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DUE MORTI di Federico De Roberto

16 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

DUE MORTI di Federico De Roberto

Si tratta di un racconto scritto nel 1920 dall’autore del noto romanzo I viceré. Siamo senz’altro al di sotto come forza narrativa rispetto alla novella La Paura, già affrontata in questo blog. Comunque gli spunti stimolanti non mancano; il contesto è ancora quello della Grande Guerra. Un cappellano militare narra al suo interlocutore due casi drammatici della sua esperienza nel conflitto.

Due soldati, fra i tanti che dovette assistere, gli sono rimasti particolarmente impressi. Uno era un soldato del reparto Sanità; apprezzato dai colleghi e dai superiori, coraggioso e altruista, la sua malattia rattrista tutti. Il decorso non lascia molte speranze. A lui si contrappone un sergente degli Arditi; portato in ospedale dopo essere stato rilasciato dal nemico nell’ambito di uno scambio di prigionieri, si presenta subito nel modo peggiore. Urla, grida, strepita, protesta. La serenità con cui il giovane infermiere affronta la sua sorte cozza con l’agitazione incontenibile dell’altro; perché tanta foga? Il sergente grida la sua colpa; fu catturato mentre si era rifugiato in un tunnel anziché dare manforte a un reparto in prima linea che da otto ore resisteva al nemico. Confessa a gran voce e chiede di essere processato e fucilato. Con i suoi modi non fa altro che accrescere la sua solitudine; solo il cappellano tenta un dialogo con lui. Quando i due muoiono, sostanzialmente insieme, le differenze di trattamento sono ancora più evidenti. I colleghi dell’infermiere lo portano al cimitero; nella commozione generale, la bara viene ornata di fiori. Nessun amico o familiare accompagna invece l’altro feretro.

Il sergente commise una grave colpa; quel misfatto sembra giustificare la freddezza del trattamento. Perfino l’infermiere, già malato, lo aveva giudicato severamente, chiedendosi cosa ci aveva guadagnato col suo egoismo, ora che era prossimo alla fine.

Può un solo fatto negativo segnare una vita e soprattutto vincolare il giudizio degli altri? Nella novella sembra proprio di sì. Probabilmente il sergente compì degli atti di valore nella sua via di soldato; di questo però non rimane traccia. Essendo un Ardito, prendeva parte ad azioni spericolate; le missioni di questo reparto d’assalto richiedevano spesso un prezzo altissimo come perdite.

Quel soldato probabilmente avrà fatto il suo dovere fino al giorno in cui preferì cercare di salvarsi anziché andare ad assistere i commilitoni in difficoltà. Eppure quel solo episodio offusca una carriera e una vita; non si pensa a fucilarlo dato che la morte appare già molto vicina. Disprezzo e ostilità nell’ospedale accompagnano le sue ultime ore e sono già un castigo che l’uomo accetta e sente di meritare.

Nessuno lo considera una vittima di una tragedia come la guerra in cui le debolezze umane erano catalogate sbrigativamente come vigliaccheria. La bara dell’infermiere come detto viene onorata; a quella del sergente, spetta solo il tricolore, appoggiato sopra ad essa solo per ragioni di prassi: “ .. quando la nuda bara fu introdotta nel carro, gli artiglieri vi distesero, come prescritto, il simbolo della Patria, il tricolore. Senza distinzione di colpe e di meriti, senza sceverare i buoni dai cattivi, la Patria accoglie tutte le sue creature nel suo grembo materno”.

Quella bandiera messa sul feretro come si faceva con ogni caduto, come atto dovuto, ristabilisce un po’ di equilibrio. Per una volta, un atto di forma, porta un po’ di giustizia. Una sola macchia non può e non deve compromettere una vita.

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Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala, "Gli amanti del secondo piano"

15 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala, "Gli amanti del secondo piano"

Alberto Guerra Naranjo – Emerio Medina – Marcial Gala

Gli amanti del secondo piano

A cura di Davide Barilli

Nuova Editrice Berti – Pag. 140 – Euro 16
www.nuovacasaeditriceberti.it

Davide Barilli è un cubanologo vero, uno che conosce quella terra fantastica meglio di chiunque altro, di sicuro più di me che ho perso il diritto a tornarci per colpa di una jinetera della politica di nome Yoani Sanchez. I cubanologi sanno che cosa significa il vocabolo jinetera e per chi non lo sa consiglio un corso di spagnolo caraibico a prezzi modici. Certo, sto parlando d’una jinetera d’alto bordo, davvero potente, ché lei continua a fare la spola sul percorso Cuba - Europa - Miami e io (modesto traduttore) sono interdetto come un nemico della patria. La sua forza da jinete è tanta e tale che da quando l’ho mollata - ché se proprio volevo una jinetera almeno la sceglievo bella - non batto più un chiodo, non mi chiama più nessuno a scrivere o a tradurre. Me ne farò una ragione, ma tacere non mi faranno. Grazie Barilli di avermi dato l’occasione di scrivere ancora una volta quel che penso.

E veniamo al libro. Barilli cura un’antologia di tre autori figli della generazione post rivoluzione, due racconti a testa, che non sono né realismo sucio alla Pedro Juan Gutierrez, né narrativa classica alla Alejo Carpentier e neppure presentano tracce di real maravilloso. Guerra, Medina e Gala (il primo è il più valido e graffiante) raccontano storie prese dalla vita quotidiana, come ormai fa ogni giovane narratore cubano che si rispetti, ma anche il regista più abile (e quanti ce ne sono sotto il sole dei Caraibi!), come lo sceneggiatore più originale. Guerra è avanero e si vede, ma è pure sceneggiatore, e sa usare a dovere il dialogo. Il suo primo racconto - che dà il titolo alla raccolta - sembra una commedia sexy italiana, con un vecchio professore intento a spiare dal buco della serratura una procace vicina di casa e i suoi convegni amorosi. Ma il miglior racconto di Guerra è Finca Vigia, con Hemingway comico protagonista che fa da contraltare a uno scrittore cubano a caccia di premi che per campare porta in giro turisti europei ciccioni e sudaticci. Mi ha convinto meno Medina, nativo di Santiago, che narra le peripezie di uno scrittore cubano in Uruguay, immortalato mentre si mette a osservare i leoni marini e termina con la storia di un travestito, che ricorda lo stile di Gutierrez e Torreguitart. Infine Marcial Gala di Cienfuegos non delude per comicità sopra le righe, in particolar modo quando ci racconta lo scherzo di un cadavere trafugato dal cimitero.

La narrativa cubana è vitale, al contrario della narrativa italiana, forse perché un popolo che soffre produce buona letteratura e grande cinema, un po’ come capitava da noi ai tempi del neorealismo. Ma è vitale anche la narrativa cubana dell’esilio che conta su nomi interessanti e prolifici, purtroppo poco noti in Italia, da Vasquez Portal e Viera, passando per Zoé Valdés e Wendy Guerra. Un grazie a Barilli da parte nostra che amiamo Cuba e la sua cultura - molto meno la politica, governativa o dissidente fa lo stesso - perché ci ha fatto conoscere tre autori ignoti nel nostro paese, da un po’ di tempo a questa parte così refrattario alla vera letteratura.

