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recensioni

Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone

5 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone

Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone

Roberto Mosi

Edizioni Il Foglio

Nel percorrere la vita della protagonista del libro di Roberto Mosi, la sorella di Napoleone Elisa Baciocchi, la curiosità è immediatamente deviata sulla biografia dell'autore. Apprendiamo che Roberto Mosi è anche autore di sillogi di poesia e, tra i titoli pubblicati, due si pongono immediatamente in rilievo: "Luoghi del mi-to" e "Nonluoghi". L'impressione di lettura delle prime pagine trova dunque un primo riscontro. Siamo in presenza di un tracciato, forse l'ultimo (sebbene in prosa), di una trilogia dedicata allo spazio fisico (o non fisico - comunque non soltanto mentale). E in effetti la dedica posta in esergo al testo è, appunto, rivolta alla città di Piombino, senza dissimulare l'atto di amore al luogo (ai luoghi) che pervade l'opera: "A Piombino […] / un paesaggio di grande poesia". Si potrebbe, quindi, cominciare la lettura del libro con l'aspettativa di un visita-tore che sta per essere condotto alla scoperta di luoghi noti attraverso un per-corso del tutto inedito, in presenza di una sorta di genius loci (la Baciocchi) che nello spazio curvato dal tempo protegge la storia di quei luoghi e allo stesso tempo ci invita e ci conduce a sposare la legge della relatività per unirsi al suo cammino.

Siamo dunque nel presente della narrazione, percorriamo il passato remoto della storia e ci proiettiamo nel futuro di viaggio personale.

Da dove partiamo? Evidentemente da Lucca, prima assegnazione ai coniugi Ba-ciocchi (Elisa e Felice) da parte di Napoleone (Principato di Lucca e Piombino). Il viaggio prosegue poi per le altre città toccate dalla reggenza dei coniugi (Livorno, Pisa, San Miniato Massa Carrara).

Su questi luoghi Elisa Baciocchi condusse una tangibile azione riformatrice e creativa, attraverso una guida matura e responsabile, sufficientemente autono-ma seppure sempre nel segno del potere del fratello minore Napoleone.

Curiosa e intraprendente figura quella di Elisa, di cui Mosi traccia un profilo pie-no e significativo, grazie ad un profondo lavoro di studio della storia e delle te-stimonianze attorno alla donna e al periodo che portò in Italia profondi cambia-menti nella politica e nella cultura.

Se Laetitia Romolino, matriarca della famiglia di Napoleone, soleva dire che non giocava a fare la principessa, notiamo come Elisa Baciocchi - per contrasto - sia stata l'incarnazione ideale della figura di principessa, al tempo stesso assoluta e illuminata, che determina con decisione e mano ferma l'andamento politico ed economico del governo che sempre ha condotto in prima persona, pure aiutata da un consorte intelligente e a lei dedito.

Fiera, di una fierezza condita di buon senso e gusto, così Roberto Mosi ritrae la Baciocchi. Una donna tenace che vive e interpreta un tempo dalle grandi con-traddizioni e anche dai grandi spunti innovativi. Nobile per destino familiare e non per nascita, Elisa Baciocchi è un personaggio simbolo dell'epoca, della bor-ghesia che pretende uno spazio decisivo nella nuova, mobile società dell'Italia napoleonica.

La ex borghese Elisa Bonaparte Baciocchi, divenuta Sua Altezza, si veste della magnificenza di una corte costruita secondo la misura di quella parigina delle Tuileries, rivissuta però con un approccio che distanzia Elisa dagli intrighi di pa-lazzo e le permette di mantenere rapporti autonomi con il clero e gli altri poteri, garantendo a se stessa un potere assoluto, ma mediato da entusiasmo e intelligenza.

Ritratta la protagonista, proseguiamone il viaggio. Sarà bene rilevare una prima peculiarità di questo saggio/guida: in grassetto sono evidenziate alcune paro-le/stringhe chiave che vanno a costituire una sorta di fil rouge prettamente sto-rico-geografico, ponendo in rilievo i passaggi o i luoghi di maggior importanza. Una sorta di sottotesto (o sovratesto) che consente una meta-lettura come a di-segnare una mappatura, per l'appunto.

Per ogni tappa un inquadramento storico (che spazia dagli avvenimenti relativi alla città "visitata" alla cronaca del passaggio di Elisa) e, spesso, culturale e di costume (dei costumi).

A tale proposito, soffermandosi anche sulle innovazioni apportate da Napoleone in ogni campo della vivibilità urbana, lo sguardo di Mosi si concentra su gustosi dettagli (i menu settimanali che erano soliti consumare i fratelli Napoleone ed Elisa o ancora la tecnica di conservazione delle derrate in uso all'epoca) per poi abbracciare, per un capitolo intero, la vita culturale a Parigi e nei domini italiani durante il governo di Bonaparte. Complice la passione della Baciocchi per la bellezza e l'arte, è gioco facile per Mosi immergerci nella magnificente sensibilità di Elisa che, apprendiamo, fu risoluta nel condurre a fasto qualsiasi luogo il suo piede toccasse (esemplare l'episodio del Palazzo dei Cybo Malaspina, a Massa, che la Baciocchi non esitò a trasformare in residenza d'arte a pena di rimozione di incarichi, minacce e sgombero di uffici, pur di recuperarne ed esaltarne la vocazione principesca).

