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recensioni

Franca Poli e Giovanni D'Ippolito, "Ne cives ad arma ruant"

10 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Franca Poli e Giovanni D'Ippolito, "Ne cives ad arma ruant"

Ne cives ad arma ruant

Franca Poli e Giovanni D'Ippolito

Un noir che ricorda le atmosfere dei romanzi

industriali degli anni settanta. Ma è un’Emilia post industriale quella in cui si muovono protagonista e antagonista, commissario e killer. O è l’inverso?

Se segue con simpatia le vicende del commissario, il lettore non può che identificarsi col serial killer, con la sua umana sofferenza e il suo bisogno di riscatto morale. E la sua delusione per la scomparsa del mondo come lo conosceva, senza che al suo posto ne sia sorto uno migliore e più giusto, è comune a tutti noi.

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Mauro Biancaniello, "Hai smesso i pantaloni corti"

9 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli e Ida Verrei Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Mauro Biancaniello, "Hai smesso i pantaloni corti"

di Patrizia Poli e Ida Verrei

Sono molti e universali i temi che attraversano la raccolta di liriche “Hai smesso i pantaloni corti” di Mauro Biancaniello: l’amore, la memoria, la guerra, il dolore, il fulgore dell’estate, un eros fantasticato e represso in un legame concreto e maturo.

“Il ricordo è poesia e la poesia non è se non ricordo”, recitava G. Pascoli. Ed è attraverso la rievocazione di un vissuto recente, attraverso quella facoltà affascinante e misteriosa che è la memoria, che Mauro Biancaniello ci regala nel verso un flusso d’immagini, quasi fotogrammi di un film a colori. Cattura frammenti di vita quotidiana e li trasfigura in messaggi poetici, ingenui e lievi, ma palpitanti di emozioni. E così si dispiega il filo dei ricordi: dalla visione onirica della nonna, che “sale le scale del paradiso”, all’immagine dolente della madre, insieme alla quale “non ha mai distolto lo sguardo”, dai balenii luminosi di un’adolescenza svanita, insieme ai pantaloni corti ormai smessi, ai sogni dell’incerto futuro di un’età adulta.

I ricordi, “l’adolescente ritorno”, appartengono a un giovane che da poco “ha smesso i pantaloni corti”, e sta ora osservando, stupito e fiero, il proprio divenire uomo. La giacca e il pantalone lungo, stesi sul letto, sembrano diventare “una persona, un adulto”. In quel “sembrano” c’è tutta l’incertezza della crescita e il timore che la maturità porti con sé il “grigio” di un vivere senza più slanci. A questo proposito, torna più volte l’immagine dell’incrocio, del “crocevia infinito”, fatto di scelte temute e non ancora compiute, mentre certezze infantili crollano, ideali perdono consistenza, affiorano cinismo, egoismo e supponenza, per essere compresi, sublimati e rimossi, in un tempo che corre, “che non è infinito” perché “si è già dopo mai ora”.

C’è tutta la freschezza della giovane età nell’opera di questo sensibile artista, che riesce a cogliere nella realtà il segno dell’umana condizione, fatta di istanti di gioia, ma anche di un tempo che “è solo attimo da mordere”, “lacrime piante senza vergogna”: non solo, quindi, dolci nostalgie, ma anche un tuffo nel dolore, forse vissuto e non solo intuito. D’altra parte, come dice Alda Merini, la poesia nasce anche dai graffi dell’anima.

Contraddistingue la poesia di Biancaniello un’estrema semplicità, che è limpidezza e purezza di parole, sgorgate dal cuore e dalla mente così come le si sente e le si pensa. Un esempio è quel “abbiamo visto tanto” rivolto alla madre, capace di racchiudere un’intera vita di amore e sofferenze patite. E ancora il dolce commiato dalla nonna, con la terra che cade sulla bara. È un linguaggio facile ma ricercato, quello del nostro poeta; il verso si fa mezzo dell’esigenza comunicativa, di voglia di narrarsi; il ricordare è un rivedere, un rivivere, un rivisitare attimi di vita, ma è anche approccio a temi universali.

Questo giovane uomo ha una speranza, una forza tutta sua. Sa che, quando “si riesce a oscurare il proprio io per dar luce a un’altra persona”, allora, davvero, “si può dire di amare.”

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

8 Febbraio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Signora dei Filtri

 Patrizia Poli

 

Marchetti Editore, 2017

 

Singolare romanzo, romanzo colto, intenso, rivisitazione del mito attraverso un’esplorazione anche di tipo psicologico.

La storia di Medea e Giasone, il viaggio degli Argonauti: storia forte e delicata allo stesso tempo; percorso di anime tormentate; personaggi potenti, scolpiti con un linguaggio che ti trasporta in terre, in mondi, in tempi ed atmosfere che affascinano ed incantano.

In una struttura narrativa robusta, costruita con grande abilità linguistica, si intrecciano mito e affabulazione, fantasia e verosimiglianza, sogno e ricordo, sempre sostenuti da una ricerca accurata del particolare, dall’aderenza al fatto storico.

Prendono vita, così, e si umanizzano i personaggi, rivisitati ma fedeli al mito; sospesi in una dimensione dove elementi fantastici e realismo descrittivo contribuiscono a dar loro spessore e concretezza.

Si intrecciano vite e destini, s’incontrano figure emblematiche, si susseguono eventi epici e drammatici, si compiono profezie ed oracoli. E ogni personaggio, ogni elemento della storia, anche minore, possiede incisività e significato.

Su tutti, giganteggia Medea, principessa della Colchide: madre-terra e lupa. Governata dai contrasti: figlia del sole, quando ama; figlia delle tenebre lunari, quando è posseduta dalle forze oscure della sua “magia”. Tragica figura, che porta in sé, sin dall’infanzia, il presagio di un destino funesto.

Sei tu la lupa che azzannò i suoi cuccioli?” chiedono, “Sei la Signora dei filtri?” “Sono io…” rispondo, “…ma un tempo, ero la Figlia del Sole”.

