recensioni
Stalin e il genocidio dei lituani
Siamo abituati a sentir parlare dell’Olocausto degli Ebrei, degli oppositori politici, degli indesiderati, operato dalla dittatura di Hitler.
Letteratura e storia hanno documentato che circa sei milioni di persone furono uccise dai nazisti tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, dopo torture, privazioni e sofferenze di ogni tipo.
Le pubblicazioni sull’argomento sono copiose, e a giusta ragione.
Ma tutto questo ha messo in ombra, anzi ha nascosto, ciò che in quello stesso periodo storico succedeva ad Oriente, nell’Unione Sovietica di Stalin: “il mondo non ha la minima idea di quello che ci stanno facendo i sovietici”, scrive Ruta Sepetys.
La Sepetys nel suo romanzo verità ci svela la tragica realtà di un genocidio a danno dei popoli baltici, ossia della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia.
Il romanzo è intitolato “Avevano spento anche la luna” ( Mondadori, 2012). La storia narrata è reale e si basa su testimonianze e confessioni di alcuni sopravvissuti, ed è per di più sostenuta da ricerche storiche faticose compiute dalla Sepetys, desiderosa di riscattare la dignità del suo popolo.
L’autrice, infatti, è una lituana, figlia di rifugiati in Michigan.
Ella afferma che Stalin, durante il suo regno del terrore, abbia fatto uccidere più di 20 milioni di persone.
Le tre Nazioni baltiche persero, quindi, più di un terzo della loro popolazione in conseguenza delle deportazioni operate dai sovietici.
Il piano di Stalin, preparato nel 1940, era, appunto, quello di annettere all’Unione Sovietica i tre Stati baltici, eliminando gli oppositori.
I nomi dei personaggi del romanzo sono inventati, tranne quello del dottor Samodurov che nell’Artico salvò molte vite.
La protagonista principale è Lina, sopravvissuta al viaggio della deportazione – ma in realtà della morte - in Siberia, compiuto quando lei aveva 16 anni (c’erano anche il fratello, la madre e il padre, questi due ultimi morti).
Il 14 giugno 1941 iniziò la deportazione dei Lituani in Siberia. I soldati dell’NKVD, la polizia segreta sovietica, entravano prepotentemente nelle case, impugnando fucili a baionetta, e concedevano solo venti minuti agli abitanti per prepararsi, altrimenti li avrebbero uccisi all’istante.
Poi, “davai!”, avanti in fretta e furia li caricavano sui camion, che li trasportavano alla stazione ferroviaria. Qui venivano spinti bruscamente dentro vagoni usati per il trasporto di mucche e maiali.
Queste persone erano, infatti, definite “porci borghesi antisovietici”, per cui dovevano essere imprigionate o deportate in stato di schiavitù in Siberia, e sterminate in un modo qualsiasi.
Nelle liste delle persone antisovietiche finirono medici, avvocati, insegnanti, membri dell’esercito, professori universitari, scrittori, imprenditori, musicisti, artisti e bibliotecari.
Il viaggio verso la Siberia fu lungo (dovettero attraversare tutta la Russia da ovest ad est per 440 giorni, fino a Trofimovsk, al Polo Nord), penoso, tormentato dalla fame, dalla sete, dal freddo e dai pidocchi.
I deportati erano ammassati nei vagoni gli uni accanto agli altri, in maniera tale che dovevano stare in piedi quasi sempre e dormire a turno, stesi sul pavimento di legno. Per gabinetto dovevano usare un buco nel pavimento del vagone e, ovviamente, i bisogni corporali bisogna farli davanti a tutti.
Molti morivano durante il viaggio in treno, per mancanza di cibo, di acqua e di cure. I loro corpi venivano abbandonati ai lati dei binari, e diventavano cibo per gli animali.
Finalmente, arrivarono in un Kolchoz, una grande azienda agricola collettivizzata, dove si coltivavano patate e barbabietole.
Furono distribuiti in baracche di tre metri per quattro, del tutto insufficienti per il numero dei presenti. Le baracche erano prive di qualsiasi arredamento.
