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recensioni

Tiziana Silvestrin, "Le righe nere della vendetta"

31 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Tiziana Silvestrin, "Le righe nere della vendetta"

Le righe nere della vendetta

di Tiziana Silvestrin

Scrittura & Scritture

Pag 295

14,50

Ritorna Biagio dell’Orso, già protagonista de “I leoni d’Europa”, intraprendente capitano di giustizia dal piglio moderno, in un giallo storico ambientato nel cinquecento fra Mantova, Venezia e Milano. Biagio deve investigare sulla morte del prefetto delle fabbriche Oreste Vannocci, ucciso da una camicia avvelenata nella sua casa. Indagando sull’omicidio, e cercando contemporaneamente di salvare la giovane Lucilla, esperta di erbe e medicamenti, dalle grinfie del crudele e lussurioso Inquisitore Giulio Doffi, Biagio, per il quale

“prudenza era parola che non amava molto, il suo significato gli sembrava troppo simile a quello di vigliaccheria”

sarà costretto a scavare nel passato del famoso architetto Giulio Romano, allievo di Raffaello Sanzio, attivo alla corte dei Gonzaga circa sessanta anni prima, e autore di numerose ed imponenti opere, come il celebre palazzo Te. La vicenda, quindi, si snoda in due blocchi distinti e paralleli, fra il 1524 e il 1585, con indizi che collegano gli avvenimenti, per poi accumularsi, sovrapporsi e confluire nel finale a sorpresa.

Il romanzo ha tutte le caratteristiche del giallo storico e non disattende le aspettative

degli amanti del genere, mescolando personaggi di fantasia con altri realmente vissuti, della portata, solo per fare qualche esempio, di Baldassarre Castiglione, Isabella d’Este, Federico Gonzaga, etc.

Se la parte avvincente è quella strettamente poliziesca - che possiede, tuttavia, un tono forse un po’ troppo disinvolto e moderno - l’atmosfera più riuscita è fornita dalla ricostruzione storica e d’ambiente, accurata e didascalica, frutto di minuziose ricerche e sedute in archivio dell’autrice.

Oltre Biagio dell’Orso, Lucilla, il cupo Giulio Doffi - topos dell’inquisitore ammaliato dalla presunta strega cui dà la caccia – oltre il boia Pedron, i tenebrosi domenicani, Omero, custode della lugubre chiesa frequentata da lebbrosi, o il medico all’avanguardia Samuele, oltre questa folla di personaggi pittoreschi e stereotipati, protagonista assoluta è la Mantova rinascimentale - più ancora di Venezia o della Firenze medicea - con le botteghe degli artisti, le opere del Mantegna, i lazzaretti, il tribunale dell’Inquisizione, i conventi, le farmacie degli speziali, le taverne, le “stufe” dove si andava per sudare.

L’arte fa da filo conduttore a tutta la storia, in una profusione di architetture, scorci, vedute, dipinti, in una galleria museale che ci accompagna pagina dopo pagina. È come se i personaggi storici balzassero fuori dai ritratti, animandosi all’improvviso, per raccontarci le loro avventure dal vivo, con i tratti fisici in evidenza e i costumi d’epoca indosso.

Le scene hanno un buon impatto visivo, sono ben disegnate, narrative e, ovviamente, pittoriche. Lo stile è lineare, una lingua al grado zero della comunicazione, senza connotazioni particolari o poetiche, ma funzionale, aderente alla sostanza e con poche sbavature.

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Ida Verrei - La drammaturgia dell'assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

30 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei - La drammaturgia dell'assurdo: una proposta teatrale che oltrepassa i confini del reale

Mister Yod non può morire

Maria Antonietta Pinna

Edizioni La Carmelina

pp.83

10,00

Recensione

di Ida verrei

“Mister Yod non può morire” di M. A. Pinna è una proposta teatrale che coniuga elementi realistici con quelli simbolici e surrealisti.

Nella nota introduttiva l’autrice stessa fornisce una prima chiave di lettura del suo dramma e ne sottolinea il significato allegorico: è un Dio creato dall’irrazionalità dell’uomo che, nella perdita della concezione del tempo e dello spazio, non riuscendo più a reggere il peso della propria identità, diviene “altro” e cerca nella morte la risoluzione della sua crisi esistenziale, “per poi scoprire di voler vivere ancora”. (pag.11 nota dell’autore)

Yod, il cui nome è la prima delle quattro lettere che in alfabeto ebraico compongono il nome di Dio, oscilla tra due nature: quella divina e quella umana; sembra non trovare una propria collocazione; tenta di proiettarsi nelle realtà che incontra, ma trova solo cliché e luoghi comuni, il vuoto. Tutto il suo percorso mostra una dualità inscindibile di ripulsa e amore verso la vita: è un dialogo interno di due parti scisse, il divino e l’umano, l’oggetto buono e quello cattivo, in un’angoscia derivante dalle pulsioni di vita e di morte.

La rappresentazione si dispone su tre piani temporali: un tempo lontano, in cui si smarrisce la ricerca di memorie; un presente incomprensibile; un futuro illusorio.

È un tempo ciclico nel quale niente si risolve e tutto ricomincia.

L’azione del primo atto si svolge in un luogo privo di definizione: cinque sedie vuote, cinque personaggi. In questo spazio scenico, carico di valenze simboliche, dove si condensa la mancanza di comunicazione, si muove Yod, tra maschere pirandelliane, che incarnano i membri di una stessa famiglia, estranei tra loro, isolati, indifferenti, incapaci di riconoscersi. Lo scambio verbale sottolinea un distacco disincantato, l’inconoscibilità, la fuga nell’irrazionale:

“Ma tu chi sei?”

“non lo so e tu? (pag.20)

“io cosa?”

“tu sai chi è quell’uomo?”

“a occhio e croce direi che è mio marito” (pag.21)

I dialoghi sono basati sui suoni e sul ritmo di frasi brevi che frantumano la percezione del reale. L’autrice usa luoghi comuni quotidiani;

“Davvero? Non ci si crede. Certe volte, i casi della vita…”

“Chi l’avrebbe mai detto?”

