recensioni
Giuseppe Benassi, "Spiriti animali"
Spiriti animali
Giuseppe Benassi
Pendragon, 2013
pp 196
15,00
“Aveva ragione lord Byron, siamo posseduti da spiriti animali, bestie invisibili prendono il potere in noi, si insediano nel nostro spirito, e sono benevole o malevole secondo il caso.”
Ormai Giuseppe Benassi ci ha abituato ai casi dell’avvocato Borrani e ai gialli che sono pretesti per disquisire d’altro. Questo “Spiriti animali”, tuttavia, si spinge oltre, diventando quasi “romanzo di conversazione”.
Gli spiriti animali sono quelli evocati dal satanico e ribelle lord Byron, simbolo di trasgressione. In ogni persona, Borrani, ispirato da Byron, vede un rappresentante del regno animale, con vizi e bassi istinti ma anche con tanta energia pronta a deflagrare.
“Era sempre la stessa storia: crediamo di conoscere chi abbiamo sott’occhio tutti i giorni, e poi ci si rivelano tratti sepolti, sconosciuti, di cui eravamo del tutto ignari. Il cervello animale che prende il sopravvento su quello umano. Ogni uomo è una foresta in cui si nascondono folle di bestie.” (pag 67)
È quello che Goleman chiama sequestro neurale, spesso scatenato dall’ipofisi, sede dell’istinto, in contrapposizione con la corteccia frontale, dimora della civiltà e dell’inibizione. Di tutti i romanzi di Benassi questo è il meno intellettuale, il meno alchemico ed esoterico, ma quello in cui forse l’autore più si mette a nudo. Quegli stessi impulsi forieri di lussuria e violenza sono, ci fa capire, anche portatori del loro contrario.
Gli spiriti animali irrompono in una vita che è “sull’orlo di una crisi di nervi”. Leopoldo Borrani, l’avvocato livornese, intellettuale, antipatico e sessuomane, sente arrivare i sintomi della depressione, ciò che un tempo si chiamava esaurimento nervoso. Ha un’età e comincia a considerare concretamente l’ipotesi di non rimanere più solo, di sposare la Marianna Messori, l’amante che ora chiama “fidanzata”, come la Livia di Montalbano, fra liti e riappacificazioni. Non vuole arrendersi ai farmaci ma nemmeno al vuoto, all’aridità di una condizione che è deserto e macerie, dove non si riescono a instaurare rapporti veri e profondi, dove i nostri simili ci annoiano, sono bestie deformi, avide e volgari, sono, come le definisce Borrani, “insopportabile umanità”, dove il narcisismo ci fa specchiare in una pozza che rimanda solo la nostra immagine, anch’essa distorta e tediosa.
“Fai uno sforzo, Borrani, stai diventando insopportabile, selvatico, ancora un po’ e sarai del tutto uno zitello inacidito; sforzati almeno un po’ di essere socievole, non sono tutti stronzi e stronze, c’è anche del buono nel tuo prossimo; se aiuti qualcuno, il bene che fai ti torna indietro, almeno provaci, accorgiti che esistono anche gli altri, che anche gli altri fanno degli sforzi per sopportarti, che non sei tu il centro del mondo, che hai dei difetti di carattere, e se sei intelligente come credi lo devi pur capire…” (pag 72)
Gli spiriti animali si concretizzano in un cane, Cioppi, lasciato in custodia all’arcigno avvocato da una cliente sudamericana in guerra col marito. Cioppi scatena un’imprevista simpatia nell’animo disseccato di Borrani, fa emergere, per contrasto, l’umanità che c’è in lui, spingendolo a gesti di bontà, alla ricerca del Bene per il suo prossimo. Sentirà quindi - davvero o solo come atteggiamento di maniera, come “lacrimetta in fin di vita” - il bisogno di essere più gentile con i suoi dipendenti, più affettuoso con la fidanzata, di rimediare a tutta l’anaffettività sin lì provata.
Allo stesso tempo, però, il contatto con l’animale lo porta avanti lungo una strada pericolosa che, se proseguita, potrebbe addirittura sfociare nella sodomia, fargli compiere il balzo fino a quel momento solo immaginato come peccaminosa, appunto byronica, possibilità. Tutto si mescola nell’immaginario perverso di Borrani: la lingua amorevole e calda del cane, l’accappatoio intriso dell’odore del giovane praticante Pippi, la vagheggiata terza tetta dell’esotica cliente. Sono particolari morbosi, frutto di una mente eccitata e malata che necessita sempre di continui stimoli, disgustata dalla vita quotidiana, dalle giornate passate sui bagni Pancaldi a sentir ragionare donne finte intellettuali astrofile.
Ancora una volta, la parte migliore e più autentica del libro è la descrizione di Livorno, a momenti lirica
“L’odore di salsedine si mischiava a quello dei fiori appena sbocciati. Il sentore delle alghe appena putrefatte che le onde avevano sospinto sulla spiaggia di sassi metteva voglia di mare. Le finestre delle casine dell’Ardenza eran tutte spalancate, bocche che respiravano come esseri viventi.” (pag 137)
a tratti plebea
“dal porto usciva proprio in quel momento, scurreggiando una sonora fumata nera, un traghetto”
con le rappresentazioni dei bagni affollati, del mercato, delle donne del popolo con i piedi sudati, le caviglie gonfie e la borsa della spesa.
La materia umana è sempre ripugnante in Benassi, solo la natura ha un afflato incontaminato, è limpida come l’arte, come la ragione pura. Solo così, solo fondendo alto e basso, integrando anima e natura, intelletto e istinto, l’uomo alienato, spaesato, debosciato, disadattato, può sperare, non tanto di superare la sua condizione di depresso, ma almeno di tirare avanti, riunendo in sé il doppio, il Giano bifronte, lo spirito e l’animale.
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
Patrizia Poli presenta Spiriti animali Pendragon, 2013 - Euro 15,00 di Giuseppe Benassi - "Aveva ragione lord Byron, siamo posseduti da spiriti animali, bestie invisibili prendono il potere in noi ...
