recensioni
I libri del Pisa Book Festival Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina
Finisce il Pisa Book Festival e me ne torno a casa con una valigia piena di libri, senza contare le vendite soddisfacenti e il piccolo successo della mia casa editrice (Il Foglio letterario - www.ilfoglioletterario.it). Le fiere sono l’occasione per rivedere vecchi amici, scrittori con i quali abbiamo iniziato un percorso, per poi magari lasciarsi, editori che condividono progetti simili ma persino diametralmente opposti. Roberto Massari è uno di questi, da sempre si occupa di Cuba, il suo ultimo prodotto è Gino Doné - L’italiano del Granma (euro 10 - pag. 160), scritto da Katia Sassoni, un testo importante, dedicato al solo italiano che ha partecipato alla Rivoluzione Cubana, un evento imprescindibile della storia del Ventesimo Secolo, comunque la si voglia giudicare. Gino Doné è una scoperta di Gianfranco Ginestri - detto Gin - un giornalista appassionato di cose cubane con il quale non sempre mi sono trovato in sintonia, ma non in questo caso, visto che ha compiuto un’opera più che meritoria. A proposito di Cuba, Greco&Greco, pubblica nella bella collana diretta da Domenico Vecchioni una poco convincente biografia di Fidel Castro, intitolata L’abbraccio letale (euro 14 - pag. 330). Il libro piacerà a un pubblico di estrema destra, a coloro che fanno confluire nel personaggio Castro tutto il male possibile, perché Carlos Carralero - esule cubano con il dente comprensibilmente avvelenato - dipinge il caudillo centramericano come una sorta di Pol Pot. Le esagerazioni non portano vantaggi alla causa condivisibile della democratizzazione cubana, oltre al fatto che la traduzione di Maria Francesca Monti è così incerta da rendere il libro poco leggibile. Massimiliano Di Pasquale, invece, è uno studioso appassionato di paesi dell’Est Europa che pubblica Ucraina - Terra di confine (euro 15 - pag. 250) con Il Sirente Edizioni. Interessante, ma solo per specialisti e per chi già conosce bene la materia. Patricia Mazy, una belga - elbana con ambizioni editoriali, scrive una bella favola con protagonista un cane: Mirabelle, cane marinaio (Lantana, euro 13,50 - pag. 130), che appassionerà gli amanti del nostro amico più fidato. Termino con una mia vecchia passione: l’horror. Stefano Fantelli, un giovane scrittore che può vantare diverse pubblicazioni - e in questo caso anche una prefazione scritta da Danilo Arona -, pubblica Strane ferite (Cut-up, euro 15 - pag. 200) e scrive la sceneggiatura di una serie a fumetti molto splatter (anzi, cannibale!) intitolata The Cannibal family (Euro 3 il numero zero, edito dalla teramana Inkiostro). Mi dicono che Fantelli è tra gli autori anche della rediviva rivista Splatter, ideata molti anni fa da Paolo Di Orazio, in uscita antologica per Rizzoli -Lizard, ma anche in tutte le fumetterie con episodi inediti. Solo per appassionati di cose estreme, non per stomaci delicati e per palati sopraffini, Fantelli scrive horror duro, non letteratura da fiction televisiva, e non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, anche se ormai lo sappiamo che vendere romanzi horror agli italiani è come fare il piazzista di gelati al polo.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari
In the disquiet air of the Kalahari
Traduzione di Marisa Cecchetti
Si legge poca poesia nel nostro paese, purtroppo, anche se la lirica resta la prima forma letteraria conosciuta, insieme al teatro. Ma interessa ancora la letteratura in un panorama editoriale guidato dal profitto e gestito da manager? La domanda è retorica. Per fortuna che ci sono i piccoli editori e i traduttori intelligenti, tra i quali - immodestamente - mi ci metto pure io, visto che Il Foglio Letterario (grazie a Malini) traduce Polanski, ma anche (grazie a me) i cubani Viera, Navarrete, Padilla e Piñera, oltre a pubblicare italiani di valore (Garofalo e Polito su tutti). LietoColle compie un'opera meritoria, grazie all'attenta traduzione di Marisa Cecchetti che rende in un italiano raffinato e lirico alcune poesie scritte a Edimburgo, nel 1993, da Barolong Seboni (Botswana, 1957). Poesie scritte fuori dall'Africa, ma che parlano dei problemi e dei panorami della sua terra, profumano di nostalgia e di sconfinate praterie del Kalahari, pur scritte nel rigido clima scozzese. "La poesia di Seboni - come scrive la traduttrice in una dotta prefazione - passa attraverso il recupero della memoria dei padri, del loro orgoglio nazionale, è un processo di riscoperta delle radici che diventa riscoperta e costruzione di sé, con un ritorno nel grembo materno della sua tradizione, in un'esigenza di dignitoso riscatto della propria cultura dopo il tentativo dei bianchi di cancellare tale passato". Un popolo senza passato è un popolo perso, afferma Seboni. Come dargli torto? Ognuno di noi è alla ricerca del suo passato, delle sue radici, ma nel caso di Seboni sono radici antirazziste, ricordano la lotta contro un colonizzatore bianco per il riscatto d'una terra libera. Il mio amore per Cuba fa sì che riesca ad apprezzare meglio di altri questa straordinaria opera poetica, perché sono molte le suggestioni che sento vicine. Alberi possenti come il baobab - nel Caribe si chiama ceiba ma è la stessa cosa - dove si seppelliscono i propri cari, simbolo di energia, di longevità e di forza.
