Bombardamento aereo
L’Italia all’inizio della guerra contava su una sessantina di aeroplani, quasi tutti di tipo antiquato e di costruzione francese, e tre dirigibili. La marina aveva in linea quindici idrovolanti e due dirigibili. Tra i personaggi più importanti dell’aerostatica ci fu senza dubbio l’ingegnere aeronautico milanese Enrico Forlanini, che nel 1909 completò la costruzione del suo primo dirigibile F.1, che battezzò “Leonardo da Vinci”, ne seguirono altri e la sua fama, infatti, è legata soprattutto alla realizzazione dei dirigibili semirigidi, che vennero utilizzati nel conflitto.
L’impiego militare del dirigibile era iniziato per l’ Italia con la Guerra di Libia nel 1911 e si esaurì proprio dopo la prima guerra mondiale, quando la disputa che aveva visto contrapporsi i sostenitori del “più pesante” e del “più leggero” dell’aria, vide la completa affermazione dell’aeroplano e il definitivo tramonto degli aerostati.
Durante i primi anni della Grande Guerra si assistette, tuttavia, a un notevole sviluppo dell’uso dei dirigibili nonostante le perplessità che fin dall’inizio ne avevano accompagnato l’utilizzo. Inizialmente le aeronavi erano impiegate per la ricognizione e ancor più per i bombardamenti, ma si arrivò ben presto a constatare come i modelli disponibili risentissero troppo delle condizioni atmosferiche per essere considerati affidabili e venissero facilmente neutralizzati anche senza specifiche difese contraeree, in quanto ingombranti e poco maneggevoli. A ridurne il rendimento inoltre furono i criteri di impiego, che in un primo tempo avevano destinato il dirigibile a supporto delle forze di terra, infatti i migliori risultati si colsero quando si comprese che mezzi tanto vulnerabili e di difficile condotta dovevano essere impiegati contro obiettivi strategici, ad esempio per l’attacco contro i campi di aviazione avversari.
In questo modo, a partire dagli ultimi mesi del 1917, l’azione dei dirigibili, che si concentrava principalmente di notte e in assenza di luce lunare, si conciliò con quella delle squadriglie aeree da bombardamento, che agivano di giorno e nelle notti di luna. Nel 1918 in seguito al perfezionamento tecnico dei mezzi, all’affermarsi di metodi di utilizzo più adeguati e al migliorato livello di preparazione degli equipaggi, si arrivò a un forte incremento del numero delle missioni di bombardamento andate a buon fine e, nel contempo, si ridussero le percentuali di danni e perdite. Gli aerostati furono impiegati in azioni belliche fino agli ultimi giorni di guerra, facendo dell’Italia la sola nazione ad aver utilizzato il “più leggero dell’aria” in attività di bombardamento per tutto l’arco del conflitto.
Fu, tuttavia, l’aereo il vero mito che si sviluppò e prese corpo durante il corso della guerra, grazie al successo delle operazioni condotte, alla velocità, alla maggiore maneggevolezza, e soprattutto all’abilità e all’ardimento dei primi piloti. L’aereo divenne una vera leggenda, le cui origini si possono ritrovare nel “Manifesto del futurismo” del 1909, dove Filippo Tommaso Marinetti, esaltando l’aereo quale simbolo della modernità, scrisse:
“Noi canteremo [...] il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”.
Non si può parlare dell’aviazione della prima guerra mondiale senza fare un breve accenno al pilota, eroe, Francesco Baracca.
Giovane di bell’aspetto, sempre curato nella persona e nel vestire, dalla personalità ricca di interessi, pieno di slanci e profonde passioni per le donne, i cavalli, le motociclette, si mostrò in ogni occasione coraggioso ed esuberante. Appassionatosi al volo, divenne l’asso del cielo durante la prima guerra mondiale e resta a tutt’oggi un mito per l’aeronautica: “Sono arrivato all’aviazione per modo di dire, (…) ed ora mi accorgo di aver avuto un’idea meravigliosa, perché l’aviazione ha progredito immensamente ed avrà un avvenire strepitoso…”
(Tratto da Lettera al padre – Museo Baracca)
“Venustus et audax” indicato sotto al cavallino rampante, era il motto del suo reggimento di appartenenza, Piemonte reale. “Bello e audace”: tutto era già stato scritto dunque nel suo destino.
Il cavallino rampante era lo stemma che Francesco Baracca aveva adottato per il suo aereo, quando dopo aver abbattuto cinque velivoli nemici gli spettò di diritto scegliere un simbolo di distinzione. E così di missione in missione, di successo in successo Baracca, con il suo accattivante sorriso, tornò sempre alla base dopo aver abbattuto 34 aerei nemici diventando l’asso degli assi dell’aviazione italiana. Fu decorato con una medaglia d’oro al Valor militare, con due d’argento e con una di bronzo. Lui e il suo cavallino erano entrati nella leggenda.
