Il romanzo, corsi e ricorsi
Più volte abbiamo sostenuto la mancanza di una narrativa prettamente italiana, intesa come grande tradizione romanzesca di ampio respiro. Ciò dipende dal ritardo con cui questo genere da noi si è affermato, a causa della lentezza nello sviluppo del ceto medio, cioè “que’cittadini” (come chi vi parla) collocati dalla fortuna fra l’idiota e il letterato” (Foscolo).
Il romanzo ha il suo impulso nel settecento, in Inghilterra prima e in Francia in un secondo tempo. In Italia, come in Germania o in Spagna, il ceto medio non si è ancora sviluppato come classe pensante e altamente produttiva, in un mondo ancora dominato dall’aristocrazia. Il settecento è il secolo di Defoe, Swift, Richardson, Fielding, della Radcliffe, di Voltaire, di Rousseau, di Choderclos de Laclos.
Sorge insieme al giornalismo, il romanzo, in un clima di diffuso e crescente interesse per la lettura, nonostante l’alto costo dei libri e delle candele, nonostante la nefasta tassa sulle finestre e la mancanza di tempo delle classi lavoratrici. Il costo di un romanzo equivale al salario di una settimana, laddove il dramma elisabettiano era stato, invece, alla portata di tutti con l’ingresso al Globe che costava quanto un boccale di birra.
La lettura di romanzi s’incrementa dopo il 1742, con il successo delle biblioteche circolanti. La classe mercantile e borghese comincia a sfogliare storie per divertimento, leggere diviene sempre più un’occupazione femminile. Pamela di Richardson è l’eroina di una generazione di cameriere letterate, domestiche di famiglie facoltose con accesso alle biblioteche dei propri datori di lavoro. Il romanzo avrà lo stesso successo di popolo dello sceneggiato televisivo che Cinzia Th Torrini ne ha oggi tratto, il famoso Elisa di Rivombrosa.
È in questo periodo che cominciano a distinguersi i generi, il romanzo picaresco in primis, poi quello gotico e quello epistolare. Si crea una tendenza alla simulazione del vero, un effetto realtà dato dalla finzione del manoscritto ritrovato in soffitta, dell’epistolario rintracciato casualmente in un baule. L’autore si finge solo curatore del testo. Si afferma l’uso della prima persona narrativa, l’io diventa garante della verità, il privato dà spessore e avallo al pubblico. Ma questo romanzo settecentesco figlio della borghesia mercantile ricopre ancora una funzione edificante, attua uno schema lineare per il quale la felicità del singolo coincide alla fine con quella della società. Tuttavia, sul finire del settecento e con l’affacciarsi sulla scena dei primi sussulti romantici, questo schema s’incrina. Già Laclos e Sade avevano ribaltato valori e finali, mostrando che la virtù non sempre ottiene ricompensa, com’era per Richardson. E se in Inghilterra Jane Austen si tiene in equilibrio fra illuminismo e preromanticismo, fra razionalità e sentimento, in Italia Foscolo, con Le ultime lettere di Jacopo Ortis si rifà al Werther di Goethe e smette d’identificarsi con la comunità ma anzi, opera uno strappo bruciante. L’individuo deluso si stacca dalla società, si parcellizza, si mette in contrasto con ciò che lo ha prodotto e lo circonda, fino all’estrema ribellione del suicidio.
Lo storicismo romantico, la rivalutazione del passato come spiegazione del presente e molla verso il futuro, produce poi il romanzo storico, di cui è capostipite Walter Scott. Il romanzo gotico della Radcliffe, di Horace Walpole e di Monk Lewis aveva già attinto a una ambientazione genericamente medievale, con i temi ricorrenti della vergine insidiata, del persecutore diabolico, delle tetre segrete sotterranee nel cupo maniero. In Scott, tuttavia, è la prima volta che il carattere dei personaggi deriva direttamente dal background storico che lo ha prodotto, superando il sensazionalismo.
Quando nel 1821 Manzoni scrive I Promessi Sposi, compie una scelta di radicale rottura, usando un genere disprezzato dai letterati che, allora come oggi, si gloriavano della mancanza in Italia di una tradizione romanzesca. I Promessi Sposi diventano un caso editoriale, le copie vanno a ruba e suscitano nei decenni successivi il proliferare di romanzi storici, in particolare quelli di Tommaso Grossi, Francesco Domenico Guerrazzi e Massimo D’Azeglio.
Il romanzo storico, sia che abbia come scopo il diletto, sia che miri all’edificazione e al progresso, si radica sempre più nel costume della borghesia e si diffonde in modo insperato. La maggior parte degli autori è settentrionale, scrive una prosa classicista, ravvivata da dialoghi tratti dall’esperienza teatrale e con una lingua impastata di toscano moderno. Questo contribuisce alla creazione di una lingua media comune, rappresentativa del livello culturale raggiunto dalla borghesia postrestaurazione.
Il romanzo storico confluisce con naturalezza nel filone positivista e naturalista che s’impone in tutta Europa alla metà dell’ottocento, sulla scia di Comte. Se Balzac e Flaubert si possono considerare precursori del naturalismo, il maggiore rappresentante è Emile Zolà. Molti suoi romanzi raggiungono una tiratura altissima e ottengono sia consensi sia disapprovazione. Meno incisiva l’influenza del positivismo sulla narrativa inglese che pure segue anche il grande filone sociale alla Dickens. Notevolissimo, invece, l’influsso positivista sul grande romanzo russo (Gogol, Turgeniev, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov).
Il feuilleton, o romanzo d’appendice, viene pubblicato a puntate sui giornali e ha un grande seguito popolare. I lettori s’identificano con gli eroi, si appassionano alle loro peripezie, gioiscono del loro riscatto finale. I misteri di Parigi di Sue e Il conte di Montecristo di Dumas diventano best seller.
Il romanzo rosa segue sempre gli stessi schemi, dall’ottocento agli Harmony, in sostanza reinventando la favola di Cenerentola, della bella e povera dal cuore semplice che conquista il ricco e tenebroso (declinato in tutte le salse, dall’eroe byronico e demoniaco, fino all’odierno sadico Mr Gray delle Cinquanta Sfumature di Grigio), scavalcando rivali più blasonate. In conclusione si ha il lieto fine, con la conciliazione degli opposti: matrimonio e passione.
Il romanzo d’avventura ha le sue vette in Verne e Salgari, quello poliziesco in Conan Doyle, con l’urbanizzazione, l’aumento della criminalità, lo sviluppo della scienza positivista applicata alle investigazioni, ma anche in Agatha Christie, Van Dine (creatore di Philo Vance), Edgar Wallace, e, più tardi, quello gangster in Dashell Hammett e Raymond Chandler.
Si sviluppa nel frattempo l’industria editoriale, con numerose case editrici che diffondono sul mercato prodotti letterari in edizioni popolari, come accade in Italia per l’editore Sonzogno. Si moltiplicano le riviste nelle quali trovano spazio la critica militante, la polemica letteraria, le recensioni, i romanzi a puntate. Ci si rivolge a un pubblico di nuovi utenti di estrazione piccolo borghese o operaia, il romanzo diventa un genere di consumo con Tarchetti, Verga, Capuana, D’Annunzio, De Amicis. Si abbandonano i soggetti storici in favore di quelli contemporanei. Tutta la produzione della seconda metà dell’ottocento è sotto il segno del realismo, con attenzione per la questione sociale non risolta dall’unità d’Italia. Ci si limita, però, spesso, a un atteggiamento pietistico e genericamente umanitario verso le classi meno abbienti, al sottoproletariato urbano e rurale rappresentato con un linguaggio che vira dal classicheggiante al finto plebeo, laddove la figura dell’operaio non trova ancora spazio. (Cuore di De Amicis o Il ventre di Napoli di Matilde Serao).
Ancora una volta, il romanzo più popolare ha maggiore sviluppo nel resto d’Europa che in Italia. Mentre all’estero si spazia dal romanzo ideologico di Sue e Hugo, a quello storico di Dumas, a quello poliziesco di Ponson du Terrail e di Sir Arthur Conan Doyle, a quello gotico della Radcliffe, a quello scientifico avventuroso di Verne, in Italia rimane incolmabile la distanza fra scrittori e popolo, fra intellettuali e gente comune, e la nostra produzione di romanzi popolari resta confinata a Carolina Invernizio, Ada Negri, Matilde Serao e Mastriani de La cieca di Sorrento, che ha un successo strepitoso.
È sempre anglosassone la migliore produzione narrativa della fine dell’ottocento. Negli Stati Uniti nascono capolavori come La lettera scarlatta di Hawthorne e Moby Dick di Melville. In Inghilterra Kipling, Stevenson e Wells (considerato il padre della fantascienza) sfruttano le possibilità della narrativa fantastica e avventurosa per esprimere problemi e conflitti del loro tempo. James elabora la tecnica del punto di vista circoscritto, ripresa poi da Conrad.
Da noi, influenzato da Huysmans, D’Annunzio crea il personaggio di Andrea Sperelli, primo vero eroe decadente alla stregua del Dorian Gray di Wilde. Pirandello e Svevo si allacciano alla tradizione europea di Proust, Kafka, Musil, Joyce e V.Woolf, aprendo una prospettiva di ricerca. La costruzione coerente del personaggio e la realtà oggettiva dei fatti perdono d’importanza, il personaggio diventa “coscienza” e si muove avanti e indietro nella memoria, nel flusso di pensiero e dell’inconscio, appena scoperto da Freud e da Jung. Il romanzo diventa saggio, narrazione d’idee, perché l’elemento riflessivo prevale su quello narrativo, ciò avviene in particolare in Thomas Mann.
