recensioni
Fabio Izzo, "Doppio umano"
Doppio umano
Fabio Izzo
Edizioni Il Foglio, 2012
pp 164
14,00
“Come può un poeta fare del male?”
Si riassume così, “Doppio umano” di Fabio Izzo. Bisogna porsi al di fuori della morale per raccontare da autore, e accettare da lettore, questo romanzo.
Il protagonista è un poeta africano, perseguitato politico nel suo paese di origine, il Camerun. Sulla scia dei passi già compiuti da Nazim Hikmet (costretto a lasciare la Turchia per aver denunciato il genocidio armeno) egli si rifugia in Polonia, sempre chiamata Qui, a indicare la presenza di un Là magmatico e ancestrale. Chiesto asilo politico, vive di un misero sussidio, di espedienti e di qualche scritto che gli pagano. Fin qui niente che non possa suscitare la nostra pietà o, almeno, la nostra indifferenza. Se non fosse che quest’uomo, di cui non conosciamo il vero nome perché ha assunto un’altra identità con documenti falsi - e perché il nome dà troppo potere a chi lo apprende - se non fosse che quest’uomo, dicevamo, durante la sua permanenza in occidente, fa sesso con sedici donne, contagiandole consapevolmente del virus HIV di cui sa di essere affetto. Finirà per questo condannato in un tribunale e morirà in ospedale rifiutando le cure.
Perché lo faccia, non si sa, forse per ripicca, per rivalsa contro il sentirsi umiliato, fuoriuscito, additato in terra straniera, solo contro un razzismo che contrappone bianco e nero individuando in quest’ultimo tutto il male. Da notare la copertina del libro, nera, con solo uno spiraglio di bianco e una metà grigia, colore principe della sfumatura, del “doppio umano”, del bene che diventa male.
“Sono forse nato di notte, rimuginava, se la notte è la miseria, il razzismo, l’odio e la guerra… sì … “ (pag 157)
Il mistero di quest’uomo sta in due parole: poesia e magia. Può un poeta essere malvagio, ci chiediamo? In realtà dovremmo chiederci quanto la poesia abbia a che fare con l’etica o ne sia, forse nietzschianamente, al di fuori.
Se usare un profilattico, e avvisare le proprie partner occasionali dell’essere affetti da Aids, corrisponde all’ordine regolare delle cose, tacere e contagiarle fa parte del caos, come caotica, irrazionale, intuitiva ed esplosiva è la poesia.
Simbolo dell’irrazionale è anche la tromba che suona durante il rastrellamento nazista nel bellissimo racconto inserito sul finale del romanzo, racconto che, a nostro avviso, vale da solo tutto il libro.
“La tromba fredda si riscalda e vibra.
L’aria intorno trema.
La notte arriva sempre impreparata a un suono così.
E allora esplode la seconda nota, esplode la memoria delle bande di New Orleans che andavi ad ascoltare la domenica dopo la messa.
Miracolosamente agli occhi di quel bambino il demonio cambia colore: non sarà mai più nero.” (pag 159)
E ancora:
“Questo ti rende uomo perché ti infonde paura e le tua musica appassionata aumenta il ritmo, diventa pazzo e scatenato, pazzo e scatenato.”
L’altro termine da tenere in considerazione è magia. Sarà a causa della magia se il cerchio, che racchiude la trama di questo romanzo atipico, si avvolgerà su se stesso come un uroboro. Per preservare dal male il protagonista bambino, suo padre, moderno impiegato imbevuto però di tradizionalismi tribali, lo porta da uno sciamano che lo taglia con un rasoio arrugginito. È da lì che la malattia probabilmente penetra nel sangue del bambino. Il sangue che in Africa “è tutto”. E sarà attraverso il sangue/sperma che il poeta contagerà le sue vittime, procurando a loro e a se stesso proprio quel male da cui il rito avrebbe dovuto preservarlo.
Il personaggio si rivela doppio, diviso fra ciò che è, o meglio sente di essere, cioè un poeta, e le proprie azioni che ne fanno un mostro.
“Queste persone giudicavano me
Non me.
Lui.
Il risultato delle mie azioni.” (pag 146)
All’inizio e alla fine della storia si palesa la sua natura africana, incomprensibile e tribale, mentre per tutta la parte centrale egli ci appare nero solo perché è così che l’autore lo presenta. Somiglia piuttosto a uno di quegli scrittori maledetti che affollano i bar di tanta narrativa americana, proprio la stessa che l’autore (sempre per bocca del suo protagonista) dice di non amare.
“Doppio umano” non è un libro facile né gradevole, è un’opera stridente che, per essere apprezzata, necessita di una lettura capace di enuclearne la struttura ben congegnata, non lasciarsi travolgere dall’andamento poetico (ma non lirico) dello stile, e dalle continue incursioni metanarrative dell’autore.
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CriticaLetteraria: Fabio Izzo, "Doppio umano"
Edizioni Il Foglio letterario, 2012 " Come può un poeta fare del male?" Si riassume così, "Doppio umano" di Fabio Izzo. Bisogna porsi al di fuori della morale per raccontare da autore, e accettar...
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Gianni Ghiselli legge i Luoghi della memoria di Adriana Pedicini
I luoghi della memoria di Adriana Pedicini
Di Gianni Ghiselli, professore bolognese di lingua e cultura classiche.
Ho scritto questo pezzo nel giorno di Pasqua: la resurrezione di Gesù Cristo sembra significata dalla rinascita del Sole invitto qui a Bologna.
E’ dunque con ritrovata e rinnovata gioia che auguro buona primavera ai miei 18514 lettori e mi accingo a commentare il bel libro che mi ha dato conforto durante le ore buie della pioggia quasi diluviante di ieri, quando pareva che la giusta ira di Dio volesse sommergere sotto le onde[1] questa terra resa malata da troppi anni di malgoverno.
Credo che la santa collera di Dio si sia rinfocolata in seguito alla ripugnante manifestazione di solidarietà per i tre vili assassini del diciottenne Federico Aldrovandi, seguita dall’atto di sciacallaggio del parlamentare del Pdl Giovanardi il quale ha osato dire che il rosso visibile nella fotografia del ragazzo ammazzato di botte, non è sangue.
Sarà qualche cosa di simile al mantello di porpora del Cristo fatto flagellare, incoronato di spine, e mostrato ai sommi sacerdoti da Pilato che pure lo sapeva innocente: "Exiit ergo Iesus foras, portans spineam coronam et purpureum vestimentum. Et dicit eis-Ecce homo!-" ( Giovanni, 19, 5).
Persone come Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi mi ricordano l’Ecce homo.
Patrizia, la mamma di Fedrico, ha definito Giovanardi: “uno sciacallo che mente, sapendo di mentire”.
In effetti tali azioni efferate e tali parole abominevoli sono macchie sull’onore del corpo della polizia, sul parlamento e sull’intera nazione italiana.
Il libro dunque, edito nel 2011 da Arduino Sacco, si intitola I luoghi della memoria. L’autrice è una fine classicista, docente emerita di lettere classiche al Liceo Giannone di Benevento. Da amantissimo della classicità e della vita quale sono io pure, voglio presentare alcuni dei 13 racconti nei quali si articola questo volume snello (108 pagine) segnalandone le pagine che sono più pregne di vita e colpiscono la sfera emotiva dei lettori. Voglio indicare pure quelle che lasciano scorgere in filigrana la cultura classica dell’autrice, una paideia che diventa educazione per quanti la leggono.
Parto dal titolo. I luoghi della memoria sono i paesaggi dell’anima, pieni di mito e poesia. La vita ecologica infatti è anche vita storica e vita psicologica. La Memoria è figlia del Cielo e della Terra[2] ed è pure la strada percorsa durante la vita terrena, breve ma prolungabile con la grazia di Mnhmosuvnh.
Chi non ha la memoria che mantiene i ricordi è come il cane rabbioso, legato e invecchiato male alla catena dell’istante.
