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Dal verismo all'ultraromanticismo: "Cenere" di Grazia Deledda

22 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Dal verismo all'ultraromanticismo: "Cenere" di Grazia Deledda

Cenere

Grazia Deledda

Oscar Mondadori, Milano 1973

Grazia Deledda (1871-1936) compì solo studi elementari ma accumulò letture disparate che spaziano da Dumas a Balzac, da Scott alla Invernizio. Fu appassionata soprattutto di Eugene Sue che definì “atto a commuovere l’anima di una ardente fanciulla.” Come afferma Vittorio Spinazzola nella prefazione all’edizione Mondadori di “Cenere” del 73, la sua vocazione si alimenta di un “disordinato ultraromanticismo” incline all’enfasi e al melodramma. "Leggeva di tutto, roba buona e roba mediocre, nella libreria messa insieme, un po’ a caso, dal padre; e obbediva all’istinto che le suggeriva di scrivere.” (Dino Provenzal)

I primi romanzi rientrano, infatti, nell’ambito di un gusto feuilletonistico. A disciplinare quest’apprendistato fu decisivo l’influsso della narrativa verista. Ma trent’anni separano Giovanni Verga da questa verista in ritardo, che opera quando all’orizzonte si affacciano già d’Annunzio e Fogazzaro e subisce suo malgrado l’influsso di Flaubert, Zolà, Maupassant e del romanzo russo di Tolstoj e Dostoevskij.

Così ella si esprime a riguardo: “Han detto che io imitavo in qualche modo il Verga, del quale conosco solo due o tre cose, tanto diverse dalle mie, e han tirato fuori autori tedeschi, francesi, inglesi, che io non conosco affatto. Dei russi non si parli! Io ho letto i romanzi russi solo dopo l’insistente paragone che i critici ne facevano.”

Mentre lentamente al verismo si sostituiscono correnti mistiche, simboliste e idealiste, e una più complessa ricerca psicologica dei personaggi romanzeschi, la Deledda ritrae caratteri, costumi e paesaggi della Sardegna con uno stile che oscilla fra realismo e fiaba. Le sue pagine rivelano una visione del destino umano legato a forze misteriose e il regionalismo dei suoi scritti è visto in un alone favoloso, superstizioso, di vita rurale e primitiva. Il Sapegno fa notare la mancanza d’ideologia a favore di “un’aura commossa e incantata”.

Afferma Dino Provenzal: “Per quanto, a proposito di un’artista indipendente, originale come la Deledda mi ripugni citare uno schema, credo che la formula bontempelliana “realismno magico” non potrebbe avere un’attuazione migliore.”

Anche se meno famoso degli altri romanzi, proprio Cenere, del 1904, fu citato nella motivazione del premio Nobel che la Deledda ricevette nel 1926. Come negli altri romanzi, il tema è quello consueto della scrittrice, l’incapacità di opporsi alla forza delle passioni, in special modo quelle amorose, da parte di noi creature, “fragili come canne”, tutt’altro che superuomini dannunziani, ma anzi, pervasi dall’orrore e dal peccato. La scrittrice, tuttavia, non analizza il turbamento dei personaggi ma si limita a riviverne l’emotività.

Insorge prepotente nei protagonisti la coscienza del peccato, unita a un’inquietudine e a una spiritualità religiosa estranea al verismo che è, soprattutto, vergine e barbarica, panteista e animista. Così, se la corte dei miracoli dei personaggi nuoresi ha tratti victorughiani, - e, guarda caso, è proprio una copia de “I miserabili” che lo studente Anania tiene aperta sul tavolo della camera -

vibrava nel silenzio caldo il silenzio acuto di Rebecca, che saliva, si spandeva, si spezzava, ricominciava, slanciavasi in alto, sprofondavasi sotterra, e per così dire pareva trafiggesse il silenzio con un getto di frecce sibilanti. In quel lamento era tutto il dolore, il male, la miseria, l’abbandono, lo spasimo non ascoltato del luogo e delle persone; era la voce stessa delle cose, il lamento delle pietre che cadevano ad una dai muri neri delle casette preistoriche, dei tetti che si sfasciavano, delle scalette esterne, e dei poggiuoli di legno tarlato che minacciavano rovina, delle euforbie che crescevano nelle straducole rocciose, delle gramigne che coprivano i muri, della gente che non mangiava, delle donne che non avevano vesti, degli uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne ed i fanciulli e le bestie perché non potevano percuotere il destino, delle malattie non curate, della miseria accettata incoscientemente come la vita stessa.” pag. 66

- Olì, la ragazza madre poi donna perduta, ci ricorda la figlia di Iorio.

Il vitalismo naturale dei personaggi porta alla loro sofferenza, ai tormenti della coscienza e alla perdizione, il tabù fa più paura proprio a chi è fatalmente destinato a infrangerlo, e un amore proibito porta sventura. Tuttavia, i protagonisti non hanno intima cognizione del male, non vi si abbandonano perciò completamente, rimangono innocenti, come innocente, lirica, pura, e al contempo spietata, indifferente, è la natura.

In mezzo ai campi quell’anno coltivati dal mugnaio, sorgevano due pini alti, sonori come due torrenti. Era un paesaggio dolce e melanconico, qua e là sparso di vigne solitarie, senza alberi, né macchie. La voce umana vi si perdeva senza eco, quasi attratta e ingoiata dall’unico mormorio dei pini, le cui immense chiome pareva sovrastassero le montagne grigie e paonazze dell’orizzonte.” pag.59

Proprio la natura accompagna tutti gli stati d’animo, li sottolinea, se ne fa correlativo oggettivo, alter ego.

Anche se il personaggio principale è il giovane Anania, la madre, Olì, rimane protagonista assoluta, giganteggia sullo sfondo, con la sua assenza che si fa presenza ingombrante e destino segnato, con l’infamia del suo lavoro, con l’umiliazione dell’abbandono, con l’odio amore che ella suscita nel figlio. Vittorio Spinazzola definisce Cenere “una sorta di Bildungsroman incentrato su un complesso edipico”.

La nostalgia per il ritorno alle origini nasconde il desiderio del recupero della comunione biologica con la madre e la pulsione amorosa viene sublimata nell’espiazione della morte, eterno connubio di eros e thanatos.

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Fra naturalismo e simbolismo: "Vino e pane" di Ignazio Silone

21 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Fra naturalismo e simbolismo: "Vino e pane" di Ignazio Silone

Vino e Pane

di Ignazio Silone

Mondadori, 1955

Vino e Pane di Ignazio Silone, al secolo Secondo Tranquilli (1900- 1978), uscito nell’edizione definitiva Mondadori nel 1955, s’iscrive nell’ambito della narrativa meridionalista degli anni ’30, molto diversa da quella verista della fine dell’800, quella cioè di Verga, di Capuana e de Roberto.

