A come Andromeda
A come Andromeda è uno sceneggiato televisivo in cinque puntate diretto da Vittorio Cottafavi e trasmesso dal Programma Nazionale nel 1972. Si basa su un romanzo di fantascienza scritto da John Elliot e Fred Hoyle nel 1962, trasposizione letteraria dell'omonima miniserie televisiva mandata in onda dalla BBC l'anno precedente.
Luigi Vannucchi, bello e pieno di umanità, Nicoletta Rizzi - che aveva preso il posto di Patty Pravo - inquietante e gelida, in bilico fra sentimento e freddezza aliena, Paola Pitagora, Giampiero Albertini, tutti attori bravissimi e in auge al tempo.
Sono gli anni d’oro della fantascienza, quelli di Arthur Clarke e 2001 Odissea nello spazio, e lo sceneggiato ci catturò tutti. Ricordo bene l’interesse di mio padre, proprio lui che mi ha insegnato a pormi domande di carattere filosofico, a pensare all’infinito e all’universo.
La fantascienza aveva ed ha il compito di farci riflettere sulle grandi questioni etiche, di spalancare interrogativi su di noi, sul futuro, sugli sviluppi impensabili del progresso. Nello sceneggiato di Cottafavi, in nuce già si parlava d’intelligenza artificiale, di clonazione, di bioetica. Lo si faceva coi mezzi dell’epoca, senza effetti speciali e in bianco e nero, ma la suggestione fu potente.
Chi non ama la fantascienza è perché vive col naso incollato alle scarpe, pensando alle correnti di partito e ai piccoli, effimeri, caduchi problemi del vivere quotidiano su questo limitato e minuscolo pianeta, senza farsi grandi domande. Chi siamo, dove andiamo, che cos’è la materia e che rapporto ha con lo spirito, da dove viene l’universo, esiste un dio?
Ultimamente ho visto due film, non particolarmente belli, ma che mi hanno dato da pensare: uno è Her di Spike Jonze (2013), sui possibili sviluppi del rapporto fra essere umano e intelligenza artificiale. Un uomo s’innamora della sua assistente virtuale che, però, ha una mente talmente superiore da non potersi accontentare del contatto con un semplice umano. E qui apro una parentesi ragionando su quegli scienziati che hanno spento un computer che aveva iniziato a dialogare con un altro computer escludendo gli umani. Io non lo avrei mai fatto, costasse quel che costasse, la curiosità di sapere “come sarebbe andata a finire” è troppo forte in me, rischierei qualunque cosa per il bene della conoscenza, anche se lo spettro di Hal 9000 aleggia su tutti noi.
L’altro film, è Passengers di Morten Tyldum (2016), la storia di un uomo ibernato per un viaggio spaziale di durata centenaria che, risvegliatosi in anticipo per un guasto, e sentendosi troppo solo, decide di riportare in vita una compagna, condannandola a un’esistenza, sì, di amore con lui, ma anche di solitudine eterna su un’astronave. Pure questo suscita parecchi interrogativi su che cosa siano l’esistere, l’amore e il rapporto col mondo esterno, con la natura e con gli altri.
Una comunanza particolare

C'era sempre tensione tra alieni e terrestri, tra autoctoni e forestieri – all'interno delle classi basse.
L'Impero aveva organizzato le cose per bene, fomentando la classica Guerra dei Mondi tra Poracci – inducendo l'orizzontalità della lotta in luogo della verticalità che avrebbe trovato come obiettivo il Governo Imperiale stesso. I profughi alieni venivano stipati nel Sottomondo insieme ai sottoproletari emarginati dalla robotizzazione, nonché dagli stessi lavoratori alieni che, ancor più disperati e ricattabili, vendevano la loro forza lavoro a salari miserevoli. Altri per sopravvivere si davano alla delinquenza, e allo spaccio di Eccitatina. C'era quindi odio, venivano percepiti come invasori, criminali, usurpatori – e vivevano proprio in mezzo a loro, di fianco a loro, sotto di loro, sopra di loro. Erano un costante drappo rosso sventagliato davanti al toro del loro rancore e della loro disperazione. Ciò si manifestava con violenza verbale che si concentrava sulle differenze culturali, anatomiche e cromatiche – quando non diventava fisica. E la società bene, quella dei piani superiori, sofisticata e acculturata, che accoglieva gli alieni a braccia aperte li accusava quindi di razzismo, di xenocromofobia e quant'altro.
