Giulia Madonna, "Amata Tela".
Amata Tela
Giulia Madonna
edit. MUSICAOS: ED SMARTLT 07
pp.221
8,00
Una telefonata inattesa, una voce sconosciuta, un incontro.
Due vite si incrociano e nasce un amore. È storia di tutti i giorni, ma nel romanzo di Giulia Madonna diventa quasi miracolo, magia, una vampata che travolge e non lascia respiro.
Due protagonisti: Francesca, brillante studentessa in architettura, Eugenio, giovane artista squattrinato, un po’ folle, nevrotico, con un passato difficile alle spalle e tanti sogni di gloria. È una relazione morbosa, quasi incontenibile, una passione che l’autrice definisce più e più volte “sfrenata, folle”; un intreccio di turbamenti, impulsi irrazionali e sentimenti contrastanti, dove la felicità confina con l’ansia, l’angoscia della perdita, il timore di una libertà smarrita: fragilità e complessità interiore che travolgono, consumano, distruggono. E, come tutte le emozioni estreme, quest’amore finisce col trasformarsi: diviene lotta, competizione, una sorta di tentativo di sopraffazione, dolce e violenta insieme. Sicché i due protagonisti si tramutano in antagonisti, fino alla disperata rottura. Ma non sarà definitiva, c’è qualcosa, o meglio, qualcuno, che sarà il filo rosso che li terrà comunque uniti, il “segreto” legame che impedirà il distacco definitivo, e che si rivelerà soltanto nel finale.
G. Madonna è voce narrante, racconta in terza persona, ma sembra quasi che ci siano due livelli di narrazione, quella della protagonista femminile, e quella del comprimario maschile. Ognuno dei due è narrato, non descritto: situazioni, comportamenti, atteggiamenti, emozioni, vengono interpretati, dilatati, rivissuti; quasi un diario intimo, in cui si annotano e si fissano piccoli e grandi eventi quotidiani. Scarseggiano, invece, dialoghi e descrizioni d’ambiente, molto è lasciato alla fantasia del lettore; tutta la narrazione, nella prima parte del libro, è incentrata sulla psicologia dei personaggi, sulle loro percezioni fisiche ed emotive, raccontate, tratteggiate, spesso con enfasi e veemenza.
La seconda parte del romanzo appare più fluida, più strutturata; l’introduzione di altri personaggi vi aggiunge maggiore spessore; un intreccio di relazioni che non fa solo da sfondo, ma è elemento portante del resto della storia personale dei due protagonisti:
L’architetto Carlo Dell’Olmo, ricco di umanità e intuito; il giovane Eros, solare e talentuoso; la dolce Anita, paziente e fiduciosa; e poi i successi, l’evoluzione di entrambi i protagonisti nella professione, i gruppi di giovani artisti arrabbiati: tutto ci dà un quadro d’ambiente più articolato e accattivante.
Particolare suggestione acquista la presenza di un quadro misterioso, l’Amata Tela, opera di Eugenio, una sorta di ritratto di Dorian Gray alla rovescia: l’immagine di Francesca, ricostruita nel ricordo, che sembra sprigionare il potere di ricondurre indietro nel tempo, ai tempi del grande amore, mai finito.
E lì, di fronte a quel dipinto che non invecchia mai e che sembra parlare, Eugenio, diventato ormai “il vecchio saggio”, dà sfogo alla sua nevrosi, ma ne trova anche sollievo e cura. Dialoga con l’immagine, trae ispirazione per la sua arte, racconta, ricorda e rimpiange quel passato che crede perduto per sempre: “Eccoti, sei qui, finalmente! Sei tornata da me! Sì, quegli occhi sono proprio i tuoi e quelle labbra rosso fuoco che mi chiamano con insistenza sono proprio le tue… Hai visto che successo?... e tutto grazie a te che sai darmi i migliori consigli. Questo brindisi è dedicato a te…Siamo ormai un’ottima squadra…”
Sono struggenti e farneticanti monologhi che rivelano l’animo tormentato dell’artista, ma anche l’amante appassionato, mai rassegnato all’assenza.
Nel complesso un romanzo piacevole, che acquista potere di coinvolgimento man mano che si prosegue nella lettura. Scritto con un linguaggio un po’ antico, classico, ricco di aggettivazioni ed espressioni enfatiche, ma con ottima padronanza e correttezza linguistica.
La vita di Adele – Capitoli 1 & 2 di Abdellatif Kechiche
Regia: Abdellatif Kechiche. Soggetto: Julie Maroh (liberamente tratto dal romanzo a fumetti Il blu è un colore caldo). Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalia Lacroix. Fotografia: Sofia El Fani. Montaggio: Camille Toubkis, Albertine Lastera, Jean-Marie Lengelle, Ghalya Lacroix, Sophie Brunet. Produttori: Olivier Thery Lapiney, Laurence Clerc. Produttori Esecutivi: Abdellatif Kechiche, Vincent Maraval, Brahim Chioua. Case di Produzione: Vertigo Films, Wild Bunch, Quat’sous Films, Alcatraz Films, Scope Pictures, France 2 Cinéma, RTBF. Paese di Produzione: Francia/ Belgio/ Spagna. Durata: 180’. Genere: Dramma erotico. Distribuzione (Italia): Lucky Red Distribuzione. Interpreti: Adèle Exarchopoulos (Adèle), Léa Seydoux (Emma), Salim Kechiouche (Samir), Aurélien Recoing (padre di Adèle), Catherine Salée (madre di Adèle), Benjamin Siksou (Antoine), Mona Walravens (Lise), Jeremie Laheurte (Thomas), Alma Jodorowsky (Béatrice), Sandor Funtek (Valentin). Premi: Palma d’Oro al Festival di Cannes (2013), al regista e alle due protagoniste. Premio Lumière (2014), miglior film, regista, attrice rivelazione Adèle Exarchopoulos, miglior attrice Léa Seydoux. Molte nomination in premi importanti.
Abdellatif Kechiche (Tunisi, 1960) - detto Abdel- è un regista tunisino naturalizzato francese ed è la dimostrazione vivente che la cultura araba rappresenta una ricchezza per la Francia. La vita di Adele - Capitoli 1 & 2 (La Vie d’Adèle - Chapitres 1 & 2), noto anche come Blue Is the Warmest Colour (Il blu è il colore più caldo) è il film che ne decreta il successo internazionale, perché si aggiudica la Palma d’Oro al Festival di Cannes. La pellicola è liberamente ispirata alla poetica graphic novel Il blu è un colore caldo di Julie Maroh (edita in Italia da Rizzoli), che racconta una toccante storia di un amore omosessuale al femminile con un finale degno di un lacrima-movie ma senza gli eccessi erotici della versione cinematografica. L’autrice del romanzo a fumetti si è dissociata dal film e non ha partecipato alla sceneggiatura, colpevole di aver tradito il suo messaggio d’amore in favore di un’interpretazione voyeuristica e ai limiti del pornografico.
