recensioni
Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”
Il cuore in disparte
Roberta Pilar Jarussi
Musicaos, 2013
pp 50
1,99 €
"Il cuore in disparte" di Roberta Pilar Jarussi è una lettura rapida e incisiva, che racconta l'incontro, o forse il mancato incontro, di due personalità affini. L'autrice descrive in maniera impietosa e graffiante i personaggi e gli ambienti che fanno da cornice alla vicenda e ne rivela con pochi tratti lo squallore e l'umanità, tracciando un racconto dal ritmo incalzante, che si sviluppa in un’alternanza ossessiva fra passato e presente.
Ossessivi, nel senso tecnico del termine, sono anche i due protagonisti, entrambi scrittori di nicchia ed entrambi legati a manie, abitudini e rituali quotidiani, descritti minuziosamente e con ironia dall'autrice. Anna e Filippo sembrano appartenere a una realtà altra, asettica e metodica, di chi vorrebbe “rassettare la città, innaffiare le aiuole spaccate, togliere la polvere dalle macchine, i vetri dai giardini e i cessi rotti dai cassonetti”. Si conoscono a un festival letterario in una sperduta località meridionale e danno vita a un fitto scambio di mail, che li terrà per anni in un rapporto intenso e indefinito. Le loro comunicazioni si limitano a scambi di manoscritti e conversazioni intime ma impersonali, in cui non trovano spazio né la vita privata, né i sentimenti dei protagonisti. Si tratta di una non-storia che è destinata a rimanere in sospeso, fatta di frasi aperte e lettere senza incipit e senza saluti. Allo stesso modo rimane sospesa e non trova espressione la tensione erotica che nasce fra i due durante il loro secondo incontro. “Certe relazioni durano in eterno se tieni le mani a posto” scrive l'autrice.
Il racconto di questa serata incompleta ritorna costantemente, alternandosi a quello del presente dei personaggi e gettando la sua ombra sul loro terzo, e si presume ultimo, incontro. Dopo nove anni di scambi di mail Anna e Filippo si concedono diciannove ore da passare insieme in una stanza d'albergo. A questo punto il ritmo ciclico delle descrizioni si interrompe bruscamente, lasciando il posto un incontro di corpi intenso e risolutivo. Ma come dice il titolo, il cuore rimane in disparte, e il lettore intuisce che ciò a cui sta assistendo non è l'evoluzione di una storia ma la sua fine.
Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi
Il nuovo libro di Gordiano Lupi esce il 24 aprile.
Yoani Sanchez - In attesa della primavera - Anordest Edizioni - Euro 12,90
Viene Yoani in Italia a presentarlo!
Domenica 28 a Perugia - ore 19 Festival del Giornalismo
Lunedì 29 a Torino - ore 21 - Circolo dei Lettori con Mario Calabresi e Piero Fassino
Martedì 30 a Monza - ore 17 - Teatro Manzoni
La presentazione di Mario Calabresi
Due persone sono state decisive per convincermi definitivamente dell'importanza del lavoro che Yoani Sánchez porta avanti da anni: Barack Obama e il mio barbiere.
Nel 2009 Yoani inviò alla Casa Bianca sette domande sul futuro di Cuba, indirizzate al presidente Obama. Una persona qualunque poteva attendersi come replica, al massimo, due righe cortesi di ringraziamento redatte da qualcuno dello staff presidenziale. Passarono invece poche settimane e a casa di Yoani arrivò una risposta scritta di Obama, che si dilungava nel dettagliare la linea della sua Amministrazione nei confronti del regime castrista. "Il suo blog - scrisse tra l'altro il presidente alla Sánchez - offre al mondo una finestra unica per scoprire la realtà della vità quotidiana a Cuba". Il settimanale "Time" aveva già inserito poco tempo prima Yoani nella lista delle 100 persone più influenti del pianeta. Ma la mossa di Obama significava qualcosa di più, perché faceva della blogger cubana un interlocutore diretto per il governo degli Stati Uniti, un modo per l'America di raggiungere direttamente il popolo cubano. Nel nostro piccolo, noi de La Stampa da questo punto di vista avevamo preceduto il presidente americano di diversi mesi, riconoscendo l'eccezionale opportunità di capire Cuba che ci offrivano i racconti di Yoani. Il governo de L'Avana nella primavera 2009 le vietò di partecipare al Salone del Libro di Torino: l'espatrio per Yoani era solo un sogno e sarebbero passati altri quattro anni di battaglie prima che le fosse concesso di avere il passaporto e lasciare l'isola. Visto che il regime all'epoca non la lasciava andare in giro per il mondo e ostacolava in ogni modo il suo lavoro sul web, decidemmo di darle ospitalità sul nostro giornale e su LaStampa.it, diventato la casa italiana del blog "Generaciòn Y" di Yoani.
Da allora, è diventata una di "famiglia" per noi della Stampa, una testimone eccezionale che ci ha aiutato a scoprire la complessa evoluzione delle vicende cubane. Attraverso Yoani, però, sono stati soprattutto i lettori italiani a vivere l'altalena di frustrazioni e piccole e grandi conquiste che caratterizzano la vita quotidiana sotto uno degli ultimi regimi comunisti al mondo. Yoani ha storie da raccontare che colpiscono chiunque, dal presidente degli Stati Uniti alla gente comune. A farmelo capire è stato il mio barbiere. Un giorno sono entrato nel suo negozio, mi sono seduto per attendere il mio turno e sul tavolino in bella evidenza, dove di solito dominano le riviste di gossip, ho visto il libro "Cuba Libre" di Yoani. "Cosa ci fa qui?", ho chiesto al barbiere. "L'ho comprato perché ero incuriosito dall'autrice - mi ha risposto - e ho scoperto che ci racconta come si vive davvero a Cuba, senza censure. Lo tengo a disposizione dei clienti nella speranza che lo sfoglino, così il tempo che passano nell'attesa serve a qualcosa. Gli ho regalato una finestra su Cuba...". Il mio barbiere a Torino la pensava esattamente come Barack Obama a Washington. E allora buon viaggio con Yoani.
(Mario Calabresi)
"Per scoprire un autoritario cubano ditegli che l'arcobaleno è composto da sette colori, lui negherà e sosterrà che è solo rosso e verde oliva. Per scoprire un autoritario basta che gli proponiate di dialogare, fuggirà spaventato, sorpreso, e si nasconderà. Per scoprire un autoritario dovete solo notare la sua inclinazione all'insulto, la sua paura del dibattito e quella mano alzata pronta a colpire" (Yoani Sánchez).
Yoani Sánchez, laureata in filologia nel 2000, alla Università dell'Avana. Nell'aprile del 2007, crea il blog Generación Y (che le ha dato rinomanza internazionale) dove pubblica regolarmente storie di vita cubana, caratterizzate da un tono critico nei confronti del governo. È una delle più influenti voci sulla realtà cubana. Il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani ed è spesso perseguitata dalle autorità. In Italia, i suoi post sono pubblicati dal quotidiano La Stampa tradotti da Gordiano Lupi. È stata candidata al premio Nobel per la Pace 2012.
