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recensioni

Carlo Collodi, "Le Avventure di Pinocchio"

22 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Le avventure di Pinocchio Carlo Collodi

Licinio Cappelli editore Bologna, 1964

Il fiorentino Carlo Lorenzini (1826 – 1890), più noto al pubblico di grandi e piccini col nome di Collodi, mutuato dal paese materno, fu patriota delle guerre d’Indipendenza ma anche libraio, recensore, editore. Tradusse le fiabe francesi, fra le quali quelle celeberrime di Perrault. Diviso fra evasione e impegno, fra satira caricaturale della società e fuga nel fiabesco e nella fantasia, redasse numerosi testi ma il più famoso, quello per il quale è rimasto nell’immaginario collettivo, è “Le Avventure di Pinocchio”, scritto nel 1881 e pubblicato nel 1883. Con questo romanzo, uscito a puntate sul “Giornale per i bambini”, è stato capace di creare un personaggio immortale, quasi un archetipo junghiano: il burattino di legno che diventa bambino alla fine della storia come ricompensa per la buona condotta, modello del discolo dal cuore tenero, del bugiardo fantasioso. La diffusione del testo è stata enorme, da quando i diritti dell’opera sono scaduti, non si contano nemmeno più le traduzioni in tutte le lingue del mondo. Molte espressioni del libro sono diventate di uso comune, come “ridere a crepapelle” (dalla scena del serpente che muore per le risate) o “le bugie hanno le gambe corte e il naso lungo”, o “acchiappacitrulli”. In bilico fra romanticismo e verismo, fra romanzo dai toni gotici (vedi l’impiccagione e gli spaventosi conigli becchini) e le miserie popolari dickensiane, è essenzialmente una narrazione picaresca con intento morale. La storia si svolge in un luogo imprecisato, a nord di Firenze, in un paese povero, animato da personaggi quasi verghiani, che conoscono una fame cronica.

“Intanto incominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva mangiato nulla, sentì un’uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all’appetito. Ma l’appetito nei ragazzi cammina presto; e difatti dopo pochi minuti l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si convertì in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello. Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c’era una pentola che bolliva e fece l’atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come restò. Il suo naso, che era già lungo, gli diventò più lungo almeno di quattro dita.

La pentola dipinta è simbolo di un mondo di gente che s’ingegna con la fantasia per sopperire alle mancanze e a una vita di stenti, che trova buone anche bucce e torsoli perché li condisce col sale dell’appetito, che insegna ai propri figli a mettere da parte vizi, capricci ed esigenze ma, soprattutto, è un simbolo d’immaginazione creativa, di libertà dal bisogno contingente. A differenza del quasi contemporaneo “Cuore” di Edmondo de Amicis, del 1886, i toni romantici sono stemperati e gli ammonimenti morali fusi nelle figure, nei personaggi, nelle scene, nelle avventure. Il libro si basa tutto sui due poli dell’ordine e del disordine, fra il movimento anarcoide del burattino e uno statico rientro nei ranghi, fra la via maestra della morale e i viottoli secondari della fantasia.

“Se fossi stato un ragazzino perbene, come ce n’è tanti; se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa di un contadino.”

L’insegnamento morale, l’educazione, i gendarmi, il giudice, la fata turchina, il “povero babbo”, tutto tende a istillare nel burattino sensi di colpa, a riportarlo sulla retta via, a reintegrarlo nel sistema, a fargli abbandonare l’infanzia per la maturità, per un grigio divenire uomo. Nella prima versione Pinocchio moriva, come conseguenza della sua dissennatezza e il romanzo si concludeva con la sequenza dell’impiccagione. Tuttavia, quelle stesse figure che assolvono il compito di guida e d’indirizzo morale, sono anche fortemente caricaturali e lasciano trapelare l’insofferenza dell’autore per un certo tipo di educazione rigida e soffocante del talento del bambino. E, infatti, l’accoglienza del testo non fu immediata, ne fu sconsigliata la lettura ai ragazzi di buona famiglia, in particolare suscitò scandalo il coinvolgimento dei carabinieri. Ma quanta nostalgia prova il lettore, e anche l’autore stesso, per il burattino vivacissimo, bugiardo - dove per bugia intendiamo anche il libero dispiegamento di una fantasia creatrice e redentrice della misera realtà – il burattino dagli occhi maliziosi, dalle gambe ballerine, che svicola e si caccia neri guai?

- E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto? - Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: - Com'ero buffo, quand'ero un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene

Che Pinocchio sia contento non traspare certo dalla malinconia generale di cui è avvolta la scena, che sa di commiato, di funerale, a contrasto con l’allegria delle impertinenti marachelle e delle ribellioni. La bugia più grossa Pinocchio la dice a se stesso, negando la propria natura per conformarsi a un ideale che non sente suo ma al quale si piega per convenienza e per dovere, per spirito di sacrificio e abnegazione. Sacrificio, abnegazione, senso del dovere che hanno costituito per troppo tempo l’unico fondamento dell’educazione e che oggi, al contrario, sono spariti nel nulla. La discesa nel ventre della balena può apparire ai lettori odierni un simbolo ovvio ma non lo era per quei tempi. Ci sarebbero voluti ancora tredici anni, infatti, perché Freud parlasse di psicanalisi e inconscio. Il linguaggio dell’opera è vivo, popolare, ricco di fiorentinismi e di proverbi poi entrati nella lingua comune. Pinocchio di Collodi è stato uno dei libri più imitati. Si sviluppò anche una letteratura parallela – quasi una fanfiction – con protagonista il burattino, che prese il nome di “Pinocchiate”. Nel 36 Tolstoj ne scrisse una versione alternativa che si discosta molto dall’originale. Nel 1940 Disney ne fece una celebre trasposizione a cartoni animati. Da ricordare anche l’adattamento de “Le fiabe sonore “dei fratelli Fabbri, con la voce di Paolo Poli, lo sceneggiato di Comencini del 1972 e, più recentemente, il film di Benigni.

 

The Florentine Carlo Lorenzini (1826 - 1890), better known to the public of young and old with the name of Collodi, borrowed from his mother's country, was a patriot of the wars of Independence but also a bookseller, reviewer, publisher. He translated French fairy tales, including Perrault's most famous ones.

Divided between escapism and commitment, between caricatural satire of society and escape into the fairytale and fantasy, he wrote numerous texts but the most famous, the one for which he remained in the collective imagination, is The Adventures of Pinocchio, written in 1881 and published in 1883. With this novel, published in installments in the "Giornale per bambini", he was able to create an immortal character, almost a Jungian archetype: the wooden puppet who becomes a child at the end of the story as a reward for good conduct , model of the tender hearted urchin, of the imaginative liar. The spread of the text has been enormous, since the rights of the work have expired, the translations in all the languages ​​of the world are innumerable. Many expressions in the book have become commonplace, such as laughing “a crepapelle" (from the scene of the snake dying from laughter) or "the lies have short legs and long noses", or "acchiappacitrulli".

Poised between romance and realism, between gothic-toned novel (see the hanging and the scary gravediggers rabbits) and the popular Dickensian miseries, it is essentially a picaresque narrative with moral intent. The story takes place in an unspecified place, north of Florence, in a poor country, animated by almost Verghian characters, who know a chronic hunger.

 

"Meanwhile, night began to fall, and Pinocchio, remembering that he hadn't eaten anything, felt something in his stomach, which looked very much like appetite.

But the appetite in boys grows; and in fact after a few minutes the appetite became hunger, and the hunger, rapidly , turned into a huge hunger, a hunger to be cut with a knife.

Poor Pinocchio immediately ran to the hearth, where there was a pot that was boiling and made the act of uncovering it, to see what was inside, but the pot was painted on the wall. Imagine how he  felt. His nose, which was already long, became at least four fingers longer. "

 

The painted pot is a symbol of a world of people who are ingenious and posess the imagination to make up for shortcomings and a life of hardship, who also find peels and cores good because it season them with the salt of appetite, who teach their children to put aside vices, whims and needs but, above all, it is a symbol of creative imagination, of freedom from contingent need.