“Ma guarda che combinazione!” (pag.16)

battute brevi, frammentarie, con proposizioni indipendenti, per lo più interrogative; una comunicazione che sembra derivare dalla difficoltà dei personaggi di agganciarsi a una logica convenzionale; parole reiterate, slegate, che assumono la forma dell’enumerazione con effetti sonori:

“Inamovibile, incrollabile, imprescindibile,

innominabile, immangiabile,ineliminabile...

e sentite questa: inesautorabile!”

“Inesautorabile? Questa non vale perché non esiste!

“Se l’ho detta vuol dire che esiste!” (pp.34-35)

In questo groviglio di non-senso, Yod, cerca la soluzione del suo problema. Il suo ruolo, però, appare all’inizio sfocato, abbozzato, più spettatore che attore. Ma è proprio attraverso la demenzialità dei dialoghi, l’incoerenza delle parole, che si giunge ad individuare il protagonista-soggetto dell’opera.

Yod urla la sua ribellione, la sua richiesta di aiuto, ma si scontra con l’indifferenza, l’egoismo di parenti stretti , che fanno male come scarpe:

“Mister Yod non può morire, lo sappiamo tutti”

“Ma io devo morire!”

“Non puoi”.(pag.33)

Non gli resta che cercare altrove.

Si rifugia nell’antro di Paracelso, medico alchimista che funge da contrappunto ironico alla voce di Yod; è proiezione del “magico”, colui che, alla ricerca degli elementi basilari della vita, tenta di “separare il vero dal falso… Spirito e materia”.(pag.47)

Qui (secondo atto), cambia completamente la scenografia: una tenda sullo sfondo, colma di simboli: quelli cinesi, YANG e YIN, emblemi degli opposti, della dualità presente nel cosmo; i quattro elementi della vita (fuoco, acqua, aria, terra); simboli alchemici ed egizi; e l’Ouroborus, il serpente che si morde la coda, simbolo dell’eterno ritorno, della natura ciclica delle cose. Yod spera finalmente di uscire dalla noia universale e perenne dell’immutabilità: “L’inizio coincide con la fine che è un principio che è una fine che è un principio che è la fine… Separare l’inizio dalla fine, questo è l’arcano!”(pag.49)

“Ma lo scienziato-mago-stregone compie una ricerca inversa a quella di Yod: cerca la formula dell’immortalità, che tenta di strappare dal corpo stesso del Dio. La scienza, quindi, è inadeguata alla comprensione delle oscure profondità dell’animo, a risolvere problemi esistenziali e pulsioni dell’inconscio.

Ancora una volta Yod, deluso, sparisce.

In una fusione perfetta tra comico e farsesco, avviene l’incontro con don Abbondio (terzo atto), rappresentante della Fede, ma eroe della paura, esponente di quel clero che appare più interessato ai beni materiali che ai problemi dell’anima. Yod spera in un consiglio dell’uomo di Chiesa, vuole “uscire dall’eterno ciclo della vita” (pag.61) ma i due viaggiano su piani diversi: “Io scanso tutti i contrasti e cedo a quelli che non posso scansare”(pag.62), dice il religioso, e si aggrappa alle regole: “ La legge è legge… Avanti, un uomo qualunque lo capirebbe”(pag.67). E l’Uomo qualunque, non più sinonimo di una negatività indeterminata, ma quasi alter ego di Yod stesso, evocato dall’urlo di don Abbondio, fa la sua comparsa. Socraticamente, con domande incalzanti, attraverso associazioni e quesiti continui, scava nell’io segreto dell’uomo-dio.

In un tragico assurdo, immerso nel flusso dei ricordi, Yod è costretto a naufragare nel passato; si tuffa nel ventre caldo e scuro della balena, che allude a simboli prenatali e ad antiche leggende Inuit.

Qui inizia la parte più visionaria del dramma, il suo autentico significato allegorico: alla ricerca delle proprie origini, il Dio creato dalle pulsioni inconsce dell’uomo, intraprende un viaggio a ritroso. E si perde, non riesce a ritrovarsi in ciò che gli appare, nelle colpe, nel male perenne che l’uomo infligge all’uomo. L’orrore lo travolge; scivola in una dissoluzione che rende incerto il confine tra vita e morte.

Ed allora, in un delirio finale, emerge il disperato bisogno di sopravvivere: perire per ritornare sempre identico a se stesso non ha senso. Vivere, per ritrovare l’illusione di un mutamento che sia catarsi, liberazione dalla condanna dell’Ouroburos, il serpente che si morde la coda.

Maria Antonietta Pinna costruisce un testo teatrale sperimentale; sente il fascino delle Avanguardie simboliste, nei contenuti e nello stile. Ma, con felice intuizione creativa, trova una propria originalità. Rielabora in modo personalissimo tematiche e linguaggi, riuscendo a darci testimonianza di un autentico talento.

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Noemàtia (piccoli pensieri)

