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Dino

11 Novembre 2013 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #racconto

La guerra aveva costretto Dino, che aveva appena sei anni, a vivere in casa della nonna, lontano dai genitori, soprattutto lontano dalla mamma.

La nonna era rimasta vedova in giovane età. Era cresciuta in un ambiente popolare e contadino. Aveva ereditato da quell'ambiente tutte le caratteristiche negative che lo distinguono: l'asprezza dei modi e l'attaccamento al denaro che, d'altra parte, era scarso.

Ella aveva avuto e cresciuto dei figli; ma, nonostante fosse la loro madre, s'era comportata anche con loro sempre con ruvidezza e autoritarismo: "I figli si baciano, quando dormono", soleva ripetere spesso, per giustificare quel suo modo di fare.

Dino era molto timido. Aveva bisogno di sentire intorno a sè affetto, amore, per poter estrinsecare le sue passioni e i suoi pensieri.. Nella vecchia casa della nonna, invece, con quei muri massicci, con quelle porte pesanti cigolanti e scure, aveva trovato l'ambiente adatto a farlo intristire.

Era maggio e tutto, fuori, aveva acquistato un aspetto ridente. Al paesello, dove Dino era costretto a vivere, era festa: la festa del Santo Patrono.

La mattina Dino si era alzato di buon'ora, svegliato dalle note di una banda musicale: era un grande avvenimento per lui.

Saltato giù dal letto, andò alla finestra, l'aprì e un'ondata di sole e di musica invase la stanza. Si stropicciò gli occhi ancora incerti e abbagliati dalla forte luce solare, poi guardò fuori. Avrebbe voluto vedere la banda. Ma i tetti delle case vicine, più alte, glielo impedirono.

Il suono si avvicinava, diventava sempre più forte; la banda passava per la strada sotto la sua finestra. Ma una fila di fabbricati si intrometteva tra questa e quella, togliendo la visuale.

Dino, allora, si alzò sulle punte dei piedi. Poi, salì su di una sedia. Invano! I tetti stavano là immobili, impenetrabili. Dino sentiva di odiarli, perchè non gli permettevano di spaziare con la vista.

"Ah, se fossi ricco! vorrei costruirmi una casa alta, alta; una casa più alta di tutte. Mi metterei sulla veranda e, lassù, potrei sentirmi libero, padrone di tutto e di tutti", pensava Dino estasiato, mentre la banda si allontanava e il suono arrivava alle sue orecchie ovattato.

" Dino!", la voce stridula della nonna lo fece ritornare alla realtà della sua stanza scura, opprimente, della sua casa piccola, soffocata dalle altre. "Non restare alla finestra svestito! potresti prendere il raffreddore e se ne andrebbero dei soldi per i medicinali".

Dino sapeva, però, che il raffreddore la nonna glielo aveva sempre curato con un decotto, fatto con fichi secchi, mele e zucchero, che gli piaceva tanto. E quasi quasi valeva la pena di prendersi il raffreddore. Ne vedeva così poco di zucchero e di frutta; eppure ne era tanto goloso.

E ricorda, anzi, che un giorno, vedendo un compagno addentare avidamente delle belle e polpose mele, gliene venne un tal desiderio che, di nascosto, ne raccolse una mezza rosicchiata, gettata dall'altro sazio, e la mangiò, trovandola gustosissima.

Frattanto s'era vestito. Aveva indossato l'abito nuovo che metteva, di sicuro, solo nelle grandi occasioni e, saltuariamente, la domenica. Si guardò allo specchio; si girò e rigirò e pensò che non era poi tanto brutto, come spesso gli diceva la nonna. Quel giorno anche lui avrebbe potuto figurare di fronte ai compagni. Ma il pensiero che l'indomani avrebbe dovuto indossare di nuovo il vestito rattoppato e logoro, gli fece passare ogni velleità di superiorità e finanche di uguaglianza.

Decise, infine, di uscire. Già! Ma quel giorno era festa! Aveva bisogno di soldi. Si presentò, allora, davanti alla nonna con gli occhi al pavimento e, con voce tremante, disse: "Nonna, è festa....sono arrivati..."

"Ho capito!", rispose fredda e con voce aspra e sdegnata la vecchia, " Vuoi i soldi. Te li dartò, ma sta' attento a come li spenderai. Cerca, anzi, di conservartene una parte; pensa che sono costati sacrifici immensi. Non fare lo spendaccione".

