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recensioni

Piero Paniccia, "Chernobylondon"

5 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Piero Paniccia, "Chernobylondon"

Chernobylondon

Piero Paniccia

Edizioni del Faro, 2012

Pp 338

15,00

Non si fa notare per lo stile, che è corretto, lineare, documentaristico - seppure viziato da un uso non sintattico né ritmico bensì personale della punteggiatura - ma piuttosto per il contenuto, Chernobylondon di Piero Paniccia.

La storia ha come protagonista una famiglia italiana che vede intrecciarsi il suo destino con quello di un’altra famiglia bielorussa. Al centro di tutto, al nucleo della vicenda è proprio il caso di dirlo, c’è il disastro di Chernobyl.

“Mia madre, quando venne la prima volta in Italia e conobbe mio padre, era venuta come accompagnatrice dei bambini bielorussi, che avevano sofferto per le radiazioni conseguenti il disastro di Chernobyl. Lo sai cos’è Chernobyl, no? Ora tu pensa: grazie a quel disastro sono nato io. Se tanta gente non avesse sofferto, io non sarei mai nato, ci pensi?” (pag 284)

È a causa di Chernobyl se Alessandro e Natasha s’incontrano in Italia, si amano e mettono al mondo Yuri. Natasha è un’accompagnatrice di bambini contaminati dalle radiazioni, accolti in Italia per una vacanza disintossicante. A Senigallia incontra Alessandro, del quale s’innamora e che sposa, facendo conoscere a lui e a tutta la sua famiglia la città di Minsk, spalancando le porte di un mondo fino ad allora sconosciuto, quello della Bielorussia.

Il racconto è costruito in modo volutamente spiazzante, con flash back, avanzamenti e ritorni al passato, incursioni nei ricordi di entrambe le famiglie. La storia copre un arco temporale che va dal giorno in cui si ebbe per la prima volta sentore del disastro, nell’aprile del 1986, a un futuro 2040 con scenari da fantapolitica. I blocchi di contenuto sono essenzialmente tre: il disastro di Chernobyl e le sue conseguenze sulla salute, la scherma di cui diventeranno campioni Yuri e suo cugino Mirco, la Bielorussia.

L’ombra della radioattività aleggia su tutto il racconto, dal titolo fino alla tragica conclusione. Yuri nasce “a causa di” Chernobyl ma a essere contaminato non è lui bensì suo cugino. Mirco si ammalerà di leucemia e sarà proprio Yuri, nato da Chernobyl, a salvarlo donandogli il suo midollo. E tuttavia, per una vita che si salva, ce ne sarà una da restituire alla fine del romanzo, per la felicità ricevuta, qualcuno comunque dovrà pagare.

Attorno all’atomo si svolge il racconto, dal disastro fino agli studi di fisica nucleare ai quali Yuri si dedicherà da adulto, grazie all’amore per Felicia. L’utilizzo della fusione fredda porterà, nel 2040, alla sostituzione di tutte le centrali con nuovi impianti puliti.

Il secondo blocco è costituito dalla scherma. Questa passione attraversa tutto il romanzo, dai primi contatti dei due cugini con le palestre e gli insegnanti, fino alle medaglie conquistate nelle Olimpiadi di Londra del 2012 che, quando il libro è stato scritto, ricordiamo, ancora non si erano svolte. S’intuisce l’amore del Paniccia per questo sport, e la sua competenza, al punto che il libro è stato presentato nell’ambito dei festeggiamenti per Valentina Vezzali, jesina come l’autore e medaglia d’oro olimpica. Nell’incontro finale, descritto minuto per minuto, punto per punto, luce verde per luce rossa, fra Yuri - che il destino beffardo ha portato a gareggiare sotto la bandiera bielorussa - e suo cugino Mirco, rappresentante l’Italia, si può per contrasto evidenziare la nascente amicizia di due nazioni.

E qui giungiamo al terzo - e secondo noi al migliore - dei tre nuclei di contenuto: la Bielorussia. Nessuno, prima di Paniccia, ci aveva descritto la vita in quella nazione con tanti particolari, con così grande e affettuosa partecipazione. Scopriamo boschi di alti alberi frondosi e cespugli di bacche succose, automobili come la Lada Zighuli, cibi e profumi, ma anche la burocrazia arcigna e pachidermica, aggirabile con un cesto di leccornie ben confezionato, la corruzione, il retaggio di poca democrazia e il vuoto lasciato dell’ex Unione Sovietica. Scopriamo anche pagine nere e sconosciute della storia europea, come l’eccidio di Kathyn, evento controverso, orribile massacro di cui Paniccia attribuisce la totale responsabilità ai nazisti ma che gli storici hanno rivelato essere stata opera dei sovietici.

L’interrogativo esistenziale, che accompagnerà il protagonista Yuri Mancini per l’intero romanzo, è se anche da una sciagura come quella di Chernobyl possa scaturire il bene, se sia lecito sentirsi felici in conseguenza di una disgrazia, se non si debba ricompensare il destino che ci ha regalato gioia traendola dal male.

“Maledetta Chernobyl, disse nostro nonno quando nacqui io, credendo che fossi stato ricoverato in ospedale per colpa delle radiazioni. Lui pensava che mia madre fosse stata contaminata. Così mi hanno raccontato più volte mio padre e mia madre. Nel mio caso, invece, Chernobyl non c’entrava niente. Ma oggi Chernobyl mi sta presentando il conto. Prima mi ha fatto nascere. Perché è inutile nasconderlo: io sono nato grazie a Chernobyl e non lo dimentico. Ora la maledetta Chernobyl si vendica; mi sta portando via una delle cose più care che abbia mai avuto.” (pag 315)

Intorno a tutto, avvolgente e rassicurante, pronta a sostenere e consolare i due cugini, c’è la famiglia, sia quella italiana che quella bielorussa, formata da genitori, nonni e zii, da persone oneste, capaci di strappare un sorriso e asciugare una lacrima con un semplice gesto pieno di amore come la preparazione di una teglia di lasagne, la stessa che l’autore vuole immortalata sul suo sito.

Alla fine questo romanzo con molte anime non sempre amalgamate fra loro si congeda da noi con una nota metanarrativa.

“Forse è giusto così, mica un autore può seguire una storia all’infinito. A un certo punto, quando ha detto quello che si sentiva di dire, la smette. Poi l’autore può lasciare la storia aperta o chiusa, non ha importanza. Questa credo che possa essere una prerogativa. Mica lo obbliga qualcuno. Saranno poi i suoi lettori a giudicare se per quella storia fosse la giusta fine” (pag 325)

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Michael Viewegh, "Fuori Gioco"

2 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Michael Viewegh, "Fuori Gioco"

Fuori Gioco

Michael Viewegh

Atmosphere libri, 2012

15,00

Atmosphere Libri, non è un Eap ma penalizza, di fatto, gli italiani. Ha scelto, in particolare con la collana “Biblioteca dell’Acqua”, di far conoscere romanzi stranieri, soprattutto dell’est europeo. Traduce autori accumunati da quanto di universale c’è nell’essere umano: i sentimenti, lo sviluppo, la crescita, il senso del fallimento o della realizzazione. Così è per il ceco Michael Viewegh, da molti considerato il nuovo Kundera.

