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Matilde Serao: parte terza

23 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte terza

Ricordate la commedia di Eduardo De Filippo "Non ti pago", dove il grande Eduardo impersonava il ruolo di Ferdinando Quagliuolo, titolare di un Banco del Lotto avuto in eredità dal padre defunto, mentre il fratello Peppino ricopriva il ruolo del signor Mario Bartolini, il commesso anziano alle sue dipendenze? Il Bartolini gioca quattro assurdi numeri per una quaterna: 1.2.3.4, che però - e qui è il perno della commedia - escono sulla ruota di Napoli.
Ma i numeri che il signor Mario, suo commesso anziano del banco, ha giocato, guarda caso li ha avuti in sogno dal signor Saverio, nonno del titolare Ferdinando; il quale si arroga il diritto alla vincita che ha fatto diventare ricco il suo dipendente. Il fatto tragico è questo: anche don Ferdinando gioca, come Mario, ogni settimana; ma non vince mai. Non azzecca nemmeno un misero ambo, eppure, confessa spesso, gli basterebbe "un piccolo ambo, un terno"; ma niente da fare, nonostante lo consigli Aglietiello, il suo aiutante fatato, con il quale è solito esaminare i sogni che fa e che gli riferisce puntualmente; e ne attende impaziente l'interpretazione ai fini di ricavarne i numeri da giocare.
Ecco un'altra figura principe nelle speranze di chi si accinge a puntare al lotto. Vale la pena spendere due parole per questa importante figura. E' una persona carismatica per i giocatori, in genere povera gente; esso, dietro un piccolo compenso, spesso anche in natura, dà i numeri, ricavandoli talvolta dai sogni che la gente gli racconta, interpretandoli e assicurandone la veridicità. I più pensano che Aglietiello abbia un grande potere: il potere occulto di colloquiare anche con i morti per ricavarne sorte, fortuna. E ripongono in lui immensa fiducia; e' l'unico che potrà creare felicità.
Matilde Serao, andando controcorrente alla credenza popolare - si credeva l'assistito in contatto con i defunti, e con tutto il mondo dell'aldilà, che gli comunicano le verità occulte - descrive questo personaggio, che a Napoli è diventato "leggenda"

- un cancro che rode le famiglie borghesi, un convulsionario pallido che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …
... l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue paro
le...

Al contrario dunque di don Ferdinando, Mario, zitto zitto, quacchio quacchio, come direbbe Totò, ogni tanto tira su un ambo, un terno, poca roba, è vero; ma don Ferdinando non può sopportare tanta fortuna nel suo dipendente (oltretutto innamorato di sua figlia Stella, contraccambiato dalla ragazza e appoggiato da Concetta, la madre: non te la darò mai mia figlia in sposa, non ci pensare nemmeno, 'e capito?)

Ferdinando: Lei con quel pezzente non si sposerà mai!
Concetta: E sì, adesso le troviamo un principe ereditario.
Ferdinando: Stella dovrà fare quello che dico io!
Concetta: Forse è un pessimo partito Mario Bertolini? E’ un giovane buono, sappiamo come la pensa, è cresciuto in casa nostra; assennato, risparmiatore, gran lavoratore. Che cosa vuoi di più?
Ferdinando: Nun o’ pozzo vedè! - esclama – E’ troppo fortunato … nun c’è sabato ca nu' pizzica ll’ambo.. ‘o terno ... E mo se sonna ‘a mamma, mo se sonna ‘o pate, ‘a sora, ‘o frato, ‘e nepute, ‘e cognate, ‘a nunnerella... Comme mette ‘a capa ncopp’ ‘o cuscino s’’e ssonna. Quanno s’addorme, accumencia ‘a Settimana Incom.