Gordiano Lupi, collabora con La Stampa per cui cura il blog di Yoani Sanchez - Generación Y www.lastampa.it/generaciony. Ha tradotto le opere di Alejandro Torreguitart Ruiz, di Guillermo Cabrera Infante, di Felix Luis Viera e di Virgilio Piñera. Ha tradotto Cuba libre di Yoani Sánchez. Ha scritto molti saggi e monografie sul cinema italiano degli anni Settanta. Sito internet: www.infol.it/lupi
Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"
La casa ai confini del tempo
Ilaria Vitali
0111 Edizioni, 2012
pp. 153
14,50
Tutti coloro che si sono accostati a “La casa ai confini del tempo” di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell’infanzia e, soprattutto, di mimesi perfetta del linguaggio infantile, così come si ritrova, ad esempio, nei libri di Niccolò Ammaniti o della scrittrice partenopea Ida Verrei. A nostro avviso, invece, si tratta di un’operazione molto più letteraria. Lo stile del testo, nella sua semplicità artefatta, è assolutamente, squisitamente, ricercato, non c’è realismo né aderenza al parlato o pensato infantile, bensì un surrealismo ricco di simboli, di allegorie: una forma studiata nei minimi particolari, che non lascia niente al caso, poetica e per nulla puerile.
L’undicenne Zoe passa un’estate nella casa dei nonni, in riva al grande fiume, nella pianura padana calda, languente e assolata. Intorno la vita scorre, è il 1992, tangentopoli spazza via la prima repubblica, ma Zoe e la sua famiglia sono sospesi in una bolla. I personaggi principali sono Zoe stessa, la madre, i nonni, l’amico vicino di casa, il di lui padre. Alcune comparse entrano ed escono di scena come attori su un palco: la cugina Iris, i carabinieri, gli zingari. Non c’è niente di realistico, niente di “normale” in ciò che accade, tutto ha un significato nascosto.
C’è un’altra figura che giganteggia nella sua assenza, e si ridimensiona - addirittura si schiaccia - nella sua ritrovata presenza: il padre di Zoe, il perno della storia, colui che, con la sua condotta, ha messo in moto la catastrofe, ha provocato il rimosso, quella che la madre di Zoe ora chiama “la traversata”.
“Da un po’ di tempo succede che le cose mi parlano”, esordisce Zoe. Sì, le cose parlano a chi sa ascoltare, le cose hanno aspetti nascosti, surreali, come in quadro di Magritte o di De Chirico. La casa è “una casa treno” capace di spostarsi su una linea ideale che dovrebbe portare avanti, nel futuro, ed invece torna sulle orme di un passato cancellato, rimosso. La caffettiera sanguina, le scale si rompono, i muri si crepano, i tulipani si suicidano. Anche Zoe stessa guarda la realtà da una prospettiva irreale, facendo la verticale contro il muro a testa in giù, o rimanendo immobile e muta come l’erba.
“Comunque, il fatto delle cose che mi parlano succede da qualche mese. Da quando ho compiuto undici anni, per la precisione. Di notte, per esempio, sento strani rumori. Lo so che sono loro. È legno che scricchiola, muro che crepa. Il tavolo vuole tornare albero e il cemento sabbia di mare.” (pag 6)
La ragazzina cresce, scopre il mondo dei grandi, razionalizza e ironizza ma lo fa in un modo che, pericolosamente, sfiora la possibilità della follia. Manca poco a che le cose parlanti si trasformino in pericolose voci nella testa, che l’immobilità del fingersi erba diventi mutismo irreversibile.
A salvarla, però, c’è Mujo, “un’oasi di luce nel buio”, lo zingaro, il reietto, l’anima nella quale Zoe si riconosce e che la tiene avvinta alla realtà.
“Io e Mujo siamo quasi sui binari, i nostri passi bucano il buio, sicuri. Ormai nessuno può fermarci. Questo è il kairos, il momento giusto.”(pag 151)
Kairos, dunque, e non un amoretto infantile qualunque, non i primi battiti del cuore.
“Questa notte soffia il vento in un posto dove il vento non soffia mai e ogni cosa è concessa.” (pag 151)
Eppure, questa narrazione tutta simboli e segni, questo “mandala profano disegnato dal caos”, come lo definisce l’autrice stessa, è anche terribilmente avvincente, ti trascina da un breve capitolo all’altro, nell’attesa dell’epifania, della rivelazione che rende quell’estate così diversa dalle altre e fa sì che le cose parlino a Zoe. È l’evento che dovrà accadere, l’enigma da svelare, l’imponderabile che si concretizza nella sineddoche di un braccialetto, di una linea sul muro a delimitare una crescita bloccata metà.
Ed è anche questo linguaggio così pieno di significati, spigliato e divertente, ironico e godibile, a riprova di un talento narrativo pieno di promesse ma già maturo e affilato, di quelli che, di solito, non ti aspetti in un esordiente.
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CriticaLetteraria: Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"
La casa ai confini del tempo Tutti coloro che si sono accostati a " La casa ai confini del tempo" di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell'infanzia e, soprattutto, di ...
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"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto
"Le Primavere di Vesna"
di Ida Verrei
Fabio Crice Editore
pp.189
Euro 15,00
Recensione di
Paolo Basurto
Tutto sembra una storia vera, in questo bel romanzo di Ida Verrei. La storia di una donna. La parabola della sua vita. Un lungo flash back. Una partenza e un ritorno. Un viaggio nella memoria. Un viaggio nel viaggio vero che la porterà al matrimonio della sua prima figlia.”
"Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative. Un’immagine un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza, o di un ineluttabile ritorno al passato.
Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo metallico e canta con il frastuono ritmico del suo sferragliare. Il treno, sempre presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.”
Ma la storia di Liana è solo in apparenza una storia di donna. Una storia quasi normale di amore, separazione, speranza e delusione. Liana è anche Vesna. Le sue primavere sono la sottile e diffusa simbologia che intride, con pudore al limite della timidezza, il tessuto dell’intera narrazione.
“Le Vesnas sono figure fantastiche legate alla giovinezza e alla primavera. Sono donne belle e sapienti, che vivono in splendidi palazzi in cima alle montagne. Un incantesimo permette loro di uscire e raggiungere la valle solo in un certo periodo dell’anno. Il loro arrivo porta la primavera.”
Dunque è la mitologia di sentimenti elementari che si intrecciano e diventano complessi. La magia delle emozioni che risolve le contraddizioni della curiosità della vita in un ottimismo innocente che sa di meritare la felicità. E’ questa la trama vera del racconto. Il riscatto della voglia di vivere. L’energia semplice e intensa della voglia di libertà e di amore. Il recupero delle occasioni perdute. Il desiderio di non avere rimpianti, il piacere puro di voler bene, di voler il bene dell’altro. La tentazione di castigare la cattiveria e la crudeltà. Lo stupore per l’insensibilità e l’egoismo. La paura delle maledizioni del destino, che ha il viso grinzoso di una strega ma che nonostante la fame che la spinge all’elemosina, non ha il coraggio di mentire nella divinazione del dolore fino alla terza generazione.
I personaggi della storia, non sono mai marginali. Buoni e cattivi allo stesso tempo, sono coinvolti nello scenario sconvolto della guerra e del dopo, alla ricerca delle loro primavere. L’egoismo non manca. Un egoismo umanissimo e quotidiano. Descritto con reticenza, come se lo si volesse scusare; con rammarico. Un marito che inganna se stesso, innanzitutto, per non ammettere la verità del tradimento,del disonore della fuga, della sofferenza che infligge, rompendo la sua famiglia e riducendola in più pezzi doloranti, è pur sempre un uomo che ama, che ha amato, che sa amare, che cerca la sua primavera con le lacrime agli occhi. Qualcuno da compatire, non da condannare. Dopo la protagonista è forse il personaggio più presente anche quando il suo ruolo è implicito. Gli effetti delle sue azioni affiorano in tutta la narrazione. Ma non c’è un genio del male né un colpevole. C’è un uomo che ha paura, che si libera da tutto ciò che gli impedisce di nuotare verso una nuova spiaggia dopo il naufragio che la guerra ha fatto dei suoi ideali giovanili. Anche a lui viene riconosciuto, auspicato, il diritto di ricominciare.