“…Si, Orfeo. Medea di Colchide NON SI DIMENTICA”.

 

 

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Fabio Marcaccini, "Soul"

8 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #fabio marcaccini, #recensioni

Fabio Marcaccini, "Soul"

È arrabbiato, Soul, se la prende col mondo che l’ha tradito. Sa di attribuire agli altri anche colpe proprie, ma la rabbia trabocca, minaccia di travolgere il suo amore puro, passionale, celeste. Lui e Lei sono soli come il primo uomo e la prima donna, contro tutto e tutti. Sporcati, avviliti, scacciati nella foresta, come Ginevra e Lancillotto, fino quasi a perdersi, a confondersi, a risvegliarsi incerti e tremanti. Troppo soli per farcela, troppo stanchi. Per fortuna Lei è serena, salda nel suo amore. Asciuga sul suo seno le lacrime infantili di lui, accoglie i suoi sogni di bambino perduto, accetta le sue inconcludenze, lo rivede nel frutto del loro amore che ora dà un senso ad ogni sofferenza. Molto belle "Stella cadente" e "L’Infinito".

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Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria

7 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #gordiano lupi, #recensioni

 

I luoghi della memoria - Adriana Pedicini

di Gordiano Lupi su Kultunderground, rivista di letteratura on line attiva dal 1994

 

 

Pag. 110 – Euro 12 - Arduino Sacco Editore

www.arduinosacco.it

 

“Arduino Sacco è un editore che non chiede contributi agli autori e che non gode di finanziamenti pubblici”, recita il sito Internet della casa editrice - spartano ma efficace - che denota una struttura ai limiti dell’amatoriale, ma ben venga in questi tempi grami dove tutti si spacciano per professionisti della letteratura. Viva l’underground, che forse sarà la nostra salvezza!

A proposito di Arduino Sacco vi invito a leggere I luoghi della memoria di Adriana Pedicini, un libro proustiano come tutti noi modesti scrittori abbiamo tentato (o siamo in procinto) di scrivere, una sfida alla ricerca del tempo perduto che ogni amante delle lettere cerca di intraprendere con esiti più o meno felici. Adriana Pedicini tocca le corde giuste con questi racconti sul filo della memoria, realisti, autobiografici, ebbri di ricordi, zeppi di odori e sapori del tempo passato. L’autrice rievoca il sapore dell’infanzia, personaggi indimenticabili del passato, lutti indelebili, mancanze che lasciano il segno, frammenti di amori perduti, esami di scuola vissuti con nostalgia, un esempio paterno e una fanciullezza lontana. I critici veri, che sanno di letteratura, storceranno il naso, diranno che Adriana Pedicini racconta i fatti suoi, che non si fa così, meglio inventare, costruire trame, affascinare il lettore con il solito giallo o con uno dei tanti inutili noir. Lasciamo ai soloni il loro compito, da tempo non ascoltiamo le campane che suonano il funerale della letteratura, accogliamo con entusiasmo questo libro di racconti e ricordi, perché l’autrice narrando i fatti proprio racconta il passato di un’intera generazione. Da leggere e meditare.

 

 

Gordiano Lupi legge I luoghidella memoria
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Dal realismo al simbolismo: Ignazio Silone, "Vino e pane"

7 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Vino e Pane

di Ignazio Silone

Mondadori, 1955

Vino e Pane di Ignazio Silone, al secolo Secondo Tranquilli (1900- 1978), uscito nell’edizione definitiva Mondadori nel 1955, s’iscrive nell’ambito della narrativa meridionalista degli anni ’30, molto diversa da quella verista della fine dell’800, quella cioè di Verga, di Capuana e de Roberto.

Alvaro, Brancati e, in parte, Silone, accompagnano il loro grido di protesta sociale con un moto di nostalgia verso un mondo che va scomparendo. La città, nella fattispecie Roma, rappresenta la realtà, il vero, mentre la campagna abruzzese dei cafoni ha connotazioni ancora tardo romantiche, liriche, è popolata di figure ottocentesche e attraversata da un senso della natura panico e mistico.

Laddove, fra ottocento e novecento, il reale perde senso, si fa simbolo e decadenza, l’opera dei meridionalisti oscilla fra naturalismo e simbolismo. Possiamo dire che Verga passa attraverso d’Annunzio, che i Malavoglia s’intridono del lirismo delle Novelle della Pescara.

Il prete tardò a tornare nella locanda. Si sedette sul ciglio erboso della strada, oppresso da molti pensieri. Voci perdute si udivano in lontananza, richiami di pecorai, latrati di cani, sommessi belati di greggi. Dalla terra umida si levava un leggero odore di timo e di rosmarino selvatico. Era l’ora in cui i cafoni rientravano gli asini nelle stalle e andavano a dormire. Dai vani delle finestre le madri chiamavano i figli ritardatari. Era un’ora propizia all’umiltà. L’uomo rientrava nell’animale, l’animale nella pianta, la pianta nella terra. Il ruscello in fondo alla valle si gremiva di stelle. Di Pietrasecca sommersa nell’ombra, non si distingueva che la cervice di vacca con le due grandi corna arcuate sulla sommità della locanda.

È nostro convincimento che brani come questi non si possano né spiegare né insegnare, il lettore deve sentirli da solo, dentro di sé.

Vino e pane descrive l’angoscia dell’intellettuale di sinistra che vede crollare tutti gli ideali, ridotti a schemi e regole di partito, malvagi quanto il potere al governo che sfrutta e opprime la popolazione, i cafoni, ora rinominati “rurali”. La differenza fra il protagonista Pietro Spina e le altre figure letterarie di ribelli, immaginate da autori contemporanei di Silone, è l’inazione. Spina è costretto dalla malattia all’inattività, la sua rivolta è tutta interiore, sta nel passaggio da un nome all’altro, da Pietro a Paolo, don Paolo, (non a caso entrambi nomi di apostoli) per poi tornare di nuovo a Pietro senza preavviso. Pietro è il rivoluzionario, Paolo il finto prete, alla disperata, ma autentica, ricerca di Dio. La sua ribellione è interna, morale, intellettuale, per questo “Vino e pane” si configura come testo incerto fra romanzo d’azione e d’idee.