(E ora sogna la mamma, ora sogna il papà, la sorella, il fratello, i nipoti, i cognati, i cugini, la nonnina con il nonnino... li ha distrutti tutti quanti… è rimasto vivo solo lui. Appena mette la testa sul cuscino comincia a sognare… quando dorme in-comincia il telegiornale e la settimana Incom illustrata.)
Ferdinando: Con le vincite al mio banco lotto ha disimpegnato i pegni della Zia, poi si è comprato tanti bei vestiti, scarpe, biancheria…
Due anni fa io lascio la mia casa al primo piano, quella che si affacciava sul banco lotto. Io l’ho lasciata perché era morto mio padre e mi faceva impressione, quello vince un terno secco e si affitta la mia casa. Poi vince un altro terno, la compra e la rammode
rna.
....Mario Bertolini: Embè, c’aggia fa…’a fortuna m’assiste. Sarrà chell’anima santa d’a nunnarella mia, sarrà mammà e papà che ‘all’atu munno me vonno pruteggere
...
Concetta: E a te cosa interessa? Vuol dire che è fortunato. Sposando Stella ne guadagna anche lei, perché con le sue entrate possono fare i signori.
Ferdinando: Ma perché, deve vincere per forza? Come se fosse un impiego al Ministero delle Finanze... (durante questa scena Aglietiello si trova fra i due e a secondo dei casi darà ragione a l’uno e all’altro) e se dopo che sposa mia figlia non sognerà più nessuno, la mattina staranno digiuni?
Concetta: Tu stavi dicendo che quello vince sempre.
Ferdinando: (scattando) Centinaia di numeri io mi gioco ogni settimana! Butto carte da mille lire. Trascorro le nottate sopra il tetto per trovare 2 buoni numeri… niente…. ho pigliato il catarro e la raucedine. Niente! Non posso vincere nemmeno mezza lira.
Concetta: Questa è invidia! Perché Bertolini vinci e tu no.
Ferdinando: (cocciuto e dispettoso) Ma mia figlia non gliela do!
Concetta: E gliela do io, a mia figlia!
Ferdinando: Ed io vi uccido tutti e due.
Agliatello: E va bene. Adesso vi arrabbiate e litigate per una cosa da niente?
Margherita: (entra dalla comune) L’estrazione! (consegna a Ferdinando una striscetta di carta con i numeri del lotto). 1.2.3.4.24.
Ferdinando: Dammeli subito. (Margherita esegue ed esce per la comune.)
Ferdinando siede accanto al tavolo.
Aglietello siede anch’egli, e cominciano a consultare i biglietti giocati.
Ferdinando: Vediamo questi numeri. Guarda qua, guarda che numeri strani... 1,2,3,4 e 26. Ma che mi hai fatto fare? (rivolto ad Aglietiello). Mi hai detto che questi numeri erano sicuri.
Agliatiello: Don Ferdinando, questi numeri si devono giocare per tre settimane di seguito.
...

Mario Bertolini: (di dentro con voce rotta dalla commozione) E chi se lo aspettava… guardate, guardate… Io esco pazzo.
Margherita: (di dentro) Che piacere!
Mario Bertolini: (fuori seguito da Margherita) Donna Concetta, a momenti mi prende qualcosa.
Concetta: Cos’è stato?
Stella: (entrando) Che c’è?
Mario Bertolini: Donna Concetta, e che ho vinto 4 milioni (Ferdinando schizza veleno dagli occhi).
Stella: Quattro milioni?
Mario Bertolini: Oh Madonna mia! Oh Madonna mia bella. Io non ci posso pensare! Non c’è dubbio. Questa è la giocata e questi sono i numeri dell’estrazione (li mostra). Don Ferdinando, questa notte ho sognato vostro padre.
Ferdinando: Ora comincia con la mia famiglia.
Stella: Ha sognato il nonno!
Mario Bertolini: Quanto era bello. In maniche di camicia come quando si metteva a leggere il giornale fuori dal banco lotto, con quella camicia rosa.
Ve lo ricordate? E’ entrato nella mia camera da letto insieme a Don Ciccio il tabaccaio, quello che è morto 18 anni fa, e mi ha detto: “Piccirì, giocati, 1,2,3,4, quaterna secca nella ruota di Napoli e mettici sopra tutto quello che hai in tasca.
Ma come? Uno, due, tre e quattro?
Sì giocati quello che hai in tasca sulla quaterna secca.
E io me li sono giocati come ha detto la bu
on’anima.
Ferdinando: Mio padre chiamava me “Piccirì”.
Uno,due,tre e quattro? E tu li hai giocati.
Mario Bertolini: Certo! Vedete! (insegna la giocata a Ferdinando)
Adesso sono milionario. Don Ferdinando, adesso mi fate sposare Stella?
Ferdinando: Di questo ne parliamo dopo. La quaterna è mia, i numeri te li ha dati mio padre e i soldi spettano a me.
Mario Bertolini: Don Ferdinando che siete diventato pazzo?
Concetta: Che sei diventato scemo?
Ferdinando: (furente e deciso) Non ti pago! Non ti pago! "Non ti pago!"
"O bilietto è mio! Manco nu squadrone 'e cavalleria m'o leva dint' a sacca.
T''o viene a piglia' 'ncopp' 'o Tribuna
le".
(esce dalla sinistra lasciando tutti in asso che si guardano intorno come allucinati)
... io ti denunzio.... Io ti mando in galera!
...