Il 19 giugno 1918 nel tardo pomeriggio, tragicamente, l’aereo di Francesco Baracca si schiantò al suolo, il giovane pilota aveva appena compiuto trent’anni. E’ ancora un mistero la vera causa dell’accaduto, non si è mai stabilito se fu abbattuto, o se più verosimilmente venne colpito da un cecchino che sparava da terra contro il suo volo radente. Fu ritrovato dopo due giorni sul Montello e Gabriele D’Anninzio in persona volle pronunciarne l’elogio funebre.
I genitori del Maggiore Francesco Baracca, il conte Emilio e la contessa Paolina, affranti dal dolore, dopo qualche tempo, regalarono lo stemma del cavallino appartenuto al figlio a un pilota che avevano visto correre in auto con disprezzo del pericolo e senza freni, quel pilota era Enzo Ferrari e il cavallino di Francesco non ha mai smesso di correre.
Dario Pontuale, "L'irreversibilità dell'uovo sodo"
Dario Pontuale
L’irreversibilità dell’uovo sodo
Non cercate una trama fatta di intrecci, dove i vari personaggi vi accompagnano dall’inizio alla fine. Non cercate un giallo, un thriller, qualcosa che viaggia su un registro esterno all’uomo. Questo bellissimo romanzo narra di un viaggio che porta Gabriele Grodo (probabilmente voluta l’assonanza con Drogo), il disincantato protagonista, a trovare se stesso.
Un’agenzia investigativa va maluccio, la segretaria se ne va, il socio se ne va, rimane Grodo, con il suo factotum ucraino, e una pianta grassa che Grodo si ostina ad innaffiare fino ad affogarla. Grodo non è un uomo raffinato, anzi, direi ignorante e superficiale, forse non ha mai letto un libro in vita sua, è disincantato e demotivato, crede di aver sbagliato tutto. Un suo amico, ex libraio ora gestore di una birreria, gli consiglia di leggere Conrad. Il giorno dopo Grodo riceve un incarico da parte di Arduini, uomo facoltoso, appassionato giocatore di scacchi, condannato sulla sedia a rotelle, che gioca una partita per corrispondenza da oltre dieci anni, ritenendo che il suo avversario sconosciuto sia uno dei più grandi giocatori mai apparsi sulla terra. Questa partita sembra che sia stata vinta dall’Arduini, che vuole averne la certezza, e incarica Grodo di andare a cercare il suo avversario in Argentina. Il birraio e Arduini sono i primi sognatori che si incontrano nel libro, ma il refrattario Grodo non appartiene a quella categoria. Sta di fatto che compra un libro di Conrad e accetta l’incarico senza neanche pensare alla retribuzione.
Inizia il viaggio, e Grodo entra in un crescendo di sensazioni e di consapevolezza. Incontra i personaggi più strampalati: il venditore ambulante di libri che recita a memoria tutti gli incipit, il collezionista di bolle di sapone che è figlio di un collezionista di ragnatele, il ritrattista greco che invece di usare matite e pennelli usa le parole, i fratelli contrabbandieri di alcol che litigano sempre, e infine Neto, il marinaio appassionato di modellismo che ritiene che nulla sia importante, che fugge dai ricordi e che si chiede perché l’uovo bollito invece di ammorbidirsi, diventa sodo, e non torna indietro. A quel punto Grodo ha capito che i sogni sono il vero senso della vita, le minuscole soddisfazioni, e investiga su questa realtà, per regalare, come dono di saluto, al suo amico Neto la spiegazione.
Un viaggio di quasi 3000 chilometri su mezzi di fortuna, da Buenos Aires a Ushuaia, seguendo una logica simile alle mosse degli scacchi. Un viaggio ricco di incontri in cui il nostro Grodo si rende conto che forse la sua vita può essere ancora salva, forse un senso alla sua esistenza lo può ancora trovare, ed inizia piano piano a sognare di fare il guardiano del faro.
Il libro vanta un linguaggio molto fluido, ed appassiona sin dalla prima parola. Si ha all’inizio la sensazione di perdere contatto con i personaggi, che appaiono quasi come quadri in una galleria d’arte che impone un percorso, visto e dimenticato, ma non è così, perché quei personaggi iniziano un lavoro nell’anima di Grodo, ed è lì che bisogna leggere. Un libro che va dentro, dove il fuori sono stimoli per crescere, e così succede, anche attraverso le splendide metafore che riassumono i momenti di crescita in equilibro tra poesia e filosofia e che rendono il libro degno della più alta letteratura latinoamericana.
Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri. Speranza e smarrimento, tra questo si oscilla, schieramenti opposti, città antitetiche, ma indivisibili perché anelli della stessa catena. Catena alla quale ognuno è cinto, che passa intorno al collo, lambisce la gola, toglie e concede aria a seconda dei casi.