"Si!", rispose timidamente Dino, pensando che la somma doveva essere alquanto sostanziosa per una simile morale. Si rallegrava al pensiero di poter mostrare i soldi ai compagni, di farsi invidiare, di...

"Eccoti cinquanta lire!", disse la nonna, infilando la mano nella tasca del grembiule nero che portava sempre; poi, consegnò il denaro a Dino.

Dino restò di stucco. "Cinquanta lire?!.... Solo cinquanta lire?!", commentò mentalmente.

La testa gli si chinò, al punto che con il mento si toccava il petto. Gli occhi si arrossarono. Voleva piangere. Avvertiva un desiderio prepotente di manifestare il suo dolore per la condizione di inferiorità, in cui veniva sempre a trovarsi nei confronti dei suoi coetanei. Ma non una lagrima sgorgò da quegli occhi nerissimi e malinconici.

Voleva svestirsi, gettarsi sul letto, restare in casa per tutta la giorata. Ma gli riusciva penoso ancor più spiegare la ragione del suo comportamento. E poi, non era da lui lamentarsi.

Uscì.

Appena fuori la porta dovette socchiudere gli occhi, perchè di nuovo abbagliato dalla luce solare, vivida e splendente come non mai. Quel sole, quella luce, e il cinguettio allegro degli uccelli, lo fecero sorridere.

Imboccò di buona lena il vicoletto che portava in piazza. Si fermò in un punto dove la mancanza di fabbricati permetteva di vedere la vallata che si stendeva ai piedi del paesello, costruito sul cocuzzolo di una collina piuttosto alta.

Il terreno che scendeva lungo la valle era ricoperto da un verde diseguale, ma che offriva all'occhio un insieme riposante. Nel mezzo scorreva un fiume dalle acque chiare, limpide e talmente placide che da lontano sembravano ferme; lungo le rive, ricoperte da una folta e varia vegetazione, si trovava un gruppo di case, che la lontananza e l'altezza del punto di osservazione facevano apparire piccole, piccole, come quelle di un presepe.

Dino guardò con nostalgia quelle case. In u na di esse si trovava la mamma.

Alcuni colpi di tamburo lo destarono dal sogno ad occhi aperti. La banda musicale “attaccava un pezzo”.

Dino affrettò il passo e arrivò in piazza. C'erano degli archi di legno ricoperti di lampadine multicolori; in un angolo era situata la cassarmonica; intorno intorno alla piazza bancarelle cariche di noccioline, torrone, caramelle, biscotti ricoperti di zucchero, castagne infilate e tante altre golosità, che fecero venire l'acquolina in bocca a Dino.

C'era pure il venditore di gelati e, in una piazzetta vicina, la giostra: altre tentazioni.

E tanta, tanta gente, allegra, vestita a festa, che andava su e giù, si urtava, si fermava, si icrociava, formava dei capannelli rumorosi.

Dino camminava in mezzo a quella confusione sballottato da una parte all'altra, ricevendo gomitate e spintoni da quelle persone troppo euforiche, per poter badare ad un ragazzino.

Dino, dopo aver cercato di seguire una sua direzione, si lasciò trasportare dalla corrente della folla.

Dopo un certo tempo, acciaccato pestato e assetato, si trovò a passare davanti alla bancarella del gelataio. Si fece largo tra la selva di gambe e si fermò ad un lato della bancarella. Ordinò un cono da venti lire.

"A cioccolato e crema", disse all'uomo che gli aveva chiesto come lo desiderava.

Avutolo, Dini lo girò e rigirò tra le dita, guardandolo con occhi luccicanti. Lo avvicinò, poi, alle labbra con gesto lento e cominciò a leccarlo, e in quel gesto assomogliava tanto ai cagnolini. La lingua che schioccava e il viso sorridente denotavano il piacere che gliene derivava.

Era arrivato a metà, quando, alzando gli occhi dal gelato, si accorse che un ragazzino, più piccolo di lui e con i vestiti a brandelli, aveva puntato i suoi occhietti, mesti e quasi allucinati, sul suo gelato.

A quella vista, Dino perdette tutta la sua gaiezza. Il suo viso ridivenne triste e un lampo di luce cattiva attraversò i suoi occhi. Il gusto della crema del gelato era svanito.

Perchè quel bimbo, indubbiamente più infelice di lui, si era avvicinato proprio a lui? Perchè guardava fissamente proprio il suo gelato? Che cosa sperava da lui, che a stento poteva permettersi il lusso di comprare un gelato per sè?

