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recensioni

"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini

7 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana  

Avvicinarsi ad una raccolta di poesie, soprattutto se a carattere intimistico, come "Noematia", equivale a vedersi consegnare le chiavi dell'anima di chi scrive, ad entrare in contatto con i suoi segreti più reconditi,
le sue emozioni più private, a frugare, se pur autorizzati, nei suoi ricordi, nelle sue speranze, dialogando intimamente con i suoi sogni, facendo propria, anche solo per il tempo di una lettura, la sua personale  visione del mondo.
E' con un atto di estrema fiducia, quindi, che Adriana Pedicini si mette a nudo in questa silloge che si compone di cinquantaquattro liriche e si chiude con quattro haiku, preziosi come gioielli di un diadema nella loro sognante bellezza: ciascuno dedicato ad una stagione, nella sua unicità.
A lettura ultimata, risulta veramente' difficile chiudere questa raccolta senza avvertire ancora il desiderio di rileggere versi come, solo per fare qualche esempio, quelli di " Ti amo": "Ti amo per il sogno celeste/ di incontrarti negli eterni sentieri" o ancora di "Lasciami qui": "C'è bisogno di silenzio/ per ascoltare la musica/fuori e dentro l'anima", al contempo, semplici e vibranti di emozioni.
Così come è difficile separarsi dallo stile elegante e curato di una raccolta disseminata di citazioni  letterarie, riferimenti mitologici, storici, filosofici, espressioni latine che tradiscono, piacevolmente, la formazione umanistica di Adriana, ex docente di lettere classiche e raffinata amante del bello.
Ma se è vero che questa silloge, impreziosita dai sapienti disegni di Anna Perrone, indaga fra le pieghe dell'anima di Adriana, il suo dolore, la sua angoscia, i suoi dubbi, così come la fede, l'amore filiale, coniugale e  materno, la  gioia e lo stupore dinnanzi all'incanto della natura e la sua sete di conoscenza parlano un linguaggio universale, sposandosi perfettamente con gli ideali di fratellanza e comunione delle quali la poetessa sannita si fa delicata e convinta assertrice. 

Ricorrente è, infine, in queste liriche, la dimensione del ricordo che veste di commozione e di sogno frammenti di vita indimenticabili e indimenticati grazie a una memoria che, non contenendo tutto, "si ferma al particolare e lo fa eterno".

"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini
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Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

2 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

Alla ricerca della Piombino perduta

Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio2012

pp 190 15,00

Solo un lettore nato negli anni sessanta può accogliere questo libro di Gordiano Lupi, “Alla ricerca della Piombino perduta”, con una commozione che ti prende allo stomaco e ti annoda la gola. L’autore dedica la prima parte al ricordo, alla recherche, al ritorno sui propri passi. Siamo catapultati all’indietro, nei primi anni sessanta, in una Piombino appena uscita dalle miserie della guerra e appena sfiorata da un boom di cui gli abitanti nemmeno si accorgono. Una Piombino che sembra balzar fuori da un film di Virzì, divisa a metà fra figli di papà e figli di metalmeccanici e ferrovieri, fra gelaterie e bagni dove si va solo la domenica e piccoli bar di tutti i giorni su spiagge olezzanti di frittura stantia. L’amore per queste memorie è assoluto, viscerale, incondizionato. Lupi accetta tutto del passato, il bello e il mostruoso, il mare lucente ma anche le spiagge inquinate, le sterpaglie dei campi di calcio improvvisati, i muri fatiscenti, gli odori penetranti, l’acciaieria, oggi gigantesco relitto d’archeologia industriale, sempre incombente, sempre presente nei pensieri e nelle parole degli abitanti. “Erano tempi romantici”, ci ripete. Ed è in questo romanticismo che si stempera il neorealismo, trasformandosi da ideologia in sentimento. Tutto era bello, tutto aveva più grandezza, più spessore, più sapore, tutto è imbellito, enfatizzato dal ricordo. Persino la decadenza, il degrado, la fatiscenza erano languidi e malinconici. Prepotente, in ogni capitolo e in ogni pagina, la sensazione del fallimento della propria esistenza, l’idea che il meglio sia ormai alle spalle. I sogni non si sono realizzati, il cammino si è interrotto, le aspirazioni non si sono concretizzate.

Non poteva capire che volevo la barca di mio padre, cacciare squali nell’oceano infinito, farmi travolgere come un vecchio pescatore cubano in una battaglia senza fine sotto il sole a picco e con il corpo sporco di salmastro. Non lo poteva capire.” (pag 71)

Ciò che cercavamo in realtà c’era già, era in quelle strade, in quelle spiagge, in quei bar, in quegli anfratti spinosi dove ci si appartava con una ragazzina, in quei campi polverosi dove si tiravano calci a un pallone, in quei cinema di terza visione dove si sgranocchiavano seme e non pop corn, dove cresceva, a suon di peplum e film di Totò, l’amore per un’arte che avrebbe segnato tutta la vita. Quello che si è cercato senza trovare, l’angolo di paradiso, esisteva già e ora è perduto per sempre.

I ragazzi che escono da scuola, la terrazza sopraelevata verso le isole, un autobus in attesa, mio fratello con lo zainetto ricolmo di libri che percorre la salita verso ragioneria, e per un istante penso che il nostro angolo di paradiso era proprio questo e non lo sapevamo.” (pag 65)

Ciò che inseguivamo se n’è andato e non tornerà, abbiamo perso l’occasione di essere felici. Volti e voci – del padre, degli amici - non ci sono più, ci hanno lasciato soli, il tempo non è più “senza fine”. Con quanta insistenza si ripete che il passato non torna. Quante volte si ripercorrono le stesse immagini, gli stessi ricordi, come se ripetere accreditasse le memorie, le avvalorasse.

Adesso non importa più niente a nessuno. Un mondo scivolato via tra le feritoie della vita, come sabbia tra le dita, come tempo che non ritorna.” (pag 35)

Ogni capitolo è una cartolina illustrata dalla nostalgia, spiazzante, lacerante, dolorosa, piena di rimpianto per ciò che non è stato e non sarà mai più. Se dobbiamo abbandonarci anche noi a echi, a reminiscenze, a libere associazioni letterarie, ci viene in mente la Forte dei Marmi di Antonella Boralevi, in “Prima che il vento”, oppure, chissà perché, anche “Bonjour tristesse”, di Françoise Sagan, forse per la malinconia che permea ogni parola del libro.