Mentre in Europa ci si allontana sempre più dal naturalismo, negli Stati Uniti si sperimenta un nuovo realismo, un modo di narrare asciutto, sintetico, che lascia parlare i fatti con Faulkner, Hemingway, Steinbeck, Dos Passos, scoperti e tradotti in Italia da Pavese e Vittorini.
Qui da noi il divario fra letteratura alta e bassa si approfondisce, si stabilizza un vero e proprio doppio mercato delle lettere, da una parte i romanzi di consumo (Pitigrilli, Da Verona, Liala) dall’altra gli intellettuali che scrivono per altri intellettuali (Vittorini, Bilenchi, Moravia, Landolfi, Buzzati). Bisogna aspettare gli anni trenta perché il romanzo si affermi definitivamente come forma d’arte. È del 1929 il numero di Solaria dedicato a Svevo e nello stesso anno esce Gli Indifferenti di Moravia.
S’intrecciano tendenze opposte che vanno sia nel senso di un nuovo realismo – scrittori che recuperano la tradizione regionalista e naturalista arricchendola di una dimensione psicologica, con Silone, Pavese, Vittorini, Pratolini - sia di un realismo di tipo magico con Bontempelli, Landolfi, Alvaro.
In Francia Sartre e Camus scrivono romanzi intellettuali, raccontando l’assurdità e il vuoto dell’esistenza. Tutti i procedimenti volti a destrutturare il romanzo tradizionale, come il monologo interiore o il flusso di coscienza, sono portati alle estreme conseguenze. In particolare con Robbe – Grillet la coscienza diventa attività psichica percettiva in senso fenomenologico. Anche Beckett rappresenta la solitudine, l’incomunicabilità e l’alienazione dell’uomo moderno. La divisione in generi perde molto del suo significato, diventa difficile distinguere fra diario, saggio, riflessione, conversazione.
Intanto da noi il neorealismo postbellico si distingue nettamente dal nuovo realismo degli anni trenta che è prettamente letterario. Il termine, mutuato dal cinema, comporta precise esigenze sociali. I modelli continuano a essere Verga e gli americani, ma i romanzi diventano sempre più socialmente impegnati, realistici, antidecadenti, con un ritorno alla tradizione, appesantita, però, dall’ideologia.
Espressione più alta del neorealismo è Pratolini in Cronache di poveri amanti, ma sono fondamentali anche Rea, Brancati, Tobino, Berto, Fenoglio.
Con la crisi del neorealismo, si sperimentano e si cercano nuove tecniche espressive. In Pasolini il realismo diventa populismo che crea una identificazione mimetica, attraverso il linguaggio dell’autore piccolo borghese, con un proletariato vagheggiato e mitizzato. In Ragazzi di vita i protagonisti parlano un dialetto ricostruito in modo filologico ma l’autore si fa comunque sentire nelle descrizioni liriche.
Calvino elabora la sua vena fantastica, mentre Sciascia, Cassola, Bassani, la Ginzburg, la Ortese, Pomilio e Piovene sperimentano ognuno con il proprio stile. Il romanzo storico viene rivisitato in chiave moderna da Tomasi di Lampedusa e dalla Morante.
Dalla fine della guerra agli anni sessanta, realismo e soggettivismo continuano ad alternarsi nella narrativa di tutto il mondo, dalla Yourcenair a Brecht, da Böll a Grass. In Russia scoppia il caso de Il dottor Zivago di Pasternak, censurato e costretto dal regime sovietico a non accettare il premio Nobel, mentre Bulgakov sorprende col suo “romanzo nel romanzo”, Il maestro e Margherita. Negli Stati Uniti si affermano romanzieri afroamericani ed ebrei, fra questi il più importante è Saul Bellow. Accanto a lui abbiamo Roth, Malamud, Mailer, e la beat generation scatenatasi nella scia di On the Road di Keruac, collegata al jazz, agli allucinogeni, alla spiritualità orientale. C’è un rivalutazione e una presa di coscienza delle minoranze etniche, si afferma anche il minimalismo di Carver, uno stile piatto che esclude volontariamente il coinvolgimento del lettore. La contestazione coinvolge anche gli altri paesi anglofoni, soprattutto le ex colonie. Grande rilievo acquista la letteratura sudamericana con il gioco di specchi dell’argentino Borges e la fantasia del colombiano Marquez nel suo capolavoro assoluto Cent’anni di solitudine.
Intanto, da noi, lentamente il mondo industriale scivola dentro la realtà romanzesca con il tema dell’alienazione, dell’uomo robot, in Ottieri, Parise de Il padrone, Bianciardi de La vita agra, Arpino. La macchina culturale si articola sempre più in grandi apparati come la Rai, il cinema, l’editoria, la scuola. Libri e film diventano merci, gli editori manager che si occupano di marketing, e si punta al profitto. Si consolidano i grandi gruppi editoriali a scapito delle piccole case editrici artigianali. Dalla strategia delle due culture si passa a un’unica cultura che le comprende tutte. Fra il 62 e il 65 c’è un boom delle enciclopedie a fascicoli e delle pubblicazioni in edicola. La collezione Oscar Mondadori divulga opere di ogni genere, alte e basse, la scolarizzazione diventa generale, l’università non è più di elite. L’intellettuale diventa un lavoratore, spesso disoccupato o precario.
A questa cultura di massa si oppone la neoavanguardia del Gruppo 63 che decreta la fine del romanzo borghese, la sua morte con Sanguineti e Balestrini. La contestazione del 68 riporta l’intellettuale nel mondo e il processo di massificazione della cultura riprende (per fortuna, diciamo noi). La Trivialliteratur riacquista pregio e diffusione, l’industria culturale si rivolge a tutti e individua settori che tirano, ad esempio il mondo femminile o quello giovanile, e chi sa rappresentare uno di questi settori può diventarne autore.
Simenon in Francia e Scerbanenco in Italia ridanno impulso al genere poliziesco di qualità, Peverelli e Gasperini portano avanti una tradizione rosa che non sa svincolarsi dalla tradizione, sempre legata a eroine come quelle di Liala, punite con la morte se appena trasgressive, ancora legate all’immagine di donna che ama e non ha appetiti sessuali.
Ma di pari passo continuano ad agire intellettuali puri come d’Arrigo e Eco, sebbene sempre più la sperimentazione neoavanguardistica si spenga nel ritorno alla tradizione. Il clima postsessantottesco favorisce un reflusso nel privato e nel regionalismo (Tomizza, Sgorlon) L’affermarsi del’istituzione del premio letterario fa sì che le scelte del pubblico siano fortemente influenzate.
Dopo gli anni settanta, la fantascienza prosegue il suo cammino e, durante gli ottanta, si sviluppa la fantasy, con il grande capostipite Tolkien ma anche altri autori di spicco (Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley, per citarne alcuni, a loro volta discendenti di una tradizione che spazia da Poe a Reider Haggard, fino ai più recenti Sprague de Camp e Lin Carter).
Uno dei maggiori successi editoriali degli ultimi anni, con il quale concludiamo il nostro breve excursus non certo esaustivo, è Il nome della rosa di Eco, a più piani di lettura: giallo, romanzo storico, romanzo filosofico. Questa è la tendenza della narrativa di oggi, quella di svolgersi su più livelli, accontentando varie tipologie di lettori, sia coloro che cercano una letteratura ricca di sfumature, significati e simboli, sia chi desidera solo seguire una bella storia.
Dalla fine degli anni ottanta fino al collettivo Wu Ming del 93 - col manifesto della nuova epica italiana - di acqua sotto i ponti ne è passata, ma è ancora acqua recente e difficilmente analizzabile. In particolare, negli ultimi tempi, Internet ha ulteriormente massificato l’atto dello scrivere, facendo sì che chiunque abbia talento, o anche solo velleità narrative, possa comunicare senza più filtri editoriali, addirittura senza nemmeno essere pubblicato. Ormai persino il testo inedito ha una sua diffusione e il romanzo è diventato transmediale, collettivo, con possibilità di evolversi e cambiare attraverso spin - off e fanfiction dei lettori. Esiste persino un fenomeno di “decostruzione”, in cui i testi messi in rete, addirittura i classici, vengono destrutturati, ripresi, modificati a insaputa dell’autore (chi vi parla ne è stata vittima con un suo racconto.) Non ci è dato sapere se questo è il futuro, e, se sì, è comunque un futuro inquietante.
In conclusione, pensiamo che nessuno ha il monopolio del talento. Come dimostra questa sintesi, ci sono sempre stati nella narrativa corsi e ricorsi, flussi e riflussi. Tutti gli stili, tutte le forme, tutti i generi hanno avuto e hanno pari dignità. La vecchia antitesi fra avanguardia surreale e narrazione tradizionale, fra letteratura alta e bassa, ci sembra che debba essere finalmente superata e che sarebbe l’ora che anche da noi si sviluppasse una grande narrativa, capace di collocarsi nel solco di una tradizione più ampia della nostra così provinciale, una narrativa dove ci fosse posto per tutte le correnti e le forme, dal fantastico al reale, dal sentimento all’intelletto, dal simbolo all’intreccio.
