recensioni
Franco Rizzi
Franco Rizzi, uomo di grande erudizione e cultura, è straordinariamente modesto. Così è anche nel suo modo di scrivere: mai esagerato, mai sovraggettivato, sempre pulito e garbato. Un linguaggio anche ingannevole, perché sembrando semplice richiede molta attenzione. I dialoghi non dominano la narrazione, che racconta i fatti in sequenza cronologica, con interventi esplicativi. Anche le descrizioni sono brevi e non sovrastano la narrazione, semmai ne fanno parte e si leggono come se si desse un rapido sguardo all’ambiente, o all’aspetto fisico della persona di cui si scrive in quel momento, senza mai perdere di vista l’obiettivo, che è il racconto delle vicende che portano nel primo libro Luca e Leone sulle tracce dell’intrigo che si dispiega lentamente davanti a loro due, piccoli eroi di grande statura morale, e nel secondo libro portano Luca ad incontrare Cecilie con cui condividerà l’orrore di una delle carneficine più spaventose della storia recente di Parigi. Direi quindi che il linguaggio non è lirico, non è accademico, non è presuntuoso: è semplice e asciutto e si apprezza se si legge senza foga né fretta … proprio come un buon vino! E quindi siamo davanti a due romanzi storici, il primo si sviluppa nel meridione italiano ai tempi dei briganti, e il secondo vive la macelleria della guerra civile a Parigi, nella primavera del 1871. I due libri possono essere letti separatamente, ma è meglio leggerli in sequenza, per meglio capire Luca Falerno, il protagonista, che prima è un eroe indiscusso e poi, suo malgrado, diventa una sorta di picaro buono.
Caccia nelle Murgie è una vera e prpria caccia all’uomo. Un poliziesco ambientato in Puglia nel 1870, dove l’elemento storico fa da contorno alle vicende umane che si narrano. Il protagonista, Luca Falerno, è un giovane tenente dei carabinieri appena trasferito in Lucania, e si avvale della collaborazione di Leone de Castris, un uomo che viene dalla terra e che, effettivamente, è forte e coraggioso come un leone. Leggendo scopriamo metodi d’indagine per noi remoti e lontani, malauguratamente lontani, basati prevalentemente sulla parola e sul linguaggio fisico. I nomi dei protagonisti hanno un loro motivo: Falerno fu un vino decantato in primis da Catullo, Falerno è un territorio nel casertano, Falerno è una nave, Falerno è una “confraternita” che ha lo scopo di rivalorizzare il vino. Così Luca Falerno: è esclusivo, raffinato, elegante, per intenditori, conosce i segreti della terra e sa che per meglio capirne i messaggi gli occorre l’aiuto di che da quella terra proviene. Quindi veniamo a Leone. Leone è il re della foresta, basta guardarlo per sentirsi in soggezione, è l’immagine della fierezza e dell’intuito, del coraggio e della maestosità. Così Leone, il braccio destro di Luca, è fiero e intuitivo, è terra fatta persona, è rozzo e semplice, ma dotato di un intuito felino e di una forza fuori dal comune.
Durante la caccia all’uomo, Luca incontrerà Luisa con cui vivrà una fulminante storia d’amore. Il padre della donna è il marchese di Sanfelice e verrà rapito dai briganti, gli stessi che stanno cercando i due investigatori.
Nella loro indagine, evidentemente, scopriranno corruttele e intrallazzi d’ogni sorta, ma i metodi investigativi sono quasi tribali e i due devono far tutto da soli, Luca e Leone, don Chisciotte e Sancho Panza, il sogno e la terra, l’intelletto e l’intuito, la capacità di analisi e la praticità, come dire, ho i piedi per calpestare la terra e la testa per stare più vicino che posso al cielo.
Diverso il discorso se parliamo di 1871, la Comune di Parigi, dove la cornice storica non fa da sfondo, ma è la protagonista per molte pagine di densa narrazione, e i capitoli si alternano tra il racconto del dramma parigino e il difficile ruolo di un uomo che non può essere protagonista di una storia non sua, perché la deve solo osservare. Infatti, Luca Falerno, promosso capitano, è un inviato dei Carabinieri che deve riuscire a capire quanto succede a Parigi, e quindi a informare il comando. Insomma: una spia, un reporter e uno scrittore storico. Ora, immaginate i metodi: penna inchiostro e calamaio, lume di candela, spirito d’osservazione, passeggiate, conversazioni e tanta, tanta pazienza. Cose da raccontare tante, territorio da esplorare enorme, momento storico difficile. Quando arriva in città trova il caos più totale: i combattimenti tra comunardi e versaglini si fano via via più cruenti e l’utopia di uguaglianza e giustizia ben presto sarà condannata a morire devastata dalla guerra civile. Luca si limiterebbe a fare l’osservatore e lo scribacchino se non fosse per l’incontro con Cecilie, che lo coinvolge anima e corpo in una guerra non sua. Lei è l’eroina del libro, lei rappresenta il coraggio di una città impersonificando una coraggiosa attivista e crocerossina della Comune, che lotta per i propri ideali libertari con impareggiabile tempra, ancora una volta ci troviamo davanti a una donna forte e determinata, che scava un solco nel cuore del defilato protagonista, riportandolo alla ribalta grazie al grande amore che i due riescono a vivere. Alla fine i giovani amanti si trovano a ripercorrere in lungo e in largo la città, lui cercando di fuggire dai combattimenti con la speranza di salvare la sua donna, lei cercando invece i luoghi di raccolta feriti per salvare la propria dignità di volontaria di un ideale. E mentre i combattimenti stanno decretando la fine di un ideale, i due passano da una porta all’altra di Parigi scoprendo che non c’è via di scampo, e ben presto vedranno la fine del sogno della Comune.