Al gioco del Lotto giocano perfino i magistrati, spesso oberati di figli e debiti, e i piccoli commercianti che non sanno come far fronte alle cambiali di cui vivono giornalmente.

Matilde addita questo male come il male del secolo, un male che contagia anche le matrone dell'alta aristocrazia napoletana, che giocano più per passare il tempo che per necessità, giocano - abbiamo appena visto - anche quelli del banco lotto.
E il rito dell'estrazione aggiunge un qualcosa in più al futuro dramma di quella massa di gente che vive di speranza e delusioni continue. Vanno dunque il sabato alle quattro del pomeriggio laddove si estraggono i cinque numeri delle varie ruote, l'uocchie puntate e 'e rrecchie appizzate. L'Impresa (questo è il nome del luogo dove avviene l'estrazione, si trova in una stradina angusta nei pressi di Santa Chiara, in Via Pignatelli. Ma ci sono anche le persone che non possono accorrere, gli ammalati, per esempio, gli operai, le venditrici, e allora aspettano che torni correndo il guaglione inviato là a scrivere i numeri usciti sulla ruota di Napoli. Ed eccolo che torna e comincia a gridare e a ripetere, vicolo per vicolo:
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
E' adesso che cadono i sogni, che si rompono le illusioni, che si spezzano i pensieri. E già ci si prepara al prossimo sabato. Ma intanto, dice Matilde Serao, la vita di stenti e di amarezze continua oggi come ieri e domani come oggi, i più nel continuare a far niente nell'attesa. E ci si crogiola nella menzogna, nella povertà, nell'invidia per quello che ha azzeccato il misero ambo da pochi soldi.
La scrittrice affonda il dito nella piaga. Ma enumera anche quella falsa forma di letteratura che s'immerge nel lotto. Quella gente ignorante che non sa né leggere né scrivere, conosce a perfezione un solo libro - persone che non hanno avuto neppure il conforto della lettura di una favola da piccoli - il libro della Smorfia, una pubblicazione che gira per le vie e i vicoli della città, o è consultabile presso l'assistito, che spiega e spiega, o presso l'impresa. E' un libro illustrato con varie immagini ognuna delle quali corrisponde ad un numero del lotto, da 1 a 90.

Scrive la Serao:

"Tutti i napoletani che non sanno leggere conoscono La Smorfia a memoria e ne fanno l'applicazione a qualunque sogno o cosa della vita reale.
Ad esempio 'o guaglione - il ragazzo, corrispondeva al numero 15, 'o pazzo al numero 22, Nanninella era il 20; 'o cante
ro (l'orinale) era il 27, il 29 corrispondeva a 'o pate d''e Ccriature - il padre delle creature, il pene. E così via per ogni numero.
Sogni che muoiono il sabato sera, quando i numeri giocati non sono usciti; ma rinascono a nuova vita la domenica mattina, quando inizia la lunga settimana di attesa spasmodica della nuova estrazione del sabato successivo. E nell'attesa in casa si litiga, si gioisce, si spera cose che non si hanno, nascono progetti il martedì e il giovedì, e il venerdì, e muoiono speranze e progetti il sabato sera.
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
Silenzio universale: tutti impallidiscono.
Ma come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all'ozio: come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto. Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquav
ite di Napoli.