Luca Raimondi, "Se avessi previsto tutto questo"
Se avessi previsto tutto questo
Luca Raimondi
Edizioni Il Foglio, 2013
pp 233
15,00
Questo genere di romanzi suscita interesse non per la trama e nemmeno per lo stile che, pur corretto, è originale solo nell’alternanza fra colloquiale e scolastico. Semmai come specchio, più che di una generazione – Se avessi previsto tutto questo, di Luca Raimondi, è ambientato negli anni novanta, a raccontarcelo ci sono tanti piccoli particolari e la colonna sonora musicale – piuttosto di un clima, di un’atmosfera, riconducibile a quella odierna, di giovani immersi in un precariato che non è solo lavorativo ma si estende a tutti gli aspetti della vita, dallo studio, all’etica, ai sentimenti. È un precariato morale, di valori, di interessi, di cultura, di passioni. Una generazione che va dagli anni novanta fino al 2016, che ingloba diciottenni e quarantenni e si caratterizza per un assenza di centro, di riferimenti, di coinvolgimento reale. Una generazione che galleggia nel vuoto, con una depressione strisciante e un’assenza totale di scopo o direzione.
Il lavoro non c’è e nemmeno si cerca. Lo studio non piace, si resta parcheggiati in università per darsi un tono e perché si pensa di meritare “qualcosa di più" di una occupazione manuale. Le giornate consistono in un ciondolare qua e là, fingendo di fare, pronti ad interrompersi al minimo richiamo e a rimandare gli impegni. Il tempo si srotola inutile fino a sera, quando si parte alla ricerca di compagnia, che non è mai amicizia vera, e di alcol, di droga, di sesso. In cima a tutto c’è il mito dell’amore ma, in realtà, l’impegno spaventa.
Carlo Piras, il protagonista di questo romanzo, è un personaggio tutto sommato sgradevole, pronto a tradire i suoi amici cercando di soffiar loro la ragazza. La sua mancanza di scrupoli ci sembra troppo dichiarata e sincera, ci pone di fronte a zone della nostra umanità che preferiremmo non vedere. Chi di noi non ha mai spiato il partner o la partner di un'amica o un amico, sperando che quegli occhi si posassero su di noi invece che sul fidanzato o la fidanzata legittimi?
Carlo Piras non è innamorato, ha solo bisogno di uscire dalla sua condizione di timido gregario, asociale e fuori posto ovunque.
"Carlo prova ancora una volta la sensazione di trovasi da solo in mezzo alla folla, di essere un'anima che cerca qualche raccordo con il mondo ma non lo trova, forse perché non lo desidera abbastanza ." (pag 48)
Paradossalmente, ottiene status e dignità solo alla fine, quando dà il peggio di sé ma lo fa senza vergogna o finte remore, dichiarando apertamente le sue brame. L’ironia con cui l’autore lo guarda non basta, però, a rendercelo simpatico.
La parte migliore del romanzo è data dalla poetica della nostalgia, onnipresente e trasversale nella scrittura di questo inizio millennio, dove tutto finisce troppo in fretta e la paura di perdere quel poco che abbiamo avuto o siamo stati accomuna giovani e vecchi. Mentre la vita ancora ha da prender forma, la nostalgia, la bestia che ci azzanna e non ci molla mai, è già in agguato.
"I suoi ex compagni appartengono a un'epoca scandita da rituali che non sono più in vigore: la campanella delle otto e trenta, le interrogazioni dei prof, le discussioni durante i dieci minuti dell'intervallo, le ore di educazione fisica trascorse a passeggiare al centro sportivo parlando del più e del meno. Momenti, attimi, che non si ripresenteranno più. E ora che i loro destini sono, al di là dell'attuale apparenza, divergenti, non si riesce a ricreare l'atmosfera di una volta e non rimane che il triste e un po' patetico tentativo di retrocedee all'atmosfera di quei cinque anni trascorsi assieme." (pag 168)
VIAGGIO COL PADRE di Carlo Castellaneta (1930-2013)
Di cosa tratta il libro? La storia si sviluppa con indubbia originalità di costruzione su due piani temporali e spaziali: il protagonista è in viaggio in treno col padre da Milano verso Foggia dove il genitore deve ricevere un'eredità. Siamo nel secondo dopoguerra. Il racconto del viaggio si accompagna a vari ricordi dell'infanzia e della giovinezza, vissute a Milano, in una casa vicino alla ferrovia, con descrizioni di luoghi e ambienti molto curate. Mentre si scende verso sud, il giovane, ora uomo maturo, ripensa con sofferenza agli anni del regime e della guerra e al viluppo di contrasti familiari che ancora lo tormentano. Il significativo sottotitolo dell’opera è infatti La caduta del fascismo visto all’interno di una famiglia piccolo-borghese. Il padre era un convinto fascista; severo, autoritario, coerente fino alla fine con le sue idee, nonostante lo sfacelo avanzante.
A distanza di tanti anni il figlio cerca di parlare a quel genitore duro come un macigno, capace di tradire la moglie e di lasciare la famiglia nel momento peggiore. Sente di avere tredici ore, quelle del viaggio, per costruire un dialogo che non c'è mai stato prima e avere un chiarimento non più rimandabile; è un piccolo processo a una generazione che affollò acriticamente le piazze, portando il paese al baratro. La vicenda quindi ha alcuni aspetti di universalità per la società del tempo. Colpe politiche e familiari si accavallano, aggravate dall’orgoglio di chi non sente il bisogno di doversi scusare. Stazione dopo stazione, si sviluppa la tensione dovuta a questo storico vuoto di parole e di significato, a tanti silenzi e asti che hanno reso estranei tra loro i due viaggiatori. Tredici ore per iniziare a confrontarsi, in un’Italia ormai cambiata. In fondo sono uomini non così diversi: il padre odiava i voltagabbana, ma anche il figlio rompe i ponti con chi si è arricchito col mercato nero, ha vezzeggiato i tedeschi per poi finire nei cortei dei partigiani vittoriosi.
Il padre peraltro era un idealista; non si curava di dare particolari vantaggi materiali alla sua famiglia in crescente difficoltà. Quanto faceva per il regime, di cui era uno dei tanti anonimi ingranaggi, lo faceva per pura convinzione ideale. Ma non ha mai voluto dialogare e ascoltare, in quanto prigioniero della propria arrogante superiorità. Ora il figlio, pur arrabbiato, è quasi pronto a perdonare, come implicitamente gli ha insegnato il signor Ottavio, ex condannato al confino e poi partigiano, che tornò a Milano nel 1945, vincitore ma senza boria. Ottavio era stato decisivo nel formare il protagonista, più con l’esempio che con i discorsi. Gli spiegò, ad esempio, che ogni scelta è politica; quale film vedere o quale libro leggere, sosteneva, sono decisioni politiche, legate a valori e principi, non sono atti da fare acriticamente in nome di un conformismo di convenienza.
Ma per perdonare, devono pur sgorgare parole nuove da quel padre così poco esemplare che ha saputo insegnare solo come esempio negativo.
La tensione che si crea intorno al discorso tra i due, continuamente rimandato, mentre ormai la periferia di Foggia si avvicina, è la parte più bella; solo le ultime pagine diranno se la non facile disponibilità al perdono troverà, finalmente, le necessarie parole di rincrescimento dal vecchio genitore. D'altronde, se il libro invita a voltare pagina dopo tante sofferenze, esso spiega anche che una comprensione del passato sembra comunque irrinunciabile, pur a distanza di molti anni.
Il Cuore di tutti noi

Cuore
Edmondo De Amicis
Garzanti, 1968
“Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di malavoglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica faticavano a tener sgombra la porta.”
No, non siamo in Diagon Alley. No, non ci sono Harry, Ron e Hermione che, frettolosamente, fanno gli ultimi acquisti di bacchette e scope magiche prima di prendere il treno per Hogwarts.
Eppure la sensazione è la stessa: il formicolante inizio di un nuovo anno scolastico che sarà pieno di novità, di promesse, ma anche di difficoltà. Enrico Bottini non è Harry Potter e Torino non è Londra ma anche lui, per crescere, dovrà scontrarsi con una realtà non sempre piacevole, non sempre corrispondente a quelli che sono i sogni di un bambino.
E il successo di questo romanzo, almeno in Italia, fu paragonabile a quello della saga inglese.
Libro Cuore, dunque, non solo Cuore, “il libro” per antonomasia, capace di rimanere nell’immaginario collettivo come emblema della didattica morale.
Pubblicato nel 1886 dalla casa editrice milanese Treves, Cuore di Edmondo De Amicis (1846 - 1908) racconta, sotto forma di diario, l’anno scolastico di una terza elementare torinese, con il protagonista Enrico Bottini, i compagni di scuola di quest’ultimo, più altri caratteri di contorno. Chi non ricorda il buon Garrone e il perfido Franti, il muratorino muso di lepre, il gobbino Nelli, il superbo Nobis, il maestro Perboni - solitario e dabbene - la maestrina dalla penna rossa? Alcune figure sono diventate tipiche, come Derossi, sinonimo ormai di primo della classe.
“Quella classe diventa la finestra da cui si guarda l’Italia dell’ultimo ottocento”, afferma il Cappuccio. Oltre agli alunni, ai bidelli e agli insegnanti, si affacciano nella storia le famiglie, con le loro diverse appartenenze sociali, con i loro mestieri, le loro miserie e nobiltà. Vi è rappresentata Torino, con le strade, le piazze, il circo, i soldati che sfilano, ma vi è raccontata anche l’Italia postunitaria o, almeno, vi è l’intento d’inventarla attraverso un’operazione di amalgama, di fusione.