Dovevano lavorare dodici ore al giorno per scavare, con attrezzi rudimentali e con le mani, patate e barbabietole che non potevano mangiare. I soldati “si divertivano a picchiarci e a prenderci a calci nei campi”.
Il loro cibo era costituito da 300 grammi di pane secco al giorno, quando lavoravano; quando c’erano le tempeste di neve e non lavoravano, non ricevevano nemmeno quello.
Mangiavano qualche patata o barbabietola, solo quando riuscivano a rubarla, con grave rischio per la loro vita, perché, se scoperti, venivano puniti selvaggiamente.
Racconta Lina: “Una mattina sorpresero un vecchio a mangiare una barbabietola. Una guardia gli strappò gli incisivi con le pinze”.
Erano costretti a frugare tra i rifiuti e la spazzatura delle guardie: “Insetti e vermi non scoraggiavano nessuno. Un paio di colpetti con le dita e ce li ficcavamo in bocca… eravamo diventati animali dei bassifondi, che si nutrivano di schifezze e marciume… cercavamo intorno come galline in un cortile… bucce di patate marce, abbassai la testa e le mangiai”.
Si pensi che fu una festa grande, quando Lina e un’amica trovarono nella neve un enorme gufo morto e lo arrostirono su una stufa improvvisata: “Il sapore della carne cotta era divino, … facemmo finta di essere a un banchetto reale!”.
Bevevano acqua piovana o derivante dallo scongelamento della neve.
Per riscaldarsi o, meglio, per attenuare appena la morsa del gelo artico erano costretti a rubare pezzi di legno o a nascondere sotto i vestiti le sterpaglie raccolte nei campi.
Era vietato fare disegni (ma Lina ne faceva spesso e li nascondeva) o scrivere lettere.
Un lituano prigioniero, scoperto dagli agenti dell’NKVD, fu inchiodato alla parete dell’ufficio del Kolchoz con un palo che gli aveva trafitto il petto: “Le braccia e le gambe penzolavano inerti come quelle di una marionetta. Aveva la camicia inzuppata di sangue, che gocciolava formando una pozza sotto di lui. Le poiane banchettavano sulla carne delle sue ferite da proiettili. Una gli beccava l’orbita oculare vuota”.
La morte era causata anche dalla dissenteria e dallo scorbuto per malnutrizione. A queste patologie si aggiungeva il tifo petecchiale che si manifestava con febbre alta, eruzioni cutanee e delirio e che si diffondeva rapidamente tra i prigionieri, perché non si potevano lavare, né cambiare la misera e sporca biancheria.
I cadaveri, come al solito, venivano abbandonati sulla neve.
Lina scrive di un suo compagno di sventura: “… vidi il corpo nudo, a occhi sbarrati, ammucchiato in una catasta di cadaveri. La mano semicongelata non c’era più. Le volpi artiche gli avevano squarciato l’addome, esponendo i suoi visceri e macchiando di sangue la neve”.
Eppure, ogni tanto Lina trova il modo di allontanarsi da questa funerea atmosfera, trovando la forza di parlare di pittura e in particolare del suo artista preferito, Munch, e dei suoi dipinti: l ‘”Angoscia”, la “Disperazione”, le “Ceneri”, “L’urlo”.
Lina esprime la sua personale valutazione: “Le sue opere erano deformate, distorte, come se fossero state dipinte in uno stato nevrotico. Ne ero affascinata, anche se qualcuno l’aveva definita arte degenerata”.
E continua riportando il commento, con cui concorda, di un critico d’arte: “Munch è principalmente un poeta lirico del colore. Lui sente i colori, ma non li vede. Invece vede il dolore, il pianto e l’inaridimento”.
In sintesi, i dipinti di Munch esprimevano alla perfezione e con genialità i sentimenti delle persone, sopraffatte dalla inumanità e ferinità di Hitler e Stalin e dei loro seguaci aguzzini!
Altro motivo di consolazione lo trova nella lettura di Dickens: “Il circolo Pickwick” e “Dombey e figlio”. Lettura fatta sempre di nascosto.
