recensioni
Moreno Montanari, "La filosofia come cura"
La filosofia come cura
Di Moreno Montanari
Mursia, 2012
pp. 162
14,00
La nuova collana Tracce Mursia favorisce un approccio discendente alla filosofia, un calarsi della speculazione verso l’individuo, aiutandolo nella sua vita quotidiana. Il saggio di Moreno Montanari, “La filosofia come cura”, è un excursus sul pensiero filosofico, con particolare attenzione per i filosofi di contenuto psicanalitico e per le filosofie orientali, in una sorta di “fusion”, fra Hegel, Nietzsche e le pratiche di meditazione, il tutto integrato in senso olistico. Il testo si situa all’interno dell’odierno orientamento antinegativo, ribaltandolo.
L’immagine che oggi siamo obbligati a dare di noi è quella di persone positive, solari, sane, benestanti e sempre felici. Ogni sofferenza, ogni riflessione sulla morte e sulla malattia, sull’utilità o meno della vita, devono essere occultate, rimosse, bandite, altrimenti si è negativi, si attira il male, si porta male agli altri. Essere infelici non è più in voga, l’uso di antidepressivi è aumentato in modo esponenziale, chiunque provi emozioni difficili da gestire, chiunque abbia subito un lutto, prende una pasticca salvifica, come se piangere un morto non fosse più naturale. E non solo si ricorre ai farmaci per gravi depressioni postraumatiche, ma anche per piccoli disagi, come il non aver voglia di studiare o sentirsi giù di corda durante le festività.
Si hanno tre approcci alla sofferenza: quello medico, che considera il male come prodotto organico e lo cura con i farmaci medicalizzando ogni aspetto della realtà, quello psicosomatico, che lo cura con la psicanalisi, e quello scelto da Moreno, cioè il filosofico.
Sin dai tempi di Eraclito, la filosofia ci esorta a non giudicare, a non sentenziare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che va mantenuto e ciò che va estirpato. Anche il male, come ogni altro elemento, fa parte del tutto, in una visione olistica. La sofferenza non è figlia del peccato né è malattia, ma una risorsa da non trascurare o rimuovere. Moreno Montanari ci spinge a rivalutare il negativo e il dolore come straordinari stimoli al raggiungimento di un sé più autentico. Star male anche psicologicamente, aiuta a rafforzarsi, a reagire, a sopportare, che non vuol dire soffrire inutilmente o idealizzare il dolore.
“L’esperienza della sofferenza, per quanto dolorosa possa essere, reca infatti con sé la possibilità di attivare forze, qualità, riflessioni e sentimenti che diversamente non conosceremmo né attiveremmo mai.” (pag. 30)
Montanari parla di iatrogenesi della malattia. È il medico a stabilire che siamo malati o depressi trasformando problemi esistenziali ed umani in patologie da curare con le medicine, togliendo al paziente la responsabilità della sua vita, rendendolo dipendente da figure esterne.
Il saggio affronta il problema della sofferenza dal punto di vista ermeneutico. La sofferenza crea angoscia, angst, e l’angoscia è la spinta, la chiamata, che permette un’interrogazione sullo stile di vita, volta al raggiungimento di un io più vero. L’autenticità, si badi, non è intrinseca al soggetto o innata, ma un modo di porsi nella realtà e con gli altri, un modo, insomma, di vivere.
“L’autenticità non è solo il frutto della consapevolezza che si guadagna interrogandosi sul proprio modo di essere al mondo, ma anche l’effetto della decisione di appropriarsi delle proprie possibilità d’essere, progettandole a partire dalle nostre peculiarità più proprie, ovvero da ciò che più ci caratterizza.” (pag.26)
Heidegger parla di sé contrapposto al si passivo. Non essere autentici significa adattarci agli obblighi del si passivo, per debolezza e per incapacità di assumerci la responsabilità di ciò che davvero siamo, adagiandoci in un comodo conformismo senza prenderci davvero cura di noi stessi, come la filosofia insegna a fare.
Le filosofie orientali - il buddismo in particolare - costituiscono un grande aiuto in questo processo di presa in carico e cura di noi stessi, se non le si considera come religioni, né come filosofie, ma piuttosto come vere e proprie psicoterapie.
Il buddismo ritiene disagio e dolore come qualcosa da esperire perché è nell’esperienza stessa che sta il mezzo per superarla, in una parola, il viaggio è già la meta e il male va sentito, attraversato, non allontanato.