29 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Noemàtia Adriana Pedicini Lineeinfinite edizioni. Recensione della Professoressa Adele Costanzo Noemátia, ovvero Piccoli pensieri, s’intitola la raccolta attraverso la quale la poetessa e scrittrice Adriana Pedicini ci racconta il suo percorso umano ed artistico. Si tratta di un libro che comprende liriche scritte nell’arco di circa trent’anni le quali costituiscono, pertanto, testimonianze di momenti diversi dell’esistenza, eppure talmente legate tra loro da rendere il discorso poetico fortemente coerente ed unitario. Ciò che dà unità alla raccolta non è tanto la soggettività, la persistenza dell’io lirico che si declina nelle comuni esperienze di vita (la gioia, il dolore, l’amore, la perdita, i luoghi e i tempi costituiscono, naturalmente, il materiale anche di questo libro di versi), quanto la domanda di senso, il bisogno di radicare l’esistenza, il qui ed ora, su di un terreno che lo trascenda e lo giustifichi. Ecco quindi il titolo, Noemátia, che chiama in causa la riflessione, la speculazione nel senso etimologico e filosofico del termine. Attraverso il linguaggio poetico, infatti, l’oggetto, vale a dire l’esperienza, si sdoppia, prende in qualche modo le distanze da sé e si universalizza, come in questi versi che evocano una incarnazione quasi platonica dell’idea stessa dell’amore materno: La madre che amavo/ non è finita per sempre/ se in altra io scorgo/ uguale tremito nel volto/ all’eco della gioia/ o del dolore. O, ancora: Ho guardato nei vostri occhi figli/ho visto in trasparenza/profili evanescenti/di volti già noti/sorrisi irradiati/di mistica luce/un coro/di candide mani/intrecciarsi in un’unica danza e tutto ampliarsi in concentriche onde, versi che auspicano una sopravvivenza che sembra andare ben oltre la dimensione familiare o genetica. Tuttavia c’è da dire che l’operazione, messa in atto dall’Autrice, di collegare l’esperienza concreta ad un piano altro, metafisico, presenta un carattere di assoluta reciprocità, poiché se il vissuto viene redento dalla fragilità e dalla caducità attraverso il richiamo ad una diversa dimensione, quest’ultima trova una sua concretezza proprio nell’unicità ed irripetibilità in cui si incarna: Non è somma di assiomi/la Vita,/bensì Teofania. La poesia di Adriana Pedicini è pertanto una poesia tutt’altro che astratta ( non a caso il libro si avvale dei bei disegni della pittrice Anna Perrone, i quali interpretano e danno concretezza visiva alle parole) anche se non imprigionata nella asfittica dimensione lirica ed autobiografica. Una poesia in cui il tempo, grande interlocutore, si propone come memoria collettiva di una generazione e di un ambiente culturale rappresentati con estrema pregnanza: Labbra spaccate/ maciullano di pane/grossi pezzi conditi/con l’ansia del domani , e ancora: Brulicano nella sera di festa/ciottoli levigati dalla vita /i semplici delle sagre/lungo i sentieri/delle luminarie. Un tempo/spazio, dunque, non contenitore astratto ma territorio sostanziato da una dimensione sociale, dall’alternarsi ciclico delle stagioni (a cui, detto per inciso, è dedicato il pirotecnico finale di brevissimi componimenti) e dal declinarsi lineare e transeunte della vita. A proposito di quest’ultimo elemento, emergono in modo assai singolare le due principali componenti della formazione culturale dell’Autrice, quella classica e quella cristiana, che una matura saggezza armonizza in una visone della vita serena ed antidogmatica. La malinconica percezione pagana, e moderna, del “tempus fugit” (L’ora scorre fugace/mentre sul ciglio della pena andiamo meditando il rimedio) trova infatti ascolto ed accoglienza all’interno della raccolta, mentre la fede si presenta con i caratteri modesti e tenaci della pascaliana scommessa. Un libro per pensare, dunque, ma anche per emozionarsi, perché i pensieri che l’Autrice ci propone sono, lei ci dice, “piccoli”: non perché banali o scontati, ma in quanto legati alla concretezza, semplicità e preziosità degli affetti e della vita.
Noemàtia (piccoli pensieri)
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Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"

29 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Un, due, tre, stella!"

Una grande capacità narrativa. Si vedono gli arredi, si sentono gli odori, i sapori, i rumori. Bella la premonizione che c'è in ogni personaggio, già tutto il destino in nuce, fin dal primo apparire sulla scena. Descritto benissimo l'animo infantile, con uno stile che ricorda Niccolò Ammanniti: la repulsione per gli adulti, la lacerazione di Annarella fra i diversi affetti che, ella non capisce perché, non possono convivere. Sopra ogni altro sentimento, l'odio per Wanda, la matrigna che avvelenerà tutta la sua vita, fino all'ultimo gesto di strappare l'album di famiglia, togliendole persino la pace dei ricordi. Malcelato il disprezzo per il padre, vile, succube e sottilmente crudele. Un linguaggio asciutto, ma poetico, pulito, pregnante, "concluso". Uno stile semplice ma attentissimo, ogni parola ricca di peso e valore, non una virgola fuori posto o di troppo.

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Fiori ciechi, la verità dell'assurdo di Mario Lozzi

28 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Antonietta Pinna Con tag #recensioni

di Mario Lozzi

E se la natura ad un certo punto dell’evoluzione avesse scambiato gli uomini con i garofani? E se i garofani poi si comportassero come gli umani?

È una vicenda probabile o un tentativo di spettacolo, quello che propone Maria Antonietta Pinna?

Mentre ci si immerge nella lettura non si riesce più a comprendere quali siano i limiti del surreale. La vicenda ti prende la mente e la conduce a sprofondare nell’assurdo più geniale: tra guerre di fiori, sdoppiamenti di personalità, ricerca di scansione mentale, addirittura dentro il proprio cervello. E leggendo, leggendo si passa ad abitare funghi,come se fosse la cosa più normale nell’anormale più abituale. Descritto così:

«Biancheggiare d’enormi funghi prataioli. Sui gambi altissimi si disegnano porte di legno intarsiate. Le Lamelle giallastre sotto i cappelli lucidi sono agitate dal vento. Emettono leggeri suoni musicali. Un fumo grigiastro sale al cielo dai comignoli di Flink, il più povero, eterogeneo, tipico e popoloso quartiere di Florandia».

Ecco! Sono funghi e sono case. Hanno la tenerezza delle lamelle e la solidità della costruzione. Emettono fumo come risultato della realtà prodotta da un fuoco interno, ma esprimono anche musica, impregnando la loro essenza d’una magia che si può trovare soltanto nelle favole. Il quartiere assume la caratteristica d’una favela brasiliana o d’una fetta di città della cultura europea; non è strano poiché in questo libro tutto è possibile. Perfino parlare con la propria ombra e penetrare nelle strutture fisiche della mente per ritrovarvi quelle spirituali.

Il gioco delle immersioni successive in se stesso, che il personaggio principale compone con la sua ombra-guida, spesso raggiunge il parossismo. Basta leggere il brano seguente: «…. E dove ci troviamo adesso?».

«Volevo appunto chiedertelo».

«Secondo te?».

«Ma che ne so!».

«Prendi, così capisci».

«Cos’è?».

«Un bicchiere d’acqua».

«Che ci devo fare?».

«Vedi tu, per il bagno credo sia poca, è fredda quindi la pasta non ce la puoi cuocere».

«La devo bere?».

«Esatto».

«Fatto. Era buona».

«Uno, due, tre … rieccola!».

«Piove! Che succede?».

«Niente è l’acqua che hai bevuto».

«Come sarebbe?».

«Sarebbe che l’hai bevuta e ci è ricascata in testa, dal momento che siamo nel tuo esofago».

