recensioni
Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi
Gli Anni della Lotta Armata
Davide Steccanella
Edizioni Bietti
pp 490
17,00
In una recente intervista al Messaggero, Antonio Marini, già pubblico ministero nei processi Moro-ter e Moro-quater e adesso Avvocato Generale della corte d’appello di Roma, mette in guardia su un possibile ritorno degli anni di piombo. Non è il solito allarmismo dei media. Il magistrato, esperto di terrorismo, analizza il male sociale che in questo momento attraversa il Paese e lo paragona al clima degli anni settanta e a quel crogiuolo di idee “cattive” che, mutatis mutandis, produssero la lotta armata. Il recente episodio della gambizzazione del manager dell’Ansaldo Adinolfi, a Genova, secondo Marini, non è molto diverso da quello che accadde agli albori dei primi attentati marcati BR.
Quasi nello stesso momento veniamo a sapere che esiste un nastro su cui sarebbe incisa la voce di uno dei brigatisti che uccise il senatore Roberto Ruffilli, nel 1988, in quello che fu definito l’ultimo delitto delle Brigate Rosse prima della così detta “ritirata strategica” (e prima, naturalmente, che dal 1999 al 2003 altre tre vittime si aggiungessero al lungo elenco: D’Antona, Biagi e Petri). Si tratta di una registrazione contenuta in una vecchia audiocassetta che conterrebbe i risultati di una riunione strategica brigatista durante la quale si discuteva appunto dell’azione Ruffilli (immagino con quel triste linguaggio burocratico-brigatese che così bene Leonardo Sciascia immortalò in due righe due). Su quei nastri si stanno approfondendo accertamenti tecnici adeguati alle conoscenze attuali, come a dire che la Giustizia macina lenta, ma macina.
Non sembra mai troppo tardi, dunque, per la pubblicazione di un libro come quello che Davide Steccanella – avvocato penalista con la vocazione dello storico – ci consegna. Si tratta effettivamente, come recita il sottotitolo, di una “cronologia” (…di una rivoluzione mancata, per l’esattezza) e di una cronologia storica mantiene le qualità: la precisione e il rigore della documentazione nonché una certa obiettività. Suddivisa per anni, dal 1969 ai giorni nostri, come un vero e proprio diario, offre l’opportunità di leggere il libro come un’opera unica e omogenea, ma consente anche la documentazione del singolo fatto, dell’episodio a sé, o di un periodo particolare, diventando, il libro stesso, strumento di consultazione. Un’operazione, quindi, già di per sé interessante e utilissima per chi si occupa di questi argomenti o per chi vi si accosta per la prima volta in maniera organica.
Steccanella però non è solo un osservatore asettico, ma appunto uno studioso dichiaratamente non “professionista” del fenomeno del terrorismo, è come tale è animato da sincero e contagioso entusiasmo. Di più, l’autore, come un incuriosito e instancabile entomologo della storia cerca e offre commenti preziosi, suggerisce collegamenti, scandaglia ipotesi.
La sua opera alla fine non consiste solo in un elenco cronologico e puntuale degli avvenimenti - attenzione, di tutti gli avvenimenti, anche quelli minori e meno conosciuti o facilmente dimenticati – che hanno costellato quarant’anni di storia. Ma è anzi un compendio preciso ed esaustivo dei fatti che in qualche modo viene “macchiato” da considerazioni, interventi, interpretazioni appassionate e spesso drammatiche. Il contesto, dunque, è quello che rende così vitale questo libro, tanto da farlo diventare una sorta di romanzo della storia insanguinata del fenomeno del terrorismo di sinistra. Un contesto, peraltro, fatto non solo di citazioni storiche e meta-storiche, ma anche di rimandi di costume, di citazioni di film o canzoni uscite in un dato periodo, di annotazioni anche modaiole, ma mai fini a se stesse. È come se Steccanella, in ogni paragrafo del suo libro, voglia farci sentire quanto quella “storia” sia ancora viva, voglia ricordarci come quegli anni siano stati anche i nostri anni, o dei nostri fratelli più grandi, o dei nostri genitori, voglia rammentarci, semmai ce ne fossimo dimenticati, come il Paese che descrive sia sempre lo stesso, quello in cui viviamo tuttora. E nulla è meno bidimensionale e fittizio di un quadro che non tralascia tutti i segnali che compongono la vita di tutti i giorni, passando dalla cronaca rosa a quella nera, dalla politica all’economia, dallo spettacolo al dramma, dalla vita alla morte. E così ad ogni incipt di capitolo, prima ancora di introdurre all’elenco nefando e nefasto degli orrori della lotta armata, ecco brevi citazioni di ciò che quel dato anno ci riservava. Così, per esempio, nella prima pagina del capitolo dedicato al 1978 – anno spartiacque della guerra tra terrorismo e Stato – l’autore ci ricorda che i Queen pubblicarono l’album “Jazz”, che al cinema Woody Allen vinse l’Oscar per il film “Io & Annie”, che l’Argentina vinse i mondiali, la Juventus lo scudetto e i Matia Bazar Sanremo con “E dirsi ciao”. E poi, subito, dopo, eccolo il lucido diario di quei dodici mesi fatali, con il sequestro e la morte di Moro e tutto ciò che ne conseguì e ne consegue ancora.
Il calendario di Steccanella, inoltre, arriva proprio a ridosso dei giorni nostri, a dimostrazione dello sforzo di documentazione dell’autore, precisamente al primo marzo 2013, appena due mesi fa, con la morte in un conflitto a fuoco, durante una rapina “comune” a Roma, di Giorgio Frau, ex Lotta Continua e Brigatista rosso delle UCC.
Infine un’appendice forse un po’ slegata dal contesto e dall’impostazione del libro, ma che è comunque molto interessante: si tratta di un’intervista a Luca Colombo, uno dei fondatori insieme a Corrado Alunni delle FCC, formazione terroristica minore ma non meno agguerrita delle “matrigne” BR. L’intervista, che conserva i toni della memoria e consente una visione dall’interno dell’animo brigatista di allora, è stata fatta da un ex allievo di Colombo, e, da quello che si dice, è stata sollecitata e curata dall’intermediazione dello stesso Steccanella.