Turbato e sconvolto, di scatto voltò le spalle per non vedere. Leccò ancora una volta la crema; ma non potè continuare. Sentiva lo sguardo del fanciullo sempre puntato su di sè. Si rivoltò. Si avvicinò al fanciullo deciso ad allontanarlo, anche a schiaffi.

Ma lo sguardo del fanciullo, diventato dolce e implorante insieme, lo rabbonì. Porse, allora, la parte del gelato rimasta al bimbo con gesto cordiale e con il sorriso sulle labbra.

Il bimbo, appena lo ebbe tra le mani, lo portò alle labbra e si mise subito a correre tra la folla.

Dino lo seguì con lo sguardo per un pò; poi, si infilò, pure lui, di nuovo tra la folla.

Si fermò, dopo un non lungo vagabondare, davanti ad una bancarella carica di dolci e noccioline. Comprò, con venti lire, un filo di noccioline e un pezzetto di torrone. Questa volta si nascose in un portone, e sgranellò tutto con evidente piacere.

Ritornò a camminare in mezzo alla folla. Ad un certo punto fu attratto da un signore che faceva il “gioco delle tre carte”: chi puntava sulla carta giusta, vinceva la somma posta sulla carta. Pensò di poter raddoppiare le ultime dieci lire che aveva in tasca. Si avvicinò al tavolino e mise le dieci lire sulla carta che lui pensava vincente. Ma non era quella vincente. Aveva perso gli ultimi spiccioli. Che delusione!

Mentre vagava deluso e sconfortato, venne attratto da un fatto singolare.

Di fronte a lui c'era un fruttivendolo che, in occasione della festa, aveva esposto molte ceste colme di frutta.

La folla, che comprava o si informava sul prezzo e sulla qualità, era molta. Il fruttivendolo, intento a pesare e a rispondere, non si accorgeva che alcuni ragazzi, approfittando della confusione, rubavano quello che era più a portata di mano e si dileguavano prontamente tra la folla. E lo avevano già fatto per diverse volte, senza che l'uomo se ne accorgesse.

Dino, riflettendo sulla facilità dell'impresa, poichè aveva finito i soldi, fu tentato di agire alla stessa maniera.

"Se lo fanno loro che non hanno soldi come me, posso farlo anche io", ragionava tra sè, quasi a giustificare l'azione che stava per compiere.

Attraversò la strada, facendosi largo tra la folla. Si avvicinò piano piano alle ceste della frutta. Aspettò che gli altri ragazzi tornassero alla carica , affondò, quindi, una mano nella cesta delle ciliegie e scappò via di corsa.

Quella volta il fruttivendolo, sfortunatamente, si accorse del furto e incominciò a gridare: "Ragazzacci!....Vagabondi!...Ladri!", disse infine con voce tuonante ed irata.

Ladro! Questa parola colpì Dino come una sferzata. "No, lui non era un ladro!"

Si fermò e, anche se a malincuore, ritornò sui suoi passi. Si avvicinò all'uomo, che era ancora infuriato, e gli porse le ciliegie.

"Ah, ecco uno di quei ladruncoli! adesso ti aggiusto io", sbraitò il fruttivendolo e colpì più volte il viso di Dino con forti manrovesci.

Dino, punto sul vivo per quella punizione inaspettata e piuttosto immeritata, si trasformò in una piccola belva. Sferrò calci e pugni negli stinchi e nello stomaco del bruto, che fu costretto a mollarlo. Subito fuggì, piangendo per l'ira, il disappunto, il dolore.

" Bella ricompensa, per avergli riportato le ciliegie! ...avrei fatto meglio a squagliarmela, come gli altri", disse tra i singhiozzi; e concluse :" Sono un buono a nulla; per rubare ci vuole fortuna e coraggio".

A forza di spintoni e dopo aver ricevuto varie pestate , arrivò alla giostra.

Ad un lato c'era il "tiro a segno" con fucili ad aria compressa: vi gareggiavano i giovanotti, desiderosi di mettersi in mostra davanti alle ragazze - "cittadine" le chiamavano - dello stesso tiro al bersaglio; ma proprio la presenza di quelle faceva tremare loro la mano.

I ragazzini si divertivano a sparare contro un disco girevole, su cui erano dipinti dei numeri: il premio era costituito da caramelle corrispondenti, per quantità, al numero centrato.

Per andare sulla giostra "giracavallo" occorrevano trenta lire. Dino non aveva più una lira. Come fare?