Adèle vive a Lille, frequenta il liceo classico, ama leggere e sogna di fare l’insegnante. L’incontro con una strana ragazza dai capelli blu che vede abbracciata a una donna modifica la sua vita e la conduce verso abissi di passione mai provati, al punto di lasciare il suo ragazzo e di gettarsi alla scoperta di un amore omosessuale. Il regista racconta con rapide pennellate la passione tra Adèle ed Emma, dai primi baci fino a un intenso rapporto erotico, ma anche con la condivisione di amicizie e momenti di vita. Emma è una pittrice che frequenta un circolo di amici colti con i quali Adèle si sente un po’ a disagio, ma posa per lei mei momenti liberi dal nuovo lavoro in una scuola materna. La storia si dipana descrivendo la crisi del rapporto, con Emma che comincia a vedere Lisa - un’amica omosessuale incinta - e Adèle che cede alla avances di un collega maschio. Una lite furibonda prelude a un mesto addio, con Adèle in lacrime che non vorrebbe perdere il suo amore ed Emma decisa a farla finita per sempre. Il film termina con le due ragazze che si ritrovano al tavolo di un bar, parlano di un amore finito e del tempo perduto, accettano il fatto compiuto e si lasciano da buone amiche, nonostante un velo di tristezza.
Il titolo del film fa presagire un sequel composto dai capitoli 3 e 4, anche perché il finale della storia è completamente diverso dal romanzo a fumetti, fino a quel punto tradito nella parte erotica ma non nel senso intrinseco del racconto. Abdellatif Kechiche segue la lezione di Lars Von Trier (Nymphomaniac) e narra con realismo poetico (una caratteristica del cinema francese) il rapporto omosessuale tra un’adolescente e una ragazza più adulta, la passione sfrenata che lega due persone fino a trasfigurarle in un solo corpo. Il senso delle intense sequenze erotiche - ai limiti del porno - sta proprio nella volontà di far capire fino a che punto le due ragazze diventano una cosa sola, una comunione totale di corpo e pensiero. La vita di Adèle è minimalismo allo stato puro, cinema realista raccontato con la macchina a mano e intensi primi piani, soggettive nervose, fotografia sporca, montaggio sincopato. Il regista opta per un fastidioso suono in presa diretta che spesso impedisce di seguire i dialoghi, ma è un effetto realistico voluto, forse è più importante non sentire le parole che apprezzare il dialogo fino in fondo. La macchina da presa segue i protagonisti, li pedina neorealisticamente nel quotidiano, indagando rapporti e relazioni, frasi innocue, gusti alimentari e vita familiare. Bravissime le due giovani protagoniste, mai in imbarazzo neppure nelle oltremodo realistiche sequenze erotiche. Meritata la Palma d’Oro a Cannes, così come sono meritati i complimenti per l’attrice rivelazione, la ventenne Adèle Exarchopoulos, che sprizza un fascino da lolita. Da vedere su Sky Cinema Cult prima possibile, visto che ormai alcuni canali satellitari di qualità hanno preso il posto delle sale nella diffusione del vero cinema.
Gli scacchi della vita (2014) di Stefano Simone
Regia: Stefano Simone. Soggetto: dall’omonimo racconto di Gordiano Lupi. Sceneggiatura: Francesco Massaccesi, Sebastiano Giuliano, Matteo Simone. Musiche: Luca Auriemma. Fotografia e Montaggio: Stefano Simone. Trucco/Effetti speciali: Mariangela Spagnuolo. Durata: 86’. Genere: Drammatico. Formato: 16:9 widescreen (1.77:1). Audio: Stereo PCM. Origine: Italia. Anno: 2014. Produzione: Indiemovie. Interpreti: Michael Segal (Massimo adulto), Libero Troiano (Massimo giovane), Filippo Totaro (Giocatore di scacchi), Antonio Potito (Barbone), Gianni Lauriola (Magnaccia), Giulia Rita D’Onofrio (Madre di Massimo), Luigia Ilenia Ciociola (Fidanzata di Massimo), Michela Mastroluca (moglie di Massimo), Marco Di Bari, Matteo Perillo, Nicola Ciociola.
Stefano Simone è un regista pugliese che seguo da tempo e che rappresenta una voce interessante nel panorama del cinema indipendente italiano. La parola indipendente nel suo caso non è usata a sproposito, perché i budget su cui può contare sono davvero modesti, contrariamente ad altri casi di ricchi indipendenti.
Gli scacchi della vita è un lavoro più maturo e complesso dei precedenti, basato su un soggetto tratto da un mio vecchio racconto, rielaborato e rimpolpato in fase di sceneggiatura dai bravi Francesco Massaccesi, Sebastiano Giuliano e Matteo Simone, senza tradire il senso della storia. Simone affronta - forse per la prima volta - i sentieri impervi del cinema d’autore, cita Ingmar Bergman (Il settimo sigillo) e usa il genere per affermare concetti importanti come la scoperta di se stessi e il senso della vita, ma anche l’esperienza del dolore, il cambiamento, la solitudine e l’emarginazione. Nel precedente lungometraggio - Week-end tra amici - avevamo intuito certe potenzialità narrative, nascoste in una struttura da cinema di genere, un noir duro ai limiti dell’horror.
In breve la trama. Massimo è un architetto sposato con una scrittrice che viene ricoverato in ospedale dopo essere stato investito da un’auto; la moglie per intrattenerlo legge la bozza del suo nuovo romanzo: Gli scacchi della vita. Un flashback onirico conduce il protagonista in una dimensione soprannaturale dove un singolare personaggio lo invita a disputare una partita a scacchi che segue regole pericolose. Ogni volta che Massimo perde un pezzo è costretto a rivivere un episodio doloroso della sua vita. Partono nuovi flashback che riproducono immagini dell’adolescenza, un difficile rapporto con la madre prostituta, la morte del padre, il conseguimento della laurea, il lavoro, il suicidio materno, una fidanzata perduta, un magnaccia ucciso per disperazione, il connubio stretto con un vecchio barbone giocatore di scacchi. La partita finisce proprio al termine del dolore, quando il protagonista compie una catarsi totale rivivendo errori e momenti cupi della vita. Riconosce persino la madre, parla di un rapporto perduto, delle incomprensioni, come se si trovassero entrambi in uno straordinario aldilà. Al risveglio tutto sembra un sogno, ma forse non è così, perché un particolare - che non sveliamo - induce a formulare diverse ipotesi, in un finale girato con eccellenti tempi tecnici.
