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Il re è nudo

13 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici

Il re è nudo

Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere, che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.

E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.

Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori – questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity press mal distribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.

Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato.

È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.

Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.

Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie, mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi La Certosa di Parma di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.

A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona, perché qui da noi - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.

E non parliamo, poi, dell'ultimissima, invadente, onnipresente, generazione di trentenni universitari e precari, perché di quella, davvero, non se può più e pare che chi si mette a scrivere, oggi, non abbia da raccontare altro che di giorni inconcludenti, trascorsi a fingere di studiare, e di notti passate a ciondolare qua e là in cerca di pasticche e di scopate capaci di farti rimpiangere quelle "senza cerniera" di Erica Jong.

Qui rivendico il diritto sacrosanto a non essere intellettuale – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa mi piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante.

Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita. Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.

Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno

Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede.

Leggete, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi e Dante, aggiungo, che fanno sempre bene.

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John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

12 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

Thorsons, 1993

Dagli anni Settanta ai Novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto-aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri. Non c’è signora che non abbia letto Donne che amano troppo di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni Settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a Le vostre zone erronee di Wayne Dyer (1977) o a Intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Provo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a mio avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungo, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e allo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da comprendere e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato, s'immusonisce. Quando lui torna, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, trova lei arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare a meno di pensare che lei a fa bene a mandarlo a quel paese).

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata, è sufficiente a ritirarla su. Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé. Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai...

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali:

RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!

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George R.R. Martin, "Game of Thrones"

11 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fantasy

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

pp. 801

€ 14,40

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in Piccole Donne di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di Harry Potter (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel Ciclo di Darkover, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito dai direwolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desiderio nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana in Excalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne Le nebbie di Avalon e nel suo prequel, The Forest House, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel Ciclo di Shannara. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

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Concorso "Trame tra le mura"

10 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #concorsi, #case editrici

Concorso "Trame tra le mura"

Ci scrive Marco Frullanti della casa editrice Nativi Digitali:

"Sono Marco, scrivo in quanto responsabile della comunicazione di Nativi Digitali Edizioni (www.natividigitaliedizioni.it), casa editrice digitale (non a pagamento).

Sperando di fare cosa gradita, vi segnalo il concorso letterario social che stiamo lanciando: "Trame tra le mura"!


Si tratta di un concorso totalmente gratuito, aperto agli aspiranti scrittori: non c'è limite di generi o stili, l'importante è il tema: tutti i racconti devono essere ambientati interamente in un appartamento condiviso. La prima fase di selezione è "social" e relativa a un abstract, l'idea dietro il racconto, quindi tra i 15 vincitori che ci invieranno i racconti ne saranno selezionati 5 da pubblicare in un'antologia, con regolare contratto di pubblicazione.

Un appartamento condiviso tra vari coinquilini ne ha eccome di storie da raccontare... vi sfidiamo a immaginarvene una, con il nostro Concorso Letterario Social "Trame tra le mura"!

A chi si rivolge: a scrittori che vogliono raccontare l'esperienza della condivisione di un appartamento, senza limitazioni particolari di genere e stili narrativi. L'unico vincolo: tutto il racconto deve essere ambientato all'interno dell'appartamento. Le storie possono reinterpretare esperienze vissute dall'autore o da altri (nel qual caso, si prega di usare nomi fittizi e di non fare riferimento diretto a fatti e eventi reali) oppure essere totalmente finzionali. La partecipazione è completamente gratuita.

Per informazioni e tempistiche dettagliate del progetto: bit.ly/trametralemura "

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I rimedi di nonna rosa: cataplasmi o impacchi ai semi di lino

9 Marzo 2016 , Scritto da Nicole Con tag #nicole, #i rimedi di nonna rosa

I rimedi di nonna rosa: cataplasmi o impacchi ai semi di lino


Il metodo e' eccellente per i catarri e bronchi. I semi di lino si trovano in erboristeria e con essi si possono sciogliere i catarri tramite il calore che emanano.