È l’incredibile, costruito forse su un’allucinazione. Probabilmente però è l’espressione metaplastica dell’ironia, l’eironeia dei greci spartani, espressa per nascondere la terribile forza guerriera che li animava.

Ed è proprio in questa forma che fermenta e poi prorompe la vera personalità della scrittrice. Tutto il racconto infatti è animato da situazioni ironiche, immerse nell’inverosimile come sottolineatura. Tanto assurde poi non sono, dal momento che tendono ad illuminare, sullo sfondo delle situazioni di Florandia, comportamenti umani che, nei risultati, non si differenziano troppo da quelle che sono le conseguenze pratiche di tutta l’umanità, cosiddetta “reale”.

Nel libro balenano decisioni sociali ed anche personali che provocano infinite conseguenze di sofferenze e di male, come nella nostra società. La ricerca affannosa del personaggio principale, fatta anche attraverso i meandri della sua scatola cranica, non è altro che l’espressione della guerra che Maria Antonietta si propone di fare alle ipocrisie sociali, velate dietro apparenti astrusità. Come i suoi garofani di Florandia, si nascondono al di là delle situazioni paradossali.

L’autrice del libro è senz’altro una combattente che esprime la fiamma etica che l’anima in maniera talmente raffinata che non è facile riuscire a comprendere. Ed è questa la sua vera sfida verso il mondo della letteratura, prima, e verso il complesso degli uomini più o meno viventi, poi.

Poiché gli uomini: «Non sanno che la terra genera mostri. Sperano con la morte di curare la vita. Con la guerra credono di telefonare alla pace». E, nell’epilogo del primo racconto, la “cerimonia” dell’impiccagione di Tuc, garofano nero, ricorda tanto un’altra esecuzione recente dove un altro “garofano nero” è stato impiccato in una “lugubre danza” prodotta non per un’ affermazione di liberta e di civiltà, ma soltanto per inconfessati interessi economici.

Florandia termina con una visione che però è anche un’invocazione e un augurio, forse disperato, del trionfo dell’idea. Anzi dell’IDEA, quella che potrebbe far apparire al mucchio dei esseri pensanti la vera realtà della vita. In fondo, nella sua etimologia antica, la parola idea fu coniata proprio per comprendere due cose: l’apparenza e la manifestazione. Su questi due significati si dipana tutta la struttura di Florandia condita d’incredibile, di magie fatte da una vecchia fattucchiera, spolverate con guerre e con antiche minestre, abbagliante di visioni senza tempo né luogo, legate da una corda surreale eppure tanto viva.

Il secondo racconto è anch’esso una spietata rappresentazione di ciò che l’egoismo umano può produrre, magari associandosi alla ricerca scientifica, per difendere le proprie angosce di sicurezza, ma senza rendersi conto di sperimentare le tappe verso la propria fine.

Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.
Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.

Fiori ciechi, Maria Antonietta Pinna, Annulli Editori, 2012 isbn: 9788895187358, in copertina Francesco Montagnoli "Fiori ciechi", acrilico 2012.

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Mario Arturo Iannaccone, "Maria Maddalena e la dea dell'ombra"

28 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Mario Arturo Iannaccone, "Maria Maddalena e la dea dell'ombra"

Maria Maddalena e la dea dell’ombra

di Mario Arturo Iannaccone

Sugarco edizioni, 2006

Pp. 247

18,80

“Maria Maddalena e la dea dell’ombra” di M. A. Iannaccone è una fonte di conoscenza imperdibile per tutti coloro che si avvicinano, da credenti oppure da detrattori, alla nuova spiritualità della dea, post New Age. Uno studio approfondito, che non tralascia niente, capace di trovare ed evidenziare collegamenti inaspettati (tuttavia innegabili) attraverso duecento anni di cultura occidentale, ma non solo. Iannaccone esamina l’antropologia, la mitologia, tramite lo studio delle arti figurative, della filosofia, della musica e della letteratura.

Peccato che il testo sia viziato dall’ideologia e da un antifemminismo che rasenta la misoginia. L’autore piega i suoi studi alla dimostrazione della sua tesi, volta a salvaguardare i dogmi del cristianesimo ortodosso e del cattolicesimo. Egli afferma che la Maria Maddalena nuova, come la si intende oggi, cioè la depositaria di verità segrete, la confidente particolare di Gesù, la sua sposa, la Sophia della sigizia gnostica, la madre della discendenza davidica, la capostipite del Sangreal, la leader sconfessata e celata della Chiesa originaria, scelta al posto di Pietro, la Maddalena di Rennes-le-Château e dell’eresia catara, è frutto di un travisamento volontario, della costruzione di un falso mito, di uno stravolgimento che parte da lontano, dal matriarcato di Bachofen per giungere fino a Dan Brown.

Per avvalorare la sua tesi - che il lettore può accettare o rifiutare - egli compie un excursus comunque interessantissimo attraverso la cultura degli ultimi due secoli, chiamando in causa e mettendo in relazione fra loro i culti matriarcali o pseudo tali della preistoria, Goethe e il suo “ewig weibliche”, gli archetipi junghiani, Wagner, Nietzsche, l’ordine della Golden Dawn, il monomito di Joseph Campbell, i preraffaelliti, fino alla scoperta dei rotoli del mar Morto, di Qumran e Nag Hammadi, e dell’importanza attribuita ai Vangeli apocrifi a scapito dei canonici. Esamina caso per caso, con estrema attenzione e cognizione di causa, indagando tutte le personalità che hanno contribuito a trasformare la figura tradizionale della cortigiana redenta e sottomessa, della testimone di Resurrezione, in ierodula, sacerdotessa della triplice dea, responsabile delle prime comunità cristiane.

Iannaccone sostiene che, nonostante le apparenze, nonostante certi ritrovamenti e certi siti, nonostante le statuine di argilla dal ventre prominente, non è mai davvero esistita una religione della dea - matriarcale e pacifica, distrutta dagli invasori indoeuropei e soppiantata da credenze patriarcali - ma tutto nasce da una invenzione femminista, attraverso la quale poi si sono sviluppate le odierne conventicole della Wicca e della stregoneria moderna, capaci di mescolare, in un unico “calderone”, i misticismi più disparati, dal semplice amore per la natura e le erbe, a reminiscenze egizie e celtiche, alle rune, ai tarocchi, alla cabala, fino all’inflazionata e stucchevole teoria dell’energia e delle vibrazioni, in un melting pot che accoglie tutto e il contrario di tutto.