Rosa Santoro, "Io, però"
"Io, però"
Rosa Santoro
Arduino Sacco editore
pp120
L’erotismo coniugato al femminile è un tema affascinate ma difficile. Difficile per il retaggio che da secoli pesa sulla sfera sessuale della donna, per il perbenismo e anche il maschilismo che l’ha tenuto sommerso.
Anche se recentemente la letteratura si è popolata di storie erotiche narrate da voce di donna, siamo ancora ben lontani da una potente seduzione che coinvolga il lettore, incapace di abbandonare le pagine del libro, come era successo con “Il delta di Venere” di Anaïs Nin.
Partendo dal presupposto che ogni persona ha un suo concetto di erotismo, non è facile catturare l’attenzione del lettore oltre la prima curiosità, per farlo è necessario che la narrazione si dipani, scorra tra le dita come sabbia fine.
“Io, però…” è un tentativo coraggioso in questo senso, dare una visione originale di un mondo che appartiene alla sfera intima di ognuno.
Margherita, la protagonista, va a Roma alla ricerca del successo nel mondo dello spettacolo. Sale e scende da quei treni che la portano via e la riportano a casa, ma gli incontri che fa non l’avvicinano neanche a quel mondo, resta invece coinvolta con una serie di uomini ambigui e violenti. La sua ricerca del piacere, che pervade tutta la narrazione, resta la vera protagonista del romanzo, fino all’estrema conclusione, la morte.
Non sappiamo se questa morte, nelle intenzioni della scrittrice, sia alla fine un giudizio morale, certamente balza agli occhi come il “peccato” conduca inevitabilmente al termine dell’esistenza di Margherita.
Il lettore, però, deve a volte tornare indietro per capire chi fa cosa, la sintassi è spesso decisamente ingarbugliata. Non basta descrivere qualcosa per renderla fruibile ad altri da noi, nemmeno il sesso. Si dice che il linguaggio sia una convenzione e, quindi, le regole che lo governano sono necessarie per la comunicazione tra chi scrive e chi legge.
L’Autrice vuole sicuramente comunicare, e con forza, ma si capisce tra le righe, mentre sarebbe stato necessario che la storia, triste ma reale, fosse definita con penna più precisa. L’argomento, scabroso fino ad essere brutale, domina troppo rispetto al vissuto del personaggio principale, avremmo voluto capire di più di Margherita, se solo si fosse espressa con parole più comprensibili.
Paolo Mantioni, "Le età della vita"
Le età della vita
Paolo Mantioni
Bebert edizioni, 2013
pp152
13.00
“Mi pare che tu non riesca a credere veramente in nulla di quello che fai, non ti consumi fino in fondo, continui a mantenere un controllo che ti serve per restare fuori. Ma così rischi di rimanere fuori dalla letteratura, dal lavoro e pure dalla vita.” (pag 86)
Ci sono persone che si guardano dall’esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi bene nel sistema, bisogna essere agguerriti, disciplinati, disposti a compromessi, a non avere dubbi. Il protagonista di “Le età della vita”, alter ego giovanile dell’autore, è una di queste persone.
L’io narrante è un universitario, matricola di Lettere che, per mantenersi agli studi, lavora di notte ai mercati generali di Roma, come grossista di pesce. Apparentemente felice, ama lo studio, che lo fa volare in cieli intellettuali dai quali si sente irrimediabilmente attratto, ma ha anche un buon rapporto col suo lavoro, in grado di mantenerlo con i piedi per terra, di offrirgli il necessario distacco per vedere le cose con obiettività e non perdersi in un iperuranio di astrazioni filologiche. Ha pure una fidanzata che gli dà tutta se stessa, che gli vuole bene, che lo sprona studiare, a costruirsi una posizione come si deve.
Il suo lavoro lo mette a contatto con un’umanità variopinta, pittoresca, popolare, di cui si sente parte e dalla quale, nello stesso tempo, prende le distanze da persona colta.
“Di tanto in tanto, come d’abitudine, interrompeva brevemente la lettura per assaporarne più pacatamente il gusto, per prolungarne e trattenerne il godimento, quasi a confrontarla con quanto di brutto e incomprensibile gli ruotava intorno.” (pag 53)
Ma anche lui appartiene a quel mondo, anche lui parla quel dialetto plebeo, anche lui è uno di loro, senza, tuttavia, esserlo fino in fondo.
“Questo era il mondo popolare dal quale veniva e che amava frequentare ora che i libri lo aiutavano a distaccarsene, ora che poteva vederlo anche con gli occhi degli autori più amati e che poteva scomporlo con gli schemi analitici degli studiosi più in voga.” (pag 72)
Riesce ad analizzarne i meccanismi linguistici e le dinamiche umane, barcamenandosi fra i due mondi, tenendosi in equilibrio fin quando gli è possibile. Ma viene un momento in cui qualcosa si spezza e l’alienazione cresce, il senso di estraneità deflagra.
“Qualcosa stava cambiando. Tra il “cacatore “ di Pieretto e il “sublime” di Patrizi da Cherso la forbice si andava facendo troppo ampia. Rischiava di perdersi in una terra prosciugata, abbandonata dall’uno e dall’altro. Il senso di non appartenenza lo stava ghermendo.”
Pure nelle vite che sembrano scorrere con più facilità, che paiono scivolare su ottimi binari, qualcosa stride, frena, blocca lo scorrimento: si chiama paura e può farti deragliare.
Sono due le paure che aleggiano nel romanzo, una è quella inconfessata che non accada nulla, che tutto vada come deve andare, che la fidanzata si trasformi in moglie, il lavoro precario diventi occupazione stabile, gli studi portino alla laurea e al posto fisso; l’altra, invece, che capiti l’imponderabile, lo scarto, lo scherzo cattivo del destino pronto a cambiare tutto, a distruggere, rivoluzionare, scompaginare.
Entrambe queste angosce sono identificate dal personaggio di Carmine Avagliano, uomo al limite, borderline fra un’esistenza quasi normale e una da barbone. Carmine rappresenta un incontro casuale per il protagonista ma di quelli che ti folgorano. Carmine, un tempo, era un laureato pieno di speranze e in procinto di sposarsi. Poi Elsa, la sua fidanzata svizzera, è morta in un incidente, e Carmine è andato lentamente alla deriva, ha smesso di studiare, di lavorare, mantenendo però il suo alloggio, seppur spoglio di ogni suppellettile, mantenendo una parvenza di regolarità fatta di dormite, di passeggiate, di una finestra dalla quale ancora guardare fuori.