Unlike the almost contemporary "Cuore" by Edmondo de Amicis, from 1886, the romantic tones are tempered and the moral warnings fused in the figures, characters, scenes, adventures. The book is all based on the two poles of order and disorder, between the anarchoid movement of the puppet and a static return to the ranks, between the main road of morality and the secondary paths of fantasy.

 

"If I had been a decent boy, like there are many; if I had wanted to study and work, if I had stayed at home with my poor father, at this hour I would not be here, in the middle of the fields, playing the guard dog of a farmer's house. "

 

The moral teaching, the education, the gendarmes, the judge, the blue fairy, the "poor father", everything tends to instill guilt in the puppet, to bring him back to the right path, to reintegrate him into the system, to make him abandon childhood for maturity, for a gray becoming man. In the first version Pinocchio died, as a consequence of his foolishness and the novel ended with the hanging sequence. However, those same figures who fulfill the role of guide and moral direction are also highly caricatured and reveal the author's intolerance for a certain type of rigid and suffocating education of the child's talent. And, in fact, the reception of the text was not immediate, it was not recommended to read it to the children of a good family, in particular the involvement of the carabinieri provoked scandal.

But how much nostalgia does the reader, and also the author himself, feel for the very lively, lying puppet - where by lie we also mean the free deployment of a creative and redeeming fantasy out of miserable reality - the puppet with mischievous eyes, with ballerinas legs, who wiggles his way out and chases troubles?

 

- And where did the old wooden Pinocchio hide?

"There he is," replied Geppetto; and he pointed to a large puppet leaning against a chair, with his head turned to one side, with his arms dangling and his legs crossed and folded in the middle, it seems a miracle if he was standing.

Pinocchio turned to look at him; and after he looked at him a little, he said to himself with great complacency:

How funny, when I was a puppet! ... and how happy I am now to have become a decent boy -

 

That Pinocchio is happy certainly does not show through the general melancholy of which the scene is enveloped, which hints at farewell, at funeral, in contrast with the cheerfulness of impertinent pranks and rebellions. Pinocchio tells the bigger lie to himself, denying his own nature to conform to an ideal that he doesn't feel his but to which he bends for convenience and duty, for spirit of sacrifice and self-denial. Sacrifice, self-sacrifice, sense of duty that have been the only foundation of education for too long and which today, on the contrary, have disappeared into thin air.

The descent into the whale's belly may appear to today's readers as an obvious symbol but it was not so for those times. It would still have taken thirteen years for Freud to talk about psychoanalysis and the unconscious.

The language of the work is alive, popular, full of Florentinisms and proverbs which then entered the common language.

Pinocchio by Collodi was one of the most imitated books. A parallel literature also developed - almost a fanfiction - starring the puppet, which took the name of "Pinocchiate". In 36 Tolstoy wrote an alternative version that differs greatly from the original. In 1940 Disney made it a famous cartoon transposition. Also noteworthy is the adaptation of "The fairy tales" by the Fabbri brothers, with the voice of Paolo Poli, Comencini's 1972 drama and, more recently, Benigni's film.

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"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni

15 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni

Paolo Mantioni

Il Respiro del Fiume

Patrizia Poli

libro pubblicato dall'autrice, 2010


Urmilla Zarullah è una bambina di 11 anni rimasta sola al mondo: l’adorata madre è appena morta e lo sconosciuto padre è in qualche altrettanto sconosciuta prigione dell’immensa India, a scontare una pena per un delitto non commesso. È una bambina coraggiosa, intraprendente e intelligente, figlia di una indù e di un musulmano (un paria, un intoccabile), è stata allevata secondo i dettami della spiritualità indù e, crescendo, ne sarà sempre una convinta seguace. Prima di essere affidata alla missione cristiana di Rangapore, retta da Padre Franz, un giovane prete tedesco, e suor Chandra, indiana, riesce a far visita al nonno, bramino di un tempio indù dei paraggi, che però, nonostante il ritrovato affetto, non può tenerla con sé perché “impura”, intoccabile. Qualche anno più tardi la stessa Urmilla è una bella fanciulla indiana che durante le abluzioni rituali nel Gange viene inquadrata dall’obiettivo fotografico di un giornalista italiano, Marco Ferrari, che se ne innamora. Nel frattempo Urmilla è diventata un’attiva animatrice della missione cristiana e si occupa dell’istruzione dei bambini che ospita, e a sua volta studia con grande profitto da medico. Marco Ferrari le promette di ritrovare il padre e parte alla sua ricerca. Ma la missione è colpita da un’epidemia di colera che uccide tutti i bambini tranne il sordomuto Kabir, mettendo a dura prova la fede cristiana del prete e scuotendo dal profondo la serenità di Urmilla. Dal baratro del più profondo sconforto, Padre Franz e Urmilla confessano a se stessi di amarsi non solo d’amore fraterno e si abbandonano ad una notte d’amore. Le conseguenze sono drammatiche: Padre Franz è sconvolto e sembra far pesare alla ragazza le devastazioni psicologiche del suo rimorso; Urmilla scopre di essere incinta, abbandona il nonno, il prete, Kabir, la missione, gli studi, abortisce e si trasferisce nella lontana Agra, dove lavora, disfatta e sconsolata, come guida turistica.

Altre rinascite e altre tragedie si succederanno nella vita di Urmilla e in quella degli altri personaggi, secondo un ciclo che appare eterno come il “respiro del fiume”, che dà il titolo al romanzo. E altre rinascite e altre tragedie si possono ragionevolmente immaginare anche dopo il finale iscritto sotto il segno della conciliazione religiosa e della pacificazione personale. I dissidi religiosi, la millenaria mentalità delle caste (che, si ricorderà, sono state il cruccio degli ultimi anni di vita di Gandhi e il movente del suo assassinio) e la disperata povertà continueranno a rodere dall’interno le vite degli individui.

Con il suo romanzo Patrizia Poli offre al lettore una conoscenza di prima mano (i dettagli e il contesto in cui sono inseriti non credo possano ingannare) di un mondo e di una tradizione spirituale spesso altezzosamente avvicinati solo per sentito dire, per luoghi comuni e per approssimazioni o, viceversa, entusiasticamente accolti come la panacea di tutti i mali occidentali. Sul piano dell’espressione, dello stile, della composizione, delle figure, il romanzo non offre particolari originalità: si tratta di una narrazione corale, di stampo tradizionale, dove ogni personaggio ha diritto al suo punto di vista, determinando la varietà del racconto e delle prospettive, e dove la terza persona onnisciente non impone un suo peculiare modo di vedere le cose. Insomma dallo stile non traspare la figura storica, biografica e temperamentale dell’autrice (senza però nessuna rivendicazione di poetiche neorealiste o fenomenologiche). La quale, evidentemente, punta sulla forza della materia narrata, sulle implicazioni ideologiche, religiose e sociali che essa suscita. Vengono messe a confronto la religione (e i temperamenti) del Dio del fare (Padre Franz, Marco Ferreri), di coloro che agiscono qui e adesso per intervenire sulla realtà, per migliorarla e renderla più vicina al modello precostituito in cui si riconoscono e la spiritualità (e i temperamenti) del Dio del lasciar fare, di coloro che si sentono parte di una realtà, di un mondo e di un’energia vitale che non può e non dev’essere ostacolata nel suo fluire (il bramino, il mussulmano). Occorrerà avvertire che questa seconda opzione, che nella vulgata occidentale è rubricata sotto la miserevole insegna del fatalismo, nasce invece da una profonda esigenza filosofica che spinge l’individualità a ritrovare in sé le ragioni dell’essere. E occorrerà altresì avvertire che il pensiero e la pratica filosofica cui fa riferimento hanno poco o punto a che vedere con la corrente di pensiero occidentale che va sotto il nome di fenomenologia esistenzialista, che si sofferma invece a indagare la relazione tra l’individuo e il mondo come fenomeno.