Gordiano Lupi
www.infol
.it/lupi

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Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"

14 Aprile 2016 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Karolina Frankov, "Il paese degli orfani"

Il Paese degli orfani di Karolina Frankov (nome d'arte di Olga Korotkikh). Uno spaccato di vita nella Russia del dopo Gorbaciov, visto da cinque donne che si trovano in un Paese che non riconoscono, senza più riferimenti, senza più sicurezza… Loro affrontano la disperazione e cercano di uscirne. La storia recente della Russia che conosciamo fa da sfondo alla storia delle donne, ed è estremamente interessante esplorare la visione al femminile di una situazione che ha sfiorato il disastro. Il linguaggio è molto letterario, si entra nella psiche delle protagoniste e le descrizioni non sono mai eccessive, diciamo che il libro vive con gli occhi delle donne raccontate, si entra in loro e si ammira la forza d'animo che le caratterizza.

Penetriamo quindi nel libro, lo faremo parlando dei personaggi. Le loro storie si intrecciano, si trovano a condividere lo stesso destino, eppure nessuna di loro vede la vita allo stesso modo, hanno tutte punti di vista diversi, esperienze, anche traumatiche, diverse.
Si inizia con Katerina, o Katia, sposata con Boris, un fannullone che vive in un mare di guai. Per pagare i debiti, Katerina cerca un lavoro, ma nella Russia di quel periodo, dove vige la legge del più forte, dove l’anarchia è di casa, deve fare i conti con una realtà confusa, difficile, non ha appigli se non la speranza di trovare una vita migliore. Lei deve anche occuparsi del figlioletto, del padre disoccupato, e si dà da fare come può. Katerina non condanna nessuno, vive le sue esperienze con dignità, non si lamenta, e non si lascia abbattere neanche dalle violenze subite. Finalmente trova un annuncio: cercasi ballerine in Svizzera.
Irina, amica di Katerina, è anche lei madre, e vedova. In casa l’aiuta Tatiana, o Tanja, mentre lei cerca di sbarcare il lunario come meglio può. Sembra che la fortuna le sorrida quando conosce Leonid, un uomo ricchissimo che la prende con sé, alla fine si innamora, ma lui è ancora sposato, anche se separato. Le disgrazie però non finiscono e l’uomo viene ucciso in un agguato, riappare la moglie che si prende tutti i suoi beni e Irina si trova, di nuovo, sul lastrico.
Galina, la sorella di Boris, è una donna di vita. Si direbbe superficiale e vanesia, ma anche lei è vittima di un mondo atroce ed ha la sua umanità.
Eduarda, il cui vero nome è Svetlana, vive con una zia, la madre ha una relazione con un uomo che l’assorbe fino a farle ignorare completamente i destini della figlia, che è sola. Anche lei conosce Boris, forse cederebbe alle sue avances se il destino non si interponesse tra loro.
Tatiana è la più mite delle cinque donne, la sua vita è quasi priva di escursioni nel mondo dell’amore, si occupa della figlia di Irina, e dà la sua amicizia senza se e senza ma.
Le cinque donne si troveranno insieme, a formare un corpo di ballo per andare in Svizzera.
È interessante notare che alcuni personaggi marginali, come sembrerebbe essere, ad esempio, Boris, vengono visti da donne diverse in modo diverso, per Boris l’effetto è significativo, perché i molteplici punti di vista, lo presentano da più angolazioni fino a riscattare in lui un briciolo di umanità.
Mi colpisce, però, in questa storia, il fatto che le cinque donne, tutte immerse in drammi di grande portata, non condannino nessuno. Si potrebbe dire che accettano il loro destino e vanno avanti. Quindi è un libro al femminile, ma non è femminista, tutto quello che succede viene accettato senza recriminazioni, è così e basta, sembra che ci dicano.
Anche le violenze subite non danno adito a proteste. I personaggi cattivi, ovvio, ci sono, ma l’autrice non punta il dito contro nessuno, e la cattiveria, che venga da uomini o da donne, è solo cattiveria, un elemento della vita con cui è inevitabile scontrarsi.
Questo non significa che le protagoniste siano buone e gli altri cattivi, anzi... semmai significa che comunque vada, troverai sempre cattiveria e bontà, fai tesoro della bontà e lascia che la cattiveria vada per la sua strada, tanto non puoi azzerarla, puoi solo fare i conti con te stesso.
Curiosamente, infatti, anche se queste donne hanno subito ogni sorta di angheria dagli uomini, i personaggi più maligni sono altre donne, ad esempio la mamma di Eduarda e la moglie di Leonid. Tutto questo però non popola le menti delle protagoniste se non per un tempo breve, prima e dopo è un’altra vita, e loro cercano il dopo. Sembra facile, ma proviamo a pensarci con i nostri parametri, noi, tanto abituati alla nostra sicurezza, al nostro quieto benessere… forse la virtù dei personaggi narrati da Olga è proprio la capacità di svincolarsi dal passato e guardare al futuro? Loro non hanno nulla da perdere, hanno una storia stremante, estenuante, agghiacciante, eppure sembra che non se ne dolgano perché sanno che comunque c’è un futuro, e fanno di tutto per andargli incontro. Cosa troveranno è il soggetto del secondo libro di Olga, intanto però sappiamo da dove vengono e, tra uno spaccato di storia recente e l’ammirevole coraggio con cui l’affrontano, queste donne prendono vita dalle parole del libro che ha il pregio di dar voce a chi non l’ha avuta.
Alla fine si attende il seguito, si è curiosi di sapere come vedono, queste cinque giovani, la tanto ammirata Europa, e ancor più precisamente, la tranquilla, ricchissima e inoffensiva Svizzera. Uscire dal caos per entrare nel meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione. Le loro anime, come reagiranno? Ce lo dirà Olga, in arte Karolina, nel suo prossimo libro!

Claudio Fiorentini

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Per certi versi

13 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poesia

Per certi versi

Ci scrive Matteo Bianchi.