Sopraffatti dalla fatica, in prossimità del cimitero Pére Lachaise, si uniscono all’ultimo sparuto gruppo di federati, ma sarà un’uscita alla ricerca di acqua a interrompere la loro marcia verso una impossibile salvezza e Luca rischierà di essere una delle ignote vittime di questo massacro, quando un colpo di cannone deciderà il destino dei due giovani.
I due libri sono appassionanti e si leggono rapidamente, e credo che rappresentino tra i migliori esempi di narrativa storica italiana. La letteratura non è solo intrattenimento, ma è piacere, pensiero, sentimento, musicalità, immagini, apprendimento … tutto ciò si dispiega nella nostra mente quando leggiamo. Scrivere un libro richiede anni di lavoro, leggerlo richiede giorni… ma il contenuto sono vite intere che hanno una loro dignità. Il libro è un compressore decompressore, e se riesce nel suo intento di farci vivere vite non nostre, facendoci vedere la realtà con occhio diverso, ci ringiovanisce. E in questo, il nostro Franco Rizzi, è riuscito benissimo. Ora, se un libro di qualità viene identificato nella massa informe del panorama letterario italiano contemporaneo, occorre innanzi tutto segnalarlo, poi consigliarlo e eventualmente regalarlo agli amici. Già invece di un mazzo di fiori, regalate un libro… e con questi due titoli si farà belissima figura!
Luciana Fabbroni e Daniela Minici, "La partita della vita"
La partita della vita
Luciana Fabbroni
Daniela Minici
Luoghi interiori, 2014
pp 175
14,00
Scritto a quattro mani nella forma del romanzo saggio, “La partita della vita” di Luciana Fabbroni e Daniela Minici, contiene dialoghi che sono pretesti per dissertare sulla libertà femminile. Quattro mani che in parte inventano, in parte sognano ad occhi aperti, in parte forse traggono spunto da ricordi, esperienze, brani di diario o percorsi personali, mescolando narrazione, speculazioni sull’emancipazione, teorie di tipo scientifico mutuate dagli studi, dalle professioni e dagli interessi delle due autrici. La vita è paragonata, come nel titolo, a una partita da giocare ma anche alla struttura dell’atomo di carbonio.
“La vita è nata come conseguenza di questa grande reattività del carbonio. La vera indole dell’umanità è quindi questa. Formare più legami possibili, cedere, prendere, mettere in compartecipazione le proprie risorse, creare una rete di relazioni che soddisfino le necessità della propria natura.” (pag 175)
Le protagoniste sono donne quasi sessantenni, ognuna col suo carico di problemi, che suggeriscono l’abbandono dei legami familiari tradizionali in favore di una rete di rapporti amicali.
“L’amicizia fra donne è forse l’unica vera conquista, sintomo di una parziale autonomia e indipendenza.” (ivi)
Queste donne, tuttavia, appartengono a una categoria precisa, quella delle signore benestanti e bene abituate, per le quali il massimo dell’avventura è trascorrere una giornata su una spiaggia senza il confort di bar e lettino; signore che frequentano solo “i migliori ristoranti” e non hanno problemi a fare shopping per rinnovare in toto il loro guardaroba. Costoro cercano l’emancipazione dal giogo maschile, in nome di un lecito rispetto di se stesse. Tuttavia, ciò di cui parlano, di cui raccontano, di cui scrivono è proprio l’uomo, ed ogni capitolo prospetta un'avventura galante, un incontro. L’uomo, però, non è inteso come compagno di vita, depositario di sentimenti profondi, bensì come divertimento, conferma di seduttività. Le protagoniste, a ogni pagina, s’imbattono in maschi galanti, i quali, invece di perdere la testa per la segretaria trentenne, s’innamorano di loro a prima vista, scatenando provvidenziali gelosie nei compagni di sempre, ritrasformandoli in fidanzati premurosi. Tutto ciò, dobbiamo ammettere, appare abbastanza improbabile, soprattutto in età così matura.
Più che cercare legami duraturi e coinvolgenti, queste donne sembrano inseguire emozioni superficiali, il piacere di rigenerarsi in modo lieve, con un impegno che contempla solo se stesse, colorando abiti e vestiti, svecchiando la propria anima, riscoprendo il piacere della leggerezza e della libertà, potenziando l’autostima ammaccata dal tempo. A tale proposito, i personaggi maschili sono poco caratterizzati, quasi, con poche eccezioni, intercambiabili fra loro. A mitigare lo slancio, però, subentra il freno inibitore dei principi morali, usato quasi come scudo, come protezione dai colpi di testa.
Il romanzo si fa leggere velocemente, è scorrevole e non annoia. Lo stile è piano, semplice, fluido, piacevole, senza stacchi dovuti alla stesura a quattro mani che si può rilevare impercettibilmente forse solo nel contenuto.
Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
La verità di Caravaggio
Giuseppe Fornari
Nomos edizioni, 2014
pp 172
19,90
Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.
Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.
Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.
I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.
“Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)
Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).
Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.
Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.
Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).
Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.
“In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)
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Docente non di storia dell'Arte, bensì di storia della filosofia all'Università di Bergamo, Giuseppe Fornari propone in questo saggio un'interpretazione personale dell'opera di Michelangelo Meris...
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Simone Cutri, "E nessuno viene a prendermi"
E nessuno viene a prendermi
Simone Cutri
MUSICAOS ED SMARTLIT 05
Una prima lettura superficiale potrebbe portare il lettore ad inorridire di fronte a quest’abisso infinito nel quale si rotola un uomo, il protagonista, che scende e sale nella violenza delle emozioni umane, quelle “buone” e quelle “cattive”.
Poi nasce il bisogno di capire.
Quanti volti può avere la disperazione? Come è possibile vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto? E, ancora, che cosa vuol dire nichilista?
Domande su domande che incalzano e si avvitano l’una sull’altra.
Il vero protagonista, però, è il Nulla. Sì, con la enne maiuscola.
“ Io non sono ateo perché chi è ateo è ateo del Dio cristiano: si immagina che a non esistere sia quel Dio buono con la lunga barba bianca; ha l’idea di un’assenza, in fondo ha paura, nasconde una remota speranza. Io non sono ateo: io ho la certezza del Nulla.”
Il Nulla che è peggio della morte, perché è la totale assenza di possibilità. Il protagonista non ha nessuna possibilità di uscire vivo da questo Nulla, che viene spalmato nelle strade di una Torino, bella ed altera, spettatrice inconsapevole di una vita che si sfalda in mille scaglie che rimangono incollate ai suoi angoli, a quella topografia da accampamento militare.
“E resto qui, con i miei demoni, e non viene nessuno qui a prendermi.”
Con un linguaggio colto, perfino delicato, ottocentesco, solo con qualche tagliente parola forte, quasi a farlo risaltare ancora di più, l’Autore conduce per mano il suo personaggio e, con lui, il lettore fino all’epilogo scontato ma devastante.
“E finalmente oggi smetterò di dipendere dal Tempo, tornerò nel Nulla, dormirò per Sempre.”
La cultura può essere un’ancora di salvataggio, oppure, a volte, un moltiplicatore dei dubbi, così come delle certezza, per quanto effimere possano rivelarsi.
Uno sguardo su un abisso che a molti è ignoto e per questo rispettiamo questa fotografia di un mondo sconosciuto, che, però, ci turba e ci porta a chiederci: perché non è successo a me?
STORIA DI UN BANDITO di Giacinto Reale
Andrea Schiavon
“Il buon ladro: Gino Amleto Meneghetti l’italiano più ricercato del Brasile”
Add editore, Torino 2014
Un autore non molto noto, un editore sconosciuto ai più, una storia della quale nessuno ha parlato prima: gli ingredienti per attrarre la mia attenzione su uno scaffale di Feltrinelli ci sono tutti.
E, in più, come quasi sempre avviene, un qualcosa di personale: la curiosità per i “marginali” di ogni tipo, soprattutto se accompagnati dalla fama di cattivi (“che poi così cattivi non sono mai….” come cantava la Bertè), e l’amore per un Paese, dove sono stato giusto per un mesetto di lavoro e vacanza insieme, ma che ha lasciato una traccia indelebile in me.
Brasile, sì, avete letto bene, perchè questa è la storia di un fuorilegge italiano della prima metà del secolo scorso che se ne va oltre Oceano per trovare la sua strada, e… basta il titolo per capire come va a finire: “Il buon ladro, Gino Amleto Meneghetti, l’italiano più ricercato del Brasile”.
Una storia che sa di vecchio, anzi di antico, a cominciare dal nome del protagonista, che all’anagrafe di Vicopisano, dove nasce il 1° luglio del 1888, risulta così: “Amleto Giotto Foresto Labindo Menichetti”, anche se per tutti sarà, da subito, semplicemente “Gino”, il figlio del barcaiolo Angiolo e della casalinga Laudonia (e anche qui, come nomi, siamo messi bene).
Forse non sarà vero che dimostra da subito un bel caratterino sputando in faccia al prete il sale del battesimo, ma certo è che già a 13 anni Gino fa la conoscenza col carcere, per un classico reato “da fame”: il furto di due galline da mangiare a cena.
Comincia così un tormentato percorso fatto di arresti, fughe dal carcere e provvisorie libertà, in Italia e in Francia, finché il nostro, allettato dalla invitante propaganda del Governo brasiliano che ha bisogno di lavoratori, al punto di pagare loro il biglietto per la traversata in nave, decide di varcare l’Oceano, “in cerca di fortuna e per rifarsi una vita”, come si dice.
Sbarca nel porto di Santos il 25 giugno del 1913, ha 25 anni, è forte, intelligente, e possiede già una buona esperienza di vita, che gli consente di muoversi con una certa disinvoltura in ambienti diversi, dopo il tirocinio fatto tra i Casinò e la varia umanità della Costa Azzurra.
