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recensioni

George R.R. Martin, "Game of Thrones"

6 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Game of Thrones

di George R.R. Martin 1996

Harper Voyager, 2011

 

pp. 801

€ 14,40

 

When you play the game of Thrones, either you win or you die”.

 

Da una minestra riscaldata può nascere una zuppa appetitosa? La risposta è sì, nel caso di Game of Thrones, il romanzo fantasy di George R.R. Martin.

Se già nelle iniziali dell’autore sentiamo riecheggiare il nome del maggior esponente del genere, in altre parole Tolkien, possiamo dire che tutto il romanzo è la saga del già visto. Mai come in questo caso a ogni immagine, a ogni descrizione, a ogni ambiente, a ogni battaglia combattuta e arma brandita, si collega qualcosa di già sentito e già osservato, qualcosa che fa parte del bagaglio culturale di chiunque abbia dimestichezza con la fantasia e con l’immaginario. Ci vengono in mente associazioni di ogni genere, viste e udite non solo sui libri, ma in televisione, al cinema, ovunque.

 

I tornei, le armature, le cotte di maglia lucente, ricordano sir Lacillotto in film come Excalibur di John Boorman (1981), ma anche Il primo cavaliere di Jerry Zucker (1995). La giovane Sansa somiglia tanto a Meg che va alla “fiera delle vanità” in “Piccole Donne” di Louisa May Alcott. Il mezzo gigante Hodor è simile, anche nel nome, a Hagrid di “Harry Potter” (che però è del 1997 ed è quindi di poco successivo). I vari casati in lotta per il trono sono vicini agli abitanti del pianeta Cottman IV nel “Ciclo di Darkover”, o alla storica Guerra delle due Rose. Le atmosfere sanguinarie, erotiche e barbariche, del filone dedicato a Daenerys e a suo marito Drogo, ci ricordano sceneggiati televisivi ispirati alla figura di Attila e di Gengis Khan.

Insomma, è tutto un susseguirsi di déjà vu. Quindi si potrebbe pensare che il genere non abbia più niente da offrire, che il romanzo di Martin sia solo per aficionados influenzati dal successo dell’omonima serie televisiva. Invece non è così, invece era da tanto che non ci immergevamo in una lettura di ottocento pagine con la sensazione di essere precipitati davvero in un secondary world fantastico, curato nei minimi particolari e coerente. Chi scrive narrativa di genere, infatti, sa che, qualunque sia l’argomento trattato, non deve mai perdere la fiducia del lettore con errori grossolani. Un occhio non può essere vitreo, per capirci, né la volontà ferrea, in un universo dove vetro e ferro non sono stati ancora inventati. Ed era da tanto che non vedevamo in atto la subcreazione tolkieniana con tale forza da farci correre subito in libreria per comprare il secondo della serie e poi il terzo e via di seguito. All’interno di elementi già noti e riconducibili a un patrimonio di conoscenze comuni, a Martin va riconosciuta la capacità di aver sviluppato alcune figure e alcune situazioni in modo molto personale.

Fra i personaggi spiccano le due ragazzine dal carattere opposto, la mansueta Sansa e il maschiaccio Arya – davvero riconducibili agli archetipi Meg e Jo – e Tyrion, rielaborazione ovvia, e insieme geniale, del nano della fantasy. Tyrion è infatti un vero nano umano, figlio sgradito di un signore della guerra, con tutte le conseguenze psicologiche che la sua deformità comporta. Ci colpisce anche il piccolo Bran, che rimane paralizzato per mano nemica e affronta con coraggio la sua sventura, oppure Jon Stark, il figlio bastardo che morirebbe pur di essere amato dal padre quanto gli altri figli. I caratteri sono descritti a tutto tondo, hanno un passato, un presente e un futuro, hanno famiglie e motivazioni psicologiche profonde, come la misteriosa nascita illegittima di Jon, o l’infelice rapporto col padre dell’obeso, vile e goffo Sam (a ben guardare molti dei personaggi hanno relazioni conflittuali con i genitori). L’autore conosce tutte le sue creature, sa cosa direbbero in ogni circostanza, sa come agiscono, che posto occupano nello spazio e quali sono le loro movenze.

Al di là dei personaggi, ci sono poi alcuni elementi che caratterizzano la saga. Uno è costituito daidirewolves - i non estinti canis dirus, tradotti malamente con meta- lupi - ciascuno dei quali accompagna i rampolli della casa Stark. Li percepiamo, grandi e possenti, agili e spietati ma fedeli e affettuosi con i padroncini. L’altra immagine che ci rimane scolpita nella mente è quella del Wall, l’immensa muraglia di ghiaccio che da secoli divide le terre degli uomini dalle lande selvatiche e desolate del nord, nascondiglio di cose misteriose, pronte a ghermire nel buio e uccidere. Pare di vederlo, l’immenso muro traslucido, con i suoi camminamenti cosparsi di ghiaino che scricchiola sotto le suole dei Guardiani, con le incrinature, le crepe e i rivoletti di scioglimento, in un mondo dove le stagioni non sono quelle da noi conosciute, ma alternano grandi glaciazioni a lunghe primavere.

Rispetto alle altre cronache fantasy, grande spazio è dato alla sessualità, materia che, di solito, viene rimossa e sublimata. Qui amplessi e stupri sono frequenti ed espliciti, l’universo è selvaggio e insanguinato, al punto che la serie televisiva tratta dal romanzo è stata considerata “diseducativa” per i giovani. Non ci si tira indietro neppure di fronte all’incesto o alla pedofilia. Jaime e Cersei sono gemelli, come Cathy e Heathcliff (senza averne l’oscura potenza) si completano a vicenda e l’atto sessuale per loro è una sorta di riunione con la metà perduta. Daenerys va sposa al suo principe guerriero a soli tredici anni. Sansa ed Arya sono bambine ma già suscitano desideri nei maschi adulti.

Anche la religione trova una collocazione, dimenticata nell’atea Terra di Mezzo e in altri universi fantastici. Il culto dei septon e delle septas, che sta soppiantando quella degli antichi dei, ricorda il conflitto fra cristianesimo e druidismo, così ben rappresentato non solo da Merlino e Morgana inExcalibur (che, non dimentichiamolo, si basa su La Morte d’Arthur di Thomas Malory) ma anche nei romanzi della Bradley e, in particolare, ne “Le nebbie di Avalon" e nel suo prequel, “The Forest House”, costruito sulla storia narrata nella Norma di Vincenzo Bellini.

Le tecniche narrative applicate nel testo sono le più comuni e collaudate del genere. I personaggi seguono il POV, cioè il punto di vista circoscritto alternato in capitoli, pratica affinata da Tolkien - il quale non perde quasi mai la focalizzazione hobbit - e portata avanti poi da Terry Brooks nel “Ciclo di Shannara”. La capacità narrativa si esplica con quello che possiamo definire “lo sguardo circolare”. Mentre racconta, l’autore non perde mai di vista la scena generale, ha un occhio capace di cogliere i particolari circostanti, si chiede che cosa fanno gli altri personaggi intorno, chi si sta muovendo nell’ambiente, e fa agire ed esprimere ogni figura secondo le proprie peculiarità.