Brutti ceffi pieni di risentimento, di frustrazioni, di sensi di inferiorità. Come quelli dei carnefici e di chi li approva.
Il primo racconto Sapore d’infanzia (pp. 11-13) paragona la vita “ad una mensa imbandita” con alcuni “piatti prelibati” e altri “amari, aspri, nauseabondi, indigesti”. Tra i sapori e i profumi che, proustianamente[3] suscitano ricordi, pensieri, emozioni “il sapore e il profumo robusto e sicuro del pane” è legato all’infanzia, agli affetti, fondati, in quella stagione mitica[4], su basi che hanno costituito il piedistallo dei successivi stati d’animo nel volgere rapidissimo degli anni che portano via tutto, quasi tutto.
La panificazione viene presentata come un rito antico che rimanda alla civiltà mediterranea e, anzi, alla civiltà umana. I Ciclopi ingiusti e violenti non coltivano piante, non arano[5], poiché sono antropofagi, come i Lestrigoni giganti che catturano gli uomini stranieri e "se li portano a casa per farne dei "festini privi di gioia" (ajterpeva dai'ta[6]).
Giganti e Ciclopi si trovano tra“gli eterni nemici della cultura"[7]. Così come gli assassini ti tutte le risme. E chi li approva.
Il secondo racconto, Teresina (pp. 17-20) parla di una donna poverissima, emarginata, sola , una di quelle persone che, incontrate per strada ci mettono addosso paura o imbarazzo. Eppure i bambini la invitavano a giocare con loro “ Forse per la verità dei sentimenti che solo la fanciullezza possiede in comune con i semplici, i bambini le volevano bene” (p. 18).
Viene di nuovo in mente il Cristo: “sinite parvulos ad me venire”[8]. I bambini vanno da Gesù e da Teresina per la legge della gravitazione spirituale che avvicina i simili ai simili. I parvuli, che non disdegnano gli ultimi, assomigliano a Teresina e a Cristo: “In verità vi dico: ‘ogni volta che avete fatto del bene a uno di questi miei fratelli minimi, l’avete fatto a me”[9].
E ora Dostoevskij, uno dei grandi classici russi.
Il principe Lev Nikolajevič Myškin, “l’idiota”, studiava e leggeva “con l’unico scopo di poter intrattenere i bambini”.
Eppure pensava di imparare più lui dai piccoli che loro da lui e non capiva come facesse a provare invidia e a calunniarlo il maestro ufficiale del paesetto svizzero “che pure viveva in mezzo ai bambini. Essi ci curano l’anima”[10].
Poi c’è il racconto La chioccia (pp. 21-24), ossia Mariantonia che da ragazza era fallita nell’amore, quando “il suo giovane amato era rimasto eroe chissà dove” e la vita “dapprima dischiusa a ventaglio si era ripiegata su se stessa, racchiusa tra le pieghe dell’anima” (P. 22). Poi aveva ottenuto una rivincita di Pirro sul terreno economico con una disciplina spietata cui aveva sottoposto se stessa e tutta la famiglia.
Ma alla fine la matriarca subisce la sconfitta definitiva, quella negli affetti: i figli, fatti laureare con sacrifici enormi e fatti sposare con chi voleva lei, la lasciano sola “in pasto a una disperata solitudine” p. 24) e quando la vecchia de-solata morì, “non parteciparono al suo funerale, Inviarono ricchi fasci di rose” (p. 24)). Mi ricorda, mutatis mutandis, la morte di mastro don Gesualdo.
L’uomo del tutto economico è un grande scialacquatore poiché sperpera gli affetti che sono il bene più prezioso[11].
Il racconto Esami di ammissione (pp. 33-38) tratta di scuola, un’esperienza che io e l’autrice abbiamo fatto in pratica per tutta la vita. La Pedicini non so, credo di sì, io la rifarei mille e mille volte se tornassi su questa terra.
Eppure la scuola dove mi hanno fatto studiare escludeva quasi del tutto lo spirito critico, ossia la possibilità di dare giudizi (krivnein), sia perché tale capacità di krivsi~ non ci veniva insegnata, sia perché, qualora l’avessimo avuta congenita, ci veniva proibita. Questa è stata la mia esperienza in gran parte delle medie, del liceo e dell’università.
Non diversa deve essere stata quella dell’autrice: “Poi lo studio. L’apprendimento mnemonico doveva essere fede tra le fedi in quei tempi o per i docenti di quel tempo e gli allievi vi si adattavano come pecore mansuete” (p. 35). Importava solo che gli allievi “recitassero a memoria le pagine scritte onde dimostrare il rispetto sacro nei confronti del sapere trasmesso e non modificabile, negando una possibilità importantissima: vivificare attraverso il personale giudizio critico, la propria sensibilità, la propria cultura, la propria personalità” (p. 35). Ma non è facile togliere la prospettiva del pensiero ai giovani, se sono ricchi di spirito. Il gusto della vita e dell’imparare per la vita è troppo forte: è incoercibile nei ragazzi dotati di anima.
E anche quei sistemi educativi obsoleti sono stati utili a chi era predisposto a imparare. A me l’apprendimento mnemonico delle elementari, delle medie, del ginnasio, del liceo, serve ancora quando tengo una conferenza o scrivo un articolo. La citazione infatti è il modo più diretto per mettere chi legge o ascolta in contatto con “la carne viva” dell’autore. Dopo, bisogna commentarlo, ma prima è necessario presentarlo qual è. E leggendo il meno possibile.
Anche la Pedicini non rinnega del tutto quella scuola antica.
“Ma, come spesso accade, anche dagli esempi più discutibili si può trarre un insegnamento , e sicuramente essi diventano nel tempo modelli di confronto da emulare o evitare, migliorare o rivalutare addirittura se è il caso” (p. 38).
Rispetto alla scuola del didattichese che si occupa di metodi senza curarsi dei contenuti ossia dei testi d’autore cui applicarli, io rivaluto la scuola della Memoria che è pur sempre madre delle Muse le quali furono generate nella Pieria, bellissima base dell’Olimpo[12]. “perché fossero oblio dei mali e sollievo degli affanni”[13]. La memoria è lo scrigno dell’intelligenza e va esercitata, potenziata sempre, con disciplina grande.
In più di un racconto fa la sua luttuosa apparizione la guerra che “è sempre un delitto, per i vinti e per i vincitori. Morti, stragi, violenze da ambedue le parti” (Sulle orme del padre, p. 41).
Parole sante, mai ripetute abbastanza.
Parole che non entrano nelle teste pervertite dall’orgia diabolica del potere.
Eppure già nell'Iliade, il poema pieno di battaglie sempre sonanti[14], Zeus dice ad Ares:"tu per me sei il più odioso tra gli dei che abitano l'Olimpo”[15] .
Le esecrazioni della guerra sono innumerevoli in letteratura. Ciò- non- ostante c’è ancora chi santifica gli scempi e gli sconci dovuti ai conflitti che da Omero in poi sono stati sempre più deleteri.
Nel primo Stasimo dell’Agamennone, Eschilo attraverso il canto del coro ricorda che dalla guerra "invece di uomini/urne e cenere giungono/alla casa di ciascuno"(434-436) e Ares viene definito il cambiavalute dei corpi[16], nel senso che la guerra distrugge le vite e arricchisce gli speculatori.
Papa Francesco nel giorno di Pasqua ha invocato la pace: “Pace a tutto il mondo, ancora così diviso dall’avidità di chi cerca facili guadagni!”
Nell’Ecuba di Euripide, la vecchia regina di Troia supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti. Sono i morti Troiani e i morti Greci nella guerra esecrata anche dal dio Poseidone nelle Troiane di Euripide: “E’ stolto tra i mortali chi devasta le città,/consegnando al deserto templi e tombe, luoghi sacri /dei morti: egli stesso dopo è già morto (vv. 94-96).