“Fuori gioco” è un romanzo che si legge volentieri, che scorre da un veloce capitolo all’altro, ma che non ti lascia molto, se non l’impressione di una buona scrittura. Non è poco, direte voi, ma non è neanche tutto, pensiamo noi.

La storia si svolge attorno ad alcuni ex compagni di scuola che continuano a frequentarsi dopo la maturità, grazie anche ad annuali rimpatriate. Eva è quasi lo stereotipo della “più bella della classe”, quella che tutti vogliono, persino i professori. Sembrerebbe più un tipo che un personaggio se non fosse per il fastidio che prova portandosi appresso la sua fisicità; se non fosse che forse è vagamente bisessuale; se non fosse che l’età, alla fine, giunge anche per lei, segnandole collo e seno; se non fosse che nemmeno lei capisce cosa vuole nella vita - poiché fare quello che tutti si aspettano da lei, cioè sposare l’altro bello della classe, Jeff, che l’ha “prenotata” appena vista, seguendo le regole di un gioco infantile mai smentito - non la renderà felice; se non fosse che, alla fine, bacia Tom nel bagno del ristorante. Soprattutto non la porterà a conciliare amore e sesso, trovando la passione fisica solo nell’attempato professor Vartecky. Jeff ottiene la mano della bella che ha “prenotato”, ma il loro matrimonio si rivelerà un fallimento, minato dalla gelosia per la storia con Vartecky. Dopo il divorzio, Jeff si troverà a convivere con Tom, alcolista, a sua volta disperatamente, romanticamente, innamorato di Eva per tutta la vita, e con Skippy, ginecologo buffone, che tutti credono vittima anche lui del fascino della più bella ma, in realtà, segretamente omosessuale, incapace di fare outing e costretto a comportarsi da macho. C’è poi Hurejovà, la Saputella, a nostro avviso il personaggio più riuscito. La Saputella è la classica brutta secchiona della classe. Darebbe tutto quello che ha per avere il fisico di Eva, i suoi capelli, le sue tette svettanti, i suoi movimenti armoniosi. Invece porta le lenti, ha i capelli opachi, il sedere troppo grosso, un padre stanco e infelice.

“Per le ragazze brutte come me l’unica misura di tutte le cose diventa prima o poi la bellezza. Fin dai miei primi tre anni, alla sabbiera del parco, scelgo il punto dal quale godere la visuale migliore. Non gioco mai vicino ai bidoni della spazzatura, non io. Scelgo il gelato in base al colore, perché si abbini almeno un po’ ai vestiti che indosso. Ma vi rendete conto?Una ragazzina con gli occhiali, con addosso degli sformati pantaloni di velluto blu a coste larghe, non ordina il gelato al pistacchio, anche se ne ha voglia, perché ha paura che i colori non si abbinino … Nessuno è di così cattivo gusto, del resto, da abbinare il verde e il blu. Riuscite anche solo lontanamente a immaginare i timori di una fanciulla di dodici anni, del tutto priva di fascino, che non può permettersi nessun’altra imperfezione?” (pag. 23)

Sicura che nessuno farà mai sesso con lei, se non “verso la mezzanotte e dopo molte birre”, Hurejovà si dedica all’onanismo, mentre sogna di Tom, il compagno che ama, pur sapendolo innamorato, come e più di tutti, di Eva, e s’inventa intanto un fidanzato immaginario, Libor, di cui conosce a menadito abitudini e difetti. La Saputella assisterà il padre morente, con un amore senza smancerie, venato di tenerezza e repulsione, e perciò ancora più straziante. La Saputella sposerà Boris, amandolo in modo diverso da Tom, piangendo perché non è l’uomo dei suoi sogni, piangendo perché è solo un timido sorvegliante di metropolitana, un addetto “alla linea gialla”, che, ogni giorno, gracchia i suoi annunci con disperata rassegnazione: la rassegnazione dei vinti, degli onesti, dei buoni.

C’è anche l’Autore, fra i personaggi, che ci racconta brevi tratti della sua vita, per tanti versi simile ai quella delle sue creature, una gioventù da sfigato, amori adolescenziali, delusioni, riscatti, il bisogno di tenersi a galla.

Nessuno degli ormai quarantenni che si ritrovano alle cene di classe è felice, nessuno è davvero ciò che avrebbe voluto essere. La vita non mantiene le promesse, specialmente per chi da essa si aspetta qualcosa, sopravvivono solo i già vinti in partenza, quelli che si barcamenano. Alcuni escono di scena presto, vanno “fuori gioco”, come sostiene la nonna dell’Autore (suggerendogli l’idea per il romanzo) e l’autore stesso quando dice “ormai è cominciata anche per noi”. È la vita che è cominciata, la vita che ti delude, ti toglie, che è fatta anche di morte, come il suicidio della brutta Irena o l’incidente a Karel.

“Amo un vigilante della metro e continuo a sentire l’impellente necessità di giustificarmi. È strano: in via teorica so che la vita è imprevedibile, variegata e multiforme, che si ribella alle semplificazioni e così via, ma ogni volta che m’imbatto sul serio nel benché minimo accenno ad una reale vareità delle forme di vita, vengo di solito presa in contropiede.” (pag.160)

Questo romanzo piace a chi predilige una narrazione difficile che ti costringe a un’attenzione costante, a una ricostruzione della trama. Abilmente, portandoti da un capitolo all’altro con apparente leggerezza, non cambia solo il punto di vista e la prospettiva da cui narra, ma compie anche balzi temporali, facendo avanzare la trama in modo impercettibile ma fondamentale. Piace anche a chi vuole essere messo di fronte alla crudezza dei sentimenti, ai meccanismi della mente senza sconti per le meschinità, le invidie, le brutture, senza eroismi o romanticismi. C’è chi loda questo romanzo per l’apparente leggerezza, per l’ironia, c’è chi lo trova divertente. A noi sembra di una tristezza spietata, senza speranza, arido e amaro come i postumi di una sbronza, la stessa con cui Tom apre e chiude la storia. Ma in certi punti la narrazione fredda, tagliente, trattenuta, si lacera, è come se l’autore si lasciasse prendere la mano, ricordasse di essere uno scrittore a tutti gli effetti. Sono forse i momenti più belli, quelli più lirici, seppur disincantati e noi, seguendo l’autore e i personaggi, diventiamo come le foglie d’autunno: secchi, stridenti e, tuttavia, coriacei, resistenti, attaccati alla vita nonostante e oltre tutto.

