Reportage Caraibi: Trinidad e Tobago le isole sorelle
Altre isole caraibiche poco conosciute ma interessanti da vedere e trascorrerci le proprie vacanze.
Si possono definire le “isole sorelle” per eccellenza e, nonostante siano distinte e separate, formano un’unica nazione, compensandosi a vicenda. Infatti, la pace e la tranquillità di cui è carente Trinidad, si trovano a Tobago, mentre la costante vivacità di un vero centro cosmopolita che manca a Tobago, è tipico di Trinidad. Tobago fu unificata a Trinidad verso gli anni ’80 del diciannovesimo secolo, dopo il fallimento dell’industria dello zucchero, che costituiva l’unica fonte di benessere dell’isola. Storicamente parlando, nelle due isole, nel corso di tre secoli, si sono succeduti spagnoli, olandesi, francesi e inglesi. Dopo molte battaglie, Trinidad e Tobago diventarono un’unica colonia britannica, rimanendo tale fino al 1976, anno in cui divennero una repubblica, governata da un presidente invece che da un re inglese.
Al giorno d’oggi, Trinidad è uno dei paesi più ricchi e industrializzati delle Indie Occidentali, anche perché, oltre all’industria dell’acciaio e del gas naturale, possiede il lago di pece più grande del mondo che, trasformato in bitume, è in grado di asfaltare tutte le autostrade del mondo!
Anche il petrolio non è da meno! Infatti, ve ne è in tale abbondanza che la benzina ha il prezzo più basso dei Caraibi.
Geograficamente parlando, Trinidad si presenta piuttosto pianeggiante, tranne che per la catena montuosa settentrionale, mentre Tobago ha un terreno montuoso, con colline alte 450 metri, che scendono fino a bianchissime spiagge.
Bisogna tenere presente che, fra le due isole, non esiste alcuna rivalità, anzi. L’ideale è visitarle tutte e due.
Si può trascorrere la giornata su una delle fantastiche spiagge di Tobago, circondati solo dalla più assoluta tranquillità, per poi lanciarsi nella eccitante vita notturna di Trinidad, fatta di ristoranti, bar, musica e “Calypso” (Trinidad ne è la patria).
A “Porth of Spain”, la capitale di Trinidad, vi è il grande “Queen’s Park Savannah”, punto di partenza ideale se si vuole effettuare il giro della città a piedi.
Questo immenso prato di circa 80 ettari dispone di una pista da corsa e di alcuni campi da cricket. Si tratta di una vecchia piantagione di canna da zucchero che, nel 1808, fu rasa al suolo da un violento incendio.
L’isola è comunque una curiosa miscela di stili: dalla “Roodal Residence”, in stile barocco, alla “Whitehall”, in stile moresco, alla “Red House”, in stile pre-rinascimentale.
Anche a “Scarborough”, la capitale di Tobago, vi sono molti luoghi interessanti da visitare.
“Fort King George”, per esempio, è sicuramente da vedere.
Situato a 130 metri sopra l’isola, oltre ad offrire un panorama splendido, testimonia le interminabili battaglie fra inglesi e francesi, che hanno caratterizzato la storia di Tobago.
“Man O’Wae Bay”, all’estremità opposta dell’isola, è uno dei più bei parchi naturali di tutti i Caraibi, mentre, da non tralasciare, è Charlotteville, un piccolo villaggio di pescatori situato sulla baia, sul pendio di una collina.
Anche qui l’avvenimento folkloristico più importante dell’anno è il Carnevale, che ha inizio all’alba del lunedì precedente il mercoledì delle ceneri, per terminare alla mezzanotte del martedì.
Protagonisti assoluti: il Calypso e la musica delle “Steel Band”.
Per quanto riguarda l’alloggio, a Trinidad si trovano sia eleganti complessi alberghieri che pensioni meno lussuose ma caratteristiche.
I pasti non sono quasi mai compresi nelle tariffe. A Tobago, invece, è molto facile trovare alberghi che praticano anche la mezza pensione.
La cosa migliore è affidarsi ad un’agenzia di viaggi che potrà costruire su misura un programma “ad hoc”.
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Reportage Caraibi. Trinidad e Tobago le isole "sorelle" | Travelling Interline
Si possono definire le "isole sorelle" per eccellenza e, nonostante siano distinte e separate, formano un'unica nazione, compensandosi a vicenda. Infatti, la pace e la tranquillità di cui è carente
Tramonto in montagna
Ancora un pezzo inviatoci da Quirino Riccitelli
Tramonto in montagna: lo sfrutto per ricaricare le pile di una nuova giornata spesa nel solito di paese. Raggiungo il lago, farò una foto al crepuscolo e scriverò qualcosa sul paese, dove soffia un forte vento… clima natalizio, freddo e scialbo nei vichi, mentre attorno sbiadiscono pian piano le nitidezze… riflessione finale sulla politica e poi torno a casa. Ricopio senza modificare nulla, col vento fuori che pretende ascolto e spunti…
<< Ogni sera un tramonto avanza al cielo. Dura poco, quindi approfitterò di quel breve, stasera. Quel cielo sta per fare la muta, immerso nell’imbrunirsi, e io, addentrato nell’apatico sopravvivere, lo osservo con un briciolo di stupore; superstite unico, e un po’ frastornato, della tormenta che mi rimescola, poi scombina, gli stimoli. Imbrunisco di crepuscolo e mi brunisco pure le sopportazioni più arcuate, limandomi l’istinto prioritario di piangermi addosso, almeno una parte, dell’insoddisfazione provata. La provo e, senza approvarne l’esistenza, provato, riesco a eluderla… nonostante sussista incessante. Quella sensazione maligna mi cavalca l’istinto. Un uccello imita il suo rumore di zoccoli galoppanti, e picchia forte sulla corteccia della conifera. Sbatte alle mie spalle, mentre attorno sbiadisce il paesaggio e ne perdo gradualmente particolari. Poc'anzi, il canneto pareva più giallo e, dentro, ci contavo gli steli agilmente. Disperato di giornata vacua, stasera tengo fuori quel solito sentire e avvertire ogni giorno. Insoddisfatto in cerca di prove, di stimoli in questo lento spegnersi del giorno. Lascia poco d’immortale la disillusione che colora giornate di un’impropria gioia incolore. Resto qui, a godermi solo, il rossastro sfumato di nuvole rosse adesso, ma ancora per poco… a breve subentrerà la notte, col buio a pittare paesi e natura. Freddo pungente e penna che graffia su un foglio che stride reazioni. Un quadro negli occhi miei, alterati da un rosso divino, assuefatti come di vino, e barcollanti sul viola d’un cielo incantante. A me, tremola la mano, ma se vado via, poi perdo sfumature e frangenti. Ora v’imprimo un nuovo rumore, là dietro la frasca… cela e preserva un animale quel ciuffo a sei metri, ma pare esitante d’identità; mi sforzo ad attribuirgliene una consona, poi nudo sporge e mi rivela una familiare sembianza nel soma. La logica batte nei set lo spavento, poi sospira vittoriosa nei setti, e lo riconduce, senza sforzi, al “Mus Musculus”. Voglio restare solo, qui dove c’è tanto spazio… ma non per la confusione. Natura pretende ascolto e ribadisce la forza che usa per strapparmi attenzione. Perde il nome questa realtà antropica, nel ciclo che detta l’avvento del buio più vero. Si veste di freddo l’aria e i pipistrelli accalappiano insetti distratti. Ne schivo uno d’istinto, ma non mi avrebbe preso comunque: scartandomi all’ultimo. Un po’ come fa l’Italia con me, che ne ha di paradisi suggestivi. T’illude per poco di farne parte ma è passeggera quella sensazione di benessere. Tipo questo tramonto in montagna… il difettato son io, se mi mancano quei santi, incollocati nei miei paradisi. Appartenenze a risonanti parentele non ne posseggo, ma quei santi di prima, stupido, li ricordo spesso. Blasfemo, quando invoco il loro nome per rafforzare uno sfogo. Me ne sto lontano dal paese, rinnegandone temporaneamente l’appartenenza. Ruba attenzione l’efferatezza con cui, spietata, subentra la notte. Qui, io escludo l’asfalto grigio, perché attorno s’è fatto scuro… tutto quel verde, dettame di vita, cede pezzi di speranza alla notte ingorda. Mi sento piccolo nel solitario oscurare, come quando in aereo scavalchi le Alpi e sei minuscolo, vulnerabile. Come quando hai dinanzi l’orizzonte