Claudio Fiorentini
In giro per l'Italia: Morrone del Sannio
Sono numerosi i paesini del Molise che contano meno di mille abitanti, piccoli centri arroccati su irte colline pietrose e che Flaviano Testa ci fa conoscere attraverso i suoi scatti fotografici che sanno cogliere il silenzio antico di questi luoghi sospesi da secoli fra storia e realtà. Fotografie in bianco e nero dove i contrasti fra stradine acciottolate e fili elettrici o panchine di ferro sembrano stridere fra loro, ma ci conducono dentro la vita di questi luoghi dimenticati dove le giornate scorrono tranquille e senza tempo, dove, come in altri centri, c'è una forte involuzione demografica, poiché di generazione in generazione i paesi sono stati abbandonati.
Siamo oggi a Morrone del Sannio in provincia di Campobasso, dove, agli inizi del novecento, vivevano quasi 4000 persone e dal censimento del 2011 si supera a malapena quota 600 abitanti. Il paese prende nome dall'antica Maronea, il cui etimo significa Roccia ed è giustificato dallo sperone roccioso su cui sorge il centro abitato. La storia del paese inizia con la civiltà sannita. Un popolo di valorosi guerrieri suddiviso in varie tribù che si dedicavano alla pastorizia. Il territorio di Morrone era in bilico tra le tribù dei Pentri e quelle dei Frentani.
Negli scambi commerciali la pratica più diffusa era il baratto. Fin da quegli antichissimi tempi le risorse non bastavano alla popolazione e il coraggio e la forte tempra dei suoi abitanti fecero di loro dei soldati mercenari. Come altri territori del Molise passò poi sotto la dominazione dei Romani e in seguito a quella dei Normanni, poi degli spagnoli fino all'unità d'Italia.
Molti sono i morronesi che si sono distinti per serietà e impegno nella loro professione, famosi giuristi, latinisti, ma anche poeti e musicisti come Dante Valentini, nato a Morrone nel 1920, insegnante elementare compositore della musica di oltre 300 canzoni italiane, in dialetto napoletano e molisano. La sua canzone più famosa "il passerotto" (lu passariell), cantata da Carla Boni, si classificò terza al festival di San Remo nel 1953. I laboriosi morronesi si sono fatti onore anche all'estero. dove in gran parte sono emigrati, come Nazario Colasurdo, accademico di fama internazionale iniziò la sua carriera come medico ricercatore a Denver poi divenne docente di Pediatria in Texas e nel 2007 è Preside della Facoltà di Medicina dell’università del Texas.
Un altro morronese che si è fatto strada all'estero è Pat Cocco, che all'età di dieci anni iniziò l'apprendistato come sarto nella suo paese natale, emigrò in America dove
ha lavorato per oltre venti anni con due dei più prestigiosi produttori di Vancouver, divenuto stilista affermato, decise di fondare la Seville Tailors, marchio oggi affermato in tutta America.
Morrone del Sannio è uno dei paesi che, in competizione con altri piccoli centri, si contende il primato di aver dato i natali a Pietro da Morrone , divenuto Papa Celestino V, immortalato da Dante nella Divina Commedia come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”.
Antiche tradizioni paesane richiamano nelle occasioni i morronesi che vivono lontano: nella sera dell’ultimo dell'anno una gioiosa compagnia di giovani porta in giro “u burr” lungo le strade del paese e, accompagnandosi da fisarmonica e strumenti vari - tipico l'acciarino - augurano un buon anno a parenti e conoscenti.
Il cosiddetto " burro " è ricavato da un recipiente vuoto di legno a forma cava sul quale è stesa una pelle concia di pecora nel cui centro è fissata una cannuccia verde, che con movimento di va e vieni prodotto da una pezzuola scorrevole, manovrata da un suonatore, produce suono più o meno cupo che ben si accompagna alle canzoni cantate per l'occasione. Il giorno dopo viene ripetuta la stessa funzione e dalle varie famiglie vi è l'offerta dei doni, per lo più mangerecci, che vengono consumati a sera tardi dall'allegra comitiva.
Le specialità gastronomiche più rinomate del paese sono:
i “bucellati” Sfoglia di pasta con l'uovo, ripiena di pane integrale, mandorle, mosto cotto. I
I “calcioni” Involti di pasta frolla ripieni di purea di ceci o castagne e cioccolata.
I “fiadoni”: Rustici impastati con uova, formaggi freschi e secchi, talvolta con salsiccia e cotti nel forno
Famoso e da gustare sicuramente è il croccante di mandorle aritigianale.
La celebrazione della festa di San Giuseppe è quella che meglio di tutte conserva un sapore antico, e presenta una serie di rituali pervenuti quasi intatti attraverso i secoli. Non si tratta solo dei fuochi, che restano accesi per tutta la notte ed il giorno successivo in vari punti del paese, dei piatti tipici che vengono consumati, ma è il richiamo alla unità della Sacra famiglia. Si scelgono tre persone: un uomo, una donna ed un bambino; una volta tra le più povere del paese, e di spiccata onestà, per dar loro l'occasione di rimpinzarsi a dovere almeno una volta l' anno. I tre soggetti scelti impersonano Gesù, Giuseppe e Maria. Per loro, in una apposita stanza, chiusa, viene allestita una tavola per un pranzo "specialissimo".