L’aula è una zona franca interclassista, nella quale convivono piccolo e alto borghesi, operai e sottoproletari. Il maestro Perboni, i genitori, cercano di stabilire e inculcare un codice comune di valori da condividere, basati sul trittico Dio, Patria, Famiglia. Un faticoso tentativo di accordo in un’Italia appena fatta che, purtroppo, resterà disuguale e disunita ancora troppo a lungo.
“Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni, e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.”
L’intento educativo è debordante in ognuno degli episodi ma, soprattutto, nei famosissimi racconti mensili a carattere risorgimentale, patriottico, edificante. Arcinoti La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande, Il piccolo scrivano fiorentino, etc, letti e riletti dai bambini di ogni epoca, ancora capaci di strappare una lacrima a nonni e nipoti. E, tuttavia, questi stessi racconti dall’intento moralistico e didattico gettano un occhio alla questione sociale, occupandosi della vita militare, della condizione degli insegnanti elementari, dell’emigrazione.
La critica ascrive Cuore al manzonismo minore, lo considera un autore mediocre per la prosa piana e discorsiva, l’intento troppo scoperto di elevazione morale, il “corto respiro” della narrazione. Se ne sono fatte decine di parodie, Umberto Eco ha addirittura ribaltato la prospettiva nel suo “elogio di Franti”, dove il cattivo è eletto a unico baluardo sovversivo contro una società mediocre che svilupperà il fascismo. Eppure il librone, almeno per quelli delle passate generazioni, restava una pietra miliare, da tenere sulle ginocchia e leggere insieme a mamme e nonne, commuovendosi per certi eroismi che sfociavano sempre nell’estremo sacrificio di sé, in quel clima funebre che doveva essere comune in un’epoca nella quale la mortalità infantile era alta e le infezioni abbassavano la speranza di vita dei cittadini. Un clima che era, tuttavia, anche di grande fiducia nel futuro, nel progresso, nel miglioramento al quale sembrava inevitabile andare incontro, grazie soprattutto alla diffusione della cultura e dell’alfabetizzazione.
“Immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, è la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.”
C’è da chiedersi, in questi giorni bui, dove siano finiti certi ideali.
ALIA Evo 2.0
ALIA Evo 2.0
Curatori: Silvia Treves e Massimo Citi
disponibile in formato .mobi, .epub, .pdf e .azw3.
Pagine 510 - € 5,99
ALIA è una parola che non esiste nella lingua italiana. Solo per il momento, forse. Ma per un gruppo di persone, autori e lettori, ha un significato ben preciso fin dal 2003, ovvero dalla data della prima edizione di un'antologia divenuta leggendaria. Significa fantastico - gotico, steampunk, space opera, distopia, horror, fantastico quotidiano, ghost story, fantasy, weird - scritto da autori italiani e autori stranieri. Dicono i curatori: “Siamo arrivati alla dodicesima edizione e alla seconda edizione in formato digitale. Ma questa dodicesima edizione ha una particolarità: è scritta soltanto da autori italiani. Diciassette autori che hanno deciso di unirsi in un'operazione bizzarra e inattesa nel panorama italiano, accostando i loro testi e creando un'antologia di cinquecento pagine. Un’antologia virtuale, perché l'edizione elettronica è una conferma alla nostra visione corale della narrativa. Siamo fuori moda, lo ammettiamo. Siamo superati; collaboriamo piuttosto che litigare, leggiamo prima di scrivere, pensiamo prima di parlare. Il risultato l’avete davanti a voi: un testo felicemente ricco di sfumature e carico di visioni: allucinanti, spaventose, remote o malinconiche. Il viaggio di ALIA continua”.
Gli autori di ALIA Evo 2.0:
Consolata Lanza: vive e lavora a Torino. Legge, scrive e tiene un blog, Anaconda Anoressica. È molto fiera di avere partecipato al progetto ALIA fin dall’inizio e di essere collaboratrice di LN-LibriNuovi nonché pubblicata da CS_libri. Tutte le sue opere, in cartaceo e in digitale, possono essere trovate su Amazon o presso la casa editrice digitale DuDag. Sempre più spesso i suoi lavori, anche quando non sono esplicitamente di argomento fantastico, come la maggior parte dei suoi racconti, sfumano nel surreale e, talvolta, nel fiabesco. E questo la dice lunga sul suo rapporto con la realtà.
Eugenio Saguatti: nato a Bologna nel 1968, in piena contestazione studentesca. I fumi delle molotov, respirati in fasce, hanno lasciato il segno. Per lungo tempo tenta di fare la persona normale, a modo, ma fallisce. Dopo una imbarazzante serie di insuccessi lavorativi - fabbro, venditore di enciclopedie, elettricista, tornitore, magazziniere in un atelier di moda (per cinque giorni), giornalista (per tre anni), pubblicitario, insegnante di grafica - si arrende: fare lo scrittore, o morire tentando. Ha pubblicato un centinaio di racconti e, nel 2010, il primo romanzo. Piuttosto che dare alle stampe il secondo, l’editore dichiara fallimento. Ricomincia daccapo, di nuovo. Al momento sbarcatore di lunario professionista, paga i conti con lavoretti da grafico, fotografo, verniciatore di ringhiere.
Vincent Spasaro: ha pubblicato il dark thriller paranormale Assedio (Mondadori 2011, ripubblicato nella versione originale da Anordest a Settembre 2014) e il dark fantasy Il demone sterminatore (Anordest 2013). È stato tre volte di seguito finalista al Premio Urania e una al Solaria. Ha curato per anni la collana di letteratura weird Fantastico e altri orrori delle Edizioni Il Foglio.
Danilo Arona: scrittore, chitarrista e critico cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Melissa Parker e l’incendio perfetto (Dino Audino), Black Magic Woman (Frilli), Palo Mayombe e Cronache di Bassavilla (Flaccovio), L'estate di Montebuio (Gargoyle Books), Ritorno a Bassavilla (Edizioni XII), Malapunta — L’isola dei sogni divoratori (Cut Up), Finis Terrae e Bad Visions (Mondadori), La croce sulle labbra (Anordest) in coppia con Edoardo Rosati, Io sono le voci (Anordest), Vento bastardo (Iris 4), L’autunno di Montebuio (NeroCafè) con Micol Des Gouges, Rock (Edizioni della sera), Km 98 ancora con Edoardo Rosati (Anordest), Un brivido sulla Schiena del Drago (Larcher) e Croatoan Blues (NeroCafè).
Maurizio Cometto: nato a Cuneo il 29.09.1971. Tra i suoi libri pubblicati, il romanzo Il costruttore di biciclette (Il Foglio 2006), la raccolta L’incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantastici (Il Foglio 2008), e il romanzo per istantanee Cambio di stagione (Il Foglio 2011). Ha pubblicato numerosi racconti in antologie, siti internet e riviste. Laureato in Ingegneria Meccanica, vive a Collegno.
Massimo Citi: è stato essenzialmente un libraio, episodicamente uno scrittore. In questa veste ha pubblicato qualche racconto in antologie varie, vinto il premio nazionale Omelas nel 2001 e pubblicato, tra gli altri, l'antologia In controtempo per CS_libri, il romanzo UKR per DuDag, Luna lontana e Settembre del ciclo della Corrente presso Amazon.it, Il perdono a dio, Coralinda e La testa tra le nuvole presso LuLu. Appassionato di fantastico e di fantascienza ha pubblicato i suoi racconti nelle antologie Fata Morgana e ALIA. Questo racconto, come altri precedenti, è ambientato nei mondi della Corrente.
Fabio Lastrucci: nato a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato con le principali reti televisive nazionali e il Teatro lirico nei laboratori Golem Studio e Metaluna. Nel 1987 disegna il fumetto La guerra di Martìn, su testi di Francesco Silvestri. Come autore teatrale ha scritto lo spettacolo Racconti salati (con F. Rea e F. Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite (tra gli altri) da Il Foglio Letterario, CS_libri, DelosBooks e Dunwich. Nel 2012 pubblica il saggio I territori del fantastico con le Edizioni Scudo e nel 2015 il saggio Fantacomics con Delos Digital. Tra il 2014/15 pubblica con Dunwich edizioni l'horror L'estate segreta di Babe Hardy, e con Milena Edizioni i romanzi Precariopoli e Il ritorno dell'Arcivento. Collabora con interviste, recensioni e articoli con le riviste «Delos Science Fiction» e «Rivista Milena».
Chiara Negrini: mantovana di nascita e piacentina d'adozione, ha pubblicato racconti per Delos Books e per Edizioni Domino, esplorando vari generi: umoristico, fantastico, romance, drammatico. Nel 2014 esordisce per i tipi di Edizioni Domino con il suo primo romanzo, Il Vampiro della Bassa, urban-fantasy dal background umoristico che raccoglie l’eredità di un Giovannino Guareschi dai contorni fantastici; scritto in dialetto mantovano-viadanese e con traduzione italiana a fondo. Il lavoro le frutta il primo premio al Premio Nazionale Cittadella come miglior urban fantasy italiano. Attualmente alterna la scrittura al disegno, attività a cui non ha mai rinunciato, e allo studio della lingua giapponese.
Davide Zampatori: nato a Roma, nel 1986, lavora come sistemista in un parco divertimenti. Dal 2011 gestisce il blog di racconti a puntate Menestrello Itinerante, mentre dal 2012 è uno degli autori di «Rivista Fralerighe», collaborando nelle rubriche di fantastico. Nel 2014 Timeshifters, storia precedentemente comparsa su Menestrello Itinerante, viene pubblicata con Lettere Animate Editore. Il 2015 lo vede tra i fondatori del collettivo di scrittura «Scrittori in corso» di cui è anche curatore.
