Bifida e l’Idrocefalo e crescere con le loro conseguenze corrisponda a misteriosi doni di Dio Padre che mi svela, di volta in volta, particolari sia negativi, in parte, relativamente, minore, sia positivi, in parte, infinitamente, maggiore.
Non posso che affidarmi, totalmente, a Lui.
Sono contento così, ma questa mia dichiarazione m’induce a continuare a riflettere.
La mia fede m’induce a pensare, in futuro, ad un disegno di Dio Padre di mia guarigione dalla disabilità della paralisi agli arti inferiori ed agli sfinteri, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente, nelle mie preghiere (non per stanchezza, non per indebolimento della mia fede, ma per il mio essere entrato in altro ordine d’idee in merito a ciò che penso che sia la Sua volontà su di me).
Mi chiedo: come mi comporterei se si verificasse un miracolo di mia totale guarigione?
Continuerei ad impegnarmi ad essere Cristiano coerente?
Il mio impegno è totale, ma la tentazione di svicolare, a motivo di ciò che mi vedo intorno e mi delude, è forte.
Cordiali Saluti
Salve Luca,
apprezzo la sua mail così dettagliata (per questo è stata pubblicata in toto) perché comprendo la sua necessità di prendere le distanze da quel modo un po’ approssimativo con il quale di solito le persone valutano chi abita perennemente una sedia a rotelle.
E apprezzo anche il fatto che lei spieghi minuziosamente le varie fasi di accettazione di sé, così come è, con cui ha dovuto fare i conti fin dalla sua infanzia, fino a scoprirne finalmente i lati positivi da poter condividere con chiunque altro le capitasse sul cammino.
Ora i problemi iniziano quando percepisce che i rapporti con gli altr, nelle condizioni in cui si trova, non sono così idilliaci, partendo dall’educazione fin dall’infanzia nei confronti delle persone diversamente abili fino alla mancanza di sensibilità di persone adulte, che pur frequentando luoghi come la chiesa, dove concetti quali comprensione e soprattutto condivisione, dovrebbero generare accoglienza e supporto, non riescono a comprendere il suo stato e condividere con lei pezzi di vita. Non ci sono dubbi che per quanto riguarda l’educazione dei bambini nei confronti delle persone che vivono in disagio è basilare e se
questa manca è l’ignoranza a trionfare. E contro quella purtroppo nemmeno le
tavole possono fare qualcosa…
Dalla sua lettera poi sono riuscita ad avvertire quanta fame ha la sua legittima richiesta e quanto appaia triste la condizione di chi potrebbe rispondere e sfamare richieste come la sua e non lo fa.
Sarebbe bello un mondo fatto di leggerezza assoluta, dove normalità e diversità vivono in reciproca sintonia e benevolenza, in reciproco supporto e comprensione. Dove non esiste il bisogno di rivendicare sé stessi e come si è o di nascondersi dietro a squallidi egoismi per paura di ammettere di paura. Perché è proprio così, Luca, in questo idilliaco mondo non dovrebbe esistere la paura, quella contro cui abili e diversamente abili combattono per
la propria vita tutti i giorni. Non faccio distinzione tra lei che rivendica i suoi giusti diritti e chi vive egoisticamente la sua vita. Siamo persone fatte di carne e anima che soffrono e che cercano di vivere al meglio il contorto percorso che gli è stato messo davanti. Chi vive situazioni di maggiore disagio è vero che ha maggiori ragioni di rivendicare il proprio diritto a voler stare bene ma non lo può pretendere da chi questi disagi non li vive. Chi non li vive non sa nemmeno di cosa si tratta e pure quando decide di capire di cosa si tratta, perché decide di
condividere con lei pezzi piccoli o grandi di vita, è spaventato dal fatto di non sapere come aiutarla quando lei sta male, è spaventato perché si sente impotente e incapace di poterla aiutare nel momento del bisogno. Lei è un impegno che mette paura e la paura si sa che fa brutti scherzi. Ma alla paura si può reagire, mi può giustamente obiettare lei, ed è quello che mi auguro possa fare ognuno di noi in positivo, mi auguro che lei possa incontrare un’anima
disposta a starle accanto anche quando si vivono momenti meno felici, senza preoccuparsi di quello che si riesce a fare o non fare, l’importante è esserci.
E per quanto riguarda la sua ultima riflessione, le carte la invitano a usare maggiore indulgenza, nei confronti degli altri ma soprattutto di se stesso: nessuno la condannerebbe se guarisse e decidesse di vivere con o senza coerenza, a giudicarci ci pensa già la nostra coscienza.