"Riapre i battenti “Per certi versi”, la rassegna poetica di Cagliari, organizzata dall’Associazione “Il Grimorio delle Arti”, in collaborazione con la compagnia teatrale “Il Crogiuolo” e la Libreria “Murru”. Il ciclo che comincerà a breve, s’intitola “Letture di primavera” e avrà lo scopo di far volare in alto le parole, parafrasando Mario Luzi, alla maniera delle rondini che riempiono il cielo appena si fa caldo e sostano sui fili della luce come virgole tra le righe, o note sul pentagramma.
Senza trascurare né il significato né la musicalità dei versi, lo scopo dell’associazione culturale è quello di portare in Sardegna le voci più significative del panorama lirico contemporaneo. Infatti, presentando autori dagli stili più disparati, chiunque potrà avvicinarsi a un genere oggi più che mai sotto tono, anche i non addetti ai lavori. La rassegna nasce da un’idea della scrittrice Valentina Neri, che modererà la maggior parte degli appuntamenti. Giovedì 21 aprile, alle 20, saranno Gianfranco Bertagni e Silvia Bre al Teatro Fucina Ex Vetreria a inaugurare il palinsesto, due autori che hanno raggiunto risultati molto diversi, accomunati però dalla stessa concezione meditativa. Se l’intervento del primo sarà su “Lo Zen e la poesia occidentale”, la seconda dimostrerà che “L’assenza del mago annulla il sortilegio”, ispirandosi a Emily Dickinson, per poi leggere brani dalla sua produzione per la “Bianca” Einaudi. Venerdì 22, alle 21, Maria Grazia Calandrone e Claudio Pozzani saranno accolti nel Teatro ArcoStudio, dove la rassegna proseguirà sino alla conclusione. Entrambi sono molto legati all’incisività della modulazione, arrivando persino a concepire i versi “ad alta voce”. “Ogni cosa che ho visto di te, te la restituisco amata”, sarà la testimonianza della poetessa, apprezzata per il suo timbro diretto e per l’incessante lavoro di scoperta che opera sui giovani. Mentre il poeta performer di fama oramai internazionale, si concentrerà sulla “Ricostruzione poetica dell’universo”.
Solo sabato 21 maggio, alle 20.30, gli ospiti saranno tre. Due rappresentano correnti milanesi, ossia Anna Maria Carpi e Giancarlo Pontiggia. La terza, più giovane ma ugualmente incisiva, arriva dalla Rimini felliniana, della quale veste la sospensione: Isabella Leardini. “Poesia, pazza sorella della prosa” sarà l’esperienza raccontata dalla Carpi, da sempre divisa tra il romanzo e la lirica. Inoltre sarà per l’autrice l’occasione di presentare per la prima volta l’antologia che raccoglie la sua intera carriera, E io che intanto parlo. Poesie 1990-2015, edita da Marcos y Marcos. A seguire le “Origini della vita”, il tributo che Pontiggia dedicherà al mondo classico per mettere in luce le nostre radici culturali e quanto siano ancora immerse nel patrimonio del mythos greco e latino. Infine la Leardini si addentrerà nel frangente in cui il poeta non è altro che un medium, un tramite cosciente dell’atto creativo, ma che non può possederlo: “La giungla tra il silenzio e l’opera”. Venerdì 27, alle 20.30, Giuseppe Mereu incontrerà Lello Voce e Alessandra Racca sul tema “Poetryslam e blogpoetry: la poesia italiana nell’era digitale”. Portando a compimento il percorso avviato in aprile, gli autori coinvolti daranno prova della necessità di tali contaminazioni tecnologiche, specie per portare la letteratura in mano ai ragazzi tramite il web e gli smartscreen. Voce, nomen omen, e la Racca si battono da tempo perché i versi non perdano di dignità una volta abbandonata la carta, ma restino un sedimento del proprio vissuto.
Le “Letture di primavera” dureranno ben tre mesi, esaurendosi sulla porta dell’estate. A chiudere letteralmente il cerchio sarà l’a-solo di Mara Macrì, sabato 4 giugno, sempre alle 20.30, sempre al Teatro ArcoStudio. La scrittrice, nonché psicologa e sociologa, si focalizzerà su “Il potere spirituale della parola”. Fidarsi della poesia significa avvicinarsi a sé stessi, alla propria interiorità perché, come le altre forme d’arte, la scrittura immediata e densa dei versi possiede la capacità di estrarre la verità di ciascuno e condividerla con gli altri. La capacità di accompagnarla dall’individuo all’universo circostante.
La funzione maieutica di chi scrive con consapevolezza non ha bisogno di passare per i cinque sensi, ma va oltre; si appella all’emotività. Per questo motivo l’Associazione “Il Grimorio delle Arti” ha investito risorse e speranze, oltre che una considerevole dose di volontà. La poesia si fa quasi preghiera, laica e orizzontale: ascoltare dieci poeti provenienti da tutta Italia consentirà alla platea di conoscere altre realtà, entrando nelle loro emozioni, di immedesimarsi e uscire più consapevoli.

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In giro per il mondo: Polinesia

12 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Polinesia

ISOLE CHE SONO NELL’IMMAGINARIO DI OGNI PERSONA. NATURA, MARE, SPIAGGE E LA NATURALEZZA DEGLI ABITANTI SONO UN GRANDE RICHIAMO COME LE “SIRENE” PER ULISSE.

Suoni, profumi, sapori, libertà, bellezza, sensazioni…sono queste le unicità delle isole che ognuno di noi vorremmo visitare una volta nella vita. Sono lontane da noi ed il viaggio è lungo, ma ciò che si ha la fortuna di ammirare compensa della stanchezza del lungo volo. Polinesia, il solo nome evoca un paradiso non ancora perduto e che ci si augura resti ancora naturale nel suo paesaggio e nella sua popolazione.
Non a caso molte persone ci si sono trasferite per recuperare quella naturalità perduta nelle città, e per riacquistare quella pace e serenità che la vita quotidiana ci ha fatto perdere da tempo. Polinesia, luogo incantato nel quale è possibile ritrovare sé stessi, il proprio io, la propria “animalità” o il vivere senza le costrizioni che c’impone il vivere nei paesi cosiddetti industrializzati.
Ma incominciamo parlando un po’ della storia di queste isole uniche.
I primi europei che approdarono nelle isole della Polinesia avranno sicuramente pensato di essere arrivati nel paradiso terrestre. Lo sanno bene i protagonisti dell’ammutinamento più famoso di tutti i tempi, reso noto dalle versioni cinematografiche. Ma i marinai del Bounty non furono i soli a perdere la testa per queste terre. La cupidigia e la violenza degli occidentali, infatti, arrivarono in poco tempo a devastare e a distruggere tutto ciò che volevano conquistare. Fortunatamente queste isole magiche si sono salvate e ancora oggi rappresentano il sogno di un luogo incontaminato e sereno comparato al grigiore delle nostre città.
La Polinesia è una macroarea che comprende diversi arcipelaghi sparsi nell’Oceano Pacifico, a ridosso dell’Equatore tra la Nuova Zelanda e l’America Centrale: quelle che vengono definite Polinesia Francese, Hawaii, Tonga, Samoa Occidentali e Sporadi Equatoriali.
Sono cinque i gruppi di isole che costituiscono la Polinesia Francese. Abitate, secondo alcuni, da popolazioni provenienti dall’America Centrale, furono scoperte nel 1521 dalle prime spedizioni spagnole, ma solo nel 1595 ebbero i primi contatti con gli abitanti, che conobbero, oltre all’uomo bianco, anche le armi da fuoco e la sifilide.