Vesna è il simbolo di questo diritto. Un diritto di tutti. Il suo viaggio nell’incarnazione di Liana, è anche il viaggio di una liberazione silenziosa e lunga, dai condizionamenti culturali, dagli affetti possessivi, dalle oscurità dei ricatti. Il mondo dell’adolescenza si nutre di bellezze naturali, di semplicità familiare. Si esprime in veneto-sloveno e alimenta la fantasia con la sua mitologia. Vesna viene da questo mondo. Suo malgrado, attraverserà l’italia per seguire un destino segnato dalla
profezia di una zingara. Da allora una figura di suocera, subito temuta, dominerà il difficile acclimatarsi al mondo meridionale, delle convenzioni e dei formalismi. Ma anche questo personaggio ha la sua umanità accattivante e sarà l’unico a capire Liana e a cercare di salvarla con prudenti quanto inutili consigli. La luce di Vesna, insomma, si proietta su tutti, ispessendo i chiaroscuri ed evitando la sommarietà dei tratti senza sfumature.
Come nel suo precedente romanzo, Un, due, tre, stella!, Ida Verrei, dipana il racconto con agile continuità. Le descrizioni abbondano, ma la poesia che le ispira le rende leggere e autonome. La narrazione si gode senza sforzi fino a quando la trama avvolge il lettore e lo costringe a scoprire i numerosi messaggi dei simboli che percorrono le parole e le illuminano di novità come gocce di luce.
Il sospetto di una forte ispirazione autobiografica è dovunque presente, ma si trasfigura e si riscatta in una immaginazione creativa che legittima a sperare molte cose buone da un’autrice che ha trovato nello scrivere la sua Vesna.
Edmondo De Amicis, "Cuore"

Cuore
Edmondo De Amicis
Garzanti , 1968
“Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di malavoglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica faticavano a tener sgombra la porta.”
No, non siamo in Diagon Alley. No, non ci sono Harry, Ron e Hermione che, frettolosamente, fanno gli ultimi acquisti di bacchette e scope magiche prima di prendere il treno per Hogwarts.
Eppure la sensazione è la stessa: il formicolante inizio di un nuovo anno scolastico che sarà pieno di novità, di promesse, ma anche di difficoltà. Enrico Bottini non è Harry Potter e Torino non è Londra ma anche lui, per crescere, dovrà scontrarsi con una realtà non sempre piacevole, non sempre corrispondente a quelli che sono i sogni di un bambino. E il successo di questo romanzo, almeno in Italia, fu paragonabile a quello della saga inglese.
Libro Cuore, dunque, non solo Cuore, “il libro” per antonomasia, capace di rimanere nell’immaginario collettivo come emblema della didattica morale.
Pubblicato nel 1886 dalla casa editrice milanese Treves, "Cuore" di Edmondo De Amicis (1846 - 1908) racconta, sotto forma di diario, l’anno scolastico di una terza elementare torinese, con il protagonista Enrico Bottini, i compagni di scuola di quest’ultimo, più altri caratteri di contorno. Chi non ricorda il buon Garrone e il perfido Franti, il muratorino muso di lepre, il gobbino Nelli, il superbo Nobis, il maestro Perboni - solitario e dabbene - la maestrina dalla penna rossa? Alcune figure sono diventate tipiche, come Derossi, sinonimo ormai di primo della classe.
“Quella classe diventa la finestra da cui si guarda l’Italia dell’ultimo ottocento”, afferma il Cappuccio. Oltre agli alunni, ai bidelli e agli insegnanti, si affacciano nella storia le famiglie, con le loro diverse appartenenze sociali, con i loro mestieri, le loro miserie e nobiltà. Vi è rappresentata Torino, con le strade, le piazze, il circo, i soldati che sfilano, ma vi è raccontata anche l’Italia postunitaria o, almeno, vi è l’intento d’inventarla attraverso un’operazione di amalgama, di fusione.
L’aula è una zona franca interclassista, nella quale convivono piccolo e alto borghesi, operai e sottoproletari. Il maestro Perboni, i genitori, cercano di stabilire e inculcare un codice comune di valori da condividere, basati sul trittico Dio, Patria, Famiglia. Un faticoso tentativo di accordo in un’Italia appena fatta che, purtroppo, resterà disuguale e disunita ancora troppo a lungo.
“Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni, e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.”
L’intento educativo è debordante in ognuno degli episodi ma, soprattutto, nei famosissimi racconti mensili a carattere risorgimentale, patriottico, edificante. Arcinoti La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande, Il piccolo scrivano fiorentino, etc, letti e riletti dai bambini di ogni epoca, ancora capaci di strappare una lacrima a nonni e nipoti. E, tuttavia, questi stessi racconti dall’intento moralistico e didattico gettano un occhio alla questione sociale, occupandosi della vita militare, della condizione degli insegnanti elementari, dell’emigrazione.
La critica ascrive De Amicis al manzonismo minore, lo considera un autore mediocre per la prosa piana e discorsiva, l’intento troppo scoperto di elevazione morale, il “corto respiro” della narrazione. Se ne sono fatte decine di parodie, Umberto Eco ha addirittura ribaltato la prospettiva nel suo “elogio di Franti”, dove il cattivo è eletto a unico baluardo sovversivo contro una società mediocre che svilupperà il fascismo. Eppure il librone, almeno per quelli delle passate generazioni, restava una pietra miliare, da tenere sulle ginocchia e leggere insieme a mamme e nonne, commuovendosi per certi eroismi che sfociavano sempre nell’estremo sacrificio di sé, in quel clima funebre che doveva essere comune in un’epoca nella quale la mortalità infantile era alta e le infezioni abbassavano la speranza di vita dei cittadini. Un clima che era, tuttavia, anche di grande fiducia nel futuro, nel progresso, nel miglioramento al quale sembrava inevitabile andare incontro, grazie soprattutto alla diffusione della cultura e dell’alfabetizzazione.
“Immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, è la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.”
C’è da chiedersi, in questi giorni bui, dove siano finiti certi ideali.
“Today first day of school. Those three months of vacation in the countryside passed like a dream! My mother took me to the Baretti section this morning to get me enrolled for the third grade: I thought about the countryside, and I was reluctant. All the streets were teeming with boys; the two bookseller shops were crowded with fathers and mothers who bought backpacks, folders and notebooks, and in front of the school there were so many people, that the janitor and the civic guard struggled to keep the door clear. "
No, we are not in Diagon Alley. No, there are no Harry, Ron and Hermione who hastily make the last purchases of magic wands and brooms before taking the train to Hogwarts.
Yet the feeling is the same: the tingling start of a new school year that will be full of news, promises, but also of difficulties. Enrico Bottini is not Harry Potter and Turin is not London but he too, in order to grow, will have to face a reality that is not always pleasant, not always corresponding to what a child's dreams are.
And the success of this novel, at least in Italy, was comparable to that of the English saga.
Libro cuore, therefore, not only Cuore, "the book" par excellence, capable of remaining in the collective imagination as an emblem of moral teaching.
Published in 1886 by the Milanese publishing house Treves, "Cuore" by Edmondo De Amicis (1846 - 1908) tells, in the form of a diary, the school year of a third elementary school in Turin, with the protagonist Enrico Bottini, his classmates, plus other minor characters. Who does not remember the good Garrone and the perfidious Franti, the Muratorino with the hare face, Nelli the hunchback, the superb Nobis, the master Perboni - solitary and worthy - the teacher with the red feather. Some figures have become typical, such as Derossi, now synonym of top of the class.
"That class becomes the window from which we look at Italy in the late nineteenth century," says Cappuccio. In addition to the pupils, the janitors and the teachers, families, with their different social affiliations, with their trades, their miseries and nobility, appear in history. Turin is represented, with the streets, squares, the circus, the soldiers parading, but post-unification Italy is also shown or, at least, there is the intention of inventing it through an amalgamation, a merger .