“Non dovremo considerare i disagi, emotivi e fisici, le preoccupazioni, le paure e le sofferenze di cui faremo esperienza come ostacoli da evitare lungo il sentiero che conduce al superamento della sofferenza perché essi stessi costituiscono invero il sentiero.” (pag 32)
Sulla strada della conoscenza di sé sono controproducenti l’isolamento e l’individualismo. Solo il confronto con l’altro ci rivela a noi stessi e mette in evidenza la reale portata di qualità che ci immaginavamo solo di possedere. Uscire da noi stessi ci fa vedere come gli altri ci vedono e non con quell’identità falsa che ci siamo costruiti, il “falso sé”.
“Il soggetto che si sente esasperatamente manchevole, si dota, ma solo immaginariamente, di qualità che vorrebbe avere perché le riconosce come vincenti. Sotto questa spinta l’individuo può addirittura arrivare a convincersi di possedere realmente quelle qualità che ha solo immaginato. […]Così, allorché ci si trovi a rendere direttamente conto di tali presunte qualità in occasioni pubbliche (durante le interrogazioni a scuola o all’università, in determinate prove al lavoro, nel confronto amoroso ecc) si resta schiacciati dal timore del giudizio degli altri e dalla preoccupazione per la difficoltà e l’importanza, assolutamente spropositata, che la prova assume ai nostri occhi e, terrorizzati dalla paura di non avere affatto quelle qualità che ci s’illudeva di possedere, si rischia di restare bloccati, di desistere dall’affrontare la prova o di cadere nel panico.” (pag. 44)
Oggi si è depressi non più per senso di colpa ma per senso di inadeguatezza. L’uomo naturalmente tende alla completezza ed enfatizza l’importanza di ciò che gli manca rispetto a ciò che ha. Lacan ha addirittura ipotizzato che l’uomo cerchi solo in maniera fittizia di realizzare il proprio desiderio ma in realtà lavori per mantenerlo. È utile un ridimensionamento dei desideri alla luce di quanto effettivamente è alla nostra portata, imparando ad apprezzare ciò che abbiamo già e a convivere con ciò che ci manca. Il vuoto non produrrà più allora horror vacui ma sarà un nulla privato delle sue qualità negative, un nulla positivo, il veicolo per condurci da una realtà soggettiva, pensata e individualistica, alla realtà vera, e a noi stessi nella nostra autenticità.
La meditazione ci viene in soccorso, allenandoci alla sospensione del giudizio, ed è una pratica che va sempre riconquistata con l’allenamento. La respirazione aiuta a rilassarsi e ad agire sui nostri pensieri e le nostre emozioni. Le difficoltà che incontriamo nella meditazione costituiscono esse stesse il sentiero verso la realizzazione.
Il nostro carattere è il nostro destino, sebbene il futuro non dipenda esclusivamente da noi perché alla sua concretizzazione concorrono molte variabili esterne. Cercando di controllare il nostro mondo per renderlo comodo e sicuro, lo restringiamo finendo per vivere un surrogato di vita. L’abitudine non è di per sé dannosa, lo è semmai l’inconsapevolezza che la accompagna. Conoscere le nostre abitudini e ciò che le provoca vuol dire conoscere se stessi.
Conoscere se stessi significa valorizzare i propri talenti senza rincorrere quelli che non ci sono propri. Imparare a decidere è la cosa più difficile e la si ottiene solo con l’abitudine a farlo, smettendo di delegare agli altri la responsabilità del nostro destino. La crisi odierna dei valori e dei riferimenti ci costringe a decidere senza un ordine esterno condiviso e questo ci spaventa, non lo viviamo come libertà ma piuttosto come schiacciante responsabilità. L’uomo nietzschiano è stremato dal suo essere sovrano di se stesso, dalla sua sovramoralità.
Nella vita tutto è possibile ed è facile che le nostre aspettative non si realizzino. Invece di tendere ad un’irraggiungibile perfezione, meglio familiarizzare con l’incertezza, con la possibilità del fallimento, della malattia, della morte. Si è autentici solo se si è consapevoli della nostra indeterminatezza e caducità. Le illusioni aiutano, ma è solo il confronto con la scomoda realtà che ci rende veri. Non si può rimanere fermi a ciò che si è senza cercare di migliorarci ma nemmeno volersi del tutto diversi, pena la depressione, il senso d’insufficienza e d’inidoneità. Noi siamo ciò che crediamo di essere ma anche ciò che non sappiamo di essere, in una continua oscillazione fra io ideale e io reale.
“È nella vita e non nell’ideale che si realizza la nostra identità”. (pag. 74)
Non dobbiamo quindi conformarci a un ideale autoimposto o imposto dall’esterno ma adattarci alla vita che scorre, che ci vuole sempre diversi, che è imprevedibile e che non si lascia controllare da noi.
