recensioni
Il re è nudo sul colle dell'infinito
Cosa c’entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi (per altro un po’ datata ma ancora attuale) che parla di mondo editoriale e letteratura contemporanea e, qui sul colle dell’infinito, se l’è letta tutta.
La trilogia in questione è costituita da “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (Stampa Alternativa 2003), “Nemici miei” (Stampa Alternativa, 2005 ) “Velina o calciatore, altro che scrittore” (Historica 2010). L’argomento è il mondo della scrittura e tutto ciò che vi ruota intorno, più per sciacallaggio che per condivisione. Si parla di editoria grande e piccola, di riviste letterarie cartacee e on line, di recensioni-marchette, di poteri forti che tutto ottengono a scapito della qualità, di autori incensati perché fa comodo gridare al fenomeno letterario, di scuole di scrittura creativa dove non s’insegna a scrivere ma a piegarsi al gusto del pubblico di bocca buona, e via discorrendo.
Il tono è acido e avvelenato, fa pensare a un trabocco di bile - “se non lo dico sto male”, afferma l’autore, ed io ci credo. Certe valutazioni su alcuni scrittori non mi trovano d’accordo né nella sostanza né nei toni, tuttavia il fondo di verità è innegabile. Ma esso non costituisce, secondo me, l’interesse precipuo della trilogia, né il motivo per cui ne sto parlando qui sull’ermo colle, fra interminati spazi e sovrumani silenzi. Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere, che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.
Ciò che ci colpisce, a dire il vero, nella trilogia di Lupi, è la sincerità dolorosa e crudele con cui grida il suo sfogo fino a farsi del male, fino a mostrarsi per quello che è senza cercare di imbellirsi nemmeno un poco – e in questo somiglia molto a chi vi parla – è l’innocenza del bambino che fa gridare: “Il re è nudo”.
Sì, perché, certe volte, il re è davvero nudo. E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.
Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori– questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. In questo, l’autore della trilogia mi trova in sintonia, anche se non su tutti i nomi che cita, visto che lui farebbe tabula rasa mentre io salvo parecchio e sono più indulgente. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity press maldistribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.
Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike quello vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato. È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.
Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza, a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.
Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie, mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi “La Certosa di Parma “ di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.
A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona, perché qui da noi - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.
A queste considerazioni che mi sorgono qui mentre mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, devo aggiungere che Lupi è uno dei pochi che ha il coraggio di dire pane al pane e rivendicare il diritto sacrosanto a non essere intellettuali – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa ci piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante. Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita. Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.
E Lupi ha ragione quando parla di fenomeni gonfiati. Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.
Ora qui, affacciata alla finestra della meravigliosa biblioteca di Monaldo, con lo sguardo che spazia sui campi e sulla piazzetta del sabato del villaggio, immagino Giacomo alzare gli occhi affaticati e cercare con lo sguardo Teresa Fattorini.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno
Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta, come sta dicendo la gentile guida che mi accompagna a visitare la casa di Giacomo, “è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede”. Non sa la gentile guida che questa frase mi sta scendendo dentro l’anima e mi rimane incisa nel cuore con la sua lapidaria, ineluttabile, verità. Leggete, dice Lupi, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi, aggiungo io, che fa sempre bene.
Ed è forse per questo se il terzo libro della trilogia di Lupi– che con il sommo poeta, specifichiamo ancora, ci combina come il cavolo a merenda – ha uno stile diverso dagli altri due, permette al tessuto dell’invettiva pura e velenosa di lacerarsi per lasciare il posto alla nostalgia, al rimpianto, al vero nucleo della tematica dello scrittore/editore piombinese.
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Cosa c'entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi
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Cecilia Samartin, "Tutto l'amore di nonna Lola", recensione di Maria Vittoria Masserotti
Cecilia Samartin
Tutto l'amore di nonna Lola
Edizioni Anordest - pag. 480 - Euro 14,90
Severamente vietato alle persone a dieta, “Tutto l’amore di nonna Lola” di Cecilia Samartin, Edizioni Anordest, è un romanzo denso di profumi caraibici che stuzzicano l’appetito. Dalle pagine si espandono fragranze forti di spezie, condite da buoni sentimenti con un pizzico di visioni oltre la realtà.
La storia di un bambino, Sebastian, malato di cuore, che non può correre, pena lo scoppio del suo piccolo muscolo cardiaco, è il motivo che permea tutta la narrazione. I personaggi si muovono dentro questa realtà fatta di attenzioni e di riguardi nei suoi confronti, così potenti che finiscono per soffocarlo.
Il “piccolo mondo”, descritto con molta attenzione e con dovizia di particolari, ci sembra reale al punto che riusciamo a vedere la cucina di nonna Lola e scorgiamo i suoi movimenti e quelli del nipote mentre, intenti, si producono nella preparazione di piatti che appartengono alla tradizione dei Caribi.
Ma Sebastian vuole correre, è più forte di lui, il suo desiderio di rincorrere la palla è un po’ il desiderio delle persone gravemente malate di vivere nella semplicità delle cose di tutti i giorni, di fare quello che, per una persona sana, è normale.
La lettura, leggera nello suo scorrere lieve, ci spinge a riflettere su quanto siamo fortunati ad essere quello che siamo, sani o malati che sia. I profumi del cibo cotto da nonna Lola la fanno da padroni, tanto che il romanzo ha come appendice alcune gustose ricette.
Sullo sfondo, quasi sfumata, ma vera e reale, la cultura di un mondo diverso, pieno di alchimie e di magie, che sempre affascina il pragmatismo statunitense. Il mondo invisibile diviene anch’esso protagonista, ruota intorno a Sebastian che ha il pregio di aver “ballato con la morte”.