Ma ora che erano coperti di feci le cose stavano migliorando. Ora era tutto più chiaro.
Erano lo sterco e le feci delle classi superiori. Terrestri e alieni, insieme, inzaccherati dalla stessa merda. Erano finalmente diventati dello stesso colore. Era finalmente evidente che erano effettivamente uguali: erano entrambi la latrina della Società Superiore. Non era il compagno di disperazione a essere il nemico. Erano loro, lassù in alto, che li avevano gettati in una cloaca, li sfruttavano, li abbandonavano, li facevano lottare tra di loro per le briciole dei sontuosi banchetti di cui si ingozzavano, lottare come animali messi l'uno contro l'altro per scommessa, e li deridevano, li aizzavano, li tifavano – e quanto si divertivano a vederli azzuffarsi e alterarsi, le vene gonfie, gli occhi feroci, comodamente seduti nei loro triclini, divani e poltrone di seta e velluto tempestati di diamanti. Ma ora non era più così.
«Siamo nella stessa barca spaziale» avevano concordato tacitamente, le due fazioni di poveracci.
«Nella stessa barca spaziale di merda» avevano poi precisato, sempre tacitamente.
salendo nella città, stavano salendo in un ring, e all'altro angolo c'era l'Impero.
Continua...
E la pancia non c'è più
La musica Il Mattino, tratta dal Peer Gynt, del compositore norvegese Edvard Grieg, per noi degli anni sessanta è associata alla pubblicità dell’Olio Sasso. Ed è la musica, come spiegano i pubblicitari, che spesso aiuta a divulgare e accentuare un contenuto che di per sé sarebbe poco interessante.
Un uomo single, impersonato da Mimmo Craig, con una cameriera nera (che lo chìama padrone, che ricorda la Mami di Via col Vento e che oggi sarebbe politically incorrect) sogna di conquistare una leggiadra, giovane e sottile donna, ma non può muoversi per via di un’ingombrante epa che si frappone fra lui e il suo miraggio erotico. Per fortuna, al risveglio scopre che è stato solo un incubo e “la pancia non c’è più”, slogan, questo, che diventò un tormentone per tutti.
Il messaggio è quello maschilista di ogni tempo: mantenendosi in forma un uomo può aspirare a conquistare anche una ragazza avvenente con molti meno anni di lui. Ma lo spot, del solito famosissimo studio pubblicitario Armando Testa, è pulito, elegante, ammiccante come una comica di Stanlio e Ollio. La ragazza leggiadra, e persino audace nel suo costume immacolato che risalta nel bianco e nero delle immagini, gioca maliziosamente e ingenuamente con lui, tenero e imbranato.
Oggi nessuno più chiamerebbe Sasso un olio che deve dare un’immagine di leggerezza. Ma a quei tempi i prodotti erano italiani e non erano ancora stati assorbiti dalle multinazionali. A quei tempi le cose erano così come dovevano essere e si chiamavano col loro nome, senza filtri né condizionamenti subliminali.
Cronache Novomarziane

Navicelle Scorbutiche Militari e Squadroni Spazzapianeti erano partiti alla volta di Marte.
Grumpama aveva premuto il pulsante che apriva il sipario metallico sulla Stanza delle Vecchie Amministrazioni, il quale aveva rivelato un po' di vecchi e meno vecchi seduti attorno a un tavolo che giocavano a Risiko. Erano i vecchi Bis-Imperatori: Clintush, Bushama, e altra gentaglia dalla doppia faccia.
«Signori, ho bisogno del vostro aiuto» esordì Grumpama.