Alvaro, Brancati e, in parte, Silone, accompagnano il loro grido di protesta sociale con un moto di nostalgia verso un mondo che va scomparendo. La città, nella fattispecie Roma, rappresenta la realtà, il vero, mentre la campagna abruzzese dei cafoni ha connotazioni ancora tardo romantiche, liriche, è popolata di figure ottocentesche e attraversata da un senso della natura panico e mistico.

Laddove, fra ottocento e novecento, il reale perde senso, si fa simbolo e decadenza, l’opera dei meridionalisti oscilla fra naturalismo e simbolismo. Possiamo dire che Verga passa attraverso d’Annunzio, che I Malavoglia s’intridono del lirismo delle Novelle della Pescara.

"Il prete tardò a tornare nella locanda. Si sedette sul ciglio erboso della strada, oppresso da molti pensieri. Voci perdute si udivano in lontananza, richiami di pecorai, latrati di cani, sommessi belati di greggi. Dalla terra umida si levava un leggero odore di timo e di rosmarino selvatico. Era l’ora in cui i cafoni rientravano gli asini nelle stalle e andavano a dormire. Dai vani delle finestre le madri chiamavano i figli ritardatari. Era un’ora propizia all’umiltà. L’uomo rientrava nell’animale, l’animale nella pianta, la pianta nella terra. Il ruscello in fondo alla valle si gremiva di stelle. Di Pietrasecca sommersa nell’ombra, non si distingueva che la cervice di vacca con le due grandi corna arcuate sulla sommità della locanda."

È nostro convincimento che brani come questi non si possano né spiegare né insegnare, il lettore deve sentirli da solo, dentro di sé.

Vino e pane descrive l’angoscia dell’intellettuale di sinistra che vede crollare tutti gli ideali, ridotti a schemi e regole di partito, malvagi quanto il potere al governo che sfrutta e opprime la popolazione, i cafoni, ora rinominati “rurali”. La differenza fra il protagonista Pietro Spina e le altre figure letterarie di ribelli, immaginate da autori contemporanei di Silone, è l’inazione. Spina è costretto dalla malattia all’inattività, la sua rivolta è tutta interiore, sta nel passaggio da un nome all’altro, da Pietro a Paolo, don Paolo, (non a caso entrambi nomi di apostoli) per poi tornare di nuovo a Pietro senza preavviso. Pietro è il rivoluzionario, Paolo il finto prete, alla disperata, ma autentica, ricerca di Dio. La sua ribellione è interna, morale, intellettuale, per questo “Vino e pane” si configura come testo incerto fra romanzo d’azione e d’idee.

La figura di Luigi Murica, il giovane comunista infiltrato tra i fascisti ucciso dalla milizia, ha connotazioni fortemente cristologiche. Un intero capitolo, il penultimo, è dedicato al suo martirio che richiama la crocifissione, dove il vino e il pane sono quelli della comunione e rappresentano, com’è esplicitamente detto, l’unità, la fraternità, la solidarietà fra uomini.

Cristina Colamartini, l’aspirante novizia di cui Pietro s’innamora, raffigura l’innocenza, l’agnello sbranato dal lupo, e la sua morte ha tratti decadenti e sensazionali.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià e tutti gli altri protagonisti, sono figure realistiche ma anche simboliche, attingono al naturalismo di Zolà ma anche a d’Annunzio, a Mistral e allo stesso Verga di Storia di una capinera e di La lupa, bestia evocativa di lussuria, di pulsioni rimosse.

Egli mostrò sulla collottola della bestia il segno dell’amore, il morso profondo di una femmina. L’amore dei lupi è serio. Banduccia sapeva riconoscere da lontano gli urli dei lupi: l’urlo del pericolo, che il lupo lancia quando è attaccato con le armi; l’urlo della carnaccia, che vuol dire che ha trovato qualche bestia da sbranare e chiama i compagni, perché alle bestie non piace mangiare da sole; l’urlo dell’amore, che vuol dire che avrebbe bisogno di una femmina e non si vergogna di farlo sapere.

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Come eravamo: la televisione da leggere

20 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #saggi

Come eravamo: la televisione da leggere

Chi ha una nonna con il grembialetto come armatura e il mestolo brandito a mo’ di spada, si sarà forse accorto che il leggendario Artusi è stato sostituito ormai ai fornelli dai libri de La prova del cuoco, a marchio Eri Rai. Eri è il marchio editoriale con il quale la Rai pubblica libri, riviste e prodotti multimediali connessi con la sua programmazione, sfornando una media di cinquanta testi l’anno e definisce se stessa “La Rai da leggere”.

L’inizio dell’attività editoriale della Rai risale al gennaio del 1925, con la pubblicazione del settimanale Radio Orario che riportava i programmi delle stazioni radio italiane ed europee. Nel 1930, Radio Orario con l’EIAR divenne il Radiocorriere e nel 1954 il Radiocorriere TV.

Il 15 settembre del 1949 si costituì la società ERI Edizioni Radio Italiana che produsse molte collane. Si spaziava dall’arte alla letteratura, dai libri per ragazzi ai corsi di lingue. Scrissero per la Eri autori del calibro di Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Mario Praz, Folco Quilici, Natalino Sapegno, Giorgio Saviane, Giani Stuparich, Demetrio Volcic. Al Radiocorriere si aggiunsero riviste specializzate fra le quali L’Approdo letterario e “L’approdo musicale.

Dagli anni 90 Eri pubblica i libri delle trasmissioni più importanti e reportage giornalistici a firma Enzo Biagi, Bruno Vespa, Sergio Zavoli, Piero Angela, Antonio Caprarica. Dal 1996 ha ceduto l’attività editoriale alla capogruppo Rai.

In particolare vogliamo riferirci qui a un periodo in cui la Rai ancora assolveva diligentemente il suo compito di funzione pubblica, di alfabetizzazione di massa, di didattica popolare.

Nel 1970 uscì un libro collegato strettamente a una trasmissione molto seguita dagli adulti ma anche da qualche bambino curioso e precoce. Il testo s’intitolava En Français, era una coedizione con Le Monnier, e si legava all’omonimo corso di lingue, basandosi su una serie di film pedagogici prodotti dal Ministero degli Affari Esteri francese per l’insegnamento della lingua nel mondo.

Era un’epoca, quella, in cui il francese ancora contendeva il primato all’inglese come lingua straniera indispensabile, sebbene l’inglese cominciasse ad avere quell’ammiccante bagliore di modernità che tanto ci affascinava, collegato alla swinging London, ai Beatles e alle minigonne di Mary Quant.