Anche il passato va rivisto, poiché, se non lo si può cambiare, si può però considerare ciò che è stato in modo diverso, modificando l’influenza degli eventi su di noi, superando i sensi di colpa, comprendendo che noi siamo come siamo proprio grazie a ciò che abbiamo vissuto.
“Siamo l’esito di quanto abbiamo vissuto, siamo ciò che ci è accaduto e il modo in cui lo abbiamo elaborato: il nostro presente comprende tutto il nostro passato e ogni volta che diciamo di sì ad un solo istante della nostra vita la riaffermiamo nella sua interezza.” (pag. 90)
In conclusione al suo saggio, Montanari si sofferma sul suo filosofo preferito, Nietzsche, concentrandosi sul concetto di nichilismo. La nostra è una società in cui Dio è morto, i valori hanno carattere umano e storico e ci siamo accorti che la vita non ha alcun senso. Questo però non deve indurci a una forma di nichilismo passivo, bensì al suo contrario, al nichilismo attivo. La vita non ha senso, è vero, ma non per questo non è bella. La vita ha valore così com’è, solo perché è vita, non ha bisogno di un senso, di un fine, di una trascendenza che la ordini e la muova. Vivere è già il meglio che ci sia, al di là del bene e del male, e senza mettere l’uomo al centro delle cose, bensì in armonia con la biosfera.
Secondo Montanari, l’unica possibilità di dare senso all’esistenza è la comunione con gli altri. Solo se anche gli altri vedono ciò che noi vediamo e odono ciò che noi udiamo, possiamo essere certi dell’esistenza del mondo e di noi stessi.
Tutto ciò che nasce è destinato a morire, spesso senza preavviso. Agli occidentali viene insegnato a negare la morte, a considerarla un tabù impronunciabile. Ma la morte deve essere oggetto di meditazione, poiché solo pensandola, solo mettendoci nei panni di chi sta per morire, si può dare valore alla vita, apprezzarla, non sprecarla, mirando all’ascesi, alla cura di sé, alla liquidazione di ogni alibi per la propria condizione. In questo modo la morte non ci terrorizzerà, non tanto nel suo processo cruento, quanto per lo strazio di una vita che finisce senza essere mai stata vissuta.
“È uno sbaglio lasciar consumare le ore nella speranza di giungere alle mete della vita.” (pag 80)
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CriticaLetteraria: Moreno Montanari, "La filosofia come cura"
La nuova collana "Tracce" di Mursia favorisce un approccio discendente alla filosofia, un calarsi della speculazione verso l'individuo, aiutandolo nella sua vita quotidiana. Il saggio di Moreno ...
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"Tu puoi!" il nuovo libro di Mario Furlan
Di David Di Luca
Il volume è disponibile su Amazon.it
Mario Furlan non ha certamente bisogno di presentazioni. Giornalista con presenza multimediale, organizzatore di attività sociali che si occupano degli ultimi come i City Angels, ma anche formatore e motivatore. Proprio in quest'ultima veste ha scritto questo libro dal titolo Tu puoi!
Come ci si può aspettare da Mario, non è un libro del tipo "è tutto facile, spingi questo bottone'. Al contrario, Furlan mette in queste pagine tutta la propria esperienza, dicendoti: nella vita ci sono delle difficoltà, ma è proprio confrontandosi con queste che si diventa forti e si ottengono risultati e soddisfazioni.
Il risvolto di copertina definisce il libro "un pugno nello stomaco". E a volte proprio di quello c'è bisogno per svegliarsi dal torpore che spesso ci porta a dare la colpa di una situazione agli altri, mentre siamo sempre e comunque noi ad essere responsabili, cioè capaci di rispondere a tutto quello che ci succede.
di Ida Verrei: Integrazione o inclusione?
"Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera"
di Cheikh Tidiane Gaye
Edit. Jaca Book – collana Terra Terra
pp. 121
10,00
Recensione
di Ida Verrei
Scrittore e poeta italo-senegalese, Cheikh Tidiane Gaye ci regala una narrazione che è insieme letteratura e poesia, analisi sociologica e storia, testimonianza del presente e incursione nella memoria. Un libro intenso, colmo di moniti per le coscienze individuali e collettive.