Beppe Iannozzi, "L'ultimo segreto di Nietzsche", recensione di Gordiano Lupi
Beppe Iannozzi
L’ultimo segreto di Nietsche
(Il ritorno del filosofo a Torino)
Cicorivolta Edizioni – Pag. 185 – euro 13,00
www.cicorivoltaedizioni.com
Beppe Iannozzi è scrittore versatile ed enciclopedico, la sua narrativa attraversa molte branche del sapere, spesso fondendosi alla saggistica divulgativa, sconcertando il lettore - ma l’effetto è voluto - che sta cercando soltanto un romanzo da leggere. Iannozzi non fa narrativa da spiaggia, non scrive romanzi di genere, non racconta le gesta intrepide del solito commissario di polizia che vive in luoghi di fantasia, fuma come un turco, beve Marsala e si ciba di manicaretti prelibati. Iannozzi cita Wikipedia e Seneca senza problemi, passando dal popolare al colto, scrive un romanzo filosofico che indaga la follia di Nietsche, ma anche la teoria dell’Eterno Ritorno e il mistero della Sindone, oltre a fornire un sacco di ipotesi suggestive sulla persona di Gesù Cristo. L’ultimo segreto di Nietsche è anche un libro sui misteri di Torino che tanto affascinano Dario Argento e molti maestri del brivido, così come ne restano soggiogati diversi esperti di esoterismo. Iannozzi racconta le trame del maligno, ripercorre le tappe salienti della vita di Vlad Tepes l’Impalatore, meglio noto come Dracula, una delle tante incarnazioni del demonio. Sarebbe lui l’Anticristo nietzschiano? Cristo, invece, sarebbe “un Messia alieno venuto da un mondo più evoluto per insegnarci a cagare e a pisciare” e il Paradiso solo il suo Pianeta d’origine? Lo scriveva Peter Kolosimo nei libri della mia adolescenza, tomi che ho letto e riletto, consumandoli e credendoci come uno sciocco, prima che l’età della ragione mi facesse dire che se dovevo credere a cose improbabili tanto valeva confidare nella religione. Non è terrestre di Kolosimo - coma fa notare l’autore - rappresenta persino Lucifero nei panni di uno scienziato pazzo da fumetto che vuole distruggere l’universo. Romanzo filosofico è una definizione che mi convince per l’opera di Iannozzi, lavoro non di facile lettura, non consigliato per tutti, ma solo per palati fini, per chi non il solito romanzo di genere. “L’idea è il filosofo e il filosofo è un uomo e non può sfuggire alla sua natura di ricercare un’idea migliore, o di migliorare quell’idea che un tempo nutriva”, afferma l’autore. Il Bertrand Russel di Perché non sono cristiano, Ecce Homo scritto a Torino da Nietsche, L’Anticristo, l’Eterno Ritorno, ma anche la dottrina della Chiesa e le parole di Giovanni Paolo II sul diavolo sono alla base di un’opera che cita persino Che Guevara, la canzone di Carlos Puebla, gli avvistamenti UFO e la costruzione della Mole Antonelliana. Per concludere che Nietsche finirà per seguire la sua filosofia e un giorno tornerà a Torino, perché niente finisce davvero, tutto ritorna. Per sempre.
Un libro non commerciale, intriso di contenuti storico – filosofici, che solo un piccolo editore intelligente come Cicorivolta poteva avere il coraggio di pubblicare.
Gordiano Lupi - www.infolupi.it
Gordiano Lupi, "Yoani Sànchez in attesa della primavera"
Yoani Sànchez
in attesa della primavera
Gordiano Lupi
Edizioni Anordest
pp 225
12, 90
Per chi è abituato a vivere in un paese libero senza nemmeno rendersene conto, leggere “In attesa della primavera”, il libro che Gordiano Lupi dedica alla blogger cubana Yoani Sànchez, è come prendere un pugno nello stomaco, un pugno che non si ritira dopo l’affondo, ma rimane conficcato a darti un sapore di fiele e di bile in bocca. Ma andiamo con ordine.
Gordiano Lupi è il traduttore ufficiale di Yoani Sànchez, da anni ne segue il blog e cura i rapporti con la dissidente attraverso contatti continui. Yoani è una filologa cubana, che, dopo un passato da piccola castrista qualsiasi, comincia a porsi delle domande. È giovane, inquieta, intelligente. Cresce in lei il dubbio, il contrasto, “l’eresia”. Perché è così che il regime castrista di Fidel prima, e di suo fratello Raùl poi, interpretano il desiderio di libertà di Yoani.
Yoani è costretta a subire le violenze di un regime affamante e liberticida, di un’autorità cieca e brutale, e soffre per Cuba, l’isola amata, la patria ferita, dove il dengue è endemico, dove le tessere del razionamento alimentare non concedono abbastanza calorie per la sussistenza eppure, una volta abolite, vengono rimpiante. Yoani studia in una “scuola di campagna”, sorta di lager dove subisce soprusi, fame e pidocchi, s’immerge nelle lettere per evadere da un presente che non le piace, sogna di viaggiare. Sarà proprio questo, il desiderio frustrato di viaggiare, ancor più dei due arresti subiti, a costituire la vera privazione di libertà, la più penosa. Per chi sa cosa si prova salendo su un aereo con l’emozione nel cuore, questa specie di arresti insulari sono un tormento.
“Sogno di poter vivere in un’isola dove non si debba più chiedere il permesso per entrare e uscire. Mi illudo che in un prossimo futuro vivrò in un paese normale, che non impedirà un viaggio all’estero per motivi politici. Per il momento posso solo usare Twitter – la mia unica arma – e gridare forte: Internet e libertà di movimento per i cubani!”(pag 79)
Yoani non capisce perché nella sua nazione “tutto è proibito”: non si può espatriare, non si possono leggere certi libri o assistere a certi spettacoli, non si può esprimere liberamente la propria opinione, non si può accedere ad internet, per molto tempo, addirittura, non si può nemmeno possedere un computer. Il disgusto la soffoca, l’angoscia la opprime. Vede morire uno dopo l’altro tutti i dissidenti che entrano in sciopero della fame e non ne escono vivi. La scelta è spegnersi asfissiata dai divieti oppure ribellarsi. Allora entra in un albergo con connessione internet e, clandestinamente, scrive il primo post di Generaciòn Y, il blog che - pur oscurato dalle autorità dal 2008 al 2011 – la renderà famosa in tutto il mondo, farà di lei una delle persone più influenti del pianeta, candidata al Nobel per la pace nel 2012, capace di interloquire persino con Barack Obama e per questo accusata d’imperialismo dai filo castristi.
Il blog, tradotto per La Stampa da Gordiano Lupi, è attivo da cinque anni e, in questo tempo, la fragile cubana - magrissima, di una bellezza spirituale e quieta - si trasforma in attivista temeraria, sempre più consapevole di sé, sempre più simbolo, faro e luce per tutti i cubani e tutti i dissidenti nel mondo, al pari di Aung San Suu Kyi - ma anche sempre più spaventata, fra oscuramenti, diffamazioni, arresti, minacce e percosse.
Impaurita soprattutto perché madre di un ragazzo nei cui occhi legge il medesimo anelito di libertà, le stesse domande senza risposta di quando lei era piccola. Ama in suo figlio l’indipendenza di spirito e, insieme, la teme. Ha la nausea ogni volta che, fin da bambino, lo sa costretto a compromessi, a tacere per convenienza a quieto vivere, per “non mettersi nei guai”. Non vuole per lui il destino che è toccato a lei, vuole che Teo cresca in una Cuba emancipata, democratica, dove chiunque possa manifestare dissenso, dove le elezioni non siano una farsa, dove la cultura e le conoscenze circolino senza impedimenti, dove sia concesso fare una valigia e partire alla scoperta del mondo, dove non si debba lavorare la vigilia di Natale, dove ognuno sia libero di pregare il suo Dio e decidere se accettare o rifiutare il modello occidentale. Invece Yoani, suo marito Rinaldo e il figlio Teo, vivono in un paese dove non esistono prigionieri politici ma solo “delinquenti comuni”: undici milioni di delinquenti comuni, solo perché teste pensanti.