La seconda parte è dedicata alla ricostruzione della vita dello scrittore Aldo Zelli, approdato a Piombino dopo un’esistenza avventurosa fra Libia e prigionia di guerra in varie parti del mondo. La casa editrice il Foglio Letterario si sta occupando di quest’autore e della ristampa di alcune sue opere d’interesse scolastico. Qui Lupi ne assume l’identità, lo fa parlare in prima persona, gli fa rievocare il passato - persino l’amicizia con Guelfo Civinini - attraverso le trame della sua narrativa fantasiosa e disimpegnata. Anche in questo caso la nostalgia è canone, norma pervasiva, irrinunciabile. Aldo celebra la propria gioventù in Libia, fra deserti, dune mosse dal vento, dromedari e camaleonti “che danzano”, con l’improvviso irrompere della realtà a spezzare il sogno dell’infanzia, a far maturare di colpo.

La vita è ingiusta. Lo comprendo per la prima volta e ho soltanto otto anni. Non ci sono regole. Non ci sono principi. Non ci sono sogni da rispettare. C’è un maledetto destino che si compie.” (pag 110)

Ed anche qui, come nella parte piombinese, chi parla s’interroga in continuazione sulla natura e il significato dell’essere scrittore, sul processo creativo, sulla fantasia, sul modo in cui nascono, prendono corpo e si sviluppano, le storie nella mente degli autori. In quel “Scrivo una storia come, da ragazzo, avrei voluto che un adulto mi narrasse” c’è tutta una poetica del fantastico, una pura capacità affabulatoria che si è persa nella narrativa odierna, soprattutto italiana. L’opera è scritta in una lingua elegante, lirica, che non si vergogna a commuovere, a inondare di emozioni, a puntare direttamente al cuore, senza indulgere in urticanti paratassi, in simbolismi inutili, in modernismi stridenti troppo spesso di maniera. Un libro per il quale la parola “bellissimo” si spoglia del logorio dell’abuso e torna a risplendere.

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"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

29 Aprile 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

Io sono sempre molto attento ai dati formali, al modo in cui il testo si costituisce e allo stile in cui è reso, perciò prendo le mosse da quella che mi è sembrata una novità di rilievo di “Bianca come la Neve” rispetto ai due romanzi precedenti. Nel racconto la voce narrante protagonista della vicenda ha una preminenza assoluta rispetto agli altri personaggi, che, però, hanno anche loro diritto ad esprimersi in prima persona, per altro introdotti da una formula - “parla Radu” “parla padre Bernardu”, ecc. - che fa pensare a un che di solenne, analogo alle inserzioni del coro nelle tragedie greche. È come se al centro della narrazione ci fosse la voce narrante della protagonista e intorno, a raggiera, quella dei personaggi secondari, come a costituire un “centro” o un dentro” rispetto a un “fuori”. Il procedimento mi pare molto originale (uno dei rimproveri che facevo all’autrice era proprio la mancanza di originalità, ma tra la tecnica narrativa de “Il Respiro del Fiume” e quella de “Il Volo del Serpedrago” c’è stata una evoluzione e una personalizzazione che smentiscono le sue stesse parole, “voglio essere una semplice narratrice” - per altro non si è mai “una semplice narratrice”). Un procedimento già abbozzato con il diario di Orfeo in “Signora dei Filtri” e in parte ripreso anche nell’ultimo racconto e che risponde a una tematica molto presente nella scrittura della Poli e di rilievo personale ma anche, diciamo così, filosofico-religioso. C’è, nella sua scrittura, una forte, addirittura violenta, dialettica tra “dentro” e “fuori”, tra le pulsioni profonde, represse o scatenate e il giudizio esterno, le conseguenze della repressione o dello scatenamento. Per questo discorso, aggiungo un altro dato formale di rilievo e che riguarda in particolare “Bianca come la Neve”: il testo è puntellato da “prolessi”, ovvero più volte si fa riferimento alla soluzione dell’intrigo, a quando la situazione della protagonista e degli altri personaggi non sarà più la stessa, alla fine della storia, insomma. Ecco, anche questo dato più essere interpretato in quell’ottica: il bisogno di guardarsi da “fuori”, dal “dopo”, dall’”esterno” (e la presenza come personaggio dello Specchio non è da sottovalutare). Cos’è il “fuori”, il “dopo”, l’”esterno” se non un bisogno di trascendenza, di pacificazione in un altrove? Cos’è la scrittura rispetto all’esperienza esistenziale? L’avevo già notato e scritto per “Signora dei Filtri”: l’apparente medietà dello stile talvolta si lacera, mostra fenditure, lacerazioni, come se la coperta della scrittura si rilevasse a volte insufficiente a coprire tutto l’oscuro, il represso, l’inconsapevole che è stato violentemente lasciato ai margini o nascosto. Negli ultimi racconti quel represso è lasciato trapelare più liberamente generando quella dialettica forte di cui dicevo prima (e devo aggiungere che questa mi sembra la strada letteraria, se non personale, sulla quale si potrebbe insistere con profitto).

- La narrativa della Poli ha alcune caratteristiche che, pur nelle diverse combinazioni o realizzazioni, tornano costantemente. La sottrazione al “qui e adesso”, ad esempio. Lo spostamento può essere solo spaziale (“Il Respiro del Fiume”) o spazio-temporale, si guarda e si racconta dell’altrove dall’altrove della scrittura, della narrazione. Ma mentre nel primo romanzo tra i due altrove, la vicenda narrata e la scrittura, vi era un rapporto pacificato, scarsamente conflittuale, l’evoluzione dei racconti successivi mostra sempre più chiaramente il conflitto, che diventa anche investimento personale, partecipazione emotiva alla vicenda. E questo investimento personale, questa specie di lotta tra la “semplice narratrice” e i contenuti psichici, che la scrittura lascia emergere, favoriscono quell’immedesimazione, quel rapporto empatico tra personaggi e lettore che può essere trasmesso solo se, a sua volta, la scrittrice si è trovata a viverli e a volerli esprimere. Quella della Poli è una narrazione di passioni forti, di molte morti e di molte nascite, di pulsioni irresistibili che travolgono e sconvolgono, una narrazione che chiama a testimoni gli elementi primordiali - l’acqua, il sole, l’aria, la terra - è, ripeto, una narrazione violentemente dialettica che vorrebbe trovare pace in un Dio “forte e buono” , un Dio giusto, pietoso e, soprattutto, accogliente; appunto un Dio, non un uomo (o una donna). La scrittura mostra un anelito alla religiosità, alla trascendenza, è una scrittura a-storica (con quanto di buono e di meno buono, questo comporta).