La figura di Luigi Murica, il giovane comunista infiltrato tra i fascisti ucciso dalla milizia, ha connotazioni fortemente cristologiche. Un intero capitolo, il penultimo, è dedicato al suo martirio che richiama la crocifissione, dove il vino e il pane sono quelli della comunione e rappresentano, com’è esplicitamente detto, l’unità, la fraternità, la solidarietà fra uomini.

Cristina Colamartini, l’aspirante novizia di cui Pietro s’innamora, raffigura l’innocenza, l’agnello sbranato dal lupo, e la sua morte ha tratti decadenti e sensazionali.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià e tutti gli altri protagonisti, sono figure realistiche ma anche simboliche, attingono al naturalismo di Zolà ma anche a d’Annunzio, a Mistral e allo stesso Verga di Storia di una capinera e di La lupa, bestia evocativa di lussuria, di pulsioni rimosse.

Egli mostrò sulla collottola della bestia il segno dell’amore, il morso profondo di una femmina. L’amore dei lupi è serio. Banduccia sapeva riconoscere da lontano gli urli dei lupi: l’urlo del pericolo, che il lupo lancia quando è attaccato con le armi; l’urlo della carnaccia, che vuol dire che ha trovato qualche bestia da sbranare e chiama i compagni, perché alle bestie non piace mangiare da sole; l’urlo dell’amore, che vuol dire che avrebbe bisogno di una femmina e non si vergogna di farlo sapere.

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Riferimenti bibliografici:

Ignazio Silone, Introduzione a Vino e pane, Oscar Mondadori, 1970

Romano Luperini, Il Novecento, 1981

Salinari Ricci, Storia della Letteratura italiana, 1978

Rita Verdirame La Rosa di Gèrico, La Sicilia fantastica da Linares a Brancati, Dimensione Cosmica anno 7, luglio/agosto 1991

 

Bread and Wine by Ignazio Silone - Secondo Tranquilli (1900- 1978) - published in the definitive Mondadori edition in 1955, is part of the southernist narrative of the 1930s, very different from the realist narrative of the late 1800s that is Verga, Capuana and de Roberto.

Alvaro, Brancati and, in part, Silone, accompany their cry of social protest with a movement of nostalgia for a world that is disappearing. The city, in this case Rome, represents reality, the truth, while the Abruzzo countryside of cafoni still has late romantic, lyrical connotations, is populated with nineteenth-century figures and crossed by a mystical sense of nature.

Where, between the nineteenth and twentieth centuries, the real loses its meaning, becomes symbol and decadence, the work of the southernists oscillates between naturalism and symbolism. We can say that Verga passes through d'Annunzio, that the Malavoglia are intruding on the lyricism of the Pescara novels.

 

The priest was late returning to the inn. He sat on the grassy side of the road, overwhelmed by many thoughts. Lost voices could be heard in the distance, the calls of shepherds, the barking of dogs, the low bleating of flocks. A slight smell of thyme and wild rosemary rose from the damp earth. It was the time when the peasants returned the donkeys to the stables and went to sleep. From the windows, the mothers called their latecomers. It was an hour conducive to humility. Man re-entered in the animal, the animal in the plant, the plant in the earth. The stream at the bottom of the valley was full of stars. Of Pietrasecca submerged in the shade, we could only distinguish the cow's cervix with the two large arched horns on the top of the inn.

 

It is our belief that passages like these cannot be explained or taught, the reader must feel them alone, within himself.

Bread and Wine describes the anguish of the leftist intellectual who sees all the ideals collapse, reduced to party schemes and rules, as evil as the government power that exploits and oppresses the population, the peasants, now renamed "rural". The difference between the protagonist Pietro Spina and the other literary figures of rebels, imagined by contemporary authors of Silone, is inaction. Spina is forced by sickness into inactivity, his revolt is entirely internal, lies in the passage from one name to another, from Peter to Paul, don Paolo, (not surprisingly both names of apostles) and then back again to Peter without notice. Peter is the revolutionary, Paul the fake priest, desperate, but authentic, in search of God. His rebellion is internal, moral, intellectual, which is why "Wine and bread" is configured as an uncertain text between action and ideas novel.

 

The figure of Luigi Murica, the young communist infiltrated among the fascists killed by the militia, has strongly Christological connotations. An entire chapter, the penultimate one, is dedicated to his martyrdom which recalls the crucifixion, where wine and bread are those of communion and represent, as is explicitly said, unity, fraternity, solidarity between men.

Cristina Colamartini, the aspiring novice with whom Pietro falls in love, depicts the innocence, the lamb torn to pieces by the wolf, and his death has decadent and sensational features.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià and all the other protagonists, are realistic but also symbolic figures, they draw on the naturalism of Zolà but also on d'Annunzio, Mistral and  Verga of Storia di una capinera and La lupa, an evocative beast of lust, of impulses removed.

 

He showed on the scruff of the beast the sign of love, the deep bite of a female. The love of wolves is serious. Banduccia was able to recognize from afar the screams of wolves: the scream of danger, which the wolf casts when attacked with weapons; the scream of flesh, which means that he has found some beast to tear and calls his companions, because the beasts don't like to eat alone; the scream of love, which means that he would need a female and is not ashamed to let her know.

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Giuseppe Benassi, "Omicidio a Calafuria e altri putiferi"

6 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Giuseppe Benassi, "Omicidio a Calafuria e altri putiferi"

Omicidio a Calafuria e altri putiferi

Di Giuseppe Benassi

Bastogi 2011

pp. 210

15.00

Rischia volutamente l’insofferenza del lettore, Giuseppe Benassi, in questo “Omicidio a Calafuria e altri putiferi”, giallo destrutturato, senza inchieste e senza deduzioni logiche, ambientato in una Livorno dove di vero ci sono solo strade e monumenti, popolato da un sottobosco di personaggi erotomani che praticano orge e scambi di coppia.