Carmine è ciò che il protagonista potrebbe diventare se si lasciasse sommergere dal nulla, ma è anche, sottilmente, simbolo positivo di ribellione al sistema, a una vita conosciuta e prevedibile.
Il protagonista decide di mettere ordine nelle carte di Carmine. Non sa perché senta l’esigenza di farlo, visto che, sistemare la vita dell’altro significa scardinare la propria, non andare al lavoro, perdere le lezioni dell’università, litigare con la fidanzata. Più che i fogli di Carmine si accumulano in pile ordinate, più che la vita del protagonista va all’aria.
“Voglio capire, voglio dargli un senso.”
”Il mondo non ha senso”
“Il mondo, no. Ma ogni sua singola componente, sì.” (pag 56)
Il bisogno di archiviare, di catalogare, è lo stesso che porta l’autore a descrivere con faticosa minuzia tutte le operazione del mercato, come se analizzando ciò che lo circonda, egli possa esercitare una qualche forma di controllo sulla propria vita - forse non proprio quella desiderata - e su se stesso, sui propri impulsi, su quel misto di alto e basso, di istinto e cultura, che lo caratterizza senza fondersi mai completamente, e che si riflette anche nella lingua, incisiva, curata nei minimi particolari, ma intersecata dal dialetto romanesco. “Un romano laureato in letteratura potrà mai spiccicarsi di dosso il romanesco?”
Raffinato e proletario, letterato e volgare, si alternano e s’incrociano come trama e ordito per tutto il romanzo.
“Ma vaffanculo!
Il gesto apotropaico susseguente (fregarsi i testicoli, insomma) era assolutamente inevitabile. La superstizione accompagnata energicamente alla porta, tolleranti ma decisi, da Montesquieu, Leopardi e Lévi – Strauss, rifaceva capoccella dalla finestra, e chi le faceva da sgabello intrecciando le dita delle mani all’altezza dell’inguine? Un divertito e malizioso “Richetto er pesciarolo”, detto Lo Scaltro” (pag 70)
Sembrerebbe, a prima vista, la stessa operazione linguistica pasoliniana, solo che qui la mimesi è totale e non c’è lirismo nella lingua di Mantioni, solo un’operazione lucidamente razionale. Tuttavia, nonostante questo intellettualismo, nonostante la meticolosità con cui sono descritte certe scene, il romanzo non è faticoso, scorre, crea attesa e curiosità nel lettore.
C’è poi, anche se non del tutto sviluppato, il filone psicanalitico, che si ritrova nei racconti infantili a conclusione del romanzo. È come se l’autore accennasse a qualcosa di cui, tuttavia, non arrischia parlare. Se ci si potesse inoltrare nei meandri della psicanalisi, ci dice, le scoperte sarebbero tante e tali che un racconto solo non basterebbe, lo scavo interiore potrebbe davvero far uscire la vita dagli schemi autoimposti, trasformandola in scheggia impazzita, in lettera senza collocazione che può volare al primo colpo di vento.
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CriticaLetteraria: Paolo Mantioni, "Le età della vita"
Ci sono persone che si guardano dall'esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi ...
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"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini
Adriana
Ricorrente è, infine, in queste liriche, la dimensione del ricordo che veste di commozione e di sogno frammenti di vita indimenticabili e indimenticati grazie a una memoria che, non contenendo tutto, "si ferma al particolare e lo fa eterno".
Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"
Alla ricerca della Piombino perduta
Gordiano Lupi
Edizioni Il Foglio2012
pp 190 15,00
Solo un lettore nato negli anni sessanta può accogliere questo libro di Gordiano Lupi, “Alla ricerca della Piombino perduta”, con una commozione che ti prende allo stomaco e ti annoda la gola. L’autore dedica la prima parte al ricordo, alla recherche, al ritorno sui propri passi. Siamo catapultati all’indietro, nei primi anni sessanta, in una Piombino appena uscita dalle miserie della guerra e appena sfiorata da un boom di cui gli abitanti nemmeno si accorgono. Una Piombino che sembra balzar fuori da un film di Virzì, divisa a metà fra figli di papà e figli di metalmeccanici e ferrovieri, fra gelaterie e bagni dove si va solo la domenica e piccoli bar di tutti i giorni su spiagge olezzanti di frittura stantia. L’amore per queste memorie è assoluto, viscerale, incondizionato. Lupi accetta tutto del passato, il bello e il mostruoso, il mare lucente ma anche le spiagge inquinate, le sterpaglie dei campi di calcio improvvisati, i muri fatiscenti, gli odori penetranti, l’acciaieria, oggi gigantesco relitto d’archeologia industriale, sempre incombente, sempre presente nei pensieri e nelle parole degli abitanti. “Erano tempi romantici”, ci ripete. Ed è in questo romanticismo che si stempera il neorealismo, trasformandosi da ideologia in sentimento. Tutto era bello, tutto aveva più grandezza, più spessore, più sapore, tutto è imbellito, enfatizzato dal ricordo. Persino la decadenza, il degrado, la fatiscenza erano languidi e malinconici. Prepotente, in ogni capitolo e in ogni pagina, la sensazione del fallimento della propria esistenza, l’idea che il meglio sia ormai alle spalle. I sogni non si sono realizzati, il cammino si è interrotto, le aspirazioni non si sono concretizzate.
“Non poteva capire che volevo la barca di mio padre, cacciare squali nell’oceano infinito, farmi travolgere come un vecchio pescatore cubano in una battaglia senza fine sotto il sole a picco e con il corpo sporco di salmastro. Non lo poteva capire.” (pag 71)
Ciò che cercavamo in realtà c’era già, era in quelle strade, in quelle spiagge, in quei bar, in quegli anfratti spinosi dove ci si appartava con una ragazzina, in quei campi polverosi dove si tiravano calci a un pallone, in quei cinema di terza visione dove si sgranocchiavano seme e non pop corn, dove cresceva, a suon di peplum e film di Totò, l’amore per un’arte che avrebbe segnato tutta la vita. Quello che si è cercato senza trovare, l’angolo di paradiso, esisteva già e ora è perduto per sempre.