“Non conosco a fondo la libertà”, ci dice - e quanto è struggente questo non comprendere nemmeno ciò che ci manca, nemmeno l’oggetto del desiderio - “ma per me è come una meta, un obiettivo da perseguire. Penso che libertà voglia dire vivere in un paese dove sia possibile fermarsi in un angolo e gridare: Qui non c’è libertà! La libertà è uno spazio dove è possibile ottenere ancor più libertà. La libertà comincia dentro noi stessi, il giorno in cui ti alzi e dici: Non voglio andare avanti così. Non voglio più indossare una maschera. Non voglio permettere che mi rubino ancora spazi di opinione, di libero movimento.” (pag 128)
Yoani sa che la sua vita è appesa a un filo, sa che, se un giornalista può essere licenziato, ghettizzato, messo a tacere, è più difficile fermare un blogger perché la rete ha le sue vie virali e capillari di espansione. Yoani sa che per fermare un blogger bisogna ucciderlo. La sua garanzia è la visibilità, il numero dei lettori, il numero dei followers, il numero dei premi ricevuti. Ecco perché per chi la segue e la traduce è diventata quasi un’ossessione. Parlare di lei al mondo significa, non solo diffondere le sue idee e il suo sogno di libertà e democrazia, ma anche tenerla in vita, salvarla dalla prigione, dalla macchina del fango, dall’eliminazione fisica.
Nel suo blog antigovernativo Yoani dice cose terribili e dure ma le dice con pacatezza, con gentilezza, senza eccessi, sempre guardando anche l’altro lato della medaglia, sempre cercando conferma delle voci, dei sospetti. E, quando i filo castristi la ingiuriano in un aeroporto - il giorno che finalmente le è concesso espatriare - è felice perché capisce di trovarsi in un posto dove c’è libertà di espressione.
Vale per i suoi post quello che lei stessa afferma di Aung San Suu Kyi:
“Nessuno come lei ha potuto descrivere l’orrore con dolcezza, senza che il grido s’impadronisse del suo stile e il rancore le salisse agli occhi.” (pag 85)
I suoi messaggi sono scritti con uno stile letterario, non parlano solo di politica e società, ma anche di vita quotidiana. La immaginiamo pallida e assorta, fra panni stesi e faccende rimandate, rispondere a mail e telefonate, con, nella stanza accanto, un figlio, dissidente sì, ma pure affamato e in attesa del pranzo. Riviviamo la sua infanzia, poi la pubertà nella scuola di campagna, le malattie contratte fra fame e sporcizia, la congiuntivite, il bisogno di farsi uno shampoo, i capelli rasati a zero per paura dei parassiti, gli anni dell’università, le lotte al fianco delle Damas de Blanco, le proteste in piazza, le notti in prigione (di cui, per pudore, racconta poco, solo l’umiliazione delle perquisizioni “sotto le gonne”) ma anche il desiderio - lei atea – di vedere un presepe, di festeggiare il Natale, di fare una valigia anche solo per lasciarla in un angolo, inutilizzata.
Tutto questo ci fa male dentro, ci ferisce. Leggere Generaciòn Y appassiona e addolora insieme.
Gordiano Lupi rende bene lo stile incisivo della Sànchez, più da scrittrice che da semplice blogger, ed è bravo a riassumere i cinque anni di vita di Generaciòn Y, rendendoli avvincenti come un romanzo, pur se procedendo a scatti, a balzi avanti e indietro nel tempo, com’è nello stile dello scrittore, traduttore ed editore piombinese.
Per questo ora siamo tutti qui con lei, con Yoani, ad attendere una primavera che forse tarderà, che sarà pure costellata di sofferenze, di disagi e contrasti, ma, siamo certi, prima o poi giungerà anche per Cuba.
“La democrazia arriverà ventiquattro ore dopo che tutti noi cubani l’avremo pretesa come un nostro preciso diritto”. (pag 119)
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Yoani Sànchez in attesa della primavera di Gordiano Lupi Edizioni Anordest, 2013 Per chi è abituato a vivere in un paese libero senza nemmeno rendersene conto, leggere "I n attesa della primavera "
http://www.criticaletteraria.org/2013/06/gordiano-lupi-yoani-sanchez-in-attesa.html
Marcello Signore, "Padre a tempo indeterminato", recensione di Gordiano Lupi
Marcello Signore
Padre a tempo indeterminato
Edizioni Anordest – Pag. 192 – Euro 12,90
La casa editrice lancia il libro con uno strillo intrigante: “il primo libro in Europa con colonna sonora integrata”. Spiega l’ufficio stampa: “Per la prima volta un libro completo di colonna sonora:
grazie a PLAY.ME, leggendo il romanzo, sarà possibile ascoltare in streaming su smartphone una playlist di canzoni scelte dall’autore”. Lascio al pubblico questo privilegio, ché io non possiedo smartphone - e non ho nessuna intenzione di comprarlo! - ho capito da poco (forse grazie a Grillo, ecco a cosa è servito il Movimento Cinque Stelle!) cosa significa streaming, mentre playlist è l’unico vocabolo che - obtorto collo - è entrato a far parte del mio linguaggio. Mi scuso per il latino. So che non va più di moda. Vediamo la trama del romanzo.
Michael è un giovane di successo, arrogante, saccente, misogino e sociopatico. Dopo un anno passato a Los Angeles, torna a lavorare a Milano in una famosa agenzia di comunicazione. Ha un unico obiettivo: rendere l’ufficio un inferno e le sue colleghe miserabili, documentando ogni nuovo sadico stratagemma sul suo diario di bordo. Il destino decide di dargli un calcio nel sedere e Michael scopre di aver lasciato a Los Angeles qualcosa in più di un semplice souvenir: una figlia che non sapeva di avere e di cui adesso deve prendersi cura. Con una tazza di caffè americano
in una mano e un biberon nell’altra, quest’uomo dal sarcasmo scorretto si prepara al lavoro più difficile della sua carriera: diventare padre a tempo indeterminato. Il romanzo racconta con ironia la storia di un cambiamento inaspettato: da bastardo part-time a padre a tempo indeterminato. Al romanzo è abbinato un book-trailer (poteva mancare in un prodotto così tecnologico?), in collaborazione con Nokia, L’Uomo Elite Milano e MSGM, Andrea Olivo e Fabrizio Martinelli hanno realizzato un filmato interamente girato con il nuovo Nokia Lumia 920. Il video sarà disponibile dal 4 luglio e vede come protagonista il modello di Elite, Mario Scalia, nei panni di Michael.