Gli scacchi della vita presenta spunti interessanti come stile di regia, singolari scelte di ripresa e sequenze in panoramica, campo lungo e primo piano, fotografia lucida e intensa, che cambia colorazione e sfumature. Perfetta la scelta degli ambienti degradati teatro dell’azione, tra mare e miseria, verrebbe da dire, in un crescendo pasoliniano. I due personaggi principali sono interpretati dagli ottimi Michael Segal e Filippo Totaro, ben calati nei rispettivi ruoli: intenso quello di Massimo, sopra le righe il giocatore di scacchi che riceve l’avversario in un capannone di periferia. Simone evita gli stereotipi e - pur citando Il settimo sigillo - non ambienta la scena della partita a scacchi con la morte su una scogliera in riva al mare, né in un paesaggio surreale o in un giardino, ai piedi di un albero (come nel mio racconto). Il personaggio del giocatore è straordinario, caratterizzato da una risata folle ed enigmatica, afferma di non essere Dio ma neppure il diavolo, e rifugge da ogni semplificazione. L’interpretazione teatrale ed eccessiva di Totaro è a dir poco perfetta, finisce il film e senti riecheggiare la sinistra risata, ricordi la risposta sibillina alla domanda di Massimo quando chiede dove sia finito: “Sei tra il nulla e l’addio”. Il film è strutturato in flashback sapientemente montati a incastro, quando si narra l’infanzia di Massimo cambia attore, ma la resa del personaggio non ne risente molto, perché Libero Troiano - il giovane interprete - è convincente ed espressivo. Molte riprese con la camera a mano conferiscono una sensazione di straniamento e raccontano più di tante parole i turbamenti adolescenziali del ragazzo, alle prese con vicissitudini dolorose. Rumori di fondo e suono in presa diretta fanno il resto, così come la colonna sonora di Luca Auriemma si conferma una scelta vincente. Musica ritmica, sonorità moderne, tamburi, breakdance, accompagnano le immagini e scandiscono lo scorrere del tempo. Troppo lunghe alcune parti composte da musica e immagini, che ripetono concetti già espressi e finiscono per apparire ridondanti. Al contrario, risultano interessanti le sequenze liriche girate sul lungomare di Manfredonia, introspettive al punto giusto, intense nel descrivere il tormento psicologico del ragazzo. L’incontro tra Massimo e il barbone è una felice scelta di sceneggiatura, anche perché gioca a scacchi come il personaggio incontrato nella realtà onirica. Viene da pensare che lo strano giocatore potrebbe essere una proiezione fantastica della mente sconvolta che ricorda l’adolescenza. Il film non è uniforme. Quando sono in primo piano i due personaggi principali che disputano la partita per la vita, presenta ritmo e fluidità recitativa. Purtroppo i personaggi femminili (moglie, madre del ragazzo e fidanzata) limitano la scorrevolezza della narrazione. Il personaggio del magnaccia è tratteggiato in maniera troppo monocorde, così come sono da rivedere alcuni dialoghi madre - figlio e la recitazione impostata di Giulia Rita D’Onofrio. In ogni caso la pellicola si fa guardare, girata a un ritmo sincopato, tra musica e azione, stringati dialoghi (a parte le sequenze con il giocatore di scacchi) e pochi tempi morti. Il finale lancia un messaggio cristiano: “La vita vale un po’ di dolore”, è importante giocare non tanto per vincere quanto per capire la necessità del dolore. Subito dopo vediamo un caleidoscopio di ricordi che scorrono all’indietro come una pellicola che si riavvolge su se stessa. Rivediamo madre e figlio di fronte, un dialogo tra una presenza surreale che proviene dal regno dei morti e un uomo distrutto dal ricordo del passato. Straordinario il finale che resta indelebile nella memoria per un ricercato effetto sorpresa.
Stefano Simone continua a far ben sperare, raccontando per immagini un noir di provincia, psicologico e introspettivo, dal taglio fantastico e soprannaturale. Riferimenti sicuri: Fernando di Leo, molti autori contemporanei di mafia-movie televisivi (Garrone, Sollima…), le periferie degradate di Pasolini, la lezione di Bergman, la fotografia fredda e asciutta di Friedkin, ma anche sentori surrealisti che citano Buñuel (L’angelo sterminatore). Gli scacchi della vita è un buon lavoro, sceneggiato e diretto con cura, che avrebbe potuto essere ottimo se tutti gli attori avessero fornito interpretazioni a livello di Segal e Totaro. Siamo curiosi di vedere Stefano Simone all’opera con un budget degno di questo nome. Gli scacchi della vita è prodotto con poco più di niente e da un punto di vista tecnico regge il confronto con lavori costati decine di migliaia di euro.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Reportage. Le Antille francesi: Saint Barthelemy
L’isola che porta il nome del fratello di Cristoforo Colombo…
Il fratello di Cristoforo Colombo si chiamava Bartolomeo. Ed è in suo onore che il nostro navigatore chiamò Saint Barthelemy, un’isola piccola piccola di soli 20 chilometri quadrati, le cui montagne sono ricoperte da una vegetazione foltissima e le cui numerosissime spiagge sono formate da una incredibile sabbia di origine corallina.
I primi colonizzatori fecero capolino nell’isola nel 1648 e Saint Barthelemy, meglio conosciuta con il diminutivo di Saint Barts, a parte un brevissimo periodo di dominazione britannica nel 1758, rimase costantemente francese fino al 1784, anno in cui l’isola fu venduta alla Svezia in cambio di un magazzino a Goteborg!
Gli svedesi, dopo aver chiamato la capitale Gustavia, in onore del loro re, la dichiararono porto franco e diedero l’avvio ad un fiorente – e molto spesso clandestino – commercio.
Alla fine delle guerre in Europa, l’isola ritornò sotto il dominio francese, ma il suo stato di porto franco rimase. Si potrebbe dire che Saint Barts ha due facce: una che rispecchia la tranquillità dei suoi abitanti, le cui donne anziane camminano a piedi scalzi e intrecciano paglia per cestini o e cappelli sotto il sole, e un’altra, che è l’immagine della ricchezza e del lusso (è qui che la famiglia Rockfeller possiede una villa con tanto di rifugio antiatomico), una specie di Saint Tropez caraibica, per intenderci.
Del resto, il porto di Gustavia è talmente piccolo che soltanto gli yacht possono attraccarvi. Visitare la capitale è quasi d’obbligo; nonostante le sue dimensioni ricordino una casa di bambole, la città è nota come centro di grandi attività.
Percorrendo, invece, la Route de Grand Fond, si possono ammirare splendide spiagge su cui fermarsi, magari per prendere un po’ di sole o fare immersioni subacquee, per poi proseguire verso Grand Fond, la zona rurale formata da fattorie, tutte rigorosamente in legno, e da casette con il tetto in tegole. E’ proprio tutto un altro mondo.