piatto del mare, col sole a sormontarlo, dove cauto entrerai per salarti la pelle d’estate. Qui da me, non c’è mare, ma male… l’inficiare gratuito, deturpa sovente l’udente nel vico, cinico nel favellare i fatti d’ogni civico. Inevitabile quell’affiorarmi della gente, in mente distratta da un inalienabile imbrunire, ma ripeto: son solo! Poco fa ho mollato il paese, dove folate improvvise scoperchiavano contatori, mentre gli infissi applaudivano. Carnevale in provincia da me, c’è un po’ tutto l’anno, soprattutto a Natale, quando s’indossano vesti sfarzose d’apparenza. Torna a casa il paesano con l’accento ammaccato e l’ego pompato; rincasa anche lo straniero da poco, che pavoneggia, fuori al bar, conquiste nelle disparate zone umide dei “porti varcati”. I Porci casertani, più di lui, lo stanno a sentire, io a dissentire… ritorna in paese il coetaneo esausto, come l’olio di gomito che spreca per costruirsi un futuro difficile, lontano da qui. Io vivo vicino Caserta, laddove s’erge la rinomatissima Reggia. Ogni paese è famoso per qualcosa, il mio no. Sopravvivo come altri sotto ai monti, ed è questa l’unica nostra caratterizzazione. Per il resto, beh, prevale l’utopico al tipico… indosso un velo eludente, cosicché possa esser io, schivo. Schifo taluni paesani, eppur concedo tregua e parola a disparati conoscenti; disperati nei vichi, mentre è sulle basole che scivolano i tacchi delle “milf”. Poco attrito, come il mio, a muovere passi instabili su saponette di sogni. Il paese cosparge le strade strette del centro storico, con mestolate di gente. Le rimescola, a mo’ di riso in una paella, e lascia stupire i chicchi che là dentro s’insaporiscono. E’ una pentola ‘sto buco, in cui si mette sempre troppo sale nell’altrui sfera privata. In tutti i tempi, da che esiste memoria, a ribollirci dentro, ci sono i mai cotti cazzi altrui... c’è chi cucina il “quinto quarto”, poi noi, che nemmeno con la crisi odierna risparmiamo sui cazzi di terzi. Ubiqui nel proferire calunnia, cospargiamo di falso faccende riportate da vicinanze prossime alla fonte. Farsi i fatti? Farsi di fatti, strafarsi… strafatti! Estrometto fiero commenti, in cui mi spingono taluni… centellino pareri e viro su altri discorsi: questa la tattica elusiva vincente. Sfuggente alle storie riportate, resto attendista e sto sulle mie. Non conto poi tanto e prevale, un po’ in tutti i paeselli d’Italia, quella fregola d’arsura d’indiscrezioni. Nelle piazze si fanno scorpacciate di etica e perbenismo, s’etichetta e affibbia l’appartenenza di un tale e, in fine, non sussiste alcuna lietezza nel condannare gesta di ciascuno. Mi capita di scambiare mezza “chiacchiera” con alcune persone, ma, in quel Carnevale di paese prima menzionato, non accetto dolcetti, né scherzetti. Oggi, scontro e cozzo su nervosi disillusi di tutte le età: dall’infante neonato al pensionato duro a morire. Ognuno ha da sputare lo sdegno che infiamma quel covo di velenose serpi; ovviamente, semmai l’interlocutore dovesse pure degnarti d’una manciata di secondi d’apparenza forzata. Si fa finta di non vedere, ma il seguito è un inevitabile parlarne… quando, poi saremmo veramente più buoni anche fuori Natale, se solo evitassimo di sparlarne. Omertosi di un frustrante “sentito dire”, tutti spiattellano e puntano al target dello “spettegolezzo perpetrato”. Spetta un tanfo e non “olezzo” a quel rinnovarsi indiscrezioni, conseguentemente al saluto. Indiscreti di tutte le fratrie per strada, dal sangue blu alla “creme” delle multiple famiglie, col nomignolo distintivo. Certi sono brave persone, semplicemente imbastarditi dall’Italia, un po’ come fanno certi bastardi veri coi cani in gabbia. L’Italia li invecchia e m’invecchia… io, all’alba della trentesima primavera, è in ciò che prima v’era, ch’io compia stasera, una mia “prima e vera realtà”… lontano e assorto nella notte ora giunta, appurandomi al ritorno in auto come distante, da un resto dispari di paesani al crepuscolo. Ben più di quello appena trascorso… ho provato a mangiare di passioni, ma i talenti muoiono di fame. Deprezzato e fuorimoda resistetti ai “resi stretti”, allorquando realizzai che un sogno costa troppo. Taglierò un traguardo forse, o forse mai. Scapperò, questo è certo, da una mentalità chiusa a doppia mandata… perché un po’ ti esilia la politica e, di quel che resta, se ne occupa il sottoscritto. Volerò consapevole via da qui e lo farò presto. Esiste una ricetta per me e ci condirò le giornate, non appena avrò il coraggio per leggerla. E’ già scritta, come il destino che mai t’ostini a seguire. Lo costruirai da te, e su quella strada ci passerà una persona mandata dallo stesso cielo spento di poco fa. Dev’esserci un futuro per ciascuno, ed aspetta sotto un cielo diverso e una sagra bizzarra la sua metà. A me basterà una meta, perché di accenti ho quelli delle mie orgogliose radici. E mai li sradicherò. Porterò nel cuore l’infanzia, i ricordi, la famiglia, gli amici e gli attimi dalla puzza d’eterno. Avrò fierezza nel dichiararmi italiano, nonostante sia stata proprio l’Italia, da conformazione a stivale, a darmi un calcio ben assestato. A se, Stato, proprio uno Stato a sé sul futuro dei giovani. Qui in provincia, sorde le orecchie dirigenziali e reticenti, nel non degnarmi di risposta. Indegno di nota, io che manco quelle sui registri beccavo. Rigavo e rigo dritto ancora, eppure farsi mantenere in prigione parrebbe una soluzione conveniente. Ti versano i contributi, poi avrai la famosa “seconda chance”, quella che non si nega a nessuno… è con le prime che abbiamo difficoltà, soprattutto quando sui curricula le traducono in inesperienza. Per loro, dovresti forse inventartene una, ma ho provato pure a percorrere questa elementare soluzione… poi è come alle elementari: dove t’erudiscono all’insussistenza di prove… riprova che il risultato non cambia! Se ne sbattono di concedere uno straccio d’opportunità, e si lavano quelli sporchi con cui ci inquinano. Io antipolitico, v’auguro egregi politicanti, d’ingozzarvi di “Belpaese” fino al punto di rimettere. Scellerati, Voi, poi, che cosa ci rimettereste? Nulla, impuniti e, pure se condannati, immuni, pertanto indenni, alla pena da scontare. Poi noi, a mantenere i nervi, anzi a mantenervi le doppie scorte: di privilegi, più quelle affollate, a proteggere proprio voi “privi in ligio”… poi mettiamo in cella il pensionato che ruba il pacco di pasta perché gli manca l’euro, mentre le vostre falle mai verranno a galla. Buona vita all’Italia, da parte di uno che ha provato a restarci. Sono appena arrivato a casa, giusto il tempo di ricopiare lo scritto… Eolo fischietta sotto l’infisso e smuove le chiome di piante e passanti. Non voglio rileggere i pensieri che vanno dal tramonto a questo momento, sarebbe come privare d’autentico il puro istinto. Vorrei solo che a qualcuno arrivassero, perché non c’è dialetto alle richieste e non c’è lingua all’amore. E’ un po’ come dare del venduto a ciò che è inestimabile. Sono solo uno dei tanti, sull’orlo di una crisi di inermi, coi nervi a fior di pelle. Ma pronto a disegnare un futuro… discosto da qui. Disposto da qui in avanti a realizzare senza rimpiangere, abolendo la piaga di un fastidioso e protratto piangermi addosso… Spengo qui il mio scritto. Qui, spengo in prima persona, è “astuto”… non credo d’esserlo chissà quanto, ma chiudo cauto, con l’augurio spassionato che giunga a qualcuno arguto,
Quirino Riccitelli
(disoccupato trentenne di provincia. E non per scelta… con la penna in fiamme, mentre fuori l’inverno esige freddo.) >>.
Questo è il mio inutile e lo scrivo quotidianamente
DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI
Il Dialogo d’Ercole e di Atlante apre la serie dei dialoghi delle Operette Morali; invece, il Dialogo di Timandro e di Eleandro nell’edizione del 1827 era posto come testo conclusivo dell’opera. Ambedue i testi risalgono al 1824.