Due parole sull’autore. Ne sentiremo parlare, credo. Marcello Signore, 24 anni, è nato a Napoli. Dopo un’esperienza negli Stati Uniti vive a Milano, dove si occupa di social media. Grazie al successo web della serie Pausa Pranzo, nel 2011 approda in tv, su La3, dove conduce Mi chiamo NERD, una nuova trasmissione interattiva scritta e pensata da lui per i giovani. Nel 2012 diventa blogger di Huffington Post Italia. Non solo. Si tratta di uno dei nuovi volti di Occupy Deejay su DeejayTV. Con oltre 10.000 followers fra Facebook, Twitter e YouTube, Marcello è un “social writer”, i suoi post e i suoi racconti vengono seguiti ogni giorno da centinaia di utenti e sono fra i più commentati del web. Dopo il successo di alcune storie brevi pubblicate su Facebook e sul suo blog, questo è il suo primo romanzo. Il libro sarà presentato il 4 luglio, presso la Libreria Hoepli di Milano (Via Ulrico Hoepli, 5) alle ore 18, con un evento in partnership con Nokia su “Lo scrittore al tempo dei social media”. Insieme all’autore interverranno Alessandro Rimassa (direttore del Centro Ricerche dello IED), Giuliano Federico (direttore di Swide.com), Silvia Vianello (conduttrice di Smart&App su La3) e Alessandro Cusmano (brand manager di Nokia Italia). Il dibattito sarà moderato da Paolo Maria Noseda, interprete di Che tempo che fa e autore de La voce degli altri. La presentazione sarà trasmessa in streaming via Google Hangout sul canale di Marcello Signore <http://www.youtube.com/marcellosignore>.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Anonimo, "Il caso editoriale dell'anno", recensione di Gordiano Lupi
Anonimo
Il caso editoriale dell’anno
Edizioni Anordest – Pag. 206 – Euro 12,90
Il caso editoriale dell’anno si può leggere come un romanzo verità, ché il mondo editoriale italiano è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dove tiri cogli sempre bene, avrebbe detto Gaber. Ma sarebbe bene leggerlo anche come un romanzo tout-court, ché l’autore è dotato di ottima penna, per l’occasione intrisa di ironia e persino di sarcasmo. Il lettore divorerà le duecento pagine di un libro agile e rapido, ideale compagno d’una giornata estiva. Scrittori, editori, agenti letterari, fiumi di Champagne e vin rosé, festival della letteratura, inaugurazioni di librerie italiane all’estero, prestigiosi premi letterari, fiere del libro, rumors letterari, presentazioni di libri, ladri di diamanti, giganteschi e imbarazzanti Hummer argentati, e poi Forte dei Marmi, Torino, Roma, Cannes, New York, Parigi, Barcellona. Sono alcuni degli intriganti elementi che caratterizzano questo irresistibile romanzo.
Una sorta di commedia esistenziale nella quale viene presentato uno spaccato del mondo editoriale italiano (le sue piccolezze, i suoi trucchi di marketing…) e le disavventure di uno scrittore investito da un inaspettato successo editoriale. Come vendere più di un milione di copie del proprio romanzo, continuare a sentirsi inadeguati e stentare a trovare il proprio posto nel mondo. Una spietata critica dell’ambiente editoriale, ma anche un romanzo ferocemente divertente. Ed è, in ultima analisi, anche un gioco postmoderno sull’idea di sparizione (in questo caso dell’autore, l’Anonimo). Sulla scia del bestseller Studio illegale di Duchesne che faceva conoscere il mondo degli avvocati, questo libro svela i retroscena dell’ambito editoriale e di tutto ciò che alla gente comune lo fa sembrare un ambiente patinato e irraggiungibile. Con cinica ironia viene descritto il boom editoriale di un romanzetto di poco conto in cui nemmeno l’autore credeva,destinato a diventare un successo internazionale di critica e di vendite, fino a essere tradotto in tutto il mondo. Leggiamo un brano.
“Dopo l’ubriacatura di stampa tutta a mio favore, dalle pagine letterarie del Manifesto a Vanity Fair, passando per Repubblica e Anna, adesso c’è stato un repentino volta faccia e lo sport nazionale è diventato quello di parlare male del mio libro e in modo particolare di parlare male di me, e da quando hanno cominciato ad essermi tutti contro le copie vendute sono aumentate vertiginosamente di settimana in settimana: più parlano male del libro e più la gente corre a comprarlo e tutto questo ha un nome: sindrome di susannatamaroumbertoecobaricco”.
Al termine della lettura resta un interrogativo: chi sarà mai questo autore che ha deciso di svelare i retroscena del mondo editoriale italiano? Non lo sappiamo. Una cosa è certa, è più scaltro di altri che l’hanno preceduto, autori polemici e sarcastici che hanno scritto libri simili facendo nomi e cognomi, accusando, criticando e soprattutto mettendo il loro nome in copertina. Il nostro Anonimo, invece, è al riparo da ogni ritorsione, diretta o indiretta. Il senno di poi (di cui son piene le fosse) ci fa concludere che ha fatto bene.
Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
Recensione: Poesie e pittura nell'anima
Voci di Conchiglia
Raccolta antologica
Recensione alle poesie di Carmen Auletta.
di Ida Verrei
“Leggere una poesia è come perdersi in un labirinto di emozioni…” scrive Sonia Demurtas nella prefazione alla raccolta antologica “Voci di Conchiglia”. Ed è proprio in questo groviglio di sentimenti, alcune volte forti, urlati; altre, sfumati, sussurrati, raccontati con una sorta di pudore infantile, che ci si immerge, accostandosi ai versi di Carmen Auletta.
Sono poesie “dipinte”, non solo perché accompagnate dalle pitture che le interpretano e, in un certo senso, le commentano, ma perché le parole ti arrivano con la forza del colore, le immagini ti investono come pennellate.
L’autrice ha incontrato il male di vivere, la più profonda e dolorosa oscurità, quella vera, quella che porta sull’orlo del baratro e fa urlare: cerco imploro piango e chiedo…
Il mio spirito incerto e cadente/ manda l’eco di una voce sparuta/ un pensiero che lacera la mente/ in un cammino di pena vissuta…”
Ma le sofferenze non diventano frattura tra sé e il mondo, non si risolvono nell’ indifferenza o in un aristocratico distacco, talvolta estremo rifugio del poeta, né con la romantica ribellione verso la natura: dalla musica del silenzio Carmen scopre la poesia, il canto della vita, la voglia di vivere un cielo … come un candido aquilone.
E cattura immagini, aspetti della vita quotidiana e li trasforma in emozioni, intuizioni, palpiti, metafore.
Fruga nella realtà per cogliere il segno di una condizione umana che non sia solo dolore, vuoto seducente, ma promessa di vita, d’amore.