Nel XVIII° secolo s’intensificarono le spedizioni scientifiche degli inglesi; nel 1767 Samuel Wallis trovò Tahiti, cominciando la colonizzazione degli europei. Gli indigeni persero pian piano la potestà sulle terre che nel 1880 vennero date in dono dal loro re alla Francia, mentre dinastia regnante e larga parte della popolazione di Tahiti si erano convertire nel frattempo al cristianesimo. Ne è nata una società multiculturale nella quale si sono poi integrati diversi popoli orientali, portati dagli europei come braccianti nelle piantagioni.
Nelle isole della Società, l’aeroporto internazionale di Tahiti-Faa, della capitale Papeete, e il suo porto rappresentano le porte della Polinesia nel mondo. Tutti i turisti che arrivano passano di qui. L’arcipelago è diviso in due gruppi: le isole del Vento, con Tahiti e Moorea, più densamente popolate, e le Isole di Sotto Vento, con Bora Bora, Raiatea, Tupuai.


Prevalentemente montagnose e di origine vulcanica presentano la particolarità di una vegetazione rigogliosa che lambisce le spiagge sabbiose e bianchissime. L’isola di Tahiti, la più grande della Polinesia francese, incantò i viaggiatori francesi che descrissero le meravigliose cascate di acqua purissima e l’estrema fertilità di quelle terre.
I visitatori che amano la montagna non possono fare altro che avventurarsi in luoghi nascosti e impervi alla ricerca delle tre cascate di Tiarei, ai piedi una foresta di bamboo.
A Tahiti il pittore Gauguin visse molti anni, affascinato dai colori di questi luoghi e, non secondario, dalla grande bellezza delle vahiné tahitiane che ha ritratto in tante opere. L’artista scrisse: ”Nessun uomo, neanche il più felice, può resistere al loro sguardo”. A lui, europeo che l’ha amata molto, l’isola ha dedicato un museo che raccoglie molte opere originali che, insieme ad altre esposizioni, attende i viaggiatori che vogliono conoscere la cultura e le tradizioni di queste popolazioni.
Ma sono le spiagge e il mare cristallino che attirano i turisti, e non solo quelli che amano “oziare" sulla sabbia, ma anche quelli che praticano il surf. La spiaggia di Papara, infatti, vede riunirsi i giovani amanti della tavola con i migliori surfisti mondiali.
Per chi ama invece le immersioni e la fotografia subacquea, l’isola ideale è MOOREA, con le spiagge di sabbia bianca, i meravigliosi fondali e la ricchezza della fauna sottomarina, abitata – un tempo – così come si racconta – da una gigantesca lucertola gialla che con la sua coda creò le baie di Cook e di Opunohu.
Ma per chi ama trascorrere lunghi e rilassanti momenti sull’acqua, non si può perdere un giro in piroga nella cristallina purezza della laguna di Bora Bora. A RAIATEA, culla della civiltà polinesiana, regna la sacralità.
Ogni luogo, lì, è dominato dal mito e il monte Temehani è l’Olimpo polinesiano che veglia su questo angolo di mondo per preservarlo da ogni intervento esterno. Sotto il Tropico del Capricorno, decentrate rispetto a Tahiti, le isole Australi sono quelle che hanno mantenute uno stile di vita più autenticamente polinesiano.
Dal clima più fresco, l’arcipelago è un insieme di colori per le splendide abitazioni color pastello, costruite in pietra corallina. Tra la gente permane un diffuso sentimento religioso e nell’isola di Rurutu, nel mese di gennaio, gli antichi riti terminano con una tradizionale gara di sollevamento pesi, cui partecipano uomini e donne.

Segno, forse, della lontananza dell’uomo bianco e della presenza della natura incontaminata, le balene si trovano in queste acque ed è possibile ammirarle tra giugno e ottobre.

L’arcipelago delle Gamblier è quello che reca le maggiori tracce dell’arrivo degli europei. Furono i gesuiti a distruggere i resti della cultura politeista preesistente con la costruzione, al posto dei tradizionali luoghi di culto, di imponenti edifici religiosi.
La sua morfologia ha caratteristiche eccezionali, perché il 95% delle isole sono atolli, una percentuale unica nella Polinesia francese. Per questo l’arcipelago è noto per essere la culla delle perle polinesiane. La perla nera è invece caratteristica dell’arcipelago delle TUAMOTU, famose anche per essere il paradiso del diving.
RANGIROA, che significa “cielo infinito” per la continuità del colore azzurro del cielo che si rispecchia nelle numerose lagune, è l’atollo più grande della Polinesia francese, con 240 motu (isolotti), separati da più di 100 piccoli canali.
Squali grigi, mante, pesci napoleone, cernie, sono solo alcune delle creature che popolano le acque circondate da questo nastro di isole. Henua Enana, “terra degli uomini”, così venivano chiamati dai nativi dell’arcipelago delle Marchesi, ma oggi, l’esiguo numero della popolazione che le abita è concentrata in poche delle 12 isole di cui è composto l’arcipelago. A 1500 chilometri da Tahiti è il gruppo situato più a nord, in prossimità dell’Equatore. Qui è nata l’antica arte del tatuaggio.
Continuando il nostro viaggio arriviamo a TONGA, forse l’unica terra del pacifico a non essere stata colonizzata.
Gli abitanti erano guerrieri valorosi e seppero salvarsi dalla conquista degli europei che a più riprese giunsero sulle loro coste.

La cultura di questi popoli, governati da una monarchia ereditaria, si è sposata pacificamente con la religione cristiana, cui hanno aderito con fervore. Le terre di Tonga sono costituite da 171 isole e atolli, di cui solo 40 abitate e si dividono in quattro gruppi: Tongatapo, He’apai, Vava’u e Niuas.

Queste isole conservano ancora la tradizionale cordialità e benevola e festosa accoglienza, insieme ad un patrimonio naturale unico: foreste pluviali, laghi vulcanici e bocche eruttive – che possono essere visitati in lunghe escursioni.
Immersioni subacquee e discese alla corda sulle pareti delle scogliere attendono i più avventurosi che potranno ammirare anche due specie di iguane molto rare, volpi volanti, pipistrelli considerati sacri e protetti nelle sette aree tutelate, tra parchi naturali e riserve marine.
Il 4 luglio si festeggia il tradizionale Heilala festival, festa del fiore nazionale. Nella capitale Nuku’alofa, “dimora dell’amore”, si fondono gli elementi caratteristici della tradizione autoctona, i Palazzi e le Tombe reali, le antiche e magnifiche chiese cristiane, testimonianza della cultura occidentale.
Il Tongatapo orientale conserva la più grande concentrazione di siti archeologici del pacifico, resti delle tombe delle antiche dinastie.
Ecco, quando pensiamo alla Polinesia, la mente va subito al mare e alle spiagge ma, se si desidera capire un po’ di storia degli atolli e vedere oltre il mare, anche qui è possibile farlo.
E’ sempre il paradiso desiderato da tutte le persone, ma si deve andare anche oltre quello che ci hanno sempre mostrato. C’è molto di più.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: Polinesia
In giro per il mondo: Polinesia
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In giro per il mondo: Seychelles

11 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Seychelles

UN ARCIPELAGO ANCORA INCONTAMINATO LA CUI BELLEZZA FA RIMANERE SENZA FIATO.