“All’interno del complesso ospedaliero gli alberi sono ormai quasi privi di foglie e in mezzo ai rami spogli s’intravedono gli edifici un paio di settimane fa ancora nascosti. Le foglie si sono seccate e indurite, ogni raffica del vento freddo di novembre le fa stridere sull’asfalto; in molti punti ormai restano solo mucchietti di polvere marrone, ma sotto il ciliegio accanto al padiglione in cui è ricoverato papà resistono ancora gli ultimi colori vividi: un giallo caldo e il carminio. Li afferro con gli occhi come se rappresentassero la mia ultima speranza.” (pag 169)

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"Cime Tempestose" di Emily Brontë, l'amore come ossessione

1 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

A tre anni Emily Brontë aveva già perso la madre e cresceva nel ricordo delle due sorelline scomparse, Maria ed Elisabeth. La zia allevò lei, Charlotte, Anne e Patrick (detto Branwell dal cognome materno) col metodismo wesleyano, nelle riunioni di famiglia un tema consueto era il resoconto di morti edificanti. Il padre era irlandese, la madre della Cornovaglia, più che inglesi erano celti, e questo retaggio di miti e folklore, unito alla natura selvaggia in cui crebbero, esaltò l’immaginazione dei fratelli.

Emily (1818-1848) era una ragazza dalle braccia lunghe, dal passo elastico, dalla figura regale, anche quando correva nella brughiera fischiando ai cani. Nel ritratto che le fece Patrick Branwell, "gli occhi sono notturni, occhi che mettono a disagio, che non accettano la realtà solare e non rifiutano alcun orrore tenebroso "(introduzione a Cime tempestose, Garzanti 1965)

Come afferma Charlotte (l’autrice di Jane Eyre), "mia sorella non ebbe per natura un’indole socievole, le circostanze favorirono e alimentarono un’inclinazione alla solitudine: tranne che per andare in chiesa o per fare una passeggiata sulle colline, ella raramente varcava la soglia di casa.

Il fratello Patrick era pittore e poeta, dedito all’alcol e all’oppio, perfetta incarnazione dell’eroe byronico. Lui ed Emily erano legatissimi, vagavano insieme per la brughiera, paghi l’uno dell’altra; morì alcolizzato nel '48 fra le braccia di Emily. Lei non gli sopravvisse, o meglio non gli volle sopravvivere, si abbandonò con voluttà alla tisi che la corrodeva da tempo. Prese freddo durante il funerale, cominciò a tossire, non volle curarsi, spirò tre mesi dopo il fratello. In testa al corteo funebre camminava Keeper, il selvaggio bulldog che lei sola sapeva ammansire. Dopo la sua morte, Charlotte distrusse tutti gli scritti che avrebbero potuto comprometterne la reputazione ma anche illuminarci sull’origine dei suoi versi e del suo romanzo.

Cime tempestose (1847) è un’opera, come la definisce il Praz, "fra le più tumultuosamente romantiche di tutta la letteratura inglese". Il titolo originale è Wuthering Heights. Wuthering è variante regionale dell’aggettivo scozzese whither, parola che indica il tumulto atmosferico cui è soggetta la casa degli Earnshaw. I paesaggi e la meteorologia sono esasperati, come esasperati sono i caratteri dei protagonisti. Più che romanzo, Cime tempestose è tragedia, poema epico. La filosofia che sottende l’opera è che tutto il creato, animato e inanimato, psichico e fisico, è mosso da due principi, lo spietato-selvaggio e il dolce-passivo, rappresentato dai due poli, le due magioni, Wuthering Heights e Thrushcross Grange con i loro abitanti, gli Earnshaw e i Linton. Ma c’è una seconda generazione, dove il contrasto fra figli della tempesta e figli della calma è smussato, si accavalla fino a confondersi, a trovare una forma di redenzione.

Heathcliff e Catherine sono i due personaggi principali, titanici e granitici, fatti della stessa sostanza della natura in cui vivono. Per loro, odio e amore, passione e vendetta, sono la stessa cosa. Heathcliff e Chaterine si compensano, come Emily e Branwell, sono cresciuti insieme, fratelli/amanti. Heathcliff è spesso descritto con termini che ricordano più la natura selvaggia che non l’essere umano, è l’eroe maledetto dalla risata diabolica. Cathy è donna ma anche spettro, incarnata in una progenie maledetta.

“I am Heathcliff”, dice Catherine, nella potente indimenticabile dichiarazione che racchiude l’essenza stessa dell’amore romantico.

Il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io son sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. (p. 95)

 

Secondo il poeta decadente Swinburne, Emily dipinge “l’amore che corrode la vita stessa, devasta il presente, distrugge l’avvenire, con il suo fuoco divoratore.” È l’amore ossessione, l’amore romantico, trascendente, violento e inarrestabile.

Ai personaggi di Emily Brontë non si applica l’ordinaria antitesi fra bene e male. Essi non si pentono dei loro impulsi distruttivi. Costretti a deviare dal loro corso naturale, come un fiume che esce dagli argini, devastano incolpevoli ciò che incontrano sul loro cammino. I loro atti spietati, la loro cattiveria, in una parola il male che essi compiono e rappresentano, fanno parte del creato, hanno una ragione d’essere e una posizione nel cosmo. Come sostiene il Praz, “il punto di vista di Emily Brontë non è immorale ma premorale”. Il contrasto non è quello vittoriano fra bene e male, ma fra simile e dissimile.

Lui è più di me stessa. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono simili; e l’anima di Linton è differente come un raggio di luna dal lampo, o il gelo dal fuoco. (p. 93)

Questo concetto di premoralità, di bene e male come parte di un unico disegno divino, sarà la costante anche dei romanzi odierni di Anne Rice che molto derivano dall’atmosfera gotica, romantica, di Cime Tempestose. Come l’asessuato, eppur erotico, morso vampiresco, il sesso tradizionale ha poco a che vedere con l’attrazione inesorabile che unisce Heathcliff a Catherine e che è vicina alle forze sotterranee della natura, alle maree che trascinano, alle correnti, al magma.

Dov’è? Non là, non in cielo, non morta: dov’è? (...) E io prego, la ripeto la mia preghiera finché la mia lingua riuscirà a pronunciarla: Catherine Earnshaw, possa tu non riposare mai finché vivo io! Hai detto che ti ho uccisa io… perseguitami, dunque! Credo che gli uccisi perseguitino i loro uccisori. So di spiriti che hanno vagato sulla terra. Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti! Oh, Dio; è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza l’anima mia! (p. 183)

 

Riferimenti critici:

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Mario Praz, Storia della Letteratura inglese, Sansoni editore, 1979

Introduzione a “Cime tempestose”, Garzanti, 1965

Eddie Flintoff, In the steps of the Brontës, Conuntryside Books, 1993

 

At three years old Emily Brontë had already lost her mother and was growing in memory of the two missing sisters, Maria and Elisabeth. Her aunt raised her, Charlotte, Anne and Patrick (called Branwell from the maternal surname) with the Wesleyan method, in family reunions a usual theme was the report of edifying deaths. The father was Irish, the mother of Cornwall, more than English, were Celts, and this legacy of myths and folklore, combined with the wild nature in which they grew up, exalted the imagination of the brothers.

Emily (1818-1848) was a girl with long arms, an elastic step, a regal figure, even when she ran on the moor whistling to dogs. In the portrait that Patrick Branwell made of her, "the eyes are nocturnal, eyes that make you uncomfortable, that do not accept the solar reality and do not refuse any dark horror" (introduction to Cime tempestuous, Garzanti 1965)

As Charlotte (the author of Jane Eyre) states, "my sister did not have a sociable nature by nature, circumstances favored and fueled an inclination to solitude: except for going to church or taking a walk on the hills, she rarely crossed the threshold."