Aggiusta la bacchetta magica, e guarda con tenerezza e gratitudine, quel tempo che è stato generoso, regalando all’attimo l’eternità.
Grande lezione di coraggio, fiducia e speranza, dà questa sensibile poetessa!
Risplendete miei piccoli girasoli, verrà il nostro sole/
Questa notte l’ho sognato, eravamo in un campo di luce
I.V.
Maria Vittoria Masserotti, "Racconti per una "canzone""
Racconti per una “canzone”
Maria Vittoria Masserotti
Edizioni Progetto Cultura
pp 168
12,00
Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo spessore, come Scerbanenco. I racconti di Maria Vittoria Masserotti fanno venire in mente quelle storie. Novelle che si leggono una alla volta per il benedetto, sacrosanto, puro e semplice desiderio di leggere, per la ormai introvabile e superata gioia della scoperta d’una atmosfera e d’una trama.
Se un buon racconto ruota attorno ad un’idea originale, a una situazione particolare e si muove da un punto a A fino a un punto B, attraverso una evoluzione dinamica, le storie della Masserotti assolvono tutti questi compiti. Ognuna ha una trama da raccontare, ognuna ha un personaggio da inquadrare e un’ambientazione particolare.
Ci colpisce la geografia delle vicende che attraversa tutta l’Italia, dal Lazio alla Toscana, dalle città ai paesi, dalla terraferma alle isole. I protagonisti e le protagoniste sono tutti, salvo poche eccezioni, persone mature, spesso alle prese col tempo ritrovato e dilatato della pensione. Ognuno fronteggia un problema diverso, dall’incontro devastante con la malattia, all’amore rivisitato in tutte le sue sfaccettature, inteso come nuovo contatto, ma anche come rapporto logorato dal tempo e dalla clandestinità, o dolce complicità coniugale. I personaggi sono variegati: la ragazza sola e obesa, l’uomo con troppe storie sentimentali parallele, l’amante stanca del suo ruolo secondario, la donna che ha subito l’asportazione totale dell’apparato riproduttivo.
Ci sembra di cogliere, comunque, in ogni racconto – e specialmente nel nostro preferito “Novembre” – una prepotente speranza, la sensazione che mai niente finisce davvero, che, dietro l’angolo, c’è sempre una sorpresa, una nuova possibilità, che la vecchiaia non è decrepitudine ma, semmai, saggezza e libertà dagli impegni, tempo recuperato per sé, in una solitudine riconquistata, oppure in una condivisione scelta e non subita. L’amore e il sesso, in questa visione, hanno ancora tanto spazio e sono vissuti come rigoglio dei sensi e calore di sentimento. La solitudine, la sconfitta, l’apatia e la noia: “La vita a vent’anni gli era sembrata colma di promesse. Ora è solo una routine senza spunti, senza obiettivi. Sospira e apre il frigo.” (pag 29) in realtà non esistono, sono solo una nostra forma mentale.
C’è sempre, al contrario, la possibilità di un colpo di reni: “La mano destra di Giulia si protende ad accarezzare la tomba di suo padre, lì in alto, sfiora la piccola balaustra di marmo senza arrivare alla foto, punta i piedi per arrivarci e sente che il suo corpo si solleva. È in piedi.” (pag 143) È il rinnovo, la resurrezione che diventa soprattutto presa di coscienza di ciò che già si ha, consapevolezza e rivalutazione del passato in vista del futuro.
“Quello è sempre stato un momento magico, carico di attesa, quando ancora il profilo del tempo deve essere disegnato, dove tutto è ancora e sempre possibile.” (pag 82)
In quest’ottica tutto riacquista valore, persino la compagnia di un cane non è più simbolo di mancanza e isolamento bensì del contrario, di completezza ed affetto. Il vuoto diventa all’improvviso pieno.
“Una cosa è certa – visto che lei è nata – la vita in qualche modo ha vinto. Si alza per andare a chiamare Marilena, oggi ha bisogno di rivedere il suo cane.” (pag 27)
I racconti portano il nome dei mesi dell’anno e anche questa circolarità fa sì che ci sia un implicito senso di rinascita, di “vita nova”. Il tempo, d’altronde, è ciò di cui l’autrice si è occupata professionalmente, avendo fatto ricerca informatica per il CNR sul ragionamento spazio–temporale.
Il pregio maggiore, il maggiore sforzo di questa raccolta, a nostro avviso, è la mancanza di autobiografismo, così rara da trovare. Quante volte sentiamo uno scrittore dire: “Ho esordito con un romanzo che parla della mia vita”, e, di fronte ad affermazioni come queste, siamo sempre prevenuti. Qui, invece, ogni storia si differenzia dall’altra per intreccio, sviluppo e ambientazione: c’è l’uomo conteso fra troppe donne, c’è l’erede ucciso dai parenti avidi, c’è la giornalista coinvolta in una storia di mafia e servizi deviati, c’è persino Josè Saramago.
Ovviamente, la Masserotti, come qualunque altro scrittore, mette sempre un poco di sé in ogni personaggio: che sia un marito preoccupato per la salute mentale della moglie o un agente del Mossad, quella sarà comunque la visione dell’autrice, quelli saranno “il suo” marito e “il suo” agente. E, mescolate agli accadimenti e alle scene, ci sono, com’è naturale, le cose che l’autrice ama e conosce, le sue letture - da Saramago a Tolkien - i suoi luoghi preferiti, salsi e marini, la sua musica.
Il titolo e le strofe poste all’inizio di ogni racconto, infatti, sono tratti da “Canzone dei dodici mesi” di Guccini, e quest’accostamento, ancora una volta, richiama il bisogno di vivere il fluire del tempo senza negare le proprie basi ma, anzi, recuperandole. Nella prefazione, Lamberto Picconi afferma che: “In un contesto storico come quello degli anni 70, in cui molti volevano fare tabula rasa del passato e ricominciare da zero, il cantante modenese si pose in direzione decisamente contraria, volgendo lo sguardo, non senza nostalgia, verso le proprie radici.” (pag 6)
È questo, in fondo, lo scopo della scrittura, renderci più chiari a noi stessi e, nello stesso tempo, liberarci, scandagliare e illuminare le nostre motivazioni inconsce, farci scoprire l’alterità, il nuovo e il possibile, oltre il recupero di ciò che siamo stati.
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Racconti per una "canzone" Maria Vittoria Masserotti Edizioni Progetto Cultura Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo ...
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Carlo Valentini, "Elvira la modella di Modigliani"
Elvira la modella di Modigliani
Carlo Valentini
Graus editore, 2012
Pp 111
11,90
“Morte lo colse quando giunse alla gloria”
Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: “Elvira la modella di Modigliani.”
La figura assorbe e occupa tutto lo spazio, ha una compostezza illimitata, una presenza lievemente asimmetrica; il tratto ricorda le maschere africane, il corpo femminilissimo possiede, però, una solidità maschile, l’ovale del viso è raffinato, la bocca dolce, l’espressione consapevole e malinconica. È Elvira la Quique, di cui Valentini ci narra la storia in una biografia romanzata, a metà fra narrazione e saggio.