Come tanti di quegli emigrati, Gino ha dei parenti a cui rivolgersi: i primi tempi lo ospitano degli zii, che gestiscono una pensione frequentata soprattutto da toscani, ma dura poco. Presto si trasferisce in albergo e organizza un piccolo traffico d’armi che smercia clandestinamente a chi avverte il bisogno di sentirsi più sicuro con una Colt in tasca.
Naturalmente, va a finire male, con conseguente arresto, evasione e fuga. Non da solo, però, stavolta: con lui c’è Concetta, che lavora nell’albergo dove è andato a stare e deve portar via senza il consenso dei genitori, i quali diffidano di quel tipo senza lavoro, che vive alla giornata.
Con una bella dose di ironia, Gino definirà la sua fuga con quella che poi sarà la donna di tutta la sua vita, fino alla morte, nel 1938, mentre lui è in carcere, “il più bel furto della mia vita”; ne nasceranno due figli, ai quali darà il nome di Spartaco e Luis Lenin, ed è pure inutile spiegare perché.
Quel che segue, da questo punto alla notte del 5 giugno del 1926, è una sequenza di furti quasi giornaliera, arricchiti talora da quel “tocco di artista” che fa di Meneghetti una figura leggendaria in tutto il Brasile, come quando, deluso dallo scarso valore dei gioielli trovati in casa della baronessa De Arary, lascia sullo scrittoio un biglietto indirizzato alla nobildonna consigliandole di trovare un miglior gioielliere per i suoi acquisti.
Sarà proprio questo gusto innato per la sfida e la beffa a perderlo, quando decide, contro i consigli di tutti, di provare un furto a casa di Edoardo Matarazzo, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese.
Tutto riesce alla perfezione: 16 chili di oro a diciotto carati, 4 collezioni di brillanti, 400 orologi (per lo più d’oro), 1 chilo di perle, 2 bauli pieni di statuette di avorio, spille, pietre preziose passano di mano nel giro di poche ore, mentre il padrone di casa è fuori, ad un ricevimento improvvidamente pubblicizzato su tutti i giornali.
È un colpo troppo grosso, e troppo nota è la vittima; questa volta la polizia si gioca la reputazione, e non può sbagliare: si scatena una gigantesca caccia all’uomo, finchè la più classica delle “soffiate” porta gli investigatori alla casa di Meneghetti ed alla scoperta del tesoro.
Gino capisce che, se lo arrestano, non ha scampo, e, grazie alla sua prodigiosa e plurirodata agilità, salta da una finestrella e si dà alla fuga, mentre Concetta finisce in carcere per sospetta complicità.
Fuga che dura poco, però: meno di due mesi dopo, circondato da centinaia di agenti mentre corre sui tetti, in un estremo tentativo di mettersi in salvo, è costretto ad arrendersi.
Lo aspetta il supercarcere di Carandiru (che avrà triste fama nel 1992, per la strage che farà seguito ad un tentativo di rivolta) e una cella di massima sicurezza, che mette al sicuro le Autorità dalla beffa di un’ennesima fuga e lo ospiterà per 18 anni, prima di essere ammesso ad un regime di detenzione “normale”.
La giustizia brasiliana è con lui spietata: gli vengono addebitati 5 furti diversi (e sono sicuramente molto meno di quelli effettivamente compiuti), ma senza il legame della continuazione, per cui la pena complessiva è di 43 anni, 2 mesi e 10 giorni: un’eternità per un uomo che ai giudici risulta avere 48 anni (in effetti, sono 38, ma, al momento dell’ingresso in Brasile c’è stato un errore - che durerà fino alla morte - nella trascrizione dei dati anagrafici).
Solo grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica che, in fondo, ha simpatia per questo furfante il quale non ha mai ucciso nessuno e difende il suo diritto a vivere in una società che gli nega l’essenziale, uscirà a metà gennaio del 1947, per trovarsi in un mondo che non è più il suo, e nel quale fatica a ritrovarsi.
Lo aiuta qualche giornalista che costruisce il “personaggio” Meneghetti e solletica la sua vanità: si fa fotografare in mutande per dimostrare che è un settantenne ancora atletico, rilascia interviste con spiccioli della sua filosofia di vita, ma non sfugge al suo “destino”: all’alba del 3 marzo del 1954 viene riarrestato.
Il suo avvocato riesce a far derubricare il reato da “furto” a “tentato furto”, e così l’originaria pena di oltre 9 anni viene abbassata a 4, con la scarcerazione il 15 ottobre del 1959. Sono stati anni duri in carcere: violenze sbirresche e oltraggi della piccola e giovane delinquenza che non lo riconosce e lo costringe a puntigliose rivendicazioni: “Qui in carcere solo l’avvocato e il direttore possono darmi del tu. Ladruncoli di strada come voi devono darmi del lei e chiamarmi signor Meneghetti”.
Sono atteggiamenti come questo, che presto sono noti anche al di fuori del carcere, ad aumentare la sua popolarità tra la gente: alle elezioni del 1958 300.000 scontenti voteranno per lui –che non è nemmeno candidato- in segno di protesta contro la corruzione dilagante.
Ogni uomo, però, ha sulle spalle la sporta del suo destino: viene riarrestato nel 1961, nel 1964, nel 1965, nel 1968 e, per l’ultima volta, nel 1970, mentre si aggira furtivo, di notte, per le strade, con un martello e uno scalpello in borsa.