La leggenda cubana della ceiba che protegge perché contiene le anime dei genitori, della possente sequoia immortale che non va abbattuta ha radici africane. La jacaranda è un altro fiore che unisce Africa e Cuba, commistione razziale e paesaggi sconfinati tra terra e mare sono il ricordo che torna prepotente alla memoria. La poesia di Seboni ricorda liriche di Piñera e racconti di Cabrera Infante quando cita il fiore dal rosso colore, l'erba ingiallita, il vento capriccioso, i cespugli dannati e gli ossuti rovi. Le donne della Namibia sembrano contadine cubane di razza nera sedute all'ombra della loro bancarella, un vestito che è fluire di luce splendente, mentre cuciono pezze multicolori sulle bambole che vendono. E che dire delle stagioni? Come posso non amare una lirica che recita: "Non ci sono stagioni/ in Africa, dicono/ solo calde estati che fumano/ di nubi tonanti gonfie/ di pioggia del tipo convenzionale/ e notti invernali che fischiano/ sulle sabbie gialle del Kgalagadi". Questa è Cuba, signori, non soltanto l'Africa, è anche la terra dei miei amati poeti che un tiranno fuori dalla storia mi impedisce di rivedere. Ecco perché non posso scrivere una recensione su questo piccolo gioiello di libro, ma solo testimoniare tutto il mio amore per liriche intense che raccontano un luogo dell'anima che non è patrimonio esclusivo del poeta. Due parole sulla traduttrice, Marisa Cecchetti, che ha scoperto un talento lirico ignoto al pubblico italiano. Pisana di San Giuliano Terme, lucchese di adozione, di cui abbiamo letto con piacere un intenso romanzo di formazione come La bici al cancello (Baroni, 2007). Vi lascio con due liriche particolarmente suggestive di Seboni. Leggere la sua opera fa bene al cuore.
Sanguedisole
Nelle sere
le donne di Soweto
con occhi arrossati
piangono
perché attraverso
il velo di fumo
densodipus
il loro sole
sanguina.
Coltello notturno
Al colpo
di un coltello
la notte si immerge
improvvisa sul tenero
fianco di Soweto.
La mattina grida
come sirene
insanguinate di rugiada.
E il giorno
si sparge vuoto
spalancandosi
in una sorpresa mortale
come una gola
fessa.
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
NUOVI NARRATORI LABRONICI E MAREMMANI con qualche eccezione territoriale Barolong SeboniIn the disquiet air of the KalahariNell'aria inquieta del Kalahari Traduzione di Marisa Cecchetti Si legge ...
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Omaggio a Giorgio Caproni
Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città
Omaggio a Giorgio Caproni
a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi
Edizioni Il Foglio, 2013
pp. 110
Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.
Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.
“Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città”, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.
La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.
Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta “Res amissa”, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.
“Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)
Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La recente candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di “Canzone”, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni “Preghiera”. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?
Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.
Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.
“Io son giunto alla disperazione calma,
senza sgomenti.”
“Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”
Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”
Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.
Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta “Il seme del piangere” (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.
Chi avrebbe mai pensato, allora,
di doverla incontrare
un'alba (così sola
e debole, e senza
l'appoggio di una parola)
seduta in quella stazione,
la mano sul tavolino
freddo, ad aspettare
l'ultima coincidenza
per l'ultima stazione?
Posato il fagottino
in terra, con una cocca
del fazzoletto (di nebbia
e di vapori è piena
la sala, e vi si sfanno
i treni che vengono e vanno
senza fermarsi) asciuga
di soppiatto - in fretta
come fa la servetta
scacciata, che del servizio
nuovo ignora il padrone
e il vizio - la sola
lacrima che le sgorga
calda, e le brucia la gola.
Davanti al cappuccino
che si raffredda, Annina
di nuovo senza anello, pensa
di scrivere al suo bambino
almeno una cartolina:
"Caro, son qui: ti scrivo
per dirti ..." Ma invano tenta
di ricordare: non sa
nemmeno lei, non rammenta
se è morto o se ancora è vivo,
e si confonde (la testa
le gira vuota) e intanto,
mentre le cresce il pianto
in petto, cerca
confusa nella borsetta
la matita, scordata
(s'accorge con una stretta
al cuore) con le chiavi di casa.
Vorrebbe anche al suo marito
scrivere due righe, in fretta.
Dirgli, come faceva
quando in giorni più netti
andava a Colle Salvetti,
"Attilio caro, ho lasciato
il caffè sul gas e il burro
nella credenza: compra
solo un pò di spaghetti,
e vedi di non lavorare
troppo (non ti stancare
come al solito) e fuma
un poco meno, senza,
ti prego, approfittare
ancora della mia partenza,
chiudendo il contatore,
se esci, anche per poche ore."
Ma poi s'accorge che al dito
non ha più anello, e il cervello
di nuovo le si confonde
smarrito; e mentre
cerca invano di bere
freddo ormai il cappuccino
(la mano le trema: non riesce,
con tanta gente che esce
ed entra, ad alzare il bicchiere)
ritorna col suo pensiero
(guardando il cameriere
che intanto sparecchia, serio,
lasciando sul tavolino
il resto) al suo bambino.
Almeno le venisse in mente
che quel bambino è sparito!
E' cresciuto, ha tradito,
fugge ora rincorso
pel mondo dall'errore
e dal peccato, e morso
dal cane del suo rimorso
inutile, solo
è rimasto a nutrire,
smilzo come un usignolo,
la sua magra famiglia
(il maschio, Rina, la figlia)
con colpe da non finire.
Ma lei, anche se le si strappa
il cuore, come può ricordare,
con tutti quei cacciatori
intorno, tutta quella grappa,
i cani che a muso chino
fiutano il suo fagottino
misero, e poi da un angolo
scodinzolano e la stanno a guardare
con occhi che subito piangono?
Nemmeno sa distinguere bene,
ormai tra marito e figliolo.
Vorrebbe piangere, cerca
sul marmo il tovagliolo
già tolto, e in terra
(vagamente la guerra
le torna in mente, e fischiare
a lungo nell'alba sente
un treno militare)
guarda fra tanto fumo
e tante bucce d'arancio
(fra tanto odore di rancio
e di pioggia) il solo
ed unico tesoro
che ha potuto salvare
e che (lei non può capire)
fra i piedi di tanta gente
i cani stanno a annusare.