Brilla e illumina per un attimo il cielo nero e tempestoso il raggio di sole dell’amore per Andrius: “Gli appoggiai le muffole sulle guance, attirai verso di me il suo viso e lo baciai… Sentii un vuoto allo stomaco. Mi ritrassi…”.
Lina voleva vivere: “Volevo rivedere la Lituania… Volevo annusare il mughetto nella brezza sotto la mia finestra. Volevo dipingere nei prati. Volevo ritrovare Andrius… Volevo sopravvivere… Era l’unica cosa di cui non avevo mai dubitato”. Lina e Andrius si sposeranno.
L’autrice conclude la ricostruzione di questa drammatica vicenda con queste semplici e nobili parole: “… l’amore è l’esercito più potente. Che sia amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l’amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano”.
I tre paesi baltici hanno conquistato l’indipendenza nel 1991.
Scrittura lineare e chiara. Lettura piacevole e scorrevole.
Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""
Luciano Curreri
Quartiere non è un quartiere
Racconto con foto quasi immaginarie
Amos Edizioni – Euro 12 – Pag. 115
www.amosedizioni.it
Luciano Curreri – professore di letteratura in Belgio - lo conoscevo come forbito saggista e valente italianista, avevo letto Il peplum di Emilio (Il Foglio, 2012), L’elmo e la rivolta (Comma 22, 2011), ma mi ero lasciato sfuggire la sua notevole vena narrativa, che in questo volume – a metà strada tra il romanzo e la raccolta di racconti – tocca corde proustiane. Forse quando raggiungiamo una certa età – non giocoforza veneranda, come in questo caso – il ricordo dell’infanzia si fa pressante e ci chiede di venire fuori, di essere inserito in una narrazione, di non restare soffocato dal tempo che passa. Ci capita, allora, di andare alla ricerca del tempo perduto, se siamo scrittori usiamo l’arma della poesia o della prosa poetica, come nel caso di Curreri, che racconta i suoi ricordi, ma sono ricordi talmente universali da comprendere tutti i lettori. Curreri narra una campagna ferrarese che fa venire a mente i migliori film di Pupi Avati, un’adolescenza che profuma di un Amarcord felliniano, intrisa della poesia della memoria, ricca di parole evocative e di immagini suggestive. Protagonista dei ricordi è la nonna dell’autore, ma in primo piano c’è un piccolo mondo antico irrimediabilmente perduto, un mondo piccolo abbandonato per sempre, che non può tornare, un’infanzia che più si allontana più si affaccia con prepotenza alla memoria. Bravo Luciano Curreri che è andato alla ricerca del tempo perduto e ha saputo trovare le parole giuste per farlo apprezzare al lettore. Non era facile.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cinzia Demi, "Ero Maddalena"
Cinzia Demi
Ero Maddalena
Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70
Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.
Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).
Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Claudio Bartolino, "Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino"
Claudio Bartolini
Macchie solari
Il cinema di Armando Crispino
I Ratti di Bloodbuster – Pag. 264 – Euro 15
Claudio Bartolini è un vero critico cinematografico, anzi credo che sia un docente universitario della materia, sicuramente competente e coltissimo, collabora con Film TV, Nocturno Cinema, cura rassegne, corsi e cineforum. Ha pubblicato ottimi libri sul cinema di Pupi Avati (Il gotico padano, Nero Avati) editi niente meno che da Le Mani, oltre a dare alle stampe Videocronenberg con Bietti. Si è occupato di Ridley Scott e David Fincher. Adesso affronta Armando Crispino, con la prefazione di Francesco Crispino, figlio del regista, e lo fa con grande preparazione tecnica, studiando ogni pellicola come se dovesse comporre altrettanti capitoli di un testo universitario. Solo che le persone interessate a un regista come Crispino - giocoforza minore, del cinema bis… - non devono affrontare un esame, ma vogliono soltanto documentarsi, saperne di più, conoscere retroscena. Ecco, questo libro non è per loro. Non voglio dire che Macchie solari non sia un ottimo testo. Tutt’altro. Lo è fin troppo. Bartolini fornisce notizie e dettagli tecnici, aprendo persino una finestra sui molti progetti mai realizzati dal regista. Il limite del libro - a mio avviso - è quello di trattare con eccessiva serietà critica pellicole come Macchie solari, Commandos, Frankenstein all’italiana e Faccia da schiaffi. Per molti lettori ciò che definisco un limite costituirà un pregio, ma a mio modo di vedere sul cinema bis italiano è importante fare divulgazione alla portata di tutti, non costruire apparati critici a uso e consumo di pochi eletti. In ogni caso la collana I Ratti di Bloodbuster è benemerita, perché colma un vuoto di mercato e accontenta molti appassionati. Tra le cose migliori uscite per il piccolo editore milanese: Nudi e crudeli - I mondo movies italiani (Bruschini & Tentori, che a mio avviso usano il linguaggio giusto e sono molto preparati), Tutte dentro - il cinema della segregazione femminile (Di Marino & Artale) e Kiss kiss… Bang bang - il cinema di Duccio Tessari (Melelli). In preparazione alcune chicche: Deliria - il cinema di Michele Soavi (Ilaria Feole), Maurizio Merli: il commissario di ferro (Fulvio Fulvi) e Voglia di guardare – L’eros secondo Joe D’Amato (Tentori). Siamo molto curiosi!