Il libro si articolava in due volumi, riportando i dialoghi dei micro film della trasmissione, piccoli sketch ambientati nella Francia tradizionale. C’era un intermezzo in cui veniva illustrato il contenuto lessicale del testo e una parte successiva in cui i vocaboli erano inseriti in un contesto più moderno. Seguivano poi esercizi linguistici e grammaticali.

Né le trasmissioni, né il libro”, è spiegato nell’introduzione, “hanno lo scopo di insegnare una grammatica. Gli esercizi stessi non sono esercizi grammaticali, ma tendono, attraverso la ripetizione, alla “fixation”delle forme studiate.” (pag. 4)

Pur con molta cautela, possiamo trovare qui il nucleo del moderno insegnamento delle lingue, quello che non si basa più sull’apprendimento di regole grammaticali, bensì sull’immersione con uso contestuale delle formule linguistiche. A nostro avviso, questo metodo, portato poi alle estreme conseguenze, ha creato più danni che benefici, impedendo la destrutturazione delle frasi, l’analisi logica e grammaticale, la distinzione fra soggetto, predicato e complemento, riportando l’apprendimento a un pre-razionale incamerare frasi fatte, valido per chi operi davvero in un contesto di full immersion (o per i bambini molto piccoli dal cervello plastico) ma non nelle poche, sbrigative, ore concesse dal ministero alla didattica delle lingue straniere.

Il corso di francese andava in onda nel primo pomeriggio ed univa adulti e bambini, le mamme lo seguivano rispolverando ricordi di scuola, ai ragazzi piacevano le scenette - fra pecorelle e fiere di paese, fra trattorie campestri e ricette di cucina – guardandole assorbivano parole e modi di dire, affascinati dalle storie ironiche, dalla vita quotidiana, dal ragazzino che nell’intermède girava le caselle del quadro a pannelli mobili.

Non mancavano, alla fine di ogni lezione, pezzi scritti in italiano (per essere ben comprensibili a tutti) sulla Francia contemporanea, volti ad attirare il turismo internazionale, denunciando forse quale fosse, in realtà, il vero scopo della pur lodevole iniziativa. Ma a noi non interessa questo, a noi piace ricordare l’ansia con la quale aspettavamo l’inizio della trasmissione nel dopopranzo, la gioia con la quale prendevamo in mano il librone ad essa collegato – pesante tomo bianco bordato di giallo col profilo della Francia in copertina – la soddisfazione quando riuscivamo a capire tutti i brani che ritrovavamo scritti dopo averli uditi in televisione, arrivando a leggerli, a pronunciarli correttamente, a ricordarli, a farne un patrimonio personale al quale poi avremmo sempre attinto.

Insomma, il corso di francese Eri Rai (Le Monnier) appartiene al quel bagaglio di conoscenze che, una volta acquisite, non ci lasciano più per la vita.

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Uno stile fatto di molteplici sfumature: Liala

19 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Uno stile fatto di molteplici sfumature: Liala

Dopo il 1950 viene a cadere il disprezzo vociano per il romanzo borghese, che aspira ormai a far parte della letteratura. Ma prima, nel periodo fascista e anche oltre, si ha una netta divisione fra letteratura di massa e d’intrattenimento, con romanzieri a grande tiratura (Zuccoli, D’Ambra, Pitigrilli, DaVerona) e romanzi scritti da intellettuali per altri intellettuali (Gadda, Landolfi, Bilenchi, Vittorini, Bersani).

Si ha così la formazione di un doppio mercato della letteratura. Mentre Guido da Verona vende due milioni e mezzo di copie, grazie soprattutto al successo di Mimì Bluette fiore del mio giardino, Palazzeschi, Moravia de Gli indifferenti, e Bontempelli restano sempre sotto le centomila copie. Solo Sorelle Materassi sfiora quota duecentomila.

Nella prima metà del secolo, la narrativa di successo continua a praticare strutture già sperimentate alla fine dell’ottocento, con l’aggiunta di nuovi generi come il romanzo eroico fascista, quello “pornografico” di Pitigrilli, quello umoristico di Achille Campanile e, infine, quello rosa.

È del 1931 il primo romanzo di Liala, pseudonimo di Liana Cambiasi, Negretti Odescalchi. (1897 – 1995)

“Nacqui a Carate Lario”, ci dice, “nella bella villa che i nonni avevano sul lago.” Si sposa giovane col marchese Cambiasi ma il matrimonio non funziona e Liala trova l’amore in un giovane aviatore, Vittorio Centurione Scotto, dal quale ha una bambina. Purtroppo, nel 1926, l’ufficiale muore in un incidente, precipitando nel lago con l’aereo, e Liala sfoga il suo dolore scrivendo il suo primo romanzo: Signorsì, “per non impazzire”, dice. Il romanzo ha per argomento l’aviazione, tema mai trattato da una donna prima di allora e ha un immediato successo di pubblico.

Al mio pilota devo la celebrità. Fu per essere ancora con lui che scrissi Signorsì, che mi rese subito celebre, perché parlavo di quei voli che lui amava tanto. Ma il nome “Liala” lo ebbi da d’Annunzio. Prima ancora che Signorsì uscisse, il grande Arnoldo Mondadori aveva parlato a d’Annunzio di una giovane donna che aveva scritto un romanzo aviatorio, cosa eccezionale per quei tempi. Il Comandante volle conoscermi: andai al Vittoriale con Mondadori e, firmandomi una sua fotografia, immediatamente d’Annunzio mutò il mio Liana in Liala: perché, disse, un’ala sta bene nel nome di chi parla con tanto amore di ali. Vi mise un’ala e io volai.”

Dopo venti giorni l’editore le telefona sconvolto: la prima edizione è già esaurita.

Dal 1930 al 48 si lega sentimentalmente ad un altro ufficiale, Pietro Sordi, sebbene il marito l’abbia riaccolta e le abbia dato un’altra figlia.

Oltre all’ambiente militare, ai singoli personaggi, come Lalla Acquaviva protagonista dell’omonima trilogia, oltre alle trame, ciò che ci resta dei suoi romanzi è più l’immagine di uno stile, fatto di molteplici sfumature.

Innanzi tutto i personaggi. Che siano ufficiali come Furio di Villafranca, oppure pittori come Milo Drago o scultori, sono sempre aristocratici, alti, belli - mori con gli occhi azzurri o biondi con gli occhi neri - capaci di dominarti con lo sguardo (niente a che vedere col sadico Christian Gray) di corteggiarti con gesti galanti che hanno nel loro stesso dna.