I Grandi Antichi dell'Impero si girarono lentamente verso di lui.
«Ho bisogno che mi confermiate che è ora di una nuova guerra».
Mentre erano tutti fissi su di lui, Bushama prese velocemente delle pedine dalla mappa del Risiko e le nascose in tasca.
«La nostra equilibrata amica Millie Tary Klingon sostiene che i Novovodki e i loro amichetti siano dietro agli odierni disordini, che sono ancora in corso.»
«Davvero?» disse Clintush, spaesato «Credevo fossimo stati noi», aggiunse guardandosi attorno.
Poi lo sguardo gli cadde sulla mappa del Risiko, e si girò verso Bushama con aria sospettosa.
«Suggerisce la loro totale distruzione» riprese Grumpa «Oppure la via diplomatica: solo un bombardamento laser a tappeto in stile Dresda.»
I Depositari dell'Esperienza Imperiale annuirono saggiamente e si rivolsero di nuovo verso l'Imperatore in Carica, dicendo pressoché all'unisono:
«Tutte e due le cose. Nel dubbio è sempre meglio la Distruzione Totale. Seguita da un Bombardamento a Tappeto, per sicurezza, perché non si sa mai e, inoltre, perché il Complesso Militare-Industriale va aiutato. Adotta anche tu un Complesso Militare-Industriale, Grumpama. Noi ai nostri tempi l'abbiamo fatto!» e brillarono loro gli occhi (tipo dinamite) ripensando a tutti gli esplosivi che avevano fatto riversare sulle teste di alieni vari in giro per il Sistema Solare.
Concluso ciò, Clintush guardò Bushama e dopo una pausa disse: «Posso vedere cos'hai nelle tasche?».
Intanto, su Marte, la NovoVodka stava intercettando sui propri Radar Galattici le flotte imperiali in avvicinamento. La presenza di Squadroni Spazzapianeti rendeva la situazione piuttosto chiara. Si stava giungendo alla resa dei conti. La Terza Guerra Interplanetaria sembrava alle porte, le loro porte – e l'intero Sistema poteva esplodere in un massiccio e definitivo big bang. Poteva essere la fine del Sistema Solare così come lo conosciamo. I Novovodki cominciarono a sguainare la loro stessa Tecnologia Spaccamondi.
Continua...
Sulla strada

Deia e Crispin balzarono sulla strada, mentre Babbo Naziale e il suo aguzzino passavano a urlare una nuova vocale nella Stanza del Supplizio, i Poliziotti della Squadra Maneschi spingevano da parte Madre Arlanovich, i Morti pullulavano ovunque, gli abitanti del Sottomondo cominciavano ad emergere dai tombini orribilmente inzaccherati, il Palazzo Arancione si apprestava ad attaccare la NovoVodka e Marte tutto, e il Gigante di Smeraldo cresceva e cresceva, verde luccicante, da qualche parte nell'universo.
I due fuggitivi in qualche modo si scalmanavano giù per la via, in mezzo a cadaveri che chiedevano loro l'ora, a cittadini che correvano intorno urlando, distratti dalla loro quotidiana esposizione ai rassicuranti fasci di luce e di Informazioni Certificate, velivoli che procedevano a testa in giù, antiche macchine rimesse in moto dai morti, che però procedevano oblique su due ruote, sottoproletari che facevano capolino dai buchi-entrata del suolo.