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Mark Haddon, "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte"

27 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

di Mark Haddon

Edizione originale Einaudi, 2003

pp 247

16,00

Edizione di riferimento Gruppo editoriale l’Espresso, 2010

“Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte” di Mark Haddon è una di quelle narrazioni che risucchiano, che tengono incollato al libro sia il lettore incallito sia quello occasionale, in barba a chi arriccia il labbro e alza il sopracciglio di fronte ad un romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Quello che cattura e colpisce allo stomaco è il punto di vista. A raccontare la storia è Christopher, ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo savant. Christopher ha l’intelligenza di un computer, sa fare a mente calcoli complicatissimi ma è del tutto impreparato, ingenuo e indifeso, di fronte alla vita. Con questi suoi pochi mezzi, intelletto sviluppatissimo ed emotività fragilissima, dovrà risolvere un giallo, l’incomprensibile uccisione di Wellington, il cane della vicina. Si tufferà nell’investigazione con lo stesso spirito razionale e analitico del suo amato Sherlock Holmes ma l’indagine prenderà una piega imprevista, lo costringerà a scavare anche nella propria vita, nei rapporti fra suo padre e sua madre, a venire a patti con l’assenza della figura materna, ad affrontare rischi e a discendere negli inferi metropolitani per poi risalire alla luce delle stelle.

“E quando l’universo avrà terminato di esplodere, tutte le stelle rallenteranno la loro corsa, alla fine si fermeranno e cominceranno di nuovo a cadere verso il centro dell’universo, come fa una palla gettata in aria. E allora non ci sarà più niente a impedirci di vedere tutte le stelle del mondo perché si avvicineranno, sempre più velocemente, e noi capiremo che il mondo presto sparirà, perché quando guarderemo il cielo di notte non ci sarà più il buio ma soltanto lo splendore di luce di milioni e milioni di stelle, tutte stelle cadenti.” (pag. 23)

Ciò che afferra e cattura non è, ripetiamo, la storia in sé, bensì la personalità affascinante e straordinaria di Christopher. Un Asperger è una monade senza finestre, chiuso in un mondo ego centrato, in un cerchio di cui è prigioniero e nel quale non fa entrare nessuno, tenendo a distanza ogni altra creatura umana. Si sente superiore a tutti, non riesce nemmeno a concepire che anche gli altri abbiano una “mente pensante”. Christopher sta solo sul cuore della terra, come direbbe Quasimodo, non ama la confusione, detesta essere toccato, dice sempre la verità, prende tutto alla lettera, nota ogni particolare al punto che la sua mente, sovraccarica di stimoli e dati da analizzare, va in tilt ed egli soffre travolto dall’ansia, dalla paura, da una solitudine cosmica.

“Avrei voluto dormire così da non dover essere obbligato a pensare, perché l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era tutto quel dolore che provavo perché non c’era spazio per nient’altro dentro la mia testa, ma non potevo andare a letto e non potevo far altro che rimanere seduto dov’ero e non c’era nient’altro da fare se non aspettare e continuare a soffrire.” (pag.204)

Haddon usa un linguaggio mimetico del modo di pensare e di esprimersi del protagonista, un linguaggio artificiosamente semplice e ingenuo che strizza l’occhio al lettore e sconfina nella poesia.

“Mia madre però fu cremata. Questo vuol dire che è stata messa in una bara e bruciata e polverizzata per poi trasformarsi in cenere e fumo. Non so cosa capiti alla cenere e non potei fare domande al cimitero perché non andai al funerale. Però so che il fumo esce dal camino e si disperde nell’aria e allora qualche volta guardo il cielo e penso che ci siano delle molecole di mia madre lassù, o nelle nuvole sopra l’Africa o l’Antartico, oppure che scendano sotto forma di pioggia nelle foreste pluviali del Brasile, o si trasformino in neve da qualche parte, nel mondo.” (pag.53)

Mark Haddon's The Curious Incident of the Dog in the Night-Time is one of those unputdownble narratives that keep both the inveterate and the occasional reader glued to the book, in spite of those who curl their lips and raise their eyebrows in front of a novel which is read all in one breath. What catches and affects the stomach is the point of view. The story is told by Christopher, a boy suffering from Asperger's syndrome, a form of savant autism. Christopher has the intelligence of a computer, he can do very complicated calculations in his mind but he is completely unprepared, naive and defenseless, in front of life. With his few means, highly developed intellect and extremely fragile emotion, he will have to solve a mystery, the incomprehensible killing of Wellington, the neighbour's dog. He will dive into the investigation with the same rational and analytical spirit of his beloved Sherlock Holmes, but the investigation will take an unexpected turn, will force him to dig even in his own life, in the relations between his father and his mother, to come to terms with the absence of the maternal figure, to face risks and descend into the metropolitan underworld and then go back to the light of the stars.

 

"And when the universe has finished exploding, all the stars will slow down their run, eventually they will stop and start falling again towards the center of the universe, like a ball thrown into the air does. And then there will be nothing to stop us from seeing all the stars of the world because they will come closer, faster and faster, and we will understand that the world will soon disappear, because when we look at the sky at night there will be no darkness but only splendour of light of millions and millions of stars, all shooting stars. "

 

What enthrals us is not not, we repeat, the story itself, but the fascinating and extraordinary personality of Christopher. An Asperger is a monad without windows, closed in a centered ego world, in a circle of which he is a prisoner and in which no one enters, keeping every other human being at a distance. He feels superior to all, he cannot even conceive that others also have a "thinking mind". Christopher is alone on the heart of the earth, as Quasimodo would say, does not like confusion, hates being touched, always tells the truth, takes everything literally, notes every detail to the point that his mind, overloaded with stimuli and data to analyze, goes in tilt and he suffers overwhelmed by anxiety, by fear, by a cosmic solitude.

 

"I wanted to sleep so that I didn't have to think, because the only thing I could think of was all the pain I felt because there was no room for anything else inside my head, but I couldn't go to bed and all I could do was sit where I was and there was nothing else to do but wait and continue to suffer. "

 

Haddon uses a mimetic language of the protagonist's way of thinking and expressing himself, an artificially simple and naive language that winks at the reader and borders on poetry.