Alcune pennellate di autentico buonismo non riescono a distoglierci dal seguire la vicenda fino al suo epilogo, lasciandoci dentro la sensazione di avere visto con occhi diversi la realtà di tutti i giorni.
Marco de Franchi, "Il giorno rubato"
Il giorno rubato
Marco de Franchi
2013, La Lepre edizioni
pp 334
16,00
La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di fantastico “con radici nella nostra cultura”. “Il giorno rubato” di Marco De Franchi entra a pieno titolo in questa categoria. La trama racconta l’irruzione massiccia del sovrannaturale nella vita quotidiana e lo fa basandosi sul patrimonio di tradizioni della città dalla quale l’autore proviene, cioè Roma.
Il personaggio principale, Valerio Malerba, è uno scrittore che sforna best seller alla Roberto Giacobbo, dove indaga fenomeni paranormali con razionale lucidità e scetticismo scientifico. Ma l’irrazionale, l’imponderabile, l’imprevisto piomba nella sua vita, sconvolgendola, scardinando ogni consapevolezza, ogni conoscenza e credenza pregressa, ribaltando lo scibile e la realtà del mondo così come appare. Tutto ha inizio da un giorno che non c’è, il 13 marzo 2007, un giorno rubato, sottratto, sparito nel nulla, un giorno nel quale non sembra sia accaduto niente, di cui l’intera collettività ha perso la memoria. Questo sarà il punto di partenza che metterà Malerba in contatto con presenze più che inquietanti e che di normale hanno ben poco, fino alla scoperta finale, deflagrante, è proprio il caso di dire.
Nelle sue ricerche, Malerba attraverserà e scoprirà una città sotterranea, misteriosa e sconosciuta ai più, facendo rivivere antichi credi pagani come il culto di Mitra, e quello della Mater Matuta, che non è, come si può pensare, la benefica adorazione della Grande Madre, bensì un rito ancora più remoto, fatto di entità maschili e malvage, venerate da popolazioni stanziatesi sui colli laziali prima dell’avvento di Roma.
“Possiamo dire che la Grande Madre è stata la prima espressine umana di quelle terribili e incomprensibili divinità, un loro puerile annacquamento. Un tentativo per dare un nome all’incomprensibile. Il vero grembo da cui siamo nati è quello dei Grandi Antichi: un grembo cattivo, o nella migliore delle ipotesi indifferente. Una madre matrigna cui sacrificare e sacrificarsi, ma invano.” (pag 215)
La stessa madre matrigna di Leopardi, a ben guardare: energie telluriche indifferenti, appena leggermente curiose eppure, alla fine, capaci persino di stupirsi del male che noi uomini siamo in grado di compiere, laddove loro non hanno intenti né morali né immorali nei nostri confronti, così come noi non li avremmo verso un manipolo di formiche.
Se c’è un difetto nel romanzo (ma è anche una caratteristica peculiare) è quello di aver voluto “far tornare tutto”, mettendo forse troppa carne al fuoco, mescolando cose fra loro dissimili, dagli zombie ai Cancellatori - che ci ricordano un poco i Dissennatori della Rowling - al finale fantapolitico, ma il meccanismo è comunque molto ben congegnato e avvincente.
“In questo Piano Zero io credo che si muovano alcune “energie”. Non en conosco la natura o l’origine, e non saprei definirle diversamente. Ma esistono, è un fatto, e ormai ne avrai avuto ampia prova. Forse anticamente venivano adorate come divinità e man mano che il mondo s’è avvicinato all’era moderna hanno cambiato nome e forma, rimanendo però le stesse: demoni, fantasmi, antimateria, particelle di Dio, bosone di Biggs, chiamale come vuoi.” (pag 253)
L’autore, come tutti noi del resto - ma ancor più per il mestiere che fa – non capisce il mondo che lo circonda, sempre più teatro di violenze, di follia, di un disegno scellerato. Tragedie familiari, delitti, attentati, si susseguono, si accavallano, si moltiplicano sempre più, trascinando la società civile verso il baratro, verso il centro del maelstrom.
A contrastarli c’è il personaggio di Malerba, frutto di una mente creativa “serena”, incontaminata dal ruolo che svolge, disegnato con un linguaggio pacato, in una medietà che non è banalità ma, anzi, frutto di equilibrio, di eleganza, di pulizia e misura.
La parte più intrigante della storia, ribadiamo, non sono tanto le vicissitudini di Malerba, per altro un poco ripetitive, ma piuttosto la rappresentazione di una Roma notturna, minacciosa. Ci si sposta attraverso templi, piazze, strade semivuote ed echeggianti, dalla sede dell’antico Foro Boario, alla Bocca della Verità, al mitreo sotterraneo, ai vicoli e vicoletti dove si materializzano allucinazioni di piccole librerie polverose che appaiono e scompaiono. Lasciandoci cullare dalle libere associazioni, ci viene in mente la via Margutta del mitico sceneggiato “Il segno del Comando”, (1971) per la regia di Daniele D’Anza.
La storia si fa divorare e questo per noi è, e resterà sempre, un valore. In cosa consiste il piacere della lettura se non nel desiderio di girare pagina, di sapere che accade di là, nel segreto godimento al pensiero di riprendere in mano il libro nel punto in cui lo avevamo lasciato? È ciò che ci spingeva alla lettura da bambini ed è ciò che mai dovremmo perdere, in barba a tutti gli intellettualismi del mondo.
Per concludere, diciamo che tirare in Ballo Dan Brown di “Angeli e Demoni” o Stephen King può apparire scontato e per qualcuno può addirittura non essere un complimento, ma è confortante che non si sia più obbligati a pescare all’estero e, finalmente, si cominci anche da noi a produrre della buona narrativa di genere, scritta con passione evidente e senza sciatteria.