The classroom is an interclass free trade zone, in which small and high bourgeois, workers and subproletarians coexist. Maestro Perboni, the parents, try to establish and inculcate a common code of values to share, based on the trinity God, Homeland, Family. A tiring attempt to reach an agreement in a newly made Italy which, unfortunately, will remain unequal and disunited for too long.
“Remember well what I tell you. In order for this to happen, that a Calabrian boy was like in his home in Turin, and that a Turin boy was like at home in Reggio Calabria, our country fought for fifty years, and thirty thousand Italians died. You must respect yourselves, love each other among yourselves; but who of you offended this companion, because he was not born in our province, would make himself unworthy of ever raising his eyes from the ground when a tricolor flag passes. "
The educational intent is overflowing in each of the episodes but, above all, in the famous monthly stories of a Risorgimental, patriotic and edifying nature. Well known The little Lombard lookout, From the Apennines to the Andes, The little Florentine scribe, etc, read and reread by children of all ages, still capable of bringing tears to the eys of grandparents and grandchildren. And, however, these same stories with a moralistic and didactic intent offer a glimpse of the social question, dealing with military life, the condition of elementary teachers, emigration.
The criticism ascribes De Amicis to the minor Manzonism, considers him a mediocre author for his flat and discursive prose, the too open intention of moral elevation, the "short breath" of the narrative. Dozens of parodies have been made, Umberto Eco has even reversed the perspective in his "praise of Franti", where the villain is elected as the only subversive bulwark against a mediocre society that will develop fascism. Yet the book, at least for those of past generations, remained a milestone, to be kept on the knees and read together with mothers and grandmothers, moved by certain heroisms that always resulted in the extreme self-sacrifice, in that funeral atmosphere that had to be common at a time when infant mortality was high and infections lowered citizens' life expectancy. A climate that was, however, also of great confidence in the future, in progress, in the improvement which seemed inevitable, thanks above all to the spread of culture and literacy.
"Imagine this vast swarming of boys of a hundred peoples, this immense movement of which you are a part, and think: - If this movement ceased, humanity would fall into barbarism; this movement is the progress, the hope, the glory of the world. - Courage then, little soldier of the immense army. Your books are your weapons, your class is your team, the battlefield is the whole earth, and victory is human civilization. Don't be a cowardly soldier, my Enrico. "
There is a question, in these dark days, where certain ideals have gone.
Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"
Rosa Malcontenta
Aldo Dalla Vecchia
Sei Editrice, 2013
pp 111
8,00
“Rosa Malcontenta" di Aldo Dalla Vecchia, caso letterario nato sul web, poi riadattato per il teatro, e infine approdato al cartaceo grazie al premio In Primis della Sei editrice, ti afferra fin dalla prima riga e ti fa precipitare in un niente apparente. Un niente dal quale non esci più, fino a che non hai esaurito l’ultima parola. Capoversi, frasi che iniziano e poi finiscono come in una poesia. Dentro c’è tutto, la vita di ognuno di noi, la vita di Rosa e di suo marito Martino, nella provincia veneta di qualche decennio fa.
Un raccontare paratattico portato alle estreme conseguenze, con un minimalismo affinato nei particolari che non impoverisce la materia ma anzi la esalta, la rende più significativa. Come importanti, se ci pensiamo, sono le piccole cose della nostra esistenza, quelle che poi ricorderemo, anche a distanza di anni.
“È uscito con i capelli tirati all’indietro e lisciati con la gommina.
Indossava una maglietta bianca a costine e mutandoni alla coscia.Aveva esagerato con il profumo.” (pag 3)
Un minimalismo pregno, dunque, di cose non dette eppure essenziali, tali da annichilire se ignorate.
Rosa e Martino si conoscono, si sposano, hanno due figli, Adri e Ruben, un’azienda, un giro di parenti, una vita normale, da persone senza pretese né cultura, ma dietro, sotto, dentro, covano dolori, che spesso procedono dal non detto, come l’omosessualità mai esplicitata di Adri. Se uno sa guardare, però, in questa vita normale, in queste “cose da niente”, ci sono increspature, lacerazioni, correnti sotto gli occhi di tutti ma di cui si evita di parlare. Non lo dico quindi non c’è, non sussiste.
Non c’è la pazzia di Lucia, non c’è il ritardo mentale di Achille, Adri non è un bambino solo, debole, effeminato. Non esistono nemmeno gli uomini con cui Rosa si consola da vedova, con brevi, inconcludenti, storie. E non esiste il dolore lacerante della perdita di un marito, della morte di un figlio. Non viene mai confessato, concretizzato. Eppure monta, parola per parola, particolare per particolare, fino a che non deflagra.
Il romanzo si chiude come si è aperto, sulla mancata felicità di Rosa, preconizzata dal marito col soprannome “Malcontenta”, senza sapere che accompagnerà tutta la vita della moglie, incapace d’ignorare i segnali sotterranei, l’oscurità latente, incombente.
“Mio marito per prendermi in giro mi chiamava Malcontenta, perché prima di sposarmi abitavo a Malcontenta, in provincia di Venezia, dal nome della villa del Palladio.” (pag.5)
Rosa non ammette mai la sua angoscia, che esplode solo nel sogno, regno dell’inconscio, del “non detto”.
“Il latte era sempre più dolce e sempre più caldo, e io non ero mai sazia, e non ce la facevo a staccarmi. Adri continuava a guardarmi e a sorridere, e il latte non finiva mai.
In quel momento sentivo che ero finalmente felice.” (pag 111)
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CriticaLetteraria: Aldo Dalla Vecchia, "Rosa Malcontenta"
" Rosa Malcontenta" di Aldo Dalla Vecchia, caso letterario nato sul web, poi riadattato per il teatro, e infine approdato al cartaceo grazie al premio In Primis della Sei editrice, ti afferra fin ...
http://www.criticaletteraria.org/2013/04/aldo-dalla-vecchia-rosa-malcontenta.html
Ricami notturni di Maria Grazia Porceddu post di Adriana Pedicini
Ricami Notturni
di Maria Grazia Porceddu
Edizioni Melagrana, 2012.
Il testo ha una storia lunga e tortuosa. I singoli racconti e frammenti sono stati scritti dall’autrice diversi anni fa, abbandonati e poi ripresi, rielaborati e ordinati in un’idea di raccolta. Frammenti e racconti ricalcano la passione per la letteratura gotica e le creature della notte, con la lieve e venefica solitudine e nostalgia che esse si portano dietro. Lo stesso titolo, è tessuto sulla tela emozionale delle suggestioni che la notte traccia. Storie ‘spezzate’, ma unite lungo un unico filo conduttore che si concretizza nel binomio inscindibile di Amore & Morte. Tanti protagonisti per un solo volto. Tante sfaccettature per un solo ‘punto di vista’. Nella notte, palcoscenico dove nascono e si realizzano storie e frammenti, vivono le creature più inquietanti e suggestive come fantasmi, streghe, vampiri. Uno scenario claustrofobico, come quello nel quale si consuma “il suicidio della vergine”, le voci bibliche e leggere delle “nuvole spettrali” nella “leggenda di Emily” sono solo alcuni esempi della forza evocativa, viandante e disperante della letteratura di questa straordinaria interprete di Blake e di un campo, per certi aspetti poco conosciuto, di immaginazione femminile.
Scritto per Maria grazia Porceddu in occasione della presentazione del suo libro Ricami notturni.
"Tutto si è disposti a fare per seduzione, come Pan con Selene, la risplendente.