La nostra guida (Mosi o Baciocchi?) indugia poi sulla toponomastica e addirittu-ra suggerisce al lettore la strada migliore per raggiungere la meta. La finzione è funzione di salto temporale sul posto e così nel momento in cui ci imbarchiamo (oggi, ieri?) dall'Isola d'Elba per raggiungere Livorno ci imbattiamo nell'Imperatore Napoleone che il 26 febbraio 1815 fece lo stesso tragitto, vide gli stessi luoghi e ci appare nell'uniforme verde di allora (descritta con dovizia di particolari) scortandoci (dal passato, oggi?) verso la costa per poi lasciarci e proseguire alla volta di Parigi. La scoperta di luoghi, personaggi, storie rimane sospesa al saluto di Elisa che, nel 1814, costretta dagli eventi lascia la terra di Toscana. Ma il libro di Mosi è ovviamente libro da leggere e rileggere ancora come saggio storico e come guida al territorio. Si parla di personaggi noti, di itinerari inconsueti, di artisti, palazzi e feste, solitudini, arrivi e partenze.

Può infine parlarsi di luoghi "altri"? Se con ciò si intendono le cc. dd. eterotopie (categoria di luoghi teorizzata da Michel Foucault; per "eterotopia" si indica quel luogo in cui i normali rapporti con lo spazio sono sovvertiti, ad es. il cimitero o il manicomio) la risposta non può che essere negativa. I luoghi in cui siamo stati guidati da Mosi (e da Elisa) non sono luoghi altri né altri luoghi (la città di Lucca era e rimane tale e così le altre). Eppure non sono più gli stessi luoghi del tempo precedente la lettura, dal momento che li abbiamo attraversati nella storia e li attraverseremo con la nostra esperienza alla luce del loro passato e di chi, quel passato, ha reso luminescente sino ad oggi. Forse potremmo definirli "luoghi altrimenti" e tentare un parallelo con la fotografia, in cui la stessa scena vista dai nostri occhi e inquadrata dall'obiettivo del fotografo (con tutta l'esperienza e la distorsione dello sguardo di chi scatta) si presenterà la stessa eppure diversa. È dunque con un richiamo alla "differenza" che, nel chiudere questo percorso nel percorso, si invita a considerare il libro di Mosi come un prezioso e stimolante taccuino di viaggio che ci conduce ad un "differente" movimento nello spazio tempo.

Da segnalare, per concludere, due utili appendici : una cronologia dei principali episodi delle vite di Elisa e Napoleone e una bibliografia commentata.

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Ida Verrei - Recensione

23 Ottobre 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

 

“Peccaminosa

Di Sandro Capodiferro

Edizioni Libreria Croce

p.p.194

 

 

Recensione di

 Ida Verrei

 

…Sono entrata nelle cellule di uomo per vedere come sarebbe andata a finire e lui mi ha riprodotto all’infinito…(pag.10)

…Sono quel peso instabile e controverso, sono lo specchio del gioco perverso, sono la neve che le anime solca, ho solo un nome io, sono la colpa. (pag.194)

E la colpa, il vizio,  è il motivo dominante di questa silloge, una colpa letta secondo una prospettiva psicologica, il peccato come riflesso di esistenze strane e remote, quasi sospese in una sorta di sogno o incubo.

Sette donne, sette vite poste a contraltare l’una dell’altra, eppure lontane nel tempo e nello spazio, dall’inizio dell‘800 al secolo attuale, dall’Impero Ottomano, al Cile, passando per Europa e Stati Uniti; sette universi, sette percorsi di peccato e redenzione, destini che si intrecciano legati dalla sottile simbologia di una spilla che intride con delicatezza il tessuto dell’intera narrazione e veicola una carica emotiva che esplode in tutta la sua forza.

Peccaminosa di S.Capodiferro è un libro che racconta storie, ma che  soprattutto analizza viaggi interiori, scava nell’animo delle diverse figure femminili, ognuna delle quali incarna un vizio, un peccato, una delle sette P incise sulla fronte di Dante, in un purgatorio fatto di espiazione, riflessione e pentimento.

Abiti del male, li aveva definiti Aristotele; spiriti e pensieri malvagi, li considerava il primo Cristianesimo, causa e origine di tutte le azioni peccaminose. Non è così  per l’Autore: ogni peccato, ogni vizio capitale, è espressione della condizione femminile in epoche diverse; affreschi sociali, percorsi, episodi che riflettono mondi ed età lontani, ma con valori universali riconosciuti, appunto, nel momento del riscatto.

Sette i peccati e sette le storie.

Fatma (1809), l’accidiosa: “Qualsiasi cosa accada non voltarti indietro figlia mia. Non farlo mai…”(pag.11) E lei ubbidisce, si lascia trascinare dagli eventi, prigioniera dell’harem e della sua stessa inerzia; rinuncia alla bellezza, alla gioia, all’amore. Una non-vita, sino a condannarsi, infine, ad un triste destino di solitudine e romitaggio: “Passerò i miei giorni nell’attesa che qualcosa accada, spaventata dal solo pensiero che quel qualcosa possa trovarmi tragicamente viva…”(pag.33)

Emily (1854), superba e altera, che scopre nel riconoscimento dell’altro e del diverso la propria fragilità negata e ritrova un’autentica umanità;

E ancora: Ivette (1879) che  finisce col comprendere che “l’invidia è l’anestetico dei deboli. Disciolto in rabbia si inetta dritto al cuore dei propri limiti per non continuare a sentirne il dolore”(pag,86)

E poi Mirosalva (1919), la cui ingordigia diviene parossismo anoressico, che la travolge in un “balletto della morte”, nel tentativo di fuggire a se stessa: “Ho cercato di riempire negli anni il vuoto incolmabile nel quale ho sempre navigato…” (pag. 115) ;

E Allison (1947), trascinata allo sbaraglio e alla distruzione dall’ira.