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La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di narrativa di fantasia "con radici nella nostra cultura". " Il giorno rubato " di Marco De Franchi ...
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Giuseppe Benassi, "Spiriti animali"
Spiriti animali
Giuseppe Benassi
Pendragon, 2013
pp 196
15,00
“Aveva ragione lord Byron, siamo posseduti da spiriti animali, bestie invisibili prendono il potere in noi, si insediano nel nostro spirito, e sono benevole o malevole secondo il caso.”
Ormai Giuseppe Benassi ci ha abituato ai casi dell’avvocato Borrani e ai gialli che sono pretesti per disquisire d’altro. Questo “Spiriti animali”, tuttavia, si spinge oltre, diventando quasi “romanzo di conversazione”.
Gli spiriti animali sono quelli evocati dal satanico e ribelle lord Byron, simbolo di trasgressione. In ogni persona, Borrani, ispirato da Byron, vede un rappresentante del regno animale, con vizi e bassi istinti ma anche con tanta energia pronta a deflagrare.
“Era sempre la stessa storia: crediamo di conoscere chi abbiamo sott’occhio tutti i giorni, e poi ci si rivelano tratti sepolti, sconosciuti, di cui eravamo del tutto ignari. Il cervello animale che prende il sopravvento su quello umano. Ogni uomo è una foresta in cui si nascondono folle di bestie.” (pag 67)
È quello che Goleman chiama sequestro neurale, spesso scatenato dall’ipofisi, sede dell’istinto, in contrapposizione con la corteccia frontale, dimora della civiltà e dell’inibizione. Di tutti i romanzi di Benassi questo è il meno intellettuale, il meno alchemico ed esoterico, ma quello in cui forse l’autore più si mette a nudo. Quegli stessi impulsi forieri di lussuria e violenza sono, ci fa capire, anche portatori del loro contrario.
Gli spiriti animali irrompono in una vita che è “sull’orlo di una crisi di nervi”. Leopoldo Borrani, l’avvocato livornese, intellettuale, antipatico e sessuomane, sente arrivare i sintomi della depressione, ciò che un tempo si chiamava esaurimento nervoso. Ha un’età e comincia a considerare concretamente l’ipotesi di non rimanere più solo, di sposare la Marianna Messori, l’amante che ora chiama “fidanzata”, come la Livia di Montalbano, fra liti e riappacificazioni. Non vuole arrendersi ai farmaci ma nemmeno al vuoto, all’aridità di una condizione che è deserto e macerie, dove non si riescono a instaurare rapporti veri e profondi, dove i nostri simili ci annoiano, sono bestie deformi, avide e volgari, sono, come le definisce Borrani, “insopportabile umanità”, dove il narcisismo ci fa specchiare in una pozza che rimanda solo la nostra immagine, anch’essa distorta e tediosa.
“Fai uno sforzo, Borrani, stai diventando insopportabile, selvatico, ancora un po’ e sarai del tutto uno zitello inacidito; sforzati almeno un po’ di essere socievole, non sono tutti stronzi e stronze, c’è anche del buono nel tuo prossimo; se aiuti qualcuno, il bene che fai ti torna indietro, almeno provaci, accorgiti che esistono anche gli altri, che anche gli altri fanno degli sforzi per sopportarti, che non sei tu il centro del mondo, che hai dei difetti di carattere, e se sei intelligente come credi lo devi pur capire…” (pag 72)
Gli spiriti animali si concretizzano in un cane, Cioppi, lasciato in custodia all’arcigno avvocato da una cliente sudamericana in guerra col marito. Cioppi scatena un’imprevista simpatia nell’animo disseccato di Borrani, fa emergere, per contrasto, l’umanità che c’è in lui, spingendolo a gesti di bontà, alla ricerca del Bene per il suo prossimo. Sentirà quindi - davvero o solo come atteggiamento di maniera, come “lacrimetta in fin di vita” - il bisogno di essere più gentile con i suoi dipendenti, più affettuoso con la fidanzata, di rimediare a tutta l’anaffettività sin lì provata.
Allo stesso tempo, però, il contatto con l’animale lo porta avanti lungo una strada pericolosa che, se proseguita, potrebbe addirittura sfociare nella sodomia, fargli compiere il balzo fino a quel momento solo immaginato come peccaminosa, appunto byronica, possibilità. Tutto si mescola nell’immaginario perverso di Borrani: la lingua amorevole e calda del cane, l’accappatoio intriso dell’odore del giovane praticante Pippi, la vagheggiata terza tetta dell’esotica cliente. Sono particolari morbosi, frutto di una mente eccitata e malata che necessita sempre di continui stimoli, disgustata dalla vita quotidiana, dalle giornate passate sui bagni Pancaldi a sentir ragionare donne finte intellettuali astrofile.
Ancora una volta, la parte migliore e più autentica del libro è la descrizione di Livorno, a momenti lirica
“L’odore di salsedine si mischiava a quello dei fiori appena sbocciati. Il sentore delle alghe appena putrefatte che le onde avevano sospinto sulla spiaggia di sassi metteva voglia di mare. Le finestre delle casine dell’Ardenza eran tutte spalancate, bocche che respiravano come esseri viventi.” (pag 137)
a tratti plebea
“dal porto usciva proprio in quel momento, scurreggiando una sonora fumata nera, un traghetto”
con le rappresentazioni dei bagni affollati, del mercato, delle donne del popolo con i piedi sudati, le caviglie gonfie e la borsa della spesa.