Per la mentalità occidentale è un delitto rassegnarsi indolentemente alla povertà, alla prostituzione minorile, all’ingiustizia sociale, ma non si può nemmeno negare che l’intervento, l’aggressione al Male ha spesso conseguenze peggiori del male che si è voluto combattere. D’altro lato, la placida accettazione del ciclo eterno di morte e rinascita non può nascondere che il mondo ogni volta rigenerato dal sole continua a essere corroso e insozzato dalla malattia e dalla morte. Le creature – innocenti – continuano ad abitare una creazione che, in quanto tale, è l’origine stessa del Male, secondo una concezione che è specularmente opposta a quella cristiana, dove la creazione innocente e perfetta è abitata da creature colpevoli. Forse è nella figura di Urmilla che l’autrice ha inteso additare una possibile conciliazione tra le due pratiche religiose e filosofiche e una possibilità di evoluzione per l’India futura (il romanzo è ambientato nel decennio che va dal 1980 al 1990), che, invece, a tutt’oggi sembra aver imboccato la strada della frenetica imitazione del modello economicista proveniente dall’occidente.

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Ida Verrei: Fiori di agave sulla Collina delle Fate, uno scivolamento dal reale all'onirico

14 Marzo 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

 

 

 

 “Fiori di agave sulla Collina delle Fate

di Sandro Capodiferro

 

Fabio Croce Editore

 

Recensione

di Ida Verrei

 

 

 

 

 

Sandro Capodiferro racconta due donne, due vite, due percorsi che convergono in unico universo.

Un singolare cammino, uno scivolamento dal reale all’onirico, da una finzione letteraria all’altra. Frammenti di vita che si rincorrono e si intrecciano, quasi un puzzle, dove “il libro” è tragitto, via per la riscoperta del sé sconosciuto, rimosso, tacitato per la sopravvivenza quotidiana.

 

Felicita, una donna qualunque, educata al culto della famiglia, degli affetti, dei valori più tradizionali, morbida, materna, ci appare, sin dall’inizio, di una tristezza inconsapevole, una figura- simbolo, come il suo nome, del resto,  che richiama la placidità apparente di un mondo malinconico, dove l’unico ideale di vita è l’equilibrio domestico. Il suo è un universo interiore nascosto, tutto da scoprire, che si percepisce attraverso lievi segnali, pensieri sparsi, memorie, immagini, ritratti del passato che irrompono nella mente, quasi a distoglierla da un presente, ancora negato.

Ma a Felicita la vita riserva un incontro, un piccolo libro bordeaux da cui balza fuori, prepotente, Adele, immagine in uno specchio deformato, proiezione inconscia di bisogni e pulsioni. Due donne, mogli e madri, con destini apparentemente diversi, due destini- trappola, entrambe destinate al dramma.

E l’incontro per Felicita si fa confronto, ricerca, scoperta, fino a quando l’irrompere di analogie inquietanti, confonde finzione e realtà, sconvolge la mente, rivela sconfitte senza appello.

 Quanto conosce dell’animo femminile l’Autore? Tutto, o quasi, tanto da far dimenticare che chi scrive è un uomo.

La sua non è soltanto denuncia di una condizione femminile che persiste anche nei tempi attuali, quanto, piuttosto, analisi compassionevole, fatta con raffinata sottigliezza psicologica, di una crisi di identità, di ruolo, di prospettive. Le due protagoniste, Felicita ed Adele, reale l’una, costruzione fantastica l’altra, così diverse eppure complementari, chiuse ciascuna in una prigione senza uscita, diventano simboli di se stesse e di tutte le altre cui alludono.

Elegante, la scrittura di Sandro Capodiferro, abile nella scelta di strategie narrative. Scrive in terza persona, ma ricorre continuamente al monologo interiore; sicché, mentre il lettore viene trascinato in un’onda di suoni ed immagini, si lascia lentamente trasportare dalle emozioni, da un desiderio di

conoscere, di comprendere, di arrivare alla fine.

 E nel finale, inaspettato e amaro, con un imprevedibile colpo di scena, la follia trasforma il virtuale in reale: “L’agave per anni nasconde un segreto nel cuore: il suo unico fiore, germoglio ignaro dell’intenso dolore che lo fa nascere… mentre lei ne muore”. Resta soltanto la Collina delle Fate.

Sandro Capodiferro ha scritto un bel libro, un romanzo particolarissimo e avvincente. Ma non solo.

Rivela anche una sensibilità di vero artista quando sceglie di aggiungere al libro un’appendice con una serie di foto di quadri d’autore con le relative biografie. “L’arte nel suo mistero le diverse bellezze in sé confonde...”  E Sandro sa cogliere quel mistero e tradurlo in immagini e parole: “… Credo che l’incontro tra la materia di una creazione artistica e i nostri occhi sia come l’impatto morbido di una dolce risacca su una spiaggia, e che i colori colpiscano la mente, rinnovando nei nostri pensieri dolci ricordi o dolorosi trascorsi…”

 

Ida Verrei.

Ida Verrei: Fiori di agave sulla Collina delle Fate, uno scivolamento dal reale all'onirico
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"Signora dei Filtri" Recensione di Paolo Mantioni

13 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

 

 

 

 

 

 

Signora dei Filtri

Patrizia Poli 

 

Marchetti Editore, 2017

 

La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.

Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo. Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice

So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”.

Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come ne Il respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:

Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”.

Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.

 

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Piero Angela, "A cosa serve la politica"

10 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Piero Angela, "A cosa serve la politica"

A cosa serve la politica?
di Piero Angela

Mondadori 2011

pp 156

8,00

Il titolo è creato sulla falsariga dei libri anticasta che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, ma il saggio di Piero Angela A cosa serve la politica? va oltre il discorso meramente istituzionale, o della politica intesa in modo immediato, letterale e superficiale.
Tutti i libri di Angela (e famiglia) sono esempi di come il modo di trattare un argomento renda accattivante l’argomento stesso. È un libro che si legge tutto di un fiato, che ti fa girar pagina e scorrere da un paragrafo all’altro, che cattura più di una narrativa avvincente, non tanto per i temi svolti, tutti di grande rilevanza sociale, ma per lo stile. L’estrema semplicità, la facilità dell’eloquio, la comunicazione fresca, creano un ponte fra significato e significante attraversabile anche dal lettore profano.
Ma se lo stile è facile, la tesi è di una profondità rivoluzionaria. La politica, intesa com’è sempre stata intesa e come, purtroppo, lo è ancor più oggi, non potrà mai, neppure con le migliori intenzioni e le migliori personalità, risollevare le sorti del nostro paese che sta affondando come Pil, come civiltà, come cultura. La politica non può limitarsi alla distribuzione della ricchezza, scegliendo, secondo il proprio orientamento di pensiero, a chi assegnare le risorse esistenti. La politica deve saper produrre questa ricchezza, sviluppare queste risorse che poi distribuirà.
La produzione di ricchezza, cioè la messa in moto dell’economia, non è un’operazione che si può compiere da un giorno all’altro e nessun cambio di maggioranza trasformerà un paese arretrato tecnologicamente e culturalmente in uno ricco, nessuna elezione o mutamento di esecutivo farà avere ad un turco il salario di uno svedese. Perché ciò avvenga, deve variare quello che Angela chiama “l’ecosistema artificiale”, cioè l’insieme d’infrastrutture, fonti energetiche, scuole etc, di cui l’uomo moderno ha bisogno per vivere.
La produzione di ricchezza avviene attraverso crescita e sviluppo, i quali, a loro volta, progrediscono dal sapere, dalla scienza, dall’istruzione, dalla ricerca, dalla formazione intellettuale, dall’educazione, dal rispetto della legalità, dalla condivisione dei valori e dalla meritocrazia.
In Italia, spiega Angela, non c’è meritocrazia. In ogni campo, dagli ospedali, agli atenei, alle industrie, ai centri di ricerca, non si permette ai talenti di emergere, i migliori non vedono riconosciute le loro capacità, i cervelli sono costretti a fuggire all’estero, gli ignavi ottengono posti importanti per meccanismi che non hanno niente a che vedere col merito, cioè avanzamenti automatici, liste di collocamento, raccomandazioni, pressioni politiche.
Solo se il talento sarà sviluppato, se gli uomini giusti saranno collocati nei posti giusti al momento giusto, si riuscirà a tirare fuori l’Italia dal baratro della decrescita e del debito pubblico che la sola politica del rigore non basterà a risanare.
Occorre cambiare la mentalità del nostro popolo. Visto come siamo fatti e quanto sono radicati da noi malcostume, corruzione, inciviltà, evasione, spreco di danaro pubblico, lo si può fare solo con un’azione mirata di premi e punizioni. Premi per i meritevoli e punizioni certe per chi trasgredisce.
È necessario, poi, anche intendere diversamente la cultura che non è solo quella letteraria e artistica. Con tutto il rispetto per scrittori, critici, giornalisti, musici, registi, commediografi, la cultura è qualcosa di molto più ampio e interconnesso. Antropologia, geologia, archeologia, paleontologia, astronomia, fisica, etc, costituiscono un patrimonio di conoscenze che ci aiuta a rispondere alle grandi domande dell’essere umano: chi siamo, da dove veniamo, che cos’è la vita e che scopo ha. In una parola, tutto, dalla matematica allo studio dei dinosauri, è filosofia.
A questo proposito, facciamo riferimento a un altro testo di Angela, scritto insieme al figlio Alberto, La straordinaria storia della vita sulla terra, del 2003, un libro capace di cambiare le prospettiva con cui si guarda alla nostra esistenza, un libro che, partendo dai reperti fossili, dal brodo primordiale, spalanca domande esistenziali, religiose e filosofiche, parlando addirittura di trasferimento d’intelligenza dal biologico alla materia fino a farla diventare pensante.
Angela - e noi con lui – si chiede come sia possibile che chi ha un cervello “acceso” non si interessi di argomenti così importanti, così indispensabili. Spesso, infatti, il mondo accademico tradizionale mostra un certo fastidio per la scienza, considerando cultura solo tutto ciò che riguarda le humanae litterae.
In una popolazione destinata a invecchiare drammaticamente, dove la scolarizzazione copre pochi anni di vita e le persone si trovano impreparate ad affrontare e comprendere un mondo che cambia rapidamente intorno a loro, un ruolo fondamentale per l’educazione può essere svolto dalla televisione, se questa è capace di si svincolarsi ancora una volta dalle pressioni politico-partitiche.
E qui si torna a bomba. Per progredire, occorre una politica lungimirante, che non prenda scorciatoie elettorali ma pensi al futuro, che non sia litigiosa, che cerchi concordia e non scontri, che consideri anche le idee dell’avversario se sono buone, senza respingerle a priori perché appartenenti all’area nemica.