 Conchita (1980), l’insolita suora  messicana, posseduta dalla brama di possedere, in “ un delirio di riservatezza e di avarizia nel quale nascondeva tutta se stessa, come a proteggersi dal mondo che la voleva sopraffare.” (pag.166)

E infine, Carmela (2007), la lussuriosa, forse la più forte delle figure femminili, quella che incarna il più oscuro dei peccati, ma anche il più seducente; il vizio che avvolge e sconvolge poiché cela abissi, voragini di dolore e solitudine. “Cercare di riempire quei vuoti con i sospiri avidi di tutti gli uomini che mi hanno avuta, è stato come ogni volta scavare ancor di più il fossato tra ciò che non ho mai avuto e ciò che avrei desiderato avere”. (pag. 191)

Storie di donne, abbiamo detto, ma i veri protagonisti sono: amore, distacco, speranza, delusione, rinascita. È  la suggestione delle emozioni e dei sentimenti che risolve la disperazione, la rovina, in una voglia  di riscatto catartico.  Il peccato, umanissimo, è descritto con una sorta di levità, quasi con reticenza. Peccati da compatire, da comprendere, poiché sempre viene riconosciuto il diritto di risalire, di risollevarsi dopo la caduta. Il gioiello che viaggia nel tempo e nello spazio è il simbolo di questo diritto.

Ancora una prova di abilità narrativa da parte di Sandro Capodiferro, un’ulteriore verifica della sua profonda conoscenza dell’universo femminile; un libro singolare che, sino dall’incipit, suscita turbamenti, ma sollecita anche alla riflessione, all’analisi e all’autoanalisi.

 

I.V.

 

 

 

 

Ida Verrei -  Recensione
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Marco Milone, "Dove va il mondo"

18 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Dove va il mondo

Marco Milone

“Dove va il mondo” di Marco Milone è una raccolta di dodici brevi liriche scaricabili gratuitamente.

Non si esce da una visione solipsistica del mondo, registrato, valutato, ricreato da un punto di vista soggettivo. L’autore scava dentro di sé, fra “questioni irrisolte”, dipingendo le “tele delle incertezze” . Prende posizioni mediane su ciò che vede, sta in disparte, sceglie il compromesso, la “contesa leale”.

“Numerare i ponti, tagliarne

una parte. Decidere

dove stare ottimamente”

“La gente è sempre quella. Immobile

duole vederla. Solo chi sta in disparte. La vita

è lotta, è aggressività, è contesa

leale. Il metodo

è sempre il confronto”

Dopo il diluvio c’è sempre una rinascita e “si ricomincia a vivere"ma la vita è breve, “il giorno fa testamento" (è subito sera, verrebbe da aggiungere.)

Nell’insieme, un tentativo onesto di ricerca linguistica non ancora maturo ma, almeno, personale e attento, una scrittura poco consolatoria che risulta stagna e troppo controllata anche se scaturisce da angosce profonde.

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“Sinistre Presenze”

17 Ottobre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #recensioni, #margareta nemo

“Sinistre Presenze”

Sinistre Presenze
AA.VV
Bietti, 2013
pp 397
20 euro

Sinistre Presenze è una raccolta di racconti horror e un tentativo di esplorare nuovi margini e possibilità per questo genere. I racconti compresi nella raccolta sono diciassette e spaziano in numerosi sottogeneri dell'horror, dal dark fantasy allo splatter, ma ciò che li accomuna tutti è la volontà dichiarata di dare vita a un horror socialmente e politicamente impegnato, che nelle speranze dei curatori potrà aprire nuove prospettive per il genere e il suo pubblico. Come essi stessi affermano nell'introduzione, l'horror è un genere che più di altri si è mostrato refrattario a una scrittura e lettura impegnata, in quanto veicolo ed espressione di paure e pulsioni subconscie, che sfuggono al piano razionale e a un legame diretto con la realtà sociale. Proprio per questo, però, offre ancora molte possibilità di sperimentazione e la prospettiva allettante di arrivare a comunicare con l'efficacia e l'impatto tipico di questo genere, anche contenuti che normalmente gli rimangono estranei.

I diciassette racconti affrontano l'impresa con una gran varietà d'approcci e con risultati molto diversi fra loro. Se in alcuni casi si arriva alla satira esplicita e quasi a una parodia del genere, o forse della società che vi viene rappresentata, in altri la trama di riferimenti evocata dagli scrittori è più complessa e di meno immediata lettura. Altri ancora, con la loro crudezza, rappresentano un attacco diretto e privo di ogni filtro a realtà molto specifiche.

Per avere un breve quadro della varietà dei racconti compresi nella raccolta, e senza nessun giudizio di valore, se ne possono mettere a confronto quattro. “Emocrazia” di Alessandro Vietti, attraverso la rappresentazione ironica e sottilmente disturbante di un'Italia in cui sale al potere un partito di vampiri, traccia una parodia efficace e trasparente della società contemporanea e dei pericoli legati a un certo modo di fare politica e subirla. Molto diverso è “L'autostrada dei cani perduti”, di Dario Tonani, una storia brevissima, estremamente cruda, che non lascia spazio ad altro che allo sgomento del lettore di fronte all'assurda mattanza cui deve assistere e ha l'effetto di uno schiaffo alla sua indifferenza. “Da sotto”, di Stefano Roffo, invece è uno dei racconti più complessi, nella struttura della narrazione e nell'evocazione di un mondo di fantasia, cupo e affascinante, che a tratti rievoca le atmosfere inquietanti di certi quadri di El Greco e va ben oltre una semplice rappresentazione filtrata della nostra realtà. Per ultimo, “Alla testa del paese” di Alessandra Daniele, una delle due autrici comprese nella raccolta, è una narrazione rapidissima, fredda, quasi sarcastica, che investe il lettore con scene dell'immaginario zombie, ma poi lo abbandona nell'incertezza più totale sulla reale entità delle vicende a cui ha avuto modo di assistere, lasciandogli l'impressione di una realtà politica degenerata, complessa e indecifrabile, che sfugge ormai al controllo dei suoi stessi artefici.

Nel complesso, al di là dell'intento programmatico, la raccolta rappresenta sicuramente una lettura appassionante per gli amanti del genere, ma anche un’esperienza interessante e godibile per chi ha poca confidenza con l’horror e vuole esplorarne le sfumature e potenzialità.