La condanna questa volta è mite: un paio di settimane di cella ed è di nuovo fuori. Sui documenti brasiliani, per l’ errore di cui ho detto, ha 92 anni, dieci di più degli 82 effettivi…troppi, comunque per tentare di imitare Arsenio Lupin.
Muore di lì a 6 anni, nel 1976. Sul muro della casa presso la quale fu arrestato per l’ultima volta, è oggi possibile leggere una targa:
“In questa casa, la notte del 13 giugno 1970 fu catturato, per l’ultima volta, il grande ladro Amleto Gino Meneghetti, a 92 anni di età. Erano le dieci di sera, e aveva con sé una lanterna, uno scalpello, un martello e un piede di porco. Cominciò a forzare la porta, quando intervennero le forze dell’ordine.
Eminente ladro, Meneghetti divenne famoso come il Gatto dei Tetti, L’Uomo Ragno, L’Uomo dalle Molle ai Piedi, o, semplicemente come il Re dei Ladri. Diciamo che rubava solo ai ricchi, senza mai usare la violenza.
Morì qualche anno dopo, povero e sofferente, a 98 anni.”
Una storia avvincente e un bel libro, insomma…c’è poi una pagina di un’attualità sconcertante, ancora in queste settimane nelle quali la tv ci abitua a strazianti sbarchi di migranti mediterranei: è il racconto che il Console Edoardo Compans de Brichenteu, fa, nel 1893, dell’emigrazione italiana in Brasile:
“Famiglie decimate … bimbi che piangono i genitori morti di recente, genitori che piangono i loro bimbi perduti per sempre: mariti che lamentano la perdita delle mogli, mogli che lamentano la perdita dei mariti. Abbiamo assistito noi allo sbarco di un pover uomo padre di cinque figli tutti in tenera età, che scendeva faticosamente la scala mobile del piroscafo, spingendo avanti i figli piangenti con in braccio il cadavere della moglie, morta da poche ore; e, deposto il cadavere, risalire piangendo la scala, per ridiscendere subito, recando in braccio un’altra sua creaturina morta!
E pensare che questi infelici credono che, una volta giunti in colonia, saranno finiti i loro patimenti, quando appunto là cominciano le difficoltà maggiori e la lotta per la vita! Solo domandiamo se il Brasile chiama gli emigranti per popolare la terra o il cimitero?”
È proprio vero, e per niente cinico: niente di nuovo sotto il sole…..
Mario Calabresi, "Spingendo la notte più in là"
Mario Calabresi
Spingendo la notte più in là
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
Mondadori – Pag. 130 – Euro 14,50
Mario Calabresi scrive il libro più difficile della sua vita, quello che ha pensato di realizzare per anni - ogni volta in modo diverso - ma che ha sempre evitato di concepire come una replica astiosa a troppe accuse infamanti. Spingendo la notte più in là racconta la storia della sua famiglia, distrutta dal terrorismo, da un atto insensato organizzato nelle segrete stanze dell’estrema sinistra italiana, avallato da articoli di fuoco pubblicati da quotidiani come Lotta Continua. Non solo, narra altre vittime della barbarie terroristica - poliziotti, giornalisti, medici, agenti di scorta, servitori dello Stato caduti a difesa delle istituzioni -, veri figli del popolo (come diceva Pasolini) eliminati da un’elite intellettuale che giocava (con il fuoco) alla rivoluzione. Mario Calabresi è figlio di Luigi, il commissario di polizia assassinato perché qualcuno aveva costruito la leggenda del boia addestrato dalla CIA reo di aver ucciso e gettato dalla finestra l’anarchico Pinelli. Spingendo la notte più in là parla alla coscienza di tutti noi, mi fa vergognare di aver ascoltato e persino canticchiato la cialtronesca canzone di Claudio Lolli che racconta la morte di Pinelli secondo le veline di Sofri e di Lotta Continua. Mi fa ricordare che negli anni Settanta e Ottanta ci avevano convinto che la realtà virtuale del commissario assassino fosse realtà storica. Gente come Giampiero Mughini, Erri De Luca - che parlano e scrivono ancora! -, persino Adriano Sofri - che scrive su Repubblica e io mi rifiuto i leggerlo! - adesso sono venerati come opinionisti e scrittori di rango, mentre con i loro articoli, con assurde opinioni dettero via libera all’omicidio di un servitore dello Stato. Mario Calabresi non si lascia andare ad alcun desiderio di vendetta in un libro che nel finale tocca vette di pura poesia quando l’autore segue la voce del padre e del nonno e decide che tutto sommato la cosa migliora è scommettere tutto sull’amore per la vita. È l’insegnamento della madre, l’idea che ha sempre seguito convinto di non sbagliare, anche quando ha visto uscire dal carcere - persino graziati! - gente come Ovidio Bompressi e Adriano Sofri. L’obiettivo del libro è quello di contribuire alla pacificazione nazionale, superare un tragico momento storico della nostra vita, quando per morire era sufficiente fare il giornalista o il magistrato, solo perché un tribunale del popolo aveva deciso la tua sorte. Mario Calabresi mi ha fatto ricordare che vedo spesso Renato Curcio alle fiere del libro, ché lui come me è un piccolo editore, manda avanti Sensibili alle foglie, realtà più conosciuta del mio Foglio Letterario, per meriti di lotta politica. Ecco, io non ho avuto nessuna vittima in famiglia da quella stagione del terrore, ma non mi è mai venuta voglia di scambiare qualche parola con Renato Curcio. Io sono un vero figlio del popolo, uno di quelli che diceva Pasolini. Non lui, dispensatore di morte e di aberranti ideologie. Grazie Mario Calabresi per questo libro. Leggerlo fa bene al cuore.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo è un libro di Calabresi Mario pubblicato da Mondadori nella collana Strade blu. Non Fiction : € 12,32 ...
