recensioni
Domenico Vecchioni, "Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler"
Domenico Vecchioni
Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler
(Una storia straordinaria)
Greco&Greco – Euro 12 – Pag. 172
Domenico Vecchioni è un diplomatico di carriera, ex console a Madrid e a Nizza, ambasciatore d’Italia a Cuba, con la passione per la saggistica storica. Ha pubblicato molte biografie: Raúl Castro, Evita Perón, Raoul Wallenberg, Pol Pot, Kim Philby, Richard Sorge, oltre ad alcuni studi sulla storia dello spionaggio.
In questo libro - sintetico, divulgativo, ma esauriente - Vechioni ripercorre la vita di Felix Kersten, il medico personale di Heinrich Himmler, il “burocrate dello sterminio”, capo delle SS e della Gestapo, protagonista di un incontro stupefacente con il rappresentante del congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Lo stile di Vecchioni è piano e semplice, descrive Himmler come un personaggio da romanzo, alle prese con i suoi lancinanti dolori di stomaco che soltanto il medico finlandese Kersten sarà in grado di alleviare. Molto interessante è l’intreccio di rapporti tra il capo nazista e il medico - amico, che diventa un confidente così ascoltato e influente da permettergli di salvare molte vite umane. Il medico segue il burocrate in ogni spostamento, lo cura con i massaggi e le medicine, lo ascolta, dispensa consigli, fino a compiere la sua impresa più grande, per la quale sarà sempre ricordato. Kersten - ricorrendo al suo potere - fa firmare a Himmler il Contratto in nome dell’Umanità, poco prima che cada il nazismo, evitando la distruzione dei campi di concentramento e salvando la vita a 800.000 persone. Un benefattore dell’umanità, una salvezza per 63.00 ebrei, un uomo della cui vita si conosce poco e che bene ha fatto Vecchioni ad analizzare in ogni sua sfaccettatura. Un’ottima lettura.
Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
AA.VV. "Un giorno a Milano"
AA.VV.
Un giorno a Milano
Novecento Editore – www.novecentoeditore.it
Pag. 286 – Euro 9,90
Da una brillante idea di Paolo Roversi nasce la collana Calibro 9 di gialli e noir metropolitani di Novecento Editore, che debutta sul mercato con una raccolta di racconti ambientata a Milano, curata niente meno che da Diabolik - Andrea Carlo Cappi e introdotta da Andrea G. Pinketts. I racconti, ambientati nella metropoli lombarda, sono scritti da Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (tre autori che ne compongono un quarto, recita la loro biografia!), Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Giuseppe Foderaro, Francesco G. Lugli, Giancarlo Narciso, Ferdinando Pastori, Francesco Perizzolo e Paolo Roversi. Alcuni autori raccontano Milano utilizzando i personaggi di successo della loro produzione, così Di Marino mette in campo il suo Professionista (Segretissimo), Narciso l’investigatore privato milanese Butch, Roversi il giornalista Radeschi, che si sposta a bordo di una Vespa gialla del 1974. Andrea Carlo Cappi preferisce il racconto non seriale ma sempre ambientato in una Milano da bere, con un titolo sudamericano che ammicca a un motivetto di successo. Meno noto ma ugualmente bravo Ferdinando Pastori, che conosco fin dai tempi della sua prima straordinaria raccolta Piccole storie di nessuno (Edizioni Clandestine), adesso mi dicono vincitore del Roma Noir.
Un giorno a Milano è un bel prodotto editoriale, graficamente accattivante, economico (10 euro per quasi 300 pagine), stampato in carta riciclata e in un formato pocket che ricorda il giallo da edicola degli anni Settanta. Lo spirito inquieto di Scerbanenco ringrazia.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Marina "Morgatta" Savarese, "La Bruttina che conquista " e "Come tenersi un uomo"
La Bruttina che conquista
e
Come tenersi un uomo
Marina “Morgatta” Savarese
Edizioni Ink
Si prendono in mano questi due libretti rosa, “La Bruttina che conquista “ e “Come tenersi un uomo”, sottili sottili, con i disegnini invitanti in copertina e, diciamolo, magari dopo il tomo critico su Proust o su Hesse ci attirano pure parecchio per l’aspetto appetibile e vaporoso da chick lit, anche se qui non si tratta di romanzi. Le aspettative che ci creiamo sono due e vengono entrambe deluse: che i libriccini in questione siano scritti male, e non lo sono, e che dicano qualcosa di nuovo risolvendoci i problemi, e non fanno nemmeno questo.
Se siamo bruttine (nel caso specifico lo siamo) di certo coltiviamo la segreta e imperitura speranza d’imbatterci nel ricettario magico che ci trasformerà, nel consiglio di bellezza gratuito e miracoloso. Pia illusione.