Brother Patrick was a painter and poet,  dedicated to alcohol and opium, the perfect embodiment of the Byronic hero. He and Emily were very close, they wandered together on the moor, happy to be toghether he died an alcoholic in '48 in Emily's arms. She did not survive him, or rather she did not want to survive him, she reluctantly abandoned herself to the phthisis that had been corroding her for some time. She caught cold during the funeral, began to cough, did not want to be cured, expired three months later his brother. At the head of the funeral procession walked Keeper, the wild bulldog that she alone could tame. After her death, Charlotte destroyed all the writings that could have compromised hes reputation but also enlightened us on the origin of his verses and his novel.

Wuthering Heights (1847) is a work, as Praz defines it, "among the most tumultuously romantic of all English literature". Wuthering is a regional variant of the Scottish adjective whither, a word that indicates the atmospheric turmoil to which the Earnshaw house is subject. Landscapes and meteorology are exasperated, just as exasperated are the characters of the protagonists. More than a novel, Wuthering Heights is a tragedy, an epic poem. The philosophy behind the work is that all creation, animated and inanimate, psychic and physical, is driven by two principles, the ruthless-wild and the sweet-passive, represented by the two poles, the two mansions, Wuthering Heights and Thrushcross Grange with their inhabitants, the Earnshaw and the Lintons. But there is a second generation, where the contrast between the children of the storm and the children of calmness is smoothed out, until it gets confused, to find a form of redemption.

Heathcliff and Catherine are the two main characters, titanic and granitic, made of the same substance as the nature in which they live. For them, hate and love, passion and revenge are the same thing. Heathcliff and Chaterine compensate each other, like Emily and Branwell, they grew up together, brothers / lovers. Heathcliff is often described in terms that remind us more of the wild nature than the human being, he is the hero cursed by diabolical laughter. Cathy is a woman but also a ghost, embodied in a cursed progeny.

 

"I am Heathcliff," says Catherine, in the powerful unforgettable declaration that contains the very essence of romantic love.

 

"My love for Heathcliff resembles the eternal rocks that lie underground: a source of joy that is hardly visible, but necessary. Nelly, I'm Heathcliff! He is always, always in my mind; not as a pleasure, as I am not always a pleasure for myself, but as my own being". 

 

According to the decadent poet Swinburne, Emily paints "the love that corrodes life itself, devastates the present, destroys the future, with its devouring fire." It is love obsession, romantic love, transcendent, violent and unstoppable.

 

The ordinary antithesis between good and evil does not apply to the characters of Emily Brontë. They do not regret their destructive impulses. Forced to deviate from their natural course, like a river coming out of the banks, they devastate innocently what they encounter on their way. Their merciless acts, their malice, in a word the evil they do and represent, are part of creation, have a reason for being and a position in the cosmos. As Praz argues, "Emily Brontë's point of view is not immoral but premoral". The contrast is not Victorian between good and evil, but between similar and dissimilar.

 

"He is more than myself. Whatever our souls are made of, his and mine are alike; and Linton's soul is different like a moonbeam from lightning, or frost from fire. 

 

This concept of premorality, of good and evil as part of a single divine plan, will also be the constant of today's Anne Rice novels that derive a lot from the gothic, romantic atmosphere of wuthering Heights. Like the asexual, yet erotic, vampire bite, traditional sex has little to do with the inexorable attraction that unites Heathcliff with Catherine and that is close to the underground forces of nature, the tides that drag, currents, magma.

"Where is she? Not there, not in heaven, not dead: where is she? (...) And I pray, I repeat my prayer until my tongue can pronounce it: Catherine Earnshaw, may you never rest as long as I live! You said I killed you ... persecute me, then! I believe that the killed persecute their killers. I know of spirits who have wandered on earth. Stay with me always, take any shape, make me go crazy! Just don't leave me in this abyss where I can't find you! Oh God; it is unspeakable! I can't live without my life! I can't live without my soul!

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Tiziana Silvestrin, "Le righe nere della vendetta"

31 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Tiziana Silvestrin, "Le righe nere della vendetta"

Le righe nere della vendetta

di Tiziana Silvestrin

Scrittura & Scritture

Pag 295

14,50

Ritorna Biagio dell’Orso, già protagonista de “I leoni d’Europa”, intraprendente capitano di giustizia dal piglio moderno, in un giallo storico ambientato nel cinquecento fra Mantova, Venezia e Milano. Biagio deve investigare sulla morte del prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci, ucciso da una camicia avvelenata nella sua casa. Indagando sull’omicidio, e cercando contemporaneamente di salvare la giovane Lucilla, esperta di erbe e medicamenti, dalle grinfie del crudele e lussurioso Inquisitore Giulio Doffi, Biagio, per il quale

“prudenza era parola che non amava molto, il suo significato gli sembrava troppo simile a quello di vigliaccheria”

sarà costretto a scavare nel passato del famoso architetto Giulio Romano, allievo di Raffaello Sanzio, attivo alla corte dei Gonzaga circa sessanta anni prima, e autore di numerose ed imponenti opere, come il celebre palazzo Te. La vicenda, quindi, si snoda in due blocchi distinti e paralleli, fra il 1524 e il 1585, con indizi che collegano gli avvenimenti, per poi accumularsi, sovrapporsi e confluire nel finale a sorpresa.

Il romanzo ha tutte le caratteristiche del giallo storico e non disattende le aspettative

degli amanti del genere, mescolando personaggi di fantasia con altri realmente vissuti, della portata, solo per fare qualche esempio, di Baldassarre Castiglione, Isabella d’Este, Federico Gonzaga, etc.

Se la parte avvincente è quella strettamente poliziesca - che possiede, tuttavia, un tono forse un po’ troppo disinvolto e moderno - l’atmosfera più riuscita è fornita dalla ricostruzione storica e d’ambiente, accurata e didascalica, frutto di minuziose ricerche e sedute in archivio dell’autrice.

Oltre Biagio dell’Orso, Lucilla, il cupo Giulio Doffi - topos dell’inquisitore ammaliato dalla presunta strega cui dà la caccia – oltre il boia Pedron, i tenebrosi domenicani, Omero, custode della lugubre chiesa frequentata da lebbrosi, o il medico all’avanguardia Samuele, oltre questa folla di personaggi pittoreschi e stereotipati, protagonista assoluta è la Mantova rinascimentale - più ancora di Venezia o della Firenze medicea - con le botteghe degli artisti, le opere del Mantegna, i lazzaretti, il tribunale dell’Inquisizione, i conventi, le farmacie degli speziali, le taverne, le “stufe” dove si andava per sudare.

L’arte fa da filo conduttore a tutta la storia, in una profusione di architetture, scorci, vedute, dipinti, in una galleria museale che ci accompagna pagina dopo pagina. È come se i personaggi storici balzassero fuori dai ritratti, animandosi all’improvviso, per raccontarci le loro avventure dal vivo, con i tratti fisici in evidenza e i costumi d’epoca indosso.