La materia umana è sempre ripugnante in Benassi, solo la natura ha un afflato incontaminato, è limpida come l’arte, come la ragione pura. Solo così, solo fondendo alto e basso, integrando anima e natura, intelletto e istinto, l’uomo alienato, spaesato, debosciato, disadattato, può sperare, non tanto di superare la sua condizione di depresso, ma almeno di tirare avanti, riunendo in sé il doppio, il Giano bifronte, lo spirito e l’animale.
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
Patrizia Poli presenta Spiriti animali Pendragon, 2013 - Euro 15,00 di Giuseppe Benassi - "Aveva ragione lord Byron, siamo posseduti da spiriti animali, bestie invisibili prendono il potere in noi ...
Beppe Iannozzi, "L'ultimo segreto di Nietzsche", recensione di Gordiano Lupi
Beppe Iannozzi
L’ultimo segreto di Nietsche
(Il ritorno del filosofo a Torino)
Cicorivolta Edizioni – Pag. 185 – euro 13,00
www.cicorivoltaedizioni.com
Beppe Iannozzi è scrittore versatile ed enciclopedico, la sua narrativa attraversa molte branche del sapere, spesso fondendosi alla saggistica divulgativa, sconcertando il lettore - ma l’effetto è voluto - che sta cercando soltanto un romanzo da leggere. Iannozzi non fa narrativa da spiaggia, non scrive romanzi di genere, non racconta le gesta intrepide del solito commissario di polizia che vive in luoghi di fantasia, fuma come un turco, beve Marsala e si ciba di manicaretti prelibati. Iannozzi cita Wikipedia e Seneca senza problemi, passando dal popolare al colto, scrive un romanzo filosofico che indaga la follia di Nietsche, ma anche la teoria dell’Eterno Ritorno e il mistero della Sindone, oltre a fornire un sacco di ipotesi suggestive sulla persona di Gesù Cristo. L’ultimo segreto di Nietsche è anche un libro sui misteri di Torino che tanto affascinano Dario Argento e molti maestri del brivido, così come ne restano soggiogati diversi esperti di esoterismo. Iannozzi racconta le trame del maligno, ripercorre le tappe salienti della vita di Vlad Tepes l’Impalatore, meglio noto come Dracula, una delle tante incarnazioni del demonio. Sarebbe lui l’Anticristo nietzschiano? Cristo, invece, sarebbe “un Messia alieno venuto da un mondo più evoluto per insegnarci a cagare e a pisciare” e il Paradiso solo il suo Pianeta d’origine? Lo scriveva Peter Kolosimo nei libri della mia adolescenza, tomi che ho letto e riletto, consumandoli e credendoci come uno sciocco, prima che l’età della ragione mi facesse dire che se dovevo credere a cose improbabili tanto valeva confidare nella religione. Non è terrestre di Kolosimo - coma fa notare l’autore - rappresenta persino Lucifero nei panni di uno scienziato pazzo da fumetto che vuole distruggere l’universo. Romanzo filosofico è una definizione che mi convince per l’opera di Iannozzi, lavoro non di facile lettura, non consigliato per tutti, ma solo per palati fini, per chi non il solito romanzo di genere. “L’idea è il filosofo e il filosofo è un uomo e non può sfuggire alla sua natura di ricercare un’idea migliore, o di migliorare quell’idea che un tempo nutriva”, afferma l’autore. Il Bertrand Russel di Perché non sono cristiano, Ecce Homo scritto a Torino da Nietsche, L’Anticristo, l’Eterno Ritorno, ma anche la dottrina della Chiesa e le parole di Giovanni Paolo II sul diavolo sono alla base di un’opera che cita persino Che Guevara, la canzone di Carlos Puebla, gli avvistamenti UFO e la costruzione della Mole Antonelliana. Per concludere che Nietsche finirà per seguire la sua filosofia e un giorno tornerà a Torino, perché niente finisce davvero, tutto ritorna. Per sempre.
Un libro non commerciale, intriso di contenuti storico – filosofici, che solo un piccolo editore intelligente come Cicorivolta poteva avere il coraggio di pubblicare.
Gordiano Lupi - www.infolupi.it
Gordiano Lupi, "Yoani Sànchez in attesa della primavera"
Yoani Sànchez
in attesa della primavera
Gordiano Lupi
Edizioni Anordest
pp 225
12, 90
Per chi è abituato a vivere in un paese libero senza nemmeno rendersene conto, leggere “In attesa della primavera”, il libro che Gordiano Lupi dedica alla blogger cubana Yoani Sànchez, è come prendere un pugno nello stomaco, un pugno che non si ritira dopo l’affondo, ma rimane conficcato a darti un sapore di fiele e di bile in bocca. Ma andiamo con ordine.
Gordiano Lupi è il traduttore ufficiale di Yoani Sànchez, da anni ne segue il blog e cura i rapporti con la dissidente attraverso contatti continui. Yoani è una filologa cubana, che, dopo un passato da piccola castrista qualsiasi, comincia a porsi delle domande. È giovane, inquieta, intelligente. Cresce in lei il dubbio, il contrasto, “l’eresia”. Perché è così che il regime castrista di Fidel prima, e di suo fratello Raùl poi, interpretano il desiderio di libertà di Yoani.
Yoani è costretta a subire le violenze di un regime affamante e liberticida, di un’autorità cieca e brutale, e soffre per Cuba, l’isola amata, la patria ferita, dove il dengue è endemico, dove le tessere del razionamento alimentare non concedono abbastanza calorie per la sussistenza eppure, una volta abolite, vengono rimpiante. Yoani studia in una “scuola di campagna”, sorta di lager dove subisce soprusi, fame e pidocchi, s’immerge nelle lettere per evadere da un presente che non le piace, sogna di viaggiare. Sarà proprio questo, il desiderio frustrato di viaggiare, ancor più dei due arresti subiti, a costituire la vera privazione di libertà, la più penosa. Per chi sa cosa si prova salendo su un aereo con l’emozione nel cuore, questa specie di arresti insulari sono un tormento.