Nell’area archeologica di Casalpiano , nel territorio di Morrone, sorge la chiesa di Santa Maria, con una tipica struttura in stile romanico. In questa chiesa vive già da diversi anni Fratel Giuseppe Di Lena.
Autore di icone e compositore di musiche Sacre, In questo luogo appartato, nel ritiro e nella preghiera, due anni fa ha maturato la vocazione di scegliere la difficile strada della piena solitudine e ha fatto atto di professione perpetua come monaco eremita.
Riflessione sui fondamentalismi nel mondo di Antonio Conte (a cura di Adriana Pedicini)
Quando il discorrere è intriso di emozione, di tensione ideale e di onestà intellettuale è una lezione da non dimenticare e una gratificazione per l’anima di chi ascolta. Si può anche non concordare su tutto, ma è sempre utile il confronto. Con tale convinzione abbiamo ascoltato giovedì 30 gennaio, presso l’Auser sez. di Benevento, in viale Mellusi 68, il prof. Antonio Conte, già docente di storia e filosofia e più volte parlamentare italiano.
Il tema, molto gravoso e di tragica attualità, verteva sui fondamentalismi nel mondo tra cui l’ISIS, sigla che sta per “Stato islamico dell’Iraq e del Levante” e indica un gruppo terrorista - di matrice islamica - attivo in Iraq e in Siria, il cui attuale leader, Abu Bakr al-Baghdadi, ha unilateralmente proclamato la rinascita di un califfato nei territori caduti e che cadranno sotto il suo controllo. Complesso sintetizzare il variegato fenomeno che non è limitato a poche zone nel mondo, ma è presente, sebbene con caratteristiche proprie, in numerose terre del continente africano e del medio oriente. Esso è la punta dell’iceberg di scontri e violenze intestine, nonché di trasformazioni causate dall’agire umano che non sempre ha intrapreso la via giusta della cooperazione, dell’integrazione effettiva e del rispetto reale dei diritti altrui. Spesso interventi ammantati da belle intenzioni come favorire i processi democratici hanno nascosto o almeno si sono rivelati solamente un mezzo per interessarsi a fonti di arricchimento e risorse per il proprio tornaconto economico. Pertanto, sebbene non in un sol caso si auspichi perfino l’intervento armato sovranazionale, sotto l’egida dell’Onu, soprattutto bisogna convincersi che altre sono le strade per spegnere questa temibile avanzata degli integralisti, che non fanno altro che seminare terrore, anzi attraverso il terrore cercano di indurre i “non credenti” alla conversione, pena ritorsioni economiche e morte. Di qui anche la spettacolarizzazione delle loro cruente azioni militari. Bisogna osteggiare la loro politica intrisa di religione o la loro religione intrisa di politica con l’accoglienza e l’integrazione reali dei cittadini che per decisione personale o per accadimenti altri si trovino in realtà sociali lontane dal loro paese d’origine, estendendo ad essi le prerogative dei paesi di accoglienza e determinandone la crescita culturale. Bisogna consentire a tutti le stesse opportunità e una vita decente perché non si sentano sfruttati e dunque desiderosi di trovare sfogo e appagamento nell’azione di guerriglia. Bisogna intervenire con la diplomazia cercando di andare incontro ai governi che, vessati in casa, cercano appoggi per uscire da situazioni estreme. Bisogna intuire e agire in tempo perché non si realizzi la “guerra santa” che davvero sconvolgerebbe gli assetti storici e geografici dell’Occidente.
Adriana Pedicini
Tirate contro di noi!
In questa illustrazione, Beltrame ricorda un episodio avvenuto sul fronte occidentale nelle fila degli alleati francesi. Mi piace ricordare questo atto di eroismo anche se non fu compiuto da un italiano, contrariamente i francesi dimenticano spesso quanto siamo stati loro vicini durante il primo conflitto mondiale e preferiscono far studiare ai loro studenti solo l’invio delle truppe francesi in Italia dopo Caporetto per arginare l’avanzata tedesca.
Fu invece in Francia, nella battaglia della Marna, che si decise il destino dell’ Europa: la velocissima avanzata tedesca attraverso il Belgio, l’immobilizzarsi del fronte, la guerra di trincea, le battaglie interminabili, e i rinforzi vennero proprio da noi.
Non si tratta certo di rifare in questa sede la conta di chi offrì più vite per la causa e vedere se furono più francesi o italiani a morire nella battaglia, si ricorda, semplicemente, un evento della nostra storia comune che spesso viene sottaciuto o ricordato con sufficienza.