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Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

15 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"

Stefania Nardini

Alcazar –Ultimo spettacolo

Edizioni e/o Collezione Sabotage

Euro 16,50 – Pag. 260

La collezione Sabotage delle Edizioni e/o di Roma - che non finirò mai di ringraziare per aver tradotto in Italia il grande Pedro Juan Gutiérrez - si propone di raccogliere voci, scritture, storie di qualità per dare spazio a un narrativa senza steccati di genere ma aperta ai contenuti. La dichiarazione d’intenti è scritta da Massimo Carlotto - curatore della collana - uno che se ne intende di narrativa di genere capace di indagare il mondo circostante. Dirige il tutto Colomba Rossi, nome meno noto, ma editor competente, artefice di una collezione ricca di nomi interessanti come Massimo Maugeri (Trinacria Parck), Matteo Strukul (La ballata di Mila e Regina nera), Carlo Mazza (Lupi di fronte al mare), Piergiorgio Pulixi (Una brutta storia), Tersite Rossi (Sinistri), Eduardo Savarese (Non passare per il sangue) e Roberto Riccardi (Undercover. Niente è come sembra, Venga ancora la fine). In tempi editoriali difficili è già un merito investire sulla buona narrativa italiana, soprattutto di genere, campo nel quale la concorrenza straniera è molto dura.

Stefania Nardini è una brillante giornalista, per lungo tempo animatrice di pagine culturali (Scritture e pensieri del Corriere Nazionale), biografa di Jean-Claude Izzo (Perdisa Pop), autrice di un noir interessante come Gli scheletri di via Duomo e di Matrioska (tradotto in Ucraina), un libro sulla condizione della donna nella ex repubblica socialista. In questo nuovo romanzo la Nardini, con un scrittura lineare ma profonda, racconta un storia d’amore nata a Marsiglia, tra un contrabbandiere italiano e la bella Silvana. Siamo in pieno periodo fascista (1939), ci sono le leggi razziali, Marsiglia è italiana, una compagnia teatrale s’imbarca da Napoli per raggiungere la città di confine e portare in scena Pioggia di stelle al teatro Alcazar. Stefania Nardini ambienta la storia in due luoghi dell’anima: Napoli e Marsiglia; si documenta, racconta con dovizia di particolari l’occupazione nazista e la resistenza degli italiani, ricostruisce l’ambiente dei contrabbandieri, trafficanti di formaggio, cocaina, armi e degli sfruttatori della prostituzione. Una storia racchiusa in una cornice mirabile composta da italiani che fuggono dal fascismo e dalla miseria. Un libro per capire il nostro recente passato, imperdibile per gli appassionati di storia della seconda Guerra Mondiale e per tutti i fan di Jean-Claude Izzo.

Gordiano lupi

www.infol.it/lupi

Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"
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Matteo Pugliares, "Imperfetto"

13 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Matteo Pugliares,  "Imperfetto"

Matteo Pugliares

Imperfetto

Edizioni Creativa – Pag. 85 - Euro 11

www.ilibridim

Matteo Pugliares

Imperfetto

orfeo.blogspot.it

A volte ti capitano dei libri che riesci a leggere in meno di un’ora, ma non perché vuoti e composti di storie che scorrono come acqua fresca. Non stiamo parlando di Moccia e Volo. No davvero. Sono libri che ti prendono e non ce la fai a smettere di leggere, perché impregnati di profondità, intensi e poetici. Imperfetto di Matteo Pugliares, edito da un imprenditore onesto come Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, è uno di questi. Imperfetto non è un romanzo vero e proprio, sono diciassette capitoli di riflessioni e poesie che indagano il senso della vita, domanda eterna che ogni giorno ci facciamo senza mai trovare risposta adeguata. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, canta De Andrè, l’autore segue la filosofia del cantautore, si guarda allo specchio, si aggrappa alle speranze per rimanere a galla, pensa al futuro, cerca di rendere la vita degna d’essere vissuta. Racconta la storia d’un bambino e della sua innocenza violata, vuole vivere fuori dagli schemi, dalle mode, camminando sulla strada, lontano dalle cattive abitudini, in mezzo a sogni, ideali e pensieri positivi. Fermiamoci un istante - come ci chiede più volte dalle sue pagine intense questo interessante autore siracusano, nato nel 1972 - e leggiamo uno dei racconti migliori, compreso nel capitolo dieci di Imperfetto. (Gordiano Lupi)

10

«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più stronzo del reame?»

Ci sono molte cose che non mi piacciono del mio corpo.

So che mi stai ascoltando. Me lo ricordo bene che sono creatura perché è difficile lavorare sempre al buio.

Guardo ancora lo specchio e vedo il mio alone aureo e mi chiedo perché esistono gli aghi, questi bastardi che violentano la tua pelle. È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle? Eppure avete inventato tanta merda: la plastica, le centrali nucleari, i supermercati, gli allevamenti di polli.

È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle?

Allora mi rendo conto che sono felice che siete lontani da me, che la vegetazione invade quasi tutto il mio spazio vitale, che quando annaffio il mio geranio lo sento ringraziarmi perché vive grazie a me.

Mmm… forse è arrivato il momento di accorciarmi la barba.

E mi chiedo a cosa serve la mia mano. Ad accarezzare i bambini o a schiaffeggiare gli stronzi? E poi penso alle fabbriche di armi, ai centri commerciali, al caffè servito nei bicchieri di plastica. E penso ai cataloghi, ai nonni abbandonati, alle farfalle che non ci sono più.

So che mi stai ascoltando… Poi quel virus l’ho vinto. È stato come battere un nemico più forte che proprio perché sa di esserlo si perde nella sua superbia e si espone agli stratagemmi di chi ha solo la disperazione dalla sua. Ed io ho fatto così. Ho dato voce alla mia disperazione e l’ho sconfitto col pensiero. E quello l’ha smesso di attaccarmi perché il mio pensiero era un’arma che non aveva previsto. Il mio pensiero inferocito ne ha fatto poltiglia. Ripassa un’altra volta stronzo di un virus, gli ho detto.