Per concludere, possiamo dire che Martin, all’interno di un genere conosciuto e sfruttato, ha saputo trovare un’interpretazione personale, in grado di dare un senso a ciò che scrive, affinché non sia inutile, superfluo o, peggio, ridicolo.

 

"When you play the game of Thrones, either you win or you die."

 

Can a tasty soup be born from a heated soup? The answer is yes, in the case of Game of Thrones, the fantasy novel by George R.R. Martin.

If already in the author's initials we hear the echo of name of the greatest exponent of the genre, in other words Tolkien, we can say that the whole novel is the saga of the already seen. Never as in this case, every image, every description, every environment, every battle fought and weapon brandished, is connected to something already heard and observed, something that is part of the cultural background of anyone familiar with the imagination and with the imaginary. All kinds of associations come to mind, seen and heard not only on books, but on television, in the cinema, everywhere.

The tournaments, the armour, the chain mails are reminiscent of Sir Lancillotto in films such as John Boorman's Excalibur (1981), but also Jerry Zucker's First knight (1995). The young Sansa looks so much like Meg that goes to the "vanity fair" in Little Women by Louisa May Alcott. The giant medium Hodor is similar, also in the name, to Hagrid of Harry Potter (which is from 1997 and is therefore not much later). The various families fighting for the throne are close to the inhabitants of the planet Cottman IV in the Darkover Cycle, or to the historic War of the Two Roses. The bloody, erotic and barbaric atmospheres of the vein dedicated to Daenerys and her husband Drogo remind us of television dramas inspired by the figure of Attila and Genghis Khan.

In short, it's all a succession of déjà vu. So one might think that the genre has nothing more to offer, that Martin's novel is only for aficionados influenced by the success of the television series of the same name. Instead it is not so, instead it has been a long time since we immersed ourselves in a reading of eight hundred pages with the feeling of having really fallen into a fantastic secondary world, with attention to the smallest details and coherent. Those who write gender fiction, in fact, know that, whatever the topic covered, they must never lose the reader's trust with gross errors. To understand, an eye cannot be glassy, ​​nor the will made of iron, in a universe where glass and iron have not yet been invented. And it has been a long time since we have seen Tolkien's subcreation in place with such force that we immediately rush to the bookstore to buy the second of the series and then the third and so on. Within elements already known and attributable to a wealth of common knowledge, Martin must be recognized for his ability to have developed some figures and some situations in a very personal way.

Among the characters, the two girls with the opposite character stand out, the meek Sansa and the tomboy Arya - really attributable to the archetypes Meg and Jo - and Tyrion, an obvious and at the same time ingenious reworking of the fantasy dwarf. Tyrion is in fact a true human dwarf, an unwelcome son of a warlord, with all the psychological consequences that his deformity entails. We are also struck by little Bran, who remains paralyzed by an enemy hand and bravely faces his misfortune, or Jon Stark, the bastard son who would die just to be loved by his father as much as his other children. The characters are described alla round, They have a past, a present and a future, they have families and deep psychological  motivations, such as Jon's mysterious illegitimate birth, or the unhappy relationship with the father of the obese, cowardly and clumsy Sam (on closer inspection many of the characters have conflicting relationships with their parents). The author Knoews all his creatures, knows what they would say in all circumstances, knows how they act, what place they occupy in space and what their movements are.

 

Beyond the characters, there are also some elements that characterize the saga. One is made up of direwolves - the non-extinct canis dirus, - each of which accompanies the scions of the Stark house. We perceive them, large and powerful, agile and ruthless but faithful and affectionate with the owners. The other image that remains engraved in our mind is that of the Wall, the immense wall of ice that for centuries has divided the lands of men from the wild and desolate lands of the north, a hiding place of mysterious things, ready to grasp in the dark and kill. It seems to see it, the immense translucent wall, with its walkways sprinkled with gravel that creaks under the soles of the Guardians, with cracks and melting rivulets, in a world where the seasons are not those we know, but alternate large glaciations with long springs.

Compared to the other fantasy chronicles, great space is given to sexuality, a matter which is usually removed and sublimated. Here intercourses and rapes are frequent and explicit, the universe is wild and bloody, to the point that the television series based on the novel was considered "miseducational" for young people. There is no turning back even in the face of incest or pedophilia. Jaime and Cersei are twins, as Cathy and Heathcliff (without having their dark power) they complete each other and the sexual act for them is a sort of meeting with the lost half. Daenerys marries her warrior prince at just thirteen. Sansa and Arya are girls but already arouse desires in adult males.

Religion also finds a place, forgotten in the atheist Middle Earth and in other fantastic universes. The cult of the septoms and septas, which is replacing that of the ancient gods, recalls the conflict between Christianity and Druidism, so well represented not only by Merlin and Morgana in Excalibur (which, let's not forget, is based on Malory’s Mort d’Arthur) but also in Bradley's novels and, in particular, in The Mists of Avalon and in his prequel, The Forest House, built on the story told in Vincenzo Bellini's Norma.

The narrative techniques applied in the text are the most common and proven of the kind. The characters follow the POV, that is the circumscribed point of view alternating in chapters, a practice refined by Tolkien - who hardly ever loses his hobbit focus - and then pursued by Terry Brooks in the Shannara Cycle. The narrative ability is expressed with what we can call the "circular gaze". While telling, the author never loses sight of the general scene, has an eye capable of grasping the surrounding details, wonders what the other characters around do, who is moving in the environment, and makes each figure act and express according to its peculiarities.

To conclude, we can say that Martin, within a known and exploited genre, has been able to find a personal interpretation, capable of making sense of what he writes, so that it is not useless, superfluous or, worse, ridiculous.

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AA.VV., "Raccontare Piombino"

5 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

AA.VV., "Raccontare Piombino"

Raccontare Piombino di AA.VV.

Pagine 150 – Euro 14

Undici autori per raccontare una città, anzi dodici, perché gli splendidi scatti di Andrea Frediani immortalano Piombino in tutta la sua bellezza. Umberto Bartoli, Valentina Della Lena, Paolo Ferrari, Alessandro Fulcheris, Emilio Guardavilla, Federico Guerri, Gordiano Lupi, David Marsili, Marco Miele, Simone Pazzaglia e Paolo Silvestri sono i narratori chiamati all’opera. La città è la vera protagonista, in un libro che non vuol essere celebrativo, né agiografico, ma soltanto un atto d’amore compiuto da un gruppo di scrittori che vivono un rapporto stretto con il litorale tirrenico. L’azione degli undici racconti si svolge nei luoghi simbolo della città: Porto, Marina, Salivoli, Pinetina, Città Vecchia, Populonia, Baratti, Centro Storico… Un biglietto da visita per un luogo dell’anima in rapido divenire, dalla monocultura dell’acciaio alla diversificazione turistica.