Ma noi siamo uomini. Grazia immota è la nostra libertà. Una vitalità stentata, che si erge sul monte della lontananza. Neve o rugiada del pensiero.Dormire per non morire. Svegliarsi e morire. Dopo una notte, cento notti insieme".
Felice Casucci, Presidente della Fondazione Gerardino Romano.
L’autrice
Maria Grazia Porceddu, dopo lunga esperienza di lavoro di redazione, da qualche anno si dedica a un giornalismo specializzato nel campo dell’arte e della letteratura. Ha curato la comunicazione di manifestazioni teatrali e letterarie di rilevanza nazionale. Cofondatrice del blog Sanniolife collabora attualmente con il quotidiano Ottopagine. Attiva nell’ambito sociale, è membro di diverse associazioni. Premio alla carriera 2012 nell’ambito del ‘Premio Internazionale Città di Pomigliano’, organizzato dal salotto culturale ‘Tina Piccolo’.
“La notte dei sentimenti e i sentimenti della notte”: il confronto fra due autrici
“La notte come simbolo del tempo ancestrale da cui si sono originati pensieri luminosi ed occulte sensazioni, emozioni da dispiegare e segreti dell’anima. Ma anche notte come “spazio” antitetico alla luce in cui prendono forma le atmosfere e suggestioni che si materializzano in pensieri, emozioni, sensazioni, figure inquietanti e malinconiche, fragili ed estreme, come fragili ed estremi sono i personaggi, i luoghi che dalla complessità della vita si sedimentano e vanno ad abitare l’animo, incidendovi segni di morte, segni di vita, segni di amore. Tante sfaccettature che la memoria, la fantasia, l’immaginazione sanno creare con grande fascino e suggestione”. A. P.
L'incontro
Si è svolto giovedì, 28 giugno 2012, presso la libreria Masone “il confronto letterario” fra Adriana Pedicini con “I luoghi della memoria” (Arduino Sacco Editore) e Maria Grazia Porceddu con “I ricami notturni” (Edizioni Melagrana).
Le due scrittrici sannite, affiancate dalla moderatrice Elide Apice, hanno giocato a riaprire la scatola dei ricordi e a incollare pezzi di notti permeate di inchiostro, per scoprirsi parte di due mondi paralleli. E’ stato un pomeriggio di scrittura condivisa, tra la letteratura gotica della Porceddu e quella meditativa della Pedicini, in cui le immagini della loro vita sono uscite dagli orli della carta per imprimere un’emozione a chi, come me, è stata lì a scivolare sulla “parola” dalla pronucia dolce.
Si è discusso di Notti insonni, laddove il silenzio prende forma e si dissolve in pensiero, disegna un racconto, una poesia, un personaggio, schiarisce un’immagine sfocata dal passato o tenta di sporgersi sull’oscurità la cui luna soltanto conosce le sue estremità.
Questo fanno gli scrittori in attesa del mattino: si alleano con la solitudine, invitano l’istante al loro viaggio, si cucinano un piatto di domande e le digeriscono su un foglio, affidano al cielo piogge di lacrime, sanguinano di amore, muoiono di confusione e scrivendo rivivono.
Tocca a voi lettori ora , immergervi nella notte.
Francesca De Michele
Fabio Izzo, "Doppio umano"
Doppio umano
Fabio Izzo
Edizioni Il Foglio, 2012
pp 164
14,00
“Come può un poeta fare del male?”
Si riassume così, “Doppio umano” di Fabio Izzo. Bisogna porsi al di fuori della morale per raccontare da autore, e accettare da lettore, questo romanzo.
Il protagonista è un poeta africano, perseguitato politico nel suo paese di origine, il Camerun. Sulla scia dei passi già compiuti da Nazim Hikmet (costretto a lasciare la Turchia per aver denunciato il genocidio armeno) egli si rifugia in Polonia, sempre chiamata Qui, a indicare la presenza di un Là magmatico e ancestrale. Chiesto asilo politico, vive di un misero sussidio, di espedienti e di qualche scritto che gli pagano. Fin qui niente che non possa suscitare la nostra pietà o, almeno, la nostra indifferenza. Se non fosse che quest’uomo, di cui non conosciamo il vero nome perché ha assunto un’altra identità con documenti falsi - e perché il nome dà troppo potere a chi lo apprende - se non fosse che quest’uomo, dicevamo, durante la sua permanenza in occidente, fa sesso con sedici donne, contagiandole consapevolmente del virus HIV di cui sa di essere affetto. Finirà per questo condannato in un tribunale e morirà in ospedale rifiutando le cure.
Perché lo faccia, non si sa, forse per ripicca, per rivalsa contro il sentirsi umiliato, fuoriuscito, additato in terra straniera, solo contro un razzismo che contrappone bianco e nero individuando in quest’ultimo tutto il male. Da notare la copertina del libro, nera, con solo uno spiraglio di bianco e una metà grigia, colore principe della sfumatura, del “doppio umano”, del bene che diventa male.
“Sono forse nato di notte, rimuginava, se la notte è la miseria, il razzismo, l’odio e la guerra… sì … “ (pag 157)
Il mistero di quest’uomo sta in due parole: poesia e magia. Può un poeta essere malvagio, ci chiediamo? In realtà dovremmo chiederci quanto la poesia abbia a che fare con l’etica o ne sia, forse nietzschianamente, al di fuori.
Se usare un profilattico, e avvisare le proprie partner occasionali dell’essere affetti da Aids, corrisponde all’ordine regolare delle cose, tacere e contagiarle fa parte del caos, come caotica, irrazionale, intuitiva ed esplosiva è la poesia.
Simbolo dell’irrazionale è anche la tromba che suona durante il rastrellamento nazista nel bellissimo racconto inserito sul finale del romanzo, racconto che, a nostro avviso, vale da solo tutto il libro.
“La tromba fredda si riscalda e vibra.
L’aria intorno trema.
La notte arriva sempre impreparata a un suono così.
E allora esplode la seconda nota, esplode la memoria delle bande di New Orleans che andavi ad ascoltare la domenica dopo la messa.
Miracolosamente agli occhi di quel bambino il demonio cambia colore: non sarà mai più nero.” (pag 159)
E ancora:
“Questo ti rende uomo perché ti infonde paura e le tua musica appassionata aumenta il ritmo, diventa pazzo e scatenato, pazzo e scatenato.”
L’altro termine da tenere in considerazione è magia. Sarà a causa della magia se il cerchio, che racchiude la trama di questo romanzo atipico, si avvolgerà su se stesso come un uroboro. Per preservare dal male il protagonista bambino, suo padre, moderno impiegato imbevuto però di tradizionalismi tribali, lo porta da uno sciamano che lo taglia con un rasoio arrugginito. È da lì che la malattia probabilmente penetra nel sangue del bambino. Il sangue che in Africa “è tutto”. E sarà attraverso il sangue/sperma che il poeta contagerà le sue vittime, procurando a loro e a se stesso proprio quel male da cui il rito avrebbe dovuto preservarlo.
Il personaggio si rivela doppio, diviso fra ciò che è, o meglio sente di essere, cioè un poeta, e le proprie azioni che ne fanno un mostro.
“Queste persone giudicavano me
Non me.
Lui.
Il risultato delle mie azioni.” (pag 146)
All’inizio e alla fine della storia si palesa la sua natura africana, incomprensibile e tribale, mentre per tutta la parte centrale egli ci appare nero solo perché è così che l’autore lo presenta. Somiglia piuttosto a uno di quegli scrittori maledetti che affollano i bar di tanta narrativa americana, proprio la stessa che l’autore (sempre per bocca del suo protagonista) dice di non amare.