Il primo dialogo vede come protagonisti Atlante e Ercole alle prese con il mondo; il grande eroe è stato mandato da Giove per alleviare per qualche momento la fatica di Atlante, stanco di reggere l’universo.
Ma a sorpresa il vecchio dio spiega che il mondo, chiamato “pallottola”, si è fatto leggero; gli pesa di più il mantello che usa per ripararsi dalla neve. Il termine leggero non è riferito solo al peso materiale, in quanto Leopardi considera la parola anche in senso morale. Gli uomini sono mediocri, senza slancio, meschini. Infatti, i due personaggi notano che il mondo si è fatto anche silenzioso. L’umanità è muta, non ha nulla da dire, non si segnala più per attività e forza. Sembra che si tratti di un peso morto; il mondo non dà segni di vita e può stare in una mano di Ercole che volentieri lo usa per giocare. L’eroe ricorda il coraggio e la grandezza degli uomini quando lui compì le grandi imprese; un tempo, l’umanità affrontava a corpo a corpo i leoni, ora solo le pulci. C’è quindi in questo dialogo l’idea che in passato vi era un’epoca d’oro, ora scomparsa; in altri momenti del pensiero leopardiano l’uomo invece viene visto come tristo e infelice in ogni epoca. Qui si parla di un sopraggiunto peggioramento ed è più viva la polemica del poeta verso gli italiani suoi contemporanei, ritenuti incapaci si scuotersi dal torpore morale in cui sono precipitati. Ci vorrebbe una scossa per provocare una reazione. Capita che il mondo sfugga di mano a Ercole e cada malamente. L’ammaccatura sul pianeta non determina reazione alcuna; sembra che gli abitanti continuino a dormire. La “pallottola” resta muta oltre che insignificante. Non c’è quindi speranza di abbracciare un nuovo corso per l’umanità, sembra dire sconsolato l’autore. Rimane, felicissima, una battuta finale, in cui si scomoda il poeta Orazio: “Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s'è mosso”.
Ma il dialogo è prevalentemente satirico e gustoso, tanto da stemperare la forza della conclusione pessimistica.
L’altro dialogo, più corposo, è tra Timandro (ossia colui che onora l’uomo) ed Eleandro (ossia colui che commisera l’uomo); il primo personaggio rinfaccia al poeta le accuse che all’epoca erano scagliate contro di lui dai suoi contemporanei, l’altro rappresenta invece il punto di vista dello scrittore recanatese.
Si contesta a Eleandro/Leopardi di scrivere libri pieni di pessimismo in un’epoca in cui si parla tanto di progresso; gli si rinfaccia di ricordare all’uomo la sua bassezza, quando l’uomo senz’altro un giorno diverrà perfetto. Il poeta nel replicare ha modo di esprimere il suo articolato pensiero.
Non crede nel progresso (“le magnifiche sorti e progressive”), ritiene che l’uomo sia sempre stato un essere sfortunato e condannato dalla natura a soffrire. In fondo, si può aggiungere, lui la pensa come Tucidide e Machiavelli; gli uomini non cambiano da un’epoca all’altra, sono sempre preda delle stesse passioni e delle stesse sofferenze. Leopardi non ha fede nel sopraggiungere della perfezione umana. Dice che non può che dire e scrivere quello che considera il vero, ossia parlare dell’infelicità umana; non potrebbe invece parlare di progresso dato che non vi crede. C’è un forte nihilismo; tutto è vano, anche la testimonianza del vero è inutile. L’arte stessa non serve; la filosofia, raccontando i mali dell’umanità, non la rende certo felice e perciò la conclusione è che è meglio non filosofare. Conoscere la verità della propria condizione non porta giovamento perché l’infelicità è un dato “necessario”, non eludibile. Il sapere conferma l’infelicità, perciò, meglio astenersi dagli sforzi intellettuali.
Si salvano solo i libri che fanno appello alla fantasia e all’immaginazione o che ricorrono al riso anziché al commiserare, poiché ciò allevia il dolore del vivere, distogliendo dalle pene che restano però reali e inevitabili.
Se tutto è vano, anche la poesia lo è dato che al massimo distrae dal costante soffrire. Allora, ci chiediamo, perché scrivere? Forse perché un’umanità matura merita di sentirsi dire la verità, per quanto dura e amara. Può capitare che si reagisca duramente verso chi dice la verità che in fondo pochi vogliono sentire. Qui sta l’eroismo senza tempo del grande recanatese che si staglia con forza, bevendo l’amaro calice della solitudine e dell’incomprensione dei suoi contemporanei. Quando Timandro gli rinfaccia di scrivere libri fuori moda che biasimano l’uomo, la risposta è ficcante: "Anche il mio cervello è fuori di moda".
Sacha Naspini, "Ciò che Dio unisce"
Sacha Naspini
Ciò che Dio unisce
Piano B Edizioni
pp. 176
Euro 14
Sacha Naspini torna a scrivere le storie che piacciono a noi, quelle con cui l'abbiamo conosciuto, in piena sintonia con I cariolanti (Elliot, 2009) e Le nostre assenze (Elliot, 2012), ma anche con L'ingrato e I sassi (Il Foglio Letterario). Storie di vita quotidiana, romanzi di formazione, narrativa letteraria ai confini con il genere, come un regista sperimentale che racconta la realtà a base di inquietanti soggettive e poetici piani sequenza. Ciò che Dio unisce ricostruisce una vicenda matrimoniale - partendo dai rispettivi addii al celibato - da due diversi punti di vista, scanditi da capitoli alterni intitolati con il nome di lui (Michele) e di lei (Marta) che seguono il filo conduttore dei diversi pensieri. L'autore riesce a calarsi bene sia nella psicologia maschile che in quella femminile, non risultando invadente e non facendo trapelare il suo pensiero. Naspini racconta tramite i personaggi e scompare in loro, dote non comune nella narrativa ombelicale contemporanea pervasa da emuli - più o meno riusciti - di Proust. La materia del romanzo è narrativa nera, alla Ammaniti dei tempi in cui scriveva storie dure e taglienti, stile Fango o Ti prendo e ti porto via, permeata da una psicologia di fondo che ricorda il Bergman di Scene da un matrimonio. Proprio come nel capolavoro cinematografico del maestro svedese, anche nel romanzo di Naspini le tensioni matrimoniali - dopo un lungo periodo di incubazione - giungono al loro culmine e a un certo punto esplodono. La gelosia di lui, i tradimenti di lei, il gruppo musicale e gli amici che imperversano, gli scherzi oltre ogni limite nella prima notte di nozze, tutto congiura verso un finale imprevedibile e sconvolgente. Naspini contamina noir e horror metropolitano, romanzo criminale e letteratura, cinema e cronaca nera. Trova una sua strada narrativa che lo distingue nel panorama contemporaneo, uno stile asciutto, freddo, senza tanti fronzoli, efficace da un punto di vista comunicativo. Ottima l'ambientazione maremmana, in una Follonica notturna e decadente, teatro insolito di una cattiva storia di provincia. Non manca un pizzico di erotismo, come è presente la musica, vera passione dell'autore, che fa capolino con il gruppo inesistente dei Paturnia (in maremmano si dice: "Non ti fare tante paturnie!", per dire di non farsi problemi inesistenti) e dal Quartiere Latino, locale follonichese che fa musica dal vivo. L'ultimo capitolo del romanzo è dedicato ai pensieri dell'amico di Michele, ai suoi ricordi, a quel che ritiene possa accadere durante la prima notte di nozze, prima di partire per uno splendido viaggio intorno al mondo. Non sa quanto si sbaglia. Bravo Naspini che sei tornato all'ovile di quel che sai fare meglio. Altro che romanzi storici!
Conosciamo l’Italia cosiddetta “minore”: Fiuggi e dintorni, la bellezza abita anche qui…
Fiuggi è sempre stata considerata una meta per persone con problemi di salute, precisamente per chi ha patologie connesse ai reni, ma la cittadina offre tante altre cose che ne fanno una destinazione valida anche per una vacanza o un fine settimana. I turisti, qui, possono abbinare una vacanza in simbiosi con la natura, la bellezza e la salute. L’acqua che sgorga limpida dalle sue fresche sorgenti, consigliata dai medici nella cura e nella prevenzione delle patologie renali, è un vero e proprio toccasana anche per chi, più semplicemente, intenda concedersi una salutare pausa da godere in pieno relax, lontano dagli stressanti ritmi cittadini.