Sento la mia energia sempre più debole e un terremoto interno che mi sta devastando, ma ho ancora il mio pensiero che mi fa da parafulmine. Rimango nell’attesa di ulteriori sviluppi.

Torno a guardarmi allo specchio e mi vedo un po’ più bello.

So che mi stai ascoltando… E allora ti chiedo perché stai a chattare quattro ore al giorno al computer di casa tua.

Il tuo sorriso non mi ha convinto, secondo me stai diventando paraplegico nel cervello. Ma scendi in strada, innamorati, abbraccia le persone. Fai ciò che io non riesco a fare. Esci di casa perfino allegro se ci riesci e poni fine a questo strazio.

Sono almeno cinque anni che non prendo la febbre. Sarà grazie ai miei piccioni del parco. Quando do loro le molliche di pane mi fanno l’inchino e tengono lontana da me la febbre. Ed io raccolgo le loro uova e le conservo. Scrivo sopra la data per vedere quanto tempo ci stanno a marcire. E poi me li sogno spesso i miei piccioni.

So che mi stai ascoltando… Forse ha ragione il mio amico Valter: è tutta colpa dei giudici, o delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Facile parlare… Opportuno parlare… Inevitabile parlare… Inevitabile, tanto quanto ci siano al mondo dei disperati e dei perfidi. Ne parleremo allora.

Forse ha ragione il mio amico Valter: gli alieni buoni non ne possono più di noi e gli alieni cattivi pensano a modificarci geneticamente in peggio. Valter dice che se non la smettiamo immediatamente, rimarremo schiacciati dai tumori dell’anima. Forse ha ragione il mio amico Valter.

Sono un po’ stanco adesso. Potrei andare a dormire sotto il letto, oppure sdraiarmi fuori, davanti alla casa, ma non sopporterei quella gente insolente che ti guarda come un pazzo solo perché dormi davanti casa tua. Che idioti! Che superficiali! Non hanno capito che il senso della vita è il sorriso di chi ti ama o le fusa del tuo gatto. E non l’ho capito nemmeno io, perché non mi ama nessuno e perché non ho un gatto.

So che mi stai ascoltando… Ma dovrai vedertela con il mio folletto protettivo che, anche se a volte mi fa i dispetti, ha giurato davanti al gran consiglio di proteggermi per sempre. È bello quando insieme ci fermiamo a guardare la luna che, come la camomilla, ha su di noi effetti diuretici e soporiferi. Sempre meglio che prendere quelle bastarde pillole rosa che mi fanno dormire e vomitare. Sempre meglio che far finta di non star male da morire. Sempre meglio che raccontare agli angeli che tu fai tutto ciò che vuole Dio. Che ne sanno loro di Dio?

Che ne sanno loro di Dio? Io lo conosco bene. Ogni tanto andiamo insieme a passeggiare sulla spiaggia, di notte, e ci fumiamo una sigaretta. Dio tossisce molto, chissà quante ne fuma.

Che ne sanno loro di Dio? Io ogni tanto lo seguo, a distanza per non farmi vedere. Ho scoperto che la sigaretta non la fuma solo con me. Va a fumarsela anche con Greta, quella che per pochi euro ti vende il suo corpo. Quando Dio va da lei, le accarezza il volto e le dice: Quanto sei bella Greta! E Greta, ogni volta, si mette a piangere, perché che è bella non glielo dice mai nessuno. Poi, Dio le asciuga le lacrime con la sua lunga barba e le offre una sigaretta. E fumano. E Greta, solo per il tempo di quella sigaretta, è felice.

Che ne sanno loro di Dio?

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My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

12 Ottobre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema, #recensioni

My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo

FILMOGRAFIA

:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)


Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 -
Pag. 335

My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.

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Gianluca Morozzi, "Mortimer blues"

10 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Gianluca Morozzi, "Mortimer blues"

Mortimer Blues

di Gianluca Morozzi

Edizioni Il Foglio Letterario

pp 67

4,90

Aprendo un libro a caso, appartenente al sottobosco della nostra narrativa contemporanea, con una mano a coprire il frontespizio, diventa difficile, ormai, distinguere dallo stile un autore maschio dall’altro. Tralasciando, ovviamente, chi scrivere non sa, anche fra i bravi c’è una specie di lingua trasversale che accomuna molti scrittori, in parte mutuata dalla frequentazione con gli americani. Questo, senza nulla togliere all’efficacia di “Mortimer Blues”, racconto lungo, più che romanzo, dello scrittore musicista Gianluca Morozzi, classe 1971, per la collana Demian.

Sebbene anche il contenuto non si discosti molto dal filone della confessione interiore giovanilistica accompagnata da sottofondo musicale, Mortimer blues spicca per due elementi: l’innegabile competenza musicale dell’autore e quel senso tremendamente universale di aspirazioni fallite.

Il protagonista si chiama Vincenzo ma lo veniamo a sapere solo a metà dell’opera, con un guizzo tecnico abbastanza originale. Il suo nome si duplica e poi triplica in Vincent e Vega, a segnare il passo di un’incipiente alienazione mentale. È un musicista progressivamente sempre più colto ed esperto ma, in realtà, incapace di grande ispirazione. Passa la vita a cercare di scrivere l’”opera”, quella che lo differenzierà da tutti gli altri, che lo renderà immortale, che resterà nella storia della musica. Gli viene consigliato di studiare, prima di produrre qualcosa di nuovo, e si mette a farlo con una ossessività che lo risucchia. Frequenta di tutto, classici e contemporanei, e poi ancora nuovi contemporanei, perché, intanto, il tempo passa e lui non è più un adolescente che mette insieme due note per la ragazza di cui è invaghito.