Nel 1918 dalla primavera fino all’autunno avanzato, cioè fino alla vittoria, i tedeschi sferrarono attacchi in maniera continuativa e sistematica verso la linea del fronte francese, puntando, in uno sforzo finale, a raggiungere Parigi. I nostri soldati mandati a difendere la linea alleata, furono ben 40.000.
Verso la metà dell’estate il generale Ludendorff, essendo oramai giunto a meno di cento chilometri dalla capitale francese, scagliò l’ultima e decisiva offensiva impegnando tutti gli uomini a disposizione appoggiati da una possente artiglieria. I primi in linea a fronteggiare il nemico, che disponeva di forze nettamente superiori, furono proprio gli Italiani. La linea fu salvata resistendo agli attacchi per ben diciannove volte. Le truppe, agli ordini del generale Albricci, risposero con coraggio, con totale sprezzo del pericolo e portarono anche sette contrattacchi per scoraggiare il nemico dilagante. Nella regione di Champagne ove avvennero le battaglie, alla fine si contarono cinquemila morti e almeno altrettanti feriti. Una carneficina, di cui tuttora ci si può rendere conto visitando il cimitero militare di Bligny.
Pierre Milza, storico francese, racconta il significativo caso di un soldato italiano che ha combattuto al fianco dell’ esercito francese. Lazare Ponticelli, morto il 20 gennaio 2008 a 110 anni, ha ricevuto i funerali di Stato a Parigi, in presenza dell’allora presidente Nicolas Sarkozy e di Jacques Chirac. Ponticelli era nato nel 1897 a Bettola, un villaggio dell’Appennino emiliano che aveva abbandonato per emigrare in Francia. Arruolatosi a sedici anni come volontario nella Legione straniera, nel 1915 transitò nell’ esercito italiano e combattè fino al termine del conflitto come alpino. Tornato in Francia, in occasione del conferimento della Legion d’Onore, rifiutò una futura tumulazione al Pantheon dicendo “Non è giusto farmi questo onore, non per me, ma per tutti quelli che sono morti prima di me”.
E’ emblematico che la Francia, immemore del nostro “aiuto”, abbia reso onore al modesto ed eroico rappresentante italiano quale “ultimo superstite” dei veterani francesi della Grande Guerra.
Scuola di cucina: col cavolo!
Sono nata a Ponza il 10 06 1958, nonna, scrittrice ed eterna insegnante/supplente, autrice di quattro libri di narrativa al femminile, amante del mare, della natura, della fotografia, delle camminate, della lettura e della scrittura.
Amante anche della cucina e qui mi presento in questa veste.
Oggi potrei iniziare da un'indicazione tratta dal mio ultimo libro che, oltre ad essere un romanzo al femminile, è anche un ricettario che comprende le nostre - mie e di mio marito - istruzioni per dei piatti semplici ma di sicuro effetto.Tuttavia decido di partire dal momento attuale (perché generalmente amo vivere l'attimo presente) in cui sui mercati troviamo molta verdura.
Quindi, se avete piacere, iniziamo una "scuola di cucina" confidenziale, alla maniera di Giada nel romanzo "Scuola di cucina... io e le altre!", con uno spirito cordiale e amichevole, con le ricette che saranno una scusa per, in qualche modo che non so ancora, aiutarci a superare gli ostacoli della quotidianità con leggerezza. Parleremo di ricette ma voleremo oltre!
L'ospite di onore di oggi non sarà uno scrittore (come quando organizzo eventi col caffè letterario reale o con quello virtuale) ma semplicemente una verdura: IL CAVOLO.
Invito ognuno di voi a cercare su google le proprietà benefiche del cavolo che qua riassumo come introduzione alla semplicissima prima ricetta che vi suggerirò.
dunque, ascoltate:
Il cavolo è una delle verdure più nutrienti e salutari del mondo. Dovrebbe essere considerato fondamentale per la nostra alimentazione, per via della ricchezza e varietà delle sue proprietà benefiche.
1) Antinfiammatorio Naturale
2) Più ricco di ferro della carne
3) Ricco di fibre
4) Ricco di acidi grassi (omega 3 e omega 6)
5) Ricco di calcio
6) Rinforza il sistema immunitario
E ora la prima ricetta per 4 persone:
Soffriggere un cavolo di grandezza media, precedentemente stufato, in aglio e olio, aggiungere 4 o 5 pomodorini e il sale.
Schiacciare e mescolare, allungare con acqua per la minestra. Quando bolle, buttare gli spaghettini spezzettati.
A cottura ultimata, spolverizzare di prezzemolo e formaggio grattugiato
Che ne pensate? Semplice, no? Anche i bambini gradiranno.
Aspetto le vostre considerazioni. Scrivetemi a musellamargherita@tiscali.it.
Ciao, Margherita.