Gordiano Lupi
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Domenico Vecchioni, "Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler"
Domenico Vecchioni
Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler
(Una storia straordinaria)
Greco&Greco – Euro 12 – Pag. 172
Domenico Vecchioni è un diplomatico di carriera, ex console a Madrid e a Nizza, ambasciatore d’Italia a Cuba, con la passione per la saggistica storica. Ha pubblicato molte biografie: Raúl Castro, Evita Perón, Raoul Wallenberg, Pol Pot, Kim Philby, Richard Sorge, oltre ad alcuni studi sulla storia dello spionaggio.
In questo libro - sintetico, divulgativo, ma esauriente - Vechioni ripercorre la vita di Felix Kersten, il medico personale di Heinrich Himmler, il “burocrate dello sterminio”, capo delle SS e della Gestapo, protagonista di un incontro stupefacente con il rappresentante del congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Lo stile di Vecchioni è piano e semplice, descrive Himmler come un personaggio da romanzo, alle prese con i suoi lancinanti dolori di stomaco che soltanto il medico finlandese Kersten sarà in grado di alleviare. Molto interessante è l’intreccio di rapporti tra il capo nazista e il medico - amico, che diventa un confidente così ascoltato e influente da permettergli di salvare molte vite umane. Il medico segue il burocrate in ogni spostamento, lo cura con i massaggi e le medicine, lo ascolta, dispensa consigli, fino a compiere la sua impresa più grande, per la quale sarà sempre ricordato. Kersten - ricorrendo al suo potere - fa firmare a Himmler il Contratto in nome dell’Umanità, poco prima che cada il nazismo, evitando la distruzione dei campi di concentramento e salvando la vita a 800.000 persone. Un benefattore dell’umanità, una salvezza per 63.00 ebrei, un uomo della cui vita si conosce poco e che bene ha fatto Vecchioni ad analizzare in ogni sua sfaccettatura. Un’ottima lettura.
Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
AA.VV. "Un giorno a Milano"
AA.VV.
Un giorno a Milano
Novecento Editore – www.novecentoeditore.it
Pag. 286 – Euro 9,90
Da una brillante idea di Paolo Roversi nasce la collana Calibro 9 di gialli e noir metropolitani di Novecento Editore, che debutta sul mercato con una raccolta di racconti ambientata a Milano, curata niente meno che da Diabolik - Andrea Carlo Cappi e introdotta da Andrea G. Pinketts. I racconti, ambientati nella metropoli lombarda, sono scritti da Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (tre autori che ne compongono un quarto, recita la loro biografia!), Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Giuseppe Foderaro, Francesco G. Lugli, Giancarlo Narciso, Ferdinando Pastori, Francesco Perizzolo e Paolo Roversi. Alcuni autori raccontano Milano utilizzando i personaggi di successo della loro produzione, così Di Marino mette in campo il suo Professionista (Segretissimo), Narciso l’investigatore privato milanese Butch, Roversi il giornalista Radeschi, che si sposta a bordo di una Vespa gialla del 1974. Andrea Carlo Cappi preferisce il racconto non seriale ma sempre ambientato in una Milano da bere, con un titolo sudamericano che ammicca a un motivetto di successo. Meno noto ma ugualmente bravo Ferdinando Pastori, che conosco fin dai tempi della sua prima straordinaria raccolta Piccole storie di nessuno (Edizioni Clandestine), adesso mi dicono vincitore del Roma Noir.