IL PAESE DI CUCCAGNA

Da grande appassionata della vita minuta (prima a Roma e adesso a Napoli) in questo libro la Serao rientra nella vita quotidiana della povera gente dei quartieri malfamati sporchi e abbandonati della città, come se facesse parte anche lei delle famiglie di quelle persone disastrate, sempre in contrapposizione alla piccola e grande borghesia che di quei problemi non ne avevano, e non volevano neppure sentirmene parlare.
Ella punta il dito verso le mille e mille situazioni scabrose dei poveri, descrivendo una insanabile realtà di questo ceto di persone eternamente alla ricerca di sopravvivenza. E tra gli altri mali di Napoli riecco il lotto, croce e delizia, meglio sarebbe dire "eterna speranza delusa pei poveri", che si barcamenano giornalmente in una vita di stenti, ma attirati dal miraggio di diventare ricchi, azzeccando un semplice ambo; e perché no un terno, o l'irraggiungibile quaterna, e - illusione delle illusioni - magari una cinquina; che li faccia approdare, appunto, al Paese di Cuccagna.
Ma non solo il lotto; la Serao nel libro svaria dal lotto al carnevale, con le sue gioie (superficiali), gioie di pochi giorni per poi tornare alla misera normalità, al miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro.
La Serao denuncia con violenza il gioco del lotto, causa di tutte le povertà e di tutti i vizi della parte più povera della città, di quella gente che ella dice essere umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che, sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla,
l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla
Scrisse il critico letterario Piero Pancrazi in occasione della pubblicazione del libro:"Tra cent'anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla"
Il paese di Cuccagna vide la luce nell'anno 1891, e la scrittrice non fece che rivedere e ampliare il suo precedente racconto, "Terno secco", che faceva parte del libro dal titolo "All'erta sentinella!" pubblicato due anni prima, in cui raccontava la rassegnazione eterna del popolino di Napoli che - ultima spes - destina i suoi pochi denari (qualche soldo, quando ce l'ha) all'ultima speranza di un vita migliore: il gioco del lotto.
Il gioco del lotto arrivò a Napoli solo verso la fine del seicento, per l'esattezza nell'anno 1682. Furono le persone che avevano in mano il governo della città di Napoli che decisero di adottarlo come gioco primario, per incrementare le entrate dell’erario, che allora erano davvero misere, basate come si può immaginare solo sulla vessazione dei poveri e dei ceti medi, lasciando i ricchi esenti da qualsiasi imposizione. E' vero, era agli occhi di tutti un gioco d'azzardo (e la Chiesa se ne accorse subito e lo contrastò in ogni modo, considerando addirittura chi giocava in peccato mortale, perché vedeva lo sfacelo che portava nei bilanci delle povere famiglie). Anche per questa ragione ci fu un periodo in cui venne abolito, ma per poco, ché presto fu reintrodotto dal viceré Carlo Borromeo, agli inizi del 1700.
Matilde Serao punta l'indice sull'illusione di un facile arricchimento, che portasse i poveri a quel Paese di Cuccagna cui non si giungeva mai.