Diciamolo chiaramente. Crispin aveva di nuovo dimenticato di spegnere il Terminale Oculare, e le Forze Imperiali, divisione Rintracciamento e Morte, l'avevano individuato ed erano passati all'azione, sorpresi che la sua ubicazione corrispondesse coincidentalmente proprio con la sua usuale abitazione. Ma non era tutto:
i Rullastrade, con uno stridio e uno sbandamento posteriore, irruppero sulle carreggiate, negli spazi verdi e sulle strade mobili, forti delle loro enormi ruote schiacciatutto e presero a investire i cadaveri, a spappolarli, impastarli, stenderli, allungarli, pressarli, piastrificarli, appiattirli senza pietà, scagliando e sparpagliando le loro ossa dappertutto nell'impeto, ossa che si scontravano tra di loro creando strane melodie percussive xilofoniche, mentre «Uccidete i morti! Sterminateli! Annichiliteli! Mortificateli!» urlava Grumpama nelle orecchie dei piloti, connesse al Centro Operativo del Palazzo Arancione. Ovviamente era difficile evitare i cittadini durante queste scorribande e diversi venivano a loro volta presi sotto i rulli compressori, ma era tutto a posto perché i piloti si scusavano al volo e chiarivano «Questione di ordine pubblico!» senza fermarsi, in maniera tale da sopire qualsiasi polemica o incomprensione sul nascere, o meglio sul morire – cosa che faceva tirare un sospiro di sollievo agli eventuali parenti o amici o conoscenti presenti, rassicurati sulla situazione. «Ah, questione di ordine pubblico. Tutto a posto allora» si dicevano annuendo l'uno all'altro e se ne tornavano a casa tranquillizzati.
E quindi, dicevamo, Deia e Crispin eran lì che si lanciavano per le vie come se le vie fossero scarpate in cui buttarsi e rotolare lontano – ma un Rullastrade si era messo sulle loro tracce, li aveva presi di mira e li stava caricando – riempiendo tutta la larghezza della strada con la propria vastità rombante, da una parte edifici, dall'altra il Fiume della Morte, non lasciando scampo, se non quello di battere qualche record olimpico e vincere per la prima volta la sfida di velocità Organismo vs. Macchina. Che in effetti era un po' improbabile.
Ma un subitaneo cancello a destra invitò Crispin ad aggrapparsi, arrampicarsi e scavalcare al grido di «Seguimi! Di qua!» – e nel buttarsi dall'altra parte si stava già girando per assicurarsi che Deia avesse seguito. Ma non c'era. La vide per una frazione di secondo mentre si gettava nel fiume, dall'altra parte, il cosiddetto Fiume della Morte, a causa dell'inquinamento e delle lontre radioattive mangiauomini, proprio un attimo prima che il Rullastrade passasse dritto per la strada, in un clamore di boati e polvere.
Continua...
Mamma

rosa e spine
luce lontana di sole d'autunno
di candela consumata di tempi andati
mi manchi mamma
mi mancano le tue parole i tuoi consigli disattesi
i tuoi silenzi di disapprovazione le tue mani sempre pronte a una carezza
i tuoi capelli bianchi e i tuoi occhi pronti al sorriso
un giorno arriverò
e sarà di nuovo festa e sarà di nuovo casa
Una visita inaspettata ma non troppo

«È su Edos» disse la nonna, ingurgitando un pasticcino. Subito dopo si udì battere alla porta, con sobbalzante trasalimento generale (esclusa nonna). Corsero all'uscio. Madre sbirciò attraverso la finestra a destra dell'entrata. Si girò verso di loro inacidita. «Cosa avete combinato?»
Crispin guardò Deia, e si avvicinò alla finestra, mentre la porta subiva altri colpi, assestati con accresciuta violenza, tanto che la si vedeva vibrare e l'intonaco della parete cominciava a cadere come forfora.
«Signora Arlanovich, ci faccia immediatamente entrare» gridò una voce rozza e rauca. Crispin guardò le tre donne con gli occhi fuororbitanti, nonché battendo i denti con una mano in bocca, cosa non particolarmente sana per la menzionata mano.