- “Mi levai di scatto (…) io ho già avuto la mia parte” (pag. 14). Rileggiamo questo breve brano: da un lato l’immoralità della vampirizzazione del padre santo evitata solo per l’intervento provvidenziale di Nero, dall’altro la moralità del cibo offerto ai poveri; ma, mentre l’atto immorale s’avvale di un lessico che si direbbe d’amore - “annusai” ,”sangue tiepido”, “dolcemente”, - quello morale, tutt’al contrario, è all’insegna dello sprezzo, della rinuncia forzata - “scaraventai”, “io ho già avuto la mia parte”. Le parole, la tessitura lessicale entrano in conflitto con l’atto.

- Un’altra caratteristica costante è la compresenza di sublime (sì, Patrizia Poli è una delle poche scrittrici a non fuggire dal sublime) e disgustoso (qui invece è in buona compagnia). Il sublime nasce dall’immersione senza remore nel sentimento panico della natura (già il prologo e l’epilogo di “Signora dei Filtri” ne avevano dato prova - ancora: quel prologo e quell’epilogo non sono anche l’altrove pacificato “fuori” dalla narrazione?) dal saper rappresentare quella sensibilità creaturale, innocente e primigenia, che accomuna tutto il creato, organico e inorganico. Il disgustoso è invece rappresentato dal movimento, dal continuo rinnovarsi dell’universo. A questo riguardo mi è rimasta molto impressa una scena de “Il Respiro del Fiume”: a Padre Franz, turbato dalla scoperta del sentimento per Urmilla, cadono di mano i flaconi delle pillole, subito “anneriti dalle formiche”.

- Un’idea molto caratteristica degli ultimi due racconti è che, attraverso un contatto materiale - bere il sangue della vittima o quando il Serpedrago morente “sposta una zampa e gliela pone in grembo” - si instaura una comunicazione immateriale, che trasmette, senza opacità alcuna, i pensieri e il passato. Idea che per altro mi ha ricordato il film di Spielberg Intelligenza artificiale dove i computer, ormai unici abitanti della terra, leggono il passato dei loro simili con il semplice gesto di toccarli. Da un lato io do in generale poca importanza ai topoi narrativi, nel senso che la ripresa di motivi narrativi già sviluppati da altri autori non è di per sé un difetto, perché ciò che conta di più è l’utilizzo del topos, la sua rifunzionalizzazione più o meno coerente con la propria opera; dall’altro io credo che i geni, quelli capaci di inventare dal nulla, siano talmente pochi che nessuno possa aspirare all’assoluta originalità.

- Le pagine finali di Bianca come la neve mostrano un’inedita tensione espressiva rispetto alle opere precedenti, hanno un afflato lirico notevole, però, se fossi un editor, probabilmente consiglierei un’attenuata presenza del soggetto, ad esempio l’uso del “noi” o addirittura dell’impersonale “si” per qualcuna delle frasi.

- In tutt’e quattro le narrazioni si segue l’evolversi di un personaggio femminile dall’infanzia alla maturazione fisica, sessuale e psicologica. E in tutt’e quattro una delle scene più forti e decisive è la perdita della verginità. Si tratta di un momento della vita delle protagoniste in cui le pulsioni interne trovano nel corpo maturo un alleato per abbattere i divieti fisici e morali che ostacolano il libero soddisfacimento del desiderio. Ognuna deve superare un impedimento che, prima e durante l’atto, assume l’aspetto di un freno che non fa che aumentare l’intensità e la ineluttabilità del desiderio e che fa dell’atto anche la rappresentazione di una lotta (qui sarebbe da ricordare il modello freudiano dell’atto sessuale che il “bambino che guarda” interpreta come lotta, ma io sono poco convinto delle modellizzazioni freudiane), poi lo stesso impedimento, ormai dissolto, ritorna sotto forma di conseguenze drammatiche, tragiche o addirittura catastrofiche causate dall’atto stesso. L’aver travolto il divieto morale della separazione religiosa (Urmilla) o dell’amor di patria (Medea) o, quello più sacro e inviolabile, dell’incesto (Bianca) è una liberazione per la quale si pagano tributi personali e collettivi terribili, ma l’atto e le sue conseguenze sono in un certo qual modo inevitabili, fatali. Una situazione più sfumata e anche più coinvolgente è invece quella di Ahnu: lei non sa di poter essere colpevole, l’uomo cui si abbandona non ha un volto, una precisa identità e l’unica sua debolezza è quella d’aver ceduto alla vista e all’immaginazione di “un trono d’oro”, eppure proprio l’innocente Ahnu, cedendo, scatena conseguenze catastrofiche su tutta la comunità, che, però, sono al contempo, anche l’origine del riscatto collettivo, della solidarietà, della vittoria del Bene sul Male, dell’acqua sul fuoco. Il divieto morale è un tappo alle pulsioni interne, un tappo che è necessario, nonché inevitabile e fatale, far saltare per acquisire consapevolezza e conoscenza di sé. Si tratta di attraversare il dolore per ritrovarsi dall’altra parte della storia, nell’altrove di un Dio che accoglie senza imporre divieti morali in conflitto con le naturali e creaturali pulsioni interne.

- “Una semplice narratrice”? La descrizione della battaglia finale ne “Il Volo del Serpedrago” infiamma i nessi logico-cronologici della narrazione, fa dello sguardo, del vedere il centro della rappresentazione: “Ahnu vede la picca vibrare (…) spalancate”. In quelle pagine, a partire dalla vittoria del Dio del deserto, la “semplice narratrice” è travolta dal ritmo forsennato, dal caos reale e simbolico nel quale è immersa, perde lo sguardo limpido e ordinato, si abbandona al turbine degli elementi offrendo al lettore una visione degli eventi più immediata, più coinvolgente, più personale e condivisibile.

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Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”

25 Aprile 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”

Il cuore in disparte

Roberta Pilar Jarussi

Musicaos, 2013

pp 50

1,99 €

"Il cuore in disparte" di Roberta Pilar Jarussi è una lettura rapida e incisiva, che racconta l'incontro, o forse il mancato incontro, di due personalità affini. L'autrice descrive in maniera impietosa e graffiante i personaggi e gli ambienti che fanno da cornice alla vicenda e ne rivela con pochi tratti lo squallore e l'umanità, tracciando un racconto dal ritmo incalzante, che si sviluppa in un’alternanza ossessiva fra passato e presente.