“La Bruttina Sfiduciata la stima l’ha seppellita nel cassetto dei ricordi (e ha buttato via la chiave.) Forse l’ultimo complimento l’ha ricevuto al suo primo compleanno, quando, ancora incosciente, non capiva l’ironia della frase “che carina questa bambina”, classico riconoscimento di circostanza dove non è ammesso dire alla mamma che la sua pupetta è un mostriciattolo. Poi l’ha capito, che la bruttina se ne accorge anche da sola che è veramente bruttina. E la vita spalleggia sempre queste sue convinzioni, continuando a infierire con stilettate e piccole coltellate a ogni occasione, sgretolando ogni mattoncino di fiducia e ogni piccola conquista. E così la bruttina si adegua, si lascia colpire, si annulla, azzera i sentimenti e ogni tipo di aspettativa.”
La Savarese si dichiara a sua volta Bruttina doc, ci racconta che è diventata figa sfoggiando stile, guardaroba giusto e potenziando le proprie doti di simpatia e comunicatività, ma non ci dice cosa dobbiamo concretamente fare, cosa dobbiamo scegliere nelle nostre deprimenti sedute di fronte all’armadio, per tramutarci da brutti anatroccoli in superbi cigni veleggianti. Non ci offre nessun rimedio prodigioso, nessun consiglio soprannaturale, arcano, solo i soliti palliativi, che sanno tanto di già sentito, sul non trascurarsi, sul mostrarsi al meglio, sull’essere indipendenti, sicure di sé e, ovviamente, puttane al punto giusto, nel senso buono della parola.
E – inorridiamo, o noi sacerdotesse del pessimismo cosmico – ci propina la solita teoria del “be positive, be happy”, dello foggio di entusiasmo che conquista il maschio di turno. Ci viene il dubbio che non si stia parlando davvero di come trasformare le brutte in belle (se così fosse il libro renderebbe miliardaria l’autrice) ma si proponga piuttosto l’equazione bruttina uguale donna comune. Insomma, si fa leva sulla metamorfosi del brutto in avvenente ma in realtà si sta discutendo in generale, indicando ad ogni donna la via dell’indipendenza, della sicurezza, dell’autonomia, dello stile, dell’eleganza, dell’emancipazione.
Nel secondo testo c’è un’evoluzione, sia dal punto di vista linguistico che contenutistico. Lo stile diventa più incisivo, ironico, tagliente, l’autrice dimostra di avere cervello e cultura e che gli affilati artigli erotici sono solo un aspetto della sua personalità e non un chiodo fisso. E se, anche in questo caso, i consigli per tenersi l’esemplare maschile, lo straccio di amante previamente conquistato, appaiono scontati, balza agli occhi l’attenta analisi sociale del variegato (e un po’ triste) sottobosco di trenta/quarantenni in cerca di accoppiamento. La fauna che lo popola è votata al disimpegno, all’instabilità emotiva, al peterpanesimo, all’immaturità. Vediamo aggirarsi torme di single incalliti, trombamici allergici al matrimonio e disorientati, figure di cui si rivendica il diritto alla dignità ma che, per chi appartiene a generazioni ancora imbevute di romanticismo, grondano squallore e inadeguatezza.
Alcune descrizioni sono davvero spassose, specialmente quelle in cui è facile rintracciare qualche maschio di nostra conoscenza, come ad esempio l’uomo mistico, quello, per capirci, tutto chakra, energia, incenso e ristoranti vegani.
“Se non siete profondamente spirituali anche voi, tutto questo ascetismo alla lunga vi farà perdere la pazienza, facendovi sognare di chiudergli tutti i suoi chakra una volta per tutte.”
La Savarese, attualmente residente a Firenze ma vissuta molti anni a Livorno, ha assorbito dalla città labronica lo spirito arguto, acuminato, irriverente e un po’ sboccato, quello che fa sempre dire pane al pane. Appassionata di moda, di design, di danza, di burlesque, di cultura pop, piena d’interessi e informata, sembra conoscere l’argomento per esperienza diretta, un’esperienza sempre filtrata dall’ironia (e da una salutare autoironia). Ha interrogato molti amici, sia maschi sia femmine, stilando classifiche e facendo statistiche degli atteggiamenti più comuni. Il tutto con mano leggera, acume, simpatia, spirito, divertimento. Soprattutto con quel piglio deciso, in grado a suo dire di trasformare una bruttina qualsiasi in una donna audace, una donna che sa conquistarsi - piantando con sicurezza i piedi per terra e non pestandoli bizzosa - il suo posto in questo mondo non sempre accogliente.
Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete"
L'inviato dalla rete
Alessandro Ticozzi
Sensoinverso edizioni
pp 320
17,00
Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un'intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l'attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. E poi ci sono i mostri della commedia all'italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e - in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino. Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati. Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d'autore, ma anche di musica popolare.
Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L'autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L'Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.
Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"
Resushitati
Macale, De Cave, Appetito
Edizioni Il Foglio, 2013
Cardiopoetica è un collettivo letterario composto da tre persone – Marco De Cave, Fabio Appetito e Mariano Macale – che non si pone solo come unione di tre autori in un unico volume, piuttosto - almeno nelle intenzioni - come una sorta di nuova avanguardia culturale, di manifesto letterario.
Il gruppo nasce a Cori, in provincia di latina, nel 2010, e si prefigge l’obiettivo di rinvivire la poesia, che sonnecchia, a suo dire, dagli anni novanta, calandola nel quotidiano, portandola fra la gente comune, con una serie di reading, di avvenimenti multimediali. “Resushitati” è il loro secondo libro, edito da Il Foglio Letterario.