Un giorno a Milano è un bel prodotto editoriale, graficamente accattivante, economico (10 euro per quasi 300 pagine), stampato in carta riciclata e in un formato pocket che ricorda il giallo da edicola degli anni Settanta. Lo spirito inquieto di Scerbanenco ringrazia.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Marina "Morgatta" Savarese, "La Bruttina che conquista " e "Come tenersi un uomo"
La Bruttina che conquista
e
Come tenersi un uomo
Marina “Morgatta” Savarese
Edizioni Ink
Si prendono in mano questi due libretti rosa, “La Bruttina che conquista “ e “Come tenersi un uomo”, sottili sottili, con i disegnini invitanti in copertina e, diciamolo, magari dopo il tomo critico su Proust o su Hesse ci attirano pure parecchio per l’aspetto appetibile e vaporoso da chick lit, anche se qui non si tratta di romanzi. Le aspettative che ci creiamo sono due e vengono entrambe deluse: che i libriccini in questione siano scritti male, e non lo sono, e che dicano qualcosa di nuovo risolvendoci i problemi, e non fanno nemmeno questo.
Se siamo bruttine (nel caso specifico lo siamo) di certo coltiviamo la segreta e imperitura speranza d’imbatterci nel ricettario magico che ci trasformerà, nel consiglio di bellezza gratuito e miracoloso. Pia illusione.
“La Bruttina Sfiduciata la stima l’ha seppellita nel cassetto dei ricordi (e ha buttato via la chiave.) Forse l’ultimo complimento l’ha ricevuto al suo primo compleanno, quando, ancora incosciente, non capiva l’ironia della frase “che carina questa bambina”, classico riconoscimento di circostanza dove non è ammesso dire alla mamma che la sua pupetta è un mostriciattolo. Poi l’ha capito, che la bruttina se ne accorge anche da sola che è veramente bruttina. E la vita spalleggia sempre queste sue convinzioni, continuando a infierire con stilettate e piccole coltellate a ogni occasione, sgretolando ogni mattoncino di fiducia e ogni piccola conquista. E così la bruttina si adegua, si lascia colpire, si annulla, azzera i sentimenti e ogni tipo di aspettativa.”
La Savarese si dichiara a sua volta Bruttina doc, ci racconta che è diventata figa sfoggiando stile, guardaroba giusto e potenziando le proprie doti di simpatia e comunicatività, ma non ci dice cosa dobbiamo concretamente fare, cosa dobbiamo scegliere nelle nostre deprimenti sedute di fronte all’armadio, per tramutarci da brutti anatroccoli in superbi cigni veleggianti. Non ci offre nessun rimedio prodigioso, nessun consiglio soprannaturale, arcano, solo i soliti palliativi, che sanno tanto di già sentito, sul non trascurarsi, sul mostrarsi al meglio, sull’essere indipendenti, sicure di sé e, ovviamente, puttane al punto giusto, nel senso buono della parola.
E – inorridiamo, o noi sacerdotesse del pessimismo cosmico – ci propina la solita teoria del “be positive, be happy”, dello foggio di entusiasmo che conquista il maschio di turno. Ci viene il dubbio che non si stia parlando davvero di come trasformare le brutte in belle (se così fosse il libro renderebbe miliardaria l’autrice) ma si proponga piuttosto l’equazione bruttina uguale donna comune. Insomma, si fa leva sulla metamorfosi del brutto in avvenente ma in realtà si sta discutendo in generale, indicando ad ogni donna la via dell’indipendenza, della sicurezza, dell’autonomia, dello stile, dell’eleganza, dell’emancipazione.