Musella Margherita - Scuola di cucina
Titolo Scuola di cucina Autore Musella Margherita Prezzo Sconto -15% € 13,60 (Prezzo di copertina € 16,00) Dati 2012, 206 p. Editore Kimerik Normalmente disponibile per la spedizione entro 2 ...
http://www.ibs.it/code/9788860967633/musella-margherita/scuola-cucina.html
Sotto la tormenta
I rifornimenti per le truppe venivano portati in alta quota da colonne di alpini, ma pochi sanno che vi furono donne che, con grandi sacrifici e rischiando la vita, portavano i rifornimenti dalla valle fino alle montagne.
E’ la storia delle portatrici carniche, che si colloca tra l’Agosto del 1915 e l’Ottobre del 1917. La forza media dei soldati presenti in questi territori si aggirava intorno ai 10-12 mila uomini. Essi dovevano essere vettovagliati ogni giorno, riforniti di munizioni, medicinali, attrezzi e così via. I depositi militari e i magazzini erano dislocati nel fondovalle e non c’erano strade per salire che consentissero il transito di automezzi, né di carri trainati da animali. L’unico modo per raggiungere la prima linea del fronte, in alta montagna, era il trasporto a spalla seguendo stretti percorsi fatti di scomodi e pericolosi sentieri.
Furono le abitanti del posto a correre in aiuto dei loro militari impegnati in alta quota e nacquero le portatrici Carniche, così venne costituito un Corpo di ausiliarie formato da donne di età compresa tra i 15 e i 60 anni. Una forza pari a quella di un battaglione di circa 1000 soldati, che non fu mai militarizzata. Per le donne il lavoro non fu disciplinato dalle leggi, né furono mai soggette alle regole militari, ma l’ordine, il rigore, la severità che si imponevano durante le marce fu un raro esempio di ammirevole servizio.
A ogni donna veniva consegnato un libretto di lavoro personale, sul quale ai magazzini di smistamento annotavano le presenze, i viaggi compiuti, il materiale trasportato in ogni viaggio, inoltre indossavano un bracciale rosso recante lo stesso numero del libretto e l’indicazione dell’unità militare per la quale lavoravano. Per ogni viaggio ricevevano il compenso di lire 1,50 centesimi, che veniva corrisposto ogni fine mese.
La mattina si recavano a riempire la loro gerla caricata sulle spalle, poi partivano in colonna e si inerpicavano sulle montagne dirigendosi per gruppi, verso la prima linea. Affrontavano ogni giorno estenuanti marce in salita di due o anche quattro ore, superando dislivelli che andavano dai 600 ai 1200 metri. Scarsamente nutrite, sopportavano i sacrifici della guerra, il pensiero dei mariti o dei figli impegnati a combattere e arrivavano a destinazione stremate dalla fatica, un viaggio che diventava quasi insostenibile durante la stagione invernale, quando camminare richiedeva maggiore energia a causa della neve alta che impediva loro il passo. Scaricato il materiale, si fermavano qualche minuto per riprendere fiato, approfittando per parlare con gli alpini raggiunti, per consegnare loro lettere e notizie dal paese, per riportare biancheria pulita, fresca di bucato, tutti lavori extra, mai retribuiti, fatti per rendersi utili ai soldati e poi ripartivano più contente, col sorriso sulle labbra, certe di aver donato a quei giovani la speranza di non sentirsi abbandonati. Si incamminavano in discesa, per ritornare alle loro case, ai lavori di campagna, ad accudire animali, vecchi e bambini, di cui erano le sole rimaste ad avere totale responsabilità. Un lavoro continuo fino a sera e poi una nuova alba e un nuovo viaggio.
Voglio, in breve, ricordare il fulgido esempio di una di loro, Maria Plozner Mentil, che fu colpita a morte il 15 febbraio 1916. Era una donna dall’animo nobile e gentile, coraggiosa e altruista. Sempre pronta a confortare le compagne impaurite dall’artiglieria austriaca, ogni giorno in prima fila, una donna eccezionale, carismatica trascinatrice, che viene considerata la “bandiera “ delle portatrici carniche. Madre di quattro figli piccoli, mentre il marito combatteva sul Carso, si dedicava alla causa con amor patrio e spirito di sacrificio. Quando venne colpita da un cecchino austriaco appostato a circa 300 metri, a Malpasso di Pramosio, sopra Timau, aveva solo trentadue anni.
Ebbe un funerale con gli onori militari e a piangere Maria Plozner, quel giorno, c’erano non solo i paesani e i militari della zona, ma tutte le amiche con la gerla sulle spalle.
Il Foglio Letterario allo Strega
IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
Associazione Culturale
Editoria di qualità dal 1999
Sito internet: www.ilfoglioletterario.it
Pure quest'anno siamo allo Strega. Presentati da Wilson Saba e Simonetta Bartolini.