"Signore cosa devo fare,"
quasi vorrebbe urlare,
come il giorno che il letto
pieno di lei, stretto
sentì il cuore svanire
in un così lungo morire.
Guarda l'orologio: è fermo.
Vorrebbe domandare
al capotreno. Vorrebbe
sapere se deve aspettare
ancora molto. Ma come,
come può, lei, sentire,
mentre le resta in gola
(c'è un fumo) la parola,
ch'è proprio negli occhi dei cani
la nebbia del suo domani?
La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.
Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia “A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre”, contenuta in “Il muro della terra” (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.
Portami con te lontano
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov'è diretto sicuro
il tuo passo d'Irlanda
l'arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l'erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi allargo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla - come il mio cuore: in nome
di nulla - la Dedizione.
Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte “Il Franco Cacciatore “ (1982)“ e Il conte di Kevenhüller” (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.
“Il franco cacciatore” è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)
La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.
“Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”
“Il conte di Kevenhüller” (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.
“Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”
Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.
L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto “Ballo a Fontanigorda” (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.
Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee” (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.
Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.
Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.
Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.
L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.
Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.
Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone
Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone
Roberto Mosi
Edizioni Il Foglio
Nel percorrere la vita della protagonista del libro di Roberto Mosi, la sorella di Napoleone Elisa Baciocchi, la curiosità è immediatamente deviata sulla biografia dell'autore. Apprendiamo che Roberto Mosi è anche autore di sillogi di poesia e, tra i titoli pubblicati, due si pongono immediatamente in rilievo: "Luoghi del mi-to" e "Nonluoghi". L'impressione di lettura delle prime pagine trova dunque un primo riscontro. Siamo in presenza di un tracciato, forse l'ultimo (sebbene in prosa), di una trilogia dedicata allo spazio fisico (o non fisico - comunque non soltanto mentale). E in effetti la dedica posta in esergo al testo è, appunto, rivolta alla città di Piombino, senza dissimulare l'atto di amore al luogo (ai luoghi) che pervade l'opera: "A Piombino […] / un paesaggio di grande poesia". Si potrebbe, quindi, cominciare la lettura del libro con l'aspettativa di un visita-tore che sta per essere condotto alla scoperta di luoghi noti attraverso un per-corso del tutto inedito, in presenza di una sorta di genius loci (la Baciocchi) che nello spazio curvato dal tempo protegge la storia di quei luoghi e allo stesso tempo ci invita e ci conduce a sposare la legge della relatività per unirsi al suo cammino.
Siamo dunque nel presente della narrazione, percorriamo il passato remoto della storia e ci proiettiamo nel futuro di viaggio personale.
Da dove partiamo? Evidentemente da Lucca, prima assegnazione ai coniugi Ba-ciocchi (Elisa e Felice) da parte di Napoleone (Principato di Lucca e Piombino). Il viaggio prosegue poi per le altre città toccate dalla reggenza dei coniugi (Livorno, Pisa, San Miniato Massa Carrara).
Su questi luoghi Elisa Baciocchi condusse una tangibile azione riformatrice e creativa, attraverso una guida matura e responsabile, sufficientemente autono-ma seppure sempre nel segno del potere del fratello minore Napoleone.
Curiosa e intraprendente figura quella di Elisa, di cui Mosi traccia un profilo pie-no e significativo, grazie ad un profondo lavoro di studio della storia e delle te-stimonianze attorno alla donna e al periodo che portò in Italia profondi cambia-menti nella politica e nella cultura.
Se Laetitia Romolino, matriarca della famiglia di Napoleone, soleva dire che non giocava a fare la principessa, notiamo come Elisa Baciocchi - per contrasto - sia stata l'incarnazione ideale della figura di principessa, al tempo stesso assoluta e illuminata, che determina con decisione e mano ferma l'andamento politico ed economico del governo che sempre ha condotto in prima persona, pure aiutata da un consorte intelligente e a lei dedito.
Fiera, di una fierezza condita di buon senso e gusto, così Roberto Mosi ritrae la Baciocchi. Una donna tenace che vive e interpreta un tempo dalle grandi con-traddizioni e anche dai grandi spunti innovativi. Nobile per destino familiare e non per nascita, Elisa Baciocchi è un personaggio simbolo dell'epoca, della bor-ghesia che pretende uno spazio decisivo nella nuova, mobile società dell'Italia napoleonica.
La ex borghese Elisa Bonaparte Baciocchi, divenuta Sua Altezza, si veste della magnificenza di una corte costruita secondo la misura di quella parigina delle Tuileries, rivissuta però con un approccio che distanzia Elisa dagli intrighi di pa-lazzo e le permette di mantenere rapporti autonomi con il clero e gli altri poteri, garantendo a se stessa un potere assoluto, ma mediato da entusiasmo e intelligenza.
Ritratta la protagonista, proseguiamone il viaggio. Sarà bene rilevare una prima peculiarità di questo saggio/guida: in grassetto sono evidenziate alcune paro-le/stringhe chiave che vanno a costituire una sorta di fil rouge prettamente sto-rico-geografico, ponendo in rilievo i passaggi o i luoghi di maggior importanza. Una sorta di sottotesto (o sovratesto) che consente una meta-lettura come a di-segnare una mappatura, per l'appunto.
Per ogni tappa un inquadramento storico (che spazia dagli avvenimenti relativi alla città "visitata" alla cronaca del passaggio di Elisa) e, spesso, culturale e di costume (dei costumi).