Il nome è indubbiamente melodioso e ricco di fascino esotico e chi non ha mai visitato anche una sola delle tante isole che ne compongono l’arcipelago, non può immaginarne la grande bellezza. Una bellezza che spazia dal mare limpido e cristallino alle bianchissime spiagge, dalla vegetazione rigogliosa, piena di colori e di profumi, alla popolazione creola ben predisposta all’accoglienza del turista. Nel mondo, fortunatamente, ci sono ancora alcuni luoghi incontaminati e le Seychelles, a pieno diritto, possono definirsi tali. Un Governo lungimirante, infatti, da molti anni ha a cuore la conservazione del suo ecosistema impedendo anche la costruzione di nuove strutture alberghiere per non alterarne l’equilibrio.

Niente turismo di massa, quindi, nessun sovrappopolamento in ogni periodo dell’anno. Tutto rimane circoscritto nell’ambito di un turismo che non altera l’armonia delle isole, della loro flora, della loro fauna e della loro popolazione.

Le Seychelles sono un grande patrimonio naturale da rispettare e conservare per tutta l’umanità. È questo il compito che i seychellesi si sono prefissati da tanti anni e che ogni “buon” turista, consapevole dell’importanza del mantenimento di un simile paradiso, dovrebbe aiutare a proteggere e a conservare. Un turista con una coscienza ecologica è il miglior turista che queste meravigliose isole possano ospitare.

CONOSCIAMONE UN PO’ LA STORIA…

Le Seychelles, oltre 65.00 abitanti distribuiti su una trentina di isole in parte coralline e in parte granitiche, si trovano nell’Oceano Indiano a 1.100 Km circa a nord est del Madagascar e poco più a sud dell’equatore. Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo, furono colonizzate dal francese L. Picault, inviato dal governatore delle Mascarene, che le chiamò inizialmente “Boudonnais”. Nel 1756 passarono alla Compagnia Francese delle Indie Orientali con il nome di Seychelles, derivato dal cognome dell’intendente generale delle finanze sotto Luigi XV, Moreau de Seychelles. Sotto Napoleone, invece, divennero luogo di deportazione di detenuti politici. Con il trattato di Parigi del 1814 le Seychelles vennero cedute agli inglesi ma nel 1976 hanno ottenutol’indipendenza. I primi abitanti si stabilirono alle Seychelles un paio di secoli fa ed erano costituiti da schiavi liberati dalle navi negriere, da coloni di origine francese, da indiani e cinesi. Tutte queste unioni hanno dato origine alla bella razza creola che vive soprattutto a Mahè, e in particolare a Victoria, capitale e centro vivacissimo con il suo mercato pieno di banchi di pesce, di frutta esotica, di oggetti di artigianato locale e con un’incredibile miniatura del Big Ben londinese “ che campeggia” nella piazza centrale.

LE PRIME IMPRESSIONI…

Appena si esce dall’aeroporto di Mahé, non si può fare a meno di notare che il paesaggio è molto più bello di quello che viene descritto da chi già ha avuto la fortuna di visitare le Seychelles. Si rimane stupefatti davanti alla vegetazione lussureggiante e varia. Ovunque palme, banani, felci, enormi acacie dai fiori rossi, fiori profumati, filodendri che si arrampicano sulle palme, alberi del pane, takamaca – tipico albero locale che cresce e quasi si adagia con il suo tronco e le verdi foglie sulle candide spiagge – e tantissime piante, che da noi raggiungono a malapena il metro di altezza, e qui, invece, sono alberi “vigorosi”.

Lontani dal traffico delle città, e liberi di respirare aria priva di smog, è facile farsi condizionare dai ritmi lenti e rilassati degli abitanti del luogo. Un inconsueto profumo di terra, piante, fiori e mare permea l’aria dell’isola più grande, così come quella di Praslin e La Dique – le altre due isole più conosciute dell’arcipelago.

Qui è tangibile il trionfo della natura rispetto all’uomo. Gli occhi si beano di tanto splendore e non possono fare a meno di ammirare le lunghissime e candide spiagge – orlate da alte palme e da takamaca – il mare, veramente incontaminato e di un colore che si fonde facilmente con quello del cielo; la fitta vegetazione, la varietà di uccelli che volano a bassa quota e sembrano non aver paura dell’uomo.

Vale proprio la pena di girare le isole e conoscerne sia i luoghi più nascosti e più belli, sia gli abitanti e il loro modo di vivere semplice e a stretto contatto con l’habitat. Al tramonto, in un’atmosfera che ha il sapore di tempi lontani, è facile incontrare gruppi di pescatori che, sulla riva di una qualsiasi spiaggia, scaricano dalle loro barche il pesce appena pescato. Nessuno grida, nessuno ha fretta, e il pesce viene spostato dalle piccole imbarcazioni con la massima calma.

Le semplici case dei seychellesi sono circondate da giardini nei quali gli alberi di papaya e banani sono carichi di buoni frutti. I bambini sono molto socievoli belli, con la loro pelle vellutata e gli occhi scuri, e si lasciano fotografare volentieri anche quando si incontrano all’uscita della scuola. Come in ogni altro posto del mondo – tranne in Italia – Indossano tutti ordinatamente la divisa scolastica, anche i ragazzi delle scuole superiori.

COSA SI PUÒ FARE?

Oltre alle escursioni che si possono effettuare all’interno di Mahé, è consigliabile quella al Parco Marino di Sainte Anne. Un’immersione nel suo reef, con maschera e boccaglio, è una delle esperienze più entusiasmanti che si possano provare. La barriera corallina pullula di vita e la moltitudine di pesci e coralli variopinti la fanno quasi somigliare ad un giardino fiorito.

Il paesaggio sottomarino è quantomai affascinante: coralli rossi, blu, neri e bianchi, a gruppi o isolati, formano una specie di scenografia unica nel suo genere, mentre pesci di piccole e medie dimensioni e dai nomi curiosi, come quello di pesce-leone, pesce-angelo, pesce-Picasso – nuotano tranquillamente fra questi organismi viventi.

A chi piace tuffarsi in un mare dal colore inimmaginabile, ma non protetto dal reef, per cui è spesso “mosso” con delle alte onde, non deve perdere l’occasione di farlo ad “Anse Intendence”, dotata anche di una larga e bianca spiaggia sulla quale si può sostare in tutta tranquillità.