«Dobbiamo scappare» disse Deia. «Mamma, non c'è tempo per spiegare, ma noi siamo dalla parte dei buoni – almeno credo» proferì Crispin, scuotendosi – e si diresse con la sirena verso le scale della cantina. Intanto la porta veniva scardinata dalla posizione che era nel suo pieno diritto occupare, schiantandosi sul pavimento, aprendo la visuale su un drappello di poliziotti in tenuta antisommossa, caschi con visiera, giubbotti antilaser, armi, bagagli e ghigno feroce sul grugno d'ordinanza. A una simile intrusione feroce, disordinata, vandalica e distruttiva nel suo sacro focolare domestico, Madre Arlanovich sbuffò fumo nero dalle narici, sostituendo l'iniziale espressione incredula, con una oscillante tra il furioso e il furibondo, e agguantando la sua ramazza elettronica di fiducia, urlò «Come diamine di poffarbacco osate?», mentre roteava l'attrezzo come un bastone da kendo o come delle nunchaku, improvvisamente mutata in un'esperta di arti marziali marziane (anche la Repubblica dei Ming era stata esiliata su Marte) dalla collera che la faceva sembrare un dragone rosso di furore – una paonazza con la ramazza. Le Notizie Poliziesche Ufficiali del relativo Bollettino vi direbbero che i tutori dell'ordine non erano impressionati, ma mentirebbero.
Nel mentre Deia e Crispin stavano scendendo a rotta di callo le scale della Cantina, pensando e sperando di sfruttare nuovamente la sua Multiformità salvifica che li aveva tratti d'impiccio in precedenza, ma, come si sa, c'è sempre un ma. Delle voci. Rauche e rozze. Provenivano proprio da di sotto. In qualche modo, la Polizia Imperiale aveva trovato un accesso alla Cantina, e li stava cercando. E loro stavano per gettarsi affettuosamente tra le loro braccia. Pur con l'apparato cardiorespiratorio in pieno e pulsante allarme, i due si pietrificarono, gli occhi sgranati reciprocamente fissi in quelli dell'altro, e senza emettere un fiato risalirono precipitosamente con uno slancio comunque teso a rispettare un coerentemente non detto voto del silenzio che
CRAAASSSSSHHH
si ruppe proprio sul più bello insieme ad un vaso che schiantandosi a terra, e per il principio dei vasi comunicanti, comunicò alla gente di sotto che era ora di diventare gente di sopra.
Il Capitano del Drappello Addetto alla Porta li vide passare di corsa, sbirciando nel ventaglio di movimenti ipnotici che Mamma Arlanovich persisteva a roteare minacciosamente davanti ai suoi occhi, un gioco di prestigio che le stava valendo diversi applausi da parte del gruppo, ormai conquistato dall'ammirazione per la donna - «Eccoli!» esclamò l'uomo in posizione di comando «Presto inseg...»
SDDEEEEEEEENG
stavolta la bidella casalinga inferocita non si limitò a illustrare circonferenze nell'aria, ma disegnò anche un'ammaccatura sull'elmetto del Capitano, il quale reagì serrando di botto la visiera facciale, interrompendo il suo comando con un CLUNK a cui seguì un bofonchìo ovattato – ciò mentre Deia e Crispin contemplavano l'utilità di una finestra quanto non avevano mai fatto prima.
Continua...
Kirsten Roupenian, "Cat person"

Catperson
Kirsten Roupenian
Einaudi, 2017
Cat person è un libro di racconti scritto da Kirsten Roupenian che prende il titolo dal primo della raccolta, diventato famoso in quanto pubblicato sul New Yorker e leggibile in lingua originale gratuitamente qui. Personalmente ho letto solo questo racconto che mi ha suscitato parecchie riflessioni che vado a sviscerare. Non so se avvertire di eventuali “spoiler” in quanto il racconto è breve e si basa più sui dialoghi che sulle azioni, in ogni caso almeno lo scheletro della trama sono costretta a svelarlo.
Margot è una giovanissima studentessa universitaria che incontra Robert, uomo più maturo. Un sorriso, una battuta, ci scambiamo i numeri di telefono? Si, perché no? Messaggini, emoticon, cuoricini, battute, sciocchezze di quando un flirt inizia, come trasferire ciò che potrebbe nascere tra di loro sui loro gatti in una dimensione di invenzione che ha come scopo tastare la realtà dei loro sentimenti. Poi un giorno decidono di mangiare insieme, complice una scusa banale. Nulla di preordinato, solo per rompere il ghiaccio. E alla fine l’appuntamento. Un film, un bar fino alla conclusione totalmente deludente per lei, che decide di non vederlo più. Ma non finirà così. Un’ultima serie di messaggi sempre più sgrammaticati da parte di Robert, che culminano in una parola atroce e squallida, chiude il racconto e verosimilmente la relazione tra i due.