Sull’omicidio di Filippo Bondelli - rampollo di famiglia nobiliare con villa ad Antignano, trovato morto, nudo e unto d’olio, sugli scogli sotto la torre di Calafuria - indaga l’avvocato Borrani, personaggio sgradevole, cinico, irriverente, dalla sessualità volgare e dionisiaca. Borrani getta in padella pesci vivi per il gusto di osservarli mentre guizzano e si contorcono, prova soddisfazione alla vista di un gatto spiaccicato sull’asfalto, è profondamente misogino, non ama il suo mestiere né i colleghi avvocati, non ama l’umanità e il suo prossimo, fa e dice cose che c’infastidiscono perché sappiano vere.

“Si vede che siamo proprio dei fuscelli al vento basta un niente e diventiamo diversi io per esempio non ho ancora capito se sono un uomo serio o un buffone se sono intelligente o un coglione” (pag 71)

Attorno all’omicidio si muove una folla di caratteri che sembrano usciti dalla Torino di A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini o dalla penna di un Dickens iperrealista. Personaggi di cui seguiamo il flusso di coscienza in lunghi capitoli che non sviluppano la trama ma la attorcigliano su se stessa senza sbocco, in modo involuto. La maga Gilda aleggia su tutta la storia senza mai concretizzare il suo peso nell’intreccio, attempato travestito che legge i tarocchi alle madame con le quali un tempo copulava. Silvana Oldini, la fidanzata casta del morto, sembra appartenere a una poesia del suo amato Gozzano, sorta di signorina Felicita d’altri tempi, incarnazione del femminino puro cui tutti i libertini in fondo tendono, donna irraggiungibile, angelicata, stilnovista. Solo a lei, alle sue lettere appassionate, sono affidati gli unici momenti lirici di tutta la storia. Mafalda, la madre del giovane praticante dell’avvocato, vive persa nelle sue credenze esoteriche che vanno dagli angeli alla New Age. Artemisio Cocci, scultore blasfemo e dissacrante sta per partecipare alla biennale di Venezia. Marcello, il praticante senza stipendio, è alla disperata ricerca di una ragazza. C’è, più in generale, una folla fatta di avvocati, pretori, giudici, giornalisti, una moltitudine ghignante, onirica, oscena come in un quadro surreale.

E per cercare chi ha ucciso Bondelli, si riflette sulla reliquia del santo prepuzio, sulla possibile clonazione di Gesù, sull’energia vitale della Kundalini, sull’astrologia, sulla musica e sulla pittura.

I capitoli hanno stili diversi, come se Benassi stesse ancora cercando il suo e ne sperimentasse più di uno, anche per mostrarci la sua versatilità. Dal lirismo delle lettere di Silvana, si passa alla mimesi ironica del linguaggio della critica e del giornalismo. Grande spazio è dato a fitti ed estenuanti dialoghi, ricchi di giochi di parole, di aforismi quasi wildiani, “sposarsi vuol dire prendere una persona e farla diventare la peggiore delle nostre abitudini”, di botta e risposta da teatro dell’assurdo, di volgarità scatologiche e ironiche citazioni colte, fra narrazione in terza persona e flusso di coscienza, fra presente storico e passato, in un tentativo di riscatto da una perenne, frustrante, alienazione dal resto del mondo. Borrani è descritto per sentito dire, “c’è chi dice che”, ma anche, e soprattutto, tramite il suo incessante monologo interiore.

E stare ore a pescare non vuol dire per l’avvocato cercare di prendere pesci, vuol dire stare ore a vedere nel galleggiante una parte di sé che vaga fra l’aria, l’acqua del fiume, l’acqua del mare. Vuol dire inebetirsi nel sole del pomeriggio, dimenticarsi di sé e del mondo e raggiungere uno stato animale, una consistenza di vegetale, una natura minerale" (pag 22)

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Piero Paniccia, "Chernobylondon"

5 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Piero Paniccia, "Chernobylondon"

Chernobylondon

Piero Paniccia

Edizioni del Faro, 2012

Pp 338

15,00

Non si fa notare per lo stile, che è corretto, lineare, documentaristico - seppure viziato da un uso non sintattico né ritmico bensì personale della punteggiatura - ma piuttosto per il contenuto, Chernobylondon di Piero Paniccia.

La storia ha come protagonista una famiglia italiana che vede intrecciarsi il suo destino con quello di un’altra famiglia bielorussa. Al centro di tutto, al nucleo della vicenda è proprio il caso di dirlo, c’è il disastro di Chernobyl.

“Mia madre, quando venne la prima volta in Italia e conobbe mio padre, era venuta come accompagnatrice dei bambini bielorussi, che avevano sofferto per le radiazioni conseguenti il disastro di Chernobyl. Lo sai cos’è Chernobyl, no? Ora tu pensa: grazie a quel disastro sono nato io. Se tanta gente non avesse sofferto, io non sarei mai nato, ci pensi?” (pag 284)

È a causa di Chernobyl se Alessandro e Natasha s’incontrano in Italia, si amano e mettono al mondo Yuri. Natasha è un’accompagnatrice di bambini contaminati dalle radiazioni, accolti in Italia per una vacanza disintossicante. A Senigallia incontra Alessandro, del quale s’innamora e che sposa, facendo conoscere a lui e a tutta la sua famiglia la città di Minsk, spalancando le porte di un mondo fino ad allora sconosciuto, quello della Bielorussia.