Le donne sono modelle dai capelli color fuoco e gli occhi verdi, oppure timide fanciulle pudiche, con le trecce e lo sguardo basso. Hanno nomi altisonanti e strani – si dice presi da riviste d’ippica: Beba, Coralla, Pervinca, e aspetto più sanguigno e d’Annunziano che preraffaelita.

Diede un’ultima spazzolata ai capelli vaporosi, leggeri e ondulati, che le sfioravano le spalle, si umettò le labbra. Infilò il soprabito. Sul turchino scuro della stoffa pesante, sfavillarono i meravigliosi capelli fulvi, d’un bel fulvo cupo, che incorniciavano divinamente il volto bianco, sul quale le labbra rosse, colme di sangue sano e violento, mettevano una viva nota di ardente colore.” (Da L’Arco nel cielo)

Gli ambienti sono descritti con visiva ed estetizzante minuzia che fa appello a tutti e cinque i sensi. Di architetture, arredamenti, abbigliamento, cibo, è mostrato ogni particolare. Le tavole sono apparecchiate sontuosamente, oppure in modo campestre, il pane è fragrante, il pollo croccante. Si sentono profumi penetranti, rumori, odori, si vedono i colori risaltare l’uno sull’altro come in un quadro.

Sopra una tovaglia bianca, di bella tela di Fiandra, aveva messo piatti e bicchieri quasi lussuosi, le posate erano di metallo vile, ma lucenti e deterse. Soltanto, in mezzo alla tavola, si ergeva un vasetto d’argento, in cui era immerso un crisantemo viola.” (da Melodia dell’antico amore)

Un gran silenzio pesò su tutte le cose, dominò nella sala. E in quel silenzio, s’udì il ticchettio di due orologi. Quello piccolo che stava su una tavola dall’opalina color topazio, e quello grande, elettrico, incastrato nel muro dell’anticamera. Due suoni cadenzati e dissimili che davano il senso della fugacità del tempo.” (Da Come i baci sull’acqua)

La sensualità che trasuda dalle scene è prepotente quanto trattenuta.

Camminavano vicini, vicini, quando il vento sollevava il soprabito di Mabel lo portava a sfiorare le gambe di Arno Dala. E lui, per quella carezza dell’abito della donna amata, godeva.” (Da Come i baci sull’acqua)

L’erotismo si concretizza in “sangue che scorre più veloce nei polsi”, in torbidi sguardi, in un desiderio represso ma tangibile. Quelle stesse madri e nonne che ci passavano i libri, sui quali avevano pianto e sognato di nascosto, temevano che la lettura fosse troppo azzardata per delle signorinette, volendo restare in tema e citare Wanda Bontà.

Il suo viso portava le tracce della lunga notte d’amore, ma gli occhi erano pieni di gioia. Mai, come quella notte, Beba era stata sua, mai aveva avuto così forte e terribile la sensazione del possesso. La placida sensualità di Beba aveva avuto guizzi e fremiti, le belle carni s’erano insolitamente animate, e mai il viso di Beba era stato così sciupato e devastato dai baci.” (Da Signorsì)

Lo stile è pulito ma ridondante, pletorico, giocato sui sinonimi: “Voglio sapere che lingue parlate, quali idiomi conoscete.”

Liala è una scrittrice sottovalutata, una narratrice abile, capace di farti vedere, sentire e toccare ciò di cui racconta, capace di creare atmosfere che non si dimenticano. È esponente a tutti gli effetti del decadentismo, colto nei suoi aspetti estetizzanti, barocchi, a tinte forti fatte di sesso, di amore e morte, di grandi passioni ultraterrene (Lalla che torna), di uomini libertini alla ricerca di fanciulle pure, di vergini da sgualcire.

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In giro per il mondo: Cipro

18 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Cipro

SPIAGGE, MARE, SITI ARCHEOLOGICI, STORIA, CULTURA, BUON CIBO E DIVERTIMENTO FANNO DI CIPRO UNA META IDEALE PER LE VACANZE.

Omero nei suoi racconti fa spesso riferimento ad Afrodite, dea dell’amore e della bellezza, nata dalla schiuma del mare in una località chiamata Paphos (dal greco: luogo della luce), che si trova sulla costa Sud-Ovest di Cipro. L’isola, che è la terza per grandezza del Mediterraneo, sin dall’antichità era meta di turismo da parte delle popolazioni che si affacciavano sul bacino del grande mare. Il suo clima mite e le sue bellezze naturali venivano spesso associate alla beltà della dea stessa. Cipro si estende per 240 km da ovest ad est e per 90 km da nord a sud con due imponenti catene montuose che racchiudono la vasta pianura della Mesaoria. Il paesaggio è ricco di contrasti che spaziano dalle verdi colline alla maestosa valle dei cedri, dalle numerose spiagge sabbiose alle montagne che nascondono piccoli e caratteristici paesi, ognuno dei quali ha il proprio particolare fascino e le proprie tradizioni.
La vegetazione, ricca di agrumi, cedri, banani, olivi e vigneti dà l’idea di una terra fertile e ben coltivata. L’isola, la cui archeologia risale all’era neolitica, custodisce ancora testimonianze dell’antica Grecia e del periodo romano ma in tutto il territorio sono ben conservati monumenti, chiese bizantine, castelli, palazzi risalenti ai tempi dei crociati e monasteri. Inoltre, le splendide mura di cinta della capitale Nicosia, vecchie più di quattro secoli, sono la testimonianza del dominio veneziano.

Nella città è interessante visitare il Museo Bizantino, contenente una importante collezione di icone molto antiche; l’Arcivescovado, centro della chiesa ortodossa cipriota; la Cattedrale di san Giovanni, completamente affrescata e il Museo Municipale. All’interno delle mura si trovano le vie Ledra e Onassagorov, che costituiscono la linea di demarcazione che divide in due la città, la cui parte settentrionale è stata occupata di turchi dal 1974.
Da Nicosia, in circa trenta minuti, è possibile raggiungere i Monti Todros, ricoperti di magnifici boschi che difendono l’intimità di chiese e monasteri bizantini.
Larnaka, una delle città più importanti di Cipro, è “adagiata” in una baia che prende il suo nome e il suo lungomare – fiancheggiato da numerose palme – è “brulicante” di caffè, taverne e negozi. Dotata di un porto molto attrezzato, può dare ormeggio a numerose barche e yachts che vengono usati per le escursioni alle varie spiagge dell’isola.