 

But my mother was cremated. This means that it was put in a coffin and burned and pulverized and then turned into ash and smoke. I don't know what happens to ashes and I couldn't ask questions at the cemetery because I didn't go to the funeral. But I know that the smoke comes out of the chimney and disperses in the air and then sometimes I look at the sky and I think there are molecules of my mother up there, or in the clouds over Africa or the Antarctic, or that they come down in the form of rain in the rainforests of Brazil, or turn into snow somewhere in the world. "

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Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

25 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni

Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

”I luoghi della memoria”

Adriana Pedicini

Arduino Sacco editore

Breve attimo di amore profondo, terso, senza scorie. Non era l’amore che ama se stesso nell’altro, ma il trionfo dell’anima che ama negli altri l’amore. La capacità d’amare era salva, la disponibilità ad amare totale. L’aveva scoperta – Lei – al suono dell’orchestra.

I racconti di Adriana Pedicini si snodano per antiche scale, per borghi sommessi, per pruni e rovi di campagna, fra l’odor del mosto e del pane che lievita e gonfia su tavoloni di marmo, su madie infarinate.

Alcuni sono vere e proprie novelle, come quella dell’insegnante Nives, o della gitana Josephine, altri sono ritratti, coagulate memorie di vecchi affabulanti, descrizioni vivide di figure portentose.

La superba Teresina, che ruba fiori al cimitero, col nugolo dei gatti sempre appresso, col reticolo di rughe che è il suo viso, con i lobi delle orecchie forati e penduli, con gli occhi che roteano in cerca di una sigaretta, la zingara Joshephine, nomade scalza, dalle caviglie svelte, fatte per danzare. Assunta e Concetta, signorine Felicita, nonne Speranza, sorelle Materassi di un tempo che fu, arcigne e bigotte, malevole e pignole nella loro ricerca dell’altrui imperfezione.

Adriana scrive con un linguaggio di cui si è persa la memoria, che forse si è studiato a scuola, di manzoniana e verghiana eco, con un periodare lungo, dove alcune virgole sono volutamente soppresse affinché l’aggettivazione fluisca ininterrotta.

Uno stile elegante e poeticissimo, una scrittura come ve ne sono poche, ormai.

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Ida Verrei: "Un fantasy atipico"

24 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poli patrizia, #recensioni

Ida Verrei:  "Un fantasy atipico"

Bianca come la neve

di Patrizia Poli

Ilmiolibro.it

pp 74

12,00

Prefazione

di Ida Verrei

Patrizia Poli è una scrittrice versatile: passa con facilità da romanzi d’argomento mitologico, come “Signora dei Filtri”, a opere complesse e corali, come “Il Respiro del Fiume”, a racconti fantastici, pregni di metafore esistenziali, come in quest’ultimo libro che contiene due delle sue più belle e suggestive narrazioni.

Da sempre il racconto fantastico è depositario di archetipi dell’immaginario, ed è quindi la narrazione che più d’ogni altra si presta a diversi livelli di lettura, proprio attraverso il ricorso ad elementi simbolici e allegorici.

È quello che si ravvisa in entrambi i racconti di Patrizia Poli.

Il primo, “Bianca come la neve”, potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, semplice rivisitazione di fiabe già note (Biancaneve e i sette nani, Rosaspina dei fratelli Grimm; I cigni selvatici di Andersen). In realtà ne è la rielaborazione originalissima dei simboli più nascosti, delle metafore occulte, tradotte in immagini forti e poetiche, con ambientazioni sospese nel tempo e nello spazio, dove la condizione esistenziale del personaggio è rivista in chiave psicoanalitica.

La narrazione, così, assume il significato del “perturbante” freudiano, diviene rivelazione del “rimosso” e proiezione di paure, ansie, incubi, ma anche risoluzione dell’eterno conflitto bene- male.

Patrizia Poli si accosta al fantastico e al surreale partendo dalla suggestione del romanzo gotico moderno, in specie quello di Anne Rice. Ne attinge esperienze ed immagini, trasferendole, attraverso un linguaggio e strategie personalissimi, in figure, soprattutto femminili, dal fascino sconvolgente e misterioso.

I suoi personaggi trasgrediscono regole e valori, compiono incesti, uccidono, negano ogni senso della vita, ma lo fanno conservando una sorta di innocenza e, nell’attraversamento della parte più oscura di sé, raggiungono il riscatto, ritrovano l’umano:

l’acqua chiara è ciò che crediamo di essere, ciò che vorremmo gli altri vedessero di noi. La melma è il nostro nucleo oscuro. Ma, toccando il fondo, poi sono risalita. Dovrei disperare ma, in un modo o nell’altro, sono viva” (pag 37)

Il secondo racconto, “Il volo del serpedrago”, ancor più del primo è un susseguirsi di allegorie e simbolismi, dove il magico, il fantastico, sin dalle prime scene, avvolge i protagonisti e li inonda di una luce di mistero arcano, mentre sospinge a cercare il percorso che condurrà al finale catartico.

Nello scenario esotico di un deserto immaginario, si snoda una storia di ricerca esoterica di verità celate, di scoperte di identità perdute. Personaggi inquietanti assumono, di volta in volta, sembianze di eroi e antieroi, del bene e del male, in una visione tra l’onirico e l’immaginario.

Ritroviamo qui tracce del vasto cosmo di Paradise Lost: il serpedrago, sorta di Satana asservito allo Spirito del Deserto, dio crudele e vendicativo, riesce ad apparire in una luce eroica e, in un capovolgimento della tradizione biblica, a trasformarsi, attraverso il sacrificio, nell’angelo salvifico che riconduce all’Eden perduto.

il serpedrago stende le ali… non ha mai provato a volare, non ha mai pensato di poterlo fare… Destinato a servire, a tentare, e poi a scegliere…” (pag 66)

Io, il braccio più servile dello Spirito del Deserto” (pag 69) “Volo libero, io che ho tradito e mi sono affrancato…” (pag 70)

Ancora una volta scopriamo la predilezione dell’autrice per le metafore e le simbologie: il drago non è solo l’animale leggendario per antonomasia, nelle teorie psicoanalitiche rappresenta le forze oscure, l’istintività incontrollata, l’inconscio, la forza castrante da combattere e vincere per raggiungere una maturità cosciente, ma possiede anche un senso maggiormente legato alla potenza protettiva della natura, alla sua forza creativa. E che il mitico animale sia rappresentato in un connubio con il serpente, ne rafforza il valore simbolico della coesistenza di bene e male, di caduta e redenzione, fino al raggiungimento della luce.

