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Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

28 Maggio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #interviste

Stefano Simone: il regista che gioca a scacchi con il cinema

Stefano Simone (1986) è un giovane regista nativo di Manfredonia (FG), che scrive sceneggiature e gira cortometraggi sin da adolescente (il primo all’età di 13 anni), dopo gli studi liceali si trasferisce a Torino per studiare cinema all’istituto Fellini e ottiene il diploma di Operatore della Comunicazione Visiva. Nel 2009 gira a Manfredonia il suo lungometraggio d’esordio Una vita nel mistero (2010), un film ispirato agli eventi soprannaturali che hanno segnato la vita di un devoto di Padre Pio. Prima c’era stato il promettente corto fantastico - splatter Cappuccetto Rosso, ispirato a una controfiaba di Gianni Rodari e a un racconto contemporaneo, girato nei boschi piemontesi. L’attività del regista prosegue febbrile. Ricordiamo lo sperimentale Unfacebook (2011) - ancora inedito - cinema fantastico sui danni che può produrre un eccesso di comunicazione a base di social-network. Sophia (2012) è un cortometraggio interessante girato in Svizzera per conto della Scuola Media Acquarossa, interpretato da attori giovanissimi. Weekend tra amici (2013) è il suo ultimo lavoro, il più maturo, minimalista ma dal taglio splatter e crudele, finalmente distribuito da un circuito televisivo.

Incontriamo Stefano Simone sul set del nuovo film: Gli scacchi della vita, un dramma fantastico ispirato a Il settimo sigillo e a Il posto delle fragole di Ingmar Bergman. Siamo andati a fargli visita per porre alcune domande.

Stefano Simone è un regista di genere o un autore? Come ti presenteresti a un pubblico che vuole conoscere la tua attività?

Non mi considero né un regista di genere, né tantomeno un autore: credo che molto spesso si usi questa parola in maniera impropria. Diciamo che sono un filmmaker a cui piace raccontare storie che, in qualche modo, parlano sempre della condizione di un essere umano. Non ho un genere di riferimento, cerco sempre di spaziare il più possibile, adattandomi al tipo di film che sto girando.

Qual è il tuo metodo di realizzazione di un film?

Preciso subito che realizzo i miei film nella più totale indipendenza. La troupe è composta da pochissime persone e sono sempre io - tranne rarissimi casi - a occuparmi sia della fotografia che delle riprese. Ho sempre il film in testa e, quando la sceneggiatura definitiva è pronta, scrivo lo shooting script, con tutte le inquadrature, i movimenti di macchina, ecc. Posso affermare che i miei film sono montati ancor prima di girarli. Chiaro che, alcune volte, modifico un po’ la scena in base alla location, senza comunque variare il linguaggio e, di conseguenza, ciò che si vuol comunicare in quel momento.

Come dirigi gli attori?

Non ho un metodo preciso, dipende dal film. In linea di massima, fornisco delle indicazioni base sui rispettivi personaggi e sul relativo cambiamento - se c’è - poi, scena per scena, mi limito a dare istruzioni del tipo “fai una pausa di qualche secondo”, oppure “dì la battuta più veloce”. Insomma, sul set, lavoro sul tono di recitazione.

Uno dei tuoi primi lavori è un horror - splatter fantastico, un corto intitolato Cappuccetto Rosso. Ce ne vuoi parlare?

Si tratta di una favola horror - splatter tratta da un racconto contemporaneo che omaggia il cinema di genere italiano, in particolare il gotico anni Sessanta: Mario Bava, Riccardo Freda, Antonio Margheriti. Ci sono comunque anche contaminazioni di Lucio Fulci e Joe D’Amato.

Il primo lungometraggio, Una vita nel mistero, è un mix di suggestioni autoriali e cinema fantastico.

Si, ma preferisco dire che si tratta semplicemente di un film mistico-religioso che racconta la vera storia di un devoto di Padre Pio a cui sono successi eventi straordinari. Ho comunque cercato di mantenere un certo distacco e di raccontare la storia in maniera neutrale, in modo che ogni spettatore possa interpretare gli eventi in maniera soggettiva.

Il tuo film più riuscito resta Weekend tra amici, un lavoro complesso, minimalista e filosofico, ma ricco di eccessi gore e splatter. Un lavoro che ha ottenuto consensi critici e anche una minima distribuzione.

Si, è il mio miglior lavoro sotto tutti i punti di vista. La critica ne ha parlato generalmente in maniera positiva e il film otterrà una distribuzione in tv, dvd e home video grazie a Running Tv International. Direi che posso ritenermi molto soddisfatto del risultato raggiunto fino a questo momento.

Altri lavori minori sono Sophia e Unfacebok

Sophia è un corto di stampo thriller-fantasy girato in Svizzera per la Scuola Media Acquarossa: è stata una bellissima esperienza lavorare con ragazzi di 13-14 anni pieni di volontà. La storia rievoca certe atmosfere di Howard Phillips Lovecraft, anche se il tono del film è decisamente più soft. Unfacebook è il mio secondo lungo, sicuramente il meno riuscito della breve filmografia.

Stai preparando un progetto interessante, un vero e proprio omaggio al cinema di Ingmar Bergman. Dicci qualcosa di più...

Si tratta di una storia drammatica di formazione. Una partita a scacchi che il protagonista gioca - forse - con se stesso, una competizione interiore per superare cattivi ricordi adolescenziali. Direi che ho detto abbastanza...

Abbiamo l’impressione che sentiremo ancora parlare di questo giovane filmmaker pieno di speranze, talento e grande buona volontà. Se il suo maestro è Ingmar Bergman, può essere il giovane Lars von Trier del cinema italiano.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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