Papa Francesco ha concluso: “Basta con le guerre, basta sangue!”.
La guerra è una macchia sull’onore dell’umanità.
La nomade (pp. 65-77) identifica il pindarico “diventa quello che sei”[17] con la simpatia nei confronti di uno dei fratres minimi raccomandati da Gesù e ora da papa Francesco. Sparisce “lo scemo” di una comunità di zingari giostrai, “Pellegrino, grosso ragazzone di quarant’anni, testa pelata, sempre la stessa. giacca ormai troppo lisa, pantaloni larghi e corti in maniera sbilenca sulle caviglie. Era quasi sempre solo; già lo era di se stesso, senza alcuna voce che dall’animo gli tenesse compagnia e lo facesse piangere di dolore o di gioia (p, 67). Giocava tutto il giorno con le biglie. Gliene regala una “di vetro colorato” (p. 69) Josephine, una ragazzina che non era “zingara di nascita” (p. 72) ma si era aggregata ai giostrai per fuggire da un ambiente che le toglieva la voglia di vivere. Un giorno Pellegrino misteriosamente sparisce in cerca della biglia smarrita “Continuava a ripetermi sorridendo…dolcemente: la biglia…la grande biglia è scomparsa nel sole…ma un giorno la troverò, sì, proprio nel sole…e mai più la perderò” (p 76).
La ragazza, che sola ha intuito l’enigma della natura ossimorica[18] di Pellegrino, andrà a cercarlo per trovare se stessa: “ ‘Andrò a cercarlo, e insieme cercherò anche io la grande boglia-sospirò Josephine-per conoscere le risposte che da tempo aspetto. Incomincerò a percorrere la mia strada, a guardare verso il sole…Se non troverò Pellegrino, troverò me stessa perché è lì che sta scritto con inchiostro indelebile la storia del mio cammino’. E in preda a una sorte di estraniamento si avviò verso il suo domani, credendo di avere trovato il suo angelo custode” (p. 77)
Pellegrino è dunque l’angelo custode, la vocazione che chiama Josephine verso la sua via e il suo daivmwn, il suo destino. La ragazza ha l’anima sensibile e capace di coglierne del demone, ignorati dai più.
I racconti sono tutti belli, ma per ragioni di spazio, devo concludere. Lo faccio tornando alla scuola, un argomento che per ragioni biografiche, e per il daivmwn che mi è stato assegnato, o mi sono scelto[19], mi sta molto a cuore.
Il racconto si intitola Banchi di legno (pp. 79-93).
E’ la storia del primo anno di insegnamento di una giovanissima professoressa, Nives, in un paese di gente povera, refrattaria alla scuola. I ragazzi non ci andavano per infingardaggine o non ci venivano mandati perché dovevano andare a lavorare. Il dirigente era un gaglioffo che non se ne curava. La ragazza avvicinando gli alunni renitenti nei bar, per la strada, un poco alla volta ne convince diversi della necessità dell’istruzione e della cultura: “è la cultura che può rendevi liberi”
I giovani di buona natura sentono le loro energie incoraggiate dallo studio :"unum studium vere liberale est quod liberum facit, hoc est sapientiae, sublime, forte, magnanimum: cetera pusilla et puerilia sunt "[20] un solo studio è davvero liberale, quello che rende libero, cioè lo studio della sapienza, sublime, forte, magnanimo. Gli altri sono piccini e puerili.
La sapienza è l’unica libertà: “Sapientia quae sola libertas est”[21].
La professoressa intelligente e di buona volontà, suscita inquietudine e scandalo: “Ovviamente il turbamento che pervase le famiglie e lo scandalo al quale gridava l’intero paese con a capo il prete, furono grandi come il senso di trionfo che falsamente si era impadronito di lei” (p. 85)
Possiamo tornare all’Idiota di Dostoevskij: “ Dicevo loro tutto senza mai nascondere nulla. I genitori e i familiari loro si stizzivano, perché, infine, i ragazzi non potevano più fare a meno di me, e il maestro di scuola diventò mio acerrimo nemico”[22]
Anche Nives si fa parecchi nemici, ma non desiste dal suo impegno. L’educazione dei giovani per alcuni insegnanti, nemmeno pochi, è una fede.
Ho notato durante i decenni passati nei licei, quanti di noi erano senza coniuge e senza figli! Io personalmente, e credo tanti altri docenti zitelli e zitelle, abbiamo vissuto la funzione genitoriale educando i giovani della comunità. Fare figli miei, perfino sposarmi o convivere con una donna, mi è sempre sembrato un atto di egoismo: un sottrarre tempo allo studio necessario per educare e istruire i figli degli altri. Del resto non mi sono fatto mancare niente in campo affettivo e in campo sessuale, eterosessuale.
Ines ama tanto i suoi ragazzi, che arriva ad avere una relazione sentimentale con uno di loro, particolarmente sensibile, poco più giovane di lei.
La decisione di intraprendere questa difficile relazione che avrebbe suscitato ulteriore scandalo, la professoressa ragazza la prende anche per dichiarare la sua guerra all’ipocrisia, all’ “inganno di quei disonesti che tarpano le ali a chiunque cerchi di volare per proprio conto” (p. 90).
“Ecco-a un tratto pensò-ho sempre sostenuto che la cosa principale sia abbattere i pregiudizi, non curarsi come gli altri possano giudicarti. Perché allora dovrei rinunciare alla mia idea di essere libera, libera come dico io?” (p. 90). Il sentimento reciproco dei due, poi, nel corso dei mesi di scuola si trasforma da innamoramento “in un tenero sentimento di amicizia” (p. 92), e, alla fine dell’anno scolastico, Ines lascia il paese rinunciando a “l’aspetto egoistico del suo amore e della sua dedizione: alla fine aveva capito tuttavia che le stava più a cuore l’immagine di un paesino calmo e tranquillo , dove i giovani avevano acquistato un diverso significato del vivere quotidiano, e non volle guastarlo tentando di sradicare dall’ambiente naturale una sola di quelle piante” (p. 93). Il risultato positivo dell’esperienza è l’accettazione della “inevitabile realtà” (p. 93) sulla quale la sua intelligenza, umanamente impiegata ha comunque lasciato un segno. Credo che anche questo bel libro lasci delle tracce nel pensiero e nei sentimenti di chi lo legge
“Il fischio del treno che annunciava l’arrivo alla stazione del suo paese la riportò alla realtà fatta di sogni e di speranze, di ideali e di lotte ma certo di realtà, di inevitabile realtà, e nell’aver capito che dopotutto bisogna accettarla prima ancora di migliorarla”. La sua vera vittoria fu il fatto di avere capito la necessità di accettare la realtà prima ancora di migliorarla.
E’ l’amore della vita, l’amore del fato[23], l’amore di se stessi e degli altri che porta a queste conclusioni.
Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it
[1] Cfr. Ovidio, Metamorfosi, I, 260-261. “ poena placet diversa, genus mortale sub undis-perdere et ex omni nimbos demittere caelo”. Giove vuole annientare la stirpe dei mortali sotto le onde, e invece di colpirla con i fulmini, scatena il diluvio universale pioggia dirotta versando da tutte le parti del cielo. Si salvano solo Deucalione e Pirra, entrambi innocenti e devoti (v. 327).
[2] Esiodo, Teogonia, 135.
[3] I classici non sono soltanto i Greci e i Latini, ma tutti gli autori-auctores, gli accrescitori dell’anima che non passano mai di moda.
[4] “I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto” (Leopardi, Zibaldone, 527).
[5] Odissea IX, 108
[6]Odissea , X, 124.
[7] J. Hillman, L'anima del mondo e il pensiero del cuore , p. 144.
[8] Vangelo secondo Marco 10, 14, lasciate che i piccoli vengano da me.
[9] Matteo 25, 40. I fratres minimi sono gli affamati cui si deve dare il cibo; gli assetati che vanno dissetati; i senza tetto che devono essere accolti; gli ignudi che vanno vestiti, gli infermi, i carcerati da visitare e confortare.