PRASLIN, CANDIDE SPIAGGE E FORESTA PRIMORDIALE

Non si può andare alle Seychelles e non soggiornare o visitare la sua seconda isola, per grandezza, Praslin. Di origine granitica e meno montagnosa di Mahé, Praslin ha le spiagge sabbiose di un colore bianco così abbagliante che è quasi impossibile guardare la sabbia senza indossare gli occhiali da sole. E’ ricoperta da una fitta e insolita vegetazione che raggiunge il suo culmine nella Vallée de Mai, foresta incontaminata e unico posto al mondo – e unica isola delle Seychelles – dove cresce spontaneamente quel frutto raro che è il “coco de mer”, così somigliante agli organi genitali maschile e femminile da suscitare sempre tanto stupore fra le persone che hanno la fortuna di osservarlo da vicino. Una leggenda locale narra che il suo nome derivi dal fatto che fosse il frutto di un grande albero sottomarino, mentre un’altra – più affascinante ma non credibile – racconta che l’accoppiamento delle due palme avviene nelle notti di tempesta e solo in quest’isola. Ma nessun essere umano può assistere all’incontro amoroso perché ne riceverebbe sciagure.

Nella Vallée de Mai è stato creato un percorso che permette di osservare questa specie di jungla primordiale nella quale, in alcuni punti, a malapena riesce a trapelare la luce. Fa impressione quando il vento fa muovere le palme perché le foglie, nello sbattere, riproducono un suono quasi metallico – simile a quello delle lamiere. Nella Vallée si ode soltanto il canto solitario di qualche uccello che rompe il silenzio di quel luogo incantato la cui bellezza selvaggia attira ogni anno numerosi turisti

Ma Praslin è nota anche per la bellezza di quella che qualcuno definisce la spiaggia più bella del mondo il cui nome, Anse Lazio (si, avete letto bene, è proprio Anse Lazio), ci sembra familiare perché è uguale a quello di una delle nostre regioni. Situata a nord ovest dell’isola, su questa bianchissima spiaggia c’è addirittura un piccolo lago nel quale si riflette il verde della vegetazione che ricopre un’altura situata alla sua sinistra.

Fa impressione vedere quello specchio d’acqua incastonato nella sabbia, ma anche le formazioni granitiche che si trovano sia a destra che a sinistra dell’ampia spiaggia, e che, se ci s’inoltra nei piccoli passaggi che ci sono nelle rocce – sulla parte sinistra – si può sostare nelle splendide insenature, tutte circondate da alti alberi di cocco i cui frutti cadono sulla sabbia. Descrivere lo splendido colore del mare e gli incontri “ravvicinati” che si effettuano con i suoi coloratissimi pesci potrebbe sembrare esagerato e ripetitivo, ma è la pura verità. Si può soltanto dire che è meraviglioso e indimenticabile poter nuotare in posti simili!

LA DIGUE, I SUOI GRANITI E LA SUA BELLEZZA UNICA…

A circa 30 minuti di barca da Praslin c’è la Digue, intatto atollo dalle granitiche sculture e dalle inimmaginabili spiagge solitarie lambite da un mare trasparentissimo. Il suo fascino maggiore consiste nell’aver conservato l’antica atmosfera coloniale rifiutando – nei limiti del possibile – la modernità dei mezzi di trasporto meccanici.

Poche automobili sono adibite al trasporto delle merci, mentre per lo spostamento delle persone sono utilizzate le biciclette e alcuni carri trainati da buoi. Ma anche andare a piedi è piacevole perché in un’ora si riesce ad arrivare da una parte all’altra dell’isola. A La Digue, come in tutte le isole delle Seychelles, le palme sono le regine incontrastate della vegetazione, ma qui sono più alte che nelle altre isole.

Se ci si va a fine ottobre-novembre si possono osservare anche le numerose varietà di orchidee selvatiche che crescono nei cespugli che costeggiano i sentieri. La Digue è naturalmente protetta dal reef e le sue spiagge sono circondate dalle rocce granitiche che sembrano quasi volersi congiungere con il mare.

È su quest’isola che sono stati girati film come “Robinson Crosue” ed “Emanuelle”, perché ritenuto l’ambiente ideale per rappresentare una natura incontaminata.

Le sue spiagge sono bianche o bianco-rosato e sono ricche di conchiglie e coralli (che è proibito, però, raccogliere). L’isola è nota per la lavorazione del cocco e della vaniglia ed è interessante visitare la “fabbrica” dove le noci di cocco vengono vuotate del guscio per prepararle alla trasformazione in olio da esportare poi all’estero. All’interno dell’isola, una grande roccia granitica e la visione di tartarughe giganti merita senz’altro una escursione.

TANTI MOTIVI PER TORNARE ALLE SEYCHELLES…

Se si disponesse di molto tempo si potrebbero visitare anche le altre isole che compongono l’arcipelago perché ognuna è diversa dall’altra. Si potrebbe andare, ad esempio, a Denis Island, meta d’obbligo per chi pratica la pesca d’altura; a Bird Island, isola prediletta degli ornitologi e di chi ama il bird watching.

Da maggio a settembre, infatti, è il regno di oltre due milioni di uccelli che vi nidificano. Aldabra, inoltre, non è da trascurare perché è considerata una delle ultime meraviglie “al naturale”. È il più grande atollo al mondo – protetto e gestito dalla Fondazione isole Seychelles – nel quale vivono ancora allo stato selvaggio le tartarughe giganti. Ormai solo ad Aldabra e alle Galapagos si possono osservare queste enormi testuggini che altrove si sono estinte.

Ma le Seychelles meritano più di una visita anche per la loro gastronomia. La cucina creola, infatti, è l’esaltazione dei profumi e dei sapori dei prodotti naturali delle sue isole. Naturalmente gli ingredienti base sono il pesce e il riso sapientemente combinati con l’aggiunta di spezie esotiche. La frutta, poi, è veramente saporita: dalla papaya al mango, dal frutto della passione alle banane e all’ananas, si possono fare delle vere “scorpacciate” senza il timore di ingerire concimi chimici o OGM.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: Seychelles
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Concorso "Alla prossima fermata"

10 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi

Concorso "Alla prossima fermata"

Ci scrivono dall'Agenzia Distanze Lab:

"Ogni giorno, sono circa tre milioni le persone che viaggiano per raggiungere i luoghi di lavoro o di studio. Qualcuno li chiama ancora pendolari ma sono, in realtà, dei valorosi combattenti che con sprezzo del pericolo e, soprattutto, armati di santa pazienza affrontano disservizi, ritardi e disagi vari del trasporto locale su ferro e su gomma, in un’andata & ritorno spesso da incubo.

Se fate parte anche voi di questo esercito itinerante, raccontateci le vostre storie. Conditele di realismo o di venature horror o di comicità: vi diamo carta bianca! I testi, che devono essere brevi quanto una cartella (1.800 battute, spazi inclusi), saranno valutati da una giuria composta da Anna Petrazzuolo e Marina Bisogno. I migliori saranno raccolti nell’antologia Alla prossima fermata edita da Distanze Lab in formato digitale e distribuita gratuitamente. I file vanno inviati entro e non oltre il 15 maggio 2016 all’indirizzo segreteria@distanzelab.it.

Accalcatevi pure, c’è posto per tutti!