“I ragazzi che escono da scuola, la terrazza sopraelevata verso le isole, un autobus in attesa, mio fratello con lo zainetto ricolmo di libri che percorre la salita verso ragioneria, e per un istante penso che il nostro angolo di paradiso era proprio questo e non lo sapevamo.” (pag 65)
Ciò che inseguivamo se n’è andato e non tornerà, abbiamo perso l’occasione di essere felici. Volti e voci – del padre, degli amici - non ci sono più, ci hanno lasciato soli, il tempo non è più “senza fine”. Con quanta insistenza si ripete che il passato non torna. Quante volte si ripercorrono le stesse immagini, gli stessi ricordi, come se ripetere accreditasse le memorie, le avvalorasse.
“Adesso non importa più niente a nessuno. Un mondo scivolato via tra le feritoie della vita, come sabbia tra le dita, come tempo che non ritorna.” (pag 35)
Ogni capitolo è una cartolina illustrata dalla nostalgia, spiazzante, lacerante, dolorosa, piena di rimpianto per ciò che non è stato e non sarà mai più. Se dobbiamo abbandonarci anche noi a echi, a reminiscenze, a libere associazioni letterarie, ci viene in mente la Forte dei Marmi di Antonella Boralevi, in “Prima che il vento”, oppure, chissà perché, anche “Bonjour tristesse”, di Françoise Sagan, forse per la malinconia che permea ogni parola del libro.
La seconda parte è dedicata alla ricostruzione della vita dello scrittore Aldo Zelli, approdato a Piombino dopo un’esistenza avventurosa fra Libia e prigionia di guerra in varie parti del mondo. La casa editrice il Foglio Letterario si sta occupando di quest’autore e della ristampa di alcune sue opere d’interesse scolastico. Qui Lupi ne assume l’identità, lo fa parlare in prima persona, gli fa rievocare il passato - persino l’amicizia con Guelfo Civinini - attraverso le trame della sua narrativa fantasiosa e disimpegnata. Anche in questo caso la nostalgia è canone, norma pervasiva, irrinunciabile. Aldo celebra la propria gioventù in Libia, fra deserti, dune mosse dal vento, dromedari e camaleonti “che danzano”, con l’improvviso irrompere della realtà a spezzare il sogno dell’infanzia, a far maturare di colpo.
“La vita è ingiusta. Lo comprendo per la prima volta e ho soltanto otto anni. Non ci sono regole. Non ci sono principi. Non ci sono sogni da rispettare. C’è un maledetto destino che si compie.” (pag 110)
Ed anche qui, come nella parte piombinese, chi parla s’interroga in continuazione sulla natura e il significato dell’essere scrittore, sul processo creativo, sulla fantasia, sul modo in cui nascono, prendono corpo e si sviluppano, le storie nella mente degli autori. In quel “Scrivo una storia come, da ragazzo, avrei voluto che un adulto mi narrasse” c’è tutta una poetica del fantastico, una pura capacità affabulatoria che si è persa nella narrativa odierna, soprattutto italiana. L’opera è scritta in una lingua elegante, lirica, che non si vergogna a commuovere, a inondare di emozioni, a puntare direttamente al cuore, senza indulgere in urticanti paratassi, in simbolismi inutili, in modernismi stridenti troppo spesso di maniera. Un libro per il quale la parola “bellissimo” si spoglia del logorio dell’abuso e torna a risplendere.
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CriticaLetteraria: Alla ricerca della Piombino perduta
Alla ricerca della Piombino perduta Solo un lettore nato negli anni sessanta può accogliere questo libro di Gordiano Lupi, " Alla ricerca della Piombino perduta ", con una commozione che ti prende...
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"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni
Io sono sempre molto attento ai dati formali, al modo in cui il testo si costituisce e allo stile in cui è reso, perciò prendo le mosse da quella che mi è sembrata una novità di rilievo di “Bianca come la Neve” rispetto ai due romanzi precedenti. Nel racconto la voce narrante protagonista della vicenda ha una preminenza assoluta rispetto agli altri personaggi, che, però, hanno anche loro diritto ad esprimersi in prima persona, per altro introdotti da una formula - “parla Radu” “parla padre Bernardu”, ecc. - che fa pensare a un che di solenne, analogo alle inserzioni del coro nelle tragedie greche. È come se al centro della narrazione ci fosse la voce narrante della protagonista e intorno, a raggiera, quella dei personaggi secondari, come a costituire un “centro” o un dentro” rispetto a un “fuori”. Il procedimento mi pare molto originale (uno dei rimproveri che facevo all’autrice era proprio la mancanza di originalità, ma tra la tecnica narrativa de “Il Respiro del Fiume” e quella de “Il Volo del Serpedrago” c’è stata una evoluzione e una personalizzazione che smentiscono le sue stesse parole, “voglio essere una semplice narratrice” - per altro non si è mai “una semplice narratrice”). Un procedimento già abbozzato con il diario di Orfeo in “Signora dei Filtri” e in parte ripreso anche nell’ultimo racconto e che risponde a una tematica molto presente nella scrittura della Poli e di rilievo personale ma anche, diciamo così, filosofico-religioso. C’è, nella sua scrittura, una forte, addirittura violenta, dialettica tra “dentro” e “fuori”, tra le pulsioni profonde, represse o scatenate e il giudizio esterno, le conseguenze della repressione o dello scatenamento. Per questo discorso, aggiungo un altro dato formale di rilievo e che riguarda in particolare “Bianca come la Neve”: il testo è puntellato da “prolessi”, ovvero più volte si fa riferimento alla soluzione dell’intrigo, a quando la situazione della protagonista e degli altri personaggi non sarà più la stessa, alla fine della storia, insomma. Ecco, anche questo dato più essere interpretato in quell’ottica: il bisogno di guardarsi da “fuori”, dal “dopo”, dall’”esterno” (e la presenza come personaggio dello Specchio non è da sottovalutare). Cos’è il “fuori”, il “dopo”, l’”esterno” se non un bisogno di trascendenza, di pacificazione in un altrove? Cos’è la scrittura rispetto all’esperienza esistenziale? L’avevo già notato e scritto per “Signora dei Filtri”: l’apparente medietà dello stile talvolta si lacera, mostra fenditure, lacerazioni, come se la coperta della scrittura si rilevasse a volte insufficiente a coprire tutto l’oscuro, il represso, l’inconsapevole che è stato violentemente lasciato ai margini o nascosto. Negli ultimi racconti quel represso è lasciato trapelare più liberamente generando quella dialettica forte di cui dicevo prima (e devo aggiungere che questa mi sembra la strada letteraria, se non personale, sulla quale si potrebbe insistere con profitto).