[10] F. Dostoevskij, L’idiota, capitolo VI.
[11] Leopardi in Il pensiero dominante condanna l’ossessione dell’utile da parte della sua età "superba,/ che di vote speranze si nutrica,/vaga di ciance, e di virtù nemica;/stolta, che l'util chiede,/e inutile la vita/quindi più sempre divenir non vede"(vv. 59-64).
[12] E dove c'è la Pieria /bellissima sede delle Muse,/sacra pendice dell'Olimpo ( Euripide, Baccanti, vv. 409-411)
La Pieria come sede delle Muse è segnalata da Esiodo (Teogonia, 52-54), da Virgilio e da altri.
La Pieria è la regione boscosa che si stende sulle pendici nord-est dell’Olimpo, dove aveva speciale vigore il culto delle Muse.
[13] Esiodo, Teogonia, 55.
[14] Cfr. Carducci, Sogno d’estate, 1.
[15] e[cqisto" dev moiv ejssi qew'n oi{ [Olumpon e[cousin (V, 890)
[16] oJ crusamoibo;" d' j [Arh" swmavtwn (v.437),
[17] gevnoio oi|o~ ejssiv" (Pitica II v. 72),
[18] Ossimoro è formato da ojxuv~, “acuto” e mw`ro~, “ottuso”. Talora il matto, lo scemo del villaggio, appare tale ai più, mentre di fatto è geniale. A volte addirittura il pazzo si finge tale per dissimulare la sua intelligenza, inquietante per i veri stupidi e pericolosa per lui. Livio racconta che Bruto aveva portato in dono ad Apollo una verga d'oro inclusa in un bastone di corniolo con un incavo fatto a questo scopo, recando un’ immagine enigmatica del suo carattere:"aureum baculum inclusum cornĕo cavato ad id baculo tulisse donum Apollini dicitur, per ambagem effigiem ingenii sui" (I, 56).
[19] Ognuno di noi, secondo il mito di Er, prima di tornare sulla terra, si sceglie il proprio demone- destino. Che poi secondo Eraclito coincide con il carattere: h\qo~ ajnqrwvpw/ daivmwn (fr. 119 Diels-Kranz).
Platone, alla fine della Repubblica (617 e) fa dire a Lachesi, la vergine figlia di Ananche:"oujc uJma'" daivmwn lhvxetai, ajll& uJmei'" daivmona aiJrhvsesqe", non sarà il demone a sorteggiare voi, bensì voi a scegliere il demone.
[20]Seneca (4 ca a. C.-65 d. C.), Ep. , 88, 2
[21] Seneca, Ep., 37, 4.
[22] L’idiota, cap. VI.
[23] “ Il necessario non mi ferisce; amor fati è la mia intima natura, das ist meine innerste Natur ” F. Nietzsche, Ecce homo (del 1888), Il caso Wagner, p. 92.
Ida Verrei: giovani che leggono
Desideravo esprimerle il mio sincero apprezzamento e ringraziarla per aver saputo creare una storia così delicata, che contrasta in maniera suggestiva con lo sfondo degli orrori della guerra e della minaccia fascista, tragico periodo che coinvolge anche me, seppur in maniera indiretta.
La terribile novità della dittatura s’insinua come una nebbia nella trama della vita tranquilla e abitudinaria della protagonista, contaminando e sconvolgendo a poco a poco il suo piccolo mondo, l’incanto dei racconti popolari e delle tradizioni slovene.
Un’esistenza innocente, costellata di sogni d’amore, affetti familiari e amicizie sincere, di luoghi ameni popolati di piccole creature di fiaba.
Nel mio immaginario, i volti dei fascisti assumono quindi l’aspetto di mostri crudeli, che crudelmente spezzano le ali delle fate di vetro del mondo di Liana e soffocano la magia dei luoghi carsici o, piuttosto, strappano la giovane donna a quella magia che le resterà però sempre nel cuore.
Le sue parole hanno infuso in me quella stessa magia.
Con stima
Una ragazza che ha avuto il piacere di leggere “Le Primavere di Vesna”
Camilla Paola Maglione (18 anni)
Carlo Collodi, "Le Avventure di Pinocchio"

Le avventure di Pinocchio Carlo Collodi
Licinio Cappelli editore Bologna, 1964
Il fiorentino Carlo Lorenzini (1826 – 1890), più noto al pubblico di grandi e piccini col nome di Collodi, mutuato dal paese materno, fu patriota delle guerre d’Indipendenza ma anche libraio, recensore, editore. Tradusse le fiabe francesi, fra le quali quelle celeberrime di Perrault. Diviso fra evasione e impegno, fra satira caricaturale della società e fuga nel fiabesco e nella fantasia, redasse numerosi testi ma il più famoso, quello per il quale è rimasto nell’immaginario collettivo, è “Le Avventure di Pinocchio”, scritto nel 1881 e pubblicato nel 1883. Con questo romanzo, uscito a puntate sul “Giornale per i bambini”, è stato capace di creare un personaggio immortale, quasi un archetipo junghiano: il burattino di legno che diventa bambino alla fine della storia come ricompensa per la buona condotta, modello del discolo dal cuore tenero, del bugiardo fantasioso. La diffusione del testo è stata enorme, da quando i diritti dell’opera sono scaduti, non si contano nemmeno più le traduzioni in tutte le lingue del mondo. Molte espressioni del libro sono diventate di uso comune, come “ridere a crepapelle” (dalla scena del serpente che muore per le risate) o “le bugie hanno le gambe corte e il naso lungo”, o “acchiappacitrulli”. In bilico fra romanticismo e verismo, fra romanzo dai toni gotici (vedi l’impiccagione e gli spaventosi conigli becchini) e le miserie popolari dickensiane, è essenzialmente una narrazione picaresca con intento morale. La storia si svolge in un luogo imprecisato, a nord di Firenze, in un paese povero, animato da personaggi quasi verghiani, che conoscono una fame cronica.
“Intanto incominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva mangiato nulla, sentì un’uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all’appetito. Ma l’appetito nei ragazzi cammina presto; e difatti dopo pochi minuti l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si convertì in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello. Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c’era una pentola che bolliva e fece l’atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come restò. Il suo naso, che era già lungo, gli diventò più lungo almeno di quattro dita.”
La pentola dipinta è simbolo di un mondo di gente che s’ingegna con la fantasia per sopperire alle mancanze e a una vita di stenti, che trova buone anche bucce e torsoli perché li condisce col sale dell’appetito, che insegna ai propri figli a mettere da parte vizi, capricci ed esigenze ma, soprattutto, è un simbolo d’immaginazione creativa, di libertà dal bisogno contingente. A differenza del quasi contemporaneo “Cuore” di Edmondo de Amicis, del 1886, i toni romantici sono stemperati e gli ammonimenti morali fusi nelle figure, nei personaggi, nelle scene, nelle avventure. Il libro si basa tutto sui due poli dell’ordine e del disordine, fra il movimento anarcoide del burattino e uno statico rientro nei ranghi, fra la via maestra della morale e i viottoli secondari della fantasia.
“Se fossi stato un ragazzino perbene, come ce n’è tanti; se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col mio povero babbo, a quest’ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il cane di guardia alla casa di un contadino.”