Vittorio Catani: pubblica fantascienza dal 1962. Dal 1990 collabora alla pagina culturale della «Gazzetta del Mezzogiorno» con articoli su nuove tecnologie, futurologia, fantascienza. Ha al suo attivo cinque romanzi, fra cui Gli universi di Moras (che vinse la prima edizione del Premio Urania Mondadori nel 1990); Il quinto principio («Urania», 2009, Meridiano Zero, 2015); Per dimenticare Alessia (romanzo non di “genere”, ed. CS Libri, 2007); inoltre sette volumi di racconti, tre di saggistica. Collabora a Fantascienza.com, a «Robot», al trimestrale di ecologia online «Villaggio Globale» con racconti di fantascienza su temi ecologici. È stato tradotto in Francia, Germania, Svizzera, Repubblica Ceca, Ungheria, Finlandia, Brasile, Giappone. Ha vinto 17 volte il Premio Italia per la fantascienza; alla sua opera sono dedicate alcune tesi di laurea.
Valeria Barbera: scrive dal 2011. Ha pubblicato un romanzo e racconti in antologie e riviste quali Robot e Writers Magazine Italia. È stata finalista al Premio Robot e al Premio Francis Marion Crawford.
Paolo S. Cavazza: informatico di professione, fotografo per passione, Paolo Cavazza sognava da ragazzo di diventare un emulo di Arthur C. Clarke. Il sogno è sbiadito nel corso della sua vita professionale, ma la voglia di scrivere è riemersa da quando ha lasciato il suo lavoro ed è, più o meno felicemente, in attesa della pensione. Oltre ad una disordinata collezione di file scritti negli ultimi venticinque anni su sistemi grandi e piccoli, da Windows al mainframe IBM passando per Unix, conserva una pila di dattiloscritti ingialliti e polverosi, che sono ora oggetto di accurate analisi stratigrafiche allo scopo di recuperare le cose migliori, ed eventualmente di riscriverle in una forma aggiornata.
Francesco Troccoli: autore dei romanzi Ferro Sette (Curcio 2012 e Delos Digital 2016) e Falsi Dei (Curcio 2013 e Delos Digital 2016), ambientati nel cosiddetto Universo Insonne. L'uscita di un terzo volume è prevista per aprile di quest’anno. Del 2012 è Domani Forse Mai (Wild Boar), raccolta di racconti a cura dell'associazione RiLL. Ha curato con Alberto Cola l’antologia Crisis (Della Vigna 2014) ed è membro della Carboneria Letteraria, con cui ha pubblicato il romanzo collettivo Maiden Voyage (Homo Scrivens 2014).
Mario Giorgi: nato a Bologna nel 1956, è stato co-autore e regista del gruppo comico Trioreno, ha scritto testi per radio e teatro, ha pubblicato Codice (Bollati Boringhieri 1994), Biancaneve (Bollati Boringhieri 1995), Sulla torre antica (Portofranco 1998),23 : 59 (Rai Eri 1999), Torpore (Portofranco 2001), Alter E (Un fagiano) (:duepunti 2010).
Fulvio Gatti: è un giornalista, project manager e networker torinese, ma di radici monferrine. Ha pubblicato un saggio su «Star Wars», racconti per svariate antologie, la sceneggiatura per un graphic novel edito in Italia e Francia, tradotto volumi a fumetti dall'inglese, scritto e coprodotto cortometraggi e video istituzionali. Ha collaborato con i più importanti eventi nazionali legati al fumetto e organizzato le manifestazioni «Libri in Nizza», «Festival del Paesaggio Agrario», «La notte degli ultracomics» e «Segno Critico» (le ultime due con il gruppo di lavoro Marley&Scrooge). Conduce il programma radiofonico e podcast «Sono solo nuvolette». È vicesindaco di un piccolo, ma meraviglioso, paese del Monferrato Astigiano.
Massimo Soumaré: Torino 1968. È scrittore, traduttore, insegnante, saggista e ricercatore. Suoi racconti sono stati pubblicati in diversi volumi tra cui ALIA (CS_libri), Igyô korekushon (Kôbunsha), Kizuna: Fiction for Japan (Brent Millis), Onryo, avatar di morte (Mondadori) e sono stati editi in Cina, Giappone e USA. Tra le sue ultime pubblicazioni, il racconto Kareena in Robot 76 (Delos Books) e i saggi in Aspects of science fiction since the 1980s: China, Italy, Japan, Korea (Trinity College Dublin /Nuova Trauben) e nel volume I mondi di Miyazaki-Percorsi filosofici negli universi dell’artista giapponese (Mimesis Edizioni) a cura di Matteo Boscarol. Il volume Sekai no SF ga yatte kita!! Nipponkon fairu 2007 (Kadokawa Jimusho) si è aggiudicato in Giappone il Premio Seiun 2009 nella sezione non-fiction e Il Vampiro della Bassa (Edizioni Domino) di Chiara Negrini, ha vinto il Premio Cittadella 2015 come miglior urban fantasy italiano.
Silvia Treves: scrive quando riesce a liberarsi del suo lavoro (docente di Scienze e Matematica, ma soprattutto produttore di scartoffie virtuali). Scrive un certo numero di recensioni per LN, frequenta pochissimo i social network e scrive racconti di genere fantastico, spesso di fantascienza, che sono quasi sempre troppo lunghi. Il suo obiettivo è mettere insieme un racconto breve. Ha pubblicato numerosi racconti su Fata Morgana e su ALIA e per CS_libri il romanzo Sarà ieri. Ha vinto il Premio Omelas nel 2001 con il racconto Cielo clemente.
Gordiano Lupi
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ALIA Evo 2.0: L'Arcipelago del Fantastico eBook: Silvia Treves, Massimo Citi: Amazon.it: Kindle Store
http://www.amazon.it/ALIA-Evo-2-0-LArcipelago-Fantastico-ebook/dp/B01D1K7N96
George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"
Sulle ali del vento del nord
George MacDonald
Traduzione di Lotte Vignola
Auralia edizioni, 2012
pp 323
15,00
È indubbio che sia in atto una rivalutazione delle opere dello scrittore scozzese George MacDonald (1824 – 1905) e, in particolare, di At he back of the North Wind del 1871.
George MacDonald, noto per le sue favole e i suoi romanzi di argomento fantastico, si mosse in quell’atmosfera preraffaellita di cui faceva parte William Morris e s’inserì nell’ambito di frequentazioni che annoveravano Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (del quale fu amico) e C.S. Lewis.
Quest’ultimo aveva una grande ammirazione per la produzione di MacDonald, lo considerava il suo maestro, a differenza di Tolkien che, come fa notare Roberto Arduini, aveva una vera e propria antipatia per la scrittura dello scozzese.
“Il motivo di tanta crescente avversione”, ci spiega Arduini, “era proprio una delle caratteristiche principali di MacDonald, che divideva profondamente Tolkien da Lewis e Il Signore degli Anelli dalle Cronache di Narnia." Come scrive nella bozza di prefazione a La chiave d’oro, «MacDonald è un predicatore, e non solamente dal pulpito della chiesa; egli predica in tutti i suoi numerosi libri». A Tolkien andava di traverso l’allegoria morale: «Non sono molto attratto (anzi, direi il contrario) dalle allegorie, mistiche o morali» (R. A.)
Marco Gionta, della Auralia edizioni, ha scelto di ripubblicare il testo, già uscito nel 2011 con l’editore Raffaelli, compiendo un’operazione di rilettura, diremmo così, “personalizzata”. Per capirlo bisogna partire dalla scelta del titolo: At the Back of the North Wind, tradotto nell’edizione Auralia non più con “Al di là del vento del nord”, bensì con “Sulle ali del vento del nord”. Non è questo un particolare da trascurare. Tutto ruota, infatti, attorno a ciò che sta “alle spalle del vento del nord.”
Diamante è un bambino vittoriano, cresciuto in una famiglia modesta ma dignitosa, in mezzo a persone oneste e rette. Il padre, cocchiere, è un gran lavoratore, la madre un esempio di virtù. Diamante stesso, che porta il nome del cavallo di famiglia, è un “Bambino di Dio”. S’intende con questa espressione l’idea di un bambino geniale ma talmente candido da apparire quasi ritardato. Diamante ha una limpidezza, una bontà, una generosità angelica tale da colpire al cuore e redimere chi viene in contatto con lui.
“La più grande saggezza sembra follia, a quelli che non la possiedono.”
“Le persone buone vedono cose buone e quelle cattive cose cattive”
Sarà proprio per questa sua caratteristica che verrà scelto da Vento del Nord, che altri non è se non la Morte, una sorta di dea gigantesca dalle molte personalità, terribile come Kalì e amorevole come Durga. Vento del Nord è capace di azioni benevole e letali allo stesso tempo. È bella e tremenda, minuscola e smisurata, capace di cambiare dimensioni da un istante all’altro come l’Alice di Lewis Carrol.
Vento del Nord è dunque la Nera Signora, alle sue spalle c’è la fine della vita, c’è un eden, dove si sta bene ma non si può essere del tutto felici perché l’esperienza terrena ci viene a mancare e ci vengono a mancare gli affetti.