Nella città sono ancora visibili le mura ciclopiche del XII secolo a.C. e la chiesa di San Lazzaro, che contiene le vestigia del santo patrono di Larnaka, che arrivò lì dopo la sua resurrezione eleggendola a sua seconda patria. La città è famosa anche per le celebrazioni della Pentecoste greco-ortodossa, che richiama i ciprioti da ogni parte dell’isola per le celebrazioni.
Ad un’ora di macchina dalla città si trova il grazioso paese di Lefkara, centro rinomato per la lavorazione dei merletti fatti a mano che vengono esportati in tutto il mondo. Si racconta che Leonardo da Vinci, visitando questo villaggio abbia acquistato una tovaglia d’altare e l’abbia donata al Duomo di Milano.

Dirigendosi verso la parte ovest di Cipro si incontra la città di Choirokotia, che conserva i resti di uno dei più importanti insediamenti neolitici del Mediterraneo orientale risalenti al 6800 a.C., ed alcuni dei reperti ritrovati nel sito possono essere ammirati nel Museo di Nicosia.

Proseguendo verso sud-ovest, percorrendo una buona autostrada, si arriva a Limassol, la più grande città balneare dell’isola che sin dal medioevo era conosciuta dai mercanti per i suoi vini e la canna da zucchero che veniva coltivata qui. Oggi è un centro turistico con la più vivace vita notturna e dove si svolgono eventi di rilievo. Naturalmente ci sono numerosi hotel oltre a pub, discoteche e night club.

Le spiagge sono tutte attrezzate ma è possibile trovarne alcune deserte. Nelle vicinanze del nuovo porto si trova il Castello di Limassol dove nel 1191 Riccardo Cuor di leone sposò Berengaria di Navarra incoronandola regina.
Ad un’ora di auto si trova l’antica città-stato di Kourion, che gode di uno splendido panorama sull’estesa spiaggia di sabbia fine della baia di Episkopi, e che conserva un teatro greco-romano utilizzato ancora oggi per le rappresentazioni di antichi drammi greci e di Shakespeare oltre a concerti di musica classica.

Un’altra bella località di Cipro è Pissouri, ricca di agrumeti, vigneti e luogo di riproduzione di fenicotteri e uccelli acquatici perché qui hanno trovato il loro habitat ideale. Ad ovest dell’isola si trova invece la bella città di Paphos, la cui vita ruota attorno al piccolo porto dove è possibile mangiare dell’ottimo pesce in uno dei tanti caratteristici ristoranti. Non mancano però importanti siti archeologici, ed essendo Paphos il luogo nel quale è nata Afrodite, si può ancora ammirare il tempio a lei dedicato e che era adibito a santuario di feste pagane.
La città fu per ben sette secoli la capitale di Cipro e di quel periodo, storicamente molto importante per la città, conserva molti reperti archeologici tra i quali gli splendidi mosaici raffiguranti scene mitologiche, oltre a tombe e catacombe dei re. Paphos è stata dichiarata dall’Unesco “patrimonio culturale mondiale” e non si può non essere d’accordo. Storia, mitologia, religiosità, tradizioni, monumenti, chiese, monasteri e bellezze naturali sono l’essenza di Paphos.
Ma se dobbiamo giudicare l’isola le daremmo sicuramente un voto molto alto. L’ospitalità della sua gente, il clima dolce 8 mesi l’anno, la buona cucina accompagnata da qualche bicchiere di ottimo vino locale, il sole, le belle spiagge, un mare cristallino, gli alberghi di alto livello, storia e cultura ne fanno una destinazione sicuramente adatta alle esigenze del turista italiano e raggiungerla non è affatto un problema.

In giro per il mondo: Cipro
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Donne che Emigrano all'Estero

17 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #il mondo intorno a noi, #luoghi da conoscere

Donne che Emigrano all'Estero

Donne che Emigrano all’Estero

Da un progetto di Katia Terreni

Amazon

pp 289

Non stupisce più che la rete faccia incontrare, aggreghi e dia vita a progetti che escono dal virtuale (ma esiste davvero questo universo?) per diventare reali. È il caso di Donne che Emigrano all’Estero, raccolta di trentaquattro testimonianze – brani estrapolati da blog, post pubblicati su un’apposita pagina Facebook, frammenti d’interviste e diari – di donne expat, ovvero italiane che, per scelta, per motivi professionali o familiari, si sono trasferite all’estero. Le autrici hanno età e professioni molto diverse da loro, vivono attualmente in paesi sia dell’unione europea sia non comunitari. I testi non sono accompagnati da immagini e sono liberi, ognuna si racconta parlando di ciò che più le aggrada, di aspetti molto diversi della vita nel paese d’adozione. Tante sono emigrate perché qui da noi non trovavano lavoro, a causa della crisi che ci ha colpito dal 2008 e che, forse, solo adesso sta cominciando ad attenuarsi. Altre hanno cercato un luogo meno provinciale, meno moralista, molte, infine, hanno seguito un amore.

Le donne expat, quelle che trovano dentro di sé la grinta e il coraggio per lasciare i propri luoghi di origine, accettando incarichi lavorativi altrove o inseguendo un amore in terra straniera, o semplicemente spinte dal desiderio di ricostruirsi una vita, hanno una grande forza che le contraddistingue. Si mettono in gioco e ripartono da zero. Affrontano le difficoltà di adattamento e le differenze culturali, non come donne guerriero, ma con la dolcezza, il sorriso e la voglia di conoscere la nuova terra che chiameranno “casa”. (pag 69)

Fondamentale, appunto, il concetto di “casa”. Per l’una è quella che si è lasciata alle spalle:

Oggi casa, per me, significa tutto: dentro c’infilo tutti gli affetti che ho lasciato in Italia, i negozianti di fiducia, il bar dove prendevo il cappuccino la mattina, le vie e le strade che percorrevo ogni giorno, tutto ciò che mi sono lasciata alle spalle nel momento in cui sono salita su quell’aereo. Se fino a ieri la casa era l’abitazione del corpo, oggi è l’abitazione del cuore.” (pag 118)

Per l’altra è la nuova, a cui non saprebbe più rinunciare perché, magari, lei è una di quelle expat che si sentono apolidi e cittadine del mondo, più che italiane.

Donne che Emigrano all'Estero è, in primo luogo, un “libro coach” per donne espatriate, ma anche un testo utile per noi lettori rimasti a casa, per farci comprendere usi e costumi stranieri conosciuti solo da chi ci vive. Spesso c’è da trarre esempio ma non siamo per forza perdenti nel confronto.

Oltre l’interesse culturale e geografico, colpiscono i sentimenti di queste donne, lo slancio, l’entusiasmo con cui, forse, celano qualche malinconia. Molte hanno nostalgia del paese di origine, altre non ne hanno per niente e questa cosa non ci piace. L’Italia è una nazione che ha molto da imparare, in termini di civiltà, da altri paesi ma anche qualcosa da insegnare.