L’insegnamento morale, l’educazione, i gendarmi, il giudice, la fata turchina, il “povero babbo”, tutto tende a istillare nel burattino sensi di colpa, a riportarlo sulla retta via, a reintegrarlo nel sistema, a fargli abbandonare l’infanzia per la maturità, per un grigio divenire uomo. Nella prima versione Pinocchio moriva, come conseguenza della sua dissennatezza e il romanzo si concludeva con la sequenza dell’impiccagione. Tuttavia, quelle stesse figure che assolvono il compito di guida e d’indirizzo morale, sono anche fortemente caricaturali e lasciano trapelare l’insofferenza dell’autore per un certo tipo di educazione rigida e soffocante del talento del bambino. E, infatti, l’accoglienza del testo non fu immediata, ne fu sconsigliata la lettura ai ragazzi di buona famiglia, in particolare suscitò scandalo il coinvolgimento dei carabinieri. Ma quanta nostalgia prova il lettore, e anche l’autore stesso, per il burattino vivacissimo, bugiardo - dove per bugia intendiamo anche il libero dispiegamento di una fantasia creatrice e redentrice della misera realtà – il burattino dagli occhi maliziosi, dalle gambe ballerine, che svicola e si caccia neri guai?
- E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto? - Eccolo là, - rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto. Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l'ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: - Com'ero buffo, quand'ero un burattino!... e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene –
Che Pinocchio sia contento non traspare certo dalla malinconia generale di cui è avvolta la scena, che sa di commiato, di funerale, a contrasto con l’allegria delle impertinenti marachelle e delle ribellioni. La bugia più grossa Pinocchio la dice a se stesso, negando la propria natura per conformarsi a un ideale che non sente suo ma al quale si piega per convenienza e per dovere, per spirito di sacrificio e abnegazione. Sacrificio, abnegazione, senso del dovere che hanno costituito per troppo tempo l’unico fondamento dell’educazione e che oggi, al contrario, sono spariti nel nulla. La discesa nel ventre della balena può apparire ai lettori odierni un simbolo ovvio ma non lo era per quei tempi. Ci sarebbero voluti ancora tredici anni, infatti, perché Freud parlasse di psicanalisi e inconscio. Il linguaggio dell’opera è vivo, popolare, ricco di fiorentinismi e di proverbi poi entrati nella lingua comune. Pinocchio di Collodi è stato uno dei libri più imitati. Si sviluppò anche una letteratura parallela – quasi una fanfiction – con protagonista il burattino, che prese il nome di “Pinocchiate”. Nel 36 Tolstoj ne scrisse una versione alternativa che si discosta molto dall’originale. Nel 1940 Disney ne fece una celebre trasposizione a cartoni animati. Da ricordare anche l’adattamento de “Le fiabe sonore “dei fratelli Fabbri, con la voce di Paolo Poli, lo sceneggiato di Comencini del 1972 e, più recentemente, il film di Benigni.
The Florentine Carlo Lorenzini (1826 - 1890), better known to the public of young and old with the name of Collodi, borrowed from his mother's country, was a patriot of the wars of Independence but also a bookseller, reviewer, publisher. He translated French fairy tales, including Perrault's most famous ones.
Divided between escapism and commitment, between caricatural satire of society and escape into the fairytale and fantasy, he wrote numerous texts but the most famous, the one for which he remained in the collective imagination, is The Adventures of Pinocchio, written in 1881 and published in 1883. With this novel, published in installments in the "Giornale per bambini", he was able to create an immortal character, almost a Jungian archetype: the wooden puppet who becomes a child at the end of the story as a reward for good conduct , model of the tender hearted urchin, of the imaginative liar. The spread of the text has been enormous, since the rights of the work have expired, the translations in all the languages of the world are innumerable. Many expressions in the book have become commonplace, such as laughing “a crepapelle" (from the scene of the snake dying from laughter) or "the lies have short legs and long noses", or "acchiappacitrulli".
Poised between romance and realism, between gothic-toned novel (see the hanging and the scary gravediggers rabbits) and the popular Dickensian miseries, it is essentially a picaresque narrative with moral intent. The story takes place in an unspecified place, north of Florence, in a poor country, animated by almost Verghian characters, who know a chronic hunger.
"Meanwhile, night began to fall, and Pinocchio, remembering that he hadn't eaten anything, felt something in his stomach, which looked very much like appetite.
But the appetite in boys grows; and in fact after a few minutes the appetite became hunger, and the hunger, rapidly , turned into a huge hunger, a hunger to be cut with a knife.
Poor Pinocchio immediately ran to the hearth, where there was a pot that was boiling and made the act of uncovering it, to see what was inside, but the pot was painted on the wall. Imagine how he felt. His nose, which was already long, became at least four fingers longer. "
The painted pot is a symbol of a world of people who are ingenious and posess the imagination to make up for shortcomings and a life of hardship, who also find peels and cores good because it season them with the salt of appetite, who teach their children to put aside vices, whims and needs but, above all, it is a symbol of creative imagination, of freedom from contingent need.
Unlike the almost contemporary "Cuore" by Edmondo de Amicis, from 1886, the romantic tones are tempered and the moral warnings fused in the figures, characters, scenes, adventures. The book is all based on the two poles of order and disorder, between the anarchoid movement of the puppet and a static return to the ranks, between the main road of morality and the secondary paths of fantasy.
"If I had been a decent boy, like there are many; if I had wanted to study and work, if I had stayed at home with my poor father, at this hour I would not be here, in the middle of the fields, playing the guard dog of a farmer's house. "
The moral teaching, the education, the gendarmes, the judge, the blue fairy, the "poor father", everything tends to instill guilt in the puppet, to bring him back to the right path, to reintegrate him into the system, to make him abandon childhood for maturity, for a gray becoming man. In the first version Pinocchio died, as a consequence of his foolishness and the novel ended with the hanging sequence. However, those same figures who fulfill the role of guide and moral direction are also highly caricatured and reveal the author's intolerance for a certain type of rigid and suffocating education of the child's talent. And, in fact, the reception of the text was not immediate, it was not recommended to read it to the children of a good family, in particular the involvement of the carabinieri provoked scandal.
But how much nostalgia does the reader, and also the author himself, feel for the very lively, lying puppet - where by lie we also mean the free deployment of a creative and redeeming fantasy out of miserable reality - the puppet with mischievous eyes, with ballerinas legs, who wiggles his way out and chases troubles?
- And where did the old wooden Pinocchio hide?
"There he is," replied Geppetto; and he pointed to a large puppet leaning against a chair, with his head turned to one side, with his arms dangling and his legs crossed and folded in the middle, it seems a miracle if he was standing.
Pinocchio turned to look at him; and after he looked at him a little, he said to himself with great complacency:
How funny, when I was a puppet! ... and how happy I am now to have become a decent boy -
That Pinocchio is happy certainly does not show through the general melancholy of which the scene is enveloped, which hints at farewell, at funeral, in contrast with the cheerfulness of impertinent pranks and rebellions. Pinocchio tells the bigger lie to himself, denying his own nature to conform to an ideal that he doesn't feel his but to which he bends for convenience and duty, for spirit of sacrifice and self-denial. Sacrifice, self-sacrifice, sense of duty that have been the only foundation of education for too long and which today, on the contrary, have disappeared into thin air.
The descent into the whale's belly may appear to today's readers as an obvious symbol but it was not so for those times. It would still have taken thirteen years for Freud to talk about psychoanalysis and the unconscious.
The language of the work is alive, popular, full of Florentinisms and proverbs which then entered the common language.
Pinocchio by Collodi was one of the most imitated books. A parallel literature also developed - almost a fanfiction - starring the puppet, which took the name of "Pinocchiate". In 36 Tolstoy wrote an alternative version that differs greatly from the original. In 1940 Disney made it a famous cartoon transposition. Also noteworthy is the adaptation of "The fairy tales" by the Fabbri brothers, with the voice of Paolo Poli, Comencini's 1972 drama and, more recently, Benigni's film.