In questo, Vincenzo/Vincent è metafora di tutti gli artisti, dei compositori, degli scultori, dei pittori, dei poeti. Vincenzo è il cantante che s’iscrive al talent, è lo scrittore fallito che recensisce libri altrui sperando, a furia di smontare testi, d’imparare come si scrive un capolavoro. E la sua ricerca si prolunga, diventa infinita, fine a se stessa, il mezzo prende il posto del fine.

Io non sto diventando pazzo, io sto studiando per scrivere il disco dei dischi, la sinfonia degli dei, l’opera del secolo, altro che pazzo, quanti grandi artisti venivano giudicati pazzi dai loro ignoranti contemporanei?, non erano pazzi, erano al di là della comprensione di quegli zotici!, io scriverò l’opera suprema, l’opera definitiva. Quando avrò finito di studiare e ascoltare tutto, naturalmente.” (pag 63)

Non si sa di cosa viva Vincenzo, forse ancora del lavoretto che faceva da ragazzo, ma certo, contrariamente a quanto gli rimproverano gli amici all’inizio della sua inesistente carriera, non ha “sostituito il sogno con la concretezza”, anzi, ha fatto proprio il contrario, si è condannato a un’eterna giovinezza artistica senza la maturità di un talento che non c’è.

“Alla fine dobbiamo rinunciare delle occasioni perché tu ti sei inchiodato al mondo reale in questi modi assurdi e non decolliamo mai, capisci? Perché hai scelto la concretezza al sogno. Questo voglio dire.” (pag 49)

E, appunto, tutto quello che Vincenzo farà nella sua vita leggermente paranoica, sarà nascondere a se stesso la propria mancanza di talento, salvo ammetterla solo da ubriaco, distruggendo a martellate le scadenti opere prodotte.

Il tono è agevole, ironico, divertente, ma il racconto di Morozzi è intriso di nostalgia per un tempo in cui tutte le possibilità e le speranze sono ancora aperte - il tempo dell’adolescenza caro alla collana Demian – e dove l’amara verità non è ancora venuta a galla. Il racconto è pervaso da un crudele senso di fallimento, d’incompiutezza, di spreco, e anche da uno spasmodico desiderio di riscatto, così bene espresso con l’immagine delle tartarughine in corsa verso il mare.

“Ma la cosa che ci frega, a noi, è il fatto che arrivare al mare non sia del tutto impossibile. Qualcuno ci arriva a quell’acqua maledetta, quindi si può fare, quindi ci si riesce, no?”

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Heberto Padilla, "Fuera del Juego"

26 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

 

 

Fuera del juego

Heberto Padilla

Traduzione di Gordiano Lupi

 

Edizioni Il Foglio

pp 157

12,00

 

“The knock at our door came around seven in the morning.” Così Cuza Malè racconta il momento dell’arresto del marito, il poeta cubano, di lingua castigliana, Herberto Padilla.

Dopo che, nel 1968, la raccolta di poesie “Fuera del juego”, di Padilla, vinse il premio UNEAC, il libro venne considerato controrivoluzionario e pubblicato con un’appendice che ne stigmatizzava il contenuto come anticastrista. Padilla fu arrestato nel 1971 e, per riottenere la libertà, fu costretto ad apparire davanti al collegio degli scrittori e fare pubblica abiura di se stesso, dei suoi scritti, “confessando” supposti crimini suoi e della moglie contro la Rivoluzione. Così si esprimeva Padilla riguardo alla sua “autocritica”:

Il procedimento è stato ideato da Lenin per recuperare i rivoluzionari nelle file del partito comunista e perfezionato da Stalin come strumento per distruggere moralmente chi esprimeva posizioni critiche . Ho accettato di recitare l’autocritica per ottenere la libertà e per poter lasciare Cuba, che ormai era diventata una prigione.”

Molte personalità, fra le quali Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia – con alcune eccezioni illustri come Gabriel Garcia Marquez - firmarono una petizione per chiederne la liberazione. L’affare Padilla segnò la fine del sostegno degli intellettuali di sinistra alla Rivoluzione Cubana, che aveva perso i suoi connotati libertari per trasformarsi in un regime autoritario, castrista e castrante.

I versi di Padilla sono semplici, discorsivi ma solo in apparenza. Parlano di cose concrete, di vita di tutti i giorni, dell’irruzione della storia e della politica nel privato del cittadino che vorrebbe prescinderne ma non può.

Sono sempre stato fuori dal gioco, forse è la condizione di poeta che non permette di stare dentro, per noi non è possibile, siamo destinati a raccontare una spiacevole verità in faccia al tiranno. Un poeta è bene non averlo intorno, è un triste personaggio che trova sempre da ridire, che non è mai contento, soprattutto non serve al potere.”

Come dice il traduttore (ed editore) Gordiano Lupi, “Padilla non è un dissidente ma un rivoluzionario che vuole continuare a pensare con la propria testa.”

“Fuera del juego” “è un canto di libertà”, “il simbolo della disillusione rivoluzionaria” (sempre Lupi).

Padilla è stato parte sogno, vi ha creduto ma ha visto naufragare le aspettative di un mondo migliore, ha capito che quella che vedeva in atto non era più la “sua” rivoluzione, ha scritto versi “che fanno male al sogno”, che denunciano la violenza dietro la speranza diffusa dagli eroi.

 

Intorno agli eroi

Gli eroi

Sempre vengono attesi

Perché sono clandestini

E sconvolgono l’ordine delle cose.

Appaiono un giorno

Affaticati e rauchi

Nei carri da guerra, coperti dalla polvere del cammino,

facendo rumore con gli stivali.

Gli eroi non dialogano,

ma progettano con emozione

la vita affascinante del domani.

Gli eroi ci dirigono

E ci pongono davanti allo stupore del mondo.