Più breve, ma ugualmente interessante, è il percorso chiamato Route Corossol da attraversare fino al villaggio della paglia, dove risiedono gli anziani dell’isola, discendenti dei primi colonizzatori francesi ed esperti nel comporre graziosissimi oggetti in paglia.
La vita notturna a Saint Barts è fatta di ristoranti, caffè, club, pianobar e locali – molti dei quali ricavati all’interno di caratteristiche abitazioni – in cui “gustare”, come dopocena, dell’ottimo jazz, rigorosamente live, magari prima di andare a fare quattro salti in una delle più note discoteche, frequentate da scatenati nottambuli di ogni età.
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Reportage. le Antille francesi: Saint Barthelemy | Travelling Interline
Il fratello di Cristoforo Colombo si chiamava Bartolomeo. Ed è in suo onore che il nostro navigatore chiamò Saint Barthelemy, un'isola piccola piccola di soli 20 chilometri quadrati, le cui montagne
La drammatica avventura di un alpino
C’è un alpino, un eroe, che tutti conoscono il suo nome è Cesare Battisti e, contemporaneamente, ce ne fu un altro che rimane sconosciuto ai più e di cui parlerò più sotto.
Cesare Battisti era nato a Trento nel 1875, terminati gli studi nella sua città si era iscritto all’università di Graz e di Vienna, ma si laureò in lettere in Italia e precisamente a Firenze, dove successivamente conseguì anche la laurea in geografia.
A vent’anni aveva già fondato un giornale, la Rivista Popolare Trentina, di pensiero socialista, rivista tenuta sotto osservazione e sequestrata dalle autorità austriache fin dal primo numero. Si dedicò all’attività irredentistica, anche in ambiente universitario, sostenendo con passione l’identità italiana della regione del Trentino e la giusta indipendenza dal Tirolo. Nel 1900 fondò e diresse il quotidiano Il Popolo e quattro anni dopo fu incarcerato per la sua attività sovversiva. Uscito dal carcere si impegnò politicamente e venne eletto deputato alla camera di Vienna nel 1911, dove non perse occasione per criticare apertamente le autorità austriache.
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 2 agosto 1914, varcò il confine e si stabilì a Milano per poi arruolarsi nel 5°alpini come soldato semplice (prima nel btg Edolo, poi in un reparto sciatori al passo del Tonale), dove si distinse per il suo coraggio in diverse operazioni di guerra durante le quali guadagnò una medaglia di bronzo al valor militare.
Promosso tenente, il 10 luglio 1916 durante una sfortunata azione sul monte Corno, per non ritirarsi, difendendo fino all’ultimo la sua postazione, cadde prigioniero degli Austriaci, che dopo un processo sommario, lo giustiziarono per impiccagione insieme a Fabio Filzi nel castello del Buon Consiglio a Trento il successivo 12 luglio. Affrontando il capestro con dignità e fierezza, morì da eroe gridando “Viva Trento Italiana, Viva l’Italia”.
Ora la seconda storia: è quella di un altro alpino che, arruolatosi giovanissimo, era già nel 1913 allievo ufficiale e nel 1915 al comando del 3º plotone della cinquantesima compagnia del Battaglione Alpini Edolo e partecipò alle operazioni di guerra sui monti del Tonale. Tra i suoi commilitoni strinse un cordiale rapporto di amicizia con Cesare Battisti che lo soprannominò “Muscoletti” per la sua perfetta forma fisica, anche se era di bassa statura.
Il 25 maggio 1915, incaricato di effettuare una ricognizione sull’Albiolo, si fece onore respingendo da solo un’azione nemica, dopo essersi avvicinato sospeso nel vuoto, alle postazioni austriache.
Nel luglio 1915, quando a causa del disgelo, diventava difficile per gli alpini tenere la posizione, il Comando di Divisione ordinò l’occupazione di una cresta antistante Punta Albiolo da cui si sarebbero meglio controllate le postazioni austriache sottostanti. Si trattava di un’audace azione di guerriglia dove la velocità e la sorpresa erano fondamentali, “Muscoletti”, al comando di sette sottoposti, si lanciò di corsa e saltando di roccia in roccia come avrebbe fatto uno stambecco, sotto i fischi delle pallottole austriache, riuscì a raggiungere la cima del Torrione, stanò il nemico, e tenne la posizione fino all’arrivo dell’altro plotone di cui faceva parte Cesare Battisti.
Questa azione, dove mise in mostra le sue doti di coraggio al limite della spavalderia, gli valsero la prima medaglia d’argento al valor militare.
Una seconda medaglia d’argento gli venne riconosciuta per il suo contributo determinante nella conquista della Cresta Croce, l’11 aprile 1916 e una terza per la conquista della quota 2432 della Cresta dei Monticelli, il 28 maggio 1918. Un valoroso eroe misconosciuto, come ce ne furono tanti, un alpino le cui gesta vennero immortalate da Beltrame nella vignetta qui riportata.
Il suo nome era Gennaro Sora classe 1892.
Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada
Una piccola isola di origine vulcanica ma ricca anche di bianche spiagge
Lunga soltanto 33 chilometri, Grenada era anticamente chiamata l’isola delle spezie per l’incredibile quantità di piante che venivano coltivate: zenzero, alloro, cannella, vaniglia, cinnamomo, zafferano, pepe nero e noce moscata. Ed era proprio una noce moscata il simbolo che sventolava sulla bandiera di Grenada, mentre dal 1974 è cambiato perché ci sono sette stelle che rappresentano le sette parrocchie della nazione, con quella centrale inserita in un cerchio rosso che si riferisce alla diocesi di St. George’s, la capitale, ma nella parte sinistra della bandiera è stata inserita una noce moscata stilizzata.
La tradizione vuole che le noci vengano “vendemmiate” come l’uva, cioè tramite un vero e proprio pestaggio con i piedi; alle donne spetta il compito di raccoglierle, agli uomini quello di pestarle.
A questo punto, è facilmente immaginabile il profumo che regna costantemente nell’aria di Grenada. Ma le curiosità non finiscono qui. Grenada, scenario di sanguinose guerre anglo-francesi del XVIII° secolo, è anche l’isola più “ribattezzata”di tutti i Caraibi.
Cristoforo Colombo che la scoprì – anche se non è certo che vi sia sbarcato personalmente, altrimenti avrebbe fatto incetta di quelle spezie che, allora, venivano importate esclusivamente dall’Oriente – la battezzò “Conception”, nome che fu ben presto sostituito in “Granada” dai marinai spagnoli che, ammirando le colline sparse lungo la costa, ripensarono alla loro terra di origine.
Poi fu la volta dei francesi che, in omaggio alla loro città, la ribattezzarono “Grenade”. Infine, gli inglesi le hanno dato l’attuale nome Grenada (ma con pronuncia britannica “Greneida”).