Ossessivi, nel senso tecnico del termine, sono anche i due protagonisti, entrambi scrittori di nicchia ed entrambi legati a manie, abitudini e rituali quotidiani, descritti minuziosamente e con ironia dall'autrice. Anna e Filippo sembrano appartenere a una realtà altra, asettica e metodica, di chi vorrebbe “rassettare la città, innaffiare le aiuole spaccate, togliere la polvere dalle macchine, i vetri dai giardini e i cessi rotti dai cassonetti”. Si conoscono a un festival letterario in una sperduta località meridionale e danno vita a un fitto scambio di mail, che li terrà per anni in un rapporto intenso e indefinito. Le loro comunicazioni si limitano a scambi di manoscritti e conversazioni intime ma impersonali, in cui non trovano spazio né la vita privata, né i sentimenti dei protagonisti. Si tratta di una non-storia che è destinata a rimanere in sospeso, fatta di frasi aperte e lettere senza incipit e senza saluti. Allo stesso modo rimane sospesa e non trova espressione la tensione erotica che nasce fra i due durante il loro secondo incontro. “Certe relazioni durano in eterno se tieni le mani a posto” scrive l'autrice.

Il racconto di questa serata incompleta ritorna costantemente, alternandosi a quello del presente dei personaggi e gettando la sua ombra sul loro terzo, e si presume ultimo, incontro. Dopo nove anni di scambi di mail Anna e Filippo si concedono diciannove ore da passare insieme in una stanza d'albergo. A questo punto il ritmo ciclico delle descrizioni si interrompe bruscamente, lasciando il posto un incontro di corpi intenso e risolutivo. Ma come dice il titolo, il cuore rimane in disparte, e il lettore intuisce che ciò a cui sta assistendo non è l'evoluzione di una storia ma la sua fine.

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Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi

24 Aprile 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #redazione

Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi

Il nuovo libro di Gordiano Lupi esce il 24 aprile.

Yoani Sanchez - In attesa della primavera - Anordest Edizioni - Euro 12,90

Viene Yoani in Italia a presentarlo!

Domenica 28 a Perugia - ore 19 Festival del Giornalismo

Lunedì 29 a Torino - ore 21 - Circolo dei Lettori con Mario Calabresi e Piero Fassino

Martedì 30 a Monza - ore 17 - Teatro Manzoni

La presentazione di Mario Calabresi

Due persone sono state decisive per convincermi definitivamente dell'importanza del lavoro che Yoani Sánchez porta avanti da anni: Barack Obama e il mio barbiere.

Nel 2009 Yoani inviò alla Casa Bianca sette domande sul futuro di Cuba, indirizzate al presidente Obama. Una persona qualunque poteva attendersi come replica, al massimo, due righe cortesi di ringraziamento redatte da qualcuno dello staff presidenziale. Passarono invece poche settimane e a casa di Yoani arrivò una risposta scritta di Obama, che si dilungava nel dettagliare la linea della sua Amministrazione nei confronti del regime castrista. "Il suo blog - scrisse tra l'altro il presidente alla Sánchez - offre al mondo una finestra unica per scoprire la realtà della vità quotidiana a Cuba". Il settimanale "Time" aveva già inserito poco tempo prima Yoani nella lista delle 100 persone più influenti del pianeta. Ma la mossa di Obama significava qualcosa di più, perché faceva della blogger cubana un interlocutore diretto per il governo degli Stati Uniti, un modo per l'America di raggiungere direttamente il popolo cubano. Nel nostro piccolo, noi de La Stampa da questo punto di vista avevamo preceduto il presidente americano di diversi mesi, riconoscendo l'eccezionale opportunità di capire Cuba che ci offrivano i racconti di Yoani. Il governo de L'Avana nella primavera 2009 le vietò di partecipare al Salone del Libro di Torino: l'espatrio per Yoani era solo un sogno e sarebbero passati altri quattro anni di battaglie prima che le fosse concesso di avere il passaporto e lasciare l'isola. Visto che il regime all'epoca non la lasciava andare in giro per il mondo e ostacolava in ogni modo il suo lavoro sul web, decidemmo di darle ospitalità sul nostro giornale e su LaStampa.it, diventato la casa italiana del blog "Generaciòn Y" di Yoani.

Da allora, è diventata una di "famiglia" per noi della Stampa, una testimone eccezionale che ci ha aiutato a scoprire la complessa evoluzione delle vicende cubane. Attraverso Yoani, però, sono stati soprattutto i lettori italiani a vivere l'altalena di frustrazioni e piccole e grandi conquiste che caratterizzano la vita quotidiana sotto uno degli ultimi regimi comunisti al mondo. Yoani ha storie da raccontare che colpiscono chiunque, dal presidente degli Stati Uniti alla gente comune. A farmelo capire è stato il mio barbiere. Un giorno sono entrato nel suo negozio, mi sono seduto per attendere il mio turno e sul tavolino in bella evidenza, dove di solito dominano le riviste di gossip, ho visto il libro "Cuba Libre" di Yoani. "Cosa ci fa qui?", ho chiesto al barbiere. "L'ho comprato perché ero incuriosito dall'autrice - mi ha risposto - e ho scoperto che ci racconta come si vive davvero a Cuba, senza censure. Lo tengo a disposizione dei clienti nella speranza che lo sfoglino, così il tempo che passano nell'attesa serve a qualcosa. Gli ho regalato una finestra su Cuba...". Il mio barbiere a Torino la pensava esattamente come Barack Obama a Washington. E allora buon viaggio con Yoani.

(Mario Calabresi)

"Per scoprire un autoritario cubano ditegli che l'arcobaleno è composto da sette colori, lui negherà e sosterrà che è solo rosso e verde oliva. Per scoprire un autoritario basta che gli proponiate di dialogare, fuggirà spaventato, sorpreso, e si nasconderà. Per scoprire un autoritario dovete solo notare la sua inclinazione all'insulto, la sua paura del dibattito e quella mano alzata pronta a colpire" (Yoani Sánchez).

Yoani Sánchez, laureata in filologia nel 2000, alla Università dell'Avana. Nell'aprile del 2007, crea il blog Generación Y (che le ha dato rinomanza internazionale) dove pubblica regolarmente storie di vita cubana, caratterizzate da un tono critico nei confronti del governo. È una delle più influenti voci sulla realtà cubana. Il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani ed è spesso perseguitata dalle autorità. In Italia, i suoi post sono pubblicati dal quotidiano La Stampa tradotti da Gordiano Lupi. È stata candidata al premio Nobel per la Pace 2012.