Il titolo ha tre chiavi di lettura. Se lo si considera parola piana, con l’accento sulla penultima sillaba, gli si conferisce un tono di evento, di cosa fatta. Se, invece, lo si legge con l’accento sulla ù, prende il significato di una esortazione a risorgere, a uscire da una condizione che è “vita apparente”, notte di “morti viventi” alla Romero: “anche se si è impagliati sulla parete di una sala.”
Siamo morti, siamo alienati dal consumismo, dall’esaltazione dell’esteriorità, del corpo e dell’abito, da una comunicazione che diventa solo esternazione sui social network, monologo inascoltato e non dialogo. Bisogna “Ricominciare da capo nuovamente” , come ci esorta a fare la citazione da Lenin, stimolo a una rivoluzione che non è solo politica ma anche interiore. (Il concetto è bene esplicitato nel piccolo brano in prosa di Marco De Cave dal titolo “Giornata pesante”.)
Per farlo, per uscire da una vita che vita non è, per risvegliarsi e risorgere, occorre una scelta netta, limpida, una presa di posizione sociale, un rapportarsi alla collettività, agli altri, cosicché l’individualità possa fondersi in un “noi” e l’anima sia scossa dalla poesia. Se si sceglie di rivivere, non lo si fa come l’eremita disgustato, ma cercando di comprendere questo nostro mondo da dentro per poi ribaltarlo.
Nel titolo si trova inserita anche la parola sushi, qualcosa che si porta via, un take away non solo dell’oggetto ma anche del soggetto. E la poesia arriva per portarti via, per trascinarti, per risvegliarti. Una poesia, però, moderna, fatta di cose di oggi, e, tuttavia, capace comunque di lirismi antichi, di invocazioni, di preghiere, di canti alla luna. Il collettivo dice di rifarsi alla tradizione montaliana, nerudiana e alla Beat Generation, ma non mancano echi crepuscolari e stilemi più classici e meno sperimentali.
Il soggetto, l’introspezione lucida e un poco disperata, “Ma io non sono portato a vivere”, resta, a nostro avviso, sempre al centro delle poesie di questi tre autori che, pur nello studio avanguardistico, pur nell’impegno socioculturale, pur nella creazione di un manifesto comune, altro non cercano se non l’amore, la fusione con l’altro da sé, una comunione autentica e non di superficie, un noi più profondo, dove si ascolta oltre che parlare.
“che avessimo una parola almeno
Da dividere in uno quando stiamo insieme”
E ancora :
“ho smesso di cercare la risposta che soffia nel vento
Perché adesso il vento sono io
E sono già alle tue spalle.”
Come nella poesia di Macale, “Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi”, che ci piace proprio perché smette i panni della sperimentazione e si lascia andare ad un lirismo pavesiano.
“Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi,
non si cela alle pupille arcane la realtà
rotta, minuta di questo coccio perduto,
ma non è vano il voto dell’assemblea,
se il mondo intero ti ostracizza
troverai come perla rara rifugio in me,
per quanto siano senza regola le mie parole,
fallimentari i miei progetti, dipartite da tempo le chimere, le utopie
verso mondi immaginari.
È rimasto nel porto l’unico sogno
Di tutta una vita: noi.”
Alla fine, ancora una volta, il collettivo, il sociale, s’identifica con il “noi” formato da due anime che non riescono mai a fondersi quanto vorrebbero. Come afferma ancora Macale, “per amore si può risorgere”.
Sybil G. Brinton, "Vecchi amici e nuovi amori"

Vecchi amici e nuovi amori
Sybil G. Brinton
Traduzione di Camilla Caporicci
Jo March, 2013
pp 341
14,00
Fin dal 2009 l’agenzia letteraria Jo March si occupa di “riportare alla luce narrativa lontana, nel tempo o nello spazio, a torto dimenticata o mai tradotta in lingua italiana”. La traduzione e la ristampa di “Vecchi amici e nuovi amori”, di Sybil G. Brinton, definito “l’antenato di tutti i sequel”, di tutti gli spin off e derivati austeniani, scritto cento anni dopo “Orgoglio e Pregiudizio” (1813) e tradotto in italiano cento anni dopo la sua pubblicazione (1913), soddisfa proprio questo criterio.
Duecento anni ci separano, dunque, dall’originale di Jane Austen e cento da questo seguito della Brinton, della quale poco si sa, se non che ebbe una vita breve e non godé mai di buona salute. L’autrice fu un’appassionata janeite, con quanto di positivo e di negativo il termine implica. Il janeitismo si sviluppò dopo il 1870, con la pubblicazione di “A Memoir of Jane Austen” di J.E. Austen - Leigh. Addirittura Rudyard Kypling scrisse un racconto, intitolato "The Janeites", su un gruppo di soldati della prima Guerra mondiale appassionati dei romanzi della Austen
Ai sei romanzi canonici si rifà questo sequel, e cioè “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield Park”, “L’Abbazia di Northanger”, “Ragione e sentimento”, “Persuasione”, “Emma”. La Brinton ne interseca i protagonisti, ritrovando, appunto, “vecchie conoscenze” e favorendo nuovi intrecci sentimentali, compensando i finali sempre un po’ troppo bruschi della “cara zia Jane”, basandosi su indicazioni date dalla stessa autrice riguardo possibili sviluppi, creando una specie di riassunto e di compendio di tutti e sei i romanzi. Seppur presenti, i caratteri principali restano sullo sfondo, in favore di figure minori, come Georgiana Darcy, Kitty Bennet, il colonnello Fitzwilliam e Mrs Crawford, di cui vengono narrate nuove avventure e nuovi amori.