Le scene hanno un buon impatto visivo, sono ben disegnate, narrative e, ovviamente, pittoriche. Lo stile è lineare, una lingua al grado zero della comunicazione, senza connotazioni particolari o poetiche, ma funzionale, aderente alla sostanza e con poche sbavature.

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Ida Verrei - La drammaturgia dell'assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

30 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei - La drammaturgia dell'assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

Mister Yod non può morire

Maria Antonietta Pinna

Edizioni La Carmelina

pp.83

10,00

Recensione

di Ida verrei

“Mister Yod non può morire” di M. A. Pinna è una proposta teatrale che coniuga elementi realistici con quelli simbolici e surrealisti.

Nella nota introduttiva l’autrice stessa fornisce una prima chiave di lettura del suo dramma e ne sottolinea il significato allegorico: è un Dio creato dall’irrazionalità dell’uomo che, nella perdita della concezione del tempo e dello spazio, non riuscendo più a reggere il peso della propria identità, diviene “altro” e cerca nella morte la risoluzione della sua crisi esistenziale, “per poi scoprire di voler vivere ancora”. (pag.11 nota dell’autore)

Yod, il cui nome è la prima delle quattro lettere che in alfabeto ebraico compongono il nome di Dio, oscilla tra due nature: quella divina e quella umana; sembra non trovare una propria collocazione; tenta di proiettarsi nelle realtà che incontra, ma trova solo cliché e luoghi comuni, il vuoto. Tutto il suo percorso mostra una dualità inscindibile di ripulsa e amore verso la vita: è un dialogo interno di due parti scisse, il divino e l’umano, l’oggetto buono e quello cattivo, in un’angoscia derivante dalle pulsioni di vita e di morte.

La rappresentazione si dispone su tre piani temporali: un tempo lontano, in cui si smarrisce la ricerca di memorie; un presente incomprensibile; un futuro illusorio.

È un tempo ciclico nel quale niente si risolve e tutto ricomincia.

L’azione del primo atto si svolge in un luogo privo di definizione: cinque sedie vuote, cinque personaggi. In questo spazio scenico, carico di valenze simboliche, dove si condensa la mancanza di comunicazione, si muove Yod, tra maschere pirandelliane, che incarnano i membri di una stessa famiglia, estranei tra loro, isolati, indifferenti, incapaci di riconoscersi. Lo scambio verbale sottolinea un distacco disincantato, l’inconoscibilità, la fuga nell’irrazionale:

“Ma tu chi sei?”

“non lo so e tu? (pag.20)

“io cosa?”

“tu sai chi è quell’uomo?”

“a occhio e croce direi che è mio marito” (pag.21)

I dialoghi sono basati sui suoni e sul ritmo di frasi brevi che frantumano la percezione del reale. L’autrice usa luoghi comuni quotidiani;

“Davvero? Non ci si crede. Certe volte, i casi della vita…”

“Chi l’avrebbe mai detto?”

“Ma guarda che combinazione!” (pag.16)

battute brevi, frammentarie, con proposizioni indipendenti, per lo più interrogative; una comunicazione che sembra derivare dalla difficoltà dei personaggi di agganciarsi a una logica convenzionale; parole reiterate, slegate, che assumono la forma dell’enumerazione con effetti sonori:

“Inamovibile, incrollabile, imprescindibile,

innominabile, immangiabile,ineliminabile...

e sentite questa: inesautorabile!”

“Inesautorabile? Questa non vale perché non esiste!

“Se l’ho detta vuol dire che esiste!” (pp.34-35)

In questo groviglio di non-senso, Yod, cerca la soluzione del suo problema. Il suo ruolo, però, appare all’inizio sfocato, abbozzato, più spettatore che attore. Ma è proprio attraverso la demenzialità dei dialoghi, l’incoerenza delle parole, che si giunge ad individuare il protagonista-soggetto dell’opera.

Yod urla la sua ribellione, la sua richiesta di aiuto, ma si scontra con l’indifferenza, l’egoismo di parenti stretti , che fanno male come scarpe:

“Mister Yod non può morire, lo sappiamo tutti”

“Ma io devo morire!”

“Non puoi”.(pag.33)

Non gli resta che cercare altrove.

Si rifugia nell’antro di Paracelso, medico alchimista che funge da contrappunto ironico alla voce di Yod; è proiezione del “magico”, colui che, alla ricerca degli elementi basilari della vita, tenta di “separare il vero dal falso… Spirito e materia”.(pag.47)

Qui (secondo atto), cambia completamente la scenografia: una tenda sullo sfondo, colma di simboli: quelli cinesi, YANG e YIN, emblemi degli opposti, della dualità presente nel cosmo; i quattro elementi della vita (fuoco, acqua, aria, terra); simboli alchemici ed egizi; e l’Ouroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eterno ritorno, della natura ciclica delle cose. Yod spera finalmente di uscire dalla noia universale e perenne dell’immutabilità: “L’inizio coincide con la fine che è un principio che è una fine che è un principio che è la fine… Separare l’inizio dalla fine, questo è l’arcano!”(pag.49)

“Ma lo scienziato-mago-stregone compie una ricerca inversa a quella di Yod: cerca la formula dell’immortalità, che tenta di strappare dal corpo stesso del Dio. La scienza, quindi, è inadeguata alla comprensione delle oscure profondità dell’animo, a risolvere problemi esistenziali e pulsioni dell’inconscio.

Ancora una volta Yod, deluso, sparisce.

In una fusione perfetta tra comico e farsesco, avviene l’incontro con don Abbondio (terzo atto), rappresentante della Fede, ma eroe della paura, esponente di quel clero che appare più interessato ai beni materiali che ai problemi dell’anima. Yod spera in un consiglio dell’uomo di Chiesa, vuole “uscire dall’eterno ciclo della vita” (pag.61) ma i due viaggiano su piani diversi: “Io scanso tutti i contrasti e cedo a quelli che non posso scansare”(pag.62), dice il religioso, e si aggrappa alle regole: “ La legge è legge… Avanti, un uomo qualunque lo capirebbe”(pag.67). E l’Uomo qualunque, non più sinonimo di una negatività indeterminata, ma quasi alter ego di Yod stesso, evocato dall’urlo di don Abbondio, fa la sua comparsa. Socraticamente, con domande incalzanti, attraverso associazioni e quesiti continui, scava nell’io segreto dell’uomo-dio.

In un tragico assurdo, immerso nel flusso dei ricordi, Yod è costretto a naufragare nel passato; si tuffa nel ventre caldo e scuro della balena, che allude a simboli prenatali e ad antiche leggende Inuit.

Qui inizia la parte più visionaria del dramma, il suo autentico significato allegorico: alla ricerca delle proprie origini, il Dio creato dalle pulsioni inconsce dell’uomo, intraprende un viaggio a ritroso. E si perde, non riesce a ritrovarsi in ciò che gli appare, nelle colpe, nel male perenne che l’uomo infligge all’uomo. L’orrore lo travolge; scivola in una dissoluzione che rende incerto il confine tra vita e morte.