È un romanzo epistolare insolito; una lunga lettera senza risposta all’amico-fratello Silmakha, una sorta di diario, dove si alternano riflessioni profonde e amare, ricordi dolci, storie nella storia. È uno spietato atto di accusa alla civiltà occidentale, e alla città di Milano in particolare:
“I miei primi mesi in Italia sono stati difficili (pag. 18) … Mi sono perso e non mi sono ritrovato…
Ho anche paura di uscire da casa mia e girare in città. Milano, che tanti cantano come una città integrata, è il luogo delle disuguaglianze… (pag.22)
Ma è anche un’ accorata dichiarazione d’amore al paese che lo ospita e che vorrebbe sentire suo, senza però perdere la propria identità:
“quando un cuore batte per una nazione, non può essere che la conferma di una reale integrazione” (pag.
Integrazione, però, non è omologazione, rinuncia alle proprie radici, negazione della propria cultura; integrazione è inclusione, afferma Gaye, è riconoscimento dell’altro, è rispecchiamento nei sentimenti, nelle pulsioni, nei diritti di ciascun essere umano: è empatia.
E attorno a questo tema si dipana una storia di disagi, angosce, rifiuti, offese brucianti, vissute sempre con coraggio e dignità, con l’orgoglio di non aver mai “steso la mano, perché un vero gor (onesto) mangia col sudore della propria fronte”(pag.36); l’orgoglio della sua “pelle nera, il colore dell’ebano, non delle tenebre…” ( pag.82).
Cheikh Tidiane Gaye dai suoi compatrioti è considerato “uno che ce l’ha fatta”; e forse è così: ha un buon impiego in banca, un posto riconosciuto nel mondo letterario italiano. Ma continua a subire molestie razziali per il colore della pelle, non si sente libero, percepisce la diffidenza dell’altro. E non si tratta solo di chiusura mentale di derivazione xenofoba, non è soltanto ignoranza, non-conoscenza. Altre storie diverse eppure simili alla sua, lo dimostrano. E allora ci racconta di Michel, laureato in scienze bancarie, uno dei tanti extracomunitari di seconda generazione, che si considera “un marciapiede inondato dai passanti con rifiuti” (pag.25); o quella dell’anziano Salifu, della Costa D’Avorio, amato e rispettato nella propria comunità, ma diventato dopo vent’anni apolide, perché il suo paese spaccato da una politica scissionista lo rifiuta e il nostro lo respinge; o ancora, quella di Ibraim, il giovane professore che ha abbandonato i propri alunni in patria e ora vende merce su un telo steso sui marciapiedi di Genova, e porta in tasca il dizionario Italiano-Francese, per imparare la lingua di Dante.
“La grandezza di un popolo si misura dal suo modo di trattare gli ospiti.
Nelle nostre tradizioni il bene più prezioso è l’estraneo… Mi diceva mio nonno: all’ospite veniva offerto il latte appena munto della mucca più grassa; la capra era immolata in segno di buon augurio e accoglienza. Prima, all’ospite veniva data una sedia o la stuoia e tutta la famiglia era lieta di avere una nuova persona con sé. Era considerata come la rugiada “ (pag.31)
Cheikh Tidiane Gaye attibuisce un significato sociologico e politico al proprio concetto di integrazione, noi potremmo aggiungere che è riconducibile anche a un concetto teologico di ispirazione pasoliniana: “ Noi possiamo conoscervi solo attraverso Dio perché i nostri occhi sono troppo abituati alla nostra vita e non sanno più riconoscere quella che voi vivete nel deserto e nella selva, ricchi solo di prole. Noi dobbiamo sapervi riconcepire e siete voi a testimoniare Dio ai fedeli inariditi, con la vostra allegrezza, con la vostra pura forza che è fede” (S.Francesco- dal film Uccellacci e Uccellini di P.P.Pasolini)
E a questo si riferisce Gaye quando parla di “inclusione”: si tratta di “riconcepire” la presenza dell’immigrato extracomunitario come fatto organico, parte della nostra vita, un altro sapere, non addomesticato, che ci stimoli a un confronto con culture altre, che possono soltanto accrescere e valorizzare la nostra, perché “ la somiglianza è monotona, la diversità è ricchezza” (pag.33)
Le argomentazioni di Gaye non sono solo cronaca, letteratura, fredda osservazione di eventi, sono vita, legate al filo rosso della storia: “il nostro passato è l’unico in grado di testimoniare il nostro presente e il nostro futuro. (pag.70) E del passato ci parla l’autore, attraverso il racconto di un viaggio nella terra d’origine, richiamato da eventi tristi e luttuosi. Ci racconta incontri, emozioni, ricordi che lo travolgono; ma con onestà ci parla anche di realtà che non sente di condividere: la bigamia, il maschilismo, i rituali esasperati. Per un attimo il suo cuore vacilla, da qualcuno viene anche accusato di essere diventato un vero tubab (uomo bianco), ma un pellegrinaggio all’isola magica di Gorée, lo riconduce alle sue più autentiche radici.