Gordiano Lupi, collabora con La Stampa per cui cura il blog di Yoani Sanchez - Generación Y www.lastampa.it/generaciony. Ha tradotto le opere di Alejandro Torreguitart Ruiz, di Guillermo Cabrera Infante, di Felix Luis Viera e di Virgilio Piñera. Ha tradotto Cuba libre di Yoani Sánchez. Ha scritto molti saggi e monografie sul cinema italiano degli anni Settanta. Sito internet: www.infol.it/lupi

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Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

22 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

La casa ai confini del tempo

Ilaria Vitali

0111 Edizioni, 2012
pp. 153
14,50


Tutti coloro che si sono accostati a “La casa ai confini del tempo” di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell’infanzia e, soprattutto, di mimesi perfetta del linguaggio infantile, così come si ritrova, ad esempio, nei libri di Niccolò Ammaniti o della scrittrice partenopea Ida Verrei. A nostro avviso, invece, si tratta di un’operazione molto più letteraria. Lo stile del testo, nella sua semplicità artefatta, è assolutamente, squisitamente, ricercato, non c’è realismo né aderenza al parlato o pensato infantile, bensì un surrealismo ricco di simboli, di allegorie: una forma studiata nei minimi particolari, che non lascia niente al caso, poetica e per nulla puerile.

L’undicenne Zoe passa un’estate nella casa dei nonni, in riva al grande fiume, nella pianura padana calda, languente e assolata. Intorno la vita scorre, è il 1992, tangentopoli spazza via la prima repubblica, ma Zoe e la sua famiglia sono sospesi in una bolla. I personaggi principali sono Zoe stessa, la madre, i nonni, l’amico vicino di casa, il di lui padre. Alcune comparse entrano ed escono di scena come attori su un palco: la cugina Iris, i carabinieri, gli zingari. Non c’è niente di realistico, niente di “normale” in ciò che accade, tutto ha un significato nascosto.
C’è un’altra figura che giganteggia nella sua assenza, e si ridimensiona - addirittura si schiaccia - nella sua ritrovata presenza: il padre di Zoe, il perno della storia, colui che, con la sua condotta, ha messo in moto la catastrofe, ha provocato il rimosso, quella che la madre di Zoe ora chiama “la traversata”.
“Da un po’ di tempo succede che le cose mi parlano”, esordisce Zoe. Sì, le cose parlano a chi sa ascoltare, le cose hanno aspetti nascosti, surreali, come in quadro di Magritte o di De Chirico. La casa è “una casa treno” capace di spostarsi su una linea ideale che dovrebbe portare avanti, nel futuro, ed invece torna sulle orme di un passato cancellato, rimosso. La caffettiera sanguina, le scale si rompono, i muri si crepano, i tulipani si suicidano. Anche Zoe stessa guarda la realtà da una prospettiva irreale, facendo la verticale contro il muro a testa in giù, o rimanendo immobile e muta come l’erba.

Comunque, il fatto delle cose che mi parlano succede da qualche mese. Da quando ho compiuto undici anni, per la precisione. Di notte, per esempio, sento strani rumori. Lo so che sono loro. È legno che scricchiola, muro che crepa. Il tavolo vuole tornare albero e il cemento sabbia di mare.” (pag 6)

La ragazzina cresce, scopre il mondo dei grandi, razionalizza e ironizza ma lo fa in un modo che, pericolosamente, sfiora la possibilità della follia. Manca poco a che le cose parlanti si trasformino in pericolose voci nella testa, che l’immobilità del fingersi erba diventi mutismo irreversibile.
A salvarla, però, c’è Mujo, “un’oasi di luce nel buio”, lo zingaro, il reietto, l’anima nella quale Zoe si riconosce e che la tiene avvinta alla realtà.

“Io e Mujo siamo quasi sui binari, i nostri passi bucano il buio, sicuri. Ormai nessuno può fermarci. Questo è il kairos, il momento giusto.”(pag 151)

Kairos, dunque, e non un amoretto infantile qualunque, non i primi battiti del cuore.
“Questa notte soffia il vento in un posto dove il vento non soffia mai e ogni cosa è concessa.” (pag 151)

Eppure, questa narrazione tutta simboli e segni, questo “mandala profano disegnato dal caos”, come lo definisce l’autrice stessa, è anche terribilmente avvincente, ti trascina da un breve capitolo all’altro, nell’attesa dell’epifania, della rivelazione che rende quell’estate così diversa dalle altre e fa sì che le cose parlino a Zoe. È l’evento che dovrà accadere, l’enigma da svelare, l’imponderabile che si concretizza nella sineddoche di un braccialetto, di una linea sul muro a delimitare una crescita bloccata metà.
Ed è anche questo linguaggio così pieno di significati, spigliato e divertente, ironico e godibile, a riprova di un talento narrativo pieno di promesse ma già maturo e affilato, di quelli che, di solito, non ti aspetti in un esordiente.

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"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto

19 Aprile 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto

"Le Primavere di Vesna"

di Ida Verrei

Fabio Crice Editore

pp.189

Euro 15,00

Recensione di

Paolo Basurto

Tutto sembra una storia vera, in questo bel romanzo di Ida Verrei. La storia di una donna. La parabola della sua vita. Un lungo flash back. Una partenza e un ritorno. Un viaggio nella memoria. Un viaggio nel viaggio vero che la porterà al matrimonio della sua prima figlia.”

"Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative. Un’immagine un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza, o di un ineluttabile ritorno al passato.

Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo metallico e canta con il frastuono ritmico del suo sferragliare. Il treno, sempre presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.”

Ma la storia di Liana è solo in apparenza una storia di donna. Una storia quasi normale di amore, separazione, speranza e delusione. Liana è anche Vesna. Le sue primavere sono la sottile e diffusa simbologia che intride, con pudore al limite della timidezza, il tessuto dell’intera narrazione.

“Le Vesnas sono figure fantastiche legate alla giovinezza e alla primavera. Sono donne belle e sapienti, che vivono in splendidi palazzi in cima alle montagne. Un incantesimo permette loro di uscire e raggiungere la valle solo in un certo periodo dell’anno. Il loro arrivo porta la primavera.”

Dunque è la mitologia di sentimenti elementari che si intrecciano e diventano complessi. La magia delle emozioni che risolve le contraddizioni della curiosità della vita in un ottimismo innocente che sa di meritare la felicità. E’ questa la trama vera del racconto. Il riscatto della voglia di vivere. L’energia semplice e intensa della voglia di libertà e di amore. Il recupero delle occasioni perdute. Il desiderio di non avere rimpianti, il piacere puro di voler bene, di voler il bene dell’altro. La tentazione di castigare la cattiveria e la crudeltà. Lo stupore per l’insensibilità e l’egoismo. La paura delle maledizioni del destino, che ha il viso grinzoso di una strega ma che nonostante la fame che la spinge all’elemosina, non ha il coraggio di mentire nella divinazione del dolore fino alla terza generazione.