“In questo modesto tentativo di rappresentare il seguito delle avventure di alcuni dei personaggi di Jane Austen,” ci dice la Brinton nella prefazione, “ho fatto uso dei riferimenti fatti a essi dall’autrice stessa, registrati nel Ricordo di Mr. Austen- Leigh”
Il testo ha valore per ciò che rappresenta culturalmente, per il suo essere capostipite di tutta la fanfiction successiva, non tanto per il contenuto o lo stile. Di sicuro risponde a quel bisogno che s’impone, prepotente, alla fine di un libro amato, quando lo stringiamo al petto sentendoci orfani, chiedendoci cosa i protagonisti faranno ora che l’ultima pagina è stata letta e abbandonata.
Ma forse è perché gli attori principali non sono quelli che tanto ci hanno coinvolto – leggi Elisabeth e Darcy, ora trasformati, in soli due anni di vita coniugale, in signorotti di campagna privi di allure, compresi nel loro ruolo di genitori quanto Jo e il professor Baher in “Piccoli uomini”, ruolo da cui Elisabeth si distacca solo per addossarsi un’attività di match maker presa in prestito da Emma Woodhouse – se l’iniziativa riesce solo in una certa misura.
La storia di Georgiana, i suoi turbamenti, i suoi rossori, il suo agire da timida paraninfa fra il cugino Firzwilliam, suo ex promesso, e una Miss Crawford del tutto stravolta dall’originale austeniano, il suo amore per William Price bramato dall’amica Kitty, non ci prendono più di tanto, né ci entusiasma la tecnica che, nel tentativo di imitare quella “conversational” della Austen, non sfugge a qualche involontaria goffaggine e stempera il witticism in monotonia. Ricorda, semmai, il più piatto stile della quasi contemporanea – e rivale di Jane Austen – Maria Edgeworth. Manca l’ironia tagliente, manca lo studio di un’intera classe sociale e forse non è un caso se questo “Old friends and new Fancies” sembra essere rimasta l’unica prova della Brinton.
“Anche i migliori fra i derivati”, ci conferma Giuseppe Ierolli nell’introduzione “rimangono lontanissimi da tutto ciò che ha reso Jane Austen uno degli autori più amati e studiati della letteratura mondiale. La perfezione dei suoi dialoghi, l’ironia e la parodia che pervadono i suoi scritti, talvolta celate in brevissimi incisi che spesso sfuggono al lettore distratto, la finezza di quello che lei stessa definì “il pezzettino d’avorio (largo due pollici) sul quale lavoro con un pennello talmente fine che produce un effetto minimo dopo tanta fatica”, la naturalezza con la quale ci accompagna nelle vicende dei suoi personaggi, la parsimonia con la quale li descrive, lasciando che i loro caratteri emergano molto più da ciò che dicono e fanno che da quello che ne dice il narratore, sono nel loro complesso, inimitabili, e solo qualche sprazzo emerge talvolta nelle opere che si ispirano a lei.”
"Old Friends and New Loves", by Sybil G. Brinton, called "the ancestor of all sequels", of all Austenian spin-offs and derivatives, was written a hundred years after "Pride and Prejudice" (1813).
Two hundred years separate us, therefore, from the original by Jane Austen and one hundred from this sequel by Brinton, of whom little is known, except that she had a short life and never enjoyed good health. The author was a passionate janeite, with what both positive and negative the term implies. Janitism developed after 1870, with the publication of "A Memoir of Jane Austen" by J.E. Austen - Leigh. Even Rudyard Kypling wrote a story, entitled "The Janeites", about a group of soldiers of the First World War passionate about the novels of the Austen
This sequel is based on the six canonical novels, namely "Pride and prejudice", "Mansfield Park", "Northanger Abbey", "Sense and Sensibility", "Persuasion", "Emma". Brinton intersects the protagonists, finding, in fact, "old acquaintances" and favouring new sentimental intertwining, compensating the always a little too abrupt ends of "dear Aunt Jane", basing herself on indications given by the author herself regarding possible developments, creating a sort of summary and compendium of all six novels. Although present, the main characters remain in the background, in favour of minor figures, such as Georgiana Darcy, Kitty Bennet, Colonel Fitzwilliam and Mrs Crawford, of whom new adventures and new loves are narrated.
"In this modest attempt to represent the sequel to the adventures of some of Jane Austen's characters," Brinton tells us in the preface, "I made use of the references made to them by the author herself, recorded in the Memory of Mr. Austen- Leigh ".