“Il nostro problema è una classe politica avvitata su se stessa. Ed estremamente litigiosa, come si vede in certi dibattiti televisivi che diventano spesso degli incontri di pugilato. [… ]L’obiettivo diventa sostanzialmente quello di abbattere l’avversario, di mostrare quanto è incapace e inaffidabile, dissotterrando vecchie storie, elencando solo i dati a proprio favore, litigando su ogni cosa.

Soprattutto una classe politica che abbia a cuore lo sviluppo effettivo del paese.

“Per esempio premendo sul pedale del merito, dei valori, del rispetto delle regole, attraverso un forte sistema di premi e punizioni. E agendo su altri acceleratori come la cultura, l’educazione, la ricerca, la televisione e tanti altri fattori di crescita come l’imprenditoria creativa, che possono fertilizzare il paese e la sua capacità produttiva. Puntando anche sull’eccellenza: partendo dalla scuola, e allevando una nuova generazione di leader capaci di portare il loro contributo non solo nella scienza, nella tecnologia e nell’economia, ma anche e forse soprattutto nella politica.” (pag 155)

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Mario Grasso, "Latte di cammella"

9 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Mario Grasso, "Latte di cammella"

Latte di Cammella
di Mario Grasso

2012 Sensoinverso

pp 185
17,00

L’errore di “Latte di Cammella “ di Mario Grasso è cedere alla tentazione della narrativa, volendo dare una veste accattivante a ciò che dovrebbe essere solo reportage, brutale denuncia. L’inizio del romanzo, col giornalista Vanni Ossarg che fa un sogno premonitore e poi incontra personaggi inquietanti in un villaggio diroccato, brumoso e fuori dal tempo, sembra precipitare il lettore in un thriller paranormale, per poi riacciuffarlo immediatamente per i capelli e lanciarlo nella materia dell’inchiesta giornalistica. Vanni Ossarg andrà in Somalia e poi in Sierra Leone, raccontando a modo suo ciò che vede. Di là dal contenuto completamente diverso, il modo di esporre è quello de “La profezia di Celestino”, in un mix fra saggio e narrativa, in un accumulo di dialoghi, incontri, illuminazioni e indottrinamento del lettore.
Il reportage di Grasso, il suo modo di raccontarci l’Africa, è viziato da uno spiccato indirizzo di pensiero, teso alla giustificazione forzata di tutto ciò che è il continente nero, visto come innocente e incolpevole, come originariamente “buono”. Vengono così trovate attenuanti per la sharia, le incursioni dei pirati, addossando all’occidente tutte le colpe.

"Chi vuole aiutare la Somalia non deve pensare alle lotte dei clan, alle brutture del fondamentalismo esasperato, alle tante cose che devono cambiare, ma alla gente e ai bambini la cui unica colpa è di essere nati lì o altrove." (pag. 101)

Vero è che la denuncia è indispensabile, che troppo spesso le guerre a colpi di machete - sbrigativamente etichettate come etniche o tribali - sono dimenticate dai nostri telegiornali, con i loro orrori impensabili. Fiumi di sangue e di morte scorrono in Africa, inseguendo diamanti, petrolio, rifiuti tossici scaricati dal cielo, con la complicità di politici corrotti, signori della guerra, multinazionali rapaci e persino organizzazioni finto-umanitarie, soprattutto complice, e muto testimone, l’occidente.
Il libro è una carrellata di orrori: bambini trasformati in macchine per uccidere, costretti ad amputare braccia e gambe di parenti, resi aggressivi con la cocaina inserita sotto pelle, bambini di cui si è distrutta l’umanità, rendendoli soli al mondo, vittime a loro volta di mutilazioni atroci, di malattie, di fame, di emarginazione e analfabetismo; bambine stuprate e infettate con l’Aids; figli sacrificati dagli stessi genitori, vaccinati troppe volte in cambio di una zanzariera da rivendere.

La parte più bella del libro, tuttavia, non è né la storia narrata, né l’intento d’insistita accusa, ma piuttosto la descrizione dell’Africa, dei suoi paesaggi polverosi e dorati, dei suoi tramonti di fuoco, dei suoi odori speziati ed acri, dei suoi immensi alberi di baobab, delle sue acacie spinose, del fumo acido dei copertoni bruciati, del fetore delle discariche a cielo aperto, dei liquami versati in mare, dei mercati dove si vende merce poverissima, cose che noi getteremmo nella spazzatura e lì significano un altro giorno di sopravvivenza. Pagina dopo pagina entriamo nei luoghi, sentiamo gli odori, percepiamo il calore e il vento, le voci, vediamo i volti di ebano e di giaietto.

C’è un altro filone nel romanzo, ammesso che di romanzo si possa parlare, ed è il sentimento che sboccia fra Vanni e Sonia, colei che ha a cuore la sorte dei diseredati, degli ultimi della terra. L’atto d’amore è descritto con tono aulico, senza volgarità, come un balsamo che lenisce le ferite, che dà tregua all’orrore, come risarcimento per “l’eroe”.
Lo stile è pulito, con spiegazioni particolareggiate ma non sempre necessarie, nella foga di dire tutto e fin troppo, di raccontare e investigare ogni aspetto dei rapporti fra occidente e continente africano, comunicando fatti, notizie, dati statistici, mescolandoli ad opinioni e riflessioni personali.

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Giana Anguissola, "Violetta la timida"

8 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Giana Anguissola, "Violetta la timida"

Violetta la timida
di Giana Anguissola

Mursia, 1970

pp. 273


Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.
Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.

La Signorelli, una ragazza che è tutto il contrario di me: energica, simpatica, importante, disinvolta, con un bel cognome… Cioè, mica che Signorelli sia un gran bel cognome: è il mio che è brutto: Mansueti, e allora tutti gli altri cognomi mi sembran belli. E poi mi chiamo anche Violetta che, messo insieme a Mansueti, non poteva dar per risultato altro che un coniglio. Infatti sono timidissima.” (pag.11)

Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..