A tale proposito, soffermandosi anche sulle innovazioni apportate da Napoleone in ogni campo della vivibilità urbana, lo sguardo di Mosi si concentra su gustosi dettagli (i menu settimanali che erano soliti consumare i fratelli Napoleone ed Elisa o ancora la tecnica di conservazione delle derrate in uso all'epoca) per poi abbracciare, per un capitolo intero, la vita culturale a Parigi e nei domini italiani durante il governo di Bonaparte. Complice la passione della Baciocchi per la bellezza e l'arte, è gioco facile per Mosi immergerci nella magnificente sensibilità di Elisa che, apprendiamo, fu risoluta nel condurre a fasto qualsiasi luogo il suo piede toccasse (esemplare l'episodio del Palazzo dei Cybo Malaspina, a Massa, che la Baciocchi non esitò a trasformare in residenza d'arte a pena di rimozione di incarichi, minacce e sgombero di uffici, pur di recuperarne ed esaltarne la vocazione principesca).
La nostra guida (Mosi o Baciocchi?) indugia poi sulla toponomastica e addirittu-ra suggerisce al lettore la strada migliore per raggiungere la meta. La finzione è funzione di salto temporale sul posto e così nel momento in cui ci imbarchiamo (oggi, ieri?) dall'Isola d'Elba per raggiungere Livorno ci imbattiamo nell'Imperatore Napoleone che il 26 febbraio 1815 fece lo stesso tragitto, vide gli stessi luoghi e ci appare nell'uniforme verde di allora (descritta con dovizia di particolari) scortandoci (dal passato, oggi?) verso la costa per poi lasciarci e proseguire alla volta di Parigi. La scoperta di luoghi, personaggi, storie rimane sospesa al saluto di Elisa che, nel 1814, costretta dagli eventi lascia la terra di Toscana. Ma il libro di Mosi è ovviamente libro da leggere e rileggere ancora come saggio storico e come guida al territorio. Si parla di personaggi noti, di itinerari inconsueti, di artisti, palazzi e feste, solitudini, arrivi e partenze.
Può infine parlarsi di luoghi "altri"? Se con ciò si intendono le cc. dd. eterotopie (categoria di luoghi teorizzata da Michel Foucault; per "eterotopia" si indica quel luogo in cui i normali rapporti con lo spazio sono sovvertiti, ad es. il cimitero o il manicomio) la risposta non può che essere negativa. I luoghi in cui siamo stati guidati da Mosi (e da Elisa) non sono luoghi altri né altri luoghi (la città di Lucca era e rimane tale e così le altre). Eppure non sono più gli stessi luoghi del tempo precedente la lettura, dal momento che li abbiamo attraversati nella storia e li attraverseremo con la nostra esperienza alla luce del loro passato e di chi, quel passato, ha reso luminescente sino ad oggi. Forse potremmo definirli "luoghi altrimenti" e tentare un parallelo con la fotografia, in cui la stessa scena vista dai nostri occhi e inquadrata dall'obiettivo del fotografo (con tutta l'esperienza e la distorsione dello sguardo di chi scatta) si presenterà la stessa eppure diversa. È dunque con un richiamo alla "differenza" che, nel chiudere questo percorso nel percorso, si invita a considerare il libro di Mosi come un prezioso e stimolante taccuino di viaggio che ci conduce ad un "differente" movimento nello spazio tempo.
Da segnalare, per concludere, due utili appendici : una cronologia dei principali episodi delle vite di Elisa e Napoleone e una bibliografia commentata.
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
di Elisa Davoglio Elisa Baciocchi e il fratello Napoleone Storie francesi da Piombino a Parigi Un libro di Roberto Mosi [Edizioni Il Foglio] Nel percorrere la vita della protagonista del libro di ...
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Ida Verrei - Recensione
“Peccaminosa”
Di Sandro Capodiferro
Edizioni Libreria Croce
p.p.194
Recensione di
Ida Verrei
…Sono entrata nelle cellule di uomo per vedere come sarebbe andata a finire e lui mi ha riprodotto all’infinito…(pag.10)
…Sono quel peso instabile e controverso, sono lo specchio del gioco perverso, sono la neve che le anime solca, ho solo un nome io, sono la colpa. (pag.194)
E la colpa, il vizio, è il motivo dominante di questa silloge, una colpa letta secondo una prospettiva psicologica, il peccato come riflesso di esistenze strane e remote, quasi sospese in una sorta di sogno o incubo.
Sette donne, sette vite poste a contraltare l’una dell’altra, eppure lontane nel tempo e nello spazio, dall’inizio dell‘800 al secolo attuale, dall’Impero Ottomano, al Cile, passando per Europa e Stati Uniti; sette universi, sette percorsi di peccato e redenzione, destini che si intrecciano legati dalla sottile simbologia di una spilla che intride con delicatezza il tessuto dell’intera narrazione e veicola una carica emotiva che esplode in tutta la sua forza.
Peccaminosa di S.Capodiferro è un libro che racconta storie, ma che soprattutto analizza viaggi interiori, scava nell’animo delle diverse figure femminili, ognuna delle quali incarna un vizio, un peccato, una delle sette P incise sulla fronte di Dante, in un purgatorio fatto di espiazione, riflessione e pentimento.
Abiti del male, li aveva definiti Aristotele; spiriti e pensieri malvagi, li considerava il primo Cristianesimo, causa e origine di tutte le azioni peccaminose. Non è così per l’Autore: ogni peccato, ogni vizio capitale, è espressione della condizione femminile in epoche diverse; affreschi sociali, percorsi, episodi che riflettono mondi ed età lontani, ma con valori universali riconosciuti, appunto, nel momento del riscatto.
Sette i peccati e sette le storie.