The text has value for what it represents culturally, for its being the progenitor of all the subsequent fanfiction, not so much for the content or the style. It certainly responds to that need that arises, overbearing, at the end of a beloved book, when we clasp it to the chest feeling orphaned, asking ourselves what the protagonists will do now that the last page has been read and abandoned.
But maybe it's because the main actors are not the ones that concerned us so much - read Elisabeth and Darcy, now transformed, in just two years of married life, into country lords without allure, absorbed by their role as parents as Jo and the Professor Baher in "Little Men", a role from which Elisabeth stands apart only to take on a match maker activity borrowed from Emma Woodhouse - if the initiative succeeds only to a certain extent.
The story of Georgiana, her disturbances, her blushes, her act as a timid paranymph between her ex-promised cousin Firzwilliam and a Miss Crawford completely distorted by the Austenian original, her love for William Price longed for by her friend Kitty, don't take us too much, nor do we get excited about the technique which, in an attempt to imitate the "conversational" one of Austen, does not escape some involuntary clumsiness and dilutes witticism in monotony. It remembera, if anything, the flatter style of almost contemporary - and rival of Jane Austen - Maria Edgeworth. The cutting irony is missing, the study of an entire social class is missing and perhaps it is no coincidence that this "Old friends and new Fancies" seems to have remained the only proof of Brinton.
"Even the best of derivatives", Giuseppe Ierolli confirms in the introduction of the Italian translation "remain far from everything that has made Jane Austen one of the most loved and studied authors of world literature. The perfection of her dialogues, the irony and parody that pervade her writings, sometimes concealed in very short parenthesis that often elude the distracted reader, the finesse of what she herself called "the little piece of ivory (two inches wide) on which I work with a brush so fine that it produces a minimal effect after so much effort ", the naturalness with which she accompanies us in the events of hers characters, the parsimony with which she describes them, letting their characters emerge much more from what they say and they do that from what the narrator says, they are overall, inimitable, and only a few flashes sometimes emerge in the works inspired by her. "
Ida Verrei - recensione . "Il mio nome è Strange" di Alessandro Ceccoli
Il mio nome è Strange
di Alessandro Ceccoli
Edit. Medea
PP.202
Euro: 16,00
Recensione
di Ida Verrei
“lo svolgere della vita dipende da dove ti poni, dall’altezza da cui guardi, è solo un gioco di distanze, e ogni passo fatto anticipa quello successivo” (pag.11)
E il cammino può essere a ritroso, verso il passato, oppure verso l’ignoto, ma è sempre una somma di viaggi che ognuno compie nel tempo e nello spazio, una ricerca che è soprattutto interiore, il bisogno di costruirsi un’identità che plachi l’urgenza di conoscere se stessi.
Il libro di Alessandro Ceccoli, è questo, ma non solo: in un intrecciarsi di generi, (dal noir d’azione, all’analisi socio-psicologica, dal romanzo d’avventura, alla speculazione filosofica e all’intimismo), percorre una serie di tematiche, tutte sviluppate con maestria, che si coordinano l’una all’altra e, pur nella costruzione narrativa complessa, spingono il lettore a procedere con gusto e curiosità nel dipanarsi di una storia che talvolta spiazza, altre commuove, altre ancora angoscia.
Follia, fuga, intrigo internazionale, amore e, soprattutto, la dolce morte, vista in una dimensione prettamente umana, estrapolata da questioni morali o religiose, sono gli argomenti del romanzo.
Ma chi è il protagonista della storia? Il folle fuggito dallo psichiatrico, nascosto tra i cunicoli del Cimitero delle Fontanelle a Napoli, che ruba un’identità e va incontro a un nuovo destino? O l’eroico medico che tenta di salvare gli hutu contro la ferocia dei tutzi in Ruanda? O ancora, il “bastardo che opera sulla linea di confine…che non si sottomette alla logica del governo degli uomini”? (pag.179)
È certamente un uomo solo, ma si è sempre soli quando si stravolgono le convenzioni: “ Siamo null’altro che quello che sogniamo…”
Nella finzione letteraria l’Io narrante, un uomo nel pieno della maturità, durante una sosta a Shanghai, mentre è lì “a giocare con la vita e a portare la morte”, sente il bisogno di raccontarsi, per “lasciare una traccia della sua incredibile avventura”. “Scrivo pensieri, poesie, parole, frasi senza senso, vomito congetture inondando pezzi di carta, espello tutto quello che il mio cervello non riesce più a trattenere; e non mi interessa sapere il perché, l’unica cosa che conta è liberarmene”. (pag.90)
Si sofferma su vicende del proprio passato, si rifugia nella memoria, con tono di volta in volta ironico, dolente, dissacrante. E’ un fuggitivo che ha attraversato la follia ed è poi entrato in un’altra pelle, per “un caso fortuito” ( il “caso” ritorna sempre nei romanzi di Alessandro Ceccoli); non narra il trauma del ricovero, si limita a descriverne gli effetti, ma esso aleggia in tutta la narrazione, come una ferita non sanata, mai rimossa.