La prima cosa che, naturalmente feci, fu quella d’inciampare in un gran tappeto blu rischiando di cadere lunga e distesa davanti alla scrivania del preside. Per cui, non appena ritrovato l’equilibrio, rimasi lì ad occhi bassi, con le guance che mi cuocevano come due cotolette, senza aver neppure avuto il tempo di guardarmi intorno." (pag. 12)

L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.

Per quest’altra volta e per sempre, il tuo compito, te l’ho già detto, è quello di affrontare ogni situazione che t’intimorisca o ti faccia soggezione, a meno che non si tratti di un leone, sarai guarita dalla timidezza.” (pag.30)

Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.
A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.

La signorina Carbone, poi, vedendo che addirittura deturpavate dei visi già perfettamente dipinti dal buon Dio, ha avuto mille ragioni di sdegnarsi e mandarvi a lavare!” (pag.241)

Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:

contribuì a combattere i fumetti e a rieducare i ragazzi a letture sane e artisticamente valide.”

L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:

Errore sarebbe da parte dell’adolescente seguire ancora gli istinti dell’infanzia che si spengono e peggiore errore sarebbe seguire di già gli istinti della giovinezza che sorgono. Perché se può ispirare una sorridente indulgenza l’adolescente che indugia a giocare, ispira una pietà mista a repulsione l’adolescente che si atteggia precocemente a donna o uomo, intendo nelle sue manifestazioni esteriori come vestire da tali o parlare o fumare da talaltri.” (pag. 240)

Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta".)
A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione.

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Mario Vargas Llosa, "Avventure della ragazza cattiva"

7 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Avventure della ragazza cattiva

di Mario Vargas Llosa

trad. G. Felici

 

Einaudi, 2006

pp. 357

 

Non decolla per tutta la prima parte, procede per accumulo e non per sviluppo, Avventure della ragazza cattiva di Mario Vargas Llosa, a metà fra il picaresco e la storia d’amore. Solo nella seconda parte ci appassioniamo alle vicende di Lily, femme fatale dal nome cangiante, come cangianti sono i suoi travestimenti (ma non il suo carattere) e di Ricardo, anonimo interprete peruviano. Ricardo è un travet, un uomo medio, un Charles Bovary senza ambizioni ma con un cuore capace di concepire, e custodire per tutta la vita, un amore immenso. S’innamora a quindici anni di Lily, la ragazza cilena, che cilena non è e che non si chiama nemmeno Lily, bensì Otilia - ma questo Ricardo lo imparerà a sue spese solo molto più tardi. La ritrova a ogni tappa della sua vita sotto nomi e travestimenti diversi, come guerrigliera Arlette, come moglie di un diplomatico francese prima e di un allevatore di cavalli poi, come schiava del sesso giapponese. Ricardo è disposto a tutto pur di stare accanto a Lily, si lascia umiliare da lei, che lo abbandona ogni volta per mettersi con uomini più ricchi, che mal sopporta la vita semplice e borghese che lui può offrirle e cerca il riscatto da un passato di miseria. Alla fine, però, a essere sottomessa, mortificata, sarà lei, vittima consenziente del perfido Fukuda, magnate giapponese che la incatenerà in un rapporto violento e sadico, fino distruggerla nel fisico e nel morale. E, tuttavia, proprio Fukuda sarà l’unico uomo capace di conquistarla e soggiogarla. Ricardo leccherà le ferite di Lily, la inseguirà in capo al mondo, dissiperà le sue poche sostanze per curarla, salvo poi essere abbandonato di nuovo, e poi di nuovo recuperato in extremis, quando non ci sarà più tempo né spazio per ripensamenti. In punto di morte Lily/Otilia/Kuriko tornerà definitivamente da lui, l’unico maschio di cui si fidi, l’unico al quale si senta legata da vero affetto e stima, l’unico che consideri “un santo” a pieno titolo. (E come darle torto?) In qualità di esiguo risarcimento, gli lascerà una casetta nel sud della Francia, assegnatale dalla sua ultima conquista.

Lily, però, non giganteggia, non incute timore, non ha fascino perverso, risulta ripetitiva e alquanto prevedibile nella sua inaffidabilità. Semmai il personaggio più riuscito è Ricardo, con la sua umanissima debolezza, con la sua pazienza, col suo amore che non finisce ma anzi cresce ad ogni incontro, ad ogni abbandono. Ricardo ha dalla sua la bontà, l’umiltà, è un uomo che lavora per vivere, che ama la letteratura e le lingue straniere, soprattutto il russo. È un uomo che non vediamo, che non sapremmo nemmeno descrivere, probabilmente un uomo non bello, ma forte della sua costanza, della sua gentilezza, della sua onestà e dedizione.

Ormai sono passati molti anni perché ti rimanga il minimo dubbio: ti amo tanto che farei qualsiasi cosa per tenerti accanto a me, qualora fossimo uniti. Ti piacciono i gangster? Diventerò rapinatore, sequestratore, truffatore, narco,quello che vuoi. Quattro anni senza sapere niente di te e, adesso, riesco appena a parlare, a pensare, da quanto sono commosso nel sentirti così vicina.

Attorno a lui ruotano una serie di amici e conoscenti, molti dei quali destinati a morire presto e con storie che ci vengono raccontate in parallelo. A fare la parte del leone, oltre alla continua presenza/assenza di Lily, è l’ambiente mutevole in cui Ricardo si muove. Inseguendo il suo amore, o forse sfuggendogli, Ricardo si sposta di nazione in nazione, di continente in continente, dal Perù, paese di origine - coll’elegante quartiere di Miraflores a Lima, ma anche col terrorismo mortifero di Sendero Luminoso - a Parigi, città di elezione, città dell’anima e del cuore, attraverso la swinging London degli hippie, fino alla torbida Tokio dei locali a luci rosse e delle case di piacere e alla Madrid degli artisti, dove Ricardo avrà una storia con una ragazza più giovane, incapace di fargli dimenticare il suo unico grande amore. Questo peregrinare, inevitabilmente, lo trasformerà in apolide, in métèque, uomo senza patria che non si sente a casa in nessun luogo perché non è più peruviano ma non è nemmeno francese o spagnolo. Simbolo di questa condizione è l’innumerevole quantità di passaporti della ragazzaccia, la bad girl del titolo, la ninã mala, che, con la sua inafferrabilità, finisce per incarnare il disagio stesso del protagonista, la sua non appartenenza. Alcuni critici rimproverano a Vargas Llosa di aver contraddetto se stesso in questo romanzo, di non aver continuato sulla falsariga del testo difficile, della narrazione a più piani temporali, di aver optato per uno stile forse trito, ma il linguaggio del romanzo è semplice come semplici sono le parole dell'amore. Più e più volte la ragazzaccia chiede a Ricardo di dirle le sue "cheap, sentimental things", quelle dolci, tenere frasi che sembrano banali quando le leggiamo ma acquistano tanto significato se, invece, sono dirette a noi.

Stai diventando una huachafita [donnetta sentimentale, n.d.r.] anche tu, niña mala, - la baciai sulle labbra. - Dimmene un’altra, un’altra, per favore.

The first part does not take off, it proceeds by accumulation and not by development, Adventures of the bad girl by Mario Vargas Llosa, halfway between the picaresque and the love story. Only in the second part are we passionate about the events of Lily, femme fatale with an iridescent name, as her disguises (but not her character) are iridescent and of Ricardo, an anonymous Peruvian interpreter.