Atipici fantasy, quelli di Patrizia Poli, sia per l’ambientazione che per la presenza di elementi di solito estranei al genere. Al centro della narrazione non vi è il magico o l’orrido, ma, piuttosto, la metamorfosi, il cambiamento, la mutazione, che è incubo, ma si risolve, poi, in ritorno allo stato più puro dell’innocenza.

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"Piccole Donne", il trascendentalismo di Louisa May Alcott

24 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

Little Women, 1869

di Louisa May Alcott

Collins Classics 2010

 

pp. 286

3,50

La regione intorno a Boston era semplice e genuina campagna.“Lì”, afferma il Cunliff, “l’aspirante scrittore poteva vivere con pochissimo, coltivando un pezzo di terra per trarne il necessario al proprio sostentamento […] e facendo di tanto in tanto un viaggio a Boston per prendere libri in prestito, o incontrarsi con un editore.[…] fu in quella cerchia di comunità colte e intimamente collegate, nei dintorni di Boston, che apparve il fenomeno del trascendentalismo, termine impreciso e difficilmente attribuibile ad una qualsiasi fra le figure di maggior rilievo del tempo.”

Si tratta di scrittori imbevuti di filosofia kantiana, convinti di vivere in un universo benefico, in collegamento con la natura, di sostanziale stampo romantico ed in costante movimento verso la perfezione, ottenibile, per altro, solo in America. Fu Emerson a formulare con maggior completezza la teoria trascendentalista. Fra i tanti appartenenti al movimento, dallo stesso Emerson a Thoreau, a Hawthorne, a Whitman, c’era anche Amos Bronson Alcott, padre di Louisa May, l’autrice di Piccole Donne.

Louisa May nasce a Germantown in Pennsilvania nel 1832, poi si trasferisce a Concord, a ovest di Boston, con la famiglia, la seconda di quattro sorelle. Cresce in un ambiente “illuminato e progressista”, fieramente abolizionista e vive la realtà della Guerra Civile. Il padre fonda una scuola conosciuta per le sue idee rivoluzionarie, dove si applica il principio del rispetto della spontaneità del fanciullo.

Così Silvano Ambrogi descrive Louisa, come la si coglie in un ritratto:

“La vediamo all’angolo di una scrivania, con un vestito ad ampie, lunghissime gonne, una candida e voluminosa pettorina arricciata, capelli ondulati e gran crocchia alla nuca, insomma l’aspetto di una signora della buona società del tempo. Il braccio appare del tutto disteso, con languore quasi dannunziano, ma la grinta viriloide fa da aperto contrasto: lo sguardo infossato, che punta diritto davanti a sé e la bocca strettamente serrata. La penna appare fra le dita impugnata come fosse uno stiletto o una pistola.

Amos Bronson trasforma la casa in un cenacolo trascendentalista, frequentano il salotto Thoreau, Hawthorne ed Emerson.

Louisa fa scuola alle figlie di quest’ultimo e ha libero accesso alla biblioteca, dove legge di tutto, da Platone a Dickens, il suo idolo, che incontrerà durante un viaggio sul vecchio continente e di cui ricreerà Il circolo Pickwick, attraverso la società segreta fondata per gioco dalle protagoniste del suo libro più famoso.

Lavora come infermiera, si ammala di tifo, scrive molti libri di successo, contenenti tutti gli elementi dei classici romanzi d'appendice ottocenteschi, con avventure gotiche ed eroine tragiche. Durante un viaggio in Europa come dama di compagnia - descritto nella seconda parte di Piccole donne, quella che in Italia è stata pubblicata come Piccole donne crescono – vive un amore con un musicista che diventa il Laurie del romanzo. Morirà nel 1888, per un’infreddatura, mentre corre al capezzale del padre senza sapere che egli è deceduto due giorni prima.

Pubblicato nel 1869, e poi nella versione completa nel 1880, Piccole donne si rifà alla vita che si svolgeva in casa Alcott/March, negli anni della formazione delle quattro sorelle e ci offre con immediatezza l’immagine dell’America nella seconda metà dell’Ottocento. Delle quattro ragazze, solo Beth conserva il nome originario e, come la sfortunata sorella minore di Louisa, anche lei morirà (anche se non nella prima parte).

Ognuna delle protagoniste ha una personalità spiccata e differente dalle altre, benché cresciute tutte nello stesso ambiente e sotto l’occhio vigile e saggio della madre. Fin dal loro primo apparire sulla scena, i termini usati per riferirsi a ciascuna di esse indicano subito i loro caratteri, le modellano e le fanno risaltare agli occhi del lettore.

Christmas won’t be Christmas without any presents’ grumbled Jo, lying on the rug.

“It’s so dreadful to be poor!” sighed Meg, looking down at her old dress.

“I don’t think it’s fair for some girls to have plenty of pretty things, and other girls nothing at all”, added little Amy, with an injured sniff.

“We’ve got father and Mother and each other”, said Beth contentedly, from her corner.

 

In queste prime righe c’è già tutto il romanzo, i pregi e i difetti delle sorelle, le mancanze che condizioneranno la trama, il loro modo di agire, di porsi, le loro movenze.

Jo, il maschiaccio, sta sdraiata sul tappeto. Per lei l’autrice sceglie il verbo grumbled, brontolò, a fissarne fin dal principio il carattere bellicoso.

La romantica e saggia Meg, (sighed) sospira sulla ricchezza che non può avere che la condurrà in tentazione.

La viziata e capricciosa Amy si presenta con un injured sniff, “un offeso tirar su col naso”, mentre per la buona Beth, che timidamente se ne sta in un angolo, è usato l’avverbio contentedly, cioè con contentezza, appagamento, mansuetudine.