Le emozioni principali sono la voglia di scoprire, il desiderio e le difficoltà di integrarsi nel nuovo paese, il senso di solitudine, lo sprint del nuovo inizio, i sensi di colpa verso i figli sradicati e le famiglie abbandonate. Alcune hanno sofferto emarginazione e razzismo, altre si sono sentite subito integrate e accettate in società multiculturali. Tutte sono passate dal desiderio di mimetizzarsi nella nuova nazione a quello, successivo, di rimanere se stesse, diverse ma non estranee.

Di là dal discorso espatrio, emigrazione e adattamento culturale, è interessante vedere come procedono le vite, come si sviluppano, come si aprono e si chiudono le sliding doors, come a fiorire, imprevisti, siano a volte proprio i rami secondari, come le cose importanti siano costruite con pazienza e dedizione, sì, ma anche, spesso, capitino per caso. Perché "il destino è destino".

Sempre in bilico fra nostalgia e voglia di guardare avanti - specialmente per il bene dei figli - fra entusiasmo e depressione, queste donne mostrano soprattutto coraggio, quello che ci vuole a tagliarsi i ponti alle spalle, smettere di parlare la propria lingua, rinunciare agli orizzonti che ci limitavano ma, pure, ci definivano; e il libro vuole aiutarle, fare da supporto emotivo alle mille sfaccettature di un’operazione così sconvolgente.

La vita da immigrata è un’altalena di emozioni, un giorno sei triste, il giorno dopo sei al settimo cielo, il giorno dopo ancora vorresti mollare tutto e tornare a casa. Le cose che ti rendono felice adesso, possono svanire nel nulla cinque minuti più tardi. Il più piccolo dei problemi può apparire come un ostacolo insormontabile.” (pag 127)

Lo stile degli interventi è molto piacevole, alcuni sono scritti veramente bene, con piglio da scrittore, come, ad esempio, quello della "snob berlinese".

Per concluder, precisiamo che al libro è collegato il sito web http://donnecheemigranoallestero.com e che il ricavato della vendita sarà devoluto in beneficenza ad una Onlus che si occupa di infanzia in difficoltà e adozioni internazionali.

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DUE MORTI di Federico De Roberto

16 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

DUE MORTI di Federico De Roberto

Si tratta di un racconto scritto nel 1920 dall’autore del noto romanzo I viceré. Siamo senz’altro al di sotto come forza narrativa rispetto alla novella La Paura, già affrontata in questo blog. Comunque gli spunti stimolanti non mancano; il contesto è ancora quello della Grande Guerra. Un cappellano militare narra al suo interlocutore due casi drammatici della sua esperienza nel conflitto.

Due soldati, fra i tanti che dovette assistere, gli sono rimasti particolarmente impressi. Uno era un soldato del reparto Sanità; apprezzato dai colleghi e dai superiori, coraggioso e altruista, la sua malattia rattrista tutti. Il decorso non lascia molte speranze. A lui si contrappone un sergente degli Arditi; portato in ospedale dopo essere stato rilasciato dal nemico nell’ambito di uno scambio di prigionieri, si presenta subito nel modo peggiore. Urla, grida, strepita, protesta. La serenità con cui il giovane infermiere affronta la sua sorte cozza con l’agitazione incontenibile dell’altro; perché tanta foga? Il sergente grida la sua colpa; fu catturato mentre si era rifugiato in un tunnel anziché dare manforte a un reparto in prima linea che da otto ore resisteva al nemico. Confessa a gran voce e chiede di essere processato e fucilato. Con i suoi modi non fa altro che accrescere la sua solitudine; solo il cappellano tenta un dialogo con lui. Quando i due muoiono, sostanzialmente insieme, le differenze di trattamento sono ancora più evidenti. I colleghi dell’infermiere lo portano al cimitero; nella commozione generale, la bara viene ornata di fiori. Nessun amico o familiare accompagna invece l’altro feretro.

Il sergente commise una grave colpa; quel misfatto sembra giustificare la freddezza del trattamento. Perfino l’infermiere, già malato, lo aveva giudicato severamente, chiedendosi cosa ci aveva guadagnato col suo egoismo, ora che era prossimo alla fine.

Può un solo fatto negativo segnare una vita e soprattutto vincolare il giudizio degli altri? Nella novella sembra proprio di sì. Probabilmente il sergente compì degli atti di valore nella sua via di soldato; di questo però non rimane traccia. Essendo un Ardito, prendeva parte ad azioni spericolate; le missioni di questo reparto d’assalto richiedevano spesso un prezzo altissimo come perdite.

Quel soldato probabilmente avrà fatto il suo dovere fino al giorno in cui preferì cercare di salvarsi anziché andare ad assistere i commilitoni in difficoltà. Eppure quel solo episodio offusca una carriera e una vita; non si pensa a fucilarlo dato che la morte appare già molto vicina. Disprezzo e ostilità nell’ospedale accompagnano le sue ultime ore e sono già un castigo che l’uomo accetta e sente di meritare.

Nessuno lo considera una vittima di una tragedia come la guerra in cui le debolezze umane erano catalogate sbrigativamente come vigliaccheria. La bara dell’infermiere come detto viene onorata; a quella del sergente, spetta solo il tricolore, appoggiato sopra ad essa solo per ragioni di prassi: “ .. quando la nuda bara fu introdotta nel carro, gli artiglieri vi distesero, come prescritto, il simbolo della Patria, il tricolore. Senza distinzione di colpe e di meriti, senza sceverare i buoni dai cattivi, la Patria accoglie tutte le sue creature nel suo grembo materno”.

Quella bandiera messa sul feretro come si faceva con ogni caduto, come atto dovuto, ristabilisce un po’ di equilibrio. Per una volta, un atto di forma, porta un po’ di giustizia. Una sola macchia non può e non deve compromettere una vita.

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Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala, "Gli amanti del secondo piano"

15 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala, "Gli amanti del secondo piano"

Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala

Gli amanti del secondo piano

A cura di Davide Barilli

Nuova Editrice Berti – Pag. 140 – Euro 16
www.nuovacasaeditriceberti.it

Davide Barilli è un cubanologo vero, uno che conosce quella terra fantastica meglio di chiunque altro, di sicuro più di me che ho perso il diritto a tornarci per colpa di una jinetera della politica di nome Yoani Sanchez. I cubanologi sanno che cosa significa il vocabolo jinetera e per chi non lo sa consiglio un corso di spagnolo caraibico a prezzi modici. Certo, sto parlando d’una jinetera d’alto bordo, davvero potente, ché lei continua a fare la spola sul percorso Cuba - Europa - Miami e io (modesto traduttore) sono interdetto come un nemico della patria. La sua forza da jinete è tanta e tale che da quando l’ho mollata - ché se proprio volevo una jinetera almeno la sceglievo bella - non batto più un chiodo, non mi chiama più nessuno a scrivere o a tradurre. Me ne farò una ragione, ma tacere non mi faranno. Grazie Barilli di avermi dato l’occasione di scrivere ancora una volta quel che penso.