Ricardo is a travet, an average man, a Charles Bovary without ambitions but with a heart capable of conceiving, and guarding for life, immense love. At fifteen he falls in love with Lily, the Chilean girl, who is not a Chilean and who is not even called Lily, but Otilia - but this Ricardo will learn at his own expense only much later. He finds her at every stage of his life under different names and disguises, as a guerrilla woman Arlette, as a wife of a French diplomat first and then a horse breeder, as a sex slave of a Japanese man. Ricardo is willing to do anything to be next to Lily, he lets himself be humiliated by her, who abandons him every time have liaisons with richer men, who can not stand the simple and bourgeois life that he can offer her and seeks redemption from a past of misery. Eventually, however, it will be her who is submissive, mortified, she will be the consenting victim of the perfidious Fukuda, a Japanese tycoon who will chain her in a violent and sadistic relationship, to the point of destroying her in body and in morale. And yet, Fukuda himself will be the only man capable of conquering and subjugating her. Ricardo will lick Lily's wounds, chase her to the end of the world, dissipate his few substances to cure her, only to be abandoned again, and then recovered again in extremis, when there will be no time or space for second thoughts. On her deathbed Lily / Otilia / Kuriko will definitely return to him, the only male she trusts, the only one to whom she feels bound by true affection and esteem, the only one whom she considers "a saint". (And how to blame her?) As a small compensation, she will leave him a little house in the south of France, assigned to her by her last conquest.

Lily, however, does not inspire fear, has no perverse charm, she is repetitive and somewhat predictable in its unreliability. If anything, the most successful character is Ricardo, with his very human weakness, with his patience, with his love that does not end but rather grows with each meeting, with each abandonment. Ricardo has goodness, humility on his side, he is a man who works to live, who loves literature and foreign languages, especially Russian. He is a man whom we do not see, whom we could not even describe, probably a man who is not handsome, but strong in his constancy, his kindness, his honesty and dedication.

 

Many years have passed for you to have the least doubt: I love you so much that I would do anything to keep you next to me, if we were united. Do you like gangsters? I will become a robber, kidnapper, swindler, narco, whatever you want. Four years without knowing anything about you and now I can barely speak, think, how moved I am to feel so close to you.

 

A series of friends and acquaintances revolve around him, many of whom are destined to die soon and with stories that are told to us in parallel. In addition to the continuous presence / absence of Lily, the lion's share is the changing environment in which Ricardo moves. Chasing his love, or perhaps escaping it, Ricardo moves from country to country, from continent to continent, from Peru, country of origin - with the elegant Miraflores district in Lima, but also with the deadly terror of Sendero Luminoso - to Paris, city ​​of choice, city of soul and heart, through the swinging London of the hippies, to the murky Tokyo of the red light clubs and pleasure houses and the Madrid of the artists, where Ricardo will have a story with a younger girl, unable to make him forget his one great love. This wandering, inevitably, will transform him into a stateless person, a métèque, a man without a homeland who does not feel at home anywhere because he is no longer Peruvian but neither is he French or Spanish. Symbol of this condition is the countless number of passports of the bad girl, the bad girl of the title, the ninã mala, who, with her elusiveness, ends up embodying the protagonist's unease, his non-belonging.

Some critics reproach Vargas Llosa for having contradicted himself in this novel, for not continuing along the lines of the difficult text,  the narration with several temporal timeframes, for having opted for a perhaps trite style, but the language of the novel is as simple the words of love. Over and over again the bad girl asks Ricardo to tell her his "cheap, sentimental things", the sweet ones, The ones that seem trivial when we read them but acquire a lot of meaning if, instead, they are directed at us.

You are becoming a huachafita [sentimental woman] too, niña mala, - I kissed her on the lips. - Tell me another, another, please.

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The Hunger Games

6 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Hunger Games

di Susanne Collins

 

Mondadori, 2008

14,90

 

 

Ciò che crea un fenomeno editoriale è la novità del soggetto. Il discorso vale per i monaci assassini di Eco, per i vampiri “vegetariani” della Meyer, per la stirpe del sangreal di Dan Brown, o per il bondage sadomaso della James. Tutto quello che viene dopo, è nella scia, è imitazione dell’originale.

Con “Hunger Games”, di Susanne Collins, si apre forse una stagione di reality show adolescenziale all’ultimo sangue, ma il suo essere capostipite di un nuovo genere, sta nella crudeltà dell’argomento trattato che t’inchioda dalla prima all’ultima pagina.

Katniss Evergreen è un’adolescente del Distretto 12, nel continente postapocalittico di Panem, un Nord America inselvatichito e imbarbarito, dove coesistono scienza raffinatissima e medioevo. Come punizione per un’antica ribellione verso la ricca e nullafacente capitale, i vari distretti devono offrire annualmente un sacrificio umano. In un reality show, che tutti sono obbligati a seguire, ogni distretto estrae a sorte un ragazzo e una ragazza da offrire, o meglio immolare, in una lotta con un unico vincitore e un unico sopravvissuto. Il nome estratto è quello di Primrose, la sorellina di Katniss, e lei non può accettarlo, si offre volontaria al suo posto.

Inizia così una preparazione che ha tutto lo sgradevole sapore cui ci hanno abituato anni di trasmissioni televisive come l’Isola dei Famosi o Il grande fratello, reso ancor più agro dalla consapevolezza che l’eliminazione del giovane partecipante coinciderà, non con il suo rientro a casa, bensì con la sua morte. I concorrenti sono addestrati, rivestiti, intervistati, abbelliti da stilisti e truccatori, per poi essere gettati nell’arena, un luogo che ricorda la cupola di “The Truman Show”, dove niente è naturale e ogni cosa è manovrata dagli Strateghi, cioè gli autori del programma. I ruscelli scorrono o si seccano a comando, la pioggia scroscia su ordinazione, l’aria si fa rovente o gelida secondo ciò che il programma e l’audience richiedono. Katniss guarda la luna e spera che almeno quella sia vera, sia la luna di casa sua, per sentirsi meno sola, meno vulnerabile, meno alla mercé di una dittatura che uccide, che frusta, che strappa la lingua per il minimo sgarro, per una parola di troppo o un atteggiamento di sfida.

Nell’arena si svolge una lotta mortale con mani, unghie, denti, lame, frecce, che ci riporta a un passato/futuro già visto in film come “Mad Max”. I concorrenti, o meglio, i “tributi”, devono uccidersi l’un l’altro per sopravvivere, altrimenti saranno comunque eliminati. Un colpo di cannone segna l’uscita di scena del contendente e un hovercraft solleva il cadavere e lo porta via. L’unico sentimento è la paura, che si trasforma in furia cieca; l’amicizia è solo un’alleanza momentanea contro i più forti, nessuna debolezza è concessa.

Non è comprensibile come si possa definire “Hunger Games” “un romanzo per ragazzi”, se non, forse, nell’incapacità della protagonista (e dell’autrice) di affrontare e sviluppare a pieno il rapporto con il giovane che la ama, Peeta, e il triangolo con l’amico d’infanzia, Gale. Si può obiettare che il romanzo è incentrato nel microcosmo dell’arena, in una bolla spaziotemporale che pare un videogioco, dove amarsi è secondario al rimanere vivi, al mantenere intatta la possibilità di provare sentimenti umani.

Non so bene come dirlo. Solo non voglio… perdere me stesso. Ha un senso? - chiede. Scuoto la testa. Come potrebbe perdere se stesso? – Non voglio che mi cambino là dentro. Che mi trasformino in una specie di mostro che non sono.?” (pag 143)

L’emblema angoscioso di questa situazione da incubo è il sigillo che ogni notte viene proiettato sullo schermo del cielo, preceduto da un inno. Subito dopo compare l’immagine di chi è morto quel giorno. Lo stomaco si contrae dall’orrore, leggendo.

La notte è appena scesa, quando sento l’inno che precede il riepilogo delle morti. Attraverso i rami vedo il sigillo di Capitol City che sembra fluttuare nel cielo. In realtà, sto guardando un altro schermo, uno schermo enorme trasportato da uno dei loro hovercraft.” (pag 157)

Il senso del romanzo è la rivolta di Katniss e Peeta, il ragazzo che la ama, a tutto questo dolore, all’obbligo di compiere comunque il male, di uccidere o essere uccisi. Anche soffrire, anche provare dispiacere al pensiero di ammazzare un compagno innocente, è considerato insurrezione. Quando muore Rue, la più piccola dei tributi, così simile alla sorellina della protagonista, Katniss la piange e ne cosparge il corpo di fiori, prima che l’hovercraft venga a raccoglierla, e questo è già un atto di ribellione. Lo stesso vale per il gesto finale: Katniss e Peeta scelgono di morire insieme piuttosto che uccidersi l’un l’altro, scelgono di fare ciò che Peeta ha deciso fin dall’inizio, cioè non concedersi al nemico, rimanere umani, rimanere interiormente puri e liberi. Si salveranno in extremis, ma il finale resta aperto per gli altri due libri della serie, “La ragazza di fuoco” e “Il canto della rivolta”.