“Tutto ritorna. Tutto è conseguente…” e, dall’incursione nei ricordi, Strange, il singolare protagonista della storia, passa ad una sorta di diario, una cronaca di viaggio verso una missione oscura, dove si alternano momenti in cui la materia narrativa è ricondotta agli eventi, e momenti in cui l’emozione dei sentimenti trabocca. E qui ci si trova immersi in paesaggi fantastici, una Cina fiabesca, in atmosfere sospese tra sogno e realtà: il fiume Li Jangh, “ebbi l’impressione di avere di fronte le enormi dita di un gigante morente, protese in un ultimo sforzo ad afferrare il cielo…”(pag.41) O il tempio che emerge dalle acque: “Due massicce statue di Buddha, circondate da liane, minuscoli fiori rosso rubino e impercettibili trasparenti pesci vegliavano nei fondali. La loro presenza sembrava testimoniare che la vita non fa differenza di specie e il bisogno di Dio non ha confini…” (pag.76) Scenografie di forte impatto, non solo visivo.
Ma la narrazione ha un ulteriore livello, c’è il racconto in terza persona di eventi che si svolgono in modo parallelo. Eppure non c’è frattura, sembra ancora che sia Strange a raccontare, a presentarci quella che potremmo ritenere la co-protagonista, Maria, la giovane detective che lavora per il Vaticano, alla ricerca dei fondi neri dello Ior, di un colpevole per una morte sospetta e che tenta di sfuggire alle terribili rappresaglie della mafia cinese.
“I miei personaggi femminili hanno sempre scarso spessore” dice Alessandro Ceccoli. Non è così: Maria, “ribelle quanto bastava, rude nell’approccio e amante del lavoro solitario…una sensibilità insolita e un sesto senso che la portava a sbrogliare anche le situazioni più complesse…” (pag.30), è una figura forte, ben delineata, una donna determinata eppure estremamente femminile, nelle emozioni, negli abbandoni, e nell’illusione di un sogno d’amore Definita, forse, anche più dello stesso Strange, che appare una sorta di moderno Lord Jim, sempre avvolto da una zona d’ombra, un personaggio oscuro, mai totalmente conosciuto, che incuriosisce ma insieme intenerisce e commuove.
Fare una breve sintesi del romanzo non è facile, è un continuo susseguirsi di situazioni diverse, di mutamenti di scenari, di intrecci tra gli eventi. E’ un libro che tiene sino alla fine col fiato sospeso, che avvince e affascina. Anche i personaggi minori sono tratteggiati con cura: il commissario Marò, “ un budino…dolce ma terribilmente molle”; Monsignore Uboldi, con un linguaggio “ben lontano da quello del mondo ecclesiale”; Elias, l’amico fraterno, l’altro “bastado che forniva la logistica”; e infine Liù, l’alto dirigente della Cina Comunista, l’uomo che Strange avrebbe dovuto accompagnare verso la morte, colui che gli spiega il senso dell’ideogramma inciso sul dorso dei Buddha: “siate un onda anomala”, la sintesi del suo esistere..
Un bel libro, scritto con cura e strutturato bene, una storia insolita ma verosimile, con agganci all’attualità; amara, talvolta, perché amara è la vita.
E di tanta vita, di tanta storia, come spesso accade, infine, resta solo la solitudine: “Si fa di tutto per nascondersi alla morte, ma per vivere bisogna abbassare la testa e continuare a camminare…”(pag.81)
I.V.
Emanuele Marcuccio. Il mio Punto di vista
La Poetica ed il modo di raccontare le emozioni dell'autore Emanuele Marcuccio.
Prima di provare a commentare il testo Un infaticabile poeta palermitano d'oggi: Emanuele Marcuccio di Lorenzo Spurio, prima di iniziare a cercare di tratteggiare una figura letteraria, parlerò della biografia di questo autore.
Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974. Nel 1994 ha ottenuto la Maturità Classica.
Dall'Agosto del 2000 inizia quel percorso poetico che lo porterà a pubblicare due libri.
Scrive poesie dal 1990. Nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli 47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.
Nel marzo 2009 esce la sua raccolta di poesie e opera prima Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci.
Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010. Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.
Dal giugno 2010 è curatore editoriale, dedito alla scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e novembre 2012 ha presentato quattro autori, riuscendo così a far pubblicare cinque libri di poesie e, dal 201,1 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.
Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge
Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012. L’opera è stata recensita da Patrizia Poli, Marzia Carocci, Michele Nigro e Natalia Di Bartolo.
Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali, dal 2012 a oggi.
È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary.it”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. È presente su L’evoluzione delle forme poetiche, Archivio storico e consuntivo critico (realizzato per le scuole) dell’ultimo ventennio poetico (1990-2012), Edizioni Kairòs, 2013.
Finalista nel 2013, con dieci aforismi, alla settima edizione del Premio Nazionale di Filosofia “Le figure del pensiero”, ha ideato e sta curando la sua prima antologia poetica, Dipthycha, che lo vede presente con ventuno titoli, accompagnato in dittico di uguale tema, da altre poesie di autori vari.
Di prossima pubblicazione un ampio saggio monografico sulla sua produzione, curato da Lorenzo Spurio.
Dal 1990 sta scrivendo un dramma in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.
Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie dal titolo Anima di poesia.