Il personaggio principale è Josephine (Jo) March, nella quale la Alcott si rispecchia. Tramite lei, l’autrice dà voce al suo femminismo, protestando contro le ingiustizie subite dalle donne. Jo è un ragazzaccio, la sua unica bellezza sono i capelli, di cui si priverà in un impeto di generosità. Goffa e sgraziata, impulsiva e furiosa, capace di alternare slanci e collere, sogna di andare all’università, di combattere al fianco del padre nella Guerra Civile. È l’intellettuale di casa, la scrittrice piena di fantasia che compone le sue novelle e le legge in soffitta alle sorelle.

Seguendo gli insegnamenti del padre Amos, la Alcott crede profondamente in Dio e nella possibilità di migliorarsi, di compiere una sorta di pellegrinaggio in vita verso la trascendenza, la sublimazione e il perfezionamento, di cui è simbolo il libriccino regalato a Natale dalla madre alle figlie. Ciò comporta una lotta per tutte e quattro le ragazze, ma soprattutto per Jo, che ha il carattere più difficile. Le sarà di grande aiuto e conforto scoprire che anche la madre, all’apparenza infallibile, ha dovuto come lei combattere e per tenere a freno e riformare la propria natura. Alla fine il bene trionferà sulle debolezze, sulle invidie, sui capricci e le sorelle si ritroveranno più unite che mai. Alla fine il cammino trascendente del pellegrino sarà compiuto.

 


 

The region around Boston was simple and genuine countryside. "There," says Cunliff, "the aspiring writer could live with very little, cultivating a piece of land to get what he needed for his livelihood [...] and doing occasionally a trip to Boston to borrow books, or to meet with a publisher. [...] it was in that circle of cultured and intimately connected communities, near Boston, that the phenomenon of transcendentalism appeared, an imprecise term and difficult to attribute to any among the most important figures of the time.”"

These are writers imbued with Kantian philosophy, convinced of living in a beneficial universe, in connection with nature, romantic and in constant movement towards perfection, obtainable, moreover, only in America. It was Emerson who formulated the transcendentalist theory more completely. Among the many members of the movement, from Emerson himself to Thoreau, Hawthorne, Whitman, there was also Amos Bronson Alcott, father of Louisa May, the author of Little Women.

Louisa May was born in Germantown in Pennsilvania in 1832, then moved to Concord, west of Boston, with her family, the second of four sisters. She grows up in an "enlightened and progressive" environment, fiercely abolitionist and lives the reality of the Civil War. The father founded a school known for his revolutionary ideas, where the principle of respect for the spontaneity of the child is applied.

This is how Silvano Ambrogi describes Louisa, as captured in a portrait:

"We see her at the corner of a desk, with a dress with large, very long skirts, a white and voluminous curled bib, wavy hair and a large bun at the nape of the neck, in short, the appearance of a lady of the good society of the time. The arm appears fully extended, with almost D'Annunzio's languor, but the viriloid determination makes an open contrast: the sunken look, which points straight ahead and the mouth tightly closed. The pen appears between the fingers as if it were a stiletto or a pistol. "

Amos Bronson transforms the house into a transcendentalist cenacle, frequenting Thoreau, Hawthorne and Emerson.

Louisa teaches the latter's daughters and has free access to the library, where she reads everything from Plato to Dickens, her idol, whom she will meet during a trip on the old continent and of whom she will recreate The Pickwick circle, through secret society founded as a game by the protagonists of his most famous book.

She works as a nurse, falls ill with typhus, writes many successful books, containing all the elements of the classic nineteenth-century appendix novels, with Gothic adventures and tragic heroines. During a trip to Europe as a lady of companionship - described in the second part of Little Women, the one that in Italy was published as Piccole donne, grow up - lives a love with a musician who becomes the Laurie of the novel. He died in 1888, from a cold, while running to his father's bedside without knowing that he died two days earlier.

Published in 1869, and then in the full version in 1880, Little Women refers to the life that took place in the Alcott / March house, during the years of the formation of the four sisters and offers us immediately the image of America in the second half of the Nineteenth century. Of the four girls, only Beth retains her original name and, like Louisa's unfortunate younger sister, she too will die (although not in the first part).

Each of the protagonists has a distinct and different personality from the others, although they all grew in the same environment and under the watchful and wise eye of the mother. Since their first appearance on the scene, the terms used to refer to each of them immediately indicate their characters, shape them and make them stand out in the reader's eyes.

"Christmas won’t be Christmas without any presents’ grumbled Jo, lying on the rug.

"It's so dreadful to be poor!" Meg sighed, looking down at her old dress.

"I don't think it's fair for some girls to have plenty of pretty things, and other girls nothing at all," added little Amy, with an injured sniff.

"We've got father and Mother and each other," said Beth contentedly, from her corner.

In these first lines there is already the whole novel, the strengths and weaknesses of the sisters, the shortcomings that will condition the plot, their way of acting, their movements.

Jo, the tomboy, is lying on the carpet. For her, the author chooses the verb grumbled, she grumbled, to fix its warlike character from the beginning.

The romantic and wise Meg, (sighed) sighs about the wealth she cannot have that will lead her into temptation.

The spoiled and capricious Amy presents herself with an injured sniff, "an offended sniffle", while for the good Beth, who shyly stands in a corner, the adverb contentedly is used, that is, with contentment, contentment, meekness .

The main character is Josephine (Jo) March, in which Alcott is mirrored. Through her, the author gives voice to her feminism, protesting against the injustices suffered by women. Jo is a bad boy, his only beauty is his hair, which she will deprive herself of in a surge of generosity. Clumsy and impulsive and furious, capable of alternating impulses and anger, she dreams of going to university, of fighting alongside his father in the Civil War. She is the intellectual of the house, the writer full of imagination who composes her stories and reads them in the attic to her sisters.

Following the teachings of her father Amos, Alcott believes deeply in God and in the possibility of improving herself, of making a sort of life pilgrimage towards transcendence, sublimation and improvement, which is symbolized by the little book given by her mother to the daughters at Christmas . This involves a fight for all four girls, but especially for Jo, who has the most difficult character. It will be of great help and comfort to discover that even the mother, apparently infallible, had to fight like her and to keep in check and reform her own nature. In the end, good will triumph over weaknesses, envy, whims and the sisters will find themselves more united than ever. Eventually the pilgrim's transcendent journey will be accomplished.

 

 

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