- La narrativa della Poli ha alcune caratteristiche che, pur nelle diverse combinazioni o realizzazioni, tornano costantemente. La sottrazione al “qui e adesso”, ad esempio. Lo spostamento può essere solo spaziale (“Il Respiro del Fiume”) o spazio-temporale, si guarda e si racconta dell’altrove dall’altrove della scrittura, della narrazione. Ma mentre nel primo romanzo tra i due altrove, la vicenda narrata e la scrittura, vi era un rapporto pacificato, scarsamente conflittuale, l’evoluzione dei racconti successivi mostra sempre più chiaramente il conflitto, che diventa anche investimento personale, partecipazione emotiva alla vicenda. E questo investimento personale, questa specie di lotta tra la “semplice narratrice” e i contenuti psichici, che la scrittura lascia emergere, favoriscono quell’immedesimazione, quel rapporto empatico tra personaggi e lettore che può essere trasmesso solo se, a sua volta, la scrittrice si è trovata a viverli e a volerli esprimere. Quella della Poli è una narrazione di passioni forti, di molte morti e di molte nascite, di pulsioni irresistibili che travolgono e sconvolgono, una narrazione che chiama a testimoni gli elementi primordiali - l’acqua, il sole, l’aria, la terra - è, ripeto, una narrazione violentemente dialettica che vorrebbe trovare pace in un Dio “forte e buono” , un Dio giusto, pietoso e, soprattutto, accogliente; appunto un Dio, non un uomo (o una donna). La scrittura mostra un anelito alla religiosità, alla trascendenza, è una scrittura a-storica (con quanto di buono e di meno buono, questo comporta).
- “Mi levai di scatto (…) io ho già avuto la mia parte” (pag. 14). Rileggiamo questo breve brano: da un lato l’immoralità della vampirizzazione del padre santo evitata solo per l’intervento provvidenziale di Nero, dall’altro la moralità del cibo offerto ai poveri; ma, mentre l’atto immorale s’avvale di un lessico che si direbbe d’amore - “annusai” ,”sangue tiepido”, “dolcemente”, - quello morale, tutt’al contrario, è all’insegna dello sprezzo, della rinuncia forzata - “scaraventai”, “io ho già avuto la mia parte”. Le parole, la tessitura lessicale entrano in conflitto con l’atto.
- Un’altra caratteristica costante è la compresenza di sublime (sì, Patrizia Poli è una delle poche scrittrici a non fuggire dal sublime) e disgustoso (qui invece è in buona compagnia). Il sublime nasce dall’immersione senza remore nel sentimento panico della natura (già il prologo e l’epilogo di “Signora dei Filtri” ne avevano dato prova - ancora: quel prologo e quell’epilogo non sono anche l’altrove pacificato “fuori” dalla narrazione?) dal saper rappresentare quella sensibilità creaturale, innocente e primigenia, che accomuna tutto il creato, organico e inorganico. Il disgustoso è invece rappresentato dal movimento, dal continuo rinnovarsi dell’universo. A questo riguardo mi è rimasta molto impressa una scena de “Il Respiro del Fiume”: a Padre Franz, turbato dalla scoperta del sentimento per Urmilla, cadono di mano i flaconi delle pillole, subito “anneriti dalle formiche”.
- Un’idea molto caratteristica degli ultimi due racconti è che, attraverso un contatto materiale - bere il sangue della vittima o quando il Serpedrago morente “sposta una zampa e gliela pone in grembo” - si instaura una comunicazione immateriale, che trasmette, senza opacità alcuna, i pensieri e il passato. Idea che per altro mi ha ricordato il film di Spielberg Intelligenza artificiale dove i computer, ormai unici abitanti della terra, leggono il passato dei loro simili con il semplice gesto di toccarli. Da un lato io do in generale poca importanza ai topoi narrativi, nel senso che la ripresa di motivi narrativi già sviluppati da altri autori non è di per sé un difetto, perché ciò che conta di più è l’utilizzo del topos, la sua rifunzionalizzazione più o meno coerente con la propria opera; dall’altro io credo che i geni, quelli capaci di inventare dal nulla, siano talmente pochi che nessuno possa aspirare all’assoluta originalità.
- Le pagine finali di Bianca come la neve mostrano un’inedita tensione espressiva rispetto alle opere precedenti, hanno un afflato lirico notevole, però, se fossi un editor, probabilmente consiglierei un’attenuata presenza del soggetto, ad esempio l’uso del “noi” o addirittura dell’impersonale “si” per qualcuna delle frasi.
- In tutt’e quattro le narrazioni si segue l’evolversi di un personaggio femminile dall’infanzia alla maturazione fisica, sessuale e psicologica. E in tutt’e quattro una delle scene più forti e decisive è la perdita della verginità. Si tratta di un momento della vita delle protagoniste in cui le pulsioni interne trovano nel corpo maturo un alleato per abbattere i divieti fisici e morali che ostacolano il libero soddisfacimento del desiderio. Ognuna deve superare un impedimento che, prima e durante l’atto, assume l’aspetto di un freno che non fa che aumentare l’intensità e la ineluttabilità del desiderio e che fa dell’atto anche la rappresentazione di una lotta (qui sarebbe da ricordare il modello freudiano dell’atto sessuale che il “bambino che guarda” interpreta come lotta, ma io sono poco convinto delle modellizzazioni freudiane), poi lo stesso impedimento, ormai dissolto, ritorna sotto forma di conseguenze drammatiche, tragiche o addirittura catastrofiche causate dall’atto stesso. L’aver travolto il divieto morale della separazione religiosa (Urmilla) o dell’amor di patria (Medea) o, quello più sacro e inviolabile, dell’incesto (Bianca) è una liberazione per la quale si pagano tributi personali e collettivi terribili, ma l’atto e le sue conseguenze sono in un certo qual modo inevitabili, fatali. Una situazione più sfumata e anche più coinvolgente è invece quella di Ahnu: lei non sa di poter essere colpevole, l’uomo cui si abbandona non ha un volto, una precisa identità e l’unica sua debolezza è quella d’aver ceduto alla vista e all’immaginazione di “un trono d’oro”, eppure proprio l’innocente Ahnu, cedendo, scatena conseguenze catastrofiche su tutta la comunità, che, però, sono al contempo, anche l’origine del riscatto collettivo, della solidarietà, della vittoria del Bene sul Male, dell’acqua sul fuoco. Il divieto morale è un tappo alle pulsioni interne, un tappo che è necessario, nonché inevitabile e fatale, far saltare per acquisire consapevolezza e conoscenza di sé. Si tratta di attraversare il dolore per ritrovarsi dall’altra parte della storia, nell’altrove di un Dio che accoglie senza imporre divieti morali in conflitto con le naturali e creaturali pulsioni interne.