Fatma (1809), l’accidiosa: “Qualsiasi cosa accada non voltarti indietro figlia mia. Non farlo mai…”(pag.11) E lei ubbidisce, si lascia trascinare dagli eventi, prigioniera dell’harem e della sua stessa inerzia; rinuncia alla bellezza, alla gioia, all’amore. Una non-vita, sino a condannarsi, infine, ad un triste destino di solitudine e romitaggio: “Passerò i miei giorni nell’attesa che qualcosa accada, spaventata dal solo pensiero che quel qualcosa possa trovarmi tragicamente viva…”(pag.33)
Emily (1854), superba e altera, che scopre nel riconoscimento dell’altro e del diverso la propria fragilità negata e ritrova un’autentica umanità;
E ancora: Ivette (1879) che finisce col comprendere che “l’invidia è l’anestetico dei deboli. Disciolto in rabbia si inetta dritto al cuore dei propri limiti per non continuare a sentirne il dolore”(pag,86)
E poi Mirosalva (1919), la cui ingordigia diviene parossismo anoressico, che la travolge in un “balletto della morte”, nel tentativo di fuggire a se stessa: “Ho cercato di riempire negli anni il vuoto incolmabile nel quale ho sempre navigato…” (pag. 115) ;
E Allison (1947), trascinata allo sbaraglio e alla distruzione dall’ira.
Conchita (1980), l’insolita suora messicana, posseduta dalla brama di possedere, in “ un delirio di riservatezza e di avarizia nel quale nascondeva tutta se stessa, come a proteggersi dal mondo che la voleva sopraffare.” (pag.166)
E infine, Carmela (2007), la lussuriosa, forse la più forte delle figure femminili, quella che incarna il più oscuro dei peccati, ma anche il più seducente; il vizio che avvolge e sconvolge poiché cela abissi, voragini di dolore e solitudine. “Cercare di riempire quei vuoti con i sospiri avidi di tutti gli uomini che mi hanno avuta, è stato come ogni volta scavare ancor di più il fossato tra ciò che non ho mai avuto e ciò che avrei desiderato avere”. (pag. 191)
Storie di donne, abbiamo detto, ma i veri protagonisti sono: amore, distacco, speranza, delusione, rinascita. È la suggestione delle emozioni e dei sentimenti che risolve la disperazione, la rovina, in una voglia di riscatto catartico. Il peccato, umanissimo, è descritto con una sorta di levità, quasi con reticenza. Peccati da compatire, da comprendere, poiché sempre viene riconosciuto il diritto di risalire, di risollevarsi dopo la caduta. Il gioiello che viaggia nel tempo e nello spazio è il simbolo di questo diritto.
Ancora una prova di abilità narrativa da parte di Sandro Capodiferro, un’ulteriore verifica della sua profonda conoscenza dell’universo femminile; un libro singolare che, sino dall’incipit, suscita turbamenti, ma sollecita anche alla riflessione, all’analisi e all’autoanalisi.
I.V.
Marco Milone, "Dove va il mondo"
Dove va il mondo
Marco Milone
“Dove va il mondo” di Marco Milone è una raccolta di dodici brevi liriche scaricabili gratuitamente.
Non si esce da una visione solipsistica del mondo, registrato, valutato, ricreato da un punto di vista soggettivo. L’autore scava dentro di sé, fra “questioni irrisolte”, dipingendo le “tele delle incertezze” . Prende posizioni mediane su ciò che vede, sta in disparte, sceglie il compromesso, la “contesa leale”.
“Numerare i ponti, tagliarne
una parte. Decidere
dove stare ottimamente”
“La gente è sempre quella. Immobile
duole vederla. Solo chi sta in disparte. La vita
è lotta, è aggressività, è contesa
leale. Il metodo
è sempre il confronto”
Dopo il diluvio c’è sempre una rinascita e “si ricomincia a vivere"ma la vita è breve, “il giorno fa testamento" (è subito sera, verrebbe da aggiungere.)
Nell’insieme, un tentativo onesto di ricerca linguistica non ancora maturo ma, almeno, personale e attento, una scrittura poco consolatoria che risulta stagna e troppo controllata anche se scaturisce da angosce profonde.
“Sinistre Presenze”
Sinistre Presenze
AA.VV
Bietti, 2013
pp 397
20 euro
Sinistre Presenze è una raccolta di racconti horror e un tentativo di esplorare nuovi margini e possibilità per questo genere. I racconti compresi nella raccolta sono diciassette e spaziano in numerosi sottogeneri dell'horror, dal dark fantasy allo splatter, ma ciò che li accomuna tutti è la volontà dichiarata di dare vita a un horror socialmente e politicamente impegnato, che nelle speranze dei curatori potrà aprire nuove prospettive per il genere e il suo pubblico. Come essi stessi affermano nell'introduzione, l'horror è un genere che più di altri si è mostrato refrattario a una scrittura e lettura impegnata, in quanto veicolo ed espressione di paure e pulsioni subconscie, che sfuggono al piano razionale e a un legame diretto con la realtà sociale. Proprio per questo, però, offre ancora molte possibilità di sperimentazione e la prospettiva allettante di arrivare a comunicare con l'efficacia e l'impatto tipico di questo genere, anche contenuti che normalmente gli rimangono estranei.
I diciassette racconti affrontano l'impresa con una gran varietà d'approcci e con risultati molto diversi fra loro. Se in alcuni casi si arriva alla satira esplicita e quasi a una parodia del genere, o forse della società che vi viene rappresentata, in altri la trama di riferimenti evocata dagli scrittori è più complessa e di meno immediata lettura. Altri ancora, con la loro crudezza, rappresentano un attacco diretto e privo di ogni filtro a realtà molto specifiche.