L’isola è di origine vulcanica ma, nonostante la presenza di una certa quantità di spiagge in sabbia nera, il paesaggio è davvero da sogno: spiagge bianchissime, laghi, fiumi, cascate, giardini tropicali curati nei minimi particolari e, dulcis in fundo, la piscina naturale ai piedi delle “Annandale Falls”, in cui fare il bagno sommersi dai rododendri.
Ovviamente, come in ogni isola dei Caraibi, gli sport acquatici – immersioni ed esplorazioni subacquee, pesca sportiva, ecc…- sono i più quotati, seguiti a ruota da tennis, cricket e golf. Tra l’altro se si fa snorkeling vicino St. George’s, si avrà la possibilità di ammirare le numerose statue che sono state posizionate sott’acqua e che sono stati denominate “I guardiani”.
La capitale di Grenada, St. George’s, è sicuramente uno dei posti più pittoreschi di tutti i Caraibi. Il Carenage è il porto più interno ed è, in realtà, il profondo cratere di un vulcano ormai spento.
Molti degli edifici che lo circondano risalgono al XVII secolo, costruiti in mattoni dai colori molto forti (gialli, rosa, rossi…). Sulla collina che domina la città si erge il forte costruito dai francesi nel 1705: “Fort George” (nome originale: Fort Royal). Visitarlo è come fare un tuffo nella storia, nel passato. La stessa cosa si può dire per l’interessantissimo Museo Nazionale.
Chi ama la natura, invece, potrà passeggiare all’interno del Giardino Botanico e dello Zoo, dove vivono alcune specie rarissime di uccelli e animali tipici dei Caraibi.
E, anche qui, come nelle altre isole caraibiche, il momento clou del divertimento è il carnevale, che si svolge fra canti e balli e tanta allegria.
Grenada, isola caraibica dove è possibile fare non solo turismo balneare, così come per tutte le altre se si hanno occhi per guardare oltre il mare e le spiagge.
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Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada | Travelling Interline
Lunga soltanto 33 chilometri, Grenada era anticamente chiamata l'isola delle spezie per l'incredibile quantità di piante che venivano coltivate: zenzero, alloro, cannella, vaniglia, cinnamomo ...
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Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"
1948
Yoram Kaniuk
Traduzione di Elena Loewenthal
Edizioni La Giuntina, 2012
ISBN 9788880574453
Uno squarcio di storia che non lascia scampo, vissuta sulla propria pelle attraverso le immagini di un teleobiettivo montato su una steadycam. Anche se la steadycam, negli anni ’40 del secolo scorso, ancora non era stata inventata.
Può essere anche questo il romanzo autobiografico “1948” di Yoram Kaniuk (1930 – 2013), scrittore, critico teatrale, giornalista e pittore israeliano.
«Ero uno sbarbatello che andava a fare il soldato per suonarle al nemico. Ecco quello che ero. Mi ero arruolato così presto, a diciassette anni e mezzo perché ero un eroe o perché avevo paura e fuggivo da qualcosa?», così scrive Kaniuk nelle prime pagine del libro, rievocando l’inizio di quel percorso idealizzato - ma che si rivelerà un’impietosa incognita - che l’autore decide di intraprendere nel novembre del 1947, a soli diciassette anni e mezzo, rinunciando di punto in bianco a terminare gli studi al liceo. Arruolatosi come volontario nel Palmach - la forza ebraica di combattimento regolare istituita nel 1941 in Palestina dall’esercito britannico e dalla formazione paramilitare ebraica Haganah – si ritrova a combattere nel primo conflitto arabo-israeliano: la Guerra di Indipendenza.
«[…] insomma, un giorno qualunque avevo mollato quell’amabile scuola con una dichiarazione che non convinceva neanche me, e cioè che con la radice di tre non avremmo mai cacciato via gli inglesi dal paese, e mi ero arruolato nel Palmach, perché avevo detto che avrei portato i sopravvissuti sulle coste del paese senza pensare sul serio dove sarebbero approdate le navi con i profughi.»
Yoram Kaniuk sarà catapultato nella crudezza e nella barbarie del conflitto e insieme a lui moltissimi suoi coetanei, impreparati e male equipaggiati, che, ogni giorno, rimarranno sul campo.
«Durante quei mesi amari, sino alla prima tregua, eravamo soli, affamati e assetati.»
La guerra si fa sempre più aspra e le battaglie si trasformano in massacri. Yoram Kaniuk, dopo un anno di combattimenti, viene gravemente ferito e trasportato in un ospedale della città di Gerusalemme, sotto assedio. Inizialmente i medici, date le sue condizioni, temono di dovergli amputare una gamba, ma poi, grazie al coraggio dei dottori e ai lanci aerei di medicinali e penicillina avvenuti con successo, Kaniuk riuscirà a salvarsi. Ormai inabile per combattere in prima linea, una volta dimesso dall’ospedale, opererà sulle navi di profughi che, scampati all’Olocausto, approdano in Israele.
Ma il romanzo di Kaniuk non è solo questo. Anzi, forse, non è affatto questo. E’ il ricordo di quegli avvenimenti, vissuti da un’intera generazione nella carne e nel sangue. Ricordo che spoglia di qualsiasi retorica ed eroismo la guerra, quella guerra, qualsiasi guerra: le istantanee trattenute per sempre dalla memoria di Yoram Kaniuk poco più che diciassettenne che, pur imbracciando un mitra Sten, è ancora capace, nonostante tutto, di ricordare i suoni, i colori, gli odori del suo paese e della sua età prima del conflitto. Di chiedere ancora ai suoi commilitoni cosa è giusto e cosa no. Un’innocenza trattenuta a stento, ma poi persa, un’amarezza e un dolore da percorrere, incubi con cui convivere. Quei terribili fotogrammi ripresi coraggiosamente in età adulta e, a distanza di sessant’anni, narrati da un Kaniuk ormai maturo che non ha dimenticato le immagini incalzanti del “teleobiettivo e della steadycam” che si portava nell’anima, con i quali è riuscito a riproporre (e a riproporsi) un pezzo di storia fatto di uomini, donne, interi popoli.
“1948” è stato pubblicato nel 2010 e nel 2011 ha vinto, del tutto inaspettatamente persino per lo stesso Kaniuk, il premio letterario israeliano “Mifal Hapais – Sapir Prize for Literature”.
In un’intervista rilasciata al TG1 nel 2012, Yoram Kaniuk racconta come è nato “1948”. Nel 2005, in seguito a un cancro, Kaniuk entrò in coma e vi rimase per 3 settimane. I medici disperavano di poterlo ormai salvare. «Invece», racconta Kaniuk, «in un modo o nell’altro ne sono uscito. E quando ne sono uscito è stato come un nuovo inizio. Mi ero svegliato dalla morte che quasi mi aveva preso durante la guerra e che tentava di prendermi ora che ero vecchio. E questo mi ha permesso di tornare alla mia storia. E ho scritto un libro “dalla” guerra.»