Un tempo l’isola serviva ai colonizzatori in Africa come punto di vendita degli schiavi africani ai mercanti europei in partenza per il nuovo continente americano. Prima di essere venduti, gli schiavi venivano rinchiusi nella Maison des Esclaves; lì, le famiglie venivano divise, gli individui perdevano la propria identità, prigionieri dei negrieri, in attesa di oltrepassare la “porta del non-ritorno”, verso le coste americane, o, se non ritenuti idonei, buttati in un mare invaso dagli squali. Un commercio durato tre secoli; milioni di africani strappati alle loro terre; una storia dimenticata, occultata. Gaye si chiede perché l’Occidente cancelli le proprie colpe, come possa non sentire il peso di crimini contro l’umanità che gridano vendetta al cospetto di Dio:
“Cara Europa, ascolta il battito del mio cuore, leggi nei miei occhi, apri il tuo cuore e abbracciami. Cara Europa, amo i tuoi figli e amerò la tua terra, ma non so come dire al mondo dei danni che hai causato al mondo…(pag.80)
…Insegna ai tuoi figli la storia, la verità …ad accogliere, non a respingere…
Non ti chiederò il risarcimento, ma il rispetto. (83)
Il libro di Cheikh Tidiane Gaye è una denuncia dura, ferocemente lucida, un j’accuse senza appello, che sgomenta e scuote, ma è anche poesia.
Le pagine più belle, struggenti sono quelle che dedica alla propria terra. Lì, il linguaggio si fa lirismo puro. Io non so se l’essere poeta in quel modo sia qualcosa che gli appartiene, proprio in quanto poeta, o se gli venga dal suo sangue africano, dalla sua pelle nera: “Sono nato poeta, ho il verso sulle mie labbra, la rima nelle mie mani, la strofa nei miei occhi…(pag.82), quello che è certo, però, è che emoziona e commuove come il canto antico degli Aedi greci:
“…rivivrò con le mie danze da negro, racconterò le fiabe, le favole indigene e raccoglierò i passi di tuoi valorosi lottatori.
… Prenderò un cavallo tutto bianco e percorrerò da imperatore il mondo e inviterò l’umanità a cantare il tuo illustre nome. Nel braciere d’incenso purificherò non solo i passi dei tuoi degni figli e, all’ombra dei tuoi griot, affileremo le corde delle Kora e percuoteremo i balafon…
…Chiederò a Dante, Hugo, Leopardi e Rousseau, e al resto dei grandi cantori del verbo, di diventare il tuo poeta.” (pag 87)
In chiusura, una tenerissima lettera al figlio mulatto. È un padre che racconta, insegna, ammonisce, indica: “tu, oggi non seguirai il percorso di tuo padre, ma, credimi, sei l’ombelico del mondo, sei il linguaggio della creazione umana. Non pensare troppo alla tua ibridità. Non pensare di non esistere: tu sei la linfa della vita, partorita tra due culture e civiltà. Il mondo appartiene a te.”(pag.120)
È una speranza che, come dice Giuliano Pisapia nella sua bella prefazione, deve tradursi in realtà. È un augurio, al quale mi piace aggiungere il mio:
Che la tua vita nel nostro mondo, che è anche il tuo, sia sempre colma di miele!
Ida Verrei.
Emanuele Marcuccio, "Pensieri minimi e massime"
Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
prefazione di Luciano Domenighini
postfazione di Lorenzo Spurio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Prezzo: 7,60 Euro
Parafrasando Shakespeare (cfr. La Tempesta, atto IV, scena I), siamo fatti della materia di cui sono fatte le stelle: principalmente di atomi di carbonio e di carbonio sono fatti i diamanti. Immensa come le stelle è la vita, preziosa più dei diamanti (aforisma 69)
Non è un saggio né una silloge poetica “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio bensì una raccolta di ottantotto aforismi più una appendice che costituisce parte integrante dell’opera.
L’aforisma 14 è l’enunciazione della poetica di Marcuccio: “Nelle arti, come nella vita, se c’è spontaneità, c’è anche personalità.” L’autore ci appare come un giovane che annota i suoi pensieri, “semplici ma profondi”, come egli stesso tiene a precisare, un giovane d’altri tempi, imbevuto di poesia, da Leopardi, a Pascoli, a Shakespeare, un giovane che si abbevera alla fonte poetica, che ne trae consolazione. Non fa mistero del suo bisogno di recuperare uno sguardo meravigliato sul mondo, il fanciullo pascoliano che è in noi, l’espressione semplice, le parole povere e ripetute ma non prive di valore, la genuinità di baci e abbracci in un rapporto d’amore che è anche dialogo, raccontarsi la vita come dono. È significativa l’insistenza sul concetto di “meraviglia”.