“Non poteva dire di essere felice, in quel posto, perché non aveva con sé né suo padre né sua madre, ma si sentiva tranquillo, sereno, quieto e contento e questo era forse meglio che essere felici.” (pag 102)
Ma l’edizione di Auralia sembra non voler far risaltare questo lato funebre della storia. Traducendo il titolo con “Sulle ali del Vento del Nord” si dà importanza al momento ludico, avventuroso, nell’ottica positivistica che caratterizza tutta la produzione della giovane casa editrice. L’accento è posto sulle peripezie, sui viaggi, sui voli di Diamante che, nascosto fra i capelli di Vento del Nord, o aggrappato al suo seno materno e accogliente, visita luoghi meravigliosi, a metà fra l’onirico e il reale, fra il sogno e la visione.
Per chi è buono, per chi è puro di cuore come il piccolo Diamante - il dolce bambino dagli occhi stellati - persino la Morte è amica. Anche il viaggio che egli compie alle sue spalle, nell’Ade, nella terra già visitata una volta da Dante - qui chiamato Durante – e descritta da Erodoto, nel gelido mondo dei più, non lo spaventa e non lo rende infelice. Diamante non è capace di spaventarsi, Diamante tutto ama e tutto comprende, Diamante trova il bello e il buono in ogni cosa. Solo chi possiede la sua ingenuità, la sua saggezza, la sua generosità e il suo amore per il prossimo, considera ogni cosa, anche la malattia, anche la morte, come inevitabile, equa, necessaria.
Diamante è una creatura angelica, dispensatrice di bene, capace di connettersi al resto del creato, di entrare in empatia con la natura, i bambini, gli animali. Ha un rapporto privilegiato con i fratellini, che ama come fossero suoi figli, ai quali canta canzoni preterintellettuali che sgorgano dal cuore. Sa anche comprendere il segreto linguaggio degli animali, riconoscendone la natura celestiale, serafica, affine alla propria. Diamante è una di quelle persone che vogliono bene senza aspettarsi nulla in cambio, che disarmano con il sorriso, con la gentilezza, che pensano sempre e comunque positivo.
“Tutto in quel ragazzo, così pieno di tranquilla saggezza e al tempo stesso così pronto ad accettare il giudizio degli altri, anche a suo discapito, fece presa nel mio cuore e mi sentii meravigliosamente attratto da lui. Mi sembrava, in qualche modo, come se il piccolo Diamante possedesse il segreto della vita e che fosse lui stesso, come era pronto a pensare della più piccola creatura vivente, un angelo di Dio, con qualcosa di speciale da dire e da fare.” (pag 292)
Oltre al piccolo Diamante e alla sua famiglia, i personaggi che popolano la storia sono gli stessi di gran parte della narrativa vittoriana: ragazzine povere dai tratti dickensiani, cocchieri ubriaconi che picchiano la moglie, anziani benefattori che somigliano a quelli successivamente ritratti da Frances Hodson Burnett ne Il Piccolo Lord Fauntleroy e ne La piccola principessa.
Nel testo trovano posto anche fiabe, poesie, indovinelli, come sarà poi in Tolkien e com’è nella tradizione di Lewis Carrol e delle Nursery Rhymes di Mother Goose. Molti sono inoltre i topoi della letteratura fiabesca che ritroviamo qui, dal cavallo parlante, all’armadio fatato, (cfr Le cronache di Narnia ma anche un film recente come Monsters & Co), al vento turbinoso che trasporta in mondi fantastici (Il meraviglioso Mago di Oz di Frank Baum, 1900).
Riferimenti
Roberto Arduini, “George MacDonald e J.R.R. Tolkien, un'ispirazione rimpianta” , www.jrrtolkien.it
Elvira, la modella di Modigliani
Elvira la modella di Modigliani
Carlo Valentini
Graus editore, 2012
Pp 111
11,90
“Morte lo colse quando giunse alla gloria”
Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: Elvira la modella di Modigliani.
La figura assorbe e occupa tutto lo spazio, ha una compostezza illimitata, una presenza lievemente asimmetrica; il tratto ricorda le maschere africane, il corpo femminilissimo possiede, però, una solidità maschile, l’ovale del viso è raffinato, la bocca dolce, l’espressione consapevole e malinconica. È Elvira la Quique, di cui Valentini racconta la storia in una biografia romanzata, a metà fra narrazione e saggio.
L’autore rivaluta e mette in risalto questa figura, oscurata dall’ultima compagna di Modì, la mite Jeanne Hebuterne, famosa per la fine tragica. Diverse le due donne, diversi i ritratti che le rappresentano. Dolce, ingenuo, quello di Jeanne, inquietante e, insieme, carico di sentimento, malinconia e comprensione, quello di Elvira.
La Quique è figlia di una prostituta, a Parigi finisce per fare il mestiere della madre oltre che la cantante. Ha un corpo conturbante, occhi e capelli scuri. Entra subito nell’ambiente delle modelle, che, nude e impudiche, posano per i pittori di Montmatre e Montparnasse.
Da un uomo all’altro, eccola nelle braccia di Amedeo. Lo amerà tutta la vita, fra litigi e riappacificazioni, fra tradimenti e dispiaceri.
Se Jeanne sarà la compagna dell’anima, la madre dei figli, l’elettivamente affine, Elvira, ci dice Valentini, è qualcosa di più, è colei che – pur nella differenza di sensibilità, di cultura e d’intenti – più di ogni altra ha condiviso con Modì lo stile di vita, il bisogno di “essere e fare”, l’elan vital.
“Elvira sopportava, pagava questo prezzo per tenersi un uomo che la trattava da vera donna, la capiva, condivideva i viaggi nei fantasmi dell’allucinazione, la ritraeva sulla carta o sulla tela strappandole il suo vissuto interiore con pose appassionate e carnali e un certo sensualismo animale che mascherava la sua dolorosa fragilità. Per Elvira era come guardarsi allo specchio, felice e orgogliosa di contemplarsi e poter essere contemplata, femmina che sogna e fa sognare.” (pag 56)
Elvira e Amedeo vivono una vita più di stenti che bohemienne, ma non si risparmiano. Si amano, si sfidano, addentano tutti i piaceri della carne, dell’arte e della vita, fra assenzio, hashish e cocaina (di cui Elvira si renderà schiava fino ad ammalarsi e perdere la voce). Come le altre modelle, è sempre senza veli, pronta a posare ma anche a fare l’amore, quasi che le due cose coincidessero, fluissero naturalmente l’una nell’altra. Le pennellate sono lingue che si cercano, i colori sono umori che si fondono, che colano sulla tela. Il romanzo di Valentini trasuda carnalità, attinta proprio dai quadri, dai seni pesanti, dai triangoli rigogliosi, esibiti senza malizia, col senso di qualcosa di serenamente necessario.
I dialoghi risentono e, insieme, traggono vantaggio, dall’essere frutto di ricerca d’archivio su documenti inediti. A parlare sono direttamente i protagonisti, il loro modo di esprimersi artificioso non suona tuttavia falso in questo retroterra d’avanguardia, dove operano Picasso e Utrillo, dove si muovono pittori infervorati d’arte e droga, insieme a modelle discinte e sensuali, capaci di condividere aspirazioni e trasgressioni, ristrettezze e manie di grandezza. Un ambiente dissoluto e assoluto, crogiolo di cultura, di sperimentazione artistica. Amedeo non dipinge come nessuno. Amedeo usa colori africani e pastosi, luci rosate, dove balenano tratti neri. Ama le sue donne e non si lega davvero a nessuna, se non forse a Jeanne quando sente arrivare la fine.
Ma la magia del libro sta, soprattutto, nella rievocazione d’ambiente. Montparnasse con i suoi vicoli sordidi, il Bateau-Lavoir dalle pareti sottili, dove litigi e amplessi sono di dominio pubblico, dove si patiscono freddo d’inverno e caldo d’estate. Vediamo gli squallidi tuguri dai letti sfatti, i pavimenti cosparsi di bottiglie vuote, le lenzuola macchiate d’olio di sardine.
Amedeo dipinge con furia, consapevole della fine imminente, della gloria che arriverà solo postuma; tossisce, la sua mano trema, ha il cervello infiammato, le compagne gli si confondono nella mente: la raffinata Anna diventa la battagliera Beatrice, la Jeanne di buona famiglia trascolora nell’entreneuse Elvira, colei che lo ama, che lo segue da lontano, che lo aspetta e che soffre.
Sarà questo ambiente, sarà tutta questa gente che accompagnerà Modigliani nell’ultimo viaggio, quando il carro sfilerà per le vie di Parigi, seguito da un lungo corteo di pittori, di modelli, con gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti.
E, dopo tutte le vicissitudini, dopo che la fragile Jeanne si sarà gettata dalla finestra insieme alla creatura che porta in grembo, sarà ancora una volta Elvira – claudicante, afona, sopravvissuta alla prigione e a una condanna a morte – a posare sulla tomba della sfortunata ragazza, come suggello di una vita intera, l’ultimo mazzo di fiori, quello che Amedeo non può più donare alla sua compagna.
DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)
L'autore, scrittore e giornalista originario di Padova, fa parte della Territoriale e quindi vede abbastanza poco la prima linea e non partecipa agli assalti; subisce e accetta simpaticamente la definizione di imboscato, pur precisando che ogni soldato pensa sempre di avere alle spalle degli imboscati. Perfino nelle prime linee alcuni chiamano imboscati quelli che si trovano appena pochi metri più indietro.