Vide che la giostra veniva spinta dal di dentro da alcuni ragazzi; dopo un determinato tempo, a turno, ognuno di loro faceva un giro gratuitamente.

La soluzione!

Si avvicinò al padrone della giostra e chiese di poter entrare anche lui a far parte del gruppo di ragazzi che azionava la giostra. Ricevuto il consenso, si mise a spingere, cercando di nascondersi il più possibile, perchè si vergognava di farsi vedere dai compagni di scuola.

Per un pò tutto andò bene. Poi, la fatica incominciò a farsi sentire e Dino, anziché spingere, quasi si appoggiava, si aggrappava alla giostra, lasciandosi trasportare.

Le grida festose e gioiose che i bambini dalla giostra rivolgevano alle loro mamme lo incantavano.

"Mammina, vedi come vado sul cavallo a dondolo!"

"Mammina, com'è bello andare sull'aereo!"

"Mammina, guarda come guido l'automobile!"

Queste ed altre mille frasi i bambini rivolgevano allegri alle madri, e queste ridevano, e mandavano baci e chiamavano i loro pargoletti coi nomi più dolci: "tesoruccio !"; "passerotto !"; "amore mio!"

Dino ascoltava e, con lo sguardo perso nel vuoto, come fissando un'immagine evanescente e lontana, sorrideva.

Un ceffone lo fece battere con la faccia a terra e lo riportò brutalmente alla realtà. Era stato il padrone della giostra a darglielo, visto che lui non spingeva e che, anzi, s'era addirittura seduto sulla piattaforma girevole.

Dino si alzò da terra con il viso sporco di polvere e di un pò di sangue che usciva da una escoriazione. Guardò l'uomo con occhi che, furenti dapprima, si riempirono subito di lacrime; poi, si allontanò con passo lento e pesante.

Era notte. Dino era accoccolato in un angolo della piazza, il più deserto e buio. Guardava in alto: c'era la luna che risplendeva argentina in un cielo terso e trapuntato di stelle. Guardava quella luna e quelle stelle e voleva pensare a tante cose. Ma nella sua testa c'era solo una confusione che, piano piano, si attenuò e svanì, fino a trasformarsi come in un vuoto. Sentiva solo un suono di violini dolce, sottile, penetrante che lo inebriava. Tutte le cose che lo circondavano si misero, all'improvviso, a girare, confondendosi: stelle, persone, cielo, case, luci.

Si trovò, meravigliato, in un mondo sconosciuto.

Una grande sala, con pavimenti sfavillanti e dipinti magnificamente; con pareti ricoperte di quadri stupendi e di cornici d'oro. In mezzo alla sala era imbandita una tavola lunga smisuratamente. Su di essa si trovavano dolci di ogni specie e grandezza, e frutta bellissima dai colori vivaci e invitanti.

Intorno a lui camerieri in livrea attendevano i suoi ordini.

Egli era vestito come i principini di un tempo, quelli che si vedono spesso nelle pellicole di cappa e spada.

"Maestà, aspettiamo i vostri ordini!", disse uno dei camerieri, che sembrava il capo. "Il pranzo è pronto e i bambini poveri, che voi avete fatto chiamare, sono dinanzi al portone".

"Fateli entrare, allora!", rispose Dino.

Una marea di bambini, mal vestiti sporchi e affamati, si riversò all'improvviso nella grande sala e prese d'assalto la tavola così riccamente imbandita.

Dino guardava, e il viso sorridente rivelava la sua immensa gioia.

Si avvicinò al cameriere, che prima aveva parlato, e disse: "Questi fanciulli resteranno sempre con noi; anzi, ordino che venga punito chi oserà far loro del male".

"Sarà fatto, maestà!", disse il cameriere, e si inchinò.

Dino si avvicinò alla tavola; guardò i bambini che mangiavano avidamente; poi, si sedette e stese la mano per afferrare una grossa mela....Ma la mano brancolava nel buio dell'angolo della piazza e stringeva solo aria...

Dino si svegliò al rumore degli spari dei fuochi artificiali.

Stordito e deluso, si avviò tristemente verso casa, attraverso quel vicoletto che la mattina era parso tanto festoso, e che allora era buio e tetro.

Intanto, in mezzo alla piazza, la gente sgranocchiava noccioline e commentava, per lo più con suoni gutturali, la bellezza dei fuochi che illuminavano di colori vari e vivaci la notte.

BIAGIO OSVALDO SEVERINI

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