"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni
Paolo Mantioni
Il Respiro del Fiume
Patrizia Poli
libro pubblicato dall'autrice, 2010
Urmilla Zarullah è una bambina di 11 anni rimasta sola al mondo: l’adorata madre è appena morta e lo sconosciuto padre è in qualche altrettanto sconosciuta prigione dell’immensa India, a scontare una pena per un delitto non commesso. È una bambina coraggiosa, intraprendente e intelligente, figlia di una indù e di un musulmano (un paria, un intoccabile), è stata allevata secondo i dettami della spiritualità indù e, crescendo, ne sarà sempre una convinta seguace. Prima di essere affidata alla missione cristiana di Rangapore, retta da Padre Franz, un giovane prete tedesco, e suor Chandra, indiana, riesce a far visita al nonno, bramino di un tempio indù dei paraggi, che però, nonostante il ritrovato affetto, non può tenerla con sé perché “impura”, intoccabile. Qualche anno più tardi la stessa Urmilla è una bella fanciulla indiana che durante le abluzioni rituali nel Gange viene inquadrata dall’obiettivo fotografico di un giornalista italiano, Marco Ferrari, che se ne innamora. Nel frattempo Urmilla è diventata un’attiva animatrice della missione cristiana e si occupa dell’istruzione dei bambini che ospita, e a sua volta studia con grande profitto da medico. Marco Ferrari le promette di ritrovare il padre e parte alla sua ricerca. Ma la missione è colpita da un’epidemia di colera che uccide tutti i bambini tranne il sordomuto Kabir, mettendo a dura prova la fede cristiana del prete e scuotendo dal profondo la serenità di Urmilla. Dal baratro del più profondo sconforto, Padre Franz e Urmilla confessano a se stessi di amarsi non solo d’amore fraterno e si abbandonano ad una notte d’amore. Le conseguenze sono drammatiche: Padre Franz è sconvolto e sembra far pesare alla ragazza le devastazioni psicologiche del suo rimorso; Urmilla scopre di essere incinta, abbandona il nonno, il prete, Kabir, la missione, gli studi, abortisce e si trasferisce nella lontana Agra, dove lavora, disfatta e sconsolata, come guida turistica.
Altre rinascite e altre tragedie si succederanno nella vita di Urmilla e in quella degli altri personaggi, secondo un ciclo che appare eterno come il “respiro del fiume”, che dà il titolo al romanzo. E altre rinascite e altre tragedie si possono ragionevolmente immaginare anche dopo il finale iscritto sotto il segno della conciliazione religiosa e della pacificazione personale. I dissidi religiosi, la millenaria mentalità delle caste (che, si ricorderà, sono state il cruccio degli ultimi anni di vita di Gandhi e il movente del suo assassinio) e la disperata povertà continueranno a rodere dall’interno le vite degli individui.
Con il suo romanzo Patrizia Poli offre al lettore una conoscenza di prima mano (i dettagli e il contesto in cui sono inseriti non credo possano ingannare) di un mondo e di una tradizione spirituale spesso altezzosamente avvicinati solo per sentito dire, per luoghi comuni e per approssimazioni o, viceversa, entusiasticamente accolti come la panacea di tutti i mali occidentali. Sul piano dell’espressione, dello stile, della composizione, delle figure, il romanzo non offre particolari originalità: si tratta di una narrazione corale, di stampo tradizionale, dove ogni personaggio ha diritto al suo punto di vista, determinando la varietà del racconto e delle prospettive, e dove la terza persona onnisciente non impone un suo peculiare modo di vedere le cose. Insomma dallo stile non traspare la figura storica, biografica e temperamentale dell’autrice (senza però nessuna rivendicazione di poetiche neorealiste o fenomenologiche). La quale, evidentemente, punta sulla forza della materia narrata, sulle implicazioni ideologiche, religiose e sociali che essa suscita. Vengono messe a confronto la religione (e i temperamenti) del Dio del fare (Padre Franz, Marco Ferreri), di coloro che agiscono qui e adesso per intervenire sulla realtà, per migliorarla e renderla più vicina al modello precostituito in cui si riconoscono e la spiritualità (e i temperamenti) del Dio del lasciar fare, di coloro che si sentono parte di una realtà, di un mondo e di un’energia vitale che non può e non dev’essere ostacolata nel suo fluire (il bramino, il mussulmano). Occorrerà avvertire che questa seconda opzione, che nella vulgata occidentale è rubricata sotto la miserevole insegna del fatalismo, nasce invece da una profonda esigenza filosofica che spinge l’individualità a ritrovare in sé le ragioni dell’essere. E occorrerà altresì avvertire che il pensiero e la pratica filosofica cui fa riferimento hanno poco o punto a che vedere con la corrente di pensiero occidentale che va sotto il nome di fenomenologia esistenzialista, che si sofferma invece a indagare la relazione tra l’individuo e il mondo come fenomeno.
Per la mentalità occidentale è un delitto rassegnarsi indolentemente alla povertà, alla prostituzione minorile, all’ingiustizia sociale, ma non si può nemmeno negare che l’intervento, l’aggressione al Male ha spesso conseguenze peggiori del male che si è voluto combattere. D’altro lato, la placida accettazione del ciclo eterno di morte e rinascita non può nascondere che il mondo ogni volta rigenerato dal sole continua a essere corroso e insozzato dalla malattia e dalla morte. Le creature – innocenti – continuano ad abitare una creazione che, in quanto tale, è l’origine stessa del Male, secondo una concezione che è specularmente opposta a quella cristiana, dove la creazione innocente e perfetta è abitata da creature colpevoli. Forse è nella figura di Urmilla che l’autrice ha inteso additare una possibile conciliazione tra le due pratiche religiose e filosofiche e una possibilità di evoluzione per l’India futura (il romanzo è ambientato nel decennio che va dal 1980 al 1990), che, invece, a tutt’oggi sembra aver imboccato la strada della frenetica imitazione del modello economicista proveniente dall’occidente.
Il Respiro del Fiume, Libro di Patrizia Poli - - Narrativa - ilmiolibro.it
Il Respiro del Fiume, di Patrizia Poli Narrativa 210 Storia di ampio respiro, corale, complessa, eppure di immediata presa, dove i personaggi, tutti, di volta in volta, diventano protagonisti ...
Ida Verrei: Fiori di agave sulla Collina delle Fate, uno scivolamento dal reale all'onirico
“Fiori di agave sulla Collina delle Fate”
di Sandro Capodiferro
Fabio Croce Editore
Recensione
di Ida Verrei
Sandro Capodiferro racconta due donne, due vite, due percorsi che convergono in unico universo.
Un singolare cammino, uno scivolamento dal reale all’onirico, da una finzione letteraria all’altra. Frammenti di vita che si rincorrono e si intrecciano, quasi un puzzle, dove “il libro” è tragitto, via per la riscoperta del sé sconosciuto, rimosso, tacitato per la sopravvivenza quotidiana.
Felicita, una donna qualunque, educata al culto della famiglia, degli affetti, dei valori più tradizionali, morbida, materna, ci appare, sin dall’inizio, di una tristezza inconsapevole, una figura- simbolo, come il suo nome, del resto, che richiama la placidità apparente di un mondo malinconico, dove l’unico ideale di vita è l’equilibrio domestico. Il suo è un universo interiore nascosto, tutto da scoprire, che si percepisce attraverso lievi segnali, pensieri sparsi, memorie, immagini, ritratti del passato che irrompono nella mente, quasi a distoglierla da un presente, ancora negato.
Ma a Felicita la vita riserva un incontro, un piccolo libro bordeaux da cui balza fuori, prepotente, Adele, immagine in uno specchio deformato, proiezione inconscia di bisogni e pulsioni. Due donne, mogli e madri, con destini apparentemente diversi, due destini- trappola, entrambe destinate al dramma.
E l’incontro per Felicita si fa confronto, ricerca, scoperta, fino a quando l’irrompere di analogie inquietanti, confonde finzione e realtà, sconvolge la mente, rivela sconfitte senza appello.
Quanto conosce dell’animo femminile l’Autore? Tutto, o quasi, tanto da far dimenticare che chi scrive è un uomo.