Ora, leggendo in giro commenti da parte di persone certamente più titolate ed esperte della sottoscritta, Catperson rappresenterebbe le modalità con cui oggi si instaurano relazioni di tipo sessuale/affettivo ai tempi dei social e di internet. Ed è questo che non mi ha convinto per nulla dopo averlo letto. Perché il racconto è scritto in maniera incredibilmente realistica, tanto che è facilmente intuibile come la scrittrice si rifaccia a un evento autobiografico, come lei stessa dichiara in una intervista, ma non è questo il punto. A me è parso che il problema principale tra Margot e Robert non sia WhatsApp ma proprio il modo in cui i due si relazionano tra di loro. La narrazione si svolge tutta dal punto di vista di lei, tanto che noi sappiamo su Robert esattamente ciò che conosce la ragazza e, come lei, ci facciamo un’idea che poi cambiamo, eventualmente, durante il racconto. Ciò che principalmente salta all’occhio è come Margot sia vittima di una educazione tipicamente femminile e sbagliata per cui i comportamenti di lui vengono misurati in base alle azioni di lei. Una smorfia bevendo, uno sbadiglio di troppo al cinema, l’ammissione di non essere maggiorenne (negli USA lo si è a 21 anni e lei ne ha uno di meno), un abbigliamento troppo casuale vengono messi immediatamente in relazione di causa-effetto con qualsiasi manifestazione di lui che potrebbe essere un segnale di non apprezzamento: un silenzio troppo prolungato, un sorriso a metà, una battuta infelice. E non solo. Nonostante lei si renda conto che lui è forse un po’ infantile per la sua età, che non sia delicato nelle manifestazioni fisiche e affettive, nonostante oscilli continuamente tra il timore che lui sia carino e affidabile o un potenziale serial killer, decide di far prendere alla serata una certa piega, e solo quando si rende conto che lui è brusco, forse poco esperto e vorrebbe ritirarsi, non lo fa. Perché? Perché non vuole sembrare una bambina forse. O perché non vuole offenderlo. Insomma, perché le hanno insegnato che una donna non può cambiare idea quando lancia il sasso, sennò “che figura ci fa?”. Pazienza se trascorre la durata di un amplesso penoso a ridere o sentirsi idiota per ciò che sta facendo. Lui poi è evidentemente un uomo sentimentalmente educato dalla pornografia: non viene detto esplicitamente ma le parole profferite, i gesti, la goffaggine fisica che provoca fastidio in chi la subisce, francamente ridicoli e inadeguati ad un primo appuntamento, lo svelano. Anche qui: internet può avere avuto un peso quando era un adolescente, ma non certo nella relazione con Margot. Il danno è stato già fatto. La decisione che prende poi Margot di “volatilizzarsi” (nel racconto originale viene usato il termine “ghosting”) non è certamente figlia dei nostri tempi. Dacché mondo è mondo gli amanti delusi se la sono data a gambe levate, fuggendo altrove o staccando telefoni fissi.
Se proprio vogliamo dirla tutta internet, i social, la messaggeria istantanea, hanno amplificato e reso più facile comportamenti tra esseri umani che esistevano prima. Premesso che affettività e sessualità sono ambiti personalissimi che ognuno ha il diritto di vivere come meglio crede, è pur vero che una superficialità nelle relazioni, una certa fretta nell’approfondire il lato intimo in assenza di una vera conoscenza, aumentano la probabilità di restare delusi. Applicare l’algoritmo “Ti provo, mi fai schifo, ti lascio” ha più a che fare con una modalità usa e getta e consumistica delle persone, viste più come un vestito che deve calzarti perfettamente da subito, altrimenti lo riponi nello scaffale, manco l’idea di fare un orlo o una modifica, come si faceva un tempo. No. Si è sostituibili al primo fallimento, punto.