Si prende una pentola e mettiamo 200 ml di acqua con 2 0 3 cucchiai di semi di lino e portiamo in ebollizione, dopo di che li lasciamo freddare un pochino e, quando sono caldi, li adagiamo su un fazzoletto di cotone o lino e chiudiamo il tutto facendo attenzione a non fare uscire il composto.

Posizioniamo il tutto sul petto finchè non si raffredda: mi raccomando il cataplasma deve essere caldo non bollente sul petto!!!!

L'ideale e' ripetere l'operazione 3-4 volte il giorno per trovarne beneficio.

Se si vuole, si possono aggiungere oli essenziali, timo ed eucalipto (2 gocce per ogni tipo di olio). Tutto questo prima di togliere i semi dalla pentola!!!!

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"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

8 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

"Il mio amico Beppe Zullo" di Stefano Simone

Il mio amico Peppe Zullo (2016)
di Stefano Simone

Regia: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Post-produzione: Stefano Simone. Genere: Documentario. Origine: Italia. Anno: 2016. Formato: 1.77:1. Audio: Stereo PCM. Produzione: Indiemovie. Durata: 76’. Interpreti: Peppe Zullo, Marco Di Baru, Ciro Famiglietti, Caterina Melillo, Matteo Perillo (v.o.).

Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf.

Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno.

Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista - un vero affabulatore - intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco. Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra.

Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un'autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

Cosa bolle in pentola?

Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Prospektiva: un altro modo di parlare di libri

7 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici, #concorsi

Prospektiva: un altro modo di parlare di libri

Ci scrivono da Prospektiva:

"Finalmente Prospektiva: un altro modo di parlare di libri, studiato in Francia e Inghilterra
Dalla Francia e dall’Inghilterra c’è chi già sta tentando di imitare quello che un gruppo di amanti della lettura è riuscito a costruire in Italia. Strano a dirsi ma mentre si parla di giganti dell’editoria, è un piccolo che si fa strada con un modello di promozione della lettura assolutamente originale e innovativo. Si tratta di un progetto nato a Siena nel 1998 che oggi finalmente viene racchiuso in un unico sito: www.prospektiva.it
Prospektiva è un contenitore dove i libri vengono proposti in dieci festival letterari tra Toscana, Puglia, Calabria e Lazio; in televisione con Book generation; in libreria con le monografie; in particolari “contropremi” letterari e infine utilizzando i Bookcrossing e le contaminazioni enogastroletterarie per alimentare, oltre che la pancia, anche l’anima. Nutrimenti dunque che vedono coinvolti ogni anno decine di scrittori, giornalisti, editori e basta poco per capire che il progetto piace.
Tanti i nomi che sono saliti sui palcoscenici dei festival letterari: da Beppe Severgnini a Maurizio De Giovanni, da Alessandro Haber a Davide Riondino, da Lirio Abbate a Giuliana Sgrena, da Loriano Macchiavelli a Marco Malvaldi. Fino ad oggi in 57 edizioni di festival tra Cropani (Catanzaro), Barga (Lucca), Novoli (Lecce), Castiglione di Garfagnana (Lucca), Terracina (Latina), Civitavecchia (Roma) e Castelnuovo (Lucca), sono stati oltre 120 gli ospiti con editori come Sellerio, Longanesi, Mondadori, Giunti, Fandango, Chiarelettere e molti altri ancora.
Un progetto che vede coinvolti decine di collaboratori sparsi in tutta Italia e che ogni anno si ritrovano al Salone Internazionale del libro di Torino per fare il punto della situazione e parlare di festival, ospiti e libri. Tra questi Andrea Giannasi, Gianluca Pitari, Massimo Lerose, Piergiorgio Leaci e Maurizio Poli primi promotori di tanti momenti letterari.
Tutto questo è Prospektiva sostenuto da enti e dentro le “Città del libro” il progetto lanciato dal Centro per il libro e la lettura dal Ministero dei Beni Culturali."