E non si deve credere che Fiuggi sia indicata solo per chi abbia superato abbondantemente il giro di boa dei fatidici “anta” o per gli abitudinari della vacanza rilassante. Così tranquilla da scoraggiare i “drogati” del caos cittadino e terrorizzati da una vacanza all’insegna della monotonia.
Ma, al contrario, questa deliziosa cittadina, che deve la sua notorietà alle fonti “miracolose”, nasconde angoli di rara bellezza, in grado di offrire una vacanza davvero completa e rigenerante sotto il duplice profilo naturalistico e culturale.
Ma come è nata la fama di Fiuggi? Lo si deve senz’altro a Bonifacio VIII il quale, dopo aver dedicato parte della giornata ad abbeverarsi alla fonte circa 700 anni orsono, le acque miracolose lo guarirono da una grave forma di calcolosi urinaria. Così Fiuggi diventò meta di “pellegrinaggio” per chiunque avesse di questi problemi.
Ma per chi volesse andarci oggi, oltre a trovare alberghi con tanto di SPA, può passeggiare lungo le tranquille viuzze del centro medievale di Fiuggi-città che, con Palazzo Falconi, La Collegiata di S. Pietro e le chiese di S. Stefano. S. Maria del Colle e S. Biagio, domina dall’alto la zona di Fiuggi-fonte.
Anche i dintorni di questo piccolo gioiello di architettura medievale riservano infinite possibilità di escursioni.
Approfittando del clima mite che caratterizza le stagioni intermedie, è senz’altro piacevole camminare tra i boschi, ossigenarsi respirando l’aria tersa e frizzante del mattino, riposarsi la vista ammirandone i colori caldi e rilassanti che la natura regala nel periodo autunnale o primaverile.
Ma non è finita qui, perché, immersa nella quiete di questi boschi, alle pendici dei Monti Ernici, sorge l’Abbazia di Trisulti, fondata nel 1208 dai Frati Certosini.
Lo stesso silenzio, rotto soltanto dal mormorio sommesso della natura, permea l’atmosfera di un altro dei numerosi capolavori di abilità cistercense, di cui è ricca questa zona. Si tratta dell’Abbazia di Casamari, uno dei rari ed esempi più belli di architettura gotica.
E poi Montecassino, con la famosissima Abbazia fondata da S. Benedetto nel VI secolo d.C., lo stesso periodo nel quale sorse l’Acropoli della vicina Alatri, con le sue lunghe mura di cinta.
Ed ancora…le caratteristiche cittadine di Atina, Ferentino, Fumone e la lunga lista delle località che, con le sue bellezze naturali ed artistiche, rappresentano il degno completamento di un soggiorno a Fiuggi.
Tuttavia, confidando nell’altrui spirito, è preferibile limitarsi a questi pochi ma significativi spunti per lasciare che ciascuno sperimenti di persona il fascino di una delle tante mete di cui è così ricca la nostra bella Italia, così poco saputa promuovere all’estero e all’interno stesso del nostro paese.
La conquista dell'Ortigara
L’Ortigara è stato il Calvario degli alpini, l’inizio di un vecchio canto di guerra recita:
“Venti giorni sull’Ortigara
senza cambio per dismontà:
ta-pum ta-pum ta-pum
ta-pum ta-pum ta-pum…"
Sulla cima brulla e sassosa del monte, nel 1920, è stata eretta a ricordo una colonna mozza. Per non dimenticare che tra il 10 ed il 29 giugno 1917, tra assalti e contrassalti sugli aridi crinali tra l’Ortigara ed il vallone sottostante dell’Agnella, vennero falciati dalle mitragliatrici migliaia di giovanissimi soldati italiani e austroungarici.
Nella notte tra il 9 e il 10 giugno 1917 l’artiglieria iniziò il suo “ta-pum” contro le linee austriache, preparando l’attacco degli alpini e dei bersaglieri che si sviluppò nei giorni seguenti. I razzi illuminanti cercavano di rischiarare il cielo e l’obiettivo in quelle ore buie e di nebbia fitta, ma il bombardamento preparatorio fu di modestissima efficacia. Le truppe italiane scattarono all’attacco verso le tre pomeridiane del 10 giugno. Anche la nebbia e la pioggia, frammista a gelido nevischio, si erano schierate contro, forse un segno del destino, come un estremo tentativo per farli desistere da un impresa così ardua e giudicata impossibile già sulla carta. Le perdite furono di proporzioni drammatiche. Complessivamente la 52a Divisione perse nella Battaglia dell’Ortigara oltre dodicimila uomini, dei quali quasi seimila, soltanto l’ultimo giorno.
Errori tattici, previsioni sbagliate , manovre che portarono tante giovani vite al massacro e, mentre i comandanti e tutti gli artefici di una delle più sanguinose battaglie mai combattute dall’esercito italiano, si ricoprirono di infamia che difficilmente nessun revisionismo riuscirà mai a cancellare, moltissimi furono gli eroi, i soldati che pieni di ardore caddero combattendo, donando fino all’ultima goccia del loro sangue per difendere il suolo natio.
Scriveva il Tenente Don Luigi Sbaragli, cappellano militare: “Giù il parapetto delle trincee. Ecco i nostri petti saldi e compatti, che rimpiazzano le trincee. Ancora tre minuti. Via i reticolati! Eccoci pronti per la corsa alla gloria. Un bacio al Maggiore, un bacio agli altri ufficiali, un augurio; e gli aquilotti spiccano il volo. Ho come un fremito in tutta la persona… Cominciano a mitragliarci.”
E ancora riporta l’allora Tenente degli Alpini, Paolo Monelli, nel suo celeberrimo “Le scarpe al sole”: “I soldati s’allineano lungo la strada, contro la roccia. Non guardo che facce abbiano: ma sento al di là la tranquilla rassegnazione all’inevitabile. Da quindici giorni si assiste allo stesso spettacolo: escono battaglioni, rientrano barelle e morti, e dopo qualche giorno o qualche ora, i pochi superstiti…”
Una delle testimonianze più toccanti, che ci sono state trasmesse, è quella del Tenente Adolfo Ferrero, del battaglione Val Dora. Ferrero, come tutti i soldati che caddero in quel tragico giugno, non si faceva alcuna illusione. Nella sua ultima, straziante lettera inviata ai familiari affidandola a un attendente, si dichiarò pronto al sacrificio estremo, in nome della Partria.
“Quando riceverete questo scritto, fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete. Siate forti come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto in guerra non è mai morto. Il mio nome resti scolpito nell’animo dei miei fratelli; il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata), gelosamente conservati, stiano a testimonianza della mia fine gloriosa.”
La lettera del tenente Ferrero non fu mai consegnata ai familiari e fu ritrovata solo pochi anni or sono, conservata nei resti del suo povero attendente. Leggere le sue parole, i saluti ai genitori e la sua rassegnazione, riempie di commozione, fa rivivere gli eventi di quei giorni drammatici, ma è anche e soprattutto una riscoperta dei valori che albergavano nel cuore degli alpini, schietti, genuini, uomini veri.
Furono tanti gli eroi dell’Ortigara, ne riporto qui il ricordo di uno per tutti, un alpino dimenticato e per il quale non è stata eretta eretta nessuna stele, né è stata affissa nessuna lapide sull’Altopiano, eppure è proprio in questo luogo che egli offrì la sua giovane vita alla Patria.
Gli ordini erano quelli di conquistare la Cima di Puntale onde poter rientrare in possesso delle posizioni perdute e necessarie a evitare lo sbocco in pianura delle truppe nemiche, alle spalle dell’esercito italiano. Si trattava dunque di evitare la catastrofe, così il 10 giugno del 1917, per lui e per tutti gli alpini fu il giorno della cieca obbedienza e del sacrificio. Sotto il fuoco del nemico dovevano scendere di corsa le pendici occidentali del monte, oltrepassare il Vallone dell’Agnelizza e risalire quelle orientali del Monte Ortigara. Oramai pronti, aspettavano soltanto l’ordine di attacco, erano le prime ore del pomeriggio di un giorno in cui anche il tempo aveva mostrato la sua cattiveria e li aveva tenuti in attesa per ore sotto la pioggia. Lui, sottotenente, si manteneva calmo davanti ai suoi: non era la prima volta che sfidava la morte. Aveva già ricevuto encomi e meritato una Medaglia d’argento al valor militare nel maggio del 1915, quando, da poco iniziate le ostilità, si era messo in luce per coraggio e spirito di sacrificio. A dicembre dello stesso anno, durante un’azione notturna, salendo in cordata, una pallottola che lo aveva colpito alla guancia, gli era entrata in bocca ed era uscita dalla mandibola, frantumandola. In ospedale fu un paziente assolutamente poco tranquillo, smaniava di andarsene il prima possibile e, ancora convalescente, alla notizia della morte del fratello Attilio, ucciso sull’Adamello, raggiunse la trincea. Solo la speranza di poterlo vendicare mitigava il suo immenso dolore. Sono molteplici le azioni in cui si distinse: quando, prendendo alle spalle una batteria nemica con un manipolo di Alpini, aveva sollevato da terra il comandante austriaco agguantandolo per la collottola. O ancora quando, al comando del proprio reparto, incurante del pericolo, sotto il fuoco nemico, si era gettato alla conquista del Monte Campigoletti, a sud dell’Ortigara e fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare.
