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Il volo di D'Annunzio su Trieste

31 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il volo di D'Annunzio su Trieste

Intorno agli anni che videro l’inizio della guerra, Gabriele d’Annunzio, che era già un famoso poeta, stava attraversando un momento cupo della sua vita, afflitto da un periodo di crisi creativa e da problemi economici, era emigrato in Francia per sfuggire ai debiti.

Allo scoppio della Grande guerra, da Parigi iniziò a caldeggiare, per l’Italia, la discesa in campo a fianco delle forze dell’Intesa. Fervente interventista, pronunciò frequenti discorsi proclamando il “sacro” diritto di strappare all’Austria i territori dell’Italia “irredenta”. Rientrato in Italia, rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli: avventuriero, romantico, un po’ guascone, la sua oratoria lo rendeva un fanatico animatore di folle, e incitava gli Italiani a prendere le armi contro la Germania e l’impero Austro-Ungarico.

All’entrata in guerra dell’Italia, D’Annunzio, pur avendo ormai cinquantadue anni, si arruolò nella cavalleria per poi diventare comandante di MAS e infine aviatore e non si lasciò sfuggire l’occasione per partecipare in prima persona all’azione con impeto e grande coraggio.

Insieme al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un aeroplano contraddistinto dalla scritta «Iterum leo rugit», il 7 agosto lanciò manifestini tricolori atti a incoraggiare le popolazioni dominate dagli austriaci: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio». E il 20 settembre fu la volta di Trento, ai cui abitanti i volantini lanciati dal poeta dicevano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

Volò più volte sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola e in seguito si rese artefice del clamoroso volo su Vienna, sempre insieme a piloti dotati di altrettanto coraggio, a cui insegnò un grido di sua invenzione, «Eja, eja, alalà».

Nel gennaio del 1916, in qualità di ufficiale operatore, sull’apparecchio pilotato dal tenente Luigi Bologna, nonostante il tempo cattivo e il motore non in perfette condizioni, si preparava all’ennesimo passaggio su Trieste. Nei pressi di Grado, l’aereo, a causa di un incidente, costretto a un atterraggio di fortuna, aveva violentemente urtato sull’acqua e contro una duna sabbiosa. D’Annunzio si ferì la tempia destra e l’occhio, fu ricoverato in ospedale e, nonostante il suo desiderio di tornare immediatamente in azione, fu costretto a sottoporsi a cure per non perdere completamente la vista. Immobilizzato a letto, con gli occhi bendati e dunque immerso nell’oscurità, utilizzando delle sottili strisce di carta preparate dalla figlia Renata, compose uno dei suoi capolavori letterari “Il Notturno”, una raccolta di meditazioni e ricordi. “Ho gli occhi bendati” scriveva con mano insicura “sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…”.
Data la gravità dell’incidente, il processo di guarigione fu lungo, ma nei giorni in cui ricevette notizia della cattura e dell’impiccagione di Cesare Battisti e Fabio Filzi, contro i consigli dei medici, tornò in guerra e continuò a prendere parte ad azioni aeree e di terra. Anche se cieco dall’occhio destro, il 13 settembre partecipò al bombardamento aereo di Parenzo, nuovamente insieme al pilota Luigi Bologna. Di quell’operazione il poeta scrisse: “Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato.” L’impresa gli valse la citazione dal Ministero della Marina.

Il conflitto, sui campi di battaglia, ebbe termine il 4 novembre 1918, ma se ne aprì subito dopo un altro sui tavoli della diplomazia e, a guerra finita, si sentirà ancora parlare molto del Poeta Soldato, che si prodigava per il riconoscimento della città di Fiume all’Italia gridando nei suoi discorsi all’ingiustizia e alla “vittoria mutilata” e della successiva impresa che consacrarono il mito del Vate.

La guerra era finita, il Piave non mormorava più, Diaz aveva promulgato il Bollettino della Vittoria, senza lontanamente immaginare che il suo “firmato Diaz” avrebbe dato il nome a migliaia di nuovi Italiani. Scambiando “Firmato” per il nome del Generale, nell’euforia di quei giorni furono molti i genitori che battezzarono così i propri figli. Gli strascichi del conflitto furono la disoccupazione, l’aumento del costo della vita e l’impoverimento della popolazione. Gli scioperi e la paventata rivoluzione sulla scia di quella russa, diedero vita a un altro fenomeno del primo dopoguerra lo squadrismo… ma questa è un’altra pagina, io chiudo qui e spero, in queste settimane di avervi tenuto piacevole compagnia.

Il volo di D'Annunzio su Trieste

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