Ed allora, in un delirio finale, emerge il disperato bisogno di sopravvivere: perire per ritornare sempre identico a se stesso non ha senso. Vivere, per ritrovare l’illusione di un mutamento che sia catarsi, liberazione dalla condanna dell’Ouroburos, il serpente che si morde la coda.

Maria Antonietta Pinna costruisce un testo teatrale sperimentale; sente il fascino delle Avanguardie simboliste, nei contenuti e nello stile. Ma, con felice intuizione creativa, trova una propria originalità. Rielabora in modo personalissimo tematiche e linguaggi, riuscendo a darci testimonianza di un autentico talento.

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Noemàtia (piccoli pensieri)

29 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Noemàtia Adriana Pedicini Lineeinfinite edizioni. Recensione della Professoressa Adele Costanzo Noemátia, ovvero Piccoli pensieri, s’intitola la raccolta attraverso la quale la poetessa e scrittrice Adriana Pedicini ci racconta il suo percorso umano ed artistico. Si tratta di un libro che comprende liriche scritte nell’arco di circa trent’anni le quali costituiscono, pertanto, testimonianze di momenti diversi dell’esistenza, eppure talmente legate tra loro da rendere il discorso poetico fortemente coerente ed unitario. Ciò che dà unità alla raccolta non è tanto la soggettività, la persistenza dell’io lirico che si declina nelle comuni esperienze di vita (la gioia, il dolore, l’amore, la perdita, i luoghi e i tempi costituiscono, naturalmente, il materiale anche di questo libro di versi), quanto la domanda di senso, il bisogno di radicare l’esistenza, il qui ed ora, su di un terreno che lo trascenda e lo giustifichi. Ecco quindi il titolo, Noemátia, che chiama in causa la riflessione, la speculazione nel senso etimologico e filosofico del termine. Attraverso il linguaggio poetico, infatti, l’oggetto, vale a dire l’esperienza, si sdoppia, prende in qualche modo le distanze da sé e si universalizza, come in questi versi che evocano una incarnazione quasi platonica dell’idea stessa dell’amore materno: La madre che amavo/ non è finita per sempre/ se in altra io scorgo/ uguale tremito nel volto/ all’eco della gioia/ o del dolore. O, ancora: Ho guardato nei vostri occhi figli/ho visto in trasparenza/profili evanescenti/di volti già noti/sorrisi irradiati/di mistica luce/un coro/di candide mani/intrecciarsi in un’unica danza e tutto ampliarsi in concentriche onde, versi che auspicano una sopravvivenza che sembra andare ben oltre la dimensione familiare o genetica. Tuttavia c’è da dire che l’operazione, messa in atto dall’Autrice, di collegare l’esperienza concreta ad un piano altro, metafisico, presenta un carattere di assoluta reciprocità, poiché se il vissuto viene redento dalla fragilità e dalla caducità attraverso il richiamo ad una diversa dimensione, quest’ultima trova una sua concretezza proprio nell’unicità ed irripetibilità in cui si incarna: Non è somma di assiomi/la Vita,/bensì Teofania. La poesia di Adriana Pedicini è pertanto una poesia tutt’altro che astratta ( non a caso il libro si avvale dei bei disegni della pittrice Anna Perrone, i quali interpretano e danno concretezza visiva alle parole) anche se non imprigionata nella asfittica dimensione lirica ed autobiografica. Una poesia in cui il tempo, grande interlocutore, si propone come memoria collettiva di una generazione e di un ambiente culturale rappresentati con estrema pregnanza: Labbra spaccate/ maciullano di pane/grossi pezzi conditi/con l’ansia del domani , e ancora: Brulicano nella sera di festa/ciottoli levigati dalla vita /i semplici delle sagre/lungo i sentieri/delle luminarie. Un tempo/spazio, dunque, non contenitore astratto ma territorio sostanziato da una dimensione sociale, dall’alternarsi ciclico delle stagioni (a cui, detto per inciso, è dedicato il pirotecnico finale di brevissimi componimenti) e dal declinarsi lineare e transeunte della vita. A proposito di quest’ultimo elemento, emergono in modo assai singolare le due principali componenti della formazione culturale dell’Autrice, quella classica e quella cristiana, che una matura saggezza armonizza in una visone della vita serena ed antidogmatica. La malinconica percezione pagana, e moderna, del “tempus fugit” (L’ora scorre fugace/mentre sul ciglio della pena andiamo meditando il rimedio) trova infatti ascolto ed accoglienza all’interno della raccolta, mentre la fede si presenta con i caratteri modesti e tenaci della pascaliana scommessa. Un libro per pensare, dunque, ma anche per emozionarsi, perché i pensieri che l’Autrice ci propone sono, lei ci dice, “piccoli”: non perché banali o scontati, ma in quanto legati alla concretezza, semplicità e preziosità degli affetti e della vita.
Noemàtia (piccoli pensieri)
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Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"

29 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"

Una grande capacità narrativa. Si vedono gli arredi, si sentono gli odori, i sapori, i rumori. Bella la premonizione che c'è in ogni personaggio, già tutto il destino in nuce, fin dal primo apparire sulla scena. Descritto benissimo l'animo infantile, con uno stile che ricorda Niccolò Ammanniti: la repulsione per gli adulti, la lacerazione di Annarella fra i diversi affetti che, ella non capisce perché, non possono convivere. Sopra ogni altro sentimento, l'odio per Wanda, la matrigna che avvelenerà tutta la sua vita, fino all'ultimo gesto di strappare l'album di famiglia, togliendole persino la pace dei ricordi. Malcelato il disprezzo per il padre, vile, succube e sottilmente crudele. Un linguaggio asciutto, ma poetico, pulito, pregnante, "concluso". Uno stile semplice ma attentissimo, ogni parola ricca di peso e valore, non una virgola fuori posto o di troppo.

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Fiori ciechi, la verità dell'assurdo di Mario Lozzi

28 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Antonietta Pinna Con tag #recensioni

di Mario Lozzi

E se la natura ad un certo punto dell’evoluzione avesse scambiato gli uomini con i garofani? E se i garofani poi si comportassero come gli umani?

È una vicenda probabile o un tentativo di spettacolo, quello che propone Maria Antonietta Pinna?

Mentre ci si immerge nella lettura non si riesce più a comprendere quali siano i limiti del surreale. La vicenda ti prende la mente e la conduce a sprofondare nell’assurdo più geniale: tra guerre di fiori, sdoppiamenti di personalità, ricerca di scansione mentale, addirittura dentro il proprio cervello. E leggendo, leggendo si passa ad abitare funghi,come se fosse la cosa più normale nell’anormale più abituale. Descritto così:

«Biancheggiare d’enormi funghi prataioli. Sui gambi altissimi si disegnano porte di legno intarsiate. Le Lamelle giallastre sotto i cappelli lucidi sono agitate dal vento. Emettono leggeri suoni musicali. Un fumo grigiastro sale al cielo dai comignoli di Flink, il più povero, eterogeneo, tipico e popoloso quartiere di Florandia».