Il racconto è costruito in modo volutamente spiazzante, con flash back, avanzamenti e ritorni al passato, incursioni nei ricordi di entrambe le famiglie. La storia copre un arco temporale che va dal giorno in cui si ebbe per la prima volta sentore del disastro, nell’aprile del 1986, a un futuro 2040 con scenari da fantapolitica. I blocchi di contenuto sono essenzialmente tre: il disastro di Chernobyl e le sue conseguenze sulla salute, la scherma di cui diventeranno campioni Yuri e suo cugino Mirco, la Bielorussia.

L’ombra della radioattività aleggia su tutto il racconto, dal titolo fino alla tragica conclusione. Yuri nasce “a causa di” Chernobyl ma a essere contaminato non è lui bensì suo cugino. Mirco si ammalerà di leucemia e sarà proprio Yuri, nato da Chernobyl, a salvarlo donandogli il suo midollo. E tuttavia, per una vita che si salva, ce ne sarà una da restituire alla fine del romanzo, per la felicità ricevuta, qualcuno comunque dovrà pagare.

Attorno all’atomo si svolge il racconto, dal disastro fino agli studi di fisica nucleare ai quali Yuri si dedicherà da adulto, grazie all’amore per Felicia. L’utilizzo della fusione fredda porterà, nel 2040, alla sostituzione di tutte le centrali con nuovi impianti puliti.

Il secondo blocco è costituito dalla scherma. Questa passione attraversa tutto il romanzo, dai primi contatti dei due cugini con le palestre e gli insegnanti, fino alle medaglie conquistate nelle Olimpiadi di Londra del 2012 che, quando il libro è stato scritto, ricordiamo, ancora non si erano svolte. S’intuisce l’amore del Paniccia per questo sport, e la sua competenza, al punto che il libro è stato presentato nell’ambito dei festeggiamenti per Valentina Vezzali, jesina come l’autore e medaglia d’oro olimpica. Nell’incontro finale, descritto minuto per minuto, punto per punto, luce verde per luce rossa, fra Yuri - che il destino beffardo ha portato a gareggiare sotto la bandiera bielorussa - e suo cugino Mirco, rappresentante l’Italia, si può per contrasto evidenziare la nascente amicizia di due nazioni.

E qui giungiamo al terzo - e secondo noi al migliore - dei tre nuclei di contenuto: la Bielorussia. Nessuno, prima di Paniccia, ci aveva descritto la vita in quella nazione con tanti particolari, con così grande e affettuosa partecipazione. Scopriamo boschi di alti alberi frondosi e cespugli di bacche succose, automobili come la Lada Zighuli, cibi e profumi, ma anche la burocrazia arcigna e pachidermica, aggirabile con un cesto di leccornie ben confezionato, la corruzione, il retaggio di poca democrazia e il vuoto lasciato dell’ex Unione Sovietica. Scopriamo anche pagine nere e sconosciute della storia europea, come l’eccidio di Kathyn, evento controverso, orribile massacro di cui Paniccia attribuisce la totale responsabilità ai nazisti ma che gli storici hanno rivelato essere stata opera dei sovietici.

L’interrogativo esistenziale, che accompagnerà il protagonista Yuri Mancini per l’intero romanzo, è se anche da una sciagura come quella di Chernobyl possa scaturire il bene, se sia lecito sentirsi felici in conseguenza di una disgrazia, se non si debba ricompensare il destino che ci ha regalato gioia traendola dal male.

“Maledetta Chernobyl, disse nostro nonno quando nacqui io, credendo che fossi stato ricoverato in ospedale per colpa delle radiazioni. Lui pensava che mia madre fosse stata contaminata. Così mi hanno raccontato più volte mio padre e mia madre. Nel mio caso, invece, Chernobyl non c’entrava niente. Ma oggi Chernobyl mi sta presentando il conto. Prima mi ha fatto nascere. Perché è inutile nasconderlo: io sono nato grazie a Chernobyl e non lo dimentico. Ora la maledetta Chernobyl si vendica; mi sta portando via una delle cose più care che abbia mai avuto.” (pag 315)

Intorno a tutto, avvolgente e rassicurante, pronta a sostenere e consolare i due cugini, c’è la famiglia, sia quella italiana che quella bielorussa, formata da genitori, nonni e zii, da persone oneste, capaci di strappare un sorriso e asciugare una lacrima con un semplice gesto pieno di amore come la preparazione di una teglia di lasagne, la stessa che l’autore vuole immortalata sul suo sito.

Alla fine questo romanzo con molte anime non sempre amalgamate fra loro si congeda da noi con una nota metanarrativa.

“Forse è giusto così, mica un autore può seguire una storia all’infinito. A un certo punto, quando ha detto quello che si sentiva di dire, la smette. Poi l’autore può lasciare la storia aperta o chiusa, non ha importanza. Questa credo che possa essere una prerogativa. Mica lo obbliga qualcuno. Saranno poi i suoi lettori a giudicare se per quella storia fosse la giusta fine” (pag 325)

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Michael Viewegh, "Fuori Gioco"

2 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Michael Viewegh, "Fuori Gioco"

Fuori Gioco

Michael Viewegh

Atmosphere libri, 2012

15,00

Atmosphere Libri, non è un Eap ma penalizza, di fatto, gli italiani. Ha scelto, in particolare con la collana “Biblioteca dell’Acqua”, di far conoscere romanzi stranieri, soprattutto dell’est europeo. Traduce autori accumunati da quanto di universale c’è nell’essere umano: i sentimenti, lo sviluppo, la crescita, il senso del fallimento o della realizzazione. Così è per il ceco Michael Viewegh, da molti considerato il nuovo Kundera.

“Fuori gioco” è un romanzo che si legge volentieri, che scorre da un veloce capitolo all’altro, ma che non ti lascia molto, se non l’impressione di una buona scrittura. Non è poco, direte voi, ma non è neanche tutto, pensiamo noi.