Prefazione in forma di racconto

Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d’acciaio e profumo di scogliere. Percorro senza sosta vecchie strade, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d’olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra scogliere, cadenti ricordi d’archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d’illusione, memoria del passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una labile primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d’un gabbiano. Mi è capitato d’odiare la sua altera presenza, ma adesso mi reca un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d’una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d’operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l’ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D’un tratto comprendo l’angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d’ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d’un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell’Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell’oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza. (Gordiano Lupi)

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Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

4 Settembre 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Francesca Rizza, “Il viola di Alex”

Il viola di Alex
Francesca Rizza
Arduino Sacco Editore, 2013
pp 270

19,90 €

Il romanzo di Francesca Rizza racconta la vita di Alex e il difficile percorso che la porta ad accettare la propria omosessualità. Il testo, che rientra pienamente nel genere drammatico-erotico indicato dall’editore, parte descrivendo l’infanzia e adolescenza della protagonista e il suo precoce scontro con l’intolleranza della società in cui vive.

Consapevole fin da piccolissima delle proprie inclinazioni, Alex stringe un’intensa amicizia con Andrea, un bambino che a nove anni le confida il proprio amore per un coetaneo. Lei gli confessa a sua volta la propria omosessualità e tenta di convincerlo a dichiararsi. Andrea rimarrà vittima di un delitto omofobico e la violenza subita dall’amico, assieme a quella inflittale dal fratello, segnerà in maniera indelebile Alex e la sua visione del mondo.

La violenza è uno dei fili conduttori nei primi capitoli di questo romanzo, e torna ogni volta a dissuadere la protagonista dal vivere le sue naturali inclinazioni, portandola all’assurdo proposito di non toccare mai più una donna e trovare il proprio appagamento in una compulsiva collezione di esperienze eterosessuali, dolorose e insoddisfacenti.

Solo dopo una relazione con un uomo diverso da tutti quelli conosciuti precedentemente, che la spinge a esplorare la sua omosessualità e la porta in viaggio in Spagna, Alex trova il coraggio di affrontare la sua natura e iniziare una relazione con una donna.

Il romanzo si articola in una serie di capitoli incentrati sulle figure rilevanti nella vita della protagonista, di cui portano il nome, accompagnando la progressiva evoluzione di Alex verso il superamento dei suoi traumi e l’accettazione della sua identità. Positiva è la descrizione di una vita individuale, che nella complessità delle sue esperienze non si lascia incastrare in nessuno stereotipo, né ridurre alla volontà di veicolare un preciso messaggio. Tuttavia in alcuni passi le vicende narrate e le descrizioni, generalmente intense e coinvolgenti, risultano forzate e avrebbero probabilmente necessitato di un ulteriore editing. Nonostante ciò, il libro si legge in maniera scorrevole e non manca di catturare il lettore con passaggi fortemente disturbanti, alternati a sequenze di piacevole lettura.

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John Gray, "Men are from Mars, Women are from Venus"

1 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Men are from Mars,women are from Venus

John Gray

 

Thorsons, 1993

pp 286

 

Dagli anni settanta ai novanta è stato tutto un fiorire di manuali americani di auto aiuto: come rafforzare l’autostima, come capire se stessi, come migliorare le proprie prestazioni sociali e le relazioni con gli altri.

Non c’è signora che non abbia letto “Donne che amano troppo”, di Robin Norwood (in puro stile presa di coscienza anni settanta), identificandosi nella patetica figura appesa al filo di un telefono che non suona. Tutti abbiamo dato almeno un’occhiata a “Le vostre zone erronee”, di Wayne Dyer (1977) o a “Intelligenza emotiva”, di Daniel Goleman. Ma c’è un testo che ha sbaragliato tutti gli altri e che è rimasto in classifica 121 settimane e ha venduto 50 milioni di copie: “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, scritto nel 1993 da John Gray, psicologo specializzato nello studio delle problematiche di coppia.

Personalmente proviamo un certo fastidio verso chi pensa di avere “il rimedio per ogni cosa”, verso chi crede che basti modificare un poco il proprio comportamento per far sì che attorno tutto cambi. Non esiste, a nostro avviso, la pillola della felicità o la bacchetta magica capace di trasformare una relazione insoddisfacente in una gratificante. Dobbiamo comunque riconoscere a questo testo, pur nella fastidiosa e americanizzante semplificazione dei problemi e delle loro soluzioni, il merito di aver messo a fuoco alcuni punti che causano incomprensioni nella coppia e, aggiungiamo noi, anche nelle amicizie e nelle relazioni sociali in generale.

Che uomini e donne vengano da pianeti diversi e parlino linguaggi opposti, reciprocamente incomprensibili, lo sapevamo tutti. Ma Gray ha evidenziato che, se una donna esterna, lo fa per sfogarsi. Punto. Non si aspetta consigli, non vuole soluzioni facili. Anzi, una possibile soluzione la irrita perché sminuisce la portata del suo dolore “senza fondo e senza rimedio”. Se una donna si lamenta, è per il piacere e il bisogno di lamentarsi, per la felicità di sentirsi tanto infelice. L’uomo, di fronte ad una donna che soffre, prova imbarazzo, fastidio e dispiacere, quindi vuol rendersi utile ed elabora possibili appianamenti. E questo è il modo migliore per fare infuriare di più la donna, poiché lei non sente compresa, convalidata e giustificata la sua angoscia, in una parola, non si sente capita, ascoltata, sostenuta.

L’uomo, poi, anche quello devoto e innamorato, avverte periodicamente il bisogno di rintanarsi nella sua “caverna”, specialmente se ha un problema. La reazione naturale di una donna di fronte al medesimo problema è “sviscerarlo”, dolersene, farne partecipi gli altri. L’uomo no. L’uomo ha bisogno di elaborarlo in silenzio, di capire come può affrontarlo da solo, di trovare soluzioni basandosi esclusivamente sulle propri e forze. Perciò tace, si allontana, s’immusonisce, si chiude in se stesso. Se lei lo incalza, diventa sfuggente, nervoso, fino al litigio e lo scontro, oppure ammutolisce. Più lei gli chiede che cosa non va, più lui non sa cosa dire. Lei è erroneamente convinta che sia suo dovere interessarsi di lui in quel momento, che “parlare gli farebbe bene”, mentre per lui è il contrario. Questo per le donne è difficile da capire e accettare, le donne sono state educate al sacrificio, alla partecipazione emotiva, all’ascolto attivo e non comportarsi in quel modo le fa sentire in colpa. Se lei avesse un problema, la prima cosa che farebbe sarebbe esternarlo, ed è convinta che tenendosi tutto dentro lui si stia facendo del male e che lei debba aiutarlo ad aprirsi. Inoltre si sente ferita, umiliata dalla mancanza di fiducia di lui, che non la ritiene degna delle sue confidenze. Finisce spesso per immaginare il peggio: che lui abbia un’altra, che sia malato o che mediti la fuga.