Vede comunque da vicino il dolore e il dramma di chi va all'attacco; in uno dei passi più intensi, deve spingere avanti gli uomini terrorizzati. Ha spirito d'osservazione, arguzia, sensibilità. Caratteristiche simili non possono che farne un notista disincantato e ironico delle storture e delle falle che il mondo militare gli mostra. L'involontaria comicità della burocrazia, il giornalismo di regime di Fraccaroli e Barzini, i sistemi di cura negli ospedali, le fucilazioni, le battute dei compagni si offrono al suo vaglio critico. E' pronto a bacchettare i comandi che non prendono sul serio i mille indizi sulle offensive nemiche (pur tendendo ad assolvere il vertice, ossia Cadorna), mentre ha parole commosse per il lacero fante che pur nella disperazione continua a obbedire e a morire. Canestari, Murari Bra, Porta sono alti ufficiali (sconosciuti ai più) che l'autore apprezza per il loro polso e l'onestà; bravi, schietti, poco inclini all'adulazione e quindi purtroppo candidati ideali per venire rimossi dall'alto comando.
Le pagine più dolorose sono quelle di Caporetto. Lo sfaldamento totale è descritto in modo impressionante, offrendo forse le pagine più efficaci nell’ampia letteratura memorialistica sulla terribile rotta. Ci parla dei pochi eroi silenziosi che vanno a bruciarsi nei focolai di resistenza, di donne e civili terrorizzati, dei saccheggi compiuti mentre il nemico in ogni momento può irrompere; è un mondo che si schianta. Ancora viene offerto qualche momento tragicomico anche nella fuga, ma davvero il senso della caduta imminente è ben reso, rendendo per certi aspetti quasi miracolistico l'epilogo trionfale della guerra a Vittorio Veneto, appena un anno dopo.
Al termine del libro, viene da pensare che l'ironia, le battute, le freddure che l'autore riserva a profusione (forse troppo), siano in fondo l'unica reazione da parte di una persona acuta davanti all'incongruenza eretta, sembrerebbe, a cardine del sistema organizzativo.
Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"
Miracolo a Piombino
Gordiano Lupi
Historica edizione
2016
Nella vita si è spesso a un bivio e massimamente nell’adolescenza. Marco possedeva tutte le incertezze, i malumori, le crisi tipiche dell’età adolescenziale e la consapevolezza indotta dagli adulti che era arrivato il momento di cambiare rotta. Avviene però che proprio in quel momento si fratturi il dialogo di emozioni e di affettività con i propri genitori e ci si chiuda in se stessi in un indecifrabile mutismo, incapaci di trovare un punto d’incontro.
Forse per questo Marco trovava nei gabbiani del porto degli amici a cui poter idealmente confidare le proprie pene. Proprio come il gabbiano Robert, a cui la vita aveva riservato il dubbio dell’avvenire, l’incertezza di quel che sarebbe stato. Pensieri che questi rimuginava in solitudine lontano dallo stormo degli altri gabbiani impegnati ad essere sempre proni col becco sulla scia dei pescherecci alla ricerca di cibo.
Emerge in tutto il suo valore metaforico il parallelismo tra il giovane Marco e il gabbiano Robert. Spicca il ruolo della memoria, soprattutto in tale momento cruciale della vita, soprattutto quando la Vita, quella del vecchio nonno, sta per avere fine, ma non così le storie da lui narrate al nipote quando costui era piccolo, rimaste impresse nell’animo al punto da farne mezzi con cui ancorarsi al passato contro le intemperie e le incertezze del futuro.
L’unico conforto sempre lui, il gabbiano, reietto e solitario pure lui, a cui confidava i segreti pensieri e il desiderio di imparare a volare, senza però ottenerne risposta, o forse la risposta c’era ma Marco non riusciva a comprenderla. Bisogna adottare lo stesso linguaggio per comprendersi o almeno avere l’animo sgombro da pregiudizi.
In entrambi tuttavia si percepiva il desiderio di un mutamento o forse di una fuga.
Quando ci si sente diversi o quando gli altri sembrano diversi non rimane che la fuga, dalle mode, dall’ovvio, dal conformismo, in una parola la solitudine, e il tentativo al contempo di scoprire realtà altre che diano il senso della libertà, condizione unica per l’autodeterminazione, per poter essere quello che ci si sente di essere. Soprattutto nell’età in cui “niente era chiaro ma tutto era possibile” (pg.44).
Il protagonista dunque anela a null’altro che a fare le scelte, le sue, negli studi, come nella musica, e in genere nella vita secondo le sue inclinazioni.
Un ribelle, dunque, proprio come il gabbiano Robert; insofferente allo stereotipato mondo degli adulti l’uno, come delle regole del vecchio Rudy l’altro.
Il romanzo si snoda lungo una serie di quadri giustapposti che si intersecano e si sovrappongono tra similitudini e metafore nel dedalo di strade, vie, profumi di casa, panchine di fronte al mare, fiori arsi dal sole e dalla salsedine, tra lo scrosciare delle fontane e il frastuono dei pennuti in cerca di cibo, il sibilo lontano della sirena dell’acciaieria e lo sferragliare dei treni sulle rotaie. Eppure tutto questo scenario, registrato con dovizia di particolari annodati dal filo del ricordo, è inadeguato per chi anela a scoprire il senso della vita.
Intanto prende consistenza la fuga dal reale e il perdersi nella lettura dei romanzi di eroi e di malinconia, mentre la mente era lacerata dal rancore verso “una piccola città, bastardo posto” in cui vigeva ancora una situazione di micro feudalesimo clientelare, e il sogno di un mondo altro, lontano, magari di “raggiungere la fine del mondo”.
I rischi, i pericoli sono sempre in agguato quando si cerca di vivere secondo le proprie scelte a riprova che non è possibile recidere i legami col mondo che ci circonda nonostante l’irrefrenabile voglia di solitudine.
Il solo essere nel mondo ci lega al mondo in tutte le sfaccettature e c’è sempre un momento in cui appare evidente l’attrito con la “normalità”, e il dolore di altre fratture, insospettabili, inattese, come la morte della persona amata, come la sua Sara, naturalmente è seguito dal crollo dei sogni e delle speranze. Di qui lo sperdimento, la paura, la tristezza e il rifugio nella memoria come unico stridente conforto.
“Ti nascondo dalle pene del mondo” lo confortava un volto di bambina emerso dal limbo della memoria, provocando una scia di rammarico, persino di rimorso nel suo animo.
E si sentiva profondamente infelice, nonostante non avesse ancora vent’anni.
“Avevo vent’anni, Non permetterò
A nessuno di dire che quella è la più
Bella età della vita”
I versi di Paul Nizan gli martellavano in testa.
Infatti proprio a causa di questo amore che non aveva mantenuto la promessa di vita, il cui ricordo pesava come un macigno, il senso di colpa gli toglieva la serenità facendolo sprofondare in incubi tetri.
Per antitesi il suo Alter ego, il gabbiano, godeva una vera e propria situazione paradisiaca in un mondo neppure tanto diverso da quello che aveva lasciato, sentendosi pienamente realizzato in una diversa dimensione pur ancora raminga e solitaria. Ma altra era la disponibilità verso la vita.
Essere al mondo significa stare nel mondo e non poter eludere gli incontri neppure quelli casuali. I quali a volte si rivelano decisivi e fondamentali, capaci di infrangere la barriera di solitudine ed isolamento, perché due solitudini possono affrontare insieme il futuro, non escludendosi dalla comunità.
Alla fine l’ignoto non era un luogo da conoscere nelle spiagge deserte o tra gli scogli lontani all’orizzonte. Era un grumo nel cuore e un’asfissia dell’anima che andavano risolti in altro modo.
E la gabbianella ne aveva tutto il merito “perché vicina al suo mondo interiore”.
Sicché alla solitudine di prima pian piano va sostituendosi, grazie all’incontro con la compagna, solcata ugualmente da intensi passati dolori, un pensiero d’amore che scaldava l’anima e apriva gli occhi alla vita, al tempo il quale ogni giorno è una conquista da vivere come un dono.
Questo è guardare al futuro: accettare quello che avviene ogni giorno, giorno dopo giorno, nelle nostre vite.
Per antitesi Marco non riesce a liberarsi di un amore appena vagheggiato e già finito, di una febbre d’amore che l’aveva bruciato e di cui ora vegliava le ceneri, del fremito dei baci destinati a rimanere inerti per sempre.
Eppure sente di dover reagire, pena la sua perdizione, comprende che la solitudine non è una gabbia d’oro, è solo una gabbia che rischia di trasformarsi in assenza e fare di lui un assente nella vita.
Non rimaneva dunque che ribellarsi al destino che egli stesso stava tratteggiando. Occorreva uno sforzo d’amore per la vita, uno slancio vitale che significasse speranza e non ripiegamento sul passato, capacità d’amare e non tristezza per un amore perduto. Riuscire a conciliare il passato e il presente, a preparare tramite il presente il futuro, proprio come fosse un miracolo, anche per Robert il gabbiano, per miracolo, fu l’inizio di una svolta di vita e l’abbandono della solitudine.
Tutto ciò per capire che “è inutile cambiar sede se l’anima è malata” (Seneca) e che non esiste mondo migliore di quello in cui sono radicati affetti profondi, antichi, vecchie memorie da custodire perché rivivano in noi e non siano ceneri da contemplare in sterile silenzio.
Dunque ritornare alla terraferma equivaleva rinascere a nuova vita, dato che nuovi erano i sentimenti con cui guardare al già noto.