“Sogno di poter vivere in un’isola dove non si debba più chiedere il permesso per entrare e uscire. Mi illudo che in un prossimo futuro vivrò in un paese normale, che non impedirà un viaggio all’estero per motivi politici. Per il momento posso solo usare Twitter – la mia unica arma – e gridare forte: Internet e libertà di movimento per i cubani!”(pag 79)
Yoani non capisce perché nella sua nazione “tutto è proibito”: non si può espatriare, non si possono leggere certi libri o assistere a certi spettacoli, non si può esprimere liberamente la propria opinione, non si può accedere ad internet, per molto tempo, addirittura, non si può nemmeno possedere un computer. Il disgusto la soffoca, l’angoscia la opprime. Vede morire uno dopo l’altro tutti i dissidenti che entrano in sciopero della fame e non ne escono vivi. La scelta è spegnersi asfissiata dai divieti oppure ribellarsi. Allora entra in un albergo con connessione internet e, clandestinamente, scrive il primo post di Generaciòn Y, il blog che - pur oscurato dalle autorità dal 2008 al 2011 – la renderà famosa in tutto il mondo, farà di lei una delle persone più influenti del pianeta, candidata al Nobel per la pace nel 2012, capace di interloquire persino con Barack Obama e per questo accusata d’imperialismo dai filo castristi.
Il blog, tradotto per La Stampa da Gordiano Lupi, è attivo da cinque anni e, in questo tempo, la fragile cubana - magrissima, di una bellezza spirituale e quieta - si trasforma in attivista temeraria, sempre più consapevole di sé, sempre più simbolo, faro e luce per tutti i cubani e tutti i dissidenti nel mondo, al pari di Aung San Suu Kyi - ma anche sempre più spaventata, fra oscuramenti, diffamazioni, arresti, minacce e percosse.
Impaurita soprattutto perché madre di un ragazzo nei cui occhi legge il medesimo anelito di libertà, le stesse domande senza risposta di quando lei era piccola. Ama in suo figlio l’indipendenza di spirito e, insieme, la teme. Ha la nausea ogni volta che, fin da bambino, lo sa costretto a compromessi, a tacere per convenienza a quieto vivere, per “non mettersi nei guai”. Non vuole per lui il destino che è toccato a lei, vuole che Teo cresca in una Cuba emancipata, democratica, dove chiunque possa manifestare dissenso, dove le elezioni non siano una farsa, dove la cultura e le conoscenze circolino senza impedimenti, dove sia concesso fare una valigia e partire alla scoperta del mondo, dove non si debba lavorare la vigilia di Natale, dove ognuno sia libero di pregare il suo Dio e decidere se accettare o rifiutare il modello occidentale. Invece Yoani, suo marito Rinaldo e il figlio Teo, vivono in un paese dove non esistono prigionieri politici ma solo “delinquenti comuni”: undici milioni di delinquenti comuni, solo perché teste pensanti.
“Non conosco a fondo la libertà”, ci dice - e quanto è struggente questo non comprendere nemmeno ciò che ci manca, nemmeno l’oggetto del desiderio - “ma per me è come una meta, un obiettivo da perseguire. Penso che libertà voglia dire vivere in un paese dove sia possibile fermarsi in un angolo e gridare: Qui non c’è libertà! La libertà è uno spazio dove è possibile ottenere ancor più libertà. La libertà comincia dentro noi stessi, il giorno in cui ti alzi e dici: Non voglio andare avanti così. Non voglio più indossare una maschera. Non voglio permettere che mi rubino ancora spazi di opinione, di libero movimento.” (pag 128)
Yoani sa che la sua vita è appesa a un filo, sa che, se un giornalista può essere licenziato, ghettizzato, messo a tacere, è più difficile fermare un blogger perché la rete ha le sue vie virali e capillari di espansione. Yoani sa che per fermare un blogger bisogna ucciderlo. La sua garanzia è la visibilità, il numero dei lettori, il numero dei followers, il numero dei premi ricevuti. Ecco perché per chi la segue e la traduce è diventata quasi un’ossessione. Parlare di lei al mondo significa, non solo diffondere le sue idee e il suo sogno di libertà e democrazia, ma anche tenerla in vita, salvarla dalla prigione, dalla macchina del fango, dall’eliminazione fisica.
Nel suo blog antigovernativo Yoani dice cose terribili e dure ma le dice con pacatezza, con gentilezza, senza eccessi, sempre guardando anche l’altro lato della medaglia, sempre cercando conferma delle voci, dei sospetti. E, quando i filo castristi la ingiuriano in un aeroporto - il giorno che finalmente le è concesso espatriare - è felice perché capisce di trovarsi in un posto dove c’è libertà di espressione.
Vale per i suoi post quello che lei stessa afferma di Aung San Suu Kyi:
“Nessuno come lei ha potuto descrivere l’orrore con dolcezza, senza che il grido s’impadronisse del suo stile e il rancore le salisse agli occhi.” (pag 85)
I suoi messaggi sono scritti con uno stile letterario, non parlano solo di politica e società, ma anche di vita quotidiana. La immaginiamo pallida e assorta, fra panni stesi e faccende rimandate, rispondere a mail e telefonate, con, nella stanza accanto, un figlio, dissidente sì, ma pure affamato e in attesa del pranzo. Riviviamo la sua infanzia, poi la pubertà nella scuola di campagna, le malattie contratte fra fame e sporcizia, la congiuntivite, il bisogno di farsi uno shampoo, i capelli rasati a zero per paura dei parassiti, gli anni dell’università, le lotte al fianco delle Damas de Blanco, le proteste in piazza, le notti in prigione (di cui, per pudore, racconta poco, solo l’umiliazione delle perquisizioni “sotto le gonne”) ma anche il desiderio - lei atea – di vedere un presepe, di festeggiare il Natale, di fare una valigia anche solo per lasciarla in un angolo, inutilizzata.