Nel rapporto d’amore, l’uomo è come un elastico, ha periodicamente bisogno di allontanarsi, ritrovare se stesso, distaccarsi, per poi tornare più carico. Durante la separazione la sua energia torna a crescere, lui ritrova passione, emozione e desiderio, ed è pronto a riaccostarsi alla sua donna con ritrovata dedizione. Questo lei non lo capisce, la fa stare male, la ferisce. Più che lo segue nel suo allontanamento, più che lo rincorre, più che lui si raffredda, si sente controllato e legato. Quando lui torna casa, pronto a riprendere la relazione dal punto in cui l’aveva interrotta, come nulla fosse successo, lei è arrabbiata e gelida. (Siccome chi vi parla è donna, non può fare ameno di pensare che a fa bene a mandarlo a quel paese.)

Pare che per Gray la donna sia come un’onda, dedita ad alti e bassi di autostima, con cicli di trenta giorni singolarmente vicini a quelli sessuali. Quando lei è giù, nel punto più basso, ha solo bisogno di comprensione, di sostegno, di ascolto, in attesa che il suo umore torni a risollevarsi da solo. Spesso, sentirsi capita e non giudicata è sufficiente a ritirarla su.

Per la donna, inoltre, c’illumina Gray, le cose grandi valgono quanto quelle piccole. In una scala di punteggi, un uomo che lavora, che si massacra per assicurare un buon tenore di vita alla famiglia, sta compiendo un’operazione che gli accredita un solo punto, come un eguale punto varrebbe regalarle una rosa, comprarle un anello di brillanti, portare fuori il cane o la spazzatura. Uno vale uno, insomma. Lei, tapina, non è in grado di capire la differenza e per farla felice, per ottenere il punteggio pieno, non basta un unico, importante, generoso, gesto d’amore ma ci vogliono tante piccole attenzioni giornaliere.

Gray non pare rendersi conto che, per cambiare atteggiamento, un uomo deve volerlo fare, deve riconoscerne la necessità, deve trovare delle mancanze nel proprio comportamento, deve essere in contatto con i propri sentimenti ed avere la pazienza di lavorare su di sé.

Ma dove si trova un uomo così? Come si trasforma un marito che non ascolta mai, uno per il quale la propria donna è invisibile e necessaria come un mobile della casa, in un essere attento, premuroso, capace di dirle: “Amore, in questo momento sono occupato ma fra dieci minuti avrai tutta la mia considerazione, comprensione e solidarietà?” Ma dai!

E, per concludere, possiamo dire che, evidentemente, Gray è venuto in contatto solo con coppie americane. Se avesse conosciuto un lui ed una lei italiani, immancabilmente sarebbe uscito il problema della mamma, e, ai 101 punti nei quali descrive le piccole cose che un uomo deve fare per ingraziarsi la moglie, oltre ad abbassare l’asse del wc, avrebbe aggiunto a lettere cubitali: RICORDATI CHE LEI VIENE PRIMA DI TUA MADRE!!

 

 

From the seventies to the nineties it was a flourishing of American self-help manuals: how to strengthen self-esteem, how to understand yourself, how to improve your social performance and relationships with others.

There is no lady who has not read "Women who love too much", by Robin Norwood (in pure seventies awareness style), identifying himself in the pathetic figure hanging on the wire of a phone that does not ring. We have all had at least a look at "Your erroneous areas", by Wayne Dyer (1977) or "Emotional Intelligence", by Daniel Goleman. But there is a text that has beaten all the others and that has remained in the ranking 121 weeks and has sold 50 million copies: "Men come from Mars, women from Venus", written in 1993 by John Gray, specialized psychologist in the study of couple problems.

Personally we feel a certain annoyance towards those who think they have the "remedy for everything", towards those who believe that it is enough to modify their behavior a little to make everything change around them. In our opinion, there is no pill of happiness or a magic wand capable of transforming an unsatisfactory relationship into a rewarding one. We must however recognize this text, despite the annoying and Americanizing simplification of the problems and their solutions, the merit of having focused on some points that cause misunderstandings in the couple and, we add, also in friendships and social relations in general.

We all knew that men and women come from different planets and speak opposing, mutually incomprehensible languages. But Gray pointed out that if an outside woman does it to let off steam. Point. He doesn't expect advice, he doesn't want easy solutions. Indeed, a possible solution irritates her because it diminishes the extent of her pain "without bottom and without remedy". If a woman complains, it is for the pleasure and the need to complain, for the happiness of feeling so unhappy. The man, faced with a woman who suffers, feels embarrassment, annoyance and displeasure, therefore he wants to make himself useful and elaborate possible flattening. And this is the best way to infuriate the woman more, since she does not feel understood, validated and justified her anguish, in a word, she does not feel understood, listened to, supported.

The man, then, even the one devoted and in love, periodically feels the need to hide in his "cave", especially if he has a problem. The natural reaction of a woman to the same problem is to "dissect it", to be sorry for it, to make others participate. The man is not. Man needs to work it out in silence, to understand how he can deal with it alone, to find solutions based solely on his own strength. Therefore he is silent, moves away, silences himself, closes in on himself. If she pursues him, she becomes elusive, nervous, until the quarrel and the clash, or she falls silent. The more she asks him what's wrong, the more he doesn't know what to say. She is mistakenly convinced that it is her duty to take an interest in him at that moment, that "talking would do him good", while for him it is the opposite. This is difficult for women to understand and accept, women have been educated about sacrifice, emotional participation, active listening and not behaving in this way makes them feel guilty. If she had a problem, the first thing she would do would be to externalize it, and she is convinced that by keeping everything inside he is hurting herself and that she must help him to open up. She also feels hurt, humiliated by his lack of trust, who does not consider her worthy of her confidences. He often ends up imagining the worst: that he has another, that he is ill or that he meditates his escape.

In the love relationship, the man is like an elastic band, he periodically needs to move away, find himself, detach himself, and then return more charged. During the separation his energy returns to grow, he finds passion, emotion and desire, and is ready to approach his woman with new-found dedication. This she does not understand, makes her feel bad, hurts her. The more that follows him in his departure, the more he chases him, the more he cools down, he feels controlled and tied. When he returns home, ready to resume the relationship from the point where he left her, as if nothing had happened, she is angry and freezing. (Since the speaker is a woman, he cannot help thinking that it is good to send him to that country.)

It seems that for Gray the woman is like a wave, dedicated to ups and downs of self-esteem, with thirty day cycles singularly close to the sexual ones. When she is down, at the lowest point, she only needs understanding, support, listening, waiting for her mood to rise again on her own. Often, feeling understood and not judged is enough to revive her.