L’autore alterna questa enunciazione istintiva con riflessioni più articolate, più intellettuali, forse estrapolazioni e rielaborazioni di saggi, e addirittura con echi da tragedia greca: “Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa.” (aforisma 42)
Mentre riflette sulla lirica, ha barlumi poetici egli stesso: “L’anima del mondo ha ali ad abbracciare il tutto” (aforisma 32).
Marcuccio conosce la poesia e le sue figure retoriche, il correlativo oggettivo che passa da Eliot a Montale – nell’appendice compie, infatti, un notevole e avvincente excursus attraverso i secoli, da Omero a San Francesco fino a Ungaretti – ma è convinto che alla base di tutto ci sia, sempre e comunque, l’ispirazione, vista come folgorazione irrazionale, o meglio pre-razionale, scorciatoia intuitiva.
L’ispirazione è come la grazia divina, un dono, un capriccio degli dei che investe il poeta, che è solo un recettore, un vaso che attende l’illuminazione, senza la quale c’è solo arido e sterile artificio. Il poeta deve porsi in ascolto, attendere questa voce, questa luce che lo colmerà, che lo trasfigurerà. Solo in seguito potrà rielaborare, limare, ricostruire il materiale grezzo che è, però, già di per sé diamante.
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"Pensieri minimi e massime" di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Patrizia Poli
"Pensieri minimi e massime" di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Patrizia Poli prefazione di Luciano Domenighini PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47 Parafrasando Shakespeare (cfr
Fabio Marcaccini, "Buongiorno anche a te"
Prefazione di Patrizia Poli
Oltre ogni inganno, l'uomo, il poeta Marcaccini, è solo. Solo di fronte alla sua coscienza, solo con la consapevolezza dei propri umanissimi errori e di ciò che non sarà mai piu', solo di fronte al tempo che se ne va. Niente piu' abbellimenti, niente illusioni, bensì parole, pulite e scabre. Egli trova conforto nella natura, madre e non matrigna, intesa come archetipo, elemento primigenio. Il mare sarà quindi il suo mare di Calafuria, ma anche “il mare” di tutti noi, il mare di ogni epoca ed ogni vita. Di fronte all'onda, allo scoglio, alla risacca, come di fronte all'aquila e alla vetta, egli sarà ancora una volta solo col suo dolore, appena mitigato, a tratti, da tenui bagliori di speranza. Come unico riscatto, l'Amore, ormai scevro da connotazioni profane, capace di sublimare la carnalità in un dolcissimo sentimento che unisce e redime, che solleva al di sopra delle brutture del mondo. Insieme all'amore, l'amicizia, sempre desiderata e sempre tradita da coloro in cui si era riposta fiducia. Ultimo ma non certo ultimo, l'affetto paterno, che trasmette il testimone a chi viene dopo di noi, a chi si ama di un amore smisurato ed infinitamente indulgente. La poesia di Marcaccini ci tocca nel profondo, perché sgorga dall'umano bisogno di redenzione e dignità, contro tutto e tutti.
Gianfranco Menghini, "Follie sulla costa"
Follie sulla costa
Gianfranco Menghini
Booksprint edizioni
pag 292
La protagonista di “Follie sulla costa” di Gianfranco Menghini è, appunto, la Costa Azzurra, col suo mare tremulo e luccicante, i suoi bagliori di luce dorata, calda, di vita spumeggiante al sapore di Dom Perignon. Accattivante l’atmosfera del Festival di Cannes. Par di sentire l’odore del salmastro portato dalla brezza, par di calpestare il tappeto rosso in bilico su tacchi vertiginosi. Al centro di uno schema amoroso da commedia degli equivoci e degli intrighi, ci sono Henry e Christine, marito e moglie, attorno ai quali ruota una folla di personaggi, amici e non, accumunati dal desiderio di godersi la vita, soprattutto sessuale, con tutti i mezzi, leciti e illeciti.
Il romanzo denota conoscenza e interesse per i meccanismi di un certo tipo di società benestante ed è utile per capire come funziona una mente maschile. Intrighi e cattiverie da fiction, boccacceschi scambi di coppia si snodano attraverso l’operato di mariti fedifraghi ma un po’ coglioni, di mogli costantemente in fregola e dalla libido così improbabile da non sfigurare in un articolo di Man’s Health, però furbe e quasi innocenti nella loro spudoratezza. Personaggi senza chiaroscuri, tutti, più o meno, deplorevoli e amorali, come in un film di Vanzina. La licenziosità, seppur ironica, ha cadute di stile, i dialoghi sono frutto di ovvie fantasie maschili, il periodare è lungo, non disteso.