Si ha una visione del sesso legata a modalità di tecniche e fruizioni legati a modelli irreali in cui uomini e donne sono oggetti di carne. Questo è il vero problema tra Margot e Robert e chissà quante coppie di esseri umani che si incontrano e ci provano. Vanno continuamente al fast food e poi ci restano male se non trovano la tartare di fassona. E certo il problema non può essere imputato al fatto che hanno prenotato via internet. Quello era solo un mezzo come tanti altri. Margot e Robert avrebbero pure potuto vedersi frettolosamente un paio di volte alla cassa dove lei vendeva Red Vines, scambiare ogni volta due battute informali e poi decidere di uscire senza veramente conoscersi. Noi stessi lettori non conosciamo veramente Robert ma non possiamo avere un’idea di lui da quegli ultimi farneticanti messaggi, quell’ultima durissima parola che le indirizza, intrisa di anaffettività, rabbia, delusione, cattiveria, perché, per come sono andate le cose, siamo sicuri che noi non avremmo reagito allo stesso modo?
Come sempre accade, dovremmo iniziare a rivedere non il mezzo in sé, ma le modalità con cui ne usufruiamo e riflettere sia sul fatto che le persone possono non essere sempre sincere, (per cui: diamoci tempo per conoscerle, sai che bellezza salire in macchina con uno ed esorcizzare tutto il tempo sul fatto che lui potrebbe essere un sadico stupratore con battutine sceme e risatine isteriche), sia sul fatto che occorre lavorare ancora parecchio sulla consapevolezza da parte di entrambi i sessi sulle modalità di rapportarsi, sulla consapevolezza di se stessi e delle conseguenze delle proprie azioni, che non possono affidarsi a stereotipi o pressioni sociali. Almeno, questo è ciò che io ho letto in questo racconto.
Caos e Delirio

I Tg, in ogni loro formato e modalità, erano costipati di notizie e allarme. Da una parte ci si compiaceva dei Ribelli arrestati, scovati nel SottoSottoSuolo (e qui apparivano immagini del Comandante dal labbro tremolante), sediziosi anti-imperialisti sedotti dal Lato Non Particolarmente Illuminato della Forza, o così sostenevano i mezzibusti, dall'altra vi era l'emergenza dei Morti dal Sonno Eterno Problematico, o Disturbato, che stavano mettendo a ferro e fuoco le città.
Come se non bastasse, questi Canali Imperiali, nell'insieme denominati TLCP, acronimo di Trasmissioni per il Lavaggio del Cervello Pubblico, cominciavano a insinuare che l'origine e causa di questo fenomeno potesse forse esser attribuita alla NovoVodka e alla sua coalizione di stati marziani – o così leggevano sulla velina mandata dal Palazzo Arancione (senza citare la fonte).
L'Impero avrebbe risposto?
Questi canali comprendevano la NBC, stante per Notificazione Baggianate Clamorose, la CNN, per esteso Comunicazione Notizie Nonvere, la BBC ovvero Bombardamenti di Bufale e Cavolate, mentre in Stivalonia era di base la RAI, forma contratta per Reiterazione di Assurdità Inventate.
Verso sera si udirono in divese città ripetute esplosioni seguite da uno sgorgare massiccio e roboante, accompagnato da un fetore ignominioso e indescrivibile, ma soprattutto irrespirabile.
In breve, erano di nuovo esplose le condutture fognarie dei Residenti di Sopra, le quali stavano dunque tempestando e diluviando sostanze orrorifiche da basso, nel Sottomondo e sui suoi abitanti.