Questo libro è una mescolanza di generi da cui scaturisce, forse, un genere nuovo, sincretico. Il cosmo di Panem contiene due mondi. Il primo è quello tecnologicamente sofisticato di Capitol City, una sorta di Ghotam City, dove si ritrovano molti cliché della fantascienza - dalla possibilità di risanare completamente ferite mortali, alla manipolazione genetica che crea nuove letali specie e ibridi mostruosi. Il secondo è quello medievale, oscuro, miserevole, dei distretti, dove la fame imperversa, dove ogni cosa è proibita, la corrente elettrica va e viene, e per cacciare si usano arco e frecce, lacci e trappole.

 

Capitol City scintilla come un’enorme distesa di lucciole. Nel distretto 12 l’elettricità va e viene e di solito c’è solo per qualche ora al giorno. Capita spesso che le sere si trascorrano alla luce delle candele. Le rare volte in cui possiamo contare sull’energia elettrica sono quando la tv trasmette gli Hunger Games o qualche importante messaggio governativo che è obbligatorio guardare. Qui, invece, l’elettricità non manca. Mai.” (pag 83)

Katniss, Peeta, Rue, Faccia di Volpe, Gale, somigliano, di volta in volta, ai protagonisti di “Alien” o“Prometheus” e, insieme, ai rampolli della stirpe di Shannara, fra tecnologia e arretratezza, fra passato e futuro remoto. L’unico presente, forse, è quello degli studi televisivi, che ci riporta all’oggi, al nostro essere costantemente sotto le telecamere, sugli schermi, per strada, nei social network.

Lo stile è paratattico, coinvolgente, giovanile, reso incisivo dal presente storico. Ci cala dentro l’azione che prevale su tutto il resto, lasciando che le riflessioni e il sentimento morale scaturiscano per reazione a ciò che accade, al raccapriccio delle immagini, degli eventi, della sofferenza, in un crescendo di angoscia che dà quasi assuefazione.

 

What creates an editorial phenomenon is the novelty of the subject. The same goes for Eco's murderous monks, for Meyer's "vegetarian" vampires, for Dan Brown's sangreal lineage, or for James's sadomasochistic bondage. Everything that comes after, is in the trail, is an imitation of the original.

With Hunger Games by Susanne Collins, perhaps a season of adolescent bloody reality shows opens, but it being the forefather of a new genre, lies in the cruelty of the subject matter that nails you from first to last page.

Katniss Evergreen is a teenager from District 12, in the post-apocalyptic continent of Panem, a wild and barbarous North America, where refined science and the Middle Ages coexist. As punishment for an ancient rebellion against the rich and non-performing capital, the various districts must offer a human sacrifice annually. In a reality show, which everyone is obliged to follow, each district tosses up a boy and a girl to offer, or rather immolate, in a fight with a single winner and a single survivor. The name extracted is that of Primrose, Katniss' little sister, and she cannot accept it, she volunteers in her place.

Thus beins a preparation that has all the unpleasant flavour to which we have been accustomed by years of television broadcasts such as the Island of the Famous or Big Brother, made even more bitter by the awareness that the elimination of the young participant will coincide, not with his/her return to home, but with his/her death. Competitors are trained, dressed, interviewed, embellished by stylists and make-up artists, and then thrown into the arena, a place reminiscent of the dome of "The Truman Show", where nothing is natural and everything is maneuvered by Strategists, i.e. authors of the program. The streams flow or dry out on command, the rain pours down on request, the air becomes hot or freezing according to what the program and the audience require. Katniss looks at the moon and hopes that at least that is true, and the same moon of her house, to feel less alone, less vulnerable, less at the mercy of a dictatorship that kills, that whips, that rips the tongue for the slightest transgression, for a word too much or a defiant attitude.

In the arena a deadly struggle takes place with hands, nails, teeth, blades, arrows, which takes us back to a past / future already seen in films such as Mad Max. Competitors, or rather "tributes", must kill each other to survive, otherwise they will  be eliminated. A cannon shot marks the contender's exit from the scene and a hovercraft lifts the corpse and takes it away. The only feeling is fear, which turns into blind fury; friendship is only a temporary alliance against the strongest, no weakness is granted.

It is not understandable how one can define "Hunger Games" "a novel for children", if not, perhaps, in the inability of the protagonist (and the author) to face and fully develop the relationship with the young person who loves her, Peeta , and the triangle with his childhood friend, Gale. It can be objected that the novel is centered in the microcosm of the arena, in a space-time bubble that looks like a video game, where loving is secondary to staying alive, to keeping intact the possibility of experiencing human feelings.

 

I'm not sure how to say it. I just don't want to ... lose myself. Does it make sense? - he asks. I shake my head. How could he lose himself? - I don't want them to change me in there. That they turn me into a kind of monster that I am not? "

 

The anguished emblem of this nightmare situation is the seal that is projected onto the screen of the sky every night, preceded by a hymn. Immediately after, the image of those who died that day appears. The stomach contracts with horror, reading.

 

"The night has just fallen, when I hear the hymn that precedes the summary of the deaths. Through the branches I see the seal of Capitol City which seems to float in the sky. In fact, I'm looking at another screen, a huge screen carried by one of their hovercraft. " 

 

The meaning of the novel is the revolt of Katniss and Peeta, the boy who loves her, to all this pain, to the obligation to do evil anyway, to kill or be killed. Suffering, even feeling sorry at the thought of killing an innocent companion, is also considered insurrection. When Rue, the smallest of the tributes, so similar to the protagonist's little sister, dies Katniss weeps and sprinkles her body with flowers, before the hovercraft comes to pick her up, and this is already an act of rebellion. The same goes for the final gesture: Katniss and Peeta choose to die together rather than kill each other, They choose to do what Peeta has decided from the beginning, that is, not to concede himself to the enemy, to remain human, to remain internally pure and free. They will be saved in extremis, but the ending remains open for the other two books of the series, Catching fire  and Mockingjay.

This book is a mixture of genres from which, perhaps, a new, syncretic genre arises. Panem's cosmos contains two worlds. The first is the technologically sophisticated one of Capitol City, a sort of Ghotam City, where many science fiction clichés can be found - from the possibility of completely healing mortal wounds, to genetic manipulation that creates new lethal species and monstrous hybrids. The second is the dark, miserable medieval one of the districts, where hunger rages, where everything is prohibited, the electric current comes and goes, and bow and arrows, laces and traps are used to hunt.

 

"Capitol City sparkles like a huge expanse of fireflies. In district 12, electricity comes and goes and is usually only there for a few hours a day. It often happens that evenings are spent in the light of candles. The rare times we can count on electricity are when the TV broadcasts the Hunger Games or some important government message that is mandatory to watch. Here, however, electricity is not lacking. Never."

Katniss, Peeta, Rue, Fox Face, Gale, from time to time, resemble the protagonists of Alien or Prometheus and, at the same time, the offspring of the Shannara lineage, between technology and backwardness, between past and remote future. The only present, perhaps, is that of television studios, which brings us back to today, to our being constantly under the cameras, on the screens, on the street, in social networks.

The style is paratactic, engaging, youthful, made incisive by the historical present. The action prevails over all the rest, letting reflections and moral sentiment arise as a reaction to what happens, to the horror of images, events, suffering, in a crescendo of anguish that is almost addictive.

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Joe Lansdale, "La sottile linea scura"

5 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

La sottile linea scura di Joe R. Lansdale

 

Einaudi, 2004 pp.300

Edizione di riferimento “La biblioteca di Repubblica l’Espresso”

 

C’è chi, parlando de “La sottile linea scura” di Joe R. Lansdale, cita subito il Bildungsroman, il romanzo di formazione alla Stand by me, con la classica perdita dell’innocenza. Stanley Mitchell, il protagonista tredicenne, in una lunga estate calda texana, scopre che il mondo non è come lo credeva, che le persone fanno sesso fra loro, uccidono, si ubriacano, picchiano la moglie, brutalizzano i figli. Soprattutto scopre che i neri non sono uguali ai bianchi, non è loro concesso lo stesso posto nell’ordine delle cose.