Agenzia Distanze Lab

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L'amore come ossessione

9 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'amore come ossessione

A tre anni Emily Brontë aveva già perso la madre e cresceva nel ricordo delle due sorelline scomparse, Maria ed Elisabeth. La zia allevò lei, Charlotte, Anne e Patrick (detto Branwell dal cognome materno) col metodismo wesleyano, nelle riunioni di famiglia un tema consueto era il resoconto di morti edificanti. Il padre era irlandese, la madre della Cornovaglia, più che inglesi erano celti, e questo retaggio di miti e folklore, unito alla natura selvaggia in cui crebbero, esaltò l’immaginazione dei fratelli.

Emily (1818 -1848) era una ragazza dalle braccia lunghe, dal passo elastico, dalla figura regale, anche quando correva nella brughiera fischiando ai cani. Nel ritratto che le fece Patrick Branwell,

"gli occhi sono notturni, occhi che mettono a disagio, che non accettano la realtà solare e non rifiutano alcun orrore tenebroso" (introduzione a Cime tempestose, Garzanti 1965)

Come afferma Charlotte (l’autrice di Jane Eyre): "mia sorella non ebbe per natura un’indole socievole, le circostanze favorirono e alimentarono un’inclinazione alla solitudine: tranne che per andare in chiesa o per fare una passeggiata sulle colline, ella raramente varcava la soglia di casa."

Il fratello Patrick era pittore e poeta, dedico all’alcol e all’oppio, perfetta incarnazione dell’eroe byronico. Lui ed Emily erano legatissimi, vagavano insieme per la brughiera, paghi l’uno dell’altra; morì alcolizzato nel '48 fra le braccia di Emily. Lei non gli sopravvisse, o meglio non gli volle sopravvivere, si abbandonò con voluttà alla tisi che la corrodeva da tempo. Prese freddo durante il funerale, cominciò a tossire, non volle curarsi, spirò tre mesi dopo il fratello. In testa al corteo funebre camminava Keeper, il selvaggio bulldog che lei sola sapeva ammansire. Dopo la sua morte, Charlotte distrusse tutti gli scritti che avrebbero potuto comprometterne la reputazione ma anche illuminarci sull’origine dei suoi versi e del suo romanzo.

Cime tempestose (1847) è un’opera, come la definisce il Praz, "fra le più tumultuosamente romantiche di tutta la letteratura inglese". Il titolo originale è Wuthering Heights. Wuthering è variante regionale dell’aggettivo scozzese whither, parola che indica il tumulto atmosferico cui è soggetta la casa degli Earnshaw. I paesaggi e la meteorologia sono esasperati, come esasperati sono i caratteri dei protagonisti. Più che romanzo, Cime tempestose è tragedia, poema epico. La filosofia che sottende l’opera è che tutto il creato, animato e inanimato, psichico e fisico, è mosso da due principi, lo spietato-selvaggio e il dolce-passivo, rappresentato dai due poli, le due magioni, Wuthering Heights e Thrushcross Grange con i loro abitanti, gli Earnshaw e i Linton. Ma c’è una seconda generazione, dove il contrasto fra figli della tempesta e figli della calma è smussato, si accavalla fino a confondersi, a trovare una forma di redenzione.

Heathcliff e Catherine sono i due personaggi principali, titanici e granitici, fatti della stessa sostanza della natura in cui vivono. Per loro, odio e amore, passione e vendetta, sono la stessa cosa. Heathcliff e Chaterine si compensano, come Emily e Branwell, sono cresciuti insieme, fratelli/amanti. Heathcliff è spesso descritto con termini che ricordano più la natura selvaggia che non l’essere umano, è l’eroe maledetto dalla risata diabolica. Cathy è donna ma anche spettro, incarnata in una progenie maledetta.

“I am Heathcliff”, dice Catherine, nella potente indimenticabile dichiarazione che racchiude l’essenza stessa dell’amore romantico.

"Il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io son sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere." (p. 95)

Secondo il poeta decadente Swinburne, Emily dipinge “l’amore che corrode la vita stessa, devasta il presente, distrugge l’avvenire, con il suo fuoco divoratore.” È l’amore ossessione, l’amore romantico, trascendente, violento e inarrestabile.

Ai personaggi di Emily Brontë non si applica l’ordinaria antitesi fra bene e male. Essi non si pentono dei loro impulsi distruttivi. Costretti a deviare dal loro corso naturale, come un fiume che esce dagli argini, devastano incolpevoli ciò che incontrano sul loro cammino. I loro atti spietati, la loro cattiveria, in una parola il male che essi compiono e rappresentano, fanno parte del creato, hanno una ragione d’essere e una posizione nel cosmo. Come sostiene il Praz, “il punto di vista di Emily Brontë non è immorale ma premorale”. Il contrasto non è quello vittoriano fra bene e male, ma fra simile e dissimile.

"Lui è più di me stessa. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono simili; e l’anima di Linton è differente come un raggio di luna dal lampo, o il gelo dal fuoco." (p. 93)

Questo concetto di premoralità, di bene e male come parte di un unico disegno divino, sarà la costante anche dei romanzi odierni di Anne Rice che molto derivano dall’atmosfera gotica, romantica, di Cime Tempestose. Come l’asessuato, eppur erotico, morso vampiresco, il sesso tradizionale ha poco a che vedere con l’attrazione inesorabile che unisce Heathcliff a Catherine e che è vicina alle forze sotterranee della natura, alle maree che trascinano, alle correnti, al magma.

"Dov’è? Non là, non in cielo, non morta: dov’è? (...) E io prego, la ripeto la mia preghiera finché la mia lingua riuscirà a pronunciarla: Catherine Earnshaw, possa tu non riposare mai finché vivo io! Hai detto che ti ho uccisa io… perseguitami, dunque! Credo che gli uccisi perseguitino i loro uccisori. So di spiriti che hanno vagato sulla terra. Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti! Oh, Dio; è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza l’anima mia! (p. 183)

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Due libri sul filo della memoria

8 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

Due libri sul filo della memoria

Roberta Pieraccioli

La Primavera (2015)

Euro 12 - Pag. 160

La Resistenza in cucina (2014)

Euro 12 - Pag. 175

Ouverture Edizioni - www.ouverturedizioni.it

Due libri entrambi firmati da Roberta Pieraccioli e pubblicati da Ouverture Edizioni.

La Primavera è una raccolta di racconti sul filo della memoria tra Firenze e la Maremma, due luoghi geografici che rivestono grande importanza nella vita dell'autrice.

La Resistenza in cucina racconta le ricette in tempo di guerra - buone anche nel periodo di crisi che stiamo vivendo - ma non è soltanto un originale ricettario di cucina povera in cinquanta pietanze, quanto un viaggio a ritroso nella nostra storia, tra mercato nero, autarchia e piccoli trucchi per mettere in tavola il poco che si riusciva a trovare.

Due libri che raccontano in modo diverso il secondo conflitto mondiale, tra storie di povera gente e avventure quotidiane, fatti realmente accaduti e analisi del mondo dal punto di vista del popolo che si arrangia, resiste e sopravvive. Lo stile dei racconti è semplice ma letterario, ricorda le storie di guerra di Cassola e Flaiano, permeate di Bianciardi e Vittorini. L'autrice ha fatto buone letture e la sua scrittura ne risente in modo positivo.