I personaggi della storia, non sono mai marginali. Buoni e cattivi allo stesso tempo, sono coinvolti nello scenario sconvolto della guerra e del dopo, alla ricerca delle loro primavere. L’egoismo non manca. Un egoismo umanissimo e quotidiano. Descritto con reticenza, come se lo si volesse scusare; con rammarico. Un marito che inganna se stesso, innanzitutto, per non ammettere la verità del tradimento,del disonore della fuga, della sofferenza che infligge, rompendo la sua famiglia e riducendola in più pezzi doloranti, è pur sempre un uomo che ama, che ha amato, che sa amare, che cerca la sua primavera con le lacrime agli occhi. Qualcuno da compatire, non da condannare. Dopo la protagonista è forse il personaggio più presente anche quando il suo ruolo è implicito. Gli effetti delle sue azioni affiorano in tutta la narrazione. Ma non c’è un genio del male né un colpevole. C’è un uomo che ha paura, che si libera da tutto ciò che gli impedisce di nuotare verso una nuova spiaggia dopo il naufragio che la guerra ha fatto dei suoi ideali giovanili. Anche a lui viene riconosciuto, auspicato, il diritto di ricominciare.

Vesna è il simbolo di questo diritto. Un diritto di tutti. Il suo viaggio nell’incarnazione di Liana, è anche il viaggio di una liberazione silenziosa e lunga, dai condizionamenti culturali, dagli affetti possessivi, dalle oscurità dei ricatti. Il mondo dell’adolescenza si nutre di bellezze naturali, di semplicità familiare. Si esprime in veneto-sloveno e alimenta la fantasia con la sua mitologia. Vesna viene da questo mondo. Suo malgrado, attraverserà l’italia per seguire un destino segnato dalla

profezia di una zingara. Da allora una figura di suocera, subito temuta, dominerà il difficile acclimatarsi al mondo meridionale, delle convenzioni e dei formalismi. Ma anche questo personaggio ha la sua umanità accattivante e sarà l’unico a capire Liana e a cercare di salvarla con prudenti quanto inutili consigli. La luce di Vesna, insomma, si proietta su tutti, ispessendo i chiaroscuri ed evitando la sommarietà dei tratti senza sfumature.

Come nel suo precedente romanzo, Un, due, tre, stella!, Ida Verrei, dipana il racconto con agile continuità. Le descrizioni abbondano, ma la poesia che le ispira le rende leggere e autonome. La narrazione si gode senza sforzi fino a quando la trama avvolge il lettore e lo costringe a scoprire i numerosi messaggi dei simboli che percorrono le parole e le illuminano di novità come gocce di luce.

Il sospetto di una forte ispirazione autobiografica è dovunque presente, ma si trasfigura e si riscatta in una immaginazione creativa che legittima a sperare molte cose buone da un’autrice che ha trovato nello scrivere la sua Vesna.

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Edmondo De Amicis, "Cuore"

17 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #poli patrizia, #saggi

Cuore

Edmondo De Amicis

Garzanti , 1968

 

 

“Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di malavoglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica faticavano a tener sgombra la porta.”

 

No, non siamo in Diagon Alley. No, non ci sono Harry, Ron e Hermione che, frettolosamente, fanno gli ultimi acquisti di bacchette e scope magiche prima di prendere il treno per Hogwarts.

Eppure la sensazione è la stessa: il formicolante inizio di un nuovo anno scolastico che sarà pieno di novità, di promesse, ma anche di difficoltà. Enrico Bottini non è Harry Potter e Torino non è Londra ma anche lui, per crescere, dovrà scontrarsi con una realtà non sempre piacevole, non sempre corrispondente a quelli che sono i sogni di un bambino. E il successo di questo romanzo, almeno in Italia, fu paragonabile a quello della saga inglese.

Libro Cuore, dunque, non solo Cuore, “il libro” per antonomasia, capace di rimanere nell’immaginario collettivo come emblema della didattica morale.

Pubblicato nel 1886 dalla casa editrice milanese Treves, "Cuore" di Edmondo De Amicis (1846 - 1908) racconta, sotto forma di diario, l’anno scolastico di una terza elementare torinese, con il protagonista Enrico Bottini, i compagni di scuola di quest’ultimo, più altri caratteri di contorno. Chi non ricorda il buon Garrone e il perfido Franti, il muratorino muso di lepre, il gobbino Nelli, il superbo Nobis, il maestro Perboni - solitario e dabbene - la maestrina dalla penna rossa? Alcune figure sono diventate tipiche, come Derossi, sinonimo ormai di primo della classe.

Quella classe diventa la finestra da cui si guarda l’Italia dell’ultimo ottocento”, afferma il Cappuccio. Oltre agli alunni, ai bidelli e agli insegnanti, si affacciano nella storia le famiglie, con le loro diverse appartenenze sociali, con i loro mestieri, le loro miserie e nobiltà. Vi è rappresentata Torino, con le strade, le piazze, il circo, i soldati che sfilano, ma vi è raccontata anche l’Italia postunitaria o, almeno, vi è l’intento d’inventarla attraverso un’operazione di amalgama, di fusione.

L’aula è una zona franca interclassista, nella quale convivono piccolo e alto borghesi, operai e sottoproletari. Il maestro Perboni, i genitori, cercano di stabilire e inculcare un codice comune di valori da condividere, basati sul trittico Dio, Patria, Famiglia. Un faticoso tentativo di accordo in un’Italia appena fatta che, purtroppo, resterà disuguale e disunita ancora troppo a lungo.

 

Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni, e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.”

 

L’intento educativo è debordante in ognuno degli episodi ma, soprattutto, nei famosissimi racconti mensili a carattere risorgimentale, patriottico, edificante. Arcinoti La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande, Il piccolo scrivano fiorentino, etc, letti e riletti dai bambini di ogni epoca, ancora capaci di strappare una lacrima a nonni e nipoti. E, tuttavia, questi stessi racconti dall’intento moralistico e didattico gettano un occhio alla questione sociale, occupandosi della vita militare, della condizione degli insegnanti elementari, dell’emigrazione.