“Doppio umano” non è un libro facile né gradevole, è un’opera stridente che, per essere apprezzata, necessita di una lettura capace di enuclearne la struttura ben congegnata, non lasciarsi travolgere dall’andamento poetico (ma non lirico) dello stile, e dalle continue incursioni metanarrative dell’autore.
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CriticaLetteraria: Fabio Izzo, "Doppio umano"
Edizioni Il Foglio letterario, 2012 " Come può un poeta fare del male?" Si riassume così, "Doppio umano" di Fabio Izzo. Bisogna porsi al di fuori della morale per raccontare da autore, e accettar...
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Gianni Ghiselli legge i Luoghi della memoria di Adriana Pedicini
I luoghi della memoria di Adriana Pedicini
Di Gianni Ghiselli, professore bolognese di lingua e cultura classiche.
Ho scritto questo pezzo nel giorno di Pasqua: la resurrezione di Gesù Cristo sembra significata dalla rinascita del Sole invitto qui a Bologna.
E’ dunque con ritrovata e rinnovata gioia che auguro buona primavera ai miei 18514 lettori e mi accingo a commentare il bel libro che mi ha dato conforto durante le ore buie della pioggia quasi diluviante di ieri, quando pareva che la giusta ira di Dio volesse sommergere sotto le onde[1] questa terra resa malata da troppi anni di malgoverno.
Credo che la santa collera di Dio si sia rinfocolata in seguito alla ripugnante manifestazione di solidarietà per i tre vili assassini del diciottenne Federico Aldrovandi, seguita dall’atto di sciacallaggio del parlamentare del Pdl Giovanardi il quale ha osato dire che il rosso visibile nella fotografia del ragazzo ammazzato di botte, non è sangue.
Sarà qualche cosa di simile al mantello di porpora del Cristo fatto flagellare, incoronato di spine, e mostrato ai sommi sacerdoti da Pilato che pure lo sapeva innocente: "Exiit ergo Iesus foras, portans spineam coronam et purpureum vestimentum. Et dicit eis-Ecce homo!-" ( Giovanni, 19, 5).
Persone come Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi mi ricordano l’Ecce homo.
Patrizia, la mamma di Fedrico, ha definito Giovanardi: “uno sciacallo che mente, sapendo di mentire”.
In effetti tali azioni efferate e tali parole abominevoli sono macchie sull’onore del corpo della polizia, sul parlamento e sull’intera nazione italiana.
Il libro dunque, edito nel 2011 da Arduino Sacco, si intitola I luoghi della memoria. L’autrice è una fine classicista, docente emerita di lettere classiche al Liceo Giannone di Benevento. Da amantissimo della classicità e della vita quale sono io pure, voglio presentare alcuni dei 13 racconti nei quali si articola questo volume snello (108 pagine) segnalandone le pagine che sono più pregne di vita e colpiscono la sfera emotiva dei lettori. Voglio indicare pure quelle che lasciano scorgere in filigrana la cultura classica dell’autrice, una paideia che diventa educazione per quanti la leggono.
Parto dal titolo. I luoghi della memoria sono i paesaggi dell’anima, pieni di mito e poesia. La vita ecologica infatti è anche vita storica e vita psicologica. La Memoria è figlia del Cielo e della Terra[2] ed è pure la strada percorsa durante la vita terrena, breve ma prolungabile con la grazia di Mnhmosuvnh.
Chi non ha la memoria che mantiene i ricordi è come il cane rabbioso, legato e invecchiato male alla catena dell’istante.
Brutti ceffi pieni di risentimento, di frustrazioni, di sensi di inferiorità. Come quelli dei carnefici e di chi li approva.
Il primo racconto Sapore d’infanzia (pp. 11-13) paragona la vita “ad una mensa imbandita” con alcuni “piatti prelibati” e altri “amari, aspri, nauseabondi, indigesti”. Tra i sapori e i profumi che, proustianamente[3] suscitano ricordi, pensieri, emozioni “il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane” è legato all’infanzia, agli affetti, fondati, in quella stagione mitica[4], su basi che hanno costituito il piedistallo dei successivi stati d’animo nel volgere rapidissimo degli anni che portano via tutto, quasi tutto.
La panificazione viene presentata come un rito antico che rimanda alla civiltà mediterranea e, anzi, alla civiltà umana. I Ciclopi ingiusti e violenti non coltivano piante, non arano[5], poiché sono antropofagi, come i Lestrigoni giganti che catturano gli uomini stranieri e "se li portano a casa per farne dei "festini privi di gioia" (ajterpeva dai'ta[6]).
Giganti e Ciclopi si trovano tra“gli eterni nemici della cultura"[7]. Così come gli assassini ti tutte le risme. E chi li approva.
Il secondo racconto, Teresina (pp. 17-20) parla di una donna poverissima, emarginata, sola , una di quelle persone che, incontrate per strada ci mettono addosso paura o imbarazzo. Eppure i bambini la invitavano a giocare con loro “ Forse per la verità dei sentimenti che solo la fanciullezza possiede in comune con i semplici, i bambini le volevano bene” (p. 18).
Viene di nuovo in mente il Cristo: “sinite parvulos ad me venire”[8]. I bambini vanno da Gesù e da Teresina per la legge della gravitazione spirituale che avvicina i simili ai simili. I parvuli, che non disdegnano gli ultimi, assomigliano a Teresina e a Cristo: “In verità vi dico: ‘ogni volta che avete fatto del bene a uno di questi miei fratelli minimi, l’avete fatto a me”[9].
E ora Dostoevskij, uno dei grandi classici russi.
Il principe Lev Nikolajevič Myškin, “l’idiota”, studiava e leggeva “con l’unico scopo di poter intrattenere i bambini”.
Eppure pensava di imparare più lui dai piccoli che loro da lui e non capiva come facesse a provare invidia e a calunniarlo il maestro ufficiale del paesetto svizzero “che pure viveva in mezzo ai bambini. Essi ci curano l’anima”[10].
Poi c’è il racconto La chioccia (pp. 21-24), ossia Mariantonia che da ragazza era fallita nell’amore, quando “il suo giovane amato era rimasto eroe chissà dove” e la vita “dapprima dischiusa a ventaglio si era ripiegata su se stessa, racchiusa tra le pieghe dell’anima” (P. 22). Poi aveva ottenuto una rivincita di Pirro sul terreno economico con una disciplina spietata cui aveva sottoposto se stessa e tutta la famiglia.
Ma alla fine la matriarca subisce la sconfitta definitiva, quella negli affetti: i figli, fatti laureare con sacrifici enormi e fatti sposare con chi voleva lei, la lasciano sola “in pasto a una disperata solitudine” p. 24) e quando la vecchia de-solata morì, “non parteciparono al suo funerale, Inviarono ricchi fasci di rose” (p. 24)). Mi ricorda, mutatis mutandis, la morte di mastro don Gesualdo.
L’uomo del tutto economico è un grande scialacquatore poiché sperpera gli affetti che sono il bene più prezioso[11].
Il racconto Esami di ammissione (pp. 33-38) tratta di scuola, un’esperienza che io e l’autrice abbiamo fatto in pratica per tutta la vita. La Pedicini non so, credo di sì, io la rifarei mille e mille volte se tornassi su questa terra.
Eppure la scuola dove mi hanno fatto studiare escludeva quasi del tutto lo spirito critico, ossia la possibilità di dare giudizi (krivnein), sia perché tale capacità di krivsi~ non ci veniva insegnata, sia perché, qualora l’avessimo avuta congenita, ci veniva proibita. Questa è stata la mia esperienza in gran parte delle medie, del liceo e dell’università.