 

In addition, for women big things are as good as small ones. On a scale of scores, a man who works, who massacres himself to ensure a good standard of living for the family, is performing an operation that credits him with only one point, as an equal point would be giving her a rose, buying her a ring of diamonds , takeing the dog or the trash out. In short, one is worth one. She is unable to understand the difference and to make her happy, to get the full score, a single, important, generous, loving gesture is not enough but it takes a lot of small daily attentions.

Gray does not seem to realize that, to change his attitude, a man must want to do it, he must recognize the  need, he must find shortcomings in his behaviour, he must be in touch with his own feelings and have the patience to work on himself.

But where is such a man? How a husband who never listens, one for whom his woman is invisible and necessary as a piece of furniture in the house, becomes an attentive, caring being, capable of saying to her: “Love, I'm busy right now but in ten minutes  you will have all my consideration, understanding and solidarity? " Really!

And, to conclude, we can say that, evidently, Gray only came into contact with American couples. If he had known an Italian he and she, the mother's problem would inevitably come out, and, to the 101 points in which he describes the little things a man must do to ingratiate himself with his wife, in addition to lowering the toilet axis, he would have added in large letters: REMEMBER THAT SHE COMES BEFORE YOUR MOTHER !!

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Ricordo di Ugo Riccarelli di B.O.Severini

11 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #biagio osvaldo severini

Ricordo di Ugo Riccarelli

Premio Strega 2004

Biagio Osvaldo Severini

Ugo Riccarelli nacque nel 1954 ed è morto oggi, 22 luglio 2013. Ha vinto il Premio Strega nel 2004. Il romanzo premiato si intitolava “Il dolore perfetto”(Mondadori, 2004).

Il dolore perfetto è il dolore circolare, avvolgente, profondo, totale che invade corpo e anima e coinvolge emotività, sentimenti, ragione, sensi. Questo dolore non lascia zone d’ombra o vie di fuga. Ti scuote in tutto l’essere. E’ questo il pensiero dell’autore.

Il linguaggio del romanzo è asciutto, essenziale, concreto, aderente alla psicologia dei personaggi, al loro lavoro, al luogo dove vivono, alle idee che hanno, alla vita che conducono.

Lo stile è a volte acuminato, a volte dolce, a volte gioioso, a volte pittorico, a volte spietato.

La narrazione inizia dalle vicende esistenziali del Maestro elementare che parte da un paesino vicino a Sapri ( Salerno) e arriva in un paese della Toscana, arroccato anch’esso sopra una collina.

Siamo nell’Italia del 1861, subito dopo l’Unità. Il Maestro vuole insegnare a leggere, scrivere e far di conto a quel 95% di persone che è ancora analfabeta.

Il Maestro è anarchico ed è seguace delle idee di Carlo Pisacane che proprio a Sapri (1857) vide fallire la sua missione e vide massacrare i suoi seguaci dalle truppe borboniche: “eran trecento, giovani e forti e sono morti”, dirà il poeta risorgimentale Luigi Mercantini nella nota lirica “La spigolatrice di Sapri”.

Successivamente si incontrano altri numerosi personaggi, collegati direttamente o indirettamente agli avvenimenti della storia italiana.

La repressione operata dal generale Bava Beccaris delle agitazioni milanesi del 1898 e l’uccisione a cannonate dei popolani che chiedevano “pane!”.

E ancora, l’epidemia della “spagnola” (1918 – 1919). Non si era quasi neppure finito di contare i morti del I conflitto mondiale, che la febbre spagnola fece morire migliaia di altre persone, portando con sé anche spavento e disperazione.

L’ascesa dei fascisti al potere, anche nei piccoli Comuni, dove “le camicie nere costrinsero al silenzio gli ultimi oppositori con gli argomenti del bastone, delle minacce e delle purghe”.

E oppositori erano i socialisti, i comunisti, gli anarchici, i cattolici democratici, tutti definiti dai fascisti “traditori, cospiratori, infidi, sfasciatori dell’Italia”.

La caduta del Duce il 25 luglio 1943 e l’armistizio dell’8 settembre dello stesso anno.

Ma soprattutto si sottolineano le atrocità dei fascisti della Repubblica Sociale di Salò (1943 – 1945) con la connessa viltà di quelli che “se ne stavano chiusi in casa a lasciar morire libertà e compassione che ormai nessuno più conosceva”.

Arriva la campagna di Russia della II guerra mondiale e la disfatta dell’esercito italiano durante la marcia della morte bianca nella steppa “impietosamente ghiacciata, sferzata da un vento polare e stretta nella morsa del gelo”.

I rari superstiti italiani sopravvissero grazie alla “umanità degli Ucraini che li accolsero in casa e li curarono”.

Può sembrare un arido libro di storia e di politica. E’, invece, un romanzo pieno di umanità che mette in evidenza le conseguenze derivanti alle persone dai grandi eventi, soprattutto conseguenze drammatiche, tragiche, dolorose, attraverso le quali passarono e passano le storie personali, le quali poi sono le uniche che contano, perché sono esse che fanno la storia con le loro sofferenze, con le loro gioie, con le loro nascite e morti, in un continuo avvicendarsi. E’ il dolore perfetto della vita, che si chiede in se stessa.

Una nota finale dello scrittore si sofferma su un episodio particolare: la visita a una macchina del moto perpetuo. Un aggeggio che individui strani, forse degli utopisti, costruiscono per dimostrare che si può arrivare al moto perpetuo, nel senso che una volta dato l’avvio ad una ruota, questa poi continua a muoversi autonomamente, senza bisogno di un motore, cioè senza consumare energie.

E’ capitato anche a me, durante la mia fanciullezza, di assistere ad un esperimento sul moto perpetuo derivante da una ruota costruita da un personaggio del paese, che quasi tutti consideravano “stranulato”, che viveva in un suo mondo fatto di utopie, ed era, forse, felice così.

Quella macchina del moto perpetuo fece percepire allo scrittore “per la prima volta il senso dell’utopia, la vidi fatta dai fili, dalle ruote e dagli snodi di quel marchingegno”. Io rimasi semplicemente sorpreso.

La macchina del moto perpetuo e’ la metafora del dolore perfetto e della felicità ricercata e trovata nell’utopia?

E’ una sintesi imperfetta di un grande romanzo e il ricordo immediato, ma sentito, di un autore dal respiro europeo, che merita di essere letto o riletto.