E così via, in atti di eroismo e in azioni spericolate, fino a quando venne il suo giorno. “Vedrete, oggi, come sanno morire gli ufficiali degli Alpini Italiani” disse prima di lanciarsi in battaglia.
Alle 15 del 10 giugno 1917 quando iniziò l’assalto, alla testa dei suoi appariva invulnerabile, correva avanti mentre intorno a lui fischiavano le pallottole, uno ad uno, cadevano i suoi uomini, cadevano i comandanti ma egli avanzava, imperturbabile. Finalmente, dopo cinque tentativi, gli Alpini riuscirono a raggiungere e a prendere la postazione delle mitragliatrici nemiche che li teneva sotto tiro. Il terreno era coperto di morti. Il giovane tenente fu colpito alla fronte e a una spalla ciononostante incitava ancora i suoi con tutto il fiato che aveva in gola gridando: “Avanti, avanti, Alpini della valanga!”. Un’altra palla lo colpì, questa volta al cuore. Egli capì che era giunta la sua ora e con estrema serenità e rassegnazione ironicamente disse: “Chesta l’è chela giosta” (Questa è quella giusta). Aveva ventidue anni appena compiuti. Il suo nome era Santino Calvi.
Ricevette un’altra Medaglia d’argento, questa però alla memoria e ora riposa nel cimitero di Piazza Brembana, suo paese natale, accanto al fratello che aveva con onore vendicato.
Furono giorni di sangue, di dolore, di conquiste e riconquiste, da una trincea all’altra.
“Cimitero di noi soldati
forse un giorno ti vengo a trovà.
Ta-pum ta-pum
Ta-pum ta-pum”
Spunti di viaggio: Il Guatemala non è un'appendice del Messico.
Un paese che da solo vale sicuramente un viaggio per andare alla scoperta di tutte le sue biodiversità e le tante bellezze che ne fanno una meta unica e piena di colori.
Ci sono paesi che, spesso, vengono uniti agli altri più vicini se si effettua un viaggio. Questo accade quando si programma il Vietnam e si unisce anche la Cambogia o il Laos o tutti e due.
La stessa cosa accade per il Guatemala, che viene visto come un’estensione del Messico.
Eppure anche questo paese è uno dei più belli, ricco di storia, natura e tradizioni. Per la sua eccezionale posizione geografica, il Guatemala è considerato il centro geografico dell’America Latina, eppure, difficilmente viene proposto o scelto come prima destinazione.
Anni fa, ci furono progetti per migliorare le strutture alberghiere, potenziare i trasporti interni, inclusa la rete autostradale. Molte cose sono state fatte, ma continua a rimanere un po’ la “Cenerentola” dell’America centrale.
Il paese ha affrontato notevoli sforzi per preservare e proteggere l’altissimo grado di diversità biologica presente in una terra che vanta più di 14 zone di vita, alcune delle quali rimaste ancora intatte.
Le 44 aree protette, tra cui Tikal, unico lago al mondo dichiarato dall’Unesco sito di “patrimonio mondiale” e “riserva naturale mondiale”, e le 60 riserve naturali, costituiscono la prova di questo patrimonio dal valore inestimabile.
Va sottolineato che le risorse del Guatemala riguardano principalmente la varietà dei suoi paesaggi e la sopravvivenza di una flora e fauna unica al mondo.
Diciannove ecosistemi diversi; 33 vulcani; le imponenti montagne dalle quali scorrono le acque delle sorgenti termali; le jungle del bassopiano – popolato da più di 300 varietà di uccelli – le scimmie ululanti; i giaguari dalla pelle brillante e stellata; rigogliose foreste tropicali con più di 450 tipi di alberi.
E ancora, laghi e fiumi dalle acque cristalline, la costa del Pacifico con le sue spiagge nere di origine vulcanica, boschi fiabeschi nei quali è facile trovare paesini incantati e dove vive il quetzal, uno degli uccelli più belli del mondo e simbolo nazionale del Guatemala.
Se a tutto ciò ci aggiungiamo che il Guatemala è il fulcro del mondo Maya, dove ancora sopravvivono costumi e tradizioni ancestrali e, incuranti del tempo, si ergono maestosi templi e palazzi di un “Mondo Perduto”, si capisce perché questa nazione dovrebbe diventare una meta turistica di primaria importanza.
E il paese si presta a vari tipi di turismo. Si possono scoprire i rituali e i misteri delle popolazioni indigene. Addentrandosi nelle selve del Rio Dulce, forse sarà possibile ritrovarsi nella leggenda degli uomini-coccodrillo, sapienti guaritori che si rifugiarono nella foresta per sfuggire agli occhi indiscreti, si può seguire il corso del fiume e dormire a cielo aperto.
Si possono scoprire interessanti cittadine, ci si può improvvisare speleologi e visitare grotte e tunnel sotterranei. Si può praticare la pesca d’altura, considerata una delle migliori al mondo. Ma questa è solo una parte di ciò che si può fare e vedere in questo paese ancora da scoprire come gli altri paesi confinanti.
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Spunti di viaggio: Il Guatemala non è un'appendice del Messico... | Travelling Interline
Ci sono paesi che, spesso, vengono uniti agli altri più vicini se si effettua un viaggio. Questo accade quando si programma il Vietnam e si unisce anche la Cambogia o il Laos o tutti e due. La ...
FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI
Torna a proporci un suo pezzo Marcello de Santis
Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a propagandare il Futurismo, che poi si allargò a macchia d'olio fino a giungere anche nella lontana Russia, (Majakovski e altri).
Tra le tante novità pazze in poesia che portò la nuova visione della letteratura, introdotte, grazie all'intento - sbandierato in serate futuriste in varie città d'Italia - di distruggere la letteratura tradizionale ormai vecchia e decrepita, venne di moda anche scrivere dei versi (quartine in ottonari, per lo più) con l'ultima parola tronca.
Il 5 febbraio 1909 dunque, Marinetti, scrisse il testo del Manifesto del Futurismo; e lo pubblicò a Parigi nell'anno 1909, il 20 di febbraio su Le Figaro.
Idee innovative che cominciavano con il primo articolo
1- Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo,
l'abitudine all'energia e alla temerità.
e finiva con l'undicesimo ed ultimo
11- Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto,
il volo scivolante degli areoplani.
E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza
travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo
Ne accolse le idee e ne fece ampia propaganda la rivista Lacerba, che nacque a Fi-renze nel 1913 per opera di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, coadiuvati dal grande Aldo Palazzeschi. La rivista, che usciva ogni quindici giorni, divenne in questo modo la culla del Futurismo Italiano.
E' qui che nascono i primi versi maltusiani, nei quali pian piano non ci fu poeta e o scrittore che non si cimentasse.
Presero il nome di "maltusiani" derivando il vocabolo da Thomas Robert Malthus,un economista inglese poco conosciuto da noi, che nelle sue teorie sosteneva come necessaria la limitazione delle nascite, ma coll'astinenza sessuale.
All'epoca a questo fine era in voga il coitus interruptus, il più diffuso e conosciuto sistema anticoncezionale.
Le poesie di cui stiamo parlando nacquero spontaneamente derivando la non completezza dell'ultima parola dell'ultimo verso proprio da quel metodo.
E come l'uomo non conclude il rapporto sessuale tirandosi indietro al momento dell'orgasmo finale, allo stesso modo il poeta non conclude la poesia interrompendosi l'ultima parola.