Si gioca anche per un evento improvviso, un avvenimento inatteso che sconvolge la quotidianità di ognuno. Voglio riportarvi qui uno di questi fatti che Pino Imperatore, un giovane scrittore napoletano responsabile della Sezione Scrittura Comica del Premio "Massimo Troisi" di Napoli, riporta nel suo libro, uscito nel gennaio del 2012 per le Edizioni Giunti, dal titolo: Benvenuti in casa Esposito, le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista.
Premessa: Tonino e Patrizia e la loro prole e suoceri, consuoceri eccetera hanno in casa un coniglietto e un iguana, che per un caso fortuito va a finire nello zainetto del figlio Genny che se lo porta a scuola, dalle suore. Qui, al momento di tirare fuori un libro, l'iguana sguscia fuori, salta e va ad azzannare la caviglia di suor Paoletta, che finisce all'ospedale più morta di paura che viva. La superiora suor Celeste fa chiamare la signora Patrizia che sta dal parrucchiere, lei accorre, e finisce che si riporta a casa il figlio con l'iguana in una gabbietta.
E dunque:
...
"Nella Smart mentre Genny le raccontava i particolari della mattinata, Patrizia si calmò e rise più volte.
Mammà, dovevi vedere a suor Paoletta quando è scappata dalla classe. Il demonio! il demonio! alluccava.
Sai che ti dico, Genny? Mo ci andiamo a gioca' i numeri. Può darsi che vinciamo qualcosa di soldi.
Patrizia si fermò in Via Fonseca, davanti al negozio di "Lotto e mangiato". Metà ricevitoria e metà paninoteca.
Tu aspetta qua, disse a Genny.
Entrò nel locale e andò dritta verso il gestore. Buongiorno, don Cosimo, mi voglio giocare un terno secco sulla ruota di Napoli, però mi dovete aiutare.
Ditemi pure, signora Patrizia.
Mi gioco quarantatre, 'a monaca, e settantadue, 'a meraviglia. Poi mi dov
ete dire quanto fa l'iguana.
'A che?
L'iguana. Quella che assomiglia a 'na lacerta, ma è assai cchiù grossa. Se venite fuori, ve la faccio vedere. La tengo in macchina!
Signo', e voi camminate con un'iguana nella macchina?
Sta dentro a 'na gabbietta.
Meno male. Comunque ho capito che belva è, ma mi trovate impreparato. Nessuno m'aveva chiesto mai l'iguana. Aspettate, piglio 'A smorfia e vediamo a che
numero corrisponde.
Don Cosimo inforcò gli occhiali da presbite, prese un librone da sotto il banco, si mise a sfogliarlo e trovò la pagina giusta, ecco qua: iguana.
Studiò il brano sfregandosi il mento, poi declamò: Dunque, signora Patrizia, ascoltatemi bene, il fatto è serio. Teniamo quattro possibilità: l'iguana semplice fa trentotto, l'iguana adulto sessantotto, l'iguana cucciolo trentadue, l'iguana con prole settantaquattro. Quale ci giochiamo?
E je che ne sacc
io? buttò lì Patrizia.
E lo dovete sapere, esclamò don Cosimo. Non possiamo improvvisare. Il lotto mica è 'na pazziella. Il lotto è scienza scientifica. Fatemi capire: quest'iguana com'è? E' neonata o maggiorenne? Se piglia ancora 'o biberon oppure mangia da sola? E' sposata? Ha famiglia? Tiene figli?
Don Co', mi mettete in difficoltà. Dovrei chiedere a mio marito, è lui che l'ha portata a casa.
Volete prima approfondire lo stato civile dell'animale e poi ripassate?
No, non ciò tempo. Facciamo così: mi gioco l'iguana adult
a.
Siete sicura? chiese don Cosimo.
Abbastanza. L'animale è grande, quindi penso che è adulto. Fate venti euro, terno secco.
Bene, allora: quarantatre, settantadue, sessantotto. Niente ambo?
Niente
ambo.
... il sorriso le torno' (a Patrizia) grazie a Tina (l'altra figlia) che rientrando da scuola comunicò di aver preso nove all'interrogazione di storia. Il broncio le riapparve la sera, quando in tv furono annunciate le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Napoli uscirono 'a monaca, quarantatre, 'a meraviglia, settantadue, e l'iguana con prole, settantaquattro. Evidentemente Sansone (l'iguana) era papà.
Niente ambo? aveva chiesto Cosimo.
Niente ambo
Ma il romanzo è variegato, non solo il gioco del lotto, del resto trattato già ampiamente nel suo precedente libro, ma è anche un documento su altri pezzi di vita del popolo napoletano: il miracolo di San Gennaro, il Carnevale, i dolcetti tipici di quella gente in occasione di una comunione, eccetera. E la scrittrice dipinge come su una tavolozza in cinemascope i personaggi e i vari ambienti della città, mettendone però in evidenza i mali, le pecche, le crepe, una denuncia non smetterà mai di fare nel corso della sua vita.
Come quella che ella di persona rivolge, ne Il ventre di Napoli, in una appassionata lettera al Ministro De Pretis (Presidente del Consiglio nell'anno 1905):