Ecco il resto lo trovi qui:
http://www.prospektiva.it/

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Heberto Padilla, "Fuera del juego"

6 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Heberto Padilla, "Fuera del juego"

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Heberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie Fuera del juego, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche. Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

Fuera del juego “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

La sua “colpa” è stata

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

Fuera del juego è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

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AA.VV. "Lavoro Vivo"

5 Marzo 2016 , Scritto da Heiko H. Caimi Con tag #heiko h. caimi, #recensioni

AA.VV. "Lavoro Vivo"

LAVORO VIVO

di AA.VV.

Alegre 2012

Pagine: 130, € 14,00

Proporsi di raccontare il mondo del lavoro, quello reale, vivo, vissuto giorno dopo giorno da chi lo fa o lo subisce, attraverso dieci racconti di autori diversi, è un'impresa coraggiosa e quasi disperata. Eppure questo libro, nato da un'idea del compianto Stefano Tassinari insieme alla FIOM di Bologna, ci riesce pienamente. Il che dimostra come autori diversissimi tra loro possano avere un terreno comune e lavorarvi, ognuno nel chiuso della propria stanza, con una perfetta sintonia. Ne esce un mosaico che, pur raccontando storie differenti e collocate in epoche diverse, compone un romanzo sul lavoro di impagabile valore.

Giungla d'appalto, di Gianfranco Bettin, è un racconto amarissimo sui malaffari condotti da ditte specchiate e autorevoli al porto di Marghera, scritto da un autore ben documentato (ha pubblicato tra l'altro Petrolkimiko. Le voci e le storie di un crimine di pace) e nato proprio a Porto Marghera. Un pugno nello stomaco, ma ancora dolce rispetto alle storie che seguono.

Drammatica e senza scampo, la scrittura finissima di Giuseppe Ciarallo scava, in Eqquessaè, in un passato non così lontano come gli anni Sessanta per ricomporre la lunga scia dello sfruttamento in fabbrica, "dove si moriva, ci si ammalava, ci si infortunava, e dalla quale si veniva sbattuti fuori appena non servivi più". L'autore abbandona la graffiante ironia che solitamente lo contraddistingue per immergersi completamente nell'atmosfera cupa delle illusioni spezzate.

New York, 1911: un incendio devasta la fabbrica della Triangle. Maria Rosa Cutrufelli, in Fuoco a Manhattan, racconta i fatti drammatici che portarono all'istituzione dell'8 marzo, e lo fa attraverso le vive voci di tre testimoni. Una scrittura lucida e asciutta per una narrazione drammatica ed equilibrata. Con il merito di ricordarci che l'8 marzo non è una festa dei fiori.

Manovia è la concitata narrazione di un operaio che fabbrica scarpe, orgoglioso del proprio lavoro. Angelo Ferracuti parte dallo sfruttamento e dalle condizioni sul lavoro per arrivare alla famosa livella di Antonio De Curtis.

Senza buccia, di Marcello Fois, racconta la resa al lavoro "in nero, senza garanzie, senza contratto, senza assicurazione" e la voglia, anzi la necessità, di riscatto, anche di fronte a quella maggioranza che china la testa senza mai ribellarsi e ostacolando chi lo vuole fare.

Carlo Lucarelli, in Devo dirti una cosa, rappresenta un classico caso di morte nei cantieri edili, una di quelle morti che ci voleva un niente ad evitare. Ma la sicurezza sul lavoro è solo una regola scritta, non praticata. E la connivenza di chi non vuole perdere la propria occupazione e per questo è disposto a rinunciare a qualsiasi garanzia ne rende impossibile l'applicazione.

No Cap, di Milena Magnani, è una storia di braccianti africani in Salento, sfruttati e ricattati dai caporali di turno; ma è soprattutto la storia di una riscossa, di come l'unione faccia la forza e di come non ci sia una sola ragione valida di abbassare la testa: si ha solo da perdere. Un racconto efficace nonostante qualche momento eccessivamente retorico.