Ci concedono perfino

La loro parte di Immortali.

Lottano

Con la nostra solitudine

E i nostri vituperi.

Modificano a loro modo il terrore.

E alla fine ci impongono

La violenta speranza.

 

La sua “colpa” è

Non dare ascolto a chi diceva che esistono libri da non scrivere e soprattutto da non pubblicare, perché fanno male al sogno e soltanto dentro la rivoluzione può esserci libertà, ma per chi si chiama fuori non esistono diritti.”

 

I poeti cubani non sognano più

I poeti cubani non sognano più

(neppure di notte)

Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine

Quando scricchiola, all'improvviso, il legno:

il vento li spinge alla deriva;

alcune mani li prendono per le spalle,

li rovesciano

li mettono di fronte ad altre facce

(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)

e il mondo sopra le loro bocche scorre

e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere

 

“Fuera del juego” è anche un inno d’amore alla patria, a Cuba, sempre portata nel cuore. “Cuba è la mia terra, la mia isola calda e selvaggia.” “Ho sempre vissuto a Cuba anche quando partivo.”

 

Sempre ho vissuto a Cuba

Io vivo a Cuba. Sempre

Ho vissuto a Cuba. Codesti anni di vagare

Per il mondo dei quali tanto hanno parlato ,

sono mie menzogne, mie falsificazioni.

Perché io sempre sono stato a Cuba.

Ed è certo

che ci furono giorni della Rivoluzione

nei quali l’Isola sarebbe potuta esplodere tra le onde;

però negli aeroporti

e nei luoghi dove sono stato

sentii che mi chiamavano

con il mio nome

e quando rispondevo

io mi trovavo in questa sponda

sudando

camminando,

in maniche di camicia,

ebbro di vento e di fogliame,

quando il sole e il mare si arrampicano sulle terrazze

e cantano la loro alleluia

 

Sopra a tutto, aleggia un potente senso di nostalgia, più di ogni altra considerazione umana, sociale e politica. Nostalgia che abbraccia ogni cosa: l’amore, il sesso, la patria, il sogno rivoluzionario, il ricordo di quartieri fatiscenti, di cartelloni slabbrati, di case diroccate eppure amate.

 

Il ritorno

Ti sei risvegliato almeno mille volte

cercando la casa dove i tuoi genitori ti proteggevano dal mal

tempo, cercando

il pozzo nero dove ascoltavi la ressa

delle rane, le falene che il vento faceva volare

a ogni istante.

E adesso che è impossibile

ti metti a gridare nella stanza vuota

quando persino l’albero del campo

canta meglio di te l’aria degli anni perduti.

Eri già il personaggio che osserva, il rancoroso,

preso, irrimediabile, per quel che vedi

e domani ti sarà tanto estraneo come oggi lo sei

a tutto quello che è accaduto senza che fossi capace

di comprenderlo,

e il pozzo continuerà cantando pieno di rane

e non potrai sentirle

anche se spiccano salti davanti ai tuoi orecchi;

e non solo le falene, ma il tuo stesso figlio

ha già cominciato a divorarti

e adesso lo stai guardando vestito con il tuo abito,

pisciando dietro il cimitero, con la tua bocca,

i tuoi occhi e tu come se niente fosse.

"The knock at our door came around seven in the morning." This is how Cuza Malè recounts the moment of the arrest of her husband, the Cuban, Castilian-speaking poet, Herberto Padilla.

After Padilla's "Fuera del juego" collection of poems won the UNEAC award in 1968, the book was considered counter-revolutionary and published with an appendix that stigmatized its content as an anti-Castro artist. Padilla was arrested in 1971 and, to regain his freedom, was forced to appear before the college of writers and make public abjuration of himself, of his writings, "confessing" supposed crimes of his and his wife against the Revolution. So Padilla expressed himself about his "self-criticism":

“The procedure was devised by Lenin to recover the revolutionaries in the ranks of the communist party and perfected by Stalin as a tool to morally destroy those who expressed critical positions. I agreed to recite self-criticism to get freedom and to leave Cuba, which had now become a prison. "

Many personalities, including Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Susan Sontag, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini, Alberto Moravia - with some illustrious exceptions such as Gabriel Garcia Marquez - signed a petition to ask for his release. The Padilla affair marked the end of the support of leftist intellectuals for the Cuban Revolution, which had lost its libertarian connotations to become an authoritarian, castrist and castrating regime.

Padilla's verses are simple, discursive but only in appearance. They talk about concrete things, about everyday life, about the irruption of history and politics into the private life of the citizen who would like to do without it but cannot.

“I have always been out of the game, perhaps it is the condition of poet that does not allow us to stay inside, for us it is not possible, we are destined to tell an unpleasant truth in the face of the tyrant. A poet is good not to have him around, he is a sad character who always finds fault, who is never happy, above all he does not need power. "

As the translator (and editor) Gordiano Lupi says, "Padilla is not a dissident but a revolutionary who wants to keep thinking for himself."

"Fuera del juego" "is a song of freedom", "the symbol of revolutionary disillusionment" (always Lupi).

Padilla was part of a dream, he believed it but saw the expectations of a better world sinking, he understood that what he saw was no longer "his" revolution, he wrote verses "that are bad for the dream", which denounce the violence behind the hope spread by the heroes.
 

Fuera del juego is also a hymn of love for the homeland, in Cuba, always in the heart. "Cuba is my land, my hot and wild island." "I have always lived in Cuba even when I was leaving."

Above all, there is a powerful sense of nostalgia, more than any other human, social and political consideration. Nostalgia that embraces everything: love, sex, the homeland, the revolutionary dream, the memory of dilapidated neighbourhoods, of torn posters, of decaying yet loved houses.