http://www.ibs.it/code/9788804568421/calabresi-mario/spingendo-notte-piu.html
Lillo Favia, "Come meta il viaggio"
Come meta il viaggio
Lillo Favia
Ebook 2014
Tutto si può dire di “Come meta il viaggio”, di Lillo Favia, tranne che non sia originale. Non per il contenuto - ché pur sempre trattasi di storia maschile di sesso, droga e rock and roll – ma piuttosto per lo stile. Di solito testi di questo genere, sulla scia dei vari Kerouack, Bukowski, Carver etc, che imperversano nella narrativa odierna prodotta dai maschi dai vent’anni in su, sono scritti in un linguaggio “postmoderno” infarcito di volgarità, ormai standardizzato fino a diventare anonimo. Il romanzo di Lillo Favia, invece, gioca con le parole e porta avanti un’approfondita ricerca, non per niente egli si definisce “meccanico della lingua”. La narrazione si avvale di una prosa che sfocia nella poesia, alternandosi spesso a essa. Favia non lascia nulla al caso e l’analisi stilistica diventa esistenziale.
“Per un artista, l’opera è una missione, un percorso impervio in cui rintracciare un’ipotesi di libertà. In cui provare a risolvere i propri dilemmi, le proprie paure, il proprio non saper vivere.”
Il narratore racconta la storia dell’amico Max, prematuramente scomparso. Insieme i due hanno attraversato tutti gli stadi di un vivere giovanile estremo, dal viaggio on the road, alle canne rollate, su su fino al primo buco, alla dipendenza da eroina descritta con la stesso sguardo ravvicinato di Gregory David Roberts in “Shantaram”, alla disintossicazione nella comunità di recupero Albatros, diretta dal tremendo Don Rosario, personaggio ambiguo e non del tutto positivo. Alla fine, però, i cammini dei due giovani divergono: Max perirà poiché la perdita che dovrà subire sarà talmente dolorosa e inaccettabile da poter essere sublimata solo con la morte. Prima di morire, però, egli sceglierà la strada, diventerà un senzatetto, nell’accezione più nobile del termine. La strada, più che la droga o il viaggio, incarnerà l’indagine spirituale, l’affinamento, la libertà da ogni sovrastruttura, il percorso dentro se stessi.
“È solo grazie al suo intuito se ho potuto intraprendere questo esaltante percorso letterario, questa impagabile auto-analisi”
Sorge il dubbio che Max sia l'alter ego del protagonista, e il “Max pensiero” ciò che il protagonista pensa o vorrebbe pensare. Max è quello che il protagonista diventerebbe se andasse a fondo nell’autodistruzione, nella trasgressione, nell’annullamento dei legami civili: amicizia, amore, famiglia, dogma. E il rapporto che li lega è indefinibile, quasi una sorta di amore platonico che supera e sublima ogni vincolo con l’altro sesso.
Ambientato negli anni 80 e 90, fra la Puglia, l’Olanda e vari altri luoghi, il romanzo mostra una vera e propria ossessione per le date, quasi a voler fissare i momenti, a voler imbrigliare e catalogare una vita che appare senza direzione, dando senso alla morte. E la morte, si scoprirà, è un diritto, un atto di estrema affermazione di sé:
“Sono pronto ad affermare che Max aveva tutto il diritto di decidere il proprio futuro, di arrogare volontà di vita o di morte sul proprio tempo. Mi vergogno come un assassino per aver messo in discussione il suo libero arbitrio. Ora che ho viaggiato fra i suoi tormenti, tra le sue scritture, tra i suoi ricordi; ora che assaporo in pieno il proverbiale respiro della parola “vita”: riesco a percepire la sua condizione di neo giovane Werther.”
Scrittore e musicista barese, Lillo Favia sembra optare per la commistione di generi e stili in modo sperimentale. Ed anche questa pare essere una caratteristica degli artisti di ultima generazione, cioè la multimedialità e la mescolanza della scrittura con altre forme d’arte, dalla musica, al canto, alla danza. C’è una miscela fra un “basso” – la vita randagia, le crisi d’astinenza, il sesso a pagamento –e un “alto” costituito dai frequenti abbandoni lirici della prosa.
“Partimmo a notte fonda, all’ombra di un cielo nero. L’aria era farcita di quei tipici sapori del litorale pugliese, le alghe fresche allineate dal grecale, l’ulivo, il pino marittimo, le effusioni di terra d’argilla rossa e rosmarino si rincorrevano e mischiavano lungo la lingua d’asfalto.”