Uno degli elementi presenti nella Poesia di Marcuccio è la Declamazione. Ad esempio nel componimento poetico "A Leonardo Sciascia" è possibile individuare un tipo di Declamazione ricollegata ai colori ed agli odori della terra Siciliana, in relazione a Sciascia.
Nella poesia "Palermo" è presente il medesimo stile Declamatorio, assorbito da una trama di colori di Sicilia, e della città. In questo scritto è anche presente un chiaro rimando alla realtà delle organizzazioni criminali.
Senza fare un enorme giro di parole, che sprecherebbe del tempo prezioso, l’Opera di Marcuccio è riassumibile in queste considerazioni personali.
1- Essendo Giacomo Leopardi uno dei suoi autori preferiti, lo stile poetico ha un tono alto che trova un sentimento nell’epoca e nel contesto in cui vive.
2- Dalla prima considerazione, deriva necessariamente la seconda. Si può rintracciare nell’Opera dell’autore un qualcosa di Pirandelliano, che non si esprime propriamente nei contenuti, ma nell’atto di scrivere. A sostegno di quanto detto c’è una sua risposta durante un’intervista: “[…] In ogni mia poesia si può rintracciare un preciso riferimento autobiografico, anche minimo, anche nella più insospettabile, la scrittura in fondo è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto.”
3- Continuo a fare riferimento all’intervista di Lorenzo Spurio ad Emanuele Marcuccio, poiché penso che il dialogo sia qualcosa di più aggiornato, o comunque rappresenta, il più delle volte, un elemento di chiarimento. L’essenza dell’ispirazione dell’autore si ritrova nella poesia “Per una strada”. Bene. Fin qui nulla di strano. La stranezza, che poi tanto strano non è, visti i tempi, è scrivere su uno scontrino “spiegazzato” un qualcosa che forse è un po’ banale, ma che rappresenta comunque uno stadio di riflessione di una persona.
4- Una poesia dovrebbe essere Umana. Siamo Esseri Umani o no? Mi spiego meglio. Non penso e non credo che Marcuccio pubblichi per avere premi. Non pubblica per questo.
Chi scrive (se scrive Bene) è Essere Umano nell’espressione dei significati, delle parole. E le parole sono pietre.
5- Ciò che deve arrivare al lettore in maniera diretta sono gli Aforismi n° 25, 53, 59. In quanto autore, poeta, blogger e fondatore di Progetti Aperti, penso che quanto scritto in questi 3 aforismi, può, nel messaggio essenziale, riassumere la “condizione di Poeta”.
Si dovrebbe parlare di poeta quando non ci sono condizionamenti interpersonali che derivano da interessi di Sistema.
Quando Marcuccio dice: “Il poeta è ribelle come il fuoco, niente è più ribelle del fuoco […]” cerca, a parer mio, di esplicitare quella forza che rende viva la Persona-Poeta, la persona che diventa poesia, produce mondi, da relazioni speciali a significato e significante, edificando l’animo. Essere ribelli non è situazione, ma condizione.
6- Secondo me qualsiasi curriculum letterario non contiene opere centrali. Assegnare centralità a certi elementi significherebbe svalutare gli altri. Dante non ha scritto solo la “Comedìa”, Giovanni Boccaccio è autore non solo del “Decamerone”, Schopenhauer è conosciuto per aver scritto “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione”, ma non è stata la sua unica opera. Ogni elemento deve essere rispettato e non messo al di sopra o al di sotto di altri. Non deve esistere classificazione tra opere. Se si fa questo, si opera un giudizio arbitrario, in base a quale Autorità?
Da ciò deriva quanto dice Sandra Carresi nella recensione a Pensieri Minimi e Massime e far valere queste parole, in modo generale, comprendendo dunque un senso complessivo: “E’ di grande conforto conoscere l’esistenza di personaggi facenti parte del genere umano, chiamati – poeti – ancora capaci di possedere quella scintilla creativa che fa emozionare noi stessi e la Vita.”
recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini
Il titolo – Planando nell’aria - della raccolta di poesie di Vittoria Principe potrebbe essere la chiave di lettura della personalità che è sottesa ai versi e che viene fuori a sprazzi, a momenti non univoci nella fase descrittiva, ma pur legati da un doppio filo che da una parte conduce al bisogno insopprimibile di libertà (questa è la mia storia, simile a quella di un uccello), dall’altro alla necessità di essere, cercare e mostrare amore, come novella eroina sofoclea (eppure sento di essere fatta per amare). Vale a dire che Vittoria rappresenta un universo (femminile) oscillante perennemente tra il desiderio di affermarsi per quello che sente di essere, e i vincoli, ora gioiosi ora dolenti (i momenti felici che si trasformano in dolori …), che la legano alle persone care e alla vita quotidiana.
Una ghirlanda di libertà
È da sempre che cerco la mia libertà.
Perduta in cieli infiniti,
in abissi spaventosi,
in deserti illimitati.
Nell’universo senza fine,vago,
alla ricerca della mia libertà.
La colgo nella luna, in una stella, nel sole.
Ma guardando un prato,
la colgo in un fiore.
La stringo, la bacio, la guardo….dov’eri?