E veniamo al libro. Barilli cura un’antologia di tre autori figli della generazione post rivoluzione, due racconti a testa, che non sono né realismo sucio alla Pedro Juan Gutierrez, né narrativa classica alla Alejo Carpentier e neppure presentano tracce di real maravilloso. Guerra, Medina e Gala (il primo è il più valido e graffiante) raccontano storie prese dalla vita quotidiana, come ormai fa ogni giovane narratore cubano che si rispetti, ma anche il regista più abile (e quanti ce ne sono sotto il sole dei Caraibi!), come lo sceneggiatore più originale. Guerra è avanero e si vede, ma è pure sceneggiatore, e sa usare a dovere il dialogo. Il suo primo racconto - che dà il titolo alla raccolta - sembra una commedia sexy italiana, con un vecchio professore intento a spiare dal buco della serratura una procace vicina di casa e i suoi convegni amorosi. Ma il miglior racconto di Guerra è Finca Vigia, con Hemingway comico protagonista che fa da contraltare a uno scrittore cubano a caccia di premi che per campare porta in giro turisti europei ciccioni e sudaticci. Mi ha convinto meno Medina, nativo di Santiago, che narra le peripezie di uno scrittore cubano in Uruguay, immortalato mentre si mette a osservare i leoni marini e termina con la storia di un travestito, che ricorda lo stile di Gutierrez e Torreguitart. Infine Marcial Gala di Cienfuegos non delude per comicità sopra le righe, in particolar modo quando ci racconta lo scherzo di un cadavere trafugato dal cimitero.

La narrativa cubana è vitale, al contrario della narrativa italiana, forse perché un popolo che soffre produce buona letteratura e grande cinema, un po’ come capitava da noi ai tempi del neorealismo. Ma è vitale anche la narrativa cubana dell’esilio che conta su nomi interessanti e prolifici, purtroppo poco noti in Italia, da Vasquez Portal e Viera, passando per Zoé Valdés e Wendy Guerra. Un grazie a Barilli da parte nostra che amiamo Cuba e la sua cultura - molto meno la politica, governativa o dissidente fa lo stesso - perché ci ha fatto conoscere tre autori ignoti nel nostro paese, da un po’ di tempo a questa parte così refrattario alla vera letteratura.

Gordiano Lupi
www.infol
.it/lupi

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Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"

14 Aprile 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"

Il Paese degli orfani di Karolina Frankov (nome d'arte di Olga Korotkikh). Uno spaccato di vita nella Russia del dopo Gorbaciov, visto da cinque donne che si trovano in un Paese che non riconoscono, senza più riferimenti, senza più sicurezza… Loro affrontano la disperazione e cercano di uscirne. La storia recente della Russia che conosciamo fa da sfondo alla storia delle donne, ed è estremamente interessante esplorare la visione al femminile di una situazione che ha sfiorato il disastro. Il linguaggio è molto letterario, si entra nella psiche delle protagoniste e le descrizioni non sono mai eccessive, diciamo che il libro vive con gli occhi delle donne raccontate, si entra in loro e si ammira la forza d'animo che le caratterizza.

Penetriamo quindi nel libro, lo faremo parlando dei personaggi. Le loro storie si intrecciano, si trovano a condividere lo stesso destino, eppure nessuna di loro vede la vita allo stesso modo, hanno tutte punti di vista diversi, esperienze, anche traumatiche, diverse.
Si inizia con Katerina, o Katia, sposata con Boris, un fannullone che vive in un mare di guai. Per pagare i debiti, Katerina cerca un lavoro, ma nella Russia di quel periodo, dove vige la legge del più forte, dove l’anarchia è di casa, deve fare i conti con una realtà confusa, difficile, non ha appigli se non la speranza di trovare una vita migliore. Lei deve anche occuparsi del figlioletto, del padre disoccupato, e si dà da fare come può. Katerina non condanna nessuno, vive le sue esperienze con dignità, non si lamenta, e non si lascia abbattere neanche dalle violenze subite. Finalmente trova un annuncio: cercasi ballerine in Svizzera.
Irina, amica di Katerina, è anche lei madre, e vedova. In casa l’aiuta Tatiana, o Tanja, mentre lei cerca di sbarcare il lunario come meglio può. Sembra che la fortuna le sorrida quando conosce Leonid, un uomo ricchissimo che la prende con sé, alla fine si innamora, ma lui è ancora sposato, anche se separato. Le disgrazie però non finiscono e l’uomo viene ucciso in un agguato, riappare la moglie che si prende tutti i suoi beni e Irina si trova, di nuovo, sul lastrico.
Galina, la sorella di Boris, è una donna di vita. Si direbbe superficiale e vanesia, ma anche lei è vittima di un mondo atroce ed ha la sua umanità.
Eduarda, il cui vero nome è Svetlana, vive con una zia, la madre ha una relazione con un uomo che l’assorbe fino a farle ignorare completamente i destini della figlia, che è sola. Anche lei conosce Boris, forse cederebbe alle sue avances se il destino non si interponesse tra loro.
Tatiana è la più mite delle cinque donne, la sua vita è quasi priva di escursioni nel mondo dell’amore, si occupa della figlia di Irina, e dà la sua amicizia senza se e senza ma.
Le cinque donne si troveranno insieme, a formare un corpo di ballo per andare in Svizzera.
È interessante notare che alcuni personaggi marginali, come sembrerebbe essere, ad esempio, Boris, vengono visti da donne diverse in modo diverso, per Boris l’effetto è significativo, perché i molteplici punti di vista, lo presentano da più angolazioni fino a riscattare in lui un briciolo di umanità.
Mi colpisce, però, in questa storia, il fatto che le cinque donne, tutte immerse in drammi di grande portata, non condannino nessuno. Si potrebbe dire che accettano il loro destino e vanno avanti. Quindi è un libro al femminile, ma non è femminista, tutto quello che succede viene accettato senza recriminazioni, è così e basta, sembra che ci dicano.
Anche le violenze subite non danno adito a proteste. I personaggi cattivi, ovvio, ci sono, ma l’autrice non punta il dito contro nessuno, e la cattiveria, che venga da uomini o da donne, è solo cattiveria, un elemento della vita con cui è inevitabile scontrarsi.
Questo non significa che le protagoniste siano buone e gli altri cattivi, anzi... semmai significa che comunque vada, troverai sempre cattiveria e bontà, fai tesoro della bontà e lascia che la cattiveria vada per la sua strada, tanto non puoi azzerarla, puoi solo fare i conti con te stesso.
Curiosamente, infatti, anche se queste donne hanno subito ogni sorta di angheria dagli uomini, i personaggi più maligni sono altre donne, ad esempio la mamma di Eduarda e la moglie di Leonid. Tutto questo però non popola le menti delle protagoniste se non per un tempo breve, prima e dopo è un’altra vita, e loro cercano il dopo. Sembra facile, ma proviamo a pensarci con i nostri parametri, noi, tanto abituati alla nostra sicurezza, al nostro quieto benessere… forse la virtù dei personaggi narrati da Olga è proprio la capacità di svincolarsi dal passato e guardare al futuro? Loro non hanno nulla da perdere, hanno una storia stremante, estenuante, agghiacciante, eppure sembra che non se ne dolgano perché sanno che comunque c’è un futuro, e fanno di tutto per andargli incontro. Cosa troveranno è il soggetto del secondo libro di Olga, intanto però sappiamo da dove vengono e, tra uno spaccato di storia recente e l’ammirevole coraggio con cui l’affrontano, queste donne prendono vita dalle parole del libro che ha il pregio di dar voce a chi non l’ha avuta.
Alla fine si attende il seguito, si è curiosi di sapere come vedono, queste cinque giovani, la tanto ammirata Europa, e ancor più precisamente, la tranquilla, ricchissima e inoffensiva Svizzera. Uscire dal caos per entrare nel meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione. Le loro anime, come reagiranno? Ce lo dirà Olga, in arte Karolina, nel suo prossimo libro!