Un generale dell’esercito che lesse “1948” dopo la sua pubblicazione, ebbe modo di dire a Kaniuk che gli era capitato di leggere molti libri “sulla” guerra, ma “1948” era stato scritto “dallo stomaco” della guerra.
«Ci sono libri. Ci sono film. Dotti saggi sulle battaglie cui ho partecipato eppure non riconosco quello che sta scritto lì. Pitturano il passato in modo che ci si ricordi. I combattenti, che ormai non sono più il Palmach, i combattenti superstiti sono ancora oggi occupati a sanare le loro ferite, a fuggire dagli incubi rimasti dentro di loro dopo la guerra. Ben pochi hanno fatto qualcosa che qualcuno sappia o si sono fatti un nome. Noi siamo una goccia fetida in un mare di ricordi degli eroi del Palmach. Quei grandi soldati sono diventati autisti, marinai, minatori nel Neghev e nei porti. Il loro ricordo s’è cancellato ma solo i ricordi restano loro.»
«Sessant’anni fa, dal dicembre del 1947 fino alla fine del 1948, eravamo di “bella chioma e bell’aspetto”, così siamo stati per davvero. Giuro che eravamo davvero così.», questo scrive Yoram Kaniuk nel suo romanzo “1948”, un caleidoscopio di immagini e sorti tragiche che si intrecciano. Cosmologie di umanità che vogliono vivere e sopravvivere e una giovane vita che pretende di essere vissuta fino in fondo e ricordare.
Personalmente, una volta terminato il libro, ho ricordato altre pagine di guerra, quelle descritte da Beppe Fenoglio, da Curzio Malaparte e dal film di Mario Monicelli “La grande guerra”. Un accostamento che potrà sembrare a prima vista azzardato, privo di qualsiasi coerenza storica. Per quanto mi riguarda, invece, non è così.
In tutte queste opere, così come in “1948”, è descritto il salto mortale compiuto nel secolo scorso dall’umanità nelle trincee e sui campi di battaglia. Sorti scagliate alla rinfusa nell’orrore dalla fionda invisibile degli avvenimenti storici. E dietro alle sorti, persone, immagini, vissuti, sensibilità che hanno tentato di sopravvivere. Epoche nelle quali l’umanità ha condannato se stessa a riflettere la propria immagine in specchi deformanti. Arrivando addirittura, in certi casi, a pensare, come scrive Yoram Kaniuk, che «di Dio a quell’epoca ci si fidava solo con una pistola in mano.»
Patrizia Bruggi
Fonti consultate:
“The Jewish Sabra” di Rochelle Furstenberg - The Jerusalem Post Arts And Culture, 7.10.2011
Intervista di Claudio Pagliara a Yoram Kaniuk del 7.10.2012 per TG1 Billy, reperibile su YouTube
“Yoram Kaniuk: Ich war ein Abenteurer”, di Frauke Meyer-Gosau – Cicero, 10.6.2013
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Isole che sono nell’immaginario di ogni persona. Natura, mare, spiagge e la naturalezza degli abitanti sono un grande richiamo come le “sirene” per Ulisse.
Suoni, profumi, sapori, libertà, bellezza, sensazioni…sono queste le unicità delle isole che ognuno di noi vorremmo visitare una volta nella vita. Sono lontane da noi ed il viaggio è lungo, ma ciò che si ha la fortuna di ammirare compensa della stanchezza del lungo volo. Polinesia, il solo nome evoca un paradiso non ancora perduto e che ci si augura resti ancora naturale nel suo paesaggio e nella sua popolazione.
Non a caso molte persone ci si sono trasferite per recuperare quella naturalità perduta nelle città, e per riacquistare quella pace e serenità che la vita quotidiana ci ha fatto perdere da tempo. Polinesia, luogo incantato nel quale è possibile ritrovare sé stessi, il proprio io, la propria “animalità” o il vivere senza le costrizioni che c’impongono i paesi cosiddetti industrializzati.
Ma incominciamo parlando un po’ della storia di queste isole uniche.
I primi europei che approdarono nelle isole della Polinesia avranno sicuramente pensato di essere arrivati nel paradiso terrestre. Lo sanno bene i protagonisti dell’ammutinamento più famoso di tutti i tempi, reso noto dalle versioni cinematografiche. Ma i marinai del Bounty non furono i soli a perdere la testa per queste terre. La cupidigia e la violenza degli occidentali, infatti, arrivarono in poco tempo a devastare e a distruggere tutto ciò che volevano conquistare. Fortunatamente queste isole magiche si sono salvate e ancora oggi rappresentano il sogno di un luogo incontaminato e sereno comparato al grigiore delle nostre città.
La Polinesia è una macroarea che comprende diversi arcipelaghi sparsi nell’Oceano Pacifico, a ridosso dell’Equatore tra la Nuova Zelanda e l’America Centrale: quelle che vengono definite Polinesia Francese, Hawaii, Tonga, Samoa Occidentali e Sporadi Equatoriali.
Sono cinque i gruppi di isole che costituiscono la Polinesia Francese. Abitate, secondo alcuni, da popolazioni provenienti dall’America Centrale, furono scoperte nel 1521 dalle prime spedizioni spagnole, ma solo nel 1595 ebbero i primi contatti con gli abitanti, che conobbero, oltre all’uomo bianco, anche le armi da fuoco e la sifilide.
Nel XVIII° secolo s’intensificarono le spedizioni scientifiche degli inglesi; nel 1767 Samuel Wallis trovo Tahiti, cominciando la colonizzazione degli europei. Gli indigeni persero pian piano la potestà sulle terre che nel 1880 vennero date in dono dal loro re alla Francia, mentre la dinastia regnante e larga parte della popolazione di Tahiti si erano convertire nel frattempo al cristianesimo. Ne è nata una società multiculturale nella quale si sono poi integrati diversi popoli orientali, portati dagli europei come braccianti nelle piantagioni.
Nelle isole della Società, l’aeroporto internazionale di Tahiti-Faa, della capitale Papeete, e il suo porto rappresentano le porte della Polinesia nel mondo. Tutti i turisti che arrivano passano di qui. L’arcipelago è diviso in due gruppi: le isole del Vento, con Tahiti e Moorea, più densamente popolate, e le Isole di Sotto Vento, con Bora Bora, Raiatea, Tupuai.
Prevalentemente montagnose e di origine vulcanica presentano la particolarità di una vegetazione rigogliosa che lambisce le spiagge sabbiose e bianchissime. L’isola di Tahiti, la più grande della Polinesia francese, incantò i viaggiatori francesi che descrissero le meravigliose cascate di acqua purissima e l’estrema fertilità di quelle terre.