Tutto questo ci fa male dentro, ci ferisce. Leggere Generaciòn Y appassiona e addolora insieme.
Gordiano Lupi rende bene lo stile incisivo della Sànchez, più da scrittrice che da semplice blogger, ed è bravo a riassumere i cinque anni di vita di Generaciòn Y, rendendoli avvincenti come un romanzo, pur se procedendo a scatti, a balzi avanti e indietro nel tempo, com’è nello stile dello scrittore, traduttore ed editore piombinese.
Per questo ora siamo tutti qui con lei, con Yoani, ad attendere una primavera che forse tarderà, che sarà pure costellata di sofferenze, di disagi e contrasti, ma, siamo certi, prima o poi giungerà anche per Cuba.
“La democrazia arriverà ventiquattro ore dopo che tutti noi cubani l’avremo pretesa come un nostro preciso diritto”. (pag 119)
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Yoani Sànchez in attesa della primavera di Gordiano Lupi Edizioni Anordest, 2013 Per chi è abituato a vivere in un paese libero senza nemmeno rendersene conto, leggere "I n attesa della primavera "
http://www.criticaletteraria.org/2013/06/gordiano-lupi-yoani-sanchez-in-attesa.html
Marcello Signore, "Padre a tempo indeterminato", recensione di Gordiano Lupi
Marcello Signore
Padre a tempo indeterminato
Edizioni Anordest – Pag. 192 – Euro 12,90
La casa editrice lancia il libro con uno strillo intrigante: “il primo libro in Europa con colonna sonora integrata”. Spiega l’ufficio stampa: “Per la prima volta un libro completo di colonna sonora:
grazie a PLAY.ME, leggendo il romanzo, sarà possibile ascoltare in streaming su smartphone una playlist di canzoni scelte dall’autore”. Lascio al pubblico questo privilegio, ché io non possiedo smartphone - e non ho nessuna intenzione di comprarlo! - ho capito da poco (forse grazie a Grillo, ecco a cosa è servito il Movimento Cinque Stelle!) cosa significa streaming, mentre playlist è l’unico vocabolo che - obtorto collo - è entrato a far parte del mio linguaggio. Mi scuso per il latino. So che non va più di moda. Vediamo la trama del romanzo.
Michael è un giovane di successo, arrogante, saccente, misogino e sociopatico. Dopo un anno passato a Los Angeles, torna a lavorare a Milano in una famosa agenzia di comunicazione. Ha un unico obiettivo: rendere l’ufficio un inferno e le sue colleghe miserabili, documentando ogni nuovo sadico stratagemma sul suo diario di bordo. Il destino decide di dargli un calcio nel sedere e Michael scopre di aver lasciato a Los Angeles qualcosa in più di un semplice souvenir: una figlia che non sapeva di avere e di cui adesso deve prendersi cura. Con una tazza di caffè americano
in una mano e un biberon nell’altra, quest’uomo dal sarcasmo scorretto si prepara al lavoro più difficile della sua carriera: diventare padre a tempo indeterminato. Il romanzo racconta con ironia la storia di un cambiamento inaspettato: da bastardo part-time a padre a tempo indeterminato. Al romanzo è abbinato un book-trailer (poteva mancare in un prodotto così tecnologico?), in collaborazione con Nokia, L’Uomo Elite Milano e MSGM, Andrea Olivo e Fabrizio Martinelli hanno realizzato un filmato interamente girato con il nuovo Nokia Lumia 920. Il video sarà disponibile dal 4 luglio e vede come protagonista il modello di Elite, Mario Scalia, nei panni di Michael.
Due parole sull’autore. Ne sentiremo parlare, credo. Marcello Signore, 24 anni, è nato a Napoli. Dopo un’esperienza negli Stati Uniti vive a Milano, dove si occupa di social media. Grazie al successo web della serie Pausa Pranzo, nel 2011 approda in tv, su La3, dove conduce Mi chiamo NERD, una nuova trasmissione interattiva scritta e pensata da lui per i giovani. Nel 2012 diventa blogger di Huffington Post Italia. Non solo. Si tratta di uno dei nuovi volti di Occupy Deejay su DeejayTV. Con oltre 10.000 followers fra Facebook, Twitter e YouTube, Marcello è un “social writer”, i suoi post e i suoi racconti vengono seguiti ogni giorno da centinaia di utenti e sono fra i più commentati del web. Dopo il successo di alcune storie brevi pubblicate su Facebook e sul suo blog, questo è il suo primo romanzo. Il libro sarà presentato il 4 luglio, presso la Libreria Hoepli di Milano (Via Ulrico Hoepli, 5) alle ore 18, con un evento in partnership con Nokia su “Lo scrittore al tempo dei social media”. Insieme all’autore interverranno Alessandro Rimassa (direttore del Centro Ricerche dello IED), Giuliano Federico (direttore di Swide.com), Silvia Vianello (conduttrice di Smart&App su La3) e Alessandro Cusmano (brand manager di Nokia Italia). Il dibattito sarà moderato da Paolo Maria Noseda, interprete di Che tempo che fa e autore de La voce degli altri. La presentazione sarà trasmessa in streaming via Google Hangout sul canale di Marcello Signore <http://www.youtube.com/marcellosignore>.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Anonimo, "Il caso editoriale dell'anno", recensione di Gordiano Lupi
Anonimo
Il caso editoriale dell’anno
Edizioni Anordest – Pag. 206 – Euro 12,90
Il caso editoriale dell’anno si può leggere come un romanzo verità, ché il mondo editoriale italiano è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dove tiri cogli sempre bene, avrebbe detto Gaber. Ma sarebbe bene leggerlo anche come un romanzo tout-court, ché l’autore è dotato di ottima penna, per l’occasione intrisa di ironia e persino di sarcasmo. Il lettore divorerà le duecento pagine di un libro agile e rapido, ideale compagno d’una giornata estiva. Scrittori, editori, agenti letterari, fiumi di Champagne e vin rosé, festival della letteratura, inaugurazioni di librerie italiane all’estero, prestigiosi premi letterari, fiere del libro, rumors letterari, presentazioni di libri, ladri di diamanti, giganteschi e imbarazzanti Hummer argentati, e poi Forte dei Marmi, Torino, Roma, Cannes, New York, Parigi, Barcellona. Sono alcuni degli intriganti elementi che caratterizzano questo irresistibile romanzo.