Ecco! Sono funghi e sono case. Hanno la tenerezza delle lamelle e la solidità della costruzione. Emettono fumo come risultato della realtà prodotta da un fuoco interno, ma esprimono anche musica, impregnando la loro essenza d’una magia che si può trovare soltanto nelle favole. Il quartiere assume la caratteristica d’una favela brasiliana o d’una fetta di città della cultura europea; non è strano poiché in questo libro tutto è possibile. Perfino parlare con la propria ombra e penetrare nelle strutture fisiche della mente per ritrovarvi quelle spirituali.

Il gioco delle immersioni successive in se stesso, che il personaggio principale compone con la sua ombra-guida, spesso raggiunge il parossismo. Basta leggere il brano seguente: «…. E dove ci troviamo adesso?».

«Volevo appunto chiedertelo».

«Secondo te?».

«Ma che ne so!».

«Prendi, così capisci».

«Cos’è?».

«Un bicchiere d’acqua».

«Che ci devo fare?».

«Vedi tu, per il bagno credo sia poca, è fredda quindi la pasta non ce la puoi cuocere».

«La devo bere?».

«Esatto».

«Fatto. Era buona».

«Uno, due, tre … rieccola!».

«Piove! Che succede?».

«Niente è l’acqua che hai bevuto».

«Come sarebbe?».

«Sarebbe che l’hai bevuta e ci è ricascata in testa, dal momento che siamo nel tuo esofago».

È l’incredibile, costruito forse su un’allucinazione. Probabilmente però è l’espressione metaplastica dell’ironia, l’eironeia dei greci spartani, espressa per nascondere la terribile forza guerriera che li animava.

Ed è proprio in questa forma che fermenta e poi prorompe la vera personalità della scrittrice. Tutto il racconto infatti è animato da situazioni ironiche, immerse nell’inverosimile come sottolineatura. Tanto assurde poi non sono, dal momento che tendono ad illuminare, sullo sfondo delle situazioni di Florandia, comportamenti umani che, nei risultati, non si differenziano troppo da quelle che sono le conseguenze pratiche di tutta l’umanità, cosiddetta “reale”.

Nel libro balenano decisioni sociali ed anche personali che provocano infinite conseguenze di sofferenze e di male, come nella nostra società. La ricerca affannosa del personaggio principale, fatta anche attraverso i meandri della sua scatola cranica, non è altro che l’espressione della guerra che Maria Antonietta si propone di fare alle ipocrisie sociali, velate dietro apparenti astrusità. Come i suoi garofani di Florandia, si nascondono al di là delle situazioni paradossali.

L’autrice del libro è senz’altro una combattente che esprime la fiamma etica che l’anima in maniera talmente raffinata che non è facile riuscire a comprendere. Ed è questa la sua vera sfida verso il mondo della letteratura, prima, e verso il complesso degli uomini più o meno viventi, poi.

Poiché gli uomini: «Non sanno che la terra genera mostri. Sperano con la morte di curare la vita. Con la guerra credono di telefonare alla pace». E, nell’epilogo del primo racconto, la “cerimonia” dell’impiccagione di Tuc, garofano nero, ricorda tanto un’altra esecuzione recente dove un altro “garofano nero” è stato impiccato in una “lugubre danza” prodotta non per un’ affermazione di liberta e di civiltà, ma soltanto per inconfessati interessi economici.

Florandia termina con una visione che però è anche un’invocazione e un augurio, forse disperato, del trionfo dell’idea. Anzi dell’IDEA, quella che potrebbe far apparire al mucchio dei esseri pensanti la vera realtà della vita. In fondo, nella sua etimologia antica, la parola idea fu coniata proprio per comprendere due cose: l’apparenza e la manifestazione. Su questi due significati si dipana tutta la struttura di Florandia condita d’incredibile, di magie fatte da una vecchia fattucchiera, spolverate con guerre e con antiche minestre, abbagliante di visioni senza tempo né luogo, legate da una corda surreale eppure tanto viva.

Il secondo racconto è anch’esso una spietata rappresentazione di ciò che l’egoismo umano può produrre, magari associandosi alla ricerca scientifica, per difendere le proprie angosce di sicurezza, ma senza rendersi conto di sperimentare le tappe verso la propria fine.

Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.
Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.

Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.

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Mario Arturo Iannaccone, "Maria Maddalena e la dea dell'ombra"

28 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Mario Arturo Iannaccone, "Maria Maddalena e la dea dell'ombra"

Maria Maddalena e la dea dell’ombra

di Mario Arturo Iannaccone

Sugarco edizioni, 2006

Pp. 247

18,80

“Maria Maddalena e la dea dell’ombra” di M. A. Iannaccone è una fonte di conoscenza imperdibile per tutti coloro che si avvicinano, da credenti oppure da detrattori, alla nuova spiritualità della dea, post New Age. Uno studio approfondito, che non tralascia niente, capace di trovare ed evidenziare collegamenti inaspettati (tuttavia innegabili) attraverso duecento anni di cultura occidentale, ma non solo. Iannaccone esamina l’antropologia, la mitologia, tramite lo studio delle arti figurative, della filosofia, della musica e della letteratura.

Peccato che il testo sia viziato dall’ideologia e da un antifemminismo che rasenta la misoginia. L’autore piega i suoi studi alla dimostrazione della sua tesi, volta a salvaguardare i dogmi del cristianesimo ortodosso e del cattolicesimo. Egli afferma che la Maria Maddalena nuova, come la si intende oggi, cioè la depositaria di verità segrete, la confidente particolare di Gesù, la sua sposa, la Sophia della sigizia gnostica, la madre della discendenza davidica, la capostipite del Sangreal, la leader sconfessata e celata della Chiesa originaria, scelta al posto di Pietro, la Maddalena di Rennes-le-Château e dell’eresia catara, è frutto di un travisamento volontario, della costruzione di un falso mito, di uno stravolgimento che parte da lontano, dal matriarcato di Bachofen per giungere fino a Dan Brown.

Per avvalorare la sua tesi - che il lettore può accettare o rifiutare - egli compie un excursus comunque interessantissimo attraverso la cultura degli ultimi due secoli, chiamando in causa e mettendo in relazione fra loro i culti matriarcali o pseudo tali della preistoria, Goethe e il suo “ewig weibliche”, gli archetipi junghiani, Wagner, Nietzsche, l’ordine della Golden Dawn, il monomito di Joseph Campbell, i preraffaelliti, fino alla scoperta dei rotoli del mar Morto, di Qumran e Nag Hammadi, e dell’importanza attribuita ai Vangeli apocrifi a scapito dei canonici. Esamina caso per caso, con estrema attenzione e cognizione di causa, indagando tutte le personalità che hanno contribuito a trasformare la figura tradizionale della cortigiana redenta e sottomessa, della testimone di Resurrezione, in ierodula, sacerdotessa della triplice dea, responsabile delle prime comunità cristiane.