Pertanto l’isola a cui approdare per rinascere non è lontana da noi, è in noi purché si abbiano occhi tersi per guardare alla vita.
Solo così il passato non è sinonimo di angoscia o di rimpianti e rimorsi ma una fucina a cui attingere con rinnovato esperienza.
La metafora del volo, aspirazione alla conoscenza del noto gabbiano Jonathan Livingston dell’omonimo romanzo di Richard Bach, diventa in questo piccolo ma prezioso romanzo l’epilogo felice che vede in Robert il Maestro, in Marco il discepolo finalmente diventato docile e pronto ad accogliere consigli e insegnamenti, a spezzare la solitudine per ritornare spiritualmente nell’ambiente che l’aveva visto crescere, con consapevole gratitudine, repressa dapprima e quasi odiata a causa di un eccessivo ed egoistico amore di sé, mal interpretato e fonte di altri dolori.
Il volo era iniziato, la libertà si era dischiusa sulle ali di un gabbiano. La nuova vita guardava al futuro.
In conclusione, un romanzo con un importante messaggio, scritto in stile piacevole e scorrevole, quasi fotografico, maggiormente fantasioso nelle pagine in cui protagonista è il gabbiano, ricco di particolari, alquanto eccessivo nelle citazioni, che rischiano di apparire sfoggio erudito.
Notevole il corredo di suggestive fotografie in bianco e nero dell’artista Riccardo Marchionni. Conclude il libro il racconto Il ragazzo di Cobre che affronta, che affonda lo sguardo nella condizione complicata dell’adolescenza in realtà obiettivamente difficili, come quella del terzo mondo.
E su tutto campeggia il grande amore per Piombino.
Adriana Pedicini
Mary Shelley, "Frankenstein"
Frankenstein
di Mary Shelley
1^edizione: 1818
2^ edizione (riveduta): 1831
C’è una storia d’amore che lega un poeta e una scrittrice entrambi inglesi: Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822) e Mary Shelley (1797 – 1851)
Mary è figlia della femminista Mary Wollstonecraft, ed è cresciuta secondo i libertari principi dell’ideologia materna, Percy è sposato con Harriet, dalla quale ha dei bambini che gli verranno poi sottratti. Quando s’incontrano, Mary ha diciassette anni, s’innamorano, fuggono insieme e riescono a sposarsi solo dopo l’improvvisa vedovanza di lui. Mettono al mondo molti figli di cui solo pochi sopravvivono ai genitori. Trovano rifugio alle loro peregrinazioni in Italia, dove Percy muore tragicamente in barca a largo di Lerici. Lo bruciano sulla spiaggia di Viareggio, in puro stile romantico, lei torna in patria giurando che curerà le edizioni delle opere del marito e porterà il suo nome fino alla fine dei suoi giorni.
Lui è uno degli esponenti di spicco fra i Lake Poets, insieme a Wordsworth, Keats, Coleridge. Scrive Ode to a Skylark e la tragedia The Cenci, ma quella che lascia un graffio, una zampata, un’orma nell’argilla dell’immaginario collettivo e nella storia del fantastico è lei, Mary.
La sorellastra di Mary, Claire Clairmont, diventa l’amante di Lord Byron, il quale comincia a bazzicare la casa degli Shelley, villa Diodati sul lago di Ginevra, insieme ad un altro amico, John Polidori. Piove, le serate sono tediose e fredde, la compagnia passa il tempo leggendo novelle tedesche di fantasmi. Viene lanciata l’’idea di una gara a chi scrive la storia gotica più spaventosa ed intrigante. Nascono così Il Vampiro di Polidori, ispirato alla figura di Byron e primo esempio di succhia sangue raffinato e malinconico, e Frankenstein di Mary Shelley.
Sul principio lei non ha idee, ogni mattina si alza e dice che non le è venuto in mente nessun soggetto da cui trarre una trama interessante, mentre tutti gli altri già scrivono. Sente però gli uomini che discutono di principio della vita, di darwinismo, di galvanismo. Poi, una notte, ha un incubo, vede un essere terrificante, assemblato da uno studente che gli sta inginocchiato accanto. Si sveglia sconvolta, capisce che, se riuscirà a trasfondere sulla carta lo stesso spavento che ha provato nel sogno, creerà qualcosa di potente.
Ed è così, infatti. A soli diciannove anni, nel 1817, Mary dà vita ad una creatura che resterà nel mito collettivo: il mostro senza nome plasmato dallo scienziato Victor Frankenstein. Il romanzo esce in forma epistolare e anonima e solo in un secondo tempo si scoprirà che l’autore non è Percy Bysshe Shelley ma la sua giovane moglie. Sarà un successo, al pari del più tardo Dracula di Bram Stoker (1897).
Il personaggio di Victor s’ispira a Percy Bysshe, ha, come lui, amore per la scienza, passione e anima spirituale. L’orgoglio lo spinge ad atteggiarsi a creatore, a voler superare la natura dando origine ad un essere più forte, più sano, più intelligente e longevo del normale. Accadrà l’opposto: dai pezzi di cadavere cuciti insieme e rianimati tramite la corrente elettrica (che allora doveva apparire come qualcosa di fantascientifico e magico insieme) esce una creatura orribile, dall’aspetto spaventoso e dai modi animaleschi, incapace di trattenere gli impulsi omicidi. Ossessionato dalla sete di conoscenza, Victor si è spinto oltre il lecito e la natura si è ribellata, l’uomo non può competere con Dio, non può infrangere le leggi dell’ universo, pena la morte, la distruzione.
A unire ancora una volta Mary e suo marito è il sottotitolo del romanzo, “The Modern Prometheus”. Nel 1820 Percy scriverà, infatti, Il Prometheus Unbound. È interessante vedere come entrambi i coniugi si siano ispirati alla stessa figura ma usando aspetti diversi del mito. In Mary, Prometeo non si limita a rubare il fuoco per donarlo all’umanità, ma lo usa per plasmare l’argilla e modellare l’uomo stesso. In entrambi i casi Prometeo è un simbolo di ribellione, di rivolta contro la volontà divina con tutte le conseguenze che ne derivano.
L’atmosfera del romanzo risente del romanticismo dei versi di Coleridge, in particolare The Ballad of the Ancient Mariner. Nella cornice fantastica del gotico si concretano angosce metafisiche e anticipazioni scientifiche distopiche, come quelle in seguito sviluppate da Wells nei suoi romanzi. (The Time Machine è del 1895)
Di là dalle implicazioni etiche, tuttavia, il testo ci colpisce per il profondo romanticismo della figura del mostro, che tutti tendiamo a chiamare Frankenstein, scambiandolo per il suo artefice.
Il mostro ha un’evoluzione: osserva gli esseri umani, impara da loro a parlare, legge Milton e il diario di Victor Frankenstein. Apprende la lingua, i sentimenti, le aspirazioni degli uomini, desidera frequentarli, conoscerli, aiutarli, farsi benvolere. Ma il suo aspetto lo condanna: tutti lo rifiutano, tutti fuggono atterriti davanti a lui, i suoi gesti gentili sono scambiati per aggressioni. Il dolore lo schiaccia, fa esplodere la rabbia ed egli ricomincia a uccidere, diventa completamente ciò che tutti credono sia. Solo e dannato vaga per il mondo, “Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded.”
La figura ha una grande valenza romantica, avvolta com’è nella sua immensa solitudine, ispira orrore e compassione insieme, perché capiamo che la sua cattiveria deriva dal dolore e dai rifiuti subiti. Chiede, infatti, al suo creatore di fargli una sposa, una femmina della sua razza. Victor Frankenstein si mette all’opera, ma poi ci ripensa, non volendo produrre una genia di obbrobri. Quando il mostro lo scopre, il dispiacere lo sopraffa e per vendicarsi gli uccide l’amata moglie Elisabeth.
Proprio leggendo il diario del dottor Frankenstein, l’infelice essere scoprirà quanto il suo creatore sia deluso di lui, quanto lo disprezzi e lo abbia voluto diverso. Come un figlio non amato dal padre, si sente ferito, solo e disperato.
Ci sarà poi lo scontro finale, con la creatura che ucciderà il creatore (come nelle ultime scene di Excalibur, il film di John Boorman, dove Re Artù e il figlio Mordred - nato dall’incesto con Morgana - si ammazzano a vicenda.) È l’eterno mito del Doppelgänger, l’alter ego maligno che incarna ed esterna tutto ciò che di oscuro e cattivo si cela nella nostra anima, è Mr Hyde per dr Jekyll, è Gollum per Frodo, è Voldemort per Harry Potter.
Ma quanto dolore, quanto rimpianto nella creatura che distrugge il suo creatore. Ci viene in mente il primo Star Trek (di Robert Wise, 1979) dove l'antica sonda Voyager 6, partita centinaia di anni prima dalla Terra, cerca disperatamente di riunirsi all’umanità che l’ha costruita.
Lo stesso desiderio di unità, di riappacificazione con il padre/creatore, e, insieme, di cupio dissolvi, si ha nel romanzo della Shelley.
“He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness.”
Da non dimenticare, il bel film che, nel 1994, Kenneth Branagh ha tratto dal romanzo, se possibile addirittura migliorandone e portandone a compimento la trama. Il mostro miserevole vi è interpretato da Robert de Niro, Elisabeth Lavenza è Helena Bonhan Carter e Victor Frankenstein lo stesso Branagh. Si ricorda, infine, anche la riuscitissima parodia girata da Mel Brooks: Frankenstein Junior.
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