Scrivete a
sibillarispondea@gmail.com
IL CARCERE di CESARE PAVESE (1908-1950)
Stefano, protagonista di questo racconto pubblicato nel 1948, giunge in un piccolo paese dell’Italia centro-meridionale. È stato mandato qui dal regime fascista a scontare una pena, come capitò nella realtà a Pavese, condannato nel 1935 a tre anni di confino a Brancaleone, in Calabria. Non sappiamo nel dettaglio quale sia il reato specifico, anche se è chiaro che si tratta di un reato politico. Ma di politica non si parla; solo un signore del posto rende omaggio al suo impegno, ma si tratta di alcune parole estemporanee. In una borgata vicina verrà mandato un altro confinato di cui si sa che è un anarchico voglioso di incontrare Stefano che però rifiuterà. Il giovane non ha più interesse per la politica o per temi generali; rifluisce fin da subito in se stesso. È arrivato in manette, ma poi la sua esistenza ha potuto dispiegarsi in modo diverso, in uno stato di semilibertà. Infatti vive in una piccola casa che non è una prigione; riceve un sussidio, una donna viene a occuparsi delle pulizie, può muoversi e girare a patto di rientrare ogni sera per le sette. Il maresciallo dei carabinieri viene a controllarlo nei primi giorni, poi lo lascia in pace. Può andare a nuotare, accompagnare un giovane del posto a caccia, stare all’osteria. La sua è una situazione sospesa e indefinita; tiene una valigia pronta, nel caso gli venga comunicato l’avviso del recupero della libertà o del passaggio a un carcere vero. Anche molti giovani del paese sono in una situazione sospesa; tanti parlano di andare via, di partire, qualcuno sembra vicino a sposarsi, ma rimanda. Non c’è il senso di attesa di certe opere di Buzzati; qui ci sono la staticità e l’incompiutezza, il ruotare acritico intorno allo stesso punto. La vicenda è declinata da una prosa che descrive con calde carezze pittoriche il paese sul mare dove c’è vita solo nelle chiacchiere dell’osteria e nella malizia di certi sguardi femminili. Nel villaggio non arrivano le fanfare del regime a celebrare un risultato o a indicare una meta; tutto è ripetitivo, senza sbocchi. Solo il dolce rumore del mare e il fragore improvviso del treno danno l’idea che lontano da lì ci siano altri posti, altri mondi, reali possibilità di libertà e di avventura. Stefano non sembra l’unico confinato.
Viene soprannominato ingegnere; in realtà non ha ultimato gli studi. Non parla quasi mai del futuro, passa molte ore a casa e ama stare solo. Solo Giannino, tra i giovani del luogo, entra in confidenza con lui, ma rispettandone la voglia di solitudine. Nasce una relazione tormentata con Elena, la signora delle pulizie; ma è un rapporto carnale, sono due sconosciuti che passano alcune ore insieme in clandestinità, senza dialoghi veri. È attratto in realtà da un’altra donna; anche qui è un’attrazione priva di sentimenti. Conosce tanti coetanei del paese, ma c’è sempre un muro a frapporsi; fatica a capire la mentalità del posto e in definitiva non porta alcun miglioramento, nonostante sia una persona colta. Quando gli arriva l’annuncio della libertà, l’amico Giannino è in carcere e quindi non può incontrarlo; vorrebbe salutare in modo affettuoso Elena che però rimane fredda e distaccata. Il giovane parte e il piccolo paese viene lasciato nell’oblio.
Sembra un racconto in cui tutti sono sconfitti, forse prima di aver iniziato a combattere. Il protagonista è abulico e pavido, le autorità presenti sono solo quelle di pubblica sicurezza, manca ogni slancio e si vive attendendo che altri decidano al proprio posto: c’è un confino politico, ma anche uno esistenziale, passivamente accettato, forse segno di immaturità. Il piccolo centro sembra non interessare a nessuno, né al regime e nemmeno a chi l’ha sfidato ed è stato per questo condannato. È un incontro tra sordi; il confinato e la gente del paese restano divisi da un solco profondo, nonostante le ore che Stefano passa all’osteria: “A volte, giocando alle carte nell’osteria, fra i visi cordiali o intenti di quegli uomini, Stefano si vedeva solo e precario, dolorosamente isolato, fra quella gente provvisoria, dalle sue pareti invisibili”. Non c’è autentica comunicazione; il giovane non vive in un vero carcere e in una vera cella, come abbiamo visto, ma ci sono le mura invisibili tra le persone, nel racconto come nella realtà, costruite dalla paura, dall’apatia, dalla mancanza di volontà. Sono queste mura a vincere.
Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.
TERRA MIA
All’alba
mi vesto del tuo odore
e mentre le stelle sfuggono al giorno
mi sveglio sotto la tua ombra
abbracciando il mistero del tuo calore.