In Ma scrivere è un lavoro? Giampiero Rigosi non sa rispondere alla domanda, e ci mette quindici pagine a farcelo capire. Non sa cosa scrivere, e ci spiega perché; si sente in colpa verso chi fa un lavoro manuale, e ci spiega perché; ma non arriva mai a rispondere, né sa rappresentare efficacemente la fatica, la dedizione e il sudore che richiedono lo scrivere. Viene un dubbio angoscioso: perché sprecare tante pagine per questo racconto insulso, invece di lasciare spazio ad un altro autore, che avesse qualcosa da dire?

Stefano Tassinari sa come nessun altro mettere il dito nella piaga con un racconto struggente, doloroso e mai retorico, scritto col cuore. Il ricordo amaro di un'assenza sa andare a fondo, con lucida amarezza, al crimine delle cosiddette morti bianche: omicidi per profitto e per negligenza. Perché è in atto una guerra, "da una parte gli aggressori e dall'altra chi è costretto soltanto a difendersi, ma a mani nude".

Chiude la raccolta Pezzi di ricambio, di Massimo Viaggi, la commovente testimonianza di un operaio costretto a lavorare per anni in mezzo all'amianto. "Pensi che al centro dell'Officina c'era un posto dove lavoravano gli operai di una ditta in appalto, che dentro a una camera formata con i teloni di cellophane spruzzavano le fiancate delle carrozze di amianto in fiocchi. Sono morti tutti".

Interessanti anche le note finali di Bruno Papignani, che narra la nascita di questa antologia e commenta ogni singolo racconto mettendoci la propria esperienza.

Un libro che sa essere testimonianza anche quando inventa, che non perde quasi mai di mordente e che dovrebbe figurare in tutte le librerie di chi ha una coscienza. Ma dovrebbe essere letto, soprattutto, da chi una coscienza non ce l'ha.

Heiko H. Caimi

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Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

4 Marzo 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

Marino Magliani, "Carlos Paz e altre mitologie private"

Marino Magliani

Carlos Paz e altre mitologie private

Amos Edizioni - Euro 15 - Pag. 220

www.amosedizioni.it - info@amosedizioni.it

Marino Magliani è uno degli ultimi narratori classici italiani, romanziere sopraffino che intinge la sua penna delicata e soffusa di malinconia nel sangue che sgorga dalle ferite della vita. Magliani è la sua Liguria di Ponente, gli olivi e i colli riarsi tanto cari a Biamonti, ma anche l'Argentina, il Sudamerica, la Spagna bruciante passione, l'Olanda invernale e cupa. Magliani crea pagine di letteratura dalla sua vita - da sempre il miglior modo di far letteratura - ma non si limita a uno sterile autobiografismo, ché l'esperienza personale è sempre in primo piano ma diventa universale, si trasfigura nel ricordo.

Carlos Paz e altre mitologie private è una preziosa raccolta di racconti, forse tra le cose più riuscite della narrativa di Magliani che - memore della lezione sudamericana e degli autori che traduce - si esprime meglio nella misura breve. Una raccolta divisa in tre sezioni: Rena, Arenaria, Sport liguri e olandesi, composta da quindici racconti di ambientazione a metà strada tra la Liguria e l'Olanda con alcune divagazioni ispaniche.

Il mare è sempre presente come motivo ispiratore ed elemento vitale, sin dalle prime parole della raccolta (da casa sua il mare non si vedeva...), che sia il caldo e accogliente mar Ligure come il freddo e ostile mare olandese. Gli olivi, la terra, il tempo perduto, il tema del ritorno e dell'assenza, la poetica dell'uomo lontano dalle proprie radici che desidera assaporare il profumo di antichi giorni infantili. Le notti di Sorba - quasi un romanzo breve - è la storia più intensa della raccolta, quella in cui la poetica proustiana si fa più evidente, ma tutta l'opera è ad alti livelli, scritta con stile personale con sentori di Biamonti, Pavese e Tozzi.

Ottima confezione editoriale, come tradizione di Amos, piccolo editore di qualità, artigiano appassionato della vera letteratura.

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