Non diversa deve essere stata quella dell’autrice: “Poi lo studio. L’apprendimento mnemonico doveva essere fede tra le fedi in quei tempi o per i docenti di quel tempo e gli allievi vi si adattavano come pecore mansuete” (p. 35). Importava solo che gli allievi “recitassero a memoria le pagine scritte onde dimostrare il rispetto sacro nei confronti del sapere trasmesso e non modificabile, negando una possibilità importantissima: vivificare attraverso il personale giudizio critico, la propria sensibilità, la propria cultura, la propria personalità” (p. 35). Ma non è facile togliere la prospettiva del pensiero ai giovani, se sono ricchi di spirito. Il gusto della vita e dell’imparare per la vita è troppo forte: è incoercibile nei ragazzi dotati di anima.
E anche quei sistemi educativi obsoleti sono stati utili a chi era predisposto a imparare. A me l’apprendimento mnemonico delle elementari, delle medie, del ginnasio, del liceo, serve ancora quando tengo una conferenza o scrivo un articolo. La citazione infatti è il modo più diretto per mettere chi legge o ascolta in contatto con “la carne viva” dell’autore. Dopo, bisogna commentarlo, ma prima è necessario presentarlo qual è. E leggendo il meno possibile.
Anche la Pedicini non rinnega del tutto quella scuola antica.
“Ma, come spesso accade, anche dagli esempi più discutibili si può trarre un insegnamento , e sicuramente essi diventano nel tempo modelli di confronto da emulare o evitare, migliorare o rivalutare addirittura se è il caso” (p. 38).
Rispetto alla scuola del didattichese che si occupa di metodi senza curarsi dei contenuti ossia dei testi d’autore cui applicarli, io rivaluto la scuola della Memoria che è pur sempre madre delle Muse le quali furono generate nella Pieria, bellissima base dell’Olimpo[12]. “perché fossero oblio dei mali e sollievo degli affanni”[13]. La memoria è lo scrigno dell’intelligenza e va esercitata, potenziata sempre, con disciplina grande.
In più di un racconto fa la sua luttuosa apparizione la guerra che “è sempre un delitto, per i vinti e per i vincitori. Morti, stragi, violenze da ambedue le parti” (Sulle orme del padre, p. 41).
Parole sante, mai ripetute abbastanza.
Parole che non entrano nelle teste pervertite dall’orgia diabolica del potere.
Eppure già nell'Iliade, il poema pieno di battaglie sempre sonanti[14], Zeus dice ad Ares:"tu per me sei il più odioso tra gli dei che abitano l'Olimpo”[15] .
Le esecrazioni della guerra sono innumerevoli in letteratura. Ciò- non- ostante c’è ancora chi santifica gli scempi e gli sconci dovuti ai conflitti che da Omero in poi sono stati sempre più deleteri.
Nel primo Stasimo dell’Agamennone, Eschilo attraverso il canto del coro ricorda che dalla guerra "invece di uomini/urne e cenere giungono/alla casa di ciascuno"(434-436) e Ares viene definito il cambiavalute dei corpi[16], nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori.
Papa Francesco nel giorno di Pasqua ha invocato la pace: “Pace a tutto il mondo, ancora così diviso dall’avidità di chi cerca facili guadagni!”
Nell’Ecuba di Euripide, la vecchia regina di Troia supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti. Sono i morti Troiani e i morti Greci nella guerra esecrata anche dal dio Poseidone nelle Troiane di Euripide: “E’ stolto tra i mortali chi devasta le città,/consegnando al deserto templi e tombe, luoghi sacri /dei morti: egli stesso dopo è già morto (vv. 94-96).
Papa Francesco ha concluso: “Basta con le guerre, basta sangue!”.
La guerra è una macchia sull’onore dell’umanità.
La nomade (pp. 65-77) identifica il pindarico “diventa quello che sei”[17] con la simpatia nei confronti di uno dei fratres minimi raccomandati da Gesù e ora da papa Francesco. Sparisce “lo scemo” di una comunità di zingari giostrai, “Pellegrino, grosso ragazzone di quarant’anni, testa pelata, sempre la stessa. giacca ormai troppo lisa, pantaloni larghi e corti in maniera sbilenca sulle caviglie. Era quasi sempre solo; già lo era di se stesso, senza alcuna voce che dall’animo gli tenesse compagnia e lo facesse piangere di dolore o di gioia (p, 67). Giocava tutto il giorno con le biglie. Gliene regala una “di vetro colorato” (p. 69) Josephine, una ragazzina che non era “zingara di nascita” (p. 72) ma si era aggregata ai giostrai per fuggire da un ambiente che le toglieva la voglia di vivere. Un giorno Pellegrino misteriosamente sparisce in cerca della biglia smarrita “Continuava a ripetermi sorridendo…dolcemente: la biglia…la grande biglia è scomparsa nel sole…ma un giorno la troverò, sì, proprio nel sole…e mai più la perderò” (p 76).
La ragazza, che sola ha intuito l’enigma della natura ossimorica[18] di Pellegrino, andrà a cercarlo per trovare se stessa: “ ‘Andrò a cercarlo, e insieme cercherò anche io la grande boglia-sospirò Josephine-per conoscere le risposte che da tempo aspetto. Incomincerò a percorrere la mia strada, a guardare verso il sole…Se non troverò Pellegrino, troverò me stessa perché è lì che sta scritto con inchiostro indelebile la storia del mio cammino’. E in preda a una sorte di estraniamento si avviò verso il suo domani, credendo di avere trovato il suo angelo custode” (p. 77)
Pellegrino è dunque l’angelo custode, la vocazione che chiama Josephine verso la sua via e il suo daivmwn, il suo destino. La ragazza ha l’anima sensibile e capace di coglierne del demone, ignorati dai più.
I racconti sono tutti belli, ma per ragioni di spazio, devo concludere. Lo faccio tornando alla scuola, un argomento che per ragioni biografiche, e per il daivmwn che mi è stato assegnato, o mi sono scelto[19], mi sta molto a cuore.
Il racconto si intitola Banchi di legno (pp. 79-93).
E’ la storia del primo anno di insegnamento di una giovanissima professoressa, Nives, in un paese di gente povera, refrattaria alla scuola. I ragazzi non ci andavano per infingardaggine o non ci venivano mandati perché dovevano andare a lavorare. Il dirigente era un gaglioffo che non se ne curava. La ragazza avvicinando gli alunni renitenti nei bar, per la strada, un poco alla volta ne convince diversi della necessità dell’istruzione e della cultura: “è la cultura che può rendevi liberi”
I giovani di buona natura sentono le loro energie incoraggiate dallo studio :"unum studium vere liberale est quod liberum facit, hoc est sapientiae, sublime, forte, magnanimum: cetera pusilla et puerilia sunt "[20] un solo studio è davvero liberale, quello che rende libero, cioè lo studio della sapienza, sublime, forte, magnanimo. Gli altri sono piccini e puerili.
La sapienza è l’unica libertà: “Sapientia quae sola libertas est”[21].
La professoressa intelligente e di buona volontà, suscita inquietudine e scandalo: “Ovviamente il turbamento che pervase le famiglie e lo scandalo al quale gridava l’intero paese con a capo il prete, furono grandi come il senso di trionfo che falsamente si era impadronito di lei” (p. 85)
Possiamo tornare all’Idiota di Dostoevskij: “ Dicevo loro tutto senza mai nascondere nulla. I genitori e i familiari loro si stizzivano, perché, infine, i ragazzi non potevano più fare a meno di me, e il maestro di scuola diventò mio acerrimo nemico”[22]
Anche Nives si fa parecchi nemici, ma non desiste dal suo impegno. L’educazione dei giovani per alcuni insegnanti, nemmeno pochi, è una fede.