La sua non è soltanto denuncia di una condizione femminile che persiste anche nei tempi attuali, quanto, piuttosto, analisi compassionevole, fatta con raffinata sottigliezza psicologica, di una crisi di identità, di ruolo, di prospettive. Le due protagoniste, Felicita ed Adele, reale l’una, costruzione fantastica l’altra, così diverse eppure complementari, chiuse ciascuna in una prigione senza uscita, diventano simboli di se stesse e di tutte le altre cui alludono.
Elegante, la scrittura di Sandro Capodiferro, abile nella scelta di strategie narrative. Scrive in terza persona, ma ricorre continuamente al monologo interiore; sicché, mentre il lettore viene trascinato in un’onda di suoni ed immagini, si lascia lentamente trasportare dalle emozioni, da un desiderio di
conoscere, di comprendere, di arrivare alla fine.
E nel finale, inaspettato e amaro, con un imprevedibile colpo di scena, la follia trasforma il virtuale in reale: “L’agave per anni nasconde un segreto nel cuore: il suo unico fiore, germoglio ignaro dell’intenso dolore che lo fa nascere… mentre lei ne muore”. Resta soltanto la Collina delle Fate.
Sandro Capodiferro ha scritto un bel libro, un romanzo particolarissimo e avvincente. Ma non solo.
Rivela anche una sensibilità di vero artista quando sceglie di aggiungere al libro un’appendice con una serie di foto di quadri d’autore con le relative biografie. “L’arte nel suo mistero le diverse bellezze in sé confonde...” E Sandro sa cogliere quel mistero e tradurlo in immagini e parole: “… Credo che l’incontro tra la materia di una creazione artistica e i nostri occhi sia come l’impatto morbido di una dolce risacca su una spiaggia, e che i colori colpiscano la mente, rinnovando nei nostri pensieri dolci ricordi o dolorosi trascorsi…”
Ida Verrei.
"Signora dei Filtri" Recensione di Paolo Mantioni

Signora dei Filtri
Patrizia Poli
Marchetti Editore, 2017
La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.
Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo. Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice
“So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”.
Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come ne Il respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:
“Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”.
Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.
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Marchetti Editore è una giovane casa editrice con sede a Pisa, dalle idee molto chiare: produrre solo libri di qualità, radicati nella società attuale, ben tradotti se si tratta di autori stranieri
http://www.marchettieditore.it/i-nostri-libri/il-catalogo/101-signora-dei-filtri
Piero Angela, "A cosa serve la politica"
A cosa serve la politica?
di Piero Angela
Mondadori 2011
pp 156
8,00
Il titolo è creato sulla falsariga dei libri anticasta che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, ma il saggio di Piero Angela A cosa serve la politica? va oltre il discorso meramente istituzionale, o della politica intesa in modo immediato, letterale e superficiale.
Tutti i libri di Angela (e famiglia) sono esempi di come il modo di trattare un argomento renda accattivante l’argomento stesso. È un libro che si legge tutto di un fiato, che ti fa girar pagina e scorrere da un paragrafo all’altro, che cattura più di una narrativa avvincente, non tanto per i temi svolti, tutti di grande rilevanza sociale, ma per lo stile. L’estrema semplicità, la facilità dell’eloquio, la comunicazione fresca, creano un ponte fra significato e significante attraversabile anche dal lettore profano.
Ma se lo stile è facile, la tesi è di una profondità rivoluzionaria. La politica, intesa com’è sempre stata intesa e come, purtroppo, lo è ancor più oggi, non potrà mai, neppure con le migliori intenzioni e le migliori personalità, risollevare le sorti del nostro paese che sta affondando come Pil, come civiltà, come cultura. La politica non può limitarsi alla distribuzione della ricchezza, scegliendo, secondo il proprio orientamento di pensiero, a chi assegnare le risorse esistenti. La politica deve saper produrre questa ricchezza, sviluppare queste risorse che poi distribuirà.
La produzione di ricchezza, cioè la messa in moto dell’economia, non è un’operazione che si può compiere da un giorno all’altro e nessun cambio di maggioranza trasformerà un paese arretrato tecnologicamente e culturalmente in uno ricco, nessuna elezione o mutamento di esecutivo farà avere ad un turco il salario di uno svedese. Perché ciò avvenga, deve variare quello che Angela chiama “l’ecosistema artificiale”, cioè l’insieme d’infrastrutture, fonti energetiche, scuole etc, di cui l’uomo moderno ha bisogno per vivere.
La produzione di ricchezza avviene attraverso crescita e sviluppo, i quali, a loro volta, progrediscono dal sapere, dalla scienza, dall’istruzione, dalla ricerca, dalla formazione intellettuale, dall’educazione, dal rispetto della legalità, dalla condivisione dei valori e dalla meritocrazia.
In Italia, spiega Angela, non c’è meritocrazia. In ogni campo, dagli ospedali, agli atenei, alle industrie, ai centri di ricerca, non si permette ai talenti di emergere, i migliori non vedono riconosciute le loro capacità, i cervelli sono costretti a fuggire all’estero, gli ignavi ottengono posti importanti per meccanismi che non hanno niente a che vedere col merito, cioè avanzamenti automatici, liste di collocamento, raccomandazioni, pressioni politiche.
Solo se il talento sarà sviluppato, se gli uomini giusti saranno collocati nei posti giusti al momento giusto, si riuscirà a tirare fuori l’Italia dal baratro della decrescita e del debito pubblico che la sola politica del rigore non basterà a risanare.
Occorre cambiare la mentalità del nostro popolo. Visto come siamo fatti e quanto sono radicati da noi malcostume, corruzione, inciviltà, evasione, spreco di danaro pubblico, lo si può fare solo con un’azione mirata di premi e punizioni. Premi per i meritevoli e punizioni certe per chi trasgredisce.
È necessario, poi, anche intendere diversamente la cultura che non è solo quella letteraria e artistica. Con tutto il rispetto per scrittori, critici, giornalisti, musici, registi, commediografi, la cultura è qualcosa di molto più ampio e interconnesso. Antropologia, geologia, archeologia, paleontologia, astronomia, fisica, etc, costituiscono un patrimonio di conoscenze che ci aiuta a rispondere alle grandi domande dell’essere umano: chi siamo, da dove veniamo, che cos’è la vita e che scopo ha. In una parola, tutto, dalla matematica allo studio dei dinosauri, è filosofia.
A questo proposito, facciamo riferimento a un altro testo di Angela, scritto insieme al figlio Alberto, La straordinaria storia della vita sulla terra, del 2003, un libro capace di cambiare le prospettiva con cui si guarda alla nostra esistenza, un libro che, partendo dai reperti fossili, dal brodo primordiale, spalanca domande esistenziali, religiose e filosofiche, parlando addirittura di trasferimento d’intelligenza dal biologico alla materia fino a farla diventare pensante.
Angela - e noi con lui – si chiede come sia possibile che chi ha un cervello “acceso” non si interessi di argomenti così importanti, così indispensabili. Spesso, infatti, il mondo accademico tradizionale mostra un certo fastidio per la scienza, considerando cultura solo tutto ciò che riguarda le humanae litterae.
In una popolazione destinata a invecchiare drammaticamente, dove la scolarizzazione copre pochi anni di vita e le persone si trovano impreparate ad affrontare e comprendere un mondo che cambia rapidamente intorno a loro, un ruolo fondamentale per l’educazione può essere svolto dalla televisione, se questa è capace di si svincolarsi ancora una volta dalle pressioni politico-partitiche.
E qui si torna a bomba. Per progredire, occorre una politica lungimirante, che non prenda scorciatoie elettorali ma pensi al futuro, che non sia litigiosa, che cerchi concordia e non scontri, che consideri anche le idee dell’avversario se sono buone, senza respingerle a priori perché appartenenti all’area nemica.
“Il nostro problema è una classe politica avvitata su se stessa. Ed estremamente litigiosa, come si vede in certi dibattiti televisivi che diventano spesso degli incontri di pugilato. [… ]L’obiettivo diventa sostanzialmente quello di abbattere l’avversario, di mostrare quanto è incapace e inaffidabile, dissotterrando vecchie storie, elencando solo i dati a proprio favore, litigando su ogni cosa.”