Una sorta di commedia esistenziale nella quale viene presentato uno spaccato del mondo editoriale italiano (le sue piccolezze, i suoi trucchi di marketing…) e le disavventure di uno scrittore investito da un inaspettato successo editoriale. Come vendere più di un milione di copie del proprio romanzo, continuare a sentirsi inadeguati e stentare a trovare il proprio posto nel mondo. Una spietata critica dell’ambiente editoriale, ma anche un romanzo ferocemente divertente. Ed è, in ultima analisi, anche un gioco postmoderno sull’idea di sparizione (in questo caso dell’autore, l’Anonimo). Sulla scia del bestseller Studio illegale di Duchesne che faceva conoscere il mondo degli avvocati, questo libro svela i retroscena dell’ambito editoriale e di tutto ciò che alla gente comune lo fa sembrare un ambiente patinato e irraggiungibile. Con cinica ironia viene descritto il boom editoriale di un romanzetto di poco conto in cui nemmeno l’autore credeva,destinato a diventare un successo internazionale di critica e di vendite, fino a essere tradotto in tutto il mondo. Leggiamo un brano.
“Dopo l’ubriacatura di stampa tutta a mio favore, dalle pagine letterarie del Manifesto a Vanity Fair, passando per Repubblica e Anna, adesso c’è stato un repentino volta faccia e lo sport nazionale è diventato quello di parlare male del mio libro e in modo particolare di parlare male di me, e da quando hanno cominciato ad essermi tutti contro le copie vendute sono aumentate vertiginosamente di settimana in settimana: più parlano male del libro e più la gente corre a comprarlo e tutto questo ha un nome: sindrome di susannatamaroumbertoecobaricco”.
Al termine della lettura resta un interrogativo: chi sarà mai questo autore che ha deciso di svelare i retroscena del mondo editoriale italiano? Non lo sappiamo. Una cosa è certa, è più scaltro di altri che l’hanno preceduto, autori polemici e sarcastici che hanno scritto libri simili facendo nomi e cognomi, accusando, criticando e soprattutto mettendo il loro nome in copertina. Il nostro Anonimo, invece, è al riparo da ogni ritorsione, diretta o indiretta. Il senno di poi (di cui son piene le fosse) ci fa concludere che ha fatto bene.
Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
Recensione: Poesie e pittura nell'anima
Voci di Conchiglia
Raccolta antologica
Recensione alle poesie di Carmen Auletta.
di Ida Verrei
“Leggere una poesia è come perdersi in un labirinto di emozioni…” scrive Sonia Demurtas nella prefazione alla raccolta antologica “Voci di Conchiglia”. Ed è proprio in questo groviglio di sentimenti, alcune volte forti, urlati; altre, sfumati, sussurrati, raccontati con una sorta di pudore infantile, che ci si immerge, accostandosi ai versi di Carmen Auletta.
Sono poesie “dipinte”, non solo perché accompagnate dalle pitture che le interpretano e, in un certo senso, le commentano, ma perché le parole ti arrivano con la forza del colore, le immagini ti investono come pennellate.
L’autrice ha incontrato il male di vivere, la più profonda e dolorosa oscurità, quella vera, quella che porta sull’orlo del baratro e fa urlare: cerco imploro piango e chiedo…
Il mio spirito incerto e cadente/ manda l’eco di una voce sparuta/ un pensiero che lacera la mente/ in un cammino di pena vissuta…”
Ma le sofferenze non diventano frattura tra sé e il mondo, non si risolvono nell’ indifferenza o in un aristocratico distacco, talvolta estremo rifugio del poeta, né con la romantica ribellione verso la natura: dalla musica del silenzio Carmen scopre la poesia, il canto della vita, la voglia di vivere un cielo … come un candido aquilone.
E cattura immagini, aspetti della vita quotidiana e li trasforma in emozioni, intuizioni, palpiti, metafore.
Fruga nella realtà per cogliere il segno di una condizione umana che non sia solo dolore, vuoto seducente, ma promessa di vita, d’amore.
Aggiusta la bacchetta magica, e guarda con tenerezza e gratitudine, quel tempo che è stato generoso, regalando all’attimo l’eternità.
Grande lezione di coraggio, fiducia e speranza, dà questa sensibile poetessa!
Risplendete miei piccoli girasoli, verrà il nostro sole/
Questa notte l’ho sognato, eravamo in un campo di luce
I.V.
Maria Vittoria Masserotti, "Racconti per una "canzone""
Racconti per una “canzone”
Maria Vittoria Masserotti
Edizioni Progetto Cultura
pp 168
12,00
Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo spessore, come Scerbanenco. I racconti di Maria Vittoria Masserotti fanno venire in mente quelle storie. Novelle che si leggono una alla volta per il benedetto, sacrosanto, puro e semplice desiderio di leggere, per la ormai introvabile e superata gioia della scoperta d’una atmosfera e d’una trama.