Per avere un breve quadro della varietà dei racconti compresi nella raccolta, e senza nessun giudizio di valore, se ne possono mettere a confronto quattro. “Emocrazia” di Alessandro Vietti, attraverso la rappresentazione ironica e sottilmente disturbante di un'Italia in cui sale al potere un partito di vampiri, traccia una parodia efficace e trasparente della società contemporanea e dei pericoli legati a un certo modo di fare politica e subirla. Molto diverso è “L'autostrada dei cani perduti”, di Dario Tonani, una storia brevissima, estremamente cruda, che non lascia spazio ad altro che allo sgomento del lettore di fronte all'assurda mattanza cui deve assistere e ha l'effetto di uno schiaffo alla sua indifferenza. “Da sotto”, di Stefano Roffo, invece è uno dei racconti più complessi, nella struttura della narrazione e nell'evocazione di un mondo di fantasia, cupo e affascinante, che a tratti rievoca le atmosfere inquietanti di certi quadri di El Greco e va ben oltre una semplice rappresentazione filtrata della nostra realtà. Per ultimo, “Alla testa del paese” di Alessandra Daniele, una delle due autrici comprese nella raccolta, è una narrazione rapidissima, fredda, quasi sarcastica, che investe il lettore con scene dell'immaginario zombie, ma poi lo abbandona nell'incertezza più totale sulla reale entità delle vicende a cui ha avuto modo di assistere, lasciandogli l'impressione di una realtà politica degenerata, complessa e indecifrabile, che sfugge ormai al controllo dei suoi stessi artefici.
Nel complesso, al di là dell'intento programmatico, la raccolta rappresenta sicuramente una lettura appassionante per gli amanti del genere, ma anche un’esperienza interessante e godibile per chi ha poca confidenza con l’horror e vuole esplorarne le sfumature e potenzialità.
Stefania Nardini, "Alcazar - Ultimo spettacolo"
Stefania Nardini
Alcazar –Ultimo spettacolo
Edizioni e/o Collezione Sabotage
Euro 16,50 – Pag. 260
La collezione Sabotage delle Edizioni e/o di Roma - che non finirò mai di ringraziare per aver tradotto in Italia il grande Pedro Juan Gutiérrez - si propone di raccogliere voci, scritture, storie di qualità per dare spazio a un narrativa senza steccati di genere ma aperta ai contenuti. La dichiarazione d’intenti è scritta da Massimo Carlotto - curatore della collana - uno che se ne intende di narrativa di genere capace di indagare il mondo circostante. Dirige il tutto Colomba Rossi, nome meno noto, ma editor competente, artefice di una collezione ricca di nomi interessanti come Massimo Maugeri (Trinacria Parck), Matteo Strukul (La ballata di Mila e Regina nera), Carlo Mazza (Lupi di fronte al mare), Piergiorgio Pulixi (Una brutta storia), Tersite Rossi (Sinistri), Eduardo Savarese (Non passare per il sangue) e Roberto Riccardi (Undercover. Niente è come sembra, Venga ancora la fine). In tempi editoriali difficili è già un merito investire sulla buona narrativa italiana, soprattutto di genere, campo nel quale la concorrenza straniera è molto dura.
Stefania Nardini è una brillante giornalista, per lungo tempo animatrice di pagine culturali (Scritture e pensieri del Corriere Nazionale), biografa di Jean-Claude Izzo (Perdisa Pop), autrice di un noir interessante come Gli scheletri di via Duomo e di Matrioska (tradotto in Ucraina), un libro sulla condizione della donna nella ex repubblica socialista. In questo nuovo romanzo la Nardini, con un scrittura lineare ma profonda, racconta un storia d’amore nata a Marsiglia, tra un contrabbandiere italiano e la bella Silvana. Siamo in pieno periodo fascista (1939), ci sono le leggi razziali, Marsiglia è italiana, una compagnia teatrale s’imbarca da Napoli per raggiungere la città di confine e portare in scena Pioggia di stelle al teatro Alcazar. Stefania Nardini ambienta la storia in due luoghi dell’anima: Napoli e Marsiglia; si documenta, racconta con dovizia di particolari l’occupazione nazista e la resistenza degli italiani, ricostruisce l’ambiente dei contrabbandieri, trafficanti di formaggio, cocaina, armi e degli sfruttatori della prostituzione. Una storia racchiusa in una cornice mirabile composta da italiani che fuggono dal fascismo e dalla miseria. Un libro per capire il nostro recente passato, imperdibile per gli appassionati di storia della seconda Guerra Mondiale e per tutti i fan di Jean-Claude Izzo.
Gordiano lupi
www.infol.it/lupi
Matteo Pugliares, "Imperfetto"
Matteo Pugliares
Imperfetto
Edizioni Creativa – Pag. 85 - Euro 11
Matteo Pugliares
Imperfetto
A volte ti capitano dei libri che riesci a leggere in meno di un’ora, ma non perché vuoti e composti di storie che scorrono come acqua fresca. Non stiamo parlando di Moccia e Volo. No davvero. Sono libri che ti prendono e non ce la fai a smettere di leggere, perché impregnati di profondità, intensi e poetici. Imperfetto di Matteo Pugliares, edito da un imprenditore onesto come Gianluca Ferrara di Edizioni Creativa, è uno di questi. Imperfetto non è un romanzo vero e proprio, sono diciassette capitoli di riflessioni e poesie che indagano il senso della vita, domanda eterna che ogni giorno ci facciamo senza mai trovare risposta adeguata. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”, canta De Andrè, l’autore segue la filosofia del cantautore, si guarda allo specchio, si aggrappa alle speranze per rimanere a galla, pensa al futuro, cerca di rendere la vita degna d’essere vissuta. Racconta la storia d’un bambino e della sua innocenza violata, vuole vivere fuori dagli schemi, dalle mode, camminando sulla strada, lontano dalle cattive abitudini, in mezzo a sogni, ideali e pensieri positivi. Fermiamoci un istante - come ci chiede più volte dalle sue pagine intense questo interessante autore siracusano, nato nel 1972 - e leggiamo uno dei racconti migliori, compreso nel capitolo dieci di Imperfetto. (Gordiano Lupi)
10
«Specchio, specchio delle mie brame, chi è il più stronzo del reame?»
Ci sono molte cose che non mi piacciono del mio corpo.
So che mi stai ascoltando. Me lo ricordo bene che sono creatura perché è difficile lavorare sempre al buio.
Guardo ancora lo specchio e vedo il mio alone aureo e mi chiedo perché esistono gli aghi, questi bastardi che violentano la tua pelle. È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle? Eppure avete inventato tanta merda: la plastica, le centrali nucleari, i supermercati, gli allevamenti di polli.