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Pier Paolo Pasolini, "Il sogno di una cosa"

7 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Pier Paolo Pasolini

Il sogno di una cosa

Garzanti, 1962

Pier Paolo Pasolini scrive Il sogno di una cosa dopo Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), dopo le poesie di La meglio gioventù (1954), Le ceneri di Gramsci (1957), L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958) e La religione del mio tempo (1961). Narrativa civile allo stato puro, introdotta da una citazione di Karl Marx: “Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza non chiara a se stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa...”. Il lettore capisce subito il pensiero dell’autore, i personaggi sono funzionali alle cose da dire, al fatto che l’uomo ha pressante e indilazionabile il sogno d’una cosa, il sogno del socialismo, della giustizia, della vera uguaglianza, del lavoro per tutti e di una ripartizione dei beni secondo meriti e bisogni, senza lo sfruttamento capitalistico del plusvalore. Pasolini è condizionato dal discorso economico e dalla valutazione marxista della realtà ma non rinuncia a fare poesia, ché quella è la sua vera cifra stilistica. Racconta due anni di vita in Friuli, a Casarsa, il luogo dove ha trascorso adolescenza e fanciullezza, dal 1948 al 1949, attraverso le vicissitudini di alcuni ragazzi del popolo - Nini, Milio, Eligio, Germano - che sognano un mondo dove ci sia giustizia e lavoro. Si sentono comunisti, ma - come diceva Gaber - solo perché essere comunisti è il solo modo per cercare di cambiare le cose e perché pare l’unica idea politica che contiene un sogno di giustizia sociale. I ragazzi emigrano di nascosto in Jugoslavia perché sono convinti che in un paese comunista potranno vivere liberi, lontani da una terra che ha riciclato al potere vecchi gerarchi fascisti. Sarà cocente la loro delusione quando si renderanno conto che in Jugoslavia tutto è razionato, si muore di fame più che in Italia e il lavoro scarseggia. “Quando lo faremo noi il comunismo, lo faremo meglio”, dice uno dei ragazzi mentre medita il ritorno in Italia. Pasolini è tra i primi scrittori italiani a citare le foibe e a criticare il socialismo reale, la concretizzazione di un’idea, il tradimento del sogno d’una cosa. Milio racconta la sua esperienza di emigrato in Svizzera, “un paese dove c’è lavoro e i contadini sono più ricchi dei nostri, ma sono avari, mangiano peggio e non si divertono mai”. La nostalgia della terra natia è forte, sia in Svizzera che in Jugoslavia, le proprie abitudini, le ragazze italiane, i balli all’aperto nei primi giorni d’estate, le feste dopo il lavoro, le passeggiate, sono tutte cose che mancano. La Svizzera è un paese triste per i giovani italiani emigrati, tutti hanno la radio e il telefono, ma dopo il lavoro nessuno esce, si rintanano nelle case e attendono il giorno successivo. La malinconia e il ricordo d’una vita dove si soffriva la fame ma c’era solidarietà, allegria, voglia di stare insieme - era questa l’Italia del dopoguerra, pare passato un secolo! - spinge gli emigranti a tornare. Al ritorno li attende la lotta per il posto di lavoro, il partito comunista che organizza le rivolte dei braccianti agricoli in Friuli per far applicare il lodo De Gasperi e ottenere nuove assunzioni. È un’Italia simile a quella che dipinge Guareschi in tono scanzonato, anche se Pasolini è più elegiaco, a tratti persino deamicisiano, ma non rinuncia a mostrare situazioni che fanno convivere Stalin e il Crocifisso. Un’Italia nella quale una ragazzina cattolica innamorata di un comunista va dal prete a confessarsi perché crede di commettere un peccato. “Avrà tempo per cambiare idea. Non importa se è comunista, basta che sia un bravo ragazzo”, risponde il prete. Pasolini descrive il mondo della sua meglio gioventù, il mondo lirico delle sue poesie in dialetto friulano, con pennellate descrittive fantastiche, con passaggi cinematografici esaltanti, tra canzoni popolari e le note spavalde di Bandiera rossa. E poi ci sono le donne - Rosa, Pia, Cecilia - i loro amori, i sogni, la lontananza dalla politica, la fede in Dio, la voglia di costruirsi una famiglia e di viverla quella vita che hanno avuto in dote, esigendo il rispetto dei diritti. L’amore tra Pia e il Nini sboccia selvaggio e improvviso proprio mentre Cecilia, tradita dal suo uomo, decide di farsi suora. E poi c’è un finale struggente, commovente, segnato come in Accattone, dalla morte di Eligio, consumato da un male terribile contratto in miniera. Rivede i vecchi amici un’ultima volta e ha appena il tempo di pronunciare due parole: “Una cosa! Una cosa!”. Gli uomini passano ma il sogno resta, sembra dire l’autore, ci sarà sempre qualcuno disposto a lottare per il sogno d’una cosa. Un romanzo da riscoprire che si legge tutto d’un fiato, un autore che ha dato il meglio di se stesso alò cinema e in poesia, ma che sapeva essere anche un abile narratore e sceneggiatore di storie. Il sogno d’una cosa è uno di quei libri che ti restano dentro e che ti vaccinano contro il nulla imperante della letteratura italiana contemporanea.

Gordiano Lupi

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Piccoli editori crescono, Edizioni Anordest invade il mercato

6 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Ci sono piccole realtà editoriali che meriterebbero il successo, non fosse altro per l’impegno da talent-scout e per la cura con cui confezionano nuovi libri. Sappiamo che non è facile perché la concorrenza è agguerrita, ma soprattutto perché in Italia si legge poco e male, soprattutto si leggono libri inutili, spesso proposti a suon di classifiche e di strombazzamenti mediatici dalla grande editoria. Spezziamo una lancia, allora, in favore della piccola editoria e sfogliamo i libri che in questo torrido mese di agosto ci sono stati recapitati da Edizioni Anordest di Villorba. Ce n’è per tutti i gusti, dal fantastico al minimalista, passando per romanzo di formazione e genere sentimentale.

Danilo Arona è un nome che tutti gli amanti del fantastico conoscono, anche se - come lui stesso mi ha confidato una volta - scrivere fantastico in Italia è come vendere gelati al polo. Arona ci prova ancora, comunque, con Io sono le voci (pagine 358 - euro 12,90), inquietante thriller dalle atmosfere sadiche e morbose, ispirato dal suo amore per il cinema horror nordamericano. Se Arona fosse statunitense avrebbe fatto successo da un pezzo, oppure scriverebbe libri per Stephen King, ma in ogni caso i suoi libri vengono pubblicati da editori di tutto rispetto, anche Anordest è ben distribuita, inoltre dispone di uno zoccolo duro di lettori che lo segue. Io sono le voci non è il solito romanzo sul solito serial killer, né la solita indagine poliziesca condotta dal solito commissario di polizia. Se amate le cose originali, leggetelo. Altrimenti vi consiglio l’ultimo lavoro di Faletti oppure Dan Brown, anche se già li conoscete.