Il libro: Federico Guerri "24:00:00 - Una commedia romantica sulla fine del mondo", ispirato a Il giudizio universale di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. Federico Guerri, follonichese di nascita e pisano di adozione, lavora al teatro Verdi di Pisa, scrittore, regista e sceneggiatore teatrale, insegna drammaturgia. Guerri è il quinto autore presentato allo Strega in 15 anni di attività della Casa Editrice piombinese, un nuovo successo a coronamento di un importante traguardo, all'inizio del sedicesimo anno di vita. Federico Guerri segue quattro colleghi di scuderia: 2006 - Wilson Saba (Sole e baleno), 2011 - Boris Virani (Mangia la zuppa amore), 2012 - Claudio Volpe (Il vuoto intorno) e 2014 - Fabio Izzo (To Jest). Gordiano Lupi - direttore editoriale del Foglio Letterario - ha partecipato allo Strega nel 2014, con Calcio e acciaio, un romanzo edito da Acar.
24:00:00 Una commedia romantica sulla fine del mondo di Federico Guerri
Pag. 220 Euro 14 ISBN 97888760652174
Improvvisamente, come fosse uno schermo, nel cielo appare unenorme scritta - 24:00:00. È visibile in ogni parte del mondo. 23.59.59. Basta un giro di telefonate, una serie di controlli con le agenzie pubblicitarie, una rapida consultazione tra potenti o utenti Youtube, per capire che non è proiettata da terra né da un satellite né, apparentemente, da altrove. 23.59.58. Un conto alla rovescia nel cielo. Verso cosa? Il romanzo è ambientato nell'arco di 24 ore e fa incrociare le storie di undici personaggi in sette angoli diversi di un pianeta il cui punto più lontano da te è a 22 ore di aereo o alla distanza di un clic se hai una connessione Internet. Cosa accadrà allo 00:00:00? Comè nato il countdown e perché? Salvare il mondo significa raccontarlo. Federico Guerri. Classe 1976, è drammaturgo, insegnante di teatro e scrittura creativa, improvvisatore, regista, Sindaco di Mondo di Nerd comunità on-line con oltre 60.000 utenti) e padre di famiglia (non necessariamente in questo ordine). Il suo primo romanzo - Questa sono io- è uscito per le Edizioni Il Foglio per le quali cura, assieme a Sacha Naspini, la collana DEMIAN
Gordiano Lupi
EDIZIONI IL FOGLIO
Francesco Verso, "La morte in diretta di Fernando Morales"
Francesco Verso
La morte in diretta di Fernando Morales
Future Fiction - E-book Kindle euro 0,99
www.futurefiction.org
Fernando Morales non prova più interesse per la vita, non ce la fa ad andare avanti senza la moglie, in solitudine, attendendo il giorno della sua dipartita naturale. Non si cura più, vive con indolenza, trattiene i ricordi del passato in un cofanetto immaginario e per lui sono più preziosi del denaro. Un giorno - navigando su Internet nei social network affettivi - scopre un’occasione irripetibile. Decide di morire affidandosi a un’eutanasia assistita che gli consentirà di diventare famoso grazie alla morte in diretta. Chi è il signor Fernando Morales? Ha raccontato la sua vera storia ai funzionari che dovranno occuparsi della sua morte in diretta oppure ha mentito spudoratamente? Non aggiungiamo altro, perché il racconto è breve, gli sviluppi imprevedibili e la suspense fantastica rappresenta il vero sale della storia.
Francesco Verso si prende gioco dei reality show e della società contemporanea, consumistica e televisiva, costruendo una storia ambientata in un ipotetico futuro, che non è poi così distante dalla nostra realtà. Un racconto dotato di una forma perfetta, una scrittura nitida, cristallina, asciutta, senza tempi morti, ma anche di un contenuto politicamente scorretto. L’autore usa lo schema del racconto fantastico per stigmatizzare l’uso smodato dei social network - nella società del futuro trasmettono persino affetto - mettendoci di fronte al problema delle cose che tramandano soltanto loro stesse in una società priva di valori che rende l’uomo sempre meno umano. Fernando Morales è il simbolo dell’individuo solo di fronte alla morte, incapace di dare un senso terminale alla propria vita. Il racconto è una parabola decadente sulla situazione dell’uomo contemporaneo, scritto con la pessimistica consapevolezza che il futuro può metterci di fronte persino alla spettacolarizzazione della morte. Tra l’altro -pensandoci bene - in parte sta già accadendo…
La morte di Fernando Morales è stato adattato in forma teatrale e messo in scena all’interno dello spettacolo The Milky Way di Katiuscia Magliarisi e Chiara Condrò, con musiche di Simone De Filippis. Trovate qui alcune notizie sull’autore: http://www.futurefiction.org/francesco-verso/, un esperto del fantastico - che scrive e traduce - tra l’altro vincitore del Premio Urania 2009 con il romanzo e-Doll.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Marinai d'Italia
I marinai, furono degni “assi” del primo conflitto mondiale e compirono la loro efficace opera sul mare, ma anche a terra insieme ai bersaglieri e alla fanteria. Dopo la disfatta di Caporetto, reparti di marinai furono inviati a terra, per proteggere Venezia. Al termine della guerra, il Reggimento, al quale Venezia aveva voluto dare la propria bandiera con il leone di San Marco, assunse il nome di Reggimento Marina San Marco e, ancora oggi, i Fucilieri di Marina sono inquadrati in tale reggimento.