Offrendomi alle tue mani
Cammino sui tuoi polmoni
Divoro il vento per volare nei tuoi occhi
A cantare il tuo dolce profumo di cachi.
All’alba
estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti
dall’albero magico, scolpisco la penna
per pitturare la tua anima
e la mia voce innocente intona i tuoi canti.
All’alba
Una voce ti diceva:
terra senza voci
voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie
melodie che non rimano con le parole
parole senza profumo,
questa terra non sa piantare le lettere,
parole stonate
suoni senza fiamme:
fiamma, fumo e solo tenebre.
Terra che non sa contare
conto che ripudia l’aritmetica
racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)
Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.
Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.
“I cuori, le mani, i piedi battono,
battano tutti i piedi, le mani, i cuori
il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,
parola partorita nel dolore
parola che si radica nel cemento del nostro essere,
parola esaltata dall’euforia,
parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,
parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,
parola che sorride:
negritudine.”
Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.
Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.
Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.
NON SONO POETA
Lascio presto in mattinata
la mia casa di paglia
i miei sandali, cuoio di capra
proseguo il vento, le corde invisibili
nei meandri delle sonorità plurali
canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.
Quando canto, è pane che offro
all’orecchio che mi ascolta
alla lingua che mi applaude e alle mani
che mi parlano e mi lodano.
Non sono poeta
il mio alessandrino è orfano di emistichi
la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi
oscure e curiose.
Non sono poeta
quando canto le mie parole penetrano i cuori,
indovino le parole nei cespugli
sorgenti dei miei fertili pensieri
che procurano latte e formaggio.
Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,
sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte
nelle tenebre delle parole
che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.
Non sono poeta,
lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)
Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.
LA MIA AFRICA
Mi sdraierò sul tuo petto
e nelle tue braccia fresche abbracciami,
mi darai il tuo pane e il tuo riso
basterà a me solamente la tua bellezza nera
quando a mezzogiorno
la luce brillante della tua pelle
coprirà la mia ansia
offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso
canto fresco;
luna dei miei sogni
cantami e coccola la mia anima.
Impediscimi tutto
il tuo vento del Sahara
la tua spiaggia morbida come fragola
impediscimi tutto
ma non i tamburi sulla chiara luna
quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,
illuminando i sorrisi spenti
nella caduta delle lingue deboli,
sarò la voce imprendibile
la bocca sonora di una terra
dove la speranza cade
come gradine.
Mi sdraierò sotto i tuoi piedi
non mi basterà il tuo sguardo;
alzami con le tue lunghe fresche braccia
ospitami nella tua tana, nido umido;
all’alba sorrideremo al mondo
perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)
L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.
La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.
Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.
RAMATA
Il tuo nome è linfa nutriente
i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi
il tuo corpo una vita
le tue strofe riempiono i calici
e inondano i laghi della bellezza
il tuo corpo svelto
è l’ospite delle mie notti,
la luna si nasconde
per offrirmi il calore della tua pelle
specchio della tua memoria,
riflesso della tua lingua.
Il tuo corpo è una sinfonia
una sillaba, una casa,
il tuo corpo è labbra
la forma della tua bocca un bacio
la tua fronte liscia e libera,
i tuoi denti bianchi
si nutrono del sorriso del sole
nella vela dei venti
e nella notte delle lune
la tua bocca è ode e lirica
le tue treccine, pittura e poesia
la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)
A MIA MADRE
Non ti ho perduta, ti sognavo
la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi
tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.
La tua saggezza è tramandata
sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.
Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida
frullando le spighe di miglio
sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.
Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi
sono cresciuto per salvarti dall’incubo.
Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto
sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.
Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene
avvicinati e non abbandonarmi
la vita ha spaccato il cordone ombelicale
ma il cuore è unito a te per sempre.
Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino
ascoltare la tua voce
fuggire dalle tue paure,
ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole
quando la luna si risveglia
la notte, quando le stelle ballano
ballerò sulla punta dei piedi
dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi
e ti ringrazierò di avermi partorito.
Ecco mia madre nel sogno
che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:
Figlio mio, adora tua madre e tuo padre
sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)
Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.
Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.
TAM-TAM
Le mani affogate nell’acqua salata
mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.
E dirò:
Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte
i suoni del vento, delle onde del mare,
medito sulla voce invisibile del cuore
accompagno la voce dei griot,
la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello
precipiti durante la morte del re
la nascita del bambino
e... lentamente la gioia del popolo.
Tam-tam
nella tua pelle di sale
m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.
E dirò:
Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa
aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle
nelle serate d’estate sotto la piena luna
voglio sentire il ricordo della notte stellata
alle grida mute delle iene e dei leopardi
il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”
la pianta che fiorisce
la montagna che crolla
la collina che si inchina
i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)
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Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/10/pillole-dautore-cheikh-tidiane-gaye.html
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