... lei sa tutto dell'Italia...
... le statistiche della mortalità e quelle dei delitti... quante femmine disgraziate diciamo così, esistano... quanti vagabondi dormano in istrada, la notte ... l'andamento... della disoccupazione...
... vorrei farle una domanda:... queste persone, lei le ha mai incontrate? Sa cosa mangiano, (e più spesso non mangi
ano), cosa pensano, quanto desidererebbero dare ai propri figli un'educazione simile a quella che lei ha dato ai Suoi...
... e quanto renda il lotto. Quest'altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere
?...
E si firma per esteso: Matilde Serao.

La scrittrice, nel corso della sua carriera giornalistica, oltre ai tradimenti del marito dovette subire critiche talvolta feroci da parte di molti, anche per le sue idee politiche e sociali, che come abbiamo visto non esita a denunciare persino a presidenti del Consiglio e altri uomini politici. Era contraria alla guerra, e si schierò apertamente per quelli che si astenevano dall'intervento dell'Italia; si inimicò in tal modo anche il Capo del Governo Benito Mussolini, che non l'appoggiò per il conseguimento del premio Nobel, che andò infatti a Grazia Deledda.
Ci siamo dilungati sui due romanzi principe della sua carriera di scrittrice, ma la Serao ne scrisse tantissimi altri. Va detto che anche nei libri successivi riprende spesso il tema delle sofferenze dei suoi amati concittadini. Fu autrice anche racconti, brevi e lunghi, molti romantici; scrisse in essi di mondanità, di "buona creanza", ma tutti che risentono in maniera determinante del suo stile, dei suoi articoli e saggi giornalistici, che scavavano a fondo - come questi - nelle cose che osservava e amava sfidare.
.

...quando una operaia napoletana nomina i suoi figli, dice: le creature, e lo dice con tanta dolcezza malinconica, con tanta materna pietà, con un amore così doloroso, che vi par di conoscere tutta, acutamente, la intensità della miseria napoletana...

Era il suo modo di attirare l'attenzione del lettore, a qualsiasi ceto appartenesse. Il suo stile, a detta di molti - e non ultimo suo marito Edoardo Scarfoglio - lasciava molto a desiderare, ma a lei non importava, il suo fine era quello di coinvolgere la gente, di comunicare in maniera semplice, di far partecipare tutti alla sua vita che andava a vivere in mezzo al popolino con le sua poche gioie e le molte disperazioni.

...i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati... una lira, venticinque soldi, al più, trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.. .
... i tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno
...

Il suo scopo era quello di far conoscere le tantissime miserie e le poche, e spesso inutili, speranze a quello stesso popolino che era il fulcro della città, ma anche alla cosiddetta nobiltà o ex-nobiltà, alla superba aristocrazia, agli inarrivabili "signori".

...che dove erano otto persone, ora sono dodici; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute...

Quel triste 13 novembre dette le dimissioni dal Mattino, per stare lontano da Scarfoglio, trovandosi all'improvviso senza lavoro. Né aveva intenzione di trovare un altro giornale; tuttavia vicino al suo nuovo uomo lo fece. Fondò quindi il quotidiano Il Giorno, che ebbe un buon successo di pubblico e di critica. Ebbe da Giuseppe Natale - che sposò solo alla morte di Edoardo avvenuta nel 1917 - una figlia che chiamò Eleonora per ricordare la sua cara amica Eleonora Duse. Ma poi perse anche il secondo marito, e restò definitivamente sola fino alla fine. Continuò a scrivere libri e a dirigere il giornale, con la passione che sempre la contraddistinse.
Aveva 71 anni quando morì. Si trovava in redazione, china sull'articolo o saggio che stava scrivendo; s'accasciò poggiando la testa sui fogli che aveva davanti; un colpo al cuore la stroncò; improvvisamente, ché niente faceva supporre una fine così tragica.

fine
marcello de santis

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