L’autore rivaluta e mette in risalto questa figura, oscurata dall’ultima compagna di Modì, la mite Jeanne Hebuterne, famosa per la fine tragica. Diverse le due donne, diversi i ritratti che le rappresentano. Dolce, ingenuo, quello di Jeanne, inquietante e, insieme, carico di sentimento, malinconia e comprensione, quello di Elvira.
La Quique è figlia di una prostituta, a Parigi finisce per fare il mestiere della madre oltre che la cantante. Ha un corpo conturbante, occhi e capelli scuri. Entra subito nell’ ambiente delle modelle, che, nude e impudiche, posano per i pittori di Montmatre e Montparnasse.
Da un uomo all’altro, eccola nelle braccia di Amedeo. Lo amerà tutta la vita, fra litigi e riappacificazioni, fra tradimenti e dispiaceri.
Se Jeanne sarà la compagna dell’anima, la madre dei figli, l’elettivamente affine, Elvira, ci dice Valentini, è qualcosa di più, è colei che – pur nella differenza di sensibilità, di cultura e d’intenti – più di ogni altra ha condiviso con Modì lo stile di vita, il bisogno di “essere e fare”, l’elan vital.
“Elvira sopportava, pagava questo prezzo per tenersi un uomo che la trattava da vera donna, la capiva, condivideva i viaggi nei fantasmi dell’allucinazione, la ritraeva sulla carta o sulla tela strappandole il suo vissuto interiore con pose appassionate e carnali e un certo sensualismo animale che mascherava la sua dolorosa fragilità. Per Elvira era come guardarsi allo specchio, felice e orgogliosa di contemplarsi e poter essere contemplata, femmina che sogna e fa sognare.” (pag 56)
Elvira e Amedeo vivono una vita più di stenti che bohemienne, ma non si risparmiano. Si amano, si sfidano, addentano tutti i piaceri della carne, dell’arte e della vita, fra assenzio, hashish e cocaina (di cui Elvira si renderà schiava fino ad ammalarsi e perdere la voce). Come le altre modelle, è sempre senza veli, pronta a posare ma anche a fare l’amore, quasi che le due cose coincidessero, fluissero naturalmente l’una nell’altra. Le pennellate sono lingue che si cercano, i colori sono umori che si fondono, che colano sulla tela. Il romanzo di Valentini trasuda carnalità, attinta proprio dai quadri, dai seni pesanti, dai triangoli rigogliosi, esibiti senza malizia, col senso di qualcosa di serenamente necessario.
I dialoghi risentono e, insieme, traggono vantaggio, dall’essere frutto di ricerca d’archivio su documenti inediti. A parlare sono direttamente i protagonisti, il loro modo di esprimersi artificioso non suona tuttavia falso in questo retroterra d’avanguardia, dove operano Picasso e Utrillo, dove si muovono pittori infervorati d’arte e droga, insieme a modelle discinte e sensuali, capaci di condividere aspirazioni e trasgressioni, ristrettezze e manie di grandezza. Un ambiente dissoluto e assoluto, crogiolo di cultura, di sperimentazione artistica. Amedeo non dipinge come nessuno. Amedeo usa colori africani e pastosi, luci rosate, dove balenano tratti neri. Ama le sue donne e non si lega davvero a nessuna, se non forse a Jeanne quando sente arrivare la fine.
Ma la magia del libro sta, soprattutto, nella rievocazione d’ambiente. Montparnasse con i suoi vicoli sordidi, il Bateau-Lavoir dalle pareti sottili, dove litigi e amplessi sono di dominio pubblico, dove si patiscono freddo d’inverno e caldo d’estate. Vediamo gli squallidi tuguri dai letti sfatti, i pavimenti cosparsi di bottiglie vuote, le lenzuola macchiate d’olio di sardine.
Amedeo dipinge con furia, consapevole della fine imminente, della gloria che arriverà solo postuma; tossisce, la sua mano trema, ha il cervello infiammato, le compagne gli si confondono nella mente: la raffinata Anna diventa la battagliera Beatrice, la Jeanne di buona famiglia trascolora nell’entreneuse Elvira, colei che ama, che segue da lontano, che aspetta e che soffre.
Sarà questo ambiente, sarà tutta questa gente che accompagnerà Modigliani nell’ultimo viaggio, quando il carro sfilerà per le vie di Parigi, seguito da un lungo corteo di pittori, di modelli, con gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti.
E, dopo tutte le vicissitudini, dopo che la fragile Jeanne si sarà gettata dalla finestra insieme alla creatura che porta in grembo, sarà ancora una volta Elvira – claudicante, afona, sopravvissuta alla prigione e a una condanna a morte – a posare sulla tomba della sfortunata ragazza, come suggello di una vita intera, l’ultimo mazzo di fiori, quello che Amedeo non può più donare alla sua compagna.
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CriticaLetteraria: CriticARTe - Carlo Valentini, "Elvira la modella di Modigliani"
Elvira la modella di Modigliani "Morte lo colse quando giunse alla gloria" Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell'ambiente, era come "farsi spogliare l'anima". L'ambiente è quello di ...
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Gordiano Lupi consiglia
Letture per le vacanze
Questa volta soltanto libri belli, tanto per cambiare. Basta con i libri strapubblicizzati, spazzatura ignobile, che si compra per moda e magari non si legge. I libri della mia estate, finiti in una rapida settimana di vacanza, compagni di giornate rilassate ve li racconto in poche parole, senza tentare recensioni critiche, ma vi invito a cercarli e a leggerli, ché ne vale la pena.
Sandro Luporini racconta Giorgio Gaber con la collaborazione di Roberto Luporini, in un grande libro edito (sorpresa!) da Mondadori (G. - Vi racconto Gaber), che non si limita a riepilogare la carriera di un cantante, ma con una lunga intervista compone il romanzo d’una generazione sconfitta. “Avrebbero voluto da Giorgio e da me delle risposte. Proprio da noi che abbiamo vissuto tutta la vita nell’assoluta certezza del dubbio”. Un libro narrato in prima persona dall’ispiratore di quasi tutti i testi di Gaber, un testo fondamentale voluto dalla Fondazione che servirà da stimolo per riscoprire un cantante importante, un pensatore che ha segnato la nostra epoca.
A proposito di cantanti rimossi, non lasciatevi sfuggire Che mi dici di Stefano Rosso? scritto a quattro mani da Mario Bonanno e Stefania Rosso, anche perché contiene un CD introvabile con alcune stupende canzoni incise dal vivo. Tra tutte: Gli occhi dei bambini, Letto 26 e Canzone per un anno. L’editore è Stampa Alternativa, che alterna ottime cose ad altre più discutibili, ma resta un punto di riferimento per l’editoria indipendente. Non è un libro di pettegolezzi ma un testo che racconta la musica di un poeta, abile chitarrista, narratore della generazione del Sessantotto, tra spinelli, marijuana e voglia di fuga. Un cantautore proustiano, se si vuole, sospeso tra nostalgia, ricordo e rimpianto della gioventù perduta. Se non conoscete Stefano Rosso è l’occasione buona per cominciare ad ascoltarlo.