Tre romanzi di Margherita Musella
"Ci beviamo un caffé", "Ci vuole poco, anzi niente" e "Non dimenticare di essere felice" sono tre romanzi di Margherita Musella per le dizioni Kimerik.
"Ognuno viene al mondo per accumulare esperienza e imparare ad affrontare i problemi, sconfiggendo la paura.”
Credo che questa sia la filosofia di vita di Margherita Musella.
I suoi tre libri sono un crescendo di situazioni e migliorano anche come stile. Se il primo, “Ci beviamo un caffè”, ha delle incertezze, come se l’autrice si presentasse in punta di piedi e si chiedesse: “Ma, davvero, io posso scrivere?” il secondo denota una presa di coscienza anche personale. Questo è il mio stile, dice Margherita, questa è la mia voce, queste sono le cose che io ho da dire.
Già nel secondo libro lo stile sale di tono. Il terzo, poi, ha un linguaggio pulito e sobrio, che ti fa vivere con semplicità emozioni e situazioni Il personaggio di Carlo, un ragazzino vittima di bullismo, è il più letterario dei suoi. Ed è strano come, proprio un personaggio maschile, per il quale l’autrice sente di non essere portata, sia invece, a detta di tutti, il più riuscito. Nessuno, più di Margherita, sa descrivere la sensazione di precipitare in un gorgo senza uscita, quando, giorno dopo giorno, scendi sempre più, avvolto nelle spire di qualcosa da cui non ti puoi liberare. Fino a toccare il fondo, fino alla disperazione.
Ma disperazione è una parola che Margherita non accetta.
E lì nasce lo scatto, la risalita, la rinascita.
Il pensiero di Margherita è supportato anche da letture e studi. Lei sa che non tutti accettano il suo credo positivo e pieno di speranza, ed è pronta a subirne le conseguenze, il martirio intellettuale e sociale, e ad amare chi la disprezza.
Margherita ha un viso mutevole, che rispecchia il fluire delle sue emozioni, è una persona che è facile ferire ma che sa accettare la sofferenza meglio di chiunque altro.
Paolo Pappatà, "Sconclusioni"
Sconclusioni
Paolo Pappatà
Lulù.com
Lei era così.
Trascorreva, fluiva, scivolava via.
Ma non era acqua, questo no, davvero, da giurarci. Anche se dagli umori spesso limpidi, dalle frasi sgocciolanti voglie e tremori, evaporazioni e condense, dalle risate fluenti come torrenti irruenti e dal corso segnato, dal letto già tracciato.
Ho deciso di leggere Paolo Pappatà quando l’ho sentito dire che a scrivere non si diverte (e nemmeno io) che scrivere è sofferenza e ha paura della pagina bianca (e pure io). Questo è uno che ci capisce, mi sono detta, e, infatti, ci capisce davvero.
“Sconclusioni” è una raccolta di racconti, e sconclusionati sono, appunto, i protagonisti, maschi troppo estenuati per avere ancora dei valori, per ricordare una vita dove, almeno, si soffriva. Persi dietro a donne che non li vogliono, fra un rave party e un concerto, donne “lucide e ciniche” che “sorridono senza sorridere”, donne come la senza nome Jay Blonde, miraggio femminino, sempre sfuggente possibilità d’amore. Velleitari e pigri, anarcoidi ma esclusivamente di maniera, capaci solo di arrotolarsi un’altra canna, perdere un’altra partita di biliardo, bere un’altra Ceres.
Uno stile estremamente studiato, quello di Pappatà, che non lascia proprio nulla al caso e non è mai banale. Fa il verso agli americani, non ultimo Updike, ma solo un po’ e in modo personale. Il suo linguaggio è pieno di rime, di assonanze, di allitterazioni che stonerebbero in chiunque altro ma non in lui. Particolarissimo il punto, a finire frasi che non finiscono in un mondo in cui, invece, tutto finisce.
Almeno nel suo caso non è vero che “non c’è un briciolo di poesia, nemmeno un po’ di prosa.”
Ci sono entrambe, eccome.
Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, "Telefonate anonime"
di Patrizia Poli e Ida Verrei
Un’opera narrativa a quattro mani, “Telefonate anonime” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, frutto della singolare collaborazione fra un’autrice esperta e più matura e un giovane scrittore. Insolito sodalizio, che dà vita ad un breve romanzo dal sapore minimalista, dove freschezza ed ingenuità narrative si mescolano ad una sapiente strategia descrittiva, che riesce, attraverso il racconto di una normale quotidianità, ad imbrigliare l’attenzione del lettore.