È così difficile inventare una siringa con un ago che non fori la pelle?
Allora mi rendo conto che sono felice che siete lontani da me, che la vegetazione invade quasi tutto il mio spazio vitale, che quando annaffio il mio geranio lo sento ringraziarmi perché vive grazie a me.
Mmm… forse è arrivato il momento di accorciarmi la barba.
E mi chiedo a cosa serve la mia mano. Ad accarezzare i bambini o a schiaffeggiare gli stronzi? E poi penso alle fabbriche di armi, ai centri commerciali, al caffè servito nei bicchieri di plastica. E penso ai cataloghi, ai nonni abbandonati, alle farfalle che non ci sono più.
So che mi stai ascoltando… Poi quel virus l’ho vinto. È stato come battere un nemico più forte che proprio perché sa di esserlo si perde nella sua superbia e si espone agli stratagemmi di chi ha solo la disperazione dalla sua. Ed io ho fatto così. Ho dato voce alla mia disperazione e l’ho sconfitto col pensiero. E quello l’ha smesso di attaccarmi perché il mio pensiero era un’arma che non aveva previsto. Il mio pensiero inferocito ne ha fatto poltiglia. Ripassa un’altra volta stronzo di un virus, gli ho detto.
Sento la mia energia sempre più debole e un terremoto interno che mi sta devastando, ma ho ancora il mio pensiero che mi fa da parafulmine. Rimango nell’attesa di ulteriori sviluppi.
Torno a guardarmi allo specchio e mi vedo un po’ più bello.
So che mi stai ascoltando… E allora ti chiedo perché stai a chattare quattro ore al giorno al computer di casa tua.
Il tuo sorriso non mi ha convinto, secondo me stai diventando paraplegico nel cervello. Ma scendi in strada, innamorati, abbraccia le persone. Fai ciò che io non riesco a fare. Esci di casa perfino allegro se ci riesci e poni fine a questo strazio.
Sono almeno cinque anni che non prendo la febbre. Sarà grazie ai miei piccioni del parco. Quando do loro le molliche di pane mi fanno l’inchino e tengono lontana da me la febbre. Ed io raccolgo le loro uova e le conservo. Scrivo sopra la data per vedere quanto tempo ci stanno a marcire. E poi me li sogno spesso i miei piccioni.
So che mi stai ascoltando… Forse ha ragione il mio amico Valter: è tutta colpa dei giudici, o delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Facile parlare… Opportuno parlare… Inevitabile parlare… Inevitabile, tanto quanto ci siano al mondo dei disperati e dei perfidi. Ne parleremo allora.
Forse ha ragione il mio amico Valter: gli alieni buoni non ne possono più di noi e gli alieni cattivi pensano a modificarci geneticamente in peggio. Valter dice che se non la smettiamo immediatamente, rimarremo schiacciati dai tumori dell’anima. Forse ha ragione il mio amico Valter.
Sono un po’ stanco adesso. Potrei andare a dormire sotto il letto, oppure sdraiarmi fuori, davanti alla casa, ma non sopporterei quella gente insolente che ti guarda come un pazzo solo perché dormi davanti casa tua. Che idioti! Che superficiali! Non hanno capito che il senso della vita è il sorriso di chi ti ama o le fusa del tuo gatto. E non l’ho capito nemmeno io, perché non mi ama nessuno e perché non ho un gatto.
So che mi stai ascoltando… Ma dovrai vedertela con il mio folletto protettivo che, anche se a volte mi fa i dispetti, ha giurato davanti al gran consiglio di proteggermi per sempre. È bello quando insieme ci fermiamo a guardare la luna che, come la camomilla, ha su di noi effetti diuretici e soporiferi. Sempre meglio che prendere quelle bastarde pillole rosa che mi fanno dormire e vomitare. Sempre meglio che far finta di non star male da morire. Sempre meglio che raccontare agli angeli che tu fai tutto ciò che vuole Dio. Che ne sanno loro di Dio?
Che ne sanno loro di Dio? Io lo conosco bene. Ogni tanto andiamo insieme a passeggiare sulla spiaggia, di notte, e ci fumiamo una sigaretta. Dio tossisce molto, chissà quante ne fuma.
Che ne sanno loro di Dio? Io ogni tanto lo seguo, a distanza per non farmi vedere. Ho scoperto che la sigaretta non la fuma solo con me. Va a fumarsela anche con Greta, quella che per pochi euro ti vende il suo corpo. Quando Dio va da lei, le accarezza il volto e le dice: Quanto sei bella Greta! E Greta, ogni volta, si mette a piangere, perché che è bella non glielo dice mai nessuno. Poi, Dio le asciuga le lacrime con la sua lunga barba e le offre una sigaretta. E fumano. E Greta, solo per il tempo di quella sigaretta, è felice.
Che ne sanno loro di Dio?
My name is Virzì L'avventurosa storia di un regista di Livorno di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
di Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
FILMOGRAFIA
:. La bella vita (1994)
:. Ferie d'agosto (1996)
:. Intolerance (1996)
:. (episodio "Roma Ovest 143")
:. Ovosodo (1997)
:. Baci e abbracci (1999)
:. My nime is Tanino (2001)
:. Caterina va in città (2003)
:. N (Io e Napoleone) (2006)
:. Tutta la vita davanti (2008)
:. L'uomo che aveva picchiato la testa
:. (2009) (doc.)