- “Una semplice narratrice”? La descrizione della battaglia finale ne “Il Volo del Serpedrago” infiamma i nessi logico-cronologici della narrazione, fa dello sguardo, del vedere il centro della rappresentazione: “Ahnu vede la picca vibrare (…) spalancate”. In quelle pagine, a partire dalla vittoria del Dio del deserto, la “semplice narratrice” è travolta dal ritmo forsennato, dal caos reale e simbolico nel quale è immersa, perde lo sguardo limpido e ordinato, si abbandona al turbine degli elementi offrendo al lettore una visione degli eventi più immediata, più coinvolgente, più personale e condivisibile.
Bianca come la Neve, Libro di Patrizia Poli - - Narrativa - ilmiolibro.it
Bianca come la Neve, di Patrizia Poli Narrativa 76 Due racconti fantastici, molto diversi fra loro, accumunati dal bisogno di riscatto morale dei titanici ed indimenticabili protagonisti.
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Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”
Il cuore in disparte
Roberta Pilar Jarussi
Musicaos, 2013
pp 50
1,99 €
"Il cuore in disparte" di Roberta Pilar Jarussi è una lettura rapida e incisiva, che racconta l'incontro, o forse il mancato incontro, di due personalità affini. L'autrice descrive in maniera impietosa e graffiante i personaggi e gli ambienti che fanno da cornice alla vicenda e ne rivela con pochi tratti lo squallore e l'umanità, tracciando un racconto dal ritmo incalzante, che si sviluppa in un’alternanza ossessiva fra passato e presente.
Ossessivi, nel senso tecnico del termine, sono anche i due protagonisti, entrambi scrittori di nicchia ed entrambi legati a manie, abitudini e rituali quotidiani, descritti minuziosamente e con ironia dall'autrice. Anna e Filippo sembrano appartenere a una realtà altra, asettica e metodica, di chi vorrebbe “rassettare la città, innaffiare le aiuole spaccate, togliere la polvere dalle macchine, i vetri dai giardini e i cessi rotti dai cassonetti”. Si conoscono a un festival letterario in una sperduta località meridionale e danno vita a un fitto scambio di mail, che li terrà per anni in un rapporto intenso e indefinito. Le loro comunicazioni si limitano a scambi di manoscritti e conversazioni intime ma impersonali, in cui non trovano spazio né la vita privata, né i sentimenti dei protagonisti. Si tratta di una non-storia che è destinata a rimanere in sospeso, fatta di frasi aperte e lettere senza incipit e senza saluti. Allo stesso modo rimane sospesa e non trova espressione la tensione erotica che nasce fra i due durante il loro secondo incontro. “Certe relazioni durano in eterno se tieni le mani a posto” scrive l'autrice.
Il racconto di questa serata incompleta ritorna costantemente, alternandosi a quello del presente dei personaggi e gettando la sua ombra sul loro terzo, e si presume ultimo, incontro. Dopo nove anni di scambi di mail Anna e Filippo si concedono diciannove ore da passare insieme in una stanza d'albergo. A questo punto il ritmo ciclico delle descrizioni si interrompe bruscamente, lasciando il posto un incontro di corpi intenso e risolutivo. Ma come dice il titolo, il cuore rimane in disparte, e il lettore intuisce che ciò a cui sta assistendo non è l'evoluzione di una storia ma la sua fine.
Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi
Il nuovo libro di Gordiano Lupi esce il 24 aprile.
Yoani Sanchez - In attesa della primavera - Anordest Edizioni - Euro 12,90
Viene Yoani in Italia a presentarlo!
Domenica 28 a Perugia - ore 19 Festival del Giornalismo
Lunedì 29 a Torino - ore 21 - Circolo dei Lettori con Mario Calabresi e Piero Fassino
Martedì 30 a Monza - ore 17 - Teatro Manzoni
La presentazione di Mario Calabresi
Due persone sono state decisive per convincermi definitivamente dell'importanza del lavoro che Yoani Sánchez porta avanti da anni: Barack Obama e il mio barbiere.
Nel 2009 Yoani inviò alla Casa Bianca sette domande sul futuro di Cuba, indirizzate al presidente Obama. Una persona qualunque poteva attendersi come replica, al massimo, due righe cortesi di ringraziamento redatte da qualcuno dello staff presidenziale. Passarono invece poche settimane e a casa di Yoani arrivò una risposta scritta di Obama, che si dilungava nel dettagliare la linea della sua Amministrazione nei confronti del regime castrista. "Il suo blog - scrisse tra l'altro il presidente alla Sánchez - offre al mondo una finestra unica per scoprire la realtà della vità quotidiana a Cuba". Il settimanale "Time" aveva già inserito poco tempo prima Yoani nella lista delle 100 persone più influenti del pianeta. Ma la mossa di Obama significava qualcosa di più, perché faceva della blogger cubana un interlocutore diretto per il governo degli Stati Uniti, un modo per l'America di raggiungere direttamente il popolo cubano. Nel nostro piccolo, noi de La Stampa da questo punto di vista avevamo preceduto il presidente americano di diversi mesi, riconoscendo l'eccezionale opportunità di capire Cuba che ci offrivano i racconti di Yoani. Il governo de L'Avana nella primavera 2009 le vietò di partecipare al Salone del Libro di Torino: l'espatrio per Yoani era solo un sogno e sarebbero passati altri quattro anni di battaglie prima che le fosse concesso di avere il passaporto e lasciare l'isola. Visto che il regime all'epoca non la lasciava andare in giro per il mondo e ostacolava in ogni modo il suo lavoro sul web, decidemmo di darle ospitalità sul nostro giornale e su LaStampa.it, diventato la casa italiana del blog "Generaciòn Y" di Yoani.