La storia si svolge attorno ad alcuni ex compagni di scuola che continuano a frequentarsi dopo la maturità, grazie anche ad annuali rimpatriate. Eva è quasi lo stereotipo della “più bella della classe”, quella che tutti vogliono, persino i professori. Sembrerebbe più un tipo che un personaggio se non fosse per il fastidio che prova portandosi appresso la sua fisicità; se non fosse che forse è vagamente bisessuale; se non fosse che l’età, alla fine, giunge anche per lei, segnandole collo e seno; se non fosse che nemmeno lei capisce cosa vuole nella vita - poiché fare quello che tutti si aspettano da lei, cioè sposare l’altro bello della classe, Jeff, che l’ha “prenotata” appena vista, seguendo le regole di un gioco infantile mai smentito - non la renderà felice; se non fosse che, alla fine, bacia Tom nel bagno del ristorante. Soprattutto non la porterà a conciliare amore e sesso, trovando la passione fisica solo nell’attempato professor Vartecky. Jeff ottiene la mano della bella che ha “prenotato”, ma il loro matrimonio si rivelerà un fallimento, minato dalla gelosia per la storia con Vartecky. Dopo il divorzio, Jeff si troverà a convivere con Tom, alcolista, a sua volta disperatamente, romanticamente, innamorato di Eva per tutta la vita, e con Skippy, ginecologo buffone, che tutti credono vittima anche lui del fascino della più bella ma, in realtà, segretamente omosessuale, incapace di fare outing e costretto a comportarsi da macho. C’è poi Hurejovà, la Saputella, a nostro avviso il personaggio più riuscito. La Saputella è la classica brutta secchiona della classe. Darebbe tutto quello che ha per avere il fisico di Eva, i suoi capelli, le sue tette svettanti, i suoi movimenti armoniosi. Invece porta le lenti, ha i capelli opachi, il sedere troppo grosso, un padre stanco e infelice.

“Per le ragazze brutte come me l’unica misura di tutte le cose diventa prima o poi la bellezza. Fin dai miei primi tre anni, alla sabbiera del parco, scelgo il punto dal quale godere la visuale migliore. Non gioco mai vicino ai bidoni della spazzatura, non io. Scelgo il gelato in base al colore, perché si abbini almeno un po’ ai vestiti che indosso. Ma vi rendete conto?Una ragazzina con gli occhiali, con addosso degli sformati pantaloni di velluto blu a coste larghe, non ordina il gelato al pistacchio, anche se ne ha voglia, perché ha paura che i colori non si abbinino … Nessuno è di così cattivo gusto, del resto, da abbinare il verde e il blu. Riuscite anche solo lontanamente a immaginare i timori di una fanciulla di dodici anni, del tutto priva di fascino, che non può permettersi nessun’altra imperfezione?” (pag. 23)

Sicura che nessuno farà mai sesso con lei, se non “verso la mezzanotte e dopo molte birre”, Hurejovà si dedica all’onanismo, mentre sogna di Tom, il compagno che ama, pur sapendolo innamorato, come e più di tutti, di Eva, e s’inventa intanto un fidanzato immaginario, Libor, di cui conosce a menadito abitudini e difetti. La Saputella assisterà il padre morente, con un amore senza smancerie, venato di tenerezza e repulsione, e perciò ancora più straziante. La Saputella sposerà Boris, amandolo in modo diverso da Tom, piangendo perché non è l’uomo dei suoi sogni, piangendo perché è solo un timido sorvegliante di metropolitana, un addetto “alla linea gialla”, che, ogni giorno, gracchia i suoi annunci con disperata rassegnazione: la rassegnazione dei vinti, degli onesti, dei buoni.

C’è anche l’Autore, fra i personaggi, che ci racconta brevi tratti della sua vita, per tanti versi simile ai quella delle sue creature, una gioventù da sfigato, amori adolescenziali, delusioni, riscatti, il bisogno di tenersi a galla.

Nessuno degli ormai quarantenni che si ritrovano alle cene di classe è felice, nessuno è davvero ciò che avrebbe voluto essere. La vita non mantiene le promesse, specialmente per chi da essa si aspetta qualcosa, sopravvivono solo i già vinti in partenza, quelli che si barcamenano. Alcuni escono di scena presto, vanno “fuori gioco”, come sostiene la nonna dell’Autore (suggerendogli l’idea per il romanzo) e l’autore stesso quando dice “ormai è cominciata anche per noi”. È la vita che è cominciata, la vita che ti delude, ti toglie, che è fatta anche di morte, come il suicidio della brutta Irena o l’incidente a Karel.

“Amo un vigilante della metro e continuo a sentire l’impellente necessità di giustificarmi. È strano: in via teorica so che la vita è imprevedibile, variegata e multiforme, che si ribella alle semplificazioni e così via, ma ogni volta che m’imbatto sul serio nel benché minimo accenno ad una reale vareità delle forme di vita, vengo di solito presa in contropiede.” (pag.160)

Questo romanzo piace a chi predilige una narrazione difficile che ti costringe a un’attenzione costante, a una ricostruzione della trama. Abilmente, portandoti da un capitolo all’altro con apparente leggerezza, non cambia solo il punto di vista e la prospettiva da cui narra, ma compie anche balzi temporali, facendo avanzare la trama in modo impercettibile ma fondamentale. Piace anche a chi vuole essere messo di fronte alla crudezza dei sentimenti, ai meccanismi della mente senza sconti per le meschinità, le invidie, le brutture, senza eroismi o romanticismi. C’è chi loda questo romanzo per l’apparente leggerezza, per l’ironia, c’è chi lo trova divertente. A noi sembra di una tristezza spietata, senza speranza, arido e amaro come i postumi di una sbronza, la stessa con cui Tom apre e chiude la storia. Ma in certi punti la narrazione fredda, tagliente, trattenuta, si lacera, è come se l’autore si lasciasse prendere la mano, ricordasse di essere uno scrittore a tutti gli effetti. Sono forse i momenti più belli, quelli più lirici, seppur disincantati e noi, seguendo l’autore e i personaggi, diventiamo come le foglie d’autunno: secchi, stridenti e, tuttavia, coriacei, resistenti, attaccati alla vita nonostante e oltre tutto.