Manuel De Sica pubblica per Bompiani il notevole Di figlio in padre, colmando una lacuna importante, regalando al grande genitore un vero libro sulla sua vita, non quella patetica raccolta di pensieri pubblicata alcuni anni fa dal fratello Christian. Molti aneddoti, tanto cinema, vita privata, giudizi taglienti, racconto di un uomo che ha reso grande il cinema italiano in collaborazione con Cesare Zavattini.
Restiamo al cinema con il giovane saggista Giovanni Modica che pubblica per Profondo Rosso il libro più completo che sia mai stato scritto su una sola pellicola: Dario Argento e il gatto dalle molte code. Qui il solo soglio da superare è il prezzo (ben 25 euro), ma il volume li vale tutti e un appassionato di Dario Argento non può lasciarselo sfuggire. Luigi Cozzi integra il testo con foto e commenti, lui che è il più grande conoscitore (oltre che amico) di Argento può permetterselo ed è garanzia di serietà. Un libro indispensabile che dice tutto quel che c’è da sapere sul secondo film della trilogia animale di Argento. Modica ha già pubblicato lavori interessanti come Sette note in nero di Lucio Fulci e Dario Argento e L’uccello dalle piume di cristallo.
Invito a leggere anche Marco Bracci che scrive un saggio agile sulla storia della mia città: Radici di ferro e futuro d’acciaio - Uno sguardo comunicativo sull’identità di Piombino (Liguori Editore). La tesi dell’autore è che Piombino non può fare a meno delle sue radici (l’acciaio), ma che deve guardare al futuro con fiducia cercando di andare oltre i limiti angusti della città fabbrica. Ultimo ma non ultimo un grande libro di narrativa: Roald Dahl - Tutti i racconti (Longanesi), un tomo che allieterà le vostre vacanze, ottocentoventi pagine di narrativa fantastica, surreale, ironica, pungente, scritta con piglio agile e forbito da uno dei migliori scrittori per ragazzi del nostro secolo. Questi sono racconti per adulti, alcuni dei veri capolavori di narrativa breve. Altro che i nostri patetici figliocci di Carver! Ventidue euro, ma ne vale la pena. Procuratevelo. Vi farà passare giornate allegre e spensierate.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
George MacDonald, "Sulle ali del vento del nord"

Sulle ali del vento del nord George MacDonald
Traduzione di Lotte Vignola Auralia edizioni, 2012
pp 323 15,00
È indubbio che sia in atto una rivalutazione delle opere dello scrittore scozzese George MacDonald (1824 – 1905) e, in particolare, di “At he back of the North Wind” del 1871. George MacDonald, noto per le sue favole e i suoi romanzi di argomento fantastico, si mosse in quell’atmosfera preraffaellita di cui faceva parte William Morris e s’inserì nell’ambito di frequentazioni che annoveravano Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (del quale fu amico) e C.S. Lewis. Quest’ultimo aveva una grande ammirazione per la produzione di MacDonald, lo considerava il suo maestro, a differenza di Tolkien che, come fa notare Roberto Arduini, aveva una vera e propria antipatia per la scrittura dello scozzese. “Il motivo di tanta crescente avversione”, ci spiega Arduini, “era proprio una delle caratteristiche principali di MacDonald, che divideva profondamente Tolkien da Lewis e Il Signore degli Anelli dalle Cronache di Narnia. Come scrive nella bozza di prefazione a La chiave d’oro, «MacDonald è un predicatore, e non solamente dal pulpito della chiesa; egli predica in tutti i suoi numerosi libri». A Tolkien andava di traverso l’allegoria morale: «Non sono molto attratto (anzi, direi il contrario) dalle allegorie, mistiche o morali» (R. A.)
Marco Gionta, della Auralia edizioni, ha deciso di ripubblicare il testo, già uscito nel 2011 con l’editore Raffaelli, compiendo un’operazione di rilettura, diremmo così, “personalizzata”. Per capirlo bisogna partire dalla scelta del titolo: “At the Back of the North Wind”, tradotto nell’edizione Auralia non più con “Al di là del vento del nord”, bensì con “Sulle ali del vento del nord”. Non è questo un particolare da trascurare. Tutto ruota, infatti, attorno a ciò che sta “alle spalle del vento del nord.” Diamante è un bambino vittoriano, cresciuto in una famiglia modesta ma dignitosa, in mezzo a persone oneste e rette. Il padre, cocchiere, è un gran lavoratore, la madre un esempio di virtù. Diamante stesso, che porta il nome del cavallo di famiglia, è un “Bambino di Dio”. S’intende con questa espressione l’idea di un bambino geniale ma talmente candido da apparire quasi ritardato. Diamante ha una limpidezza, una bontà, una generosità angelica tale da colpire al cuore e redimere chi viene in contatto con lui.
“La più grande saggezza sembra follia, a quelli che non la possiedono.” “Le persone buone vedono cose buone e quelle cattive cose cattive”
Sarà proprio per questa sua caratteristica che verrà scelto da Vento del Nord, che altri non è se non la Morte, una sorta di dea gigantesca dalle molte personalità, terribile come Kalì e amorevole come Durga. Vento del Nord è capace di azioni benevole e letali allo stesso tempo. È bella e tremenda, minuscola e smisurata, capace di cambiare dimensioni da un istante all’altro come l’Alice di Lewis Carrol. Vento del Nord è dunque la Nera Signora, alle sue spalle c’è la fine della vita, c’è un eden, dove si sta bene ma non si può essere del tutto felici perché l’esperienza terrena ci viene a mancare e ci vengono a mancare gli affetti.