Da allora, è diventata una di "famiglia" per noi della Stampa, una testimone eccezionale che ci ha aiutato a scoprire la complessa evoluzione delle vicende cubane. Attraverso Yoani, però, sono stati soprattutto i lettori italiani a vivere l'altalena di frustrazioni e piccole e grandi conquiste che caratterizzano la vita quotidiana sotto uno degli ultimi regimi comunisti al mondo. Yoani ha storie da raccontare che colpiscono chiunque, dal presidente degli Stati Uniti alla gente comune. A farmelo capire è stato il mio barbiere. Un giorno sono entrato nel suo negozio, mi sono seduto per attendere il mio turno e sul tavolino in bella evidenza, dove di solito dominano le riviste di gossip, ho visto il libro "Cuba Libre" di Yoani. "Cosa ci fa qui?", ho chiesto al barbiere. "L'ho comprato perché ero incuriosito dall'autrice - mi ha risposto - e ho scoperto che ci racconta come si vive davvero a Cuba, senza censure. Lo tengo a disposizione dei clienti nella speranza che lo sfoglino, così il tempo che passano nell'attesa serve a qualcosa. Gli ho regalato una finestra su Cuba...". Il mio barbiere a Torino la pensava esattamente come Barack Obama a Washington. E allora buon viaggio con Yoani.
(Mario Calabresi)
"Per scoprire un autoritario cubano ditegli che l'arcobaleno è composto da sette colori, lui negherà e sosterrà che è solo rosso e verde oliva. Per scoprire un autoritario basta che gli proponiate di dialogare, fuggirà spaventato, sorpreso, e si nasconderà. Per scoprire un autoritario dovete solo notare la sua inclinazione all'insulto, la sua paura del dibattito e quella mano alzata pronta a colpire" (Yoani Sánchez).
Yoani Sánchez, laureata in filologia nel 2000, alla Università dell'Avana. Nell'aprile del 2007, crea il blog Generación Y (che le ha dato rinomanza internazionale) dove pubblica regolarmente storie di vita cubana, caratterizzate da un tono critico nei confronti del governo. È una delle più influenti voci sulla realtà cubana. Il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani ed è spesso perseguitata dalle autorità. In Italia, i suoi post sono pubblicati dal quotidiano La Stampa tradotti da Gordiano Lupi. È stata candidata al premio Nobel per la Pace 2012.
Gordiano Lupi, collabora con La Stampa per cui cura il blog di Yoani Sanchez - Generación Y www.lastampa.it/generaciony. Ha tradotto le opere di Alejandro Torreguitart Ruiz, di Guillermo Cabrera Infante, di Felix Luis Viera e di Virgilio Piñera. Ha tradotto Cuba libre di Yoani Sánchez. Ha scritto molti saggi e monografie sul cinema italiano degli anni Settanta. Sito internet: www.infol.it/lupi
Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"
La casa ai confini del tempo
Ilaria Vitali
0111 Edizioni, 2012
pp. 153
14,50
Tutti coloro che si sono accostati a “La casa ai confini del tempo” di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell’infanzia e, soprattutto, di mimesi perfetta del linguaggio infantile, così come si ritrova, ad esempio, nei libri di Niccolò Ammaniti o della scrittrice partenopea Ida Verrei. A nostro avviso, invece, si tratta di un’operazione molto più letteraria. Lo stile del testo, nella sua semplicità artefatta, è assolutamente, squisitamente, ricercato, non c’è realismo né aderenza al parlato o pensato infantile, bensì un surrealismo ricco di simboli, di allegorie: una forma studiata nei minimi particolari, che non lascia niente al caso, poetica e per nulla puerile.
L’undicenne Zoe passa un’estate nella casa dei nonni, in riva al grande fiume, nella pianura padana calda, languente e assolata. Intorno la vita scorre, è il 1992, tangentopoli spazza via la prima repubblica, ma Zoe e la sua famiglia sono sospesi in una bolla. I personaggi principali sono Zoe stessa, la madre, i nonni, l’amico vicino di casa, il di lui padre. Alcune comparse entrano ed escono di scena come attori su un palco: la cugina Iris, i carabinieri, gli zingari. Non c’è niente di realistico, niente di “normale” in ciò che accade, tutto ha un significato nascosto.
C’è un’altra figura che giganteggia nella sua assenza, e si ridimensiona - addirittura si schiaccia - nella sua ritrovata presenza: il padre di Zoe, il perno della storia, colui che, con la sua condotta, ha messo in moto la catastrofe, ha provocato il rimosso, quella che la madre di Zoe ora chiama “la traversata”.
“Da un po’ di tempo succede che le cose mi parlano”, esordisce Zoe. Sì, le cose parlano a chi sa ascoltare, le cose hanno aspetti nascosti, surreali, come in quadro di Magritte o di De Chirico. La casa è “una casa treno” capace di spostarsi su una linea ideale che dovrebbe portare avanti, nel futuro, ed invece torna sulle orme di un passato cancellato, rimosso. La caffettiera sanguina, le scale si rompono, i muri si crepano, i tulipani si suicidano. Anche Zoe stessa guarda la realtà da una prospettiva irreale, facendo la verticale contro il muro a testa in giù, o rimanendo immobile e muta come l’erba.
“Comunque, il fatto delle cose che mi parlano succede da qualche mese. Da quando ho compiuto undici anni, per la precisione. Di notte, per esempio, sento strani rumori. Lo so che sono loro. È legno che scricchiola, muro che crepa. Il tavolo vuole tornare albero e il cemento sabbia di mare.” (pag 6)
La ragazzina cresce, scopre il mondo dei grandi, razionalizza e ironizza ma lo fa in un modo che, pericolosamente, sfiora la possibilità della follia. Manca poco a che le cose parlanti si trasformino in pericolose voci nella testa, che l’immobilità del fingersi erba diventi mutismo irreversibile.
A salvarla, però, c’è Mujo, “un’oasi di luce nel buio”, lo zingaro, il reietto, l’anima nella quale Zoe si riconosce e che la tiene avvinta alla realtà.