“All’interno del complesso ospedaliero gli alberi sono ormai quasi privi di foglie e in mezzo ai rami spogli s’intravedono gli edifici un paio di settimane fa ancora nascosti. Le foglie si sono seccate e indurite, ogni raffica del vento freddo di novembre le fa stridere sull’asfalto; in molti punti ormai restano solo mucchietti di polvere marrone, ma sotto il ciliegio accanto al padiglione in cui è ricoverato papà resistono ancora gli ultimi colori vividi: un giallo caldo e il carminio. Li afferro con gli occhi come se rappresentassero la mia ultima speranza.” (pag 169)

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"Cime Tempestose" di Emily Brontë, l'amore come ossessione

1 Febbraio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

A tre anni Emily Brontë aveva già perso la madre e cresceva nel ricordo delle due sorelline scomparse, Maria ed Elisabeth. La zia allevò lei, Charlotte, Anne e Patrick (detto Branwell dal cognome materno) col metodismo wesleyano, nelle riunioni di famiglia un tema consueto era il resoconto di morti edificanti. Il padre era irlandese, la madre della Cornovaglia, più che inglesi erano celti, e questo retaggio di miti e folklore, unito alla natura selvaggia in cui crebbero, esaltò l’immaginazione dei fratelli.

Emily (1818-1848) era una ragazza dalle braccia lunghe, dal passo elastico, dalla figura regale, anche quando correva nella brughiera fischiando ai cani. Nel ritratto che le fece Patrick Branwell, "gli occhi sono notturni, occhi che mettono a disagio, che non accettano la realtà solare e non rifiutano alcun orrore tenebroso "(introduzione a Cime tempestose, Garzanti 1965)

Come afferma Charlotte (l’autrice di Jane Eyre), "mia sorella non ebbe per natura un’indole socievole, le circostanze favorirono e alimentarono un’inclinazione alla solitudine: tranne che per andare in chiesa o per fare una passeggiata sulle colline, ella raramente varcava la soglia di casa.

Il fratello Patrick era pittore e poeta, dedito all’alcol e all’oppio, perfetta incarnazione dell’eroe byronico. Lui ed Emily erano legatissimi, vagavano insieme per la brughiera, paghi l’uno dell’altra; morì alcolizzato nel '48 fra le braccia di Emily. Lei non gli sopravvisse, o meglio non gli volle sopravvivere, si abbandonò con voluttà alla tisi che la corrodeva da tempo. Prese freddo durante il funerale, cominciò a tossire, non volle curarsi, spirò tre mesi dopo il fratello. In testa al corteo funebre camminava Keeper, il selvaggio bulldog che lei sola sapeva ammansire. Dopo la sua morte, Charlotte distrusse tutti gli scritti che avrebbero potuto comprometterne la reputazione ma anche illuminarci sull’origine dei suoi versi e del suo romanzo.

Cime tempestose (1847) è un’opera, come la definisce il Praz, "fra le più tumultuosamente romantiche di tutta la letteratura inglese". Il titolo originale è Wuthering Heights. Wuthering è variante regionale dell’aggettivo scozzese whither, parola che indica il tumulto atmosferico cui è soggetta la casa degli Earnshaw. I paesaggi e la meteorologia sono esasperati, come esasperati sono i caratteri dei protagonisti. Più che romanzo, Cime tempestose è tragedia, poema epico. La filosofia che sottende l’opera è che tutto il creato, animato e inanimato, psichico e fisico, è mosso da due principi, lo spietato-selvaggio e il dolce-passivo, rappresentato dai due poli, le due magioni, Wuthering Heights e Thrushcross Grange con i loro abitanti, gli Earnshaw e i Linton. Ma c’è una seconda generazione, dove il contrasto fra figli della tempesta e figli della calma è smussato, si accavalla fino a confondersi, a trovare una forma di redenzione.

Heathcliff e Catherine sono i due personaggi principali, titanici e granitici, fatti della stessa sostanza della natura in cui vivono. Per loro, odio e amore, passione e vendetta, sono la stessa cosa. Heathcliff e Chaterine si compensano, come Emily e Branwell, sono cresciuti insieme, fratelli/amanti. Heathcliff è spesso descritto con termini che ricordano più la natura selvaggia che non l’essere umano, è l’eroe maledetto dalla risata diabolica. Cathy è donna ma anche spettro, incarnata in una progenie maledetta.

“I am Heathcliff”, dice Catherine, nella potente indimenticabile dichiarazione che racchiude l’essenza stessa dell’amore romantico.

Il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io son sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. (p. 95)

 

Secondo il poeta decadente Swinburne, Emily dipinge “l’amore che corrode la vita stessa, devasta il presente, distrugge l’avvenire, con il suo fuoco divoratore.” È l’amore ossessione, l’amore romantico, trascendente, violento e inarrestabile.

Ai personaggi di Emily Brontë non si applica l’ordinaria antitesi fra bene e male. Essi non si pentono dei loro impulsi distruttivi. Costretti a deviare dal loro corso naturale, come un fiume che esce dagli argini, devastano incolpevoli ciò che incontrano sul loro cammino. I loro atti spietati, la loro cattiveria, in una parola il male che essi compiono e rappresentano, fanno parte del creato, hanno una ragione d’essere e una posizione nel cosmo. Come sostiene il Praz, “il punto di vista di Emily Brontë non è immorale ma premorale”. Il contrasto non è quello vittoriano fra bene e male, ma fra simile e dissimile.

Lui è più di me stessa. Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono simili; e l’anima di Linton è differente come un raggio di luna dal lampo, o il gelo dal fuoco. (p. 93)

Questo concetto di premoralità, di bene e male come parte di un unico disegno divino, sarà la costante anche dei romanzi odierni di Anne Rice che molto derivano dall’atmosfera gotica, romantica, di Cime Tempestose. Come l’asessuato, eppur erotico, morso vampiresco, il sesso tradizionale ha poco a che vedere con l’attrazione inesorabile che unisce Heathcliff a Catherine e che è vicina alle forze sotterranee della natura, alle maree che trascinano, alle correnti, al magma.