Tra le più importanti operazioni della Regia Marina vi fu l’opera di salvataggio prestata in aiuto allo sconfitto esercito serbo. Le stime dei soldati a cui fu portato soccorso vanno dai 150.000 ai 250.000, difficile stabilirne il numero esatto, certo è che mentre i Serbi si ritiravano verso le coste balcaniche vennero raccolti dalle navi italiane che salvarono soldati e tonnellate di materiale.
La marina italiana, era forte di 13 corazzate, 25 incrociatori, 25 cacciatorpediniere, 59 torpediniere e 21 sommergibili. Le principali basi navali erano a Venezia e Brindisi, ma il grosso della flotta era concentrato a Taranto porto più riparato e protetto. Durante il primo conflitto mondiale, a differenza del secondo , furono diverse le operazioni in cui si fece onore la nostra Marina.
Nel 1917, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, Luigi Rizzo penetrò con due MAS nella rada di Trieste e assalì con i siluri le corazzate Budapest e Wien, quest’ultima fu colpita e affondata. A Rizzo venne riconosciuta una medaglia d’oro al valor militare e maggiore fu il riconoscimento per il successo, in quanto le stesse, circa un mese prima, erano state attaccate senza esito mentre bombardavano batterie della marina italiana a Cortellazzo.
Durante il 1918, ultimo anno di guerra, fra gli episodi di rilievo che videro protagonisti uomini della marina italiana, si ricorda:
• In febbraio tre MAS al comando di Costanzo Ciano penetrarono nella base navale di Buccari. Le reti parasiluri impedirono l’attacco e il danneggiamento delle unità ancorate in porto, ma non impedirono ai nostri di prendersi una rivalsa di grande risonanza. All’azione partecipava anche Gabriele D’annunzio, salito sul Mas di Rizzo che lasciò un messaggio di scherno:
“In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i Marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
L’impresa denominata poi la beffa di Buccari, anche se non produsse effetti ai fini militari, ebbe grande importanza, perché ne produsse ai fini del morale delle truppe in una guerra in cui cominciavano ad acquisire gravità e peso gli aspetti psicologici. Uno dei MAS che parteciparono alla spedizione si può vedere oggi esposto nelle sale del Vittoriale degli Italiani, sul Lago di Garda.
• All’alba del 10 giugno 1918 due corazzate austriache furono inviate a forzare il blocco navale del canale d’ Otranto. Nei pressi di Premuda, furono intercettate da due Mas, sempre sotto il comando di Luigi Rizzo. Due siluri colpirono e mandarono a picco una delle due corazzate la Szent Istva. La nave, che doveva il suo nome a Santo Stefano d’Ungheria affondò in sole tre ore con a bordo 89 marinai. L’altra corazzata soccorse i naufraghi, mentre i Mas si dileguarono.
• Nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre Raffaele Rossetti e Raffaele Paolucci penetrarono a nuoto nel porto di Pola spingendo uno speciale ordigno chiamato «mignatta» che applicarono alla carena della corazzata Viribus Unitis, facendola saltare in aria.
• E infine l’ azione che, scrissero allora i giornali italiani, fu una delle più ardite e che compare nella vignetta di cui sopra. Si deve tener presente che fu ostacolata da eccezionali sbarramenti collocati nel porto, costellato di banchi di torpedini, mine subacquee esplodenti all’urto, di potenti riflettori e vigilanza continua. Era la notte del 14 maggio 1918 quando il comandante Pellegrini con alcuni suoi compagni, superati gli sbarramenti entrò nel porto di Pola, per una importantissima missione che prevedeva l’affondamento di un’altra colossale nave da guerra nemica, del tipo Viribus Unitis. Si erano convenuti speciali segnalazioni luminose per far conoscere l’esito dell’impresa, poiché era prevedibile che il comandante Pellegrini e i suoi compagni, il secondo capo torpediniere silurista Milani, il marinaio scelto Angelini e il fuochista scelto Corrias, avrebbero potuto non fare ritorno. Avevano infatti ordine di distruggere la loro imbarcazione e di gettarsi in acqua a missione compiuta. L’operazione si svolse precisamente come stabilito, si avvertirono distintamente due cupe esplosioni e, quando iniziarono i fuochi di difesa dell’artiglieria nemica, fu chiaramente visto dal largo il razzo illuminante col quale il comandante Pellegrini comunicava “Ho silurato una nave”, subito seguito da un altro che significava: “Distruggo la mia imbarcazione, Ogni opera di soccorso è inutile”. Non vi furono dubbi che la missione avesse avuto esito positivo e solo più tardi si seppe che il comandante e i suoi valorosi compagni erano stati fatti prigionieri. A tutto l’equipaggio fu concessa la medaglia d’oro al valor militare.
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