Marco Candida è una scoperta di Giulio Mozzi, diamo a Cesare quel che è di Cesare, che per primo l’ha pubblicato a puntate sulla rivista on line Vibrisse. Per una volta sono d’accordo con lui e sono felice di aver consigliato all’editore trevigiano di pubblicarlo, anche se di questo non compare traccia da nessuna parte. Invece che Candida sia una scoperta di Mozzi viene messo in bella evidenza sulla fascetta di copertina, citare il nome del noto insegnante di scrittura creativa pare che serva a vendere copie. Magia da Re Mida. Ricordo un verso di Vecchioni: “Scambiare al mattino tutto Moravia per un Paperino/ oppure far credere alla gente che chi mi compra è intelligente”. Il ricordo di Daniel non è un romanzo facile, parte dall’amnesia di un uomo di 32 anni che cerca di ricordare il suo passato mentre si lascia soggiogare da una realtà piena di dubbi angosciosi. Un romanzo sulla ricerca interiore, sulla crisi d’identità personale e delle nuove generazioni, molto pirandelliano, da meditare al posto del solito Camilleri o di un Baricco d’annata.

Annick Emdin, invece è una mia scoperta, direbbe Pippo Baudo, e anche qui - visto che non lo dice nessuno - me lo dico da solo. Anordest pubblica l’intenso Lividi, un romanzo d’amore e rabbia, insolito, pasoliniano, non convenzionale, scritto con stile cinematografico, teatrale, tagliente, efficace. Sangue e lacrime, sesso e orrore, angoscia e passione, personaggi che si muovono come allucinati derelitti del presente in una New York cupa e perversa. Annick è nata nel 1991, ha un futuro davanti, ma al suo attivo ha già un sacco di lavori come scrittrice e regista di teatro. Il Foglio Letterario ha pubblicato la sua opera prima: Tempesta elettrica, nella prestigiosa collana Demian diretta da Sacha Naspini e Federico Guerri (insegnante di scrittura di Annick). Il romanzo che amo meno tra le nuove proposte di Anordest è Smalltown Boy - un’altra storia d’amore di Marco Campogiani, ma è un mio limite, non mi appassionano le storie sentimentali, che invece vanno di gran moda. Il romanzo è stato finalista al Premio Calvino, è ben ambientato a Urbino ed è zeppo di citazioni musicali, inoltre lo stile di Campogiani non ha niente a che vedere con quello di Federico Moccia. Basterebbe questo per convincerci a comprarlo. Sceneggiatore e regista, ha vinto il premio Salinas, ha scritto e diretto La cosa giusta (2009). Se amate le storie d’amore giovanilistiche (non è in senso dispregiativo) è il libro che fa per voi.

Gordiano Lupi

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Il re è nudo sul colle dell'infinito

20 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Il re è nudo sul colle dell'infinito

Cosa c’entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi (per altro un po’ datata ma ancora attuale) che parla di mondo editoriale e letteratura contemporanea e, qui sul colle dell’infinito, se l’è letta tutta.

La trilogia in questione è costituita da “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (Stampa Alternativa 2003), “Nemici miei” (Stampa Alternativa, 2005 ) “Velina o calciatore, altro che scrittore” (Historica 2010). L’argomento è il mondo della scrittura e tutto ciò che vi ruota intorno, più per sciacallaggio che per condivisione. Si parla di editoria grande e piccola, di riviste letterarie cartacee e on line, di recensioni-marchette, di poteri forti che tutto ottengono a scapito della qualità, di autori incensati perché fa comodo gridare al fenomeno letterario, di scuole di scrittura creativa dove non s’insegna a scrivere ma a piegarsi al gusto del pubblico di bocca buona, e via discorrendo.

Il tono è acido e avvelenato, fa pensare a un trabocco di bile - “se non lo dico sto male”, afferma l’autore, ed io ci credo. Certe valutazioni su alcuni scrittori non mi trovano d’accordo né nella sostanza né nei toni, tuttavia il fondo di verità è innegabile. Ma esso non costituisce, secondo me, l’interesse precipuo della trilogia, né il motivo per cui ne sto parlando qui sull’ermo colle, fra interminati spazi e sovrumani silenzi. Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere, che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.

Ciò che ci colpisce, a dire il vero, nella trilogia di Lupi, è la sincerità dolorosa e crudele con cui grida il suo sfogo fino a farsi del male, fino a mostrarsi per quello che è senza cercare di imbellirsi nemmeno un poco – e in questo somiglia molto a chi vi parla – è l’innocenza del bambino che fa gridare: “Il re è nudo”.

Sì, perché, certe volte, il re è davvero nudo. E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.

Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori– questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. In questo, l’autore della trilogia mi trova in sintonia, anche se non su tutti i nomi che cita, visto che lui farebbe tabula rasa mentre io salvo parecchio e sono più indulgente. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity press maldistribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.

Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike quello vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato. È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.

Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza, a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.

Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie, mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi “La Certosa di Parma “ di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.

A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona, perché qui da noi - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.

A queste considerazioni che mi sorgono qui mentre mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, devo aggiungere che Lupi è uno dei pochi che ha il coraggio di dire pane al pane e rivendicare il diritto sacrosanto a non essere intellettuali – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa ci piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante. Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita. Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.

E Lupi ha ragione quando parla di fenomeni gonfiati. Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.

Ora qui, affacciata alla finestra della meravigliosa biblioteca di Monaldo, con lo sguardo che spazia sui campi e sulla piazzetta del sabato del villaggio, immagino Giacomo alzare gli occhi affaticati e cercare con lo sguardo Teresa Fattorini.

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno

Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta, come sta dicendo la gentile guida che mi accompagna a visitare la casa di Giacomo, “è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede”. Non sa la gentile guida che questa frase mi sta scendendo dentro l’anima e mi rimane incisa nel cuore con la sua lapidaria, ineluttabile, verità. Leggete, dice Lupi, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi, aggiungo io, che fa sempre bene.

Ed è forse per questo se il terzo libro della trilogia di Lupi– che con il sommo poeta, specifichiamo ancora, ci combina come il cavolo a merenda – ha uno stile diverso dagli altri due, permette al tessuto dell’invettiva pura e velenosa di lacerarsi per lasciare il posto alla nostalgia, al rimpianto, al vero nucleo della tematica dello scrittore/editore piombinese.

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Cecilia Samartin, "Tutto l'amore di nonna Lola", recensione di Maria Vittoria Masserotti

18 Luglio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Cecilia Samartin, "Tutto l'amore di nonna Lola", recensione di Maria Vittoria Masserotti

Cecilia Samartin

Tutto l'amore di nonna Lola

Edizioni Anordest - pag. 480 - Euro 14,90

Severamente vietato alle persone a dieta, “Tutto l’amore di nonna Lola” di Cecilia Samartin, Edizioni Anordest, è un romanzo denso di profumi caraibici che stuzzicano l’appetito. Dalle pagine si espandono fragranze forti di spezie, condite da buoni sentimenti con un pizzico di visioni oltre la realtà.

La storia di un bambino, Sebastian, malato di cuore, che non può correre, pena lo scoppio del suo piccolo muscolo cardiaco, è il motivo che permea tutta la narrazione. I personaggi si muovono dentro questa realtà fatta di attenzioni e di riguardi nei suoi confronti, così potenti che finiscono per soffocarlo.