Se un buon racconto ruota attorno ad un’idea originale, a una situazione particolare e si muove da un punto a A fino a un punto B, attraverso una evoluzione dinamica, le storie della Masserotti assolvono tutti questi compiti. Ognuna ha una trama da raccontare, ognuna ha un personaggio da inquadrare e un’ambientazione particolare.
Ci colpisce la geografia delle vicende che attraversa tutta l’Italia, dal Lazio alla Toscana, dalle città ai paesi, dalla terraferma alle isole. I protagonisti e le protagoniste sono tutti, salvo poche eccezioni, persone mature, spesso alle prese col tempo ritrovato e dilatato della pensione. Ognuno fronteggia un problema diverso, dall’incontro devastante con la malattia, all’amore rivisitato in tutte le sue sfaccettature, inteso come nuovo contatto, ma anche come rapporto logorato dal tempo e dalla clandestinità, o dolce complicità coniugale. I personaggi sono variegati: la ragazza sola e obesa, l’uomo con troppe storie sentimentali parallele, l’amante stanca del suo ruolo secondario, la donna che ha subito l’asportazione totale dell’apparato riproduttivo.
Ci sembra di cogliere, comunque, in ogni racconto – e specialmente nel nostro preferito “Novembre” – una prepotente speranza, la sensazione che mai niente finisce davvero, che, dietro l’angolo, c’è sempre una sorpresa, una nuova possibilità, che la vecchiaia non è decrepitudine ma, semmai, saggezza e libertà dagli impegni, tempo recuperato per sé, in una solitudine riconquistata, oppure in una condivisione scelta e non subita. L’amore e il sesso, in questa visione, hanno ancora tanto spazio e sono vissuti come rigoglio dei sensi e calore di sentimento. La solitudine, la sconfitta, l’apatia e la noia: “La vita a vent’anni gli era sembrata colma di promesse. Ora è solo una routine senza spunti, senza obiettivi. Sospira e apre il frigo.” (pag 29) in realtà non esistono, sono solo una nostra forma mentale.
C’è sempre, al contrario, la possibilità di un colpo di reni: “La mano destra di Giulia si protende ad accarezzare la tomba di suo padre, lì in alto, sfiora la piccola balaustra di marmo senza arrivare alla foto, punta i piedi per arrivarci e sente che il suo corpo si solleva. È in piedi.” (pag 143) È il rinnovo, la resurrezione che diventa soprattutto presa di coscienza di ciò che già si ha, consapevolezza e rivalutazione del passato in vista del futuro.
“Quello è sempre stato un momento magico, carico di attesa, quando ancora il profilo del tempo deve essere disegnato, dove tutto è ancora e sempre possibile.” (pag 82)
In quest’ottica tutto riacquista valore, persino la compagnia di un cane non è più simbolo di mancanza e isolamento bensì del contrario, di completezza ed affetto. Il vuoto diventa all’improvviso pieno.
“Una cosa è certa – visto che lei è nata – la vita in qualche modo ha vinto. Si alza per andare a chiamare Marilena, oggi ha bisogno di rivedere il suo cane.” (pag 27)
I racconti portano il nome dei mesi dell’anno e anche questa circolarità fa sì che ci sia un implicito senso di rinascita, di “vita nova”. Il tempo, d’altronde, è ciò di cui l’autrice si è occupata professionalmente, avendo fatto ricerca informatica per il CNR sul ragionamento spazio–temporale.
Il pregio maggiore, il maggiore sforzo di questa raccolta, a nostro avviso, è la mancanza di autobiografismo, così rara da trovare. Quante volte sentiamo uno scrittore dire: “Ho esordito con un romanzo che parla della mia vita”, e, di fronte ad affermazioni come queste, siamo sempre prevenuti. Qui, invece, ogni storia si differenzia dall’altra per intreccio, sviluppo e ambientazione: c’è l’uomo conteso fra troppe donne, c’è l’erede ucciso dai parenti avidi, c’è la giornalista coinvolta in una storia di mafia e servizi deviati, c’è persino Josè Saramago.
Ovviamente, la Masserotti, come qualunque altro scrittore, mette sempre un poco di sé in ogni personaggio: che sia un marito preoccupato per la salute mentale della moglie o un agente del Mossad, quella sarà comunque la visione dell’autrice, quelli saranno “il suo” marito e “il suo” agente. E, mescolate agli accadimenti e alle scene, ci sono, com’è naturale, le cose che l’autrice ama e conosce, le sue letture - da Saramago a Tolkien - i suoi luoghi preferiti, salsi e marini, la sua musica.
Il titolo e le strofe poste all’inizio di ogni racconto, infatti, sono tratti da “Canzone dei dodici mesi” di Guccini, e quest’accostamento, ancora una volta, richiama il bisogno di vivere il fluire del tempo senza negare le proprie basi ma, anzi, recuperandole. Nella prefazione, Lamberto Picconi afferma che: “In un contesto storico come quello degli anni 70, in cui molti volevano fare tabula rasa del passato e ricominciare da zero, il cantante modenese si pose in direzione decisamente contraria, volgendo lo sguardo, non senza nostalgia, verso le proprie radici.” (pag 6)
È questo, in fondo, lo scopo della scrittura, renderci più chiari a noi stessi e, nello stesso tempo, liberarci, scandagliare e illuminare le nostre motivazioni inconsce, farci scoprire l’alterità, il nuovo e il possibile, oltre il recupero di ciò che siamo stati.
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Racconti per una "canzone" Maria Vittoria Masserotti Edizioni Progetto Cultura Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo ...
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