La struttura è semplicissima: siamo di fronte a una quartina (cui ne segue un'altra) che sempre inizia con un nome, seguito da ... "è quella cosa", per spiegare poi nei tre versi rimanenti cos'è appunto quella cosa.
I due versi centrali, il secondo e il terzo, fanno rima tra di loro; il quarto ed ultimo finisce con una parola tronca; e quando questa non è una tronca è una parola accentata (blu, più, su, giù, ecc...).
Facendo degli esempi vedremo poi anche i temi delle quartine, che sono quasi sempre ironici, grotteschi, o riferiti a personaggi - politici e non - per prenderli in giro. E siccome fu il signor Malthus a propugnare l'interruzione del rapporto sessuale quando i partner erano giunti sul più bello, (per evitare una fecondazione indesiderata), vogliamo darvi un esempio di maltusiano in una delle tante quartine, in cui si definisce il verso che da lui prende il nome (e guarda caso proprio definendo il rapporto suddetto e l'organo relativo: il pungetto - pungolo; latino: stimulus):
Maltusiano è quella cosa
ch'ogni cosa agguanta e inguanta,
il pungetto bene impianta
ma si ferma sul più bel.
(da: Almanacco Purgativo, 1914)
E' giusto far risalire questa moda di poetare al sistema del coitus interruptus del dr Malthus; però non bisogna trascurare un fatto altrettanto importante: circa cento anni prima, si era nel 1834, un certo Ferdinando Ingarrica, che era un giudice del regno borbonico alla Gran Corte Criminale del Palazzo di Giustizia di Salerno, fece stampare a Napoli un bel pacchetto di anacreontiche in un libretto dal titolo: "Opuscolo che contiene la raccolta di cento anacreontiche su di talune scienze, belle arti, virtù, vizi, e diversi altri soggetti, composto per solo uso de' giovanetti".
Oltre che redigere testi di condanna per delinquenti destinati alla forca o ad altre pene, il giudice dunque era amante della poesia; in particolare di brevi poemetti didattici che facevano divertire il lettore per gli argomenti trattati; e che ebbero un gran successo in tutta Napoli.
Erano chiamati, questi versi, anacreontiche, dal nome del poeta greco Anacreonte, appunto, ed erano in voga già dalla metà del secolo XVIII; il divertimento, oltre che dall'argomento trattato, veniva anche dal modo in cui esso veniva esposto in poesia.
Sentite come il giudice descrive la Religione:
Religione tu a noi insegni
Come adorasi il Gran Dio;
Ah potessi ognora io
Colla faccia in terra star!
Chi seconda i tuoi precetti
Rasserena mente e core,
Vive ben; né mai timore
Della Morte debbe aver
Dal nome del suo autore queste brevi poesie a un certo punto vengono chiamate Ingarrichiane". Come possiamo vedere dall'esempio appena fatto, si tratta di brevi composizioni in versi ottonari, che destano una certa comicità; già queste presentano l'ultimo verso sincopato, tagliato, troncato.
Il libro si diffuse rapidamente per tutta Napoli e destò interesse e riprovazione allo stesso tempo, e commenti e pareri non sempre positivi; anzi ce ne furono di duri e durissimi; ciò nonostante tantissime furono le poesie scritte da autori che preferivano non firmarsi, per sottrarsi appunto agli eventuali biasimi.
Mi è facile pensare che stante gli argomenti a volte scabrosi e più spesso trattanti temi politici o sociali, per mettere più o meno alla berlina questo o quel personaggio, versi per natura sarcastici - mordaci, per usare un termine del tempo - mi piace pensare dicevo, che venissero declamati anche da attori comici sui palcoscenici dei cafè chantant.
Insomma la cosa fece scalpore anzichenò; alcune case editrici minori ci misero su il carico da undici, come si dice: si appropriarono del fenomeno culturale e del libro fecero copie non autorizzate. Ciò che causò la disapprovazione della Corte che si sentì oltraggiata, tanto che i famigliari del giudice per ovviare in qualche modo al diffondersi della pubblicazione tentarono di ritirare dalla circolazione più copie possibile dell'Opuscolo.
Leggiamo un'altra composizione
"L'ubriaco"
L'Ubriaco è l'uom schifoso
Che avvilisce la natura;
Tutto dì la sepoltura
Per Lui aperta se ne sta.
Il far' uso del liquore
Con dovuta temperanza
L'Estro sveglia, e con possanza
Spinge l'Uomo a poetar.
Ma la cosa non si arrestò; il fenomeno si sparse per tutto il Regno di Napoli, e molte persone le imparavano a memoria per declamarle ad ogni occasione. E non solo le anacreontiche del giudice ma anche quelle apocrife che venivano ugualmente stampate; erano talmente ben fatte da parere farina del sacco dell'Ingarrica.
Come tutte le cose passeggere anche l'Ingarrica con i suoi versi matti venne dimenticato; anche se negli anni futuri talvolta veniva ricordato per il fatto di non avere scritto solo scemenze, ma "di aver detto verità sacrosante in forma sciocca".
Ma ritorniamo ai versi maltusiani che la rivista Lacerba, diffuse, come detto, visto che a cimentarsi col metodo furono moltissimi autori e sostenitori e rappresentanti del Futurismo.
Lacerba, nata come detto nel 1913, ebbe breve durata, ché già nel 1915 terminò le pubblicazioni. I suoi rappresentanti, i futuristi, e i suoi direttori, Papini e Soffici, erano soliti trovarsi al Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, (insieme agli altri letterati che non condividevano le idee rivoluzionario del Futurismo), per declamare le loro opere e/o scambiarsi opinioni e/o preparare gli articoli da pubblicare e le serate da fare nei vari teatri della penisola. Non mancò per l'occasione una quartina sul famoso ritrovo per i letterati fiorentini, dove i futuristi erano i casinisti per eccellenza con le loro costanti escandescenze naturali:
Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi
se discuton non c'è cristi
non puoi più giocare a dam
Su Lacerba appaiono i primi versi maltusiani, che scrissero sia Giovanni Papini che Ardengo Soffici.
Questi, nella rubrica che teneva sulla rivista, proprio nel 1913 pubblicò per primo alcune poesie di Luciano Folgore.
Ecco una sua quartina che a qualcuno apparve blasfema.
Padreterno è quella cosa
Che ti veglia giorno e notte
Ma che poi se ne strafotte
Delle tue calamità.
(Luciano Folgore, 1913)
A questa ne seguirono altre; anche dei due direttori, che si decisero ad affrontare il fenomeno di petto; e fu proprio la rivista stessa a editare un Almanacco Purgativo con versi maltusiani. Fu scritto in occasione dell'esposizione di pittura futurista che si tenne a Firenze dal novembre 1913 al gennaio 1914. Costava cinquanta centesimi.
Sono andato a cercare un'antica mia copia dell'Almanacco, scartabellando tra i libri ben ordinati nelle varie scansie della mia libreria, lassù in alto, dove tengo i libri antichi e rari, ormai introvabili - gran parte sono opere degli autori di quell'ultimo quindicennio dell'ottocento e dei primi quindici anni del novecento- e alfine l'ho trovato.
Leggo nella prima di copertina: ... è uno di quei rari documenti che possono resti-tuire intatto il gusto, il sapore di un'epoca... Una pubblicazione scapigliata e burlesca, come la definisce Soffici, l'Almanacco è quindi il canto del cigno non solo di un gruppo d'avanguardia, ma di un'intera dimensione di vita che sarà di lì a poco sconvolta dalla guerra e mai più ricostituita.
L'ho riletto volentieri, ci sono voluti pochi minuti; e vi ho ritrovato ciò che avevo letto in gioventù: di tutto e di più; ma quello che a noi qui interessa sono le prime 60 pagine (il volumetto ne ha appena 150), in cui al centro di ogni pagina c'è stampigliato a grossi numeri e lettere il calendario di tutti i mesi, nella parte alta ci sono detti o frasi celebri di autori classici italiani e stranieri (Machiavelli, Leopardi, Balzac, Strindberg, Pascal, etc.) e in basso due per pagina affiancati maltusiani domenicali.