Quella è gente che non ha di meglio da fare che smuovere le lapidi della gente di colore o ridurle in mille pezzi buttandole nel torrente. Che poi sono pure codardi, figliolo, perché lo sanno che i neri non reagiranno mai, così davanti a tutti, col rischio di vedersi arrivare quelli del Klan, altra gente di quella fatta.” (pag 131)

Scopre che i diritti non sono per tutti, che le donne, specie se di colore, sono sempre vittime; che i pregiudizi avvelenano i rapporti sociali, le amicizie, il vicinato; che c’è chi lucra sulla pelle degli altri; che non tutto è come appare. Noi, però, non ci soffermeremo su quest’aspetto scontato, ma toccheremo il principale pregio di un romanzo che, se non segna, non sconvolge, non penetra, comunque avvince almeno per il tempo limitato della lettura: non è la crescita interiore del protagonista, come abbiamo detto, né l’intreccio, improbabile e pure irrisolto, quanto piuttosto l’atmosfera riuscitissima dell’America fine anni cinquanta. Non seguiamo, quindi, l’investigazione di Stanley sulle due ragazze morte in circostanze oscure molti anni prima, il ritrovamento delle lettere, il cofanetto sepolto, la paurosa casa sulla collina. Alla fine, le scoperte fatte da Stanley ci lasciano indifferenti, il protagonista sembra non avvertire nemmeno orrore mentre disseppellisce cadaveri che dovrebbero agghiacciarlo. Non ci interessa dipanare il mistero del fantasma senza testa che si aggira lungo la ferrovia, quanto piuttosto tallonare Stanley nei suoi spostamenti, pedalare con lui su per la collina mentre l’aria rinfresca prima del temporale, infilarci nel gabbiotto del proiezionista negro sempre ubriaco.

D’estate ce ne voleva prima che facesse buio, e il sole – che ancora non trovava ostacolo in grattacieli né in casermoni popolari – si tuffava tra gli alberi del Texas orientale come una stella cadente. Via via che tramontava, dava l’impressione di mettere a ferro e fuoco interi boschi.” (pag 20)

Stanley gestisce con la famiglia un drive in, in una cittadina del Texas magistralmente ricreata dall’autore e che ci pare aver visto tante volte nei film, fatta di case di legno, di prati, di ragazzini in bicicletta, di giovani con il ciuffo e il risvolto sui pantaloni, di tavole calde capaci di farci tornare alla mente quelle evocate negli anni trenta da Mc Cain ne Il postino suona sempre due volte.

Alla radio passava il rockabilly, o il rock and roll, come finì poi per essere chiamato, ma di queste atmosfere rock and roll l’aria delle nostre parti non era certo satura. Eravamo solo un branco di ragazzini che il pomeriggio e la sera si radunavano di fronte al Dairy Queen, in particolare il venerdì e il sabato sera. Alcuni di noi, come Chester White, portavano i capelli a coda di papero e giravano su macchine super truccate. Quasi tutti avevano i capelli corti, e una cospicua banana sul davanti, tenuta ferma da un bel po’ di brillantina. Indossavano calzoni ben stirati, camicie bianche inamidate, e scarpe marroni belle lucide e guidavano la macchina di famiglia le volte che riuscivano a metterci le mani sopra.” Pag 20)

Sembra una scena di Grease o del telefilm Happy Days, ma qui i protagonisti hanno varcato la sottile linea scura che “separa i misteri delle tenebre dalla realtà”, porta alla luce i cadaveri, il marcio, il putrefatto, il celato, e dove un ragazzo che ha appena smesso di credere a Babbo Natale scopre la bestialità degli uomini. Durante la sua indagine, Stanley si scontra con la rabbia covata dai negri per la loro condizione subalterna, rabbia che, a loro volta, i maschi (non solo neri) sfogano sui figli e sulle donne per riaffermare la propria esistenza, il proprio posto nel mondo. Stanley però si salva, la sua luce interiore rimane intatta grazie all’esempio familiare, alla rettitudine del padre, all’amore della madre, alla complicità della sorella maggiore, alla dignità del suo cane, all’amicizia del proiezionista Buster e del coetaneo Richard. Qualcosa però si è incrinato, la vita non sarà mai più spensierata come una volta, una sorta di malinconia diffusa accompagna tutto il romanzo dalla prima all’ultima pagina.

Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa.” (pag 315)

Many, speaking of Joe R. Lansdale's A Fine Dark Line, immediately cite the Bildungsroman, the training novel such as Stand by me, with the classic loss of innocence.

Stanley Mitchell, the thirteen-year-old protagonist, in a long hot Texan summer, discovers that the world is not as he believed it, that people have sex with each other, kill, get drunk, beat their wives, brutalize their children. Above all, he discovers that blacks are not the same as whites, they are not given the same place in the order of things.

 

Those are people who have nothing better to do than to move the gravestones of black people or to cut them into a thousand pieces by throwing them into the stream. Who are cowards too, son, because they know that black people will never react, like this in front of everyone, with the risk of seeing those of the Klan arrive, other people like that ". 

 

He discovers that rights are not for everyone, that women, especially if they are coloured, are always victims; that prejudices poison social relationships, friendships, the neighbourhood; that there are those who make money on the skin of others; that not everything is as it appears.

We, however, will not dwell on this obvious aspect, but we will touch the main merit of a novel that, if it does not mark, does not upset, does not penetrate, however enthuses, at least for the limited time of reading: it is not the inner growth of the protagonist as we have said, neither the improbable and yet unresolved plot, but rather the very successful atmosphere of America in the late fifties.

Therefore, we do not follow Stanley's investigation about the two girls who died in obscure circumstances many years before, the discovery of the letters, the buried casket, the scary house on the hill. In the end, the discoveries made by Stanley leave us indifferent, the protagonist seems seems even not to feel horror as he unearths corpses that should freeze him. We are not interested in unraveling the mystery of the headless ghost that wanders along the railway, but rather in following Stanley in his movements, pedaling with him up the hill while the air cools before the storm, slipping into the cage of the always drunk negro projectionist.

 

"In the summer it took a long time before itgot dark, and the sun - which still had no obstacle in skyscrapers or popular barracks - plunged into the trees of eastern Texas like a shooting star. As it set, it gave the impression of putting entire woods on fire. "

 

Stanley manages a drive in with his family, in a town in Texas masterfully recreated by the author and which we seem to have seen many times in  films, made of wooden houses, meadows, kids on bicycles, young people with tufts and the lapel on the trousers, of cafeterias capable of bringing to mind those evoked in the thirties by Mc Cain in The postman always rings twice.

 

"Rockabilly, or rock and roll, passed on the radio, as it ended up being called, but the air of our parts was certainly not saturated with these rock and roll atmospheres. We were just a bunch of kids who gathered in the afternoon and evening in front of the Dairy Queen, especially on Friday and Saturday nights. Some of us, like Chester White, wore duck hair and turned on super lowriders. Most of them had short hair, and a conspicuous banana on the front, held in place by a good deal of glitter. They wore well-ironed breeches, starched white shirts, beautiful shiny brown shoes and drove the family car the times they could get their hands on it. ” 

 

It looks like a scene from Grease or Happy Days, but here the protagonists have crossed the thin dark line that "separates the mysteries of darkness from reality", brings to light the corpses, the rotten, the putrefied, the hidden, and where a boy who has just stopped believing in Santa Claus discovers the bestiality of men. During his investigation, Stanley collides with the anger hatched by the Negroes for their subordinate condition, anger which, in turn, the males (not only blacks) vent on their children and women to reassert their existence, their place in the world.

Stanley, however, is saved, his inner light remains intact thanks to the family example, the righteousness of the father, the love of the mother, the complicity of the older sister, the dignity of his dog, the friendship of the projectionist Buster and the friend Richard. But something has cracked, life will never be as carefree as it once was, a sort of widespread melancholy accompanies the whole novel from the first to the last page

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