Ho notato durante i decenni passati nei licei, quanti di noi erano senza coniuge e senza figli! Io personalmente, e credo tanti altri docenti zitelli e zitelle, abbiamo vissuto la funzione genitoriale educando i giovani della comunità. Fare figli miei, perfino sposarmi o convivere con una donna, mi è sempre sembrato un atto di egoismo: un sottrarre tempo allo studio necessario per educare e istruire i figli degli altri. Del resto non mi sono fatto mancare niente in campo affettivo e in campo sessuale, eterosessuale.
Ines ama tanto i suoi ragazzi, che arriva ad avere una relazione sentimentale con uno di loro, particolarmente sensibile, poco più giovane di lei.
La decisione di intraprendere questa difficile relazione che avrebbe suscitato ulteriore scandalo, la professoressa ragazza la prende anche per dichiarare la sua guerra all’ipocrisia, all’ “inganno di quei disonesti che tarpano le ali a chiunque cerchi di volare per proprio conto” (p. 90).
“Ecco-a un tratto pensò-ho sempre sostenuto che la cosa principale sia abbattere i pregiudizi, non curarsi come gli altri possano giudicarti. Perché allora dovrei rinunciare alla mia idea di essere libera, libera come dico io?” (p. 90). Il sentimento reciproco dei due, poi, nel corso dei mesi di scuola si trasforma da innamoramento “in un tenero sentimento di amicizia” (p. 92), e, alla fine dell’anno scolastico, Ines lascia il paese rinunciando a “l’aspetto egoistico del suo amore e della sua dedizione: alla fine aveva capito tuttavia che le stava più a cuore l’immagine di un paesino calmo e tranquillo , dove i giovani avevano acquistato un diverso significato del vivere quotidiano, e non volle guastarlo tentando di sradicare dall’ambiente naturale una sola di quelle piante” (p. 93). Il risultato positivo dell’esperienza è l’accettazione della “inevitabile realtà” (p. 93) sulla quale la sua intelligenza, umanamente impiegata ha comunque lasciato un segno. Credo che anche questo bel libro lasci delle tracce nel pensiero e nei sentimenti di chi lo legge
“Il fischio del treno che annunciava l’arrivo alla stazione del suo paese la riportò alla realtà fatta di sogni e di speranze, di ideali e di lotte ma certo di realtà, di inevitabile realtà, e nell’aver capito che dopotutto bisogna accettarla prima ancora di migliorarla”. La sua vera vittoria fu il fatto di avere capito la necessità di accettare la realtà prima ancora di migliorarla.
E’ l’amore della vita, l’amore del fato[23], l’amore di se stessi e degli altri che porta a queste conclusioni.
Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it
[1] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, I, 260-261. “ poena placet diversa, genus mortale sub undis-perdere et ex omni nimbos demittere caelo”. Giove vuole annientare la stirpe dei mortali sotto le onde, e invece di colpirla con i fulmini, scatena il diluvio universale pioggia dirotta versando da tutte le parti del cielo. Si salvano solo Deucalione e Pirra, entrambi innocenti e devoti (v. 327).
[2] Esiodo, Teogonia, 135.
[3] I classici non sono soltanto i Greci e i Latini, ma tutti gli autori-auctores, gli accrescitori dell’anima che non passano mai di moda.
[4] “I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto” (Leopardi, Zibaldone, 527).
[5] Odissea IX, 108
[6]Odissea , X, 124.
[7] J. Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore , p. 144.
[8] Vangelo secondo Marco 10, 14, lasciate che i piccoli vengano da me.
[9] Matteo 25, 40. I fratres minimi sono gli affamati cui si deve dare il cibo; gli assetati che vanno dissetati; i senza tetto che devono essere accolti; gli ignudi che vanno vestiti, gli infermi, i carcerati da visitare e confortare.
[10] F. Dostoevskij, L’idiota, capitolo VI.
[11] Leopardi in Il pensiero dominante condanna l’ossessione dell’utile da parte della sua età "superba,/ che di vote speranze si nutrica,/vaga di ciance, e di virtù nemica;/stolta, che l'util chiede,/e inutile la vita/quindi più sempre divenir non vede"(vv. 59-64).
[12] E dove c'è la Pieria /bellissima sede delle Muse,/sacra pendice dell'Olimpo ( Euripide, Baccanti, vv. 409-411)
La Pieria come sede delle Muse è segnalata da Esiodo (Teogonia, 52-54), da Virgilio e da altri.
La Pieria è la regione boscosa che si stende sulle pendici nord-est dell’Olimpo, dove aveva speciale vigore il culto delle Muse.
[13] Esiodo, Teogonia, 55.
[14] Cfr. Carducci, Sogno d’estate, 1.
[15] e[cqisto" dev moiv ejssi qew'n oi{ [Olumpon e[cousin (V, 890)
[16] oJ crusamoibo;" d' j [Arh" swmavtwn (v.437),
[17] gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II v. 72),
[18] Ossimoro è formato da ojxuv~, “acuto” e mw`ro~, “ottuso”. Talora il matto, lo scemo del villaggio, appare tale ai più, mentre di fatto è geniale. A volte addirittura il pazzo si finge tale per dissimulare la sua intelligenza, inquietante per i veri stupidi e pericolosa per lui. Livio racconta che Bruto aveva portato in dono ad Apollo una verga d'oro inclusa in un bastone di corniolo con un incavo fatto a questo scopo, recando un’ immagine enigmatica del suo carattere:"aureum baculum inclusum cornĕo cavato ad id baculo tulisse donum Apollini dicitur, per ambagem effigiem ingenii sui" (I, 56).
[19] Ognuno di noi, secondo il mito di Er, prima di tornare sulla terra, si sceglie il proprio demone- destino. Che poi secondo Eraclito coincide con il carattere: h\qo~ ajnqrwvpw/ daivmwn (fr. 119 Diels-Kranz).
Platone, alla fine della Repubblica (617 e) fa dire a Lachesi, la vergine figlia di Ananche:"oujc uJma'" daivmwn lhvxetai, ajll& uJmei'" daivmona aiJrhvsesqe", non sarà il demone a sorteggiare voi, bensì voi a scegliere il demone.
[20]Seneca (4 ca a. C.-65 d. C.), Ep. , 88, 2
[21] Seneca, Ep., 37, 4.
[22] L’idiota, cap. VI.
[23] “ Il necessario non mi ferisce; amor fati è la mia intima natura, das ist meine innerste Natur ” F. Nietzsche, Ecce homo (del 1888), Il caso Wagner, p. 92.
Ida Verrei: giovani che leggono
Desideravo esprimerle il mio sincero apprezzamento e ringraziarla per aver saputo creare una storia così delicata, che contrasta in maniera suggestiva con lo sfondo degli orrori della guerra e della minaccia fascista, tragico periodo che coinvolge anche me, seppur in maniera indiretta.
La terribile novità della dittatura s’insinua come una nebbia nella trama della vita tranquilla e abitudinaria della protagonista, contaminando e sconvolgendo a poco a poco il suo piccolo mondo, l’incanto dei racconti popolari e delle tradizioni slovene.
Un’esistenza innocente, costellata di sogni d’amore, affetti familiari e amicizie sincere, di luoghi ameni popolati di piccole creature di fiaba.
Nel mio immaginario, i volti dei fascisti assumono quindi l’aspetto di mostri crudeli, che crudelmente spezzano le ali delle fate di vetro del mondo di Liana e soffocano la magia dei luoghi carsici o, piuttosto, strappano la giovane donna a quella magia che le resterà però sempre nel cuore.
Le sue parole hanno infuso in me quella stessa magia.
Con stima
Una ragazza che ha avuto il piacere di leggere “Le Primavere di Vesna”
Camilla Paola Maglione (18 anni)
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