Certo è che non sempre la mistura di tecniche e forme espressive (fra appunti, dialoghi, brani di diario, versi lasciati in giro da Max come indizi) riesce ad apparire funzionale, capita di chiedersi se non si sia voluto accogliere tutto (troppo) senza saper tralasciare o, come minimo, amalgamare, e nasce il sospetto di possibili incursioni nel diario privato dell’autore.
Nel complesso un lavoro scorrevole, nonostante la sperimentazione, che non annoia ma, piuttosto, mostra un notevole sforzo di elaborazione linguistica, non comune di questi tempi e senz’altro positivo.
Elisabetta Calzolari, "Sguardi sull'acqua"
Elisabetta Calzolari
Sguardi sull’acqua
Storie di guerra nella Bologna dei canali
Pendragon – Euro 14 – Pag. 190
Elisabetta Calzolari pubblica il suo primo romanzo con la bolognese Pendragon, dopo aver dato alle stampe una raccolta di racconti (Lungo la strada scritta, 2004) con un buon editore come Fernandel. Un romanzo corale ambientato a Bologna, luogo che conosce bene, composto dai ricordi della Resistenza e dalla vita quotidiana dei protagonisti, distrutta e lacerata dalla guerra civile e da un conflitto ancora lontano da finire. L’autrice si confronta con mostri sacri della narrativa italiana che si sono occupati di Resistenza, da Emilio Lussu a Cesare Pavese, passando per Elio Vittorini, Carlo Cassola e Beppe Fenoglio. E non sfigura per niente. Leggere la sua prosa forbita ed elegante, mai eccessiva, ma sempre misurata e consona alla materia narrata, equivale a veder scorrere sul grande schermo sequenze oniriche di Roma città aperta di Roberto Rossellini. Rivediamo Anna Magnani sconvolta, capelli al vento, rincorrere la camionetta tedesca che porta via il suo uomo per finire falciata dai colpi della mitraglia. verso un triste destino. Neorealismo narrativo che copre gli anni 1943 - 45, corredato da foto d’epoca in un suggestivo bianco e nero, scandito dal leitmotiv dell’acqua, fiumi o canali che bagnano Bologna, e lasciano tracce di vita, disseminano speranze di un futuro migliore. Sì, perché la guerra finirà, come canta la canzone, il sale abbonderà, il pane bianco tornerà in tavola, il popolo potrà ancora sperare. Storie bolognesi d’acqua e canali, racconti di Resistenza e di guerra civile, ricordi comuni alla nostra gente, emozioni per non dimenticare, utili per i ragazzi che non hanno conosciuto e per genitori distratti che non hanno raccontato. Quando la memoria dei nonni non basta, perché ormai affievolita, soccorrono i veri scrittori che cercano di raccontare il nostro passato. Elisabetta Calzolari ci riesce bene, con stile sopraffino, verga con periodare incalzante racconti di partigiani, alleati che avanzano, fascisti che stringono accordi con gli invasori, uomini comuni che soffrono, lottano e sperano. Un romanzo che chiedeva con forza di essere raccontato, una testimonianza per le nuove generazioni. Da leggere a scuola.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Domenico Cosentino, "Midnightwalker"
Midnightwalker
Domenico Cosentino
Palladino Editore 2014
pp 156
8,00
“Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie.” (citazione dal sito www.domenicocosentino.it)
Infatti, non lo facciamo. Può coesistere il bello e il brutto in un solo volumetto, ci chiediamo piuttosto? Sì, e ve ne porgiamo un esempio diretto, molto più immediato di qualsiasi spiegazione.
Collusion
Mangio il tonno in scatola della
Dicoop
direttamente nella scatoletta
di metallo,
affacciato al balcone
con il vento che mi asciuga il
sudore
osservando il cavalcavia
dove i marocchini vanno a
pisciare di notte
le foglie marciscono e diventano
gialle.
Le finestre dell’asilo comunale
Hanno tutti i vetri rotti
Come gli spazi tra i denti
Di quei vecchi
Che hanno fatto la guerra
E i loro occhi
Sono ancora pieni di stupore.
Gipsy King
Le zingare si lavano la fica
Nei bagni dell’università.
Con il piede poggiato sul
Lavandino
E la gonna lunga a coprire
Le vergogne,
strappano fazzoletti di carta
e se li passano sulla fessa,
velocemente.
Come se stessero facendo
Una sega ai propri uomini.
Alle 8.30 del mattino,
con il sapore del caffè ancora
in bocca
freno un conato di vomito,
giusto in tempo.
Fuori ragazze
Con la “S” pronunciata
Squittiscono,
mentre il sole bacia
le loro tette abbronzate
come provole affumicate.
Ho infranto la mia promessa
Di non venire più
All’ateneo
E ora me ne pento.
Tutto questo
Per una
Maledetta
cacata.
Ok, qual è secondo voi la migliore di queste due poesie che convivono in “Midnightwalker” di Domenico Cosentino? Certamente la prima. Perché? Ma per le mille ragioni subliminali attraverso cui la poesia vera va dritta all’anima tramite scorciatoie intuitive. La seconda, invece, è brutta. Non ci sono altre parole per definirla, brutta e basta.