Soprattutto una classe politica che abbia a cuore lo sviluppo effettivo del paese.
“Per esempio premendo sul pedale del merito, dei valori, del rispetto delle regole, attraverso un forte sistema di premi e punizioni. E agendo su altri acceleratori come la cultura, l’educazione, la ricerca, la televisione e tanti altri fattori di crescita come l’imprenditoria creativa, che possono fertilizzare il paese e la sua capacità produttiva. Puntando anche sull’eccellenza: partendo dalla scuola, e allevando una nuova generazione di leader capaci di portare il loro contributo non solo nella scienza, nella tecnologia e nell’economia, ma anche e forse soprattutto nella politica.” (pag 155)
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CriticaLetteraria: Piero Angela, "A cosa serve la politica?"
A cosa serve la politica? Il titolo è creato sulla falsariga dei libri anticasta che tanto successo hanno riscosso negli ultimi anni, ma il saggio di Piero Angela A cosa serve la politica? va oltre
http://www.criticaletteraria.org/2012/08/piero-angela-cosa-serve-la-politica.html
Mario Grasso, "Latte di cammella"
Latte di Cammella
di Mario Grasso
2012 Sensoinverso
pp 185
17,00
L’errore di “Latte di Cammella “ di Mario Grasso è cedere alla tentazione della narrativa, volendo dare una veste accattivante a ciò che dovrebbe essere solo reportage, brutale denuncia. L’inizio del romanzo, col giornalista Vanni Ossarg che fa un sogno premonitore e poi incontra personaggi inquietanti in un villaggio diroccato, brumoso e fuori dal tempo, sembra precipitare il lettore in un thriller paranormale, per poi riacciuffarlo immediatamente per i capelli e lanciarlo nella materia dell’inchiesta giornalistica. Vanni Ossarg andrà in Somalia e poi in Sierra Leone, raccontando a modo suo ciò che vede. Di là dal contenuto completamente diverso, il modo di esporre è quello de “La profezia di Celestino”, in un mix fra saggio e narrativa, in un accumulo di dialoghi, incontri, illuminazioni e indottrinamento del lettore.
Il reportage di Grasso, il suo modo di raccontarci l’Africa, è viziato da uno spiccato indirizzo di pensiero, teso alla giustificazione forzata di tutto ciò che è il continente nero, visto come innocente e incolpevole, come originariamente “buono”. Vengono così trovate attenuanti per la sharia, le incursioni dei pirati, addossando all’occidente tutte le colpe.
"Chi vuole aiutare la Somalia non deve pensare alle lotte dei clan, alle brutture del fondamentalismo esasperato, alle tante cose che devono cambiare, ma alla gente e ai bambini la cui unica colpa è di essere nati lì o altrove." (pag. 101)
Vero è che la denuncia è indispensabile, che troppo spesso le guerre a colpi di machete - sbrigativamente etichettate come etniche o tribali - sono dimenticate dai nostri telegiornali, con i loro orrori impensabili. Fiumi di sangue e di morte scorrono in Africa, inseguendo diamanti, petrolio, rifiuti tossici scaricati dal cielo, con la complicità di politici corrotti, signori della guerra, multinazionali rapaci e persino organizzazioni finto-umanitarie, soprattutto complice, e muto testimone, l’occidente.
Il libro è una carrellata di orrori: bambini trasformati in macchine per uccidere, costretti ad amputare braccia e gambe di parenti, resi aggressivi con la cocaina inserita sotto pelle, bambini di cui si è distrutta l’umanità, rendendoli soli al mondo, vittime a loro volta di mutilazioni atroci, di malattie, di fame, di emarginazione e analfabetismo; bambine stuprate e infettate con l’Aids; figli sacrificati dagli stessi genitori, vaccinati troppe volte in cambio di una zanzariera da rivendere.
La parte più bella del libro, tuttavia, non è né la storia narrata, né l’intento d’insistita accusa, ma piuttosto la descrizione dell’Africa, dei suoi paesaggi polverosi e dorati, dei suoi tramonti di fuoco, dei suoi odori speziati ed acri, dei suoi immensi alberi di baobab, delle sue acacie spinose, del fumo acido dei copertoni bruciati, del fetore delle discariche a cielo aperto, dei liquami versati in mare, dei mercati dove si vende merce poverissima, cose che noi getteremmo nella spazzatura e lì significano un altro giorno di sopravvivenza. Pagina dopo pagina entriamo nei luoghi, sentiamo gli odori, percepiamo il calore e il vento, le voci, vediamo i volti di ebano e di giaietto.
C’è un altro filone nel romanzo, ammesso che di romanzo si possa parlare, ed è il sentimento che sboccia fra Vanni e Sonia, colei che ha a cuore la sorte dei diseredati, degli ultimi della terra. L’atto d’amore è descritto con tono aulico, senza volgarità, come un balsamo che lenisce le ferite, che dà tregua all’orrore, come risarcimento per “l’eroe”.
Lo stile è pulito, con spiegazioni particolareggiate ma non sempre necessarie, nella foga di dire tutto e fin troppo, di raccontare e investigare ogni aspetto dei rapporti fra occidente e continente africano, comunicando fatti, notizie, dati statistici, mescolandoli ad opinioni e riflessioni personali.
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CriticaLetteraria: Mario Grasso, "Latte di cammella"
Latte di Cammella di Mario Grasso 2012 Sensoinverso L'errore di "Latte di Cammella " di Mario Grasso è cedere alla tentazione della narrativa, volendo dare una veste accattivante a ciò che dovrebbe
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Giana Anguissola, "Violetta la timida"
Violetta la timida
di Giana Anguissola
Mursia, 1970
pp. 273
Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.
Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.
“La Signorelli, una ragazza che è tutto il contrario di me: energica, simpatica, importante, disinvolta, con un bel cognome… Cioè, mica che Signorelli sia un gran bel cognome: è il mio che è brutto: Mansueti, e allora tutti gli altri cognomi mi sembran belli. E poi mi chiamo anche Violetta che, messo insieme a Mansueti, non poteva dar per risultato altro che un coniglio. Infatti sono timidissima.” (pag.11)
Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..
“La prima cosa che, naturalmente feci, fu quella d’inciampare in un gran tappeto blu rischiando di cadere lunga e distesa davanti alla scrivania del preside. Per cui, non appena ritrovato l’equilibrio, rimasi lì ad occhi bassi, con le guance che mi cuocevano come due cotolette, senza aver neppure avuto il tempo di guardarmi intorno." (pag. 12)
L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.
“Per quest’altra volta e per sempre, il tuo compito, te l’ho già detto, è quello di affrontare ogni situazione che t’intimorisca o ti faccia soggezione, a meno che non si tratti di un leone, sarai guarita dalla timidezza.” (pag.30)
Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.
A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.
“La signorina Carbone, poi, vedendo che addirittura deturpavate dei visi già perfettamente dipinti dal buon Dio, ha avuto mille ragioni di sdegnarsi e mandarvi a lavare!” (pag.241)
Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:
“contribuì a combattere i fumetti e a rieducare i ragazzi a letture sane e artisticamente valide.”
L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:
“Errore sarebbe da parte dell’adolescente seguire ancora gli istinti dell’infanzia che si spengono e peggiore errore sarebbe seguire di già gli istinti della giovinezza che sorgono. Perché se può ispirare una sorridente indulgenza l’adolescente che indugia a giocare, ispira una pietà mista a repulsione l’adolescente che si atteggia precocemente a donna o uomo, intendo nelle sue manifestazioni esteriori come vestire da tali o parlare o fumare da talaltri.” (pag. 240)
Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta".)
A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione.
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CriticaLetteraria: Invito alla lettura: Giana Anguissola, "Violetta la timida"
Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 - Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al "Corriere dei Piccoli" sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è ...
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