La critica ascrive De Amicis al manzonismo minore, lo considera un autore mediocre per la prosa piana e discorsiva, l’intento troppo scoperto di elevazione morale, il “corto respiro” della narrazione. Se ne sono fatte decine di parodie, Umberto Eco ha addirittura ribaltato la prospettiva nel suo “elogio di Franti”, dove il cattivo è eletto a unico baluardo sovversivo contro una società mediocre che svilupperà il fascismo. Eppure il librone, almeno per quelli delle passate generazioni, restava una pietra miliare, da tenere sulle ginocchia e leggere insieme a mamme e nonne, commuovendosi per certi eroismi che sfociavano sempre nell’estremo sacrificio di sé, in quel clima funebre che doveva essere comune in un’epoca nella quale la mortalità infantile era alta e le infezioni abbassavano la speranza di vita dei cittadini. Un clima che era, tuttavia, anche di grande fiducia nel futuro, nel progresso, nel miglioramento al quale sembrava inevitabile andare incontro, grazie soprattutto alla diffusione della cultura e dell’alfabetizzazione.

 

“Immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, è la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.”

 

C’è da chiedersi, in questi giorni bui, dove siano finiti certi ideali.

 

 

Today first day of school. Those three months of vacation in the countryside passed like a dream! My mother took me to the Baretti section this morning to get me enrolled for the third grade: I thought about the countryside, and I was reluctant. All the streets were teeming with boys; the two bookseller shops were crowded with fathers and mothers who bought backpacks, folders and notebooks, and in front of the school there were so many people, that the janitor and the civic guard struggled to keep the door clear. "

 

No, we are not in Diagon Alley. No, there are no Harry, Ron and Hermione who hastily make the last purchases of magic wands and brooms before taking the train to Hogwarts.

Yet the feeling is the same: the tingling start of a new school year that will be full of news, promises, but also of difficulties. Enrico Bottini is not Harry Potter and Turin is not London but he too, in order to grow, will have to face a reality that is not always pleasant, not always corresponding to what a child's dreams are.

And the success of this novel, at least in Italy, was comparable to that of the English saga.

Libro cuore, therefore, not only Cuore, "the book" par excellence, capable of remaining in the collective imagination as an emblem of moral teaching.

Published in 1886 by the Milanese publishing house Treves, "Cuore" by Edmondo De Amicis (1846 - 1908) tells, in the form of a diary, the school year of a third elementary school in Turin, with the protagonist Enrico Bottini, his classmates, plus other minor characters. Who does not remember the good Garrone and the perfidious Franti, the Muratorino with the hare face, Nelli the hunchback, the superb Nobis, the master Perboni - solitary and worthy - the teacher with the red feather. Some figures have become typical, such as Derossi, now synonym of top of the class.

 

"That class becomes the window from which we look at Italy in the late nineteenth century," says Cappuccio. In addition to the pupils, the janitors and the teachers, families, with their different social affiliations, with their trades, their miseries and nobility, appear in history. Turin is represented, with the streets, squares, the circus, the soldiers parading, but post-unification Italy is also shown or, at least, there is the intention of inventing it through an amalgamation, a merger .

 

The classroom is an interclass free trade zone, in which small and high bourgeois, workers and subproletarians coexist. Maestro Perboni, the parents, try to establish and inculcate a common code of values ​​to share, based on the trinity God, Homeland, Family. A tiring attempt to reach an agreement in a newly made Italy which, unfortunately, will remain unequal and disunited for too long.

 

Remember well what I tell you. In order for this to happen, that a Calabrian boy was like in his home in Turin, and that a Turin boy was like at home in Reggio Calabria, our country fought for fifty years, and thirty thousand Italians died. You must respect yourselves, love each other among yourselves; but who of you offended this companion, because he was not born in our province, would make himself unworthy of ever raising his eyes from the ground when a tricolor flag passes. "

 

The educational intent is overflowing in each of the episodes but, above all, in the famous monthly stories of a Risorgimental, patriotic and edifying nature. Well known The little Lombard lookout, From the Apennines to the Andes, The little Florentine scribe, etc, read and reread by children of all ages, still capable of bringing tears to the eys of grandparents and grandchildren. And, however, these same stories with a moralistic and didactic intent offer a glimpse of the social question, dealing with military life, the condition of elementary teachers, emigration.

The criticism ascribes De Amicis to the minor Manzonism, considers him a mediocre author for his flat and discursive prose, the too open intention of moral elevation, the "short breath" of the narrative. Dozens of parodies have been made, Umberto Eco has even reversed the perspective in his "praise of Franti", where the villain is elected as the only subversive bulwark against a mediocre society that will develop fascism. Yet the book, at least for those of past generations, remained a milestone, to be kept on the knees and read together with mothers and grandmothers, moved by certain heroisms that always resulted in the extreme self-sacrifice, in that funeral atmosphere that had to be common at a time when infant mortality was high and infections lowered citizens' life expectancy. A climate that was, however, also of great confidence in the future, in progress, in the improvement which seemed inevitable, thanks above all to the spread of culture and literacy.

"Imagine this vast swarming of boys of a hundred peoples, this immense movement of which you are a part, and think: - If this movement ceased, humanity would fall into barbarism; this movement is the progress, the hope, the glory of the world. - Courage then, little soldier of the immense army. Your books are your weapons, your class is your team, the battlefield is the whole earth, and victory is human civilization. Don't be a cowardly soldier, my Enrico. "

There is a question, in these dark days, where certain ideals have gone.

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Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"

14 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"

Rosa Malcontenta

Aldo Dalla Vecchia

Sei Editrice, 2013

pp 111

8,00

“Rosa Malcontenta" di Aldo Dalla Vecchia, caso letterario nato sul web, poi riadattato per il teatro, e infine approdato al cartaceo grazie al premio In Primis della Sei editrice, ti afferra fin dalla prima riga e ti fa precipitare in un niente apparente. Un niente dal quale non esci più, fino a che non hai esaurito l’ultima parola. Capoversi, frasi che iniziano e poi finiscono come in una poesia. Dentro c’è tutto, la vita di ognuno di noi, la vita di Rosa e di suo marito Martino, nella provincia veneta di qualche decennio fa.

Un raccontare paratattico portato alle estreme conseguenze, con un minimalismo affinato nei particolari che non impoverisce la materia ma anzi la esalta, la rende più significativa. Come importanti, se ci pensiamo, sono le piccole cose della nostra esistenza, quelle che poi ricorderemo, anche a distanza di anni.

“È uscito con i capelli tirati all’indietro e lisciati con la gommina.

Indossava una maglietta bianca a costine e mutandoni alla coscia.Aveva esagerato con il profumo.” (pag 3)

Un minimalismo pregno, dunque, di cose non dette eppure essenziali, tali da annichilire se ignorate.