Le ricette sono insolite, precedute da una sorta di piccolo saggio sul modo di cucinare negli anni Quaranta e sulla necessità di far bastare le poche cose reperibili sul mercato. Frittata d'ortica, torta di pane, polpettine di borragine, bucce di baccelli lessate, fiori d'acacia fritti, farinata di castagne, sformati di piselli e ceci... ma anche frittate senza nulla a base di acqua (latte, nel migliore dei casi) e farina cucinate per merenda da nonne amorose.

Roberta Pieraccioli dirige la Biblioteca e i Musei di Massa, ha pubblicato racconti con Paola Zannoner, in questo caso attinge ai ricordi culinari di nonna e madre, mentre dedica le storie alla memoria dei genitori, abili narratori di vicende del passato, alla cui fonte si è abbeverata. Quando si parla di libri utili per la memoria storica del nostro territorio, d'ora in avanti non potremo prescindere da questi due titoli.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Come eravamo: le fiabe sonore

7 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #come eravamo

Come eravamo: le fiabe sonore

Non molto prima del Natale 1966, i Fratelli Fabbri editori distribuirono gratuitamente nelle edicole un disco promozionale de Le Fiabe Sonore, con I tre Porcellini. La settimana seguente uscì il primo numero ufficiale, Il gatto con gli Stivali di Charles Perrault, corredato di un albo di grande formato (27x35) con splendide illustrazioni romantiche e tuttavia ironiche, ammiccanti, comunque moderne.

Molti di noi, all’epoca, non sapevano ancora leggere. Furono i nostri genitori, dunque, a iniziarci alla magia, a spalancarci le porte della fantasia, a introdurci in un mondo che ci avrebbe arricchito, ammaliato, incantato, spaventato, meravigliato. Settimana dopo settimana, avremmo imparato a leggere e scrivere anche grazie alle Fiabe Sonore, assorbendo parole nuove e sconosciute, non sempre facili.

Le fiabe uscirono ininterrottamente dal 1966 al 1970, incise su dischi a 45 giri e corredate da libri bellissimi, illustrati da pittori molto conosciuti: Pikka, Una, Ferri, Max e Sergio.

Dopo averle ascoltate dai nostri genitori, ci affidavamo poi alla voce profonda e rassicurante di Silverio Pisu (1937-2004) attore, doppiatore, cantante, scrittore e sceneggiatore. Ci raggomitolavamo sul divano nelle fredde sere d’inverno, col libro sulle ginocchia, rapiti dalle figure, con l’orecchio teso a cogliere la minima differenza fra testo scritto e voce narrante. Oppure, raffreddati e febbricitanti, spargevamo sul letto le fiabe a raggiera, estraevamo dalla custodia il disco di vinile, lo inserivamo trepidanti nel mangiadischi. Il ditino premeva, il tasto si abbassava e in quel piccolo gesto c’era un potere immenso, quello di far scaturire suoni e immagini, di evocare un intero universo parallelo. Eravamo noi a tenere la bacchetta magica, a chiudere e aprire a piacimento la porta fatata, a ogni rilettura, a ogni riascolto.

Con Silverio Pisu collaboravano molti altri attori professionisti tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo de Luca, Isa di Marzio. Le musiche furono commissionate a un famoso compositore dell’epoca, Vittorio Peltrinieri. Nessuno di noi potrà mai dimenticare la canzone introduttiva cantata dal Quartetto Radar, composto da Claudio Celli, Gianni Guarnieri, Dino Comolli e Stelio Settepassi, il cui stile voleva somigliare a quello del più celebre Quartetto Cetra.

Assieme alla canzoncina di chiusura alle fiabe, il memorabile jingle iniziale costituì un sicuro segno di riconoscimento della collana, con quell'inizio strascicato che faceva diventare il "ce n'è" più simile ad un "cenei"...

A mille ce n'è

nel mio cuore di fiabe da narrar.

Venite con me

nel mio mondo fatato per sognar…

Non serve l'ombrello,

il cappottino rosso o la cartella bella

per venire con me…

Basta un po' di fantasia e di bontà.

Dopo l’introduzione, cominciava la fiaba vera e propria, sceneggiata, riadattata, modernizzata senza toglierle fascino. Ogni sceneggiatura era caratterizzata non solo dalla voce narrante di Silverio Pisu, ribattezzato Cantafiabe, ma pure da vivaci dialoghi e canzoncine orecchiabili come quelle indimenticate di Cappuccetto Rosso, del Nano Tremotino, di Cigno Appiccica.

Pochi cenni magistrali erano sufficienti a creare l’atmosfera, come il passaggio del tempo segnato da un tocco d’arpa, capace di scatenare la fantasia, fare appello a più sensi contemporaneamente e rendere superflua qualsiasi parola.

In tutto uscirono circa 150 fascicoli illustrati e altrettanti dischi. Vennero riproposte fiabe dei principali favolisti europei: i fratelli Grimm, Andersen, Perrault, Puŝkin e dei meno noti Bechstein, Leprince de Beaumont, Gianbattista Basile.

Grazie alle fiabe della Fabbri, un’intera generazione si è divertita con lo spassoso Vardiello, ed ha altresì imparato – come spiega Bruno Bettelheim – a gestire le proprie paure infantili, rielaborando interiormente, assorbendo e facendo proprie certe atmosfere gotiche. Come non ricordare la paura suscitata dalla spaventosa strega di Hansel e Gretel, bruciata nel forno dai due fratellini, dall’Orco di Pollicino che taglia la gola alle proprie figlie, dall’ingiusta accusa di stregoneria rivolta alla protagonista de Gli undici cigni selvatici, costretta al silenzio a causa dell’amore per i fratelli? Le fiabe sonore ci insegnavano la netta divisione fra male e bene, il confine fra lecito e illecito, il senso del dovere e lo spirito di sacrificio, parole che oggi sembrano ormai prive di significato.

Oltre alle fiabe singole, furono pubblicate anche magistrali versioni a puntate di Le avventure di Pinocchio, con Paolo Poli, recentemente scomparso, nel ruolo del burattino, di Alice nel paese delle meraviglie e di Peter Pan. Le fiabe sonore furono riproposte nel '77, negli anni '80, nel '90. Uscirono poi per la prima volta su CD nel 2003 e in allegato al Corriere della Sera nel 2007.

E ora ci congediamo da voi come faceva il Cantafiabe, con quella canzoncina che ci procurava tristezza e consolazione insieme, il senso di qualcosa che finisce e poi comincia di nuovo, in un infinito loop che ci aiutava a crescere, a sopportare il ritorno alla vita normale, alle nostre fatiche di bambini, simboleggiate dalla “cartella bella” dell’introduzione.

Finisce così

Questa favola breve se ne va

Il disco fa click

E, vedrete, fra un po’ si fermerà,

ma aspettate, e un altro ne avrete

“C’era una volta” il Cantafiabe dirà

E un’altra favola comincerà

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