Il “piccolo mondo”, descritto con molta attenzione e con dovizia di particolari, ci sembra reale al punto che riusciamo a vedere la cucina di nonna Lola e scorgiamo i suoi movimenti e quelli del nipote mentre, intenti, si producono nella preparazione di piatti che appartengono alla tradizione dei Caribi.

Ma Sebastian vuole correre, è più forte di lui, il suo desiderio di rincorrere la palla è un po’ il desiderio delle persone gravemente malate di vivere nella semplicità delle cose di tutti i giorni, di fare quello che, per una persona sana, è normale.

La lettura, leggera nello suo scorrere lieve, ci spinge a riflettere su quanto siamo fortunati ad essere quello che siamo, sani o malati che sia. I profumi del cibo cotto da nonna Lola la fanno da padroni, tanto che il romanzo ha come appendice alcune gustose ricette.

Sullo sfondo, quasi sfumata, ma vera e reale, la cultura di un mondo diverso, pieno di alchimie e di magie, che sempre affascina il pragmatismo statunitense. Il mondo invisibile diviene anch’esso protagonista, ruota intorno a Sebastian che ha il pregio di aver “ballato con la morte”.

Alcune pennellate di autentico buonismo non riescono a distoglierci dal seguire la vicenda fino al suo epilogo, lasciandoci dentro la sensazione di avere visto con occhi diversi la realtà di tutti i giorni.

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Marco de Franchi, "Il giorno rubato"

16 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #marco de franchi

Marco de Franchi, "Il giorno rubato"

Il giorno rubato

Marco de Franchi

2013, La Lepre edizioni

pp 334

16,00

La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di fantastico “con radici nella nostra cultura”. “Il giorno rubato” di Marco De Franchi entra a pieno titolo in questa categoria. La trama racconta l’irruzione massiccia del sovrannaturale nella vita quotidiana e lo fa basandosi sul patrimonio di tradizioni della città dalla quale l’autore proviene, cioè Roma.

Il personaggio principale, Valerio Malerba, è uno scrittore che sforna best seller alla Roberto Giacobbo, dove indaga fenomeni paranormali con razionale lucidità e scetticismo scientifico. Ma l’irrazionale, l’imponderabile, l’imprevisto piomba nella sua vita, sconvolgendola, scardinando ogni consapevolezza, ogni conoscenza e credenza pregressa, ribaltando lo scibile e la realtà del mondo così come appare. Tutto ha inizio da un giorno che non c’è, il 13 marzo 2007, un giorno rubato, sottratto, sparito nel nulla, un giorno nel quale non sembra sia accaduto niente, di cui l’intera collettività ha perso la memoria. Questo sarà il punto di partenza che metterà Malerba in contatto con presenze più che inquietanti e che di normale hanno ben poco, fino alla scoperta finale, deflagrante, è proprio il caso di dire.

Nelle sue ricerche, Malerba attraverserà e scoprirà una città sotterranea, misteriosa e sconosciuta ai più, facendo rivivere antichi credi pagani come il culto di Mitra, e quello della Mater Matuta, che non è, come si può pensare, la benefica adorazione della Grande Madre, bensì un rito ancora più remoto, fatto di entità maschili e malvage, venerate da popolazioni stanziatesi sui colli laziali prima dell’avvento di Roma.

Possiamo dire che la Grande Madre è stata la prima espressine umana di quelle terribili e incomprensibili divinità, un loro puerile annacquamento. Un tentativo per dare un nome all’incomprensibile. Il vero grembo da cui siamo nati è quello dei Grandi Antichi: un grembo cattivo, o nella migliore delle ipotesi indifferente. Una madre matrigna cui sacrificare e sacrificarsi, ma invano.” (pag 215)

La stessa madre matrigna di Leopardi, a ben guardare: energie telluriche indifferenti, appena leggermente curiose eppure, alla fine, capaci persino di stupirsi del male che noi uomini siamo in grado di compiere, laddove loro non hanno intenti né morali né immorali nei nostri confronti, così come noi non li avremmo verso un manipolo di formiche.

Se c’è un difetto nel romanzo (ma è anche una caratteristica peculiare) è quello di aver voluto “far tornare tutto”, mettendo forse troppa carne al fuoco, mescolando cose fra loro dissimili, dagli zombie ai Cancellatori - che ci ricordano un poco i Dissennatori della Rowling - al finale fantapolitico, ma il meccanismo è comunque molto ben congegnato e avvincente.

In questo Piano Zero io credo che si muovano alcune “energie”. Non en conosco la natura o l’origine, e non saprei definirle diversamente. Ma esistono, è un fatto, e ormai ne avrai avuto ampia prova. Forse anticamente venivano adorate come divinità e man mano che il mondo s’è avvicinato all’era moderna hanno cambiato nome e forma, rimanendo però le stesse: demoni, fantasmi, antimateria, particelle di Dio, bosone di Biggs, chiamale come vuoi.” (pag 253)

L’autore, come tutti noi del resto - ma ancor più per il mestiere che fa – non capisce il mondo che lo circonda, sempre più teatro di violenze, di follia, di un disegno scellerato. Tragedie familiari, delitti, attentati, si susseguono, si accavallano, si moltiplicano sempre più, trascinando la società civile verso il baratro, verso il centro del maelstrom.

A contrastarli c’è il personaggio di Malerba, frutto di una mente creativa “serena”, incontaminata dal ruolo che svolge, disegnato con un linguaggio pacato, in una medietà che non è banalità ma, anzi, frutto di equilibrio, di eleganza, di pulizia e misura.

La parte più intrigante della storia, ribadiamo, non sono tanto le vicissitudini di Malerba, per altro un poco ripetitive, ma piuttosto la rappresentazione di una Roma notturna, minacciosa. Ci si sposta attraverso templi, piazze, strade semivuote ed echeggianti, dalla sede dell’antico Foro Boario, alla Bocca della Verità, al mitreo sotterraneo, ai vicoli e vicoletti dove si materializzano allucinazioni di piccole librerie polverose che appaiono e scompaiono. Lasciandoci cullare dalle libere associazioni, ci viene in mente la via Margutta del mitico sceneggiato “Il segno del Comando”, (1971) per la regia di Daniele D’Anza.

La storia si fa divorare e questo per noi è, e resterà sempre, un valore. In cosa consiste il piacere della lettura se non nel desiderio di girare pagina, di sapere che accade di là, nel segreto godimento al pensiero di riprendere in mano il libro nel punto in cui lo avevamo lasciato? È ciò che ci spingeva alla lettura da bambini ed è ciò che mai dovremmo perdere, in barba a tutti gli intellettualismi del mondo.

Per concludere, diciamo che tirare in Ballo Dan Brown di “Angeli e Demoni” o Stephen King può apparire scontato e per qualcuno può addirittura non essere un complimento, ma è confortante che non si sia più obbligati a pescare all’estero e, finalmente, si cominci anche da noi a produrre della buona narrativa di genere, scritta con passione evidente e senza sciatteria.

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