Rosa e Martino si conoscono, si sposano, hanno due figli, Adri e Ruben, un’azienda, un giro di parenti, una vita normale, da persone senza pretese né cultura, ma dietro, sotto, dentro, covano dolori, che spesso procedono dal non detto, come l’omosessualità mai esplicitata di Adri. Se uno sa guardare, però, in questa vita normale, in queste “cose da niente”, ci sono increspature, lacerazioni, correnti sotto gli occhi di tutti ma di cui si evita di parlare. Non lo dico quindi non c’è, non sussiste.

Non c’è la pazzia di Lucia, non c’è il ritardo mentale di Achille, Adri non è un bambino solo, debole, effeminato. Non esistono nemmeno gli uomini con cui Rosa si consola da vedova, con brevi, inconcludenti, storie. E non esiste il dolore lacerante della perdita di un marito, della morte di un figlio. Non viene mai confessato, concretizzato. Eppure monta, parola per parola, particolare per particolare, fino a che non deflagra.

Il romanzo si chiude come si è aperto, sulla mancata felicità di Rosa, preconizzata dal marito col soprannome “Malcontenta”, senza sapere che accompagnerà tutta la vita della moglie, incapace d’ignorare i segnali sotterranei, l’oscurità latente, incombente.

“Mio marito per prendermi in giro mi chiamava Malcontenta, perché prima di sposarmi abitavo a Malcontenta, in provincia di Venezia, dal nome della villa del Palladio.” (pag.5)

Rosa non ammette mai la sua angoscia, che esplode solo nel sogno, regno dell’inconscio, del “non detto”.

“Il latte era sempre più dolce e sempre più caldo, e io non ero mai sazia, e non ce la facevo a staccarmi. Adri continuava a guardarmi e a sorridere, e il latte non finiva mai.

In quel momento sentivo che ero finalmente felice.” (pag 111)

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Ricami notturni di Maria Grazia Porceddu post di Adriana Pedicini

12 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Ricami Notturni

di Maria Grazia Porceddu

Edizioni Melagrana, 2012.

Il testo ha una storia lunga e tortuosa. I singoli racconti e frammenti sono stati scritti dall’autrice diversi anni fa, abbandonati e poi ripresi, rielaborati e ordinati in un’idea di raccolta. Frammenti e racconti ricalcano la passione per la letteratura gotica e le creature della notte, con la lieve e venefica solitudine e nostalgia che esse si portano dietro. Lo stesso titolo, è tessuto sulla tela emozionale delle suggestioni che la notte traccia. Storie ‘spezzate’, ma unite lungo un unico filo conduttore che si concretizza nel binomio inscindibile di Amore & Morte. Tanti protagonisti per un solo volto. Tante sfaccettature per un solo ‘punto di vista’. Nella notte, palcoscenico dove nascono e si realizzano storie e frammenti, vivono le creature più inquietanti e suggestive come fantasmi, streghe, vampiri. Uno scenario claustrofobico, come quello nel quale si consuma “il suicidio della vergine”, le voci bibliche e leggere delle “nuvole spettrali” nella “leggenda di Emily” sono solo alcuni esempi della forza evocativa, viandante e disperante della letteratura di questa straordinaria interprete di Blake e di un campo, per certi aspetti poco conosciuto, di immaginazione femminile.

Scritto per Maria grazia Porceddu in occasione della presentazione del suo libro Ricami notturni.


"Tutto si è disposti a fare per seduzione, come Pan con Selene, la risplendente.
Ma noi siamo uomini. Grazia immota è la  nostra libertà. Una vitalità stentata, che si erge sul monte della lontananza. Neve o rugiada del pensiero.Dormire per non morire. Svegliarsi e morire. Dopo una notte, cento notti insieme".

Felice Casucci, Presidente della Fondazione Gerardino Romano.

L’autrice
Maria Grazia Porceddu, dopo lunga esperienza di lavoro di redazione, da qualche anno si dedica a un giornalismo specializzato nel campo dell’arte e della letteratura. Ha curato la comunicazione di manifestazioni teatrali e letterarie di rilevanza nazionale. Cofondatrice del blog Sanniolife collabora attualmente con il quotidiano Ottopagine. Attiva nell’ambito sociale, è membro di diverse associazioni. Premio alla carriera 2012 nell’ambito del ‘Premio Internazionale Città di Pomigliano’, organizzato dal salotto culturale ‘Tina Piccolo’.

 

“La notte dei sentimenti e i sentimenti della notte”:  il confronto fra due autrici

 

 

“La notte come simbolo del tempo ancestrale da cui si sono originati pensieri luminosi ed occulte sensazioni, emozioni da dispiegare e segreti dell’anima. Ma anche notte come “spazio” antitetico alla luce in cui prendono forma le atmosfere e suggestioni che si materializzano in pensieri, emozioni, sensazioni, figure inquietanti e malinconiche, fragili ed estreme, come fragili ed estremi sono i personaggi, i luoghi che dalla complessità della vita si sedimentano e vanno ad abitare l’animo, incidendovi segni di morte, segni di vita, segni di amore. Tante sfaccettature che la memoria, la fantasia, l’immaginazione sanno creare con grande fascino e suggestione”. A. P.

 

 

L'incontro

 

Si è svolto giovedì, 28 giugno 2012, presso la libreria Masone “il confronto letterario” fra Adriana Pedicini con “I luoghi della memoria” (Arduino Sacco Editore) e Maria Grazia Porceddu con “I ricami notturni” (Edizioni Melagrana).

Le due scrittrici sannite, affiancate dalla moderatrice Elide Apice, hanno giocato a riaprire la scatola dei ricordi e a incollare pezzi di notti permeate di inchiostro, per scoprirsi parte di due mondi paralleli. E’ stato un pomeriggio di scrittura condivisa, tra la letteratura gotica della Porceddu e quella meditativa della Pedicini, in cui le immagini della loro vita sono uscite dagli orli della carta per imprimere un’emozione a chi, come me, è stata lì a scivolare sulla “parola” dalla pronucia dolce.

Si è discusso di Notti insonni, laddove il silenzio prende forma e si dissolve in pensiero, disegna un racconto, una poesia, un personaggio, schiarisce un’immagine sfocata dal passato o tenta di sporgersi sull’oscurità la cui luna soltanto conosce le sue estremità.

Questo fanno gli scrittori in attesa del mattino: si alleano con la solitudine, invitano l’istante al loro viaggio, si cucinano un piatto di domande e le digeriscono su un foglio, affidano al cielo piogge di lacrime, sanguinano di amore, muoiono di confusione e scrivendo rivivono.

Tocca a voi lettori ora , immergervi nella notte.

 

Francesca De Michele

 

Ricami notturni di Maria Grazia Porceddu post di Adriana Pedicini
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