Ne riporto qualcuno;
nel mese di marzo
mezzogiorno è quella cosa
per cui sparasi il cannone,
tutti vanno a colazione
rimettendo l'oriol
nel mese di giugno
cimitero è quella cosa
dove stanno solo i morti
non si sono ancora accorti
che i lor cari stanno altrov
nel mese di ottobre
moralista è quella cosa
che del fico vuol la foglia
ma se poi gli vien la voglia
vuole il frutto al femminil
L'ultima quartina maltusiana, che chiude questa breve raccolta in cui si sbeffeggia più di uno dei personaggio in voga allora, da Papini a Carrà a Prezzolini a Soffici, da Pratella a Russolo a D'Annunzio, è nella pagina del mese di dicembre, ed è dedicata al libro; eccola
almanacco è quella cosa
che si fa una volta all'anno
gli anni vengon gli anni vanno
ma ti resta l'almanacc
Ho chiuso con nostalgia questo volumetto che sa di antico, e che per un quarto d'ora mi ha riportato malinconicamente indietro negli anni, alla mia trentina, dico, quando ho cominciato a studiare a fondo quel periodo d'oro della nostra letteratura, compreso il bistrattato Futurismo, entrando in quel mondo sulla scia del grande poeta di Marradi, Dino Campana, coi suoi inimitabili e immortali Canti Orfici. Che ho amato come nessun'altra opera letteraria,
Ma bando alla melanconia, per dirla con un termine obsoleto o quasi, e torniamo a noi.
Uno degli autori futuristi che scrisse maltusiani più degli altri è Luciano Folgore
Luciano Folgore Roma 1888-1966. Pseudonimo dello scrittore Omero Vecchi, futurista, tra le sue opere Il canto dei motori, con la quale esordì nel 1912, ma si ricorda soprattutto per la sua vena satirica, per i suoi versi estrosi ed estemporanei e per i componimenti in quartine maltusiane
Molte delle quartine più sopra pubblicate sono le sue, ma qui ne vogliamo riportare un'altra molto bella e a doppio senso nemmeno troppo celato
l'obelisco è quella cosa
che si drizza sulle piazze
ne van matte le ragazze
perché duro e volto in su
Non mancarono, come già ai tempi del giudice di Salerno, Ferdinando Ingarrica, anche poeti da strapazzo, poeti dilettanti e non, che ne scrissero, e anche di belli; eccone uno di un anonimo molto simpatico:
La saliera è quella cosa
che ha la forma di un occhiale;
da una parte ci sta il sale
e dall’altra ci sta il pep.
Ettore Petrolini, Roma 1884-1936. L'attore romano partecipava spesso alle famose serate futuriste quando queste venivano organizzate nella capitale. Attore comico e drammaturgo e sceneggiatore; ma fu anche poeta e scrittore delle sue gag di avanspettacolo, e non mancò di scrivere versi maltusiani alla stregua dei futuristi. Ne scrisse molti nel suo Manuale dello chauffeur; mentre altri ne contiene l'altra sua opera Ti è piaciato?, in numero di ventisette, per l'esattezza; descrive tra i molti, ad es., la lingua l'amore il farmacista il cagnolino.
Leggete questo sulla moglie, una chicchera:
È la moglie quella cosa
che per lusso e per vestito
spende il doppio del marito
e si chiama la metà.
Ce n'è uno nel quale si autodefinisce:
Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti offendi se ne freg
Ai giorni d'oggi la rivista Golem, quando era diretta da Stefano Battezzaghi (come ci informa Pier Paolo Rinaldi), ha riproposto diversi maltusiani parlando appunto di Ingarrica e dei Futuristi.
Versi maltusiani che si sono adeguati ai tempi moderni prendendo di mira personaggi attuali; e poteva mancare dunque il cavaliere per eccellenza?
Eccone uno il cui autore è l'autore de Il nome della Rosa.
Berlusconi è quella cosa
che ci dà TV ogni sera
poi per non patir galera
organizza Forzital.
(Umberto Eco)
Bene amici che mi leggete: ho detto tutto o quasi sull'argomento. Forse mi resta ancora una cosa, eccola.
Riporto le parole di una celebre canzone del 1918, Come pioveva, il cui autore è il celebre Michele Testa, in arte Armando Gill (Napoli 1877-1945) che ne scrisse anche la musica.
E come questa se ne contano a centinaia, a partire dagli anni cinquanta in avanti. Che cosa sono quelle parole tronche a fine quartina, se non residui o reminiscenze delle famose ingarrichiane o maltusiane?
C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati
non ricordo come fu.
Ma una sera c'incontrammo
per fatal combinazion,
perchè insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton.
Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.
marcello de santis
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17-12-2014 Pagina vista 229 FUTURISTI E VERSI MALTUSIANIdi marcello de santis Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a ...
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Russa o Rumena?
Saltuariamente, senza quella cadenza regolare che mi consenta approssimativamente di prevederne il ritorno, come per la gran parte dei clienti abituali, una bella signora di mezza età viene a mangiare un trancio di pizza, sempre la stessa varietà e la stessa quantità, e a bere una mezza minerale naturale nella mia pizzeria. I tratti somatici e le poche parole che le sento pronunciare la qualificano d’acchito come straniera. Compattamente bionda, di certo, vista l’età presunta, con l’ausilio di tinture o coloranti o, magari, semplicemente di acqua ossigenata, minuta, aggraziata, colpisce per l’eleganza naturale dei movimenti, per la riservatezza dello sguardo, per l’economia di parole, per il sorriso gentile, non manierato, per il viso armonico, abbronzato, sobriamente truccato. Tutto il suo aspetto non dice nulla di più di ciò che si vede, anzi sembra voler dire qualcosa di meno, come volesse sottrarre una parte di sé allo sguardo altrui. E veste fuori moda: camicette coi gugni, o con le mezze maniche a sbuffo, infilate, ben sopra il bacino, in gonne svasate sotto il ginocchio o in pantaloni semiscampanati su scarpe a mezzo tacco, colori uniformi, vivaci talvolta, ma mai festaioli. Un’immagina nitida di cura di sé e di pulizia, senza la pastosità dell’ostentazione o della civetteria.
Gentile, e bellissima, Signora,
Mi rivolgo a Lei per lettera non per timidezza o perché non sia in grado di creare l’occasione di incontrarla falsamente per caso, ma perché, come Lei e i Suoi modi, i Suoi abiti, le Sue scarne parole, il Suo sorriso trattenuto, i Suoi gesti sottovoce, i Suoi sguardi retrivi, la lettera è fuori moda.
Straniera, di sicuro. Mi piace immaginarle il destino di una nobile russa decaduta, travolta e scacciata dalla Rivoluzione, ospitata in casa di qualche ricco borghese ad insegnare francese, canto e pianoforte ad una fanciulla in attesa di maritarsi, nascondendole l’orrore, lo sgomento, il lutto. Ma non siamo all’inizio del secolo delle rivoluzioni. E allora potrebbe essere una rumena: pulizie ad ore, coi mariti fuori casa e le mogli ad insegnare ciò che non sanno fare.
Una lettera anche perché, eventualmente, l’incontro non sia casuale. La nostra età – no, non si offenda, qualunque sia la Sua non giovane età, Lei ne è più giovane e più bella – la nostra età dovrebbe consentirci di essere franchi. Lei mi piace, mi piacerebbe parlarLe e sentirLa parlare, guardarLa negl’occhi, senza essere maleducato o importuno. Sì, certo, se poi, dopo, chissà, potessi anche carezzarLe la guancia, lisciarLe i capelli, sistemandoglieli dietro l’orecchio, tenere il palmo della mano sulla Sua nuca, poggiare le labbra alle Sue, intrufolare la lingua nella Sua bocca, sentirmene ricambiato… Ma non è solo questo, o non è, innanzitutto, questo.
La vedo entrare e avvicinarsi alla casa e continuo a guardarla mentre paga e aspetta, poi continuo a guardarle la schiena, seduta sullo sgabello di fronte al bancone, davanti alla piccola mensola dove poggia con gesti misurati e attenti l’involucro della pizza e la bottiglietta di plastica. La guardo non come un pizzaiolo guarda una cliente, ma come un uomo guarda una donna. Indossa un vestitino trasparente, di cotone chiaro, a fiorellini, simili a quelli con cui le militanti dei collettivi studenteschi ricoprivano il loro corpo acerbo, arrabbiato e fremente. Quella trasparenza, che in altri tempi e altri luoghi, la bella signora avrebbe attenuato o del tutto nascosto, è una piccola concessione alla disinvoltura delle mode attuali. Ne approfitta, forse, per liberarsi del fastidio estivo di una sottoveste. Avevo acquisito una certa esperienza. Ero esercitato e conoscevo bene l’incrocio di traiettorie che mi avrebbe permesso di accentuare quella trasparenza fino a vedere il più possibile. Mi sono appostato nel punto del bancone che l’ora e la stagione mi suggerivano: un raggio di sole tra un attimo l’avrebbe trafitta sulla soglia. Tra poco avrei visto, di più, quasi tutto. Un imbecille, dall’altro lato del bancone, pretendendo di scaldare un po’ di più il suo trancio già morso, nota che indugio e pensa di gratificarmi con un’espressione complice per la quale la risposta più giusta sarebbe un manrovescio.