I visitatori che amano la montagna non possono fare altro che avventurarsi in luoghi nascosti e impervi alla ricerca delle tre cascate di Tiarei, ai piedi una foresta di bamboo.
A Tahiti il pittore Gauguin visse molti anni, affascinato dai colori di questi luoghi e, non secondario, dalla grande bellezza delle vahiné tahitiane che ha ritratto in tante opere. L’artista scrisse: ”Nessun uomo, neanche il più felice, può resistere al loro sguardo”. A lui, europeo che l’ha amata molto, l’isola ha dedicato un museo che raccoglie molte opere originali che, insieme ad altre esposizioni, attende i viaggiatori che vogliono conoscere la cultura e le tradizioni di queste popolazioni.
Ma sono le spiagge e il mare cristallino che attirano i turisti, e non solo quelli che amano “oziare sulla sabbia, ma anche quelli che praticano il surf. La spiaggia di Papara, infatti, vede riunirsi i giovani amanti della tavola con i migliori surfisti mondiali.
Per chi ama invece le immersioni e la fotografia subacquea, l’isola ideale è MOOREA, con le spiagge di sabbia bianca, i meravigliosi fondali e la ricchezza della fauna sottomarina, abitata – un tempo – così come si racconta – da una gigantesca lucertola gialla che con la sua coda creò le baie di Cook e di Opunohu.
Ma per chi ama trascorrere lunghi e rilassanti momenti sull’acqua, non si può perdere un giro in piroga nella cristallina purezza della laguna di Bora Bora. A RAIATEA, culla della civiltà polinesiana, regna la sacralità.
Ogni luogo, lì, è dominato dal mito e il monte Temehani è l’Olimpo polinesiano che veglia su questo angolo di mondo per preservarlo da ogni intervento esterno. Sotto il Tropico del Capricorno, decentrate rispetto a Tahiti, le isole Australi sono quelle che hanno mantenute uno stile di vita più autenticamente polinesiano.
Dal clima più fresco, l’arcipelago è un insieme di colori per le splendide abitazioni color pastello, costruite in pietra corallina. Tra la gente permane un diffuso sentimento religioso e nell’isola di Rurutu, nel mese di gennaio, gli antichi riti terminano con una tradizionale gara di sollevamento pesi, cui partecipano uomini e donne.
Segno, forse, della lontananza dell’uomo bianco e della presenza della natura incontaminata, le balene si trovano in queste acque ed è possibile ammirarle tra giugno e ottobre.
L’arcipelago delle Gamblier è quello che reca le maggiori tracce dell’arrivo degli europei. Furono i gesuiti a distruggere i resti della cultura politeista preesistente con la costruzione, al posto dei tradizionali luoghi di culto, di imponenti edifici religiosi.
La sua morfologia ha caratteristiche eccezionali, perché il 95% delle isole sono atolli, una percentuale unica nella Polinesia francese. Per questo l’arcipelago è noto per essere la culla delle perle polinesiane. La perla nera è invece caratteristica dell’arcipela delle TUAMOTU, famose anche per essere il paradiso del diving.
RANGIROA, che significa “cielo infinito” per la continuità del colore azzurro del cielo che si rispecchia nelle numerose lagune, è l’atollo più grande della Polinesia francese, con 240 motu (isolotti), separati da più di 100 piccoli canali.
Squali grigi, mante, pesci napoleone, cernie, sono solo alcune delle creature che popolano le acque circondate da questo nastro di isole. Henua Enana, “terra degli uomini”, così venivano chiamati dai nativi dell’arcipelago delle Marchesi, ma oggi, l’esiguo numero della popolazione che le abita è concentrata in poche delle 12 isole di cui è composto l’arcipelago. A 1500 chilometri da Tahiti è il gruppo situato più a nord, in prossimità dell’Equatore. Qui è nata l’antica arte del tatuaggio.
Continuando il nostro viaggio arriviamo a TONGA, forse l’unica terra del pacifico a non essere stata colonizzata.
Gli abitanti erano guerrieri valorosi e seppero salvarsi dalla conquista degli europei che a più riprese giunsero sulle loro coste.
La cultura di questi popoli, governati da una monarchia ereditaria, si è sposata pacificamente con la religione cristiana, cui hanno aderito con fervore. Le terre di Tonga sono costituite da 171 isole e atolli, di cui solo 40 abitate e si dividono in quattro gruppi: Tongatapo, He’apai, Vava’u e Niuas.
Queste isole conservano ancora la tradizionale cordialità e benevola e festosa accoglienza, insieme ad un patrimonio naturale unico: foreste pluviali, laghi vulcanici e bocche eruttive – che possono essere visitati in lunghe escursioni. .
Immersioni subacquee e discese alla corda sulle pareti delle scogliere attendono i più avventurosi che potranno ammirare anche due specie di iguane molto rare, volpi volanti, pipistrelli considerati sacri e protetti nelle sette aree tutelate, tra parchi naturali e riserve marine.
Il 4 luglio si festeggia il tradizionale Heilala festival, festa del fiore nazionale. Nella capitale Nuku’alofa, “dimora dell’amore”, si fondono gli elementi caratteristici della tradizione autoctona, i Palazzi e le Tombe reali, le antiche e magnifiche chiese cristiane, testimonianza della cultura occidentale.
Il Tongatapo orientale conserva la più grande concentrazione di siti archeologici del pacifico, resti delle tombe delle antiche dinastie.
Ecco, quando pensiamo alla Polinesia, la mente va subito al mare e alle spiagge ma, se si desidera capire un po’ di storia degli atolli e vedere oltre il mare, anche qui è possibile farlo.
E’ sempre il paradiso desiderato da tutte le persone, ma si deve andare anche oltre quello che ci hanno sempre mostrato. C’è molto di più.
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Reportage Polinesia. La terra del sogno e della libertà | Travelling Interline
Suoni, profumi, sapori, libertà, bellezza, sensazioni...sono questi le unicità delle isole che ognuno di noi vorremmo visitare una volta nella vita. Sono lontane da noi ed il viaggio è lungo, ma...
Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis
Ci sono isole che pochi italiani conoscono. Incominciamo ad apprendere un po’ della loro storia.
Come ho già scritto qualche tempo fa, per la maggior parte degli italiani le isole caraibiche si fermano a S. Domingo, Cuba e Jamaica, vuoi perché ci sono i charter (non più per la Jamaica), vuoi perché sono le isole che si vendono da molti anni sul nostro mercato, vuoi perché le altre costano di più perché ci si deve arrivare con i voli di linea, e con scali intermedi e, inoltre, perché non ci sono villaggi italiani.
Ma sono tutte ideali per trascorrervi le proprie vacanze in un contesto naturale dove le spiagge sono belle e il mare adatto anche per chi ama andare alla ricerca di navi affondate. Oggi parleremo di….