Claudio Fiorentini

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Per certi versi

13 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poesia

Per certi versi

Ci scrive Matteo Bianchi.


"Riapre i battenti “Per certi versi”, la rassegna poetica di Cagliari, organizzata dall’Associazione “Il Grimorio delle Arti”, in collaborazione con la compagnia teatrale “Il Crogiuolo” e la Libreria “Murru”. Il ciclo che comincerà a breve, s’intitola “Letture di primavera” e avrà lo scopo di far volare in alto le parole, parafrasando Mario Luzi, alla maniera delle rondini che riempiono il cielo appena si fa caldo e sostano sui fili della luce come virgole tra le righe, o note sul pentagramma.
Senza trascurare né il significato né la musicalità dei versi, lo scopo dell’associazione culturale è quello di portare in Sardegna le voci più significative del panorama lirico contemporaneo. Infatti, presentando autori dagli stili più disparati, chiunque potrà avvicinarsi a un genere oggi più che mai sotto tono, anche i non addetti ai lavori. La rassegna nasce da un’idea della scrittrice Valentina Neri, che modererà la maggior parte degli appuntamenti. Giovedì 21 aprile, alle 20, saranno Gianfranco Bertagni e Silvia Bre al Teatro Fucina Ex Vetreria a inaugurare il palinsesto, due autori che hanno raggiunto risultati molto diversi, accomunati però dalla stessa concezione meditativa. Se l’intervento del primo sarà su “Lo Zen e la poesia occidentale”, la seconda dimostrerà che “L’assenza del mago annulla il sortilegio”, ispirandosi a Emily Dickinson, per poi leggere brani dalla sua produzione per la “Bianca” Einaudi. Venerdì 22, alle 21, Maria Grazia Calandrone e Claudio Pozzani saranno accolti nel Teatro ArcoStudio, dove la rassegna proseguirà sino alla conclusione. Entrambi sono molto legati all’incisività della modulazione, arrivando persino a concepire i versi “ad alta voce”. “Ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata”, sarà la testimonianza della poetessa, apprezzata per il suo timbro diretto e per l’incessante lavoro di scoperta che opera sui giovani. Mentre il poeta performer di fama oramai internazionale, si concentrerà sulla “Ricostruzione poetica dell’universo”.
Solo sabato 21 maggio, alle 20.30, gli ospiti saranno tre. Due rappresentano correnti milanesi, ossia Anna Maria Carpi e Giancarlo Pontiggia. La terza, più giovane ma ugualmente incisiva, arriva dalla Rimini felliniana, della quale veste la sospensione: Isabella Leardini. “Poesia, pazza sorella della prosa” sarà l’esperienza raccontata dalla Carpi, da sempre divisa tra il romanzo e la lirica. Inoltre sarà per l’autrice l’occasione di presentare per la prima volta l’antologia che raccoglie la sua intera carriera, E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015, edita da Marcos y Marcos. A seguire le “Origini della vita”, il tributo che Pontiggia dedicherà al mondo classico per mettere in luce le nostre radici culturali e quanto siano ancora immerse nel patrimonio del mythos greco e latino. Infine la Leardini si addentrerà nel frangente in cui il poeta non è altro che un medium, un tramite cosciente dell’atto creativo, ma che non può possederlo: “La giungla tra il silenzio e l’opera”. Venerdì 27, alle 20.30, Giuseppe Mereu incontrerà Lello Voce e Alessandra Racca sul tema “Poetryslam e blogpoetry: la poesia italiana nell’era digitale”. Portando a compimento il percorso avviato in aprile, gli autori coinvolti daranno prova della necessità di tali contaminazioni tecnologiche, specie per portare la letteratura in mano ai ragazzi tramite il web e gli smartscreen. Voce, nomen omen, e la Racca si battono da tempo perché i versi non perdano di dignità una volta abbandonata la carta, ma restino un sedimento del proprio vissuto.
Le “Letture di primavera” dureranno ben tre mesi, esaurendosi sulla porta dell’estate. A chiudere letteralmente il cerchio sarà l’a-solo di Mara Macrì, sabato 4 giugno, sempre alle 20.30, sempre al Teatro ArcoStudio. La scrittrice, nonché psicologa e sociologa, si focalizzerà su “Il potere spirituale della parola”. Fidarsi della poesia significa avvicinarsi a sé stessi, alla propria interiorità perché, come le altre forme d’arte, la scrittura immediata e densa dei versi possiede la capacità di estrarre la verità di ciascuno e condividerla con gli altri. La capacità di accompagnarla dall’individuo all’universo circostante.
La funzione maieutica di chi scrive con consapevolezza non ha bisogno di passare per i cinque sensi, ma va oltre; si appella all’emotività. Per questo motivo l’Associazione “Il Grimorio delle Arti” ha investito risorse e speranze, oltre che una considerevole dose di volontà. La poesia si fa quasi preghiera, laica e orizzontale: ascoltare dieci poeti provenienti da tutta Italia consentirà alla platea di conoscere altre realtà, entrando nelle loro emozioni, di immedesimarsi e uscire più consapevoli.

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