“Non poteva dire di essere felice, in quel posto, perché non aveva con sé né suo padre né sua madre, ma si sentiva tranquillo, sereno, quieto e contento e questo era forse meglio che essere felici.” (pag 102)
Ma l’edizione di Auralia sembra non voler far risaltare questo lato funebre della storia. Traducendo il titolo con “Sulle ali del Vento del Nord” si dà importanza al momento ludico, avventuroso, nell’ottica positivistica che caratterizza tutta la produzione della giovane casa editrice. L’accento è posto sulle peripezie, sui viaggi, sui voli di Diamante che, nascosto fra i capelli di Vento del Nord, o aggrappato al suo seno materno e accogliente, visita luoghi meravigliosi, a metà fra l’onirico e il reale, fra il sogno e la visione. Per chi è buono, per chi è puro di cuore come il piccolo Diamante - il dolce bambino dagli occhi stellati - persino la Morte è amica. Anche il viaggio che egli compie alle sue spalle, nell’Ade, nella terra già visitata una volta da Dante - qui chiamato Durante – e descritta da Erodoto, nel gelido mondo dei più, non lo spaventa e non lo rende infelice. Diamante non è capace di spaventarsi, Diamante tutto ama e tutto comprende, Diamante trova il bello e il buono in ogni cosa. Solo chi possiede la sua ingenuità, la sua saggezza, la sua generosità e il suo amore per il prossimo, considera ogni cosa, anche la malattia, anche la morte, come inevitabile, equa, necessaria. Diamante è una creatura angelica, dispensatrice di bene, capace di connettersi al resto del creato, di entrare in empatia con la natura, i bambini, gli animali. Ha un rapporto privilegiato con i fratellini, che ama come fossero suoi figli, ai quali canta canzoni preterintellettuali che sgorgano dal cuore. Sa anche comprendere il segreto linguaggio degli animali, riconoscendone la natura celestiale, serafica, affine alla propria. Diamante è una di quelle persone che vogliono bene senza aspettarsi nulla in cambio, che disarmano con il sorriso, con la gentilezza, che pensano sempre e comunque positivo.
“Tutto in quel ragazzo, così pieno di tranquilla saggezza e al tempo stesso così pronto ad accettare il giudizio degli altri, anche a suo discapito, fece presa nel mio cuore e mi sentii meravigliosamente attratto da lui. Mi sembrava, in qualche modo, come se il piccolo Diamante possedesse il segreto della vita e che fosse lui stesso, come era pronto a pensare della più piccola creatura vivente, un angelo di Dio, con qualcosa di speciale da dire e da fare.” (pag 292)
Oltre al piccolo Diamante e alla sua famiglia, i personaggi che popolano la storia sono gli stessi di gran parte della narrativa vittoriana: ragazzine povere dai tratti dickensiani, cocchieri ubriaconi che picchiano la moglie, anziani benefattori che somigliano a quelli successivamente ritratti da Frances Hodson Burnett ne “Il Piccolo Lord Fauntleroy” e ne “La piccola principessa”.
Nel testo trovano posto anche fiabe, poesie, indovinelli, come sarà poi in Tolkien e com’è nella tradizione di Lewis Carrol e delle Nursery Rhymes di Mother Goose. Molti sono inoltre i topoi della letteratura fiabesca che ritroviamo qui, dal cavallo parlante, all’armadio fatato, (cfr “Le cronache di Narnia” ma anche un film recente come “Monsters & Co”), al vento turbinoso che trasporta in mondi fantastici (“Il meraviglioso Mago di Oz” di Frank Baum, 1900).
Riferimenti
Roberto Arduini, “George MacDonald e J.R.R. Tolkien, un'ispirazione rimpianta” , www.jrrtolkien.it
There is no doubt that a re-evaluation of the works of the Scottish writer George MacDonald (1824 - 1905) and, in particular, of "At the back of the North Wind" of 1871 is underway.
George MacDonald, known for his fables and his fantastic novels, moved in that pre-Raphaelite atmosphere to which William Morris belonged and inserted himself in the ambit of acquaintances that included Mary Shelley, John Ruskin, Charles Dickens, William Thackeray, Mark Twain (of whom he was a friend) and CS Lewis.
The latter had a great admiration for the production of MacDonald, he considered him his master, unlike Tolkien who, as Roberto Arduini points out, had a real dislike for the writing of the Scotsman.
“The reason for so much growing aversion,” explains Arduini, “was just one of the main characteristics of MacDonald, which profoundly divided Tolkien from Lewis and The Lord of the Rings from the Chronicles of Narnia. As he writes in the draft preface to The Golden Key, "MacDonald is a preacher, and not only from the pulpit of the church; he preaches in all his many books. " Tolkien did not like moral allegory: "I am not very attracted (indeed, I would say the opposite) to allegories, mystical or moral" (R. A.)
Diamante is a Victorian child, raised in a modest but dignified family, in the midst of honest and upright people. The father, coachman, is a hard worker, the mother an example of virtue. Diamante himself, who bears the name of the family horse, is a "Child of God". By this expression is meant the idea of a brilliant but so candid child that he appears almost mentally retarded. Diamante has a limpidity, a goodness, an angelic generosity such as to strike the heart and redeem those who come in contact with him.
"The greatest wisdom seems madness, to those who don't have it."
"Good people see good things and bad people bad things"
It will be precisely for this characteristic that he will be chosen by the North Wind, which is none other than Death, a sort of gigantic goddess with many personalities, terrible as Kali and loving as Durga. North Wind is capable of benevolent and lethal actions at the same time. It is beautiful and tremendous, tiny and boundless, capable of changing dimensions from one instant to another like Lewis Carrol's Alice.
The North Wind is therefore the Black Lady, behind her there is the end of life, there is an Eden, where one is well but cannot be completely happy because the earthly experience is lacking and we are to miss the affections.
"He couldn't say he was happy in that place, because he didn't have his father or mother with him, but he felt calm, peaceful, quiet and happy and this was perhaps better than being happy." (page 102)
The accent is placed on the vicissitudes, on the travels, on the flights of Diamante who, hidden in the hair of the North Wind, or clinging to his maternal and welcoming breast, visits wonderful places, halfway between the dreamlike and the real, between the dream and the vision.
For those who are good, for those who are pure in heart like the little Diamond - the sweet child with starry eyes - even Death is a friend. Even the journey he takes behind her, in Hades, in the land already visited once by Dante - here called Durante - and described by Herodotus, in the freezing world of the dead, does not frighten him or make him unhappy. Diamante is not able to be frightened, Diamante loves everything and understands everything, Diamante finds beauty and goodness in everyone. Only those who possess his naivety, his wisdom, his generosity and his love for others, consider everything, even illness, even death, as inevitable, fair, necessary.
Diamante is an angelic creature, dispenser of good, capable of connecting to the rest of creation, of empathizing with nature, children and animals. He has a privileged relationship with his siblings, whom he loves as if they were his children, to whom he sings pre-intellectual songs that flow from the heart. He also knows how to understand the secret language of animals, recognizing their celestial, seraphic nature, similar to his own. Diamante is one of those people who love each other without expecting anything in return, who disarm with a smile, with kindness, who always think positive.
“Everything in that boy, so full of quiet wisdom and at the same time so ready to accept the judgment of others, even at his expense, took hold of my heart and I felt wonderfully attracted to him. It seemed to me, somehow, as if the little Diamond possessed the secret of life and that he was himself, as he was ready to think of the smallest living creature, an angel of God, with something special to say and do. "
In addition to little Diamante and his family, the characters that populate the story are the same as most of the Victorian narrative: poor girls with Dickensian traits, drunken coachmen who beat their wife, elderly benefactors who look like those later portrayed by Frances Hodson Burnett in The Little Lord Fauntleroy and in The Little Princess.
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