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Marco Campogiani, "Smalltown boy"

22 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Campogiani, "Smalltown boy"

Smalltown boy

Marco Campogiani

Edizioni Anordest 2013

pp. 335

€ 12,90

Quando noi eravamo Noi, e il mondo se ne stava fuori, tutto era leggero, e come scivoloso, mentre ora non riesco a muovere un passo.” (pag 294)

Alla fine, sono ancora Babi e Step, alla fine è ancora “un’altra storia d’amore”. E tuttavia…

“Smalltown boy”, di Marco Campogiani, finalista al XXVI premio Calvino, s’inquadra sì nel filone dell’amore giovanilistico ma, soprattutto, in quello della ricerca dell’identità sessuale, adesso tanto in voga. Lo fa con un attacco lieve, quasi tragicomico, come fossimo, appunto, ancora “tre metri sopra il cielo”, poi, però, va in crescendo verso lo scavo interiore, verso l’accettazione dell’ineluttabile, verso la sofferenza, verso l’essere costretto a misurarsi con il metro della cosiddetta normalità, con “l’altro da sé”.

Davide Guizzardo s’innamora a quattordici anni con una profondità, con un’assolutezza drammatica, superiore alla sua età, e il suo è un amore tragico come quello di Romeo. Ma l’anima gemella non è Giulietta, bensì Guido, l’amico con cui è solito giocare a calcio e parlare di ragazze. Guido è bello, forte, atletico, è il campione che tutte vogliono. Guido è omosessuale, Guido ha una gemella, Martina, considerata da tutti stramba, dark, solitaria. Anche Martina è omosessuale e ama Cristina che tutti credono la ragazza di Guido. Per stare insieme, Davide e Guido, Martina e Cristina, dovranno fingere di uniformarsi, diventare agli occhi del mondo ciò che la società richiede. “Essere. Come. Gli. Altri.”

Nascerà così una commedia degli equivoci, un intreccio strano fra i quattro ragazzi, dove Davide farà finta di stare con Martina, mentre Guido darà a vedere di essere il ragazzo di Cristina. In realtà, le coppie vere saranno omo e non etero.

Come dicevamo, la storia parte con tono leggero, all’inizio l’omosessualità è solo un’evenienza, un’esplorazione nell’ambito di un’età confusa, della quale si saggiano tutte le potenzialità. Davide, Guido, Martina provano a essere come tutti, testano le sensazioni del loro corpo e le emozioni del loro cuore a contatto con l’altro sesso, ma l’amore ha un sopravvento vitale, giocoso. I ragazzi accettano ciò che non possono più nascondere o rifiutare, vivono in una bolla isolata dal resto del mondo, creano un loro spazio alternativo, un giardino segreto dove coltivano la loro personale felicità. “Dio quanto siamo belli, mi pare.” (pag 197)

Ma questa loro bellezza esteriore ed interiore non è capita, deve essere negata.

Cos’altro potrei raccontare al Capitano dei Carabinieri? Sarebbe lungo spiegargli il Mondo Parallelo delle “regole Speciali”. O la teoria dei Nostri Momenti. Cosa capirebbe? Niente. Perché quello in cui vive lui è un mondo diverso, che non ci appartiene: il mondo dell’Ordine.” (pag 196)

Inevitabilmente, questi giovani puri e felici dovranno scontrarsi con il perbenismo, con la società, con la famiglia, con la scuola, con la Chiesa, che li vogliono come non sono, che pretendono di cambiarli anche se non fanno niente di male, anche se sono bravi ragazzi studiosi. Perché Davide, Guido e Martina non sono soltanto la loro omosessualità ma anche giovani qualsiasi, che scandiscono la vita a suon di pizze e musica anni ottanta. Le canzoni fanno da colonna sonora a tutto il romanzo e ritmano i capitoli (e anche questo, ultimamente, sta diventando un cliché della narrativa.)

Chi decide cosa è in ordine e cosa no?” (pag 196)

L’irrompere dell’Ordine, in quello che solo dall’esterno sembra Disordine senza esserlo, porterà a rotture, a lacerazioni, a dolorose separazioni che distruggono l’energia del protagonista, che lo “reificano”, che lo trasformano in un automa capace solo di provare nostalgia, perdita, solitudine. Il dramma di Davide è narrato con un tono semplice e penetrante insieme, dove il dolore è ancora più intenso perché ipertrattenuto.

Mi alzo, colazione, scuola, rispondo persino quando mia madre mi chiede qualcosa, ma è come se non fossi io, è come se avessi premuto il tasto rosso del telecomando e ora fossi in standby.” (pag 294)

Se le atmosfere, ripetiamo, possono essere ascritte ad un clima che ricorda Moccia o persino le canzoni della Pausini, lo scavo interiore è, però, lucido e tagliente nella sua elementarità, la lingua scabra e studiata. I dialoghi sentono gli effetti del vissuto da sceneggiatore di Campogiani, sono avvincenti, realistici, fin troppo perfettini per un protagonista ragazzino, al punto che è lo scrittore stesso, a volte, ad auto criticarsi: “Potevi dire qualcosa di più originale Guido: ‘Ho sbagliato, non voglio perderti…’ Sei… sdolcinato. Sei finto.” (pag 253) Peculiare l’abitudine di zoomare dalla terza persona alla seconda, per avvicinarsi al personaggio, per dialogarci.

Concludiamo dicendo che nel testo è presente anche una forte componente di denuncia dell’omofobia, sebbene sfumata, addomesticata. Dopo la presa di coscienza si giunge al rifiuto dei pregiudizi, delle categorizzazioni, delle etichettature.

Non ho mai conosciuto la vita di un camionista. Non ho mai parlato d’amore con un camionista. E d’un tratto mi rendo conto di una cosa magari semplice, ma la voglio dire. Non esistono “i camionisti”. Esistono degli uomini, delle persone che fanno i camionisti. Semplice no? Ma non ci avevo ancora mai pensato. S’imparano un sacco di cose, viaggiando.” (pag 327)

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