“Io e Mujo siamo quasi sui binari, i nostri passi bucano il buio, sicuri. Ormai nessuno può fermarci. Questo è il kairos, il momento giusto.”(pag 151)
Kairos, dunque, e non un amoretto infantile qualunque, non i primi battiti del cuore.
“Questa notte soffia il vento in un posto dove il vento non soffia mai e ogni cosa è concessa.” (pag 151)
Eppure, questa narrazione tutta simboli e segni, questo “mandala profano disegnato dal caos”, come lo definisce l’autrice stessa, è anche terribilmente avvincente, ti trascina da un breve capitolo all’altro, nell’attesa dell’epifania, della rivelazione che rende quell’estate così diversa dalle altre e fa sì che le cose parlino a Zoe. È l’evento che dovrà accadere, l’enigma da svelare, l’imponderabile che si concretizza nella sineddoche di un braccialetto, di una linea sul muro a delimitare una crescita bloccata metà.
Ed è anche questo linguaggio così pieno di significati, spigliato e divertente, ironico e godibile, a riprova di un talento narrativo pieno di promesse ma già maturo e affilato, di quelli che, di solito, non ti aspetti in un esordiente.
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CriticaLetteraria: Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"
La casa ai confini del tempo Tutti coloro che si sono accostati a " La casa ai confini del tempo" di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell'infanzia e, soprattutto, di ...
http://www.criticaletteraria.org/2013/04/ilaria-vitali-la-casa-ai-confini-del.html
"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto
"Le Primavere di Vesna"
di Ida Verrei
Fabio Crice Editore
pp.189
Euro 15,00
Recensione di
Paolo Basurto
Tutto sembra una storia vera, in questo bel romanzo di Ida Verrei. La storia di una donna. La parabola della sua vita. Un lungo flash back. Una partenza e un ritorno. Un viaggio nella memoria. Un viaggio nel viaggio vero che la porterà al matrimonio della sua prima figlia.”
"Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative. Un’immagine un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza, o di un ineluttabile ritorno al passato.
Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo metallico e canta con il frastuono ritmico del suo sferragliare. Il treno, sempre presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.”
Ma la storia di Liana è solo in apparenza una storia di donna. Una storia quasi normale di amore, separazione, speranza e delusione. Liana è anche Vesna. Le sue primavere sono la sottile e diffusa simbologia che intride, con pudore al limite della timidezza, il tessuto dell’intera narrazione.
“Le Vesnas sono figure fantastiche legate alla giovinezza e alla primavera. Sono donne belle e sapienti, che vivono in splendidi palazzi in cima alle montagne. Un incantesimo permette loro di uscire e raggiungere la valle solo in un certo periodo dell’anno. Il loro arrivo porta la primavera.”
Dunque è la mitologia di sentimenti elementari che si intrecciano e diventano complessi. La magia delle emozioni che risolve le contraddizioni della curiosità della vita in un ottimismo innocente che sa di meritare la felicità. E’ questa la trama vera del racconto. Il riscatto della voglia di vivere. L’energia semplice e intensa della voglia di libertà e di amore. Il recupero delle occasioni perdute. Il desiderio di non avere rimpianti, il piacere puro di voler bene, di voler il bene dell’altro. La tentazione di castigare la cattiveria e la crudeltà. Lo stupore per l’insensibilità e l’egoismo. La paura delle maledizioni del destino, che ha il viso grinzoso di una strega ma che nonostante la fame che la spinge all’elemosina, non ha il coraggio di mentire nella divinazione del dolore fino alla terza generazione.
I personaggi della storia, non sono mai marginali. Buoni e cattivi allo stesso tempo, sono coinvolti nello scenario sconvolto della guerra e del dopo, alla ricerca delle loro primavere. L’egoismo non manca. Un egoismo umanissimo e quotidiano. Descritto con reticenza, come se lo si volesse scusare; con rammarico. Un marito che inganna se stesso, innanzitutto, per non ammettere la verità del tradimento,del disonore della fuga, della sofferenza che infligge, rompendo la sua famiglia e riducendola in più pezzi doloranti, è pur sempre un uomo che ama, che ha amato, che sa amare, che cerca la sua primavera con le lacrime agli occhi. Qualcuno da compatire, non da condannare. Dopo la protagonista è forse il personaggio più presente anche quando il suo ruolo è implicito. Gli effetti delle sue azioni affiorano in tutta la narrazione. Ma non c’è un genio del male né un colpevole. C’è un uomo che ha paura, che si libera da tutto ciò che gli impedisce di nuotare verso una nuova spiaggia dopo il naufragio che la guerra ha fatto dei suoi ideali giovanili. Anche a lui viene riconosciuto, auspicato, il diritto di ricominciare.
Vesna è il simbolo di questo diritto. Un diritto di tutti. Il suo viaggio nell’incarnazione di Liana, è anche il viaggio di una liberazione silenziosa e lunga, dai condizionamenti culturali, dagli affetti possessivi, dalle oscurità dei ricatti. Il mondo dell’adolescenza si nutre di bellezze naturali, di semplicità familiare. Si esprime in veneto-sloveno e alimenta la fantasia con la sua mitologia. Vesna viene da questo mondo. Suo malgrado, attraverserà l’italia per seguire un destino segnato dalla
profezia di una zingara. Da allora una figura di suocera, subito temuta, dominerà il difficile acclimatarsi al mondo meridionale, delle convenzioni e dei formalismi. Ma anche questo personaggio ha la sua umanità accattivante e sarà l’unico a capire Liana e a cercare di salvarla con prudenti quanto inutili consigli. La luce di Vesna, insomma, si proietta su tutti, ispessendo i chiaroscuri ed evitando la sommarietà dei tratti senza sfumature.
Come nel suo precedente romanzo, Un, due, tre, stella!, Ida Verrei, dipana il racconto con agile continuità. Le descrizioni abbondano, ma la poesia che le ispira le rende leggere e autonome. La narrazione si gode senza sforzi fino a quando la trama avvolge il lettore e lo costringe a scoprire i numerosi messaggi dei simboli che percorrono le parole e le illuminano di novità come gocce di luce.
Il sospetto di una forte ispirazione autobiografica è dovunque presente, ma si trasfigura e si riscatta in una immaginazione creativa che legittima a sperare molte cose buone da un’autrice che ha trovato nello scrivere la sua Vesna.
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