Mi decido a scriverle la lettera.
Davvero, innanzitutto vorrei dare un contenuto empirico alla Sua forma, alla Sua bellezza che è una promessa. E tanto più struggente perché è una bellezza anche retrospettiva. Quanto dev’essere stata bella da giovane! No, non si sorprenda o non mi schernisca perché un pizzaiolo possa usare l’espressione “contenuto empirico”. Chi, meglio di Lei, Russa o Rumena, può tollerare l’imprevedibilità della vita? Avrebbe mai pensato, da bambina, che il futuro sarebbe stato fatica in un paese straniero?
La faccio tradurre in russo e in rumeno, in corsivo e ne ricopio a mano entrambe le versioni, imbrogliandomi un po’ coi caratteri cirillici, sforzandomi di mantenerli intellegibili. Piego i tre fogli e li infilo in una busta sulla quale scrivo
Per ЉАЯ Pentru.
Ne aspetto il ritorno.
Vede, la Sua grazia naturale, il Suo viso così ossuto che la pelle sembra stentare a ricoprire, la Sua bocca tanto restia a dischiudersi, i Suoi occhi che, ricorderà, quel giorno ho sorpreso torcersi verso di me, sono una promessa di delizie che basterebbe a se stessa, se non volessimo sempre di più, se non sentissimo il bisogno di riempire quella forma di un contenuto che quasi sempre la involgarisce, ma non dobbiamo farne a meno, dobbiamo rischiare. Le sembro troppo impegnativo? La vita Le sembra già abbastanza tribolata per aggiungervi le farneticazioni di uno che in fondo vuole quello che vogliono tutti? Allora, sarà stato comunque bello averLa non conosciuta.
Eccola. La raggiungo mentre mangia. Le sorrido, le porgo la lettera. “Signora, mi farebbe la cortesia di scrivere il suo nome, qui” punto il dito sotto la triplice versione del “per”, porgendole la penna. Pensa, credo, ad una specie di concorso, ad un gioco a premi per clienti. Scrive. Riprendo la busta. Leggo: “Mara”. “No, Signora, non il nome che usa in Italia, ma il nome con cui la chiamava Sua madre”. Mi guarda infuriata, pensa, credo, “ma come si permette questo di intromettersi nella mia intimità”. Tengo duro, continuo a guardarla negli occhi, senza implorare, senza ironizzare, senza deflettere. Non so perché, ma riscrive il suo vero nome sulla lettera a lei indirizzata.
“Mara Rossi”
“Italiana?”
“Sì, italiana. Perché le sembra strano?”
“No, no, per carità!” Non so se si potesse percepire anche dall’esterno, ma dentro vibravo, e, mentre stavo pronunciando la domanda, sentivo che stavo giocando un tutto per tutto, “non si sarà mica offesa che l’abbia scambiata per una straniera?”
Inside out

Con oggi sono tre anni, ormai, che sto dentro. Il mondo fuori comincia un poco a sbiadire. Mi hanno chiuso qui quando l’ho deciso io, mi sono fatto prendere. Non che si stia proprio male, ma lo spazio è molto limitato. Pochi metri quadri, tanta gente di tutti i colori, un bagno sempre intasato e un lavandino che cola e ci tiene svegli la notte. Il vitto è un po’ scadente, il caffè una ciofega, però si mangia tre volte il giorno, abbiamo pasti caldi, televisione, infermeria, connessione a internet, un piccolo cinema per la domenica. Questa prigione non è peggiore di tante altre ed era quella più a portata di mano.
Sto in carcere perché me lo merito, mi sono guadagnato questa cella. Anche gli altri compagni. Ne parliamo spesso quando ci incontriamo nel corridoio, in biblioteca e nella sala comune, dove la televisione è sempre accesa su telegiornali che riportano orrendi fatti di cronaca. Madri che strozzano i figli, mariti che accoltellano le mogli, medici che ammazzano i pazienti, e poi corruzione, tangenti, malaffare, omicidi, stupri, rapine a mano armata, risse. Non seguiamo nemmeno, non vogliamo più sapere niente, siamo qui per dimenticare quella vita.
Anche lo psicologo che incontriamo una volta la settimana ci aiuta molto a comprendere la portata della nostra situazione e a viverla al meglio. Parla di accettazione, di serenità ritrovata, di far buon viso a cattivo gioco. Me lo merito di stare qui, ripeto, per come mi sono sempre comportato fin dal primo giorno della mia vita, con i colleghi di lavoro, con i miei genitori, gli amici, mia moglie e i miei figli. Sono sicuro che qui è dove devo stare.
La vita fuori, quando ci ripenso, mi spaventa, anche se mantiene un certo fascino romantico: libera, sempre sul filo del rasoio, piena di azzardi e pericoli. Qui è tutto un po’ troppo uguale, troppo piatto dall’alba al tramonto. Ma la consapevolezza di meritare questo posto e questo genere di esistenza aiuta a superare i momenti di nostalgia. Come dice sempre il mio compagno di cella, che fuori faceva l’avvocato: “Ognuno raccoglie ciò che ha seminato”.
Ed io, questo ho seminato e questo raccolgo.
Nell’anno 2069 il tasso di criminalità era ormai a livelli così alti da rendere impossibile una vita normale. La corruzione, il malaffare, gli omicidi di mafia, gli stupri, le violenze dentro e fuori la famiglia, erano cresciuti a un livello intollerabile, rendendo le città invivibili e provocando l’esplosione delle carceri. Ciò costrinse i governi ad una rivoluzione copernicana. I pochi cittadini onesti ormai rimasti sulla terra ottennero la possibilità di entrare in carcere al posto dei detenuti, i quali furono rimessi in libertà. Chi lo desiderava, poteva far domanda per essere imprigionato, in modo da vivere protetto da quattro mura sorvegliatissime e non correre più rischi. Le file per entrare si allungavano di giorno in giorno, e, alla fine, solo i migliori, quelli che con interminabili certificazioni potevano comprovare una vita specchiata, meritarono l’ambito posto dentro.
I've been inside for three years now. The world outside begins to fade a little. They closed me here when I decided, I got caught. Not that it feels bad, but space is very limited. A few square meters, many people of all colors, a bathroom always clogged and a sink that runs and keeps us awake at night. The food is a bit poor, the coffee is a “ciofega”, but we eat three times a day, we have hot meals, television, infirmary, internet connection, a small cinema for Sunday. This prison is no worse than many others and was the most handy.
I'm in prison because I deserve it, I earned this cell. Even the other companions. We often talk about it when we meet in the corridor, in the library and in the common room, where the television is always on on news programs that report horrible news. Mothers who choke their children, husbands who stab their wives, doctors who kill patients, and then corruption, bribes, malfeasance, murders, rapes, armed robberies, fights. We don't even follow, we don't want to know anything anymore, we're here to forget that life.
Even the psychologist we meet once a week helps us a lot to understand the extent of our situation and to live it to the fullest. It speaks of acceptance, of newfound serenity, of making the best of our new life. I deserve to be here, I repeat, because of how I have always behaved since the first day of my life, with work colleagues, with my parents, with friends, my wife and children. I'm sure this is where I have to be.
Life outside, when I think about it, scares me, even if it maintains a certain romantic charm: free, always on a tightrope, full of risks and dangers. Everything is a little too equal here, too flat from sunrise to sunset. But the awareness of deserving this place and this kind of existence helps to overcome the moments of nostalgia. As my cellmate, who was a lawyer outside, always says: "Everyone reaps what he sowed".
And this I sowed and this I reap.
By 2069 the crime rate was at such high levels that a normal life was impossible. Corruption, malfeasance, mafia murders, rape, violence inside and outside the family, had grown to an intolerable level, making cities uninhabitable and causing prisons to explode. This forced governments into a Copernican revolution. The few honest citizens now left on earth were given the opportunity to enter prison instead of prisoners, who were released. Those who wanted it could apply to be imprisoned, so as to live protected by four closely guarded walls and not take any more risks. The queues to enter lengthened day by day, and, in the end, only the best, those that with endless certificates could prove a life beyond reproach, deserved the coveted place inside.
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