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Il Milite Ignoto

14 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il Milite Ignoto

“La Madre chiama: in te comincia il pianto, nel profondo di te comincia il canto, l’inno comincia degli imperituri”. (G.D'Annunzio)

Da pochi giorni è trascorso l'anniversario della vittoria della prima guerra mondiale avvenuta il 4 novembre 1918. In Italia, contraddistinta da scarsissimo animo patriottico, tale festa è stata declassata a “giornata delle Forze Armate”, abolita da tempo dal calendario come festività nazionale, è divenuta giornata lavorativa, l’Italia preferisce continuare a festeggiare il 25 aprile, che ricorda una sanguinosa guerra civile e non la conclusione del Risorgimento con Trento e Trieste restituite alla Patria. La memoria ufficiale è corta, ma non è possibile seppellire completamente i morti e, tra voci discordanti di chi ritiene la Grande Guerra un'inutile carneficina, e chi esalta gesta eroiche e patriottismo, si è conclusa anche la celebrazione del suo centenario.

Io, ormai fuori termine, voglio ricordare oggi la storia di una donna e di suo figlio, un soldato morto durante la Grande Guerra, la cui vicenda, come spesso accade, è dimenticata o poco conosciuta.

Antonio Bergamas, caduto venticinquenne sull’altopiano di Asiago, era un giovane maestro elementare di Trieste, un militante mazziniano, degli ideali repubblicani, del primo futurismo e dell'irredentismo. Era un volontario, protagonista di manifestazioni interventiste, che scelse di arruolarsi come fante nella Brigata Re, ma era un volontario particolare, perché disertore dall’esercito austro-ungarico, essendo egli residente in una città ancora sotto il dominio austriaco. Era determinato a combattere la sua guerra per l'Italia e non condivideva con altri volontari come Cesare Battisti o Nazario Sauro soltanto l'amor di Patria, la certezza del rischio che avrebbe corso, ma anche la cieca vocazione al sacrificio che traspare da alcune righe di una sua lettera inviata alla madre dal fronte.

"Domani partirò chissà per dove, quasi certo per andare alla morte. Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più. […] Addio mia mamma amata, addio mia sorella cara, addio padre mio, se muoio, muoio coi vostri nomi amatissimi sulle labbra davanti al nostro Carso selvaggio, cercando di indovinare se non lo rivedrò il vostro mare, e cercando di rievocare i vostri volti venerati e tanto amati." Si firmava Tonin. (Fabio Todero, "Morire per la Patria")

Ci sono libri che di questo giovane raccontano la storia precisa, il suo viaggio a Roma, l’addestramento militare a Venezia, la smania interventista, il battesimo di guerra sul monte Podgora, la vita di trincea al Monte Sei Busi. E poi le lettere ai familiari, alla sorella, ai genitori che gli avevano trasmesso sentimenti di italianità e anche le discrete lettere a una innamorata mai dichiarata; fino alla morte, avvenuta sul Monte Cimone nel giugno 1918, mentre andava all'assalto di un nido di mitragliatrici austriache.

Tra il 1920 e il 1921 in tutti i paesi vittoriosi del primo conflitto mondiale, fu istituita una solennità nazionale in ricordo dei soldati deceduti e in Italia si fece strada l’idea di tributare onoranze solenni alla salma sconosciuta di un soldato che ricordasse i 650.000 caduti. Un’apposita commissione, presieduta dal gen. Giuseppe Paolini e della quale facevano parte anche quattro ex combattenti, fu incaricata di reperire, percorrendo i campi di battaglia in ogni zona del fronte, undici salme di soldati non identificate, una delle quali sarebbe stata scelta e tumulata a Roma nel Vittoriano, il complesso monumentale appena costruito, durante quella che è stata probabilmente una fra le più importanti commemorazioni nazionali nella storia dell’Italia unita.

Le bare tutte uguali vennero poste in fila nella navata centrale della Basilica di Aquileia e una donna, una madre fra duecentomila i cui figli erano caduti e di cui mai si erano ritrovati i resti mortali, fu destinata a scegliere quale fra undici dovesse rappresentare tutte le altre. Durante una toccante cerimonia, Maria, madre di Antonio Bergamas, entrò in Chiesa sfilò fra i feretri esposti e, davanti alla decima bara che passava in rassegna, si accasciò in lacrime fra la commozione generale. Il suo gesto fu interpretato come una scelta e quella da lei indicata è ancora oggi la salma del Milite Ignoto che riposa nella capitale. Non si trattava sicuramente di suo figlio, non poteva e non doveva esserlo, per rappresentare tutti i caduti, l'eroe sublime e puro che racchiudesse in sé ogni migliore virtù del soldato italiano, doveva restare ignoto, ma in ogni cittadino quel gesto suscitò un sospiro, una lacrima e profonda partecipazione.

Maria si annullò come donna per essere madre di ognuno di loro e ora riposa tra i cipressi dietro l’abside della basilica paleocristiana di Aquileia, circondata dalle tombe dei dieci caduti sconosciuti, che non partirono per Roma.

La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore, fu deposta in un carro ferroviario, appositamente disegnato, che la portò da Aquileia fino a Roma. Il feretro fu scortato da soldati che lo vegliarono in turni di guardia per tutta la durata del viaggio. Milioni di italiani si raccolsero spontaneamente lungo i binari e il convoglio lentissimo giunse a destinazione accompagnato da due immense ali di folla. Nel corso di una sontuosa cerimonia a cui presero parte, oltre a una folla oceanica, la famiglia reale e il governo al completo, fra il rullo dei tamburi fasciati a lutto, il rimbombo delle salve di artiglieria che esplodevano in tutti i forti della città, e lo scampanio di ogni chiesa di Roma, la salma, accompagnata dai decorati, salì i gradini del Vittoriano, seguita da madri e vedove di guerra. Vittorio Emanuele, visibilmente emozionato, appuntò sulla bandiera che copriva la bara la Medaglia d’oro al Valor Militare concessa “motu proprio”. Una volta inumato il feretro, il monumento cessò di essere il Vittoriano e divenne Altare della Patria, era il 4 novembre 1921.

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