Il testo parte come romanzo giallo-rosa ma elude entrambe le premesse evolvendo in una storia di agnizioni, di parentele riscoperte, di eredità. È soprattutto sviluppo e presa di coscienza di una giovane personalità femminile, un po’ timorosa all’inizio, ma più strutturata nel finale. Giada è una giornalista della moda, non donna in carriera, soltanto una ragazza che vive senza particolari ambizioni la propria routine lavorativa e sceglie solitudine e autonomia in un piccolo centro Toscano. Ma quando il caso la conduce ad intraprendere una nuova, breve esperienza nella Capitale, accoglie con entusiasmo l’occasione che le viene offerta, certa di ricavarne un arricchimento professionale e personale. Conosce e sfiora un mondo che l’affascina e la intimidisce nello stesso tempo, ma ne scopre ben presto falsità ed ipocrisia. Tuttavia non sarà questo a sconvolgerle la vita, quanto un inaspettato evento che viene dal passato e che la costringerà a interrompere la sua avventura romana.
La storia si snoda attraverso momenti dall’apparenza insignificanti, circostanze ed episodi che vengono descritti minuziosamente, quasi avessero valore simbolico proprio di quella normalità che appartiene al quotidiano di una persona qualunque: il caffè preso in un bar con un’amica, una brioche che si sbriciola, un uomo sudaticcio che sfoglia un giornale, un abito macchiato d’inchiostro. Certe rappresentazioni scrupolose dell’arredamento diventano quasi sostituto di emozioni.
La notizia di un delitto arriverà a colorare di giallo la narrazione. Ma anche questo rientrerà presto in quell’ordine di eventi in cui ci si imbatte ogni giorno.
“Le telefonate anonime”, alle quali si accenna nell’incipit, restano per tutto il corso della narrazione un accadimento ignoto e inesplorato; soltanto nel finale troveranno la loro collocazione e condurranno al recupero di emozioni e sentimenti, prima sconosciuti o rifiutati.
Lo stile è necessariamente standard, si sente lo stacco fra una mano maschile e una femminile ma questo arricchisce di spunti la narrazione.
Vincenzo Calò, "C'è da giurare che siamo veri"
Iniziamo col dire cosa non è presente in questa silloge di sedici poesie, o meglio poemetti filosofico-ermetico-esistenziali, con cappelletto prosaico introduttivo.
Di sicuro non c’è la natura, non ci sono il mare e le montagne, non ci sono l’infinito e il vago leopardiano, non c’è il particolare pascoliano. Non ci sono nemmeno “i cocci aguzzi di bottiglia” o “il meriggiare pallido e assorto”, anche se l’evoluzione ermetica è ovvia. Qui c’è semmai un giovane che si atteggia a poeta maledetto e si diverte a giocare col lettore. Lo immaginiamo chiuso una stanza, con gli occhi pesti, perso davanti al monitor del pc. Al massimo “girovaga per casa” e “ciabatta un po’ in giro”. Ci schiude uno spiraglio da cui s’intravede il microcosmo d’un io poetico inflazionato perché pieno di dubbi, di senso d’inferiorità e inadeguatezza, concentrato su se stesso nei gesti di una quotidianità spiazzante. Siamo veri in queste condizioni, si chiede, sono vere le relazioni che restano virtuali, che non maturano mai, è vera la vita di un ragazzo che si vota “all’astinenza sessuale”?
Vincenzo Calò fa riferimento a un vissuto simulato, catodico, che si esplicita in social network, in reality show, in una fredda modernità di telefoni, schermi, fiction e connessioni internet, quasi a sostituzione dei sentimenti e della gestualità. Ma sotto, o meglio dentro, a questo universo sigillato, c’è spazio per tutto ciò che da sempre ha accompagnato i sogni della gioventù, in primis l’amore, appena intravisto nella sineddoche di uno smalto per unghie che è insieme vanità, vuoto, velinismo ma anche forma, donna, femminino, e che da solo non basta, tuttavia, a colmare la solitudine, le fobie.
“Nasciamo per donarci al di fuori, per calcolare una vergogna”, “Dalla paura di misurarsi” (pag 24)
Attraverso tutto l’elucubrare di Calò è presente una ricerca di Anima, di Essenziale, di fuga dalla freddezza. Perché esistere, “essere veri” è “afferrare la vita con labbra sincere”.
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