:. La prima cosa bella (2010)
:. Tutti i santi giorni (2012)
Alessio Accardo - Gabriele Acerbo
My name is Virzì
L'avventurosa storia di un regista di Livorno
Le Mani - Euro 16 - Pag. 335
My name is Virzì non sembra neppure un libro di cinema da quanto è scritto bene. Non so dire se la passione con cui ho letto il testo è dovuta al fatto che l'argomento m'intriga e che un po' di tempo fa avevo cominciato ad accumulare materiale per scrivere un libro sull'autore livornese. Poi non ne ho fatto di niente. Meglio così, perché Accardo e Acerbo hanno redatto davvero un libro definitivo sul regista de La bella vita e La prima cosa bella, tracciando limiti di ricerca ben definiti. Adesso sono attesi dal duro compito di aggiornare e di continuare a seguire l'opera di un regista interessante del quale sono divenuti i più documentati biografi. Pare che dal testo - edito con cura da Le mani e messo in commercio a un prezzo accessibile (inconsueto per un testo di cinema) - sarà ricavato un documentario, aggiornato alle ultime pellicole. Non è un peccato che al lavoro manchi Tutti i santi giorni, un netto passo indietro e una battuta d'arresto nel quadro di una produzione di grande livello, al punto che non sarebbe stato facile trovare elementi per salvarlo. Il lavoro è impreziosito da una dotta ma al tempo stesso agile introduzione del cinemaniaco Gianni Canova, che ammette un errore di giudizio nei confronti delle prime opere di un regista che poi (da Tutta la vita davanti, il film che ha convinto la critica) ha cominciato ad apprezzare. Acerbo e Accardo raccontano la vita avventurosa di un regista che parte da Livorno insieme all'amico Francesco Bruni, frequenta la scuola del grande Furio Scarpelli, comincia a scrivere sceneggiature e si candida a diventare l'erede della tradizione della commedia all'italiana. Gli autori narrano l'apprendistato e la lotta di classe all'Ovosodo, nella Livorno operaia, il lutto familiare con la scomparsa del padre, l'autobiografia romanzata che affiora in ogni film. "Per raccontare una bugia credibile bisogna partire da una parziale verità", afferma Virzì. Il regista livornese è un romanziere mancato, il suo cinema è molto letterario, recitato quasi sempre da non professionisti, spesso amici di gioventù, attento a raccontare storie appassionanti più che a realizzare inquadrature suggestive. Furio Scarpelli è il grande maestro di un regista che cresce sui romanzi di Dickens, sulle pellicole di Scola, Pietrangeli, Risi, Monicelli, Ender… appassionandosi al miglior modo di raccontare la vita: la commedia. Il saggio narra la passione politica, gli anni del Centro Sperimentale, le prime sceneggiature (Condominio, Biciclette ai tropici…), i cortometraggi fallimentari e il sorprendente esordio de La bella vita. Virzì è regista a me caro per la scelta di Piombino, esemplare la descrizione di una classe operaia allo sbando, priva di punti di riferimento, ma ottima anche la scelta del set cittadino per girare N, quando invece di andare all'Isola d'Elba adatta il centro storico piombinese. Un autore che intinge la penna nel sarcasmo livornese, che fa sorridere con amarezza sui nostri difetti, raccontando la fine di balordi imprenditori senza futuro (Baci e abbracci) e lo scontro da sinistra radical-chic e arricchiti berlusconiani (Ferie d'agosto). Ovosodo rappresenta la riconciliazione livornese, un modo per riappropriarsi delle radici e di raccontare - in parte - la sua adolescenza. La prima cosa bella lo è ancora di più, opera scritta dopo il matrimonio con Micaela Ramazzotti, impregnata di amore e di nostalgia per il passato, inarrivabile per vette di poesia e lirismo, intensa nel raccontare la storia di una famiglia. Mastandrea, ormai attore feticcio di Virzì (che finge di non sapere il significato dell'espressione) dà il meglio di se nel ruolo del figlio che torna a casa per accudire la madre e nel frattempo ripensa al passato. Tra i lavori di Virzì, il meno riuscito è My name is Tanino, film irrisolto, ancora una volta interpretato da un attore non professionista, forse girato in una location non troppo legata alla poetica labronica. Caterina va in città è molto autobiografico, perché Caterina è Virzì che lascia la provincia per andare a vivere nella capitale, ma è ancora una volta un film che narra un'epopea familiare, racconta le vicissitudini di un rapporto destinato a morire. Tutta la vita davanti è il film più amato dalla critica, buon successo di pubblico, che descrive il mondo dei precari, per la prima volta protagonisti di un'epopea cinematografica. Film galeotto per il regista, fa scoccare la scintilla del secondo amore della vita di Virzì, dopo Paola Tiziana Cruciani, quella Micaela Ramazzotti (nudo integrale cliccatissimo su Youtube!) che diventerà moglie e madre del primo figlio maschio.
Acerbo e Accardo non si limitano a raccontare il cinema e la vita di Virzì, compongono anche un documentato lavoro critico, non limitandosi a riferire opinioni altrui, ma dando un quadro d'insieme della poetica del regista. Inadeguatezza, fascino discreto della provincia, cantore delle piccole cose, nostalgia dell'innocenza, letteratura al cinema, romanzo di formazione, voce fuori campo, cinema di parola, verosimiglianza, macchiettiamo, stereotipi, bozzettismo, inzeppamento, commedia di donne, il mondo visto dai ragazzini, attori dilettanti guidati con passione, lieto fine ineludibile… Tutto questo è il cinema di Virzì. Tutto questo Accardo e Acerbo lo spiegano con dovizia di particolari, passione, competenza e - cosa non trascurabile - con uno stile piano e accattivante, da consumati narratori.
"Federico Fellini è ricordato come il regista con la sciarpa e Alessandro Blasetti è definito il regista con gli stivali, a noi piacerebbe chiamare Paolo Virzì il regista che ride", concludono gli autori.
In fondo proprio questo è la commedia: una risata vi seppellirà.
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
Paolo Virzì FILMOGRAFIA :. La bella vita (1994) :. Ferie d'agosto (1996) :. Intolerance (1996) :. (episodio "Roma Ovest 143") :. Ovosodo (1997) :. Baci e abbracci (1999) :. My nime is Tanino (2001)
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