Iannaccone sostiene che, nonostante le apparenze, nonostante certi ritrovamenti e certi siti, nonostante le statuine di argilla dal ventre prominente, non è mai davvero esistita una religione della dea - matriarcale e pacifica, distrutta dagli invasori indoeuropei e soppiantata da credenze patriarcali - ma tutto nasce da una invenzione femminista, attraverso la quale poi si sono sviluppate le odierne conventicole della Wicca e della stregoneria moderna, capaci di mescolare, in un unico “calderone”, i misticismi più disparati, dal semplice amore per la natura e le erbe, a reminiscenze egizie e celtiche, alle rune, ai tarocchi, alla cabala, fino all’inflazionata e stucchevole teoria dell’energia e delle vibrazioni, in un melting pot che accoglie tutto e il contrario di tutto.

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Mark Haddon, "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte"

27 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

di Mark Haddon

Edizione originale Einaudi, 2003

pp 247

16,00

Edizione di riferimento Gruppo editoriale l’Espresso, 2010

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon è una di quelle narrazioni che risucchiano, che tengono incollato al libro sia il lettore incallito sia quello occasionale, in barba a chi arriccia il labbro e alza il sopracciglio di fronte ad un romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Quello che cattura e colpisce allo stomaco è il punto di vista. A raccontare la storia è Christopher, ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo savant. Christopher ha l’intelligenza di un computer, sa fare a mente calcoli complicatissimi ma è del tutto impreparato, ingenuo e indifeso, di fronte alla vita. Con questi suoi pochi mezzi, intelletto sviluppatissimo ed emotività fragilissima, dovrà risolvere un giallo, l’incomprensibile uccisione di Wellington, il cane della vicina. Si tufferà nell’investigazione con lo stesso spirito razionale e analitico del suo amato Sherlock Holmes ma l’indagine prenderà una piega imprevista, lo costringerà a scavare anche nella propria vita, nei rapporti fra suo padre e sua madre, a venire a patti con l’assenza della figura materna, ad affrontare rischi e a discendere negli inferi metropolitani per poi risalire alla luce delle stelle.

“E quando l’universo avrà terminato di esplodere, tutte le stelle rallenteranno la loro corsa, alla fine si fermeranno e cominceranno di nuovo a cadere verso il centro dell’universo, come fa una palla gettata in aria. E allora non ci sarà più niente a impedirci di vedere tutte le stelle del mondo perché si avvicineranno, sempre più velocemente, e noi capiremo che il mondo presto sparirà, perché quando guarderemo il cielo di notte non ci sarà più il buio ma soltanto lo splendore di luce di milioni e milioni di stelle, tutte stelle cadenti.” (pag. 23)

Ciò che afferra e cattura non è, ripetiamo, la storia in sé, bensì la personalità affascinante e straordinaria di Christopher. Un Asperger è una monade senza finestre, chiuso in un mondo ego centrato, in un cerchio di cui è prigioniero e nel quale non fa entrare nessuno, tenendo a distanza ogni altra creatura umana. Si sente superiore a tutti, non riesce nemmeno a concepire che anche gli altri abbiano una “mente pensante”. Christopher sta solo sul cuore della terra, come direbbe Quasimodo, non ama la confusione, detesta essere toccato, dice sempre la verità, prende tutto alla lettera, nota ogni particolare al punto che la sua mente, sovraccarica di stimoli e dati da analizzare, va in tilt ed egli soffre travolto dall’ansia, dalla paura, da una solitudine cosmica.

“Avrei voluto dormire così da non dover essere obbligato a pensare, perché l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era tutto quel dolore che provavo perché non c’era spazio per nient’altro dentro la mia testa, ma non potevo andare a letto e non potevo far altro che rimanere seduto dov’ero e non c’era nient’altro da fare se non aspettare e continuare a soffrire.” (pag.204)

Haddon usa un linguaggio mimetico del modo di pensare e di esprimersi del protagonista, un linguaggio artificiosamente semplice e ingenuo che strizza l’occhio al lettore e sconfina nella poesia.

“Mia madre però fu cremata. Questo vuol dire che è stata messa in una bara e bruciata e polverizzata per poi trasformarsi in cenere e fumo. Non so cosa capiti alla cenere e non potei fare domande al cimitero perché non andai al funerale. Però so che il fumo esce dal camino e si disperde nell’aria e allora qualche volta guardo il cielo e penso che ci siano delle molecole di mia madre lassù, o nelle nuvole sopra l’Africa o l’Antartico, oppure che scendano sotto forma di pioggia nelle foreste pluviali del Brasile, o si trasformino in neve da qualche parte, nel mondo.” (pag.53)

Mark Haddon's The Curious Incident of the Dog in the Night-Time is one of those unputdownble narratives that keep both the inveterate and the occasional reader glued to the book, in spite of those who curl their lips and raise their eyebrows in front of a novel which is read all in one breath. What catches and affects the stomach is the point of view. The story is told by Christopher, a boy suffering from Asperger's syndrome, a form of savant autism. Christopher has the intelligence of a computer, he can do very complicated calculations in his mind but he is completely unprepared, naive and defenseless, in front of life. With his few means, highly developed intellect and extremely fragile emotion, he will have to solve a mystery, the incomprehensible killing of Wellington, the neighbour's dog. He will dive into the investigation with the same rational and analytical spirit of his beloved Sherlock Holmes, but the investigation will take an unexpected turn, will force him to dig even in his own life, in the relations between his father and his mother, to come to terms with the absence of the maternal figure, to face risks and descend into the metropolitan underworld and then go back to the light of the stars.

 

"And when the universe has finished exploding, all the stars will slow down their run, eventually they will stop and start falling again towards the center of the universe, like a ball thrown into the air does. And then there will be nothing to stop us from seeing all the stars of the world because they will come closer, faster and faster, and we will understand that the world will soon disappear, because when we look at the sky at night there will be no darkness but only splendour of light of millions and millions of stars, all shooting stars. "

 

What enthrals us is not not, we repeat, the story itself, but the fascinating and extraordinary personality of Christopher. An Asperger is a monad without windows, closed in a centered ego world, in a circle of which he is a prisoner and in which no one enters, keeping every other human being at a distance. He feels superior to all, he cannot even conceive that others also have a "thinking mind". Christopher is alone on the heart of the earth, as Quasimodo would say, does not like confusion, hates being touched, always tells the truth, takes everything literally, notes every detail to the point that his mind, overloaded with stimuli and data to analyze, goes in tilt and he suffers overwhelmed by anxiety, by fear, by a cosmic solitude.

 

"I wanted to sleep so that I didn't have to think, because the only thing I could think of was all the pain I felt because there was no room for anything else inside my head, but I couldn't go to bed and all I could do was sit where I was and there was nothing else to do but wait and continue to suffer. "

 

Haddon uses a mimetic language of the protagonist's way of thinking and expressing himself, an artificially simple and naive language that winks at the reader and borders on poetry.

 

But my mother was cremated. This means that it was put in a coffin and burned and pulverized and then turned into ash and smoke. I don't know what happens to ashes and I couldn't ask questions at the cemetery because I didn't go to the funeral. But I know that the smoke comes out of the chimney and disperses in the air and then sometimes I look at the sky and I think there are molecules of my mother up there, or in the clouds over Africa or the Antarctic, or that they come down in the form of rain in the rainforests of Brazil, or turn into snow somewhere in the world. "

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