Dov’è? Non là, non in cielo, non morta: dov’è? (...) E io prego, la ripeto la mia preghiera finché la mia lingua riuscirà a pronunciarla: Catherine Earnshaw, possa tu non riposare mai finché vivo io! Hai detto che ti ho uccisa io… perseguitami, dunque! Credo che gli uccisi perseguitino i loro uccisori. So di spiriti che hanno vagato sulla terra. Rimani con me sempre, prendi qualsiasi forma, fammi diventar pazzo! Soltanto non lasciarmi in questo abisso dove non posso trovarti! Oh, Dio; è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza l’anima mia! (p. 183)

 

Riferimenti critici:

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Mario Praz, Storia della Letteratura inglese, Sansoni editore, 1979

Introduzione a “Cime tempestose”, Garzanti, 1965

Eddie Flintoff, In the steps of the Brontës, Conuntryside Books, 1993

 

At three years old Emily Brontë had already lost her mother and was growing in memory of the two missing sisters, Maria and Elisabeth. Her aunt raised her, Charlotte, Anne and Patrick (called Branwell from the maternal surname) with the Wesleyan method, in family reunions a usual theme was the report of edifying deaths. The father was Irish, the mother of Cornwall, more than English, were Celts, and this legacy of myths and folklore, combined with the wild nature in which they grew up, exalted the imagination of the brothers.

Emily (1818-1848) was a girl with long arms, an elastic step, a regal figure, even when she ran on the moor whistling to dogs. In the portrait that Patrick Branwell made of her, "the eyes are nocturnal, eyes that make you uncomfortable, that do not accept the solar reality and do not refuse any dark horror" (introduction to Cime tempestuous, Garzanti 1965)

As Charlotte (the author of Jane Eyre) states, "my sister did not have a sociable nature by nature, circumstances favored and fueled an inclination to solitude: except for going to church or taking a walk on the hills, she rarely crossed the threshold."

Brother Patrick was a painter and poet,  dedicated to alcohol and opium, the perfect embodiment of the Byronic hero. He and Emily were very close, they wandered together on the moor, happy to be toghether he died an alcoholic in '48 in Emily's arms. She did not survive him, or rather she did not want to survive him, she reluctantly abandoned herself to the phthisis that had been corroding her for some time. She caught cold during the funeral, began to cough, did not want to be cured, expired three months later his brother. At the head of the funeral procession walked Keeper, the wild bulldog that she alone could tame. After her death, Charlotte destroyed all the writings that could have compromised hes reputation but also enlightened us on the origin of his verses and his novel.

Wuthering Heights (1847) is a work, as Praz defines it, "among the most tumultuously romantic of all English literature". Wuthering is a regional variant of the Scottish adjective whither, a word that indicates the atmospheric turmoil to which the Earnshaw house is subject. Landscapes and meteorology are exasperated, just as exasperated are the characters of the protagonists. More than a novel, Wuthering Heights is a tragedy, an epic poem. The philosophy behind the work is that all creation, animated and inanimate, psychic and physical, is driven by two principles, the ruthless-wild and the sweet-passive, represented by the two poles, the two mansions, Wuthering Heights and Thrushcross Grange with their inhabitants, the Earnshaw and the Lintons. But there is a second generation, where the contrast between the children of the storm and the children of calmness is smoothed out, until it gets confused, to find a form of redemption.

Heathcliff and Catherine are the two main characters, titanic and granitic, made of the same substance as the nature in which they live. For them, hate and love, passion and revenge are the same thing. Heathcliff and Chaterine compensate each other, like Emily and Branwell, they grew up together, brothers / lovers. Heathcliff is often described in terms that remind us more of the wild nature than the human being, he is the hero cursed by diabolical laughter. Cathy is a woman but also a ghost, embodied in a cursed progeny.

 

"I am Heathcliff," says Catherine, in the powerful unforgettable declaration that contains the very essence of romantic love.

 

"My love for Heathcliff resembles the eternal rocks that lie underground: a source of joy that is hardly visible, but necessary. Nelly, I'm Heathcliff! He is always, always in my mind; not as a pleasure, as I am not always a pleasure for myself, but as my own being". 

 

According to the decadent poet Swinburne, Emily paints "the love that corrodes life itself, devastates the present, destroys the future, with its devouring fire." It is love obsession, romantic love, transcendent, violent and unstoppable.

 

The ordinary antithesis between good and evil does not apply to the characters of Emily Brontë. They do not regret their destructive impulses. Forced to deviate from their natural course, like a river coming out of the banks, they devastate innocently what they encounter on their way. Their merciless acts, their malice, in a word the evil they do and represent, are part of creation, have a reason for being and a position in the cosmos. As Praz argues, "Emily Brontë's point of view is not immoral but premoral". The contrast is not Victorian between good and evil, but between similar and dissimilar.

 

"He is more than myself. Whatever our souls are made of, his and mine are alike; and Linton's soul is different like a moonbeam from lightning, or frost from fire. 

 

This concept of premorality, of good and evil as part of a single divine plan, will also be the constant of today's Anne Rice novels that derive a lot from the gothic, romantic atmosphere of wuthering Heights. Like the asexual, yet erotic, vampire bite, traditional sex has little to do with the inexorable attraction that unites Heathcliff with Catherine and that is close to the underground forces of nature, the tides that drag, currents, magma.

"Where is she? Not there, not in heaven, not dead: where is she? (...) And I pray, I repeat my prayer until my tongue can pronounce it: Catherine Earnshaw, may you never rest as long as I live! You said I killed you ... persecute me, then! I believe that the killed persecute their killers. I know of spirits who have wandered on earth. Stay with me always, take any shape, make me go crazy! Just don't leave me in this abyss where I can't find you! Oh God; it is unspeakable! I can't live without my life! I can't live without my soul!

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