ST KITTS - NEVIS
Queste due isolette si autodefiniscono “i Caraibi nascosti” e, agli occhi di mezzo mondo, lo sono davvero, nonostante entrambe offrano uno dei panorami più incredibili di tutti i Caraibi.
Cristoforo Colombo (ebbene sì, sempre lui!) le avvistò soltanto durante il suo secondo viaggio nel 1493, lasciandole tuttavia (bontà sua), ai loro legittimi abitanti, gli indiani Caribi, ma non dimenticò, però, di battezzarle. St. Kitts (in realtà si chiamerebbe S. Cristoforo, un po’ in onore del santo protettore dei navigatori e un po’per una tremenda botta di vanità. Nevis (in realtà Las Nievas, Le Nevi, per le nuvole bianche che ricoprivano le cime dei monti).
Soltanto nel 1607 gli inglesi che vi sbarcarono, le ribattezzarono con gli attuali nomi. La storia racconta di diatribe politiche delle due isolette con Anguilla, alla quale erano associate e con le quali avevano in comune soltanto il governo britannico.
Diatribe che finirono quando, nel 1967, Anguilla si autodichiarò indipendente dall’associazione.
Ma non finisce qui! Secondo “voci di corridoio”, St. Kitts e Nevis sono rivali, ma soltanto per una questione di orgoglio.
Gli abitanti di St. Kitts si sono sempre dichiarati gli unici ansiosi di sviluppo, ma lo stesso vale per quelli di Nevis.
Un tempo, zucchero e cotone erano fonti di enormi ricchezze per entrambe le isole. La prima ha continuato a coltivare la canna di zucchero, senza preoccuparsi troppo del settore turistico che, invece, per Nevis è sempre stata al primo posto.
Tutte e due le isole sono di origine vulcanica, rigogliose e verdeggianti. St. Kitts ha la forma di una mazza da cricket e la capitale: Basseterre, si trova all’interno di un porto naturale ed è, forse, uno dei più perfetti esempi di architettura delle Indie Occidentali.
Nevis, invece, ha una forma quasi perfettamente circolare ed è buffo vederle dall’alto perché, tutte e due insieme formano un grosso punto esclamativo!
La sua capitale è Charlestown, e per girarla non ci vuole più di un’ora. Ma più che i monumenti del luogo, la vera attrattiva di questo piccolo porto sono i racconti degli abitanti.
I tassisti delle isole sono tra le guide migliori di tutti i Caraibi occidentali e sono anche molto loquaci. Non c’è storia o pettegolezzo che non sappiano raccontare.
E’ possibile organizzare gite in barca a Nevis o crociere al chiaro di luna su una delle spiagge lungo la penisola di St. Kitts, o farsi una cavalcata in tutta libertà sulle colline settentrionali, oppure darsi alla scalata del monte Verchild, o del monte Liamuiga, per godere delle meravigliose vedute che offrono.
Ma anche le esplorazioni subacquee non sono da meno. Si può fare una vera e propria caccia al tesoro cercando – e magari trovando – una delle tante navi affondate nei dintorni e non ancora scoperte!
La vita notturna non è molto attiva, ma gli amanti del Jazz avranno di che deliziare le proprie orecchie, sono numerose, infatti, le orchestre di trombe, tromboni, sax, che fanno della musica eccellente.
Il momento clou del divertimento è il Carnevale – avvenimento che accomuna le due isole – che si celebra dal 24 dicembre al 2 gennaio ed è un’esplosione di colori, musiche e danze.
L’usanza vuole che i parenti lontani ritornino sull’isola ed è soprattutto in loro onore che vengono organizzate parate e sfilate in costumi d’epoca.
Indubbiamente è uno degli spettacoli più divertenti di tutti i Caraibi e può essere un valido motivo per scoprire l’anima, la cultura e le tradizioni di queste isole semisconosciute ma, proprio per questo motivo, ancora “vergini” e genuine.
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Reportage i Caraibi "sconosciuti" ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis | Travelling Interline
Come ho già scritto qualche tempo fa, per la maggior parte degli italiani le isole caraibiche si fermano a S. Domingo, Cuba e Jamaica, vuoi perché ci sono i charter (non più per la Jamaica), vuo...
Mapazzone
Questa ricetta ci è suggerita dall'amica Ichigo Imalooser Hachi
Mapazzone post-abbuffate
Tempo di preparazione: 3 minuti
Difficoltà: bassissima
Calorie: poche
Danni per la salute: il fegato ringrazia
Impatto sul vostre finanze: basso
Ingredienti:
2 mele
1 carota grossa
1 arancia
[o altra frutta a scelta]
Dato che l’autrice del post è a dieta dovrete, vostro malgrado, beccarvi i miei salutari “mapazzoni”.
Tuttavia potrebbe essere utile anche a voi se:
- il Natale ha fatto riscoprire i vostri valori più alti tra i quali colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi;
- state assumendo la forma di un panettone;
- l’unico sport che avete praticato ultimamente è stato il sollevamento della forchetta;
- l’ultima volta che siete usciti di casa una sconosciuta vi ha chiesto quante settimane mancano al lieto evento (anche se siete un uomo);
- recentemente, chinandovi per raccogliere un oggetto da terra, i vostri pantaloni hanno emesso un rumoroso e sofferto “CRACK”.
Ma veniamo ora alla ricetta e alla sua ardua preparazione.
Pulite, pelate e tagliate a pezzi gli ingredienti, ficcate tutto nel frullatore aggiungendo poca acqua. Ricordatevi di mettere il coperchio se non volete ritrovarvi con il soffitto e le pareti della cucina di un bell'arancione sgargiante.
Se dei pezzi di carota si bloccano nel frullatore resistete al masochistico impulso di spingerli verso le lame con la mano mentre l’elettrodomestico è ancora in funzione.
Se volete rendere il vostro pasto meno triste potete mettere la brodaglia in un figo bicchiere da cocktail o da aperitivo e abbellirlo con un’allegra cannuccia colorata e un ombrellino (che fa tanto vacanza anche se fuori ci sono 10 gradi sotto zero e voi dovete uscire e affrontare l'invernale brezza mattutina per andare al lavoro).
Mentre lo sorseggiate, buttando un occhio alla dispensa dove ci sono ancora un pacchetto di patatine, mezzo torrone e una solitaria fetta di pandoro che fa gli occhi dolci al barattolo della Nutella, ricordatevi che l’estate si avvicina velocemente e la tanto temuta prova costume incombe su di voi!
Danni per la salute: il fegato ringrazia Impatto sul vostre finanze: basso [o altra frutta a scelta] Dato che l'autrice del post è a dieta (o meglio, dovrebbe stare a dieta ma dopo questa cosa molto
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