Angosciata e felice la pongo nel mio cuore.
Ora è al sicuro in me.
Mi volto; guardo il mondo,
incatenato, sofferente, schiavo.
Io sono libera,
le mie catene sono sciolte,
per sempre…
è una ghirlanda di fiori
il mio unico vincolo.
Dio l’ha posta al mio collo,
come un giogo soave e lieve.
Di qui i dissidi, di qui le fughe in avanti (un sogno sospeso nell’aria, una disperata fuga) e i ritorni (tornerai a brillare…l’anima mia allora ti parlerà), di qui pianti e scoppi di gioia (come una tempesta...quest’ira furibonda… Ma d’improvviso un raggio di sole...placa il tutto in un silenzio di pace).
Talora prende il sopravvento la nostalgia, che è sempre desiderio di qualcosa, già compiuta, anche se il solo ricordo fa male (Tutto è stato avvolto in un velo di ricordi...aver vissuto momenti terribili)) o agognata, contro cui si profilano i fantasmi del dubbio, dell’incertezza, della paura (Ho paura. Diroccata in lontananza c’è la sede dei fantasmi..) e ancora della vacuità e dell’inutilità (Ecco ti assale il nulla).
Sicché l’oasi tanto desiderata talora sembra scomparire risucchiata dal vuoto, dalla sterilità dei sentimenti intorno a lei o semplicemente dal nonsense della vita. Ma la ricerca di serenità permane immutabile (troverò mai la mia oasi di pace?)
Diventa allora spasmodica anche la ricerca del divino, che pure rimane la suprema àncora, ma con mille domande, anzi con la suprema domanda vibrante come un urlo disperato: Dio, dove sei?
La ricerca della felicità infine è quasi un’ossessione (anima mia…urla con dolore la tua voglia di felicità), che la porta però a scandagliare, ad esaminare, a leggere la realtà che la circonda, per concludere che la felicità ha un unico ritrovo, un’unica sede: il proprio cuore (Il mio cuore resterà sempre al sicuro in me)(Un giorno…mi sono accorta che essa è dentro di noi).
E dal cuore sente tracimare l’affetto per i figli in particolare. Due realtà che danno senso alla sua vita, l’uno perché ha realizzato il sogno quasi adolescenziale della maternità (il mio bambino sarà un mondo incantato), l’altro perché costituisce un’applicazione costante del suo saper e voler essere mamma.
Alla fine sul senso di solitudine (quell’angosciosa presenza del niente) di cui sono testimonianza alcune liriche prevale il giudizio sentenzioso (Se questa è la vita viviamola pure), non senza l’amabile speranza (c’è un fiore appena sbocciato), non senza la curiosità (fruga nella vita, come in un sacco colmo), non senza la fratellanza (se tutti siamo insieme…viviamo), non senza in ultimo l’appello all’amore da donare e da ricevere (se un giorno interrogassi il mio cuore…non tormentarlo. Amalo...)(se un giorno mi verrai a cercare…entrerai nel mio cuore e vi troverai scritto un solo nome AMORE).
Per concludere aggiungerei che la silloge è di piacevole lettura, sobria e scorrevole, senza tranelli o incertezze interpretative, e ancora una volta la limpidezza dichiara la volontà tetragona di un donna che pur sentendo la sofferenza dell’esistenza, ama la sfida, il volo, per poi abbandonarsi dolcemente, planando nell’aria, all’unica vera forza, l’Amore.
Adriana Pedicini
Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"
Sazia di Luce
Adriana Pedicini
Edizioni Il Foglio
pp 79
10,00
“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato”
Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.
Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.
Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.
Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”
In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?
Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.
“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.
E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore
… È tempo di cantare/ più dolci melodie
Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.
La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.
Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.
“Vita”
Non conosco
la folla dei mercati
dei bar e delle piazze
delle strade lunghe
che nascono in periferia
silenziose e si svegliano
alle porte dei cantieri.
Non so
le brevi strade
colorate al mattino
di voci giovanili,
bisbiglianti amore
nei tardi crepuscoli,
silenti di parole
a sera nel tremolio
delle membra sotto turchina luce.
Ascolto solo
la mia piccola città
che pettegola, mormora,
trepida, soffre,
amo la vita della mia città antica
dove ha ancora un senso
scorgere negli occhi un timido sorriso.
Miracolo vivente
Mi hai appellata così,
vedendo la mia testa rasa,
sì, miracolo è vedermi
“senza” e non “con”,
vedere,
mentre a pezzi cade il corpo,
un’anima bambina
slanciarsi come sempre
ad afferrare lo spicchio di sole
che sbianca la parete
spalancare avidi gli occhi
sull’alba che fuga
i fantasmi della notte.
Il cuore piange e ride, giammai tedioso,
riposa sulla coltre grigia
della insensata calma.
Ogni giorno un guadagno,
ogni giorno un sassolino
bianco di luce segna i passi
dell’amore da fare insieme
finché…
finché l’ultima ora
scioglierà la promessa
di pur breve cammino.
Allora sarò ovunque
Ma sempre a voi vicina
Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.
Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.
Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.
Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.
L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.
Ida Verrei e Patrizia Poli
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