Ecco, il volume di Cosentino, che egli definisce “raccolta di pessime poesie” è una commistione – tanto di moda oggigiorno – di prosa e poesia, miniracconti senza capo né coda, e versi intervallati da parentesi quadre a segnare gli enjambement, ma anche di pezzi belli e brutti, come se non fosse in grado di distinguere, non volesse rinunciare a nessun appunto preso, a nessuna riflessione sgorgata, oppure, più sottilmente, volesse denudare un’anima fatta di contrasti, di poesia e volgarità, di sublime e repellente.
Le poesie sono discorsive, i racconti vagamente lirici. Alcuni testi in prosa raggiungono una quasi compiutezza da novella, altri sono abbozzi, divagazioni, versi scritti uno di fianco all’altro, semplici enunciazioni, quasi che il protagonista si affacci ad una ipotetica finestra e ci racconti quel che vede e come lo vede, o, meglio, come lo sente, confessando i suoi pensieri segreti, i suoi tormenti, spesso oggettivati in cose concrete o in gesti snervati, senza nemmeno cercare aiuto o soluzione, piuttosto come un dato di fatto, un’esposizione di quadri e stati d’animo precari. Squallide camere d’albergo, cavalcavia, musica in sottofondo, fumo, saracinesche chiuse.
Il tema è la solitudine di un uomo che probabilmente si trova a vivere suo malgrado una vita da immaturo, fra sigarette, onanismo, amori non corrisposti o finiti, lutti e perdite familiari, rimorso, tempo che passa sprecato. Camere d’albergo da pochi euro, domeniche solitarie, il sesso come opposto della comunicazione, gesto non compiuto, voglia di toccare senza poterlo fare che si risolve nell’atto consolatorio di masturbarsi in un lavandino. Gli affetti, i ricordi, i rimpianti, i rimorsi per le parole non dette (e sono i momenti più alti) si condensano in figure di familiari che non ci sono più o che stanno per andarsene, la scoperta della malattia acuisce ancor più una solitudine vissuta come estrema, incolmabile. Chi è vicino non capisce e non capirà mai l’autoemarginazione, il disagio interiore, la tortale estraneità al resto del mondo.
“Il ragazzo è diventato anche lui adulto. Porta con sé la solitudine di chi soffre, perché anche lui ora sta soffrendo maledettamente, ogni giorno a ogni ora. Nel reparto dell’ospedale o nel suo letto. Quando finge di sorridere, quando sta con gli altri, ma gli altri non lo possono capire. Ora il ragazzo è un adulto solo. La solitudine di chi soffre.” (pag 94)
“Le cose si capiscono sempre dopo. Quando tu devi affrontare le tue disgrazie e le tue battaglie e capisci che sei da solo e che quella solitudine è davvero forza. Ma questo o comprendi dopo. Sul momento pensi solo a lamentarti e compiangerti.” (pag 65)
Cosentino scrive bene, è un dato di fatto. Dovrebbe solo avere il coraggio di fare il salto di
qualità, non accontentarsi di mettere su carta i propri sentimenti, le illuminazioni, ma costruire qualcosa di più. Nel pezzo intitolato “Anche quello era amore” ci è quasi riuscito.
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"Se pensate che la poesia sia esprimere i propri pensieri, la propria visione del mondo con grazia, dolcezza e raffinatezza, quelle di Cosentino non chiamatele poesie." (citazione dal ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/07/midnightwalker-di-domenico-cosentino.html
Rudolf Blaumanis, "Sogno"
SOGNO
Rudolfs Blaumanis
Damocle Edizioni
Un libro piccolissimo, come formato e come numero di pagine, con uno stile editoriale veramente curato, delicato come il racconto “Sogno” che contiene.
Rudolf Karl Leonid Blaumanis (1863-1908) è stato uno scrittore lettone ma anche un giornalista e drammaturgo. È considerato come uno dei più grandi scrittori della storia lettone e soprattutto un maestro di realismo. Le sue opere sono state tradotte in molte lingue e la sua più famosa è il racconto “La morte all’ombra del gioco”. In Italia è stato pubblicato anche da Sellerio, La zattera di ghiaccio.
La quasi totale mancanza di traduzioni delle opere lettoni lascia il lettore italiano orbo di una conoscenza che arricchisce la letteratura a tutto campo, dunque l’iniziativa della casa editrice Damocle, che ha creato una collana “Piccola Biblioteca Lettone”, fa pensare ad un vuoto che viene colmato. La traduzione del racconto, poi, ci restituisce in italiano un linguaggio armonioso e semplice.
In un ambiente tipicamente rurale si perpetra la stessa “tragedia”, uguale in tutto il mondo, la tragedia dell’amore tradito, disilluso, calpestato. La ricchezza che compra la bellezza, ma in tutte le poche pagine si sentono profumi, il tiglio insistente, l’erba bagnata dall’umido della notte e un tenace odore di lillà. Delicatamente affondiamo, quasi inconsapevolmente, nella serenità della notte, nei profumi diffusi e nell’inevitabilità della fine di un sogno. Quello che colpisce è la levità con cui l’Autore maneggia una situazione, di per sé drammatica, e la stempera nel silenzio della campagna, illuminata dalla luce della luna che sfuma anche i sentimenti più forti, come se l’impronta del realismo diventasse una sorta di filtro delle emozioni che solo si intuiscono violente.
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