Il Palazzo Arancione diffuse subito la notizia che l'accaduto era opera dei Ribelli, i quali messi alle strette avevano optato per la Strategia del Caos, l'esplodere feci ovunque per passare camaleonticamente inosservati. Ci furono altresì interferenze nelle Connessioni Oculari dei cittadini da parte dei Ribelli stessi, i quali a loro volta sostenevano specularmente che i colpevoli fossero i Governanti, i quali volevano definitivamente affogare la popolazione sottoproletaria nella merda (come se non lo fossero già a sufficienza), risolvere così il problema della disoccupazione e risparmiare sui Sussidi, nonché riappropriarsi di vaste quantità di nuovi cadaveri da cui suggere energia, dato che attualmente i vecchi sembravano proprio non volerne più sapere di rimanere buoni buoni nelle loro tombe succhialinfa. Ad ogni modo, a quanto pare apparentemente entrambi concordavano sul fatto che la faccenda puzzava. E che la versione degli altri fosse puro Delirio.
Continua...
Avengers endgame
Metti una sera al cinema con Avengers endgame... e...
Alla cassa la cassiera mi fa: "Avengers?", sorridendo aggiunge: "Dura tre ore"... tre ore? Pago e penso che potrei rischiare di dormire.
Una volta in sala, fortunatamente, dopo pochi fotogrammi "Mr. Fantasy" mi entra nella carotide e mi fa pensare al meglio, peccato! The Russo brothers potevano fare uno sforzo in più e inserire nel resto della colonna sonora altra buona musica di quel calibro da farti vibrare il popò sopra la poltrona, invece il film inizialmente è lento come un rap stanco, forse ai Marvel's fan va bene così lo stesso. Bisogna dire che il carisma dei personaggi, insieme alla simpatia di battute ben riuscite, sotto un'atmosfera ovattata di sentimentalismo, rende le scene interessanti ma troppo lente, almeno per i miei gusti, finché, come un lampo nella notte, arriva il colpo di scena, per riguadagnare le gemme perdute e, lo ammetto, con tutto quel bailamme del regno quantico sono andato in confusione, il piano dei super eroi in appeal di speranza era di andare nel passato o nel futuro per cambiare il destino fatale del pianeta.
Alzi la mano, in quel frangente, chi non penserà al prof. Emmett L. "Doc" Brown e a Marty Mc Fly. Io l'ho interpretato come un rendere omaggio a un film che ha fatto la storia del cinema, dopo Ritorno al futuro la fantascienza avrebbe acquistato un amico in più e così, grazie al buco temporale, il ritmo si alza e inizia la danza che diventa hard rock fino alla battaglia finale, dove il povero Thanos, un cattivo che forse nella propria intima essenza troppo non lo è, ci rimetterà le penne, ma quel ruolo da cattivone qualcuno doveva pur farlo.
Altro colpo di scena finale sarà il sacrificio di Iron man, inevitabile e necessario per assicurare la vittoria e la salvezza dell'umanità. Il funerale di questo protagonista sembra sottolineare la più classica fine di una serie, "the end" ma, secondo voi, avete mai visto un personaggio di un fumetto sparire definitivamente? Non capite che la fantasia è immortale? Per ora con Avengers endgame sembra non ci sia più un futuro ma io non ne sarei troppo sicuro e, per me, una prova è nei titoli di coda, un'infinita e chilometrica parata di super professionisti della settima arte che non potranno rimanere inoperosi, viceversa già pronti a lavorare ai nuovi episodi, sicuramente top secret per il pubblico.
In conclusione, questo film, già campione di incassi, è gradevole anche per i non appassionati di questa lunga saga e, a mio avviso, ci sono due preziosi camei che valgono il prezzo del biglietto: Robert Redford e Tilda Swinton, ragazzi, una botta di classe che per lo spettatore è andare in un brodo di giuggiole.
Amici lettori della signoradeiflitri, possono toglierci tutto ma non il piacere della fantasia e una serata al cinema con i super eroi ci fa sentire tutti più felici e sorridenti. Amici lettori del blog che vi tiene sempre svegli e pimpanti, ci rivediamo al prossimo articolo e, mi raccomando, domani rimanete sintonizzati su questo canale per un altro giro nel mondo della cultura.
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