Nel secondo testo c’è un’evoluzione, sia dal punto di vista linguistico che contenutistico. Lo stile diventa più incisivo, ironico, tagliente, l’autrice dimostra di avere cervello e cultura e che gli affilati artigli erotici sono solo un aspetto della sua personalità e non un chiodo fisso. E se, anche in questo caso, i consigli per tenersi l’esemplare maschile, lo straccio di amante previamente conquistato, appaiono scontati, balza agli occhi l’attenta analisi sociale del variegato (e un po’ triste) sottobosco di trenta/quarantenni in cerca di accoppiamento. La fauna che lo popola è votata al disimpegno, all’instabilità emotiva, al peterpanesimo, all’immaturità. Vediamo aggirarsi torme di single incalliti, trombamici allergici al matrimonio e disorientati, figure di cui si rivendica il diritto alla dignità ma che, per chi appartiene a generazioni ancora imbevute di romanticismo, grondano squallore e inadeguatezza.
Alcune descrizioni sono davvero spassose, specialmente quelle in cui è facile rintracciare qualche maschio di nostra conoscenza, come ad esempio l’uomo mistico, quello, per capirci, tutto chakra, energia, incenso e ristoranti vegani.
“Se non siete profondamente spirituali anche voi, tutto questo ascetismo alla lunga vi farà perdere la pazienza, facendovi sognare di chiudergli tutti i suoi chakra una volta per tutte.”
La Savarese, attualmente residente a Firenze ma vissuta molti anni a Livorno, ha assorbito dalla città labronica lo spirito arguto, acuminato, irriverente e un po’ sboccato, quello che fa sempre dire pane al pane. Appassionata di moda, di design, di danza, di burlesque, di cultura pop, piena d’interessi e informata, sembra conoscere l’argomento per esperienza diretta, un’esperienza sempre filtrata dall’ironia (e da una salutare autoironia). Ha interrogato molti amici, sia maschi sia femmine, stilando classifiche e facendo statistiche degli atteggiamenti più comuni. Il tutto con mano leggera, acume, simpatia, spirito, divertimento. Soprattutto con quel piglio deciso, in grado a suo dire di trasformare una bruttina qualsiasi in una donna audace, una donna che sa conquistarsi - piantando con sicurezza i piedi per terra e non pestandoli bizzosa - il suo posto in questo mondo non sempre accogliente.
Alessandro Ticozzi, "L'inviato dalla rete"
L'inviato dalla rete
Alessandro Ticozzi
Sensoinverso edizioni
pp 320
17,00
Un appassionato di cinema non resta indifferente di fronte alla quantità di materiale che Alessandro Ticozzi riesce a raccogliere nel suo ultimo libro. Piatto ricco mi ci ficco! Verrebbe da esclamare. E infatti si comincia con un'intervista inedita a Leonardo Celi e ad Andrea Pergolari che ha per tema l'attività brasiliana di Adolfo Celi e Luciano Salce, di certo non troppo nota. Tra le chicche del libro apprezziamo una rivalutazione del Jerry Calà regista, cineasta non molto considerato dalla critica alta, ma che resta un autore in grado di stupire. E poi ci sono i mostri della commedia all'italiana (e non solo): Nino Manfredi, Enrico Maria Salerno, Vittorio Caprioli, Gabriele Ferzetti, Antonio Pietrangeli (nei ricordi del figlio), Luigi Zampa, Ugo Tognazzi, Ettore Scola, Vittorio Gassmann (intervista alla figlia Paola) Bud Spencer, Steno (visto dal figlio Enrico Vanzina), Renato Pozzetto… Un elenco quasi interminabile. Una miniera di notizie, raccolte con passione e amore cinefilo, sistemate con cura certosina nello spazio di interviste ai protagonisti e - in mancanza del diretto interessato - a chi li ha conosciuti da vicino. Il libro parla anche di musica, molte interviste riguardano Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Mina e il Festivalbar. Ugo Gregoretti, Giuliano Montaldo, Milo Manara, Folco Quilici, Giovanni Spagnoletti (che riflette su Fassbinder), sono altre perle di un volume che farà la felicità degli appassionati. Se dobbiamo trovare un difetto a questo bel volume, sta nella mancanza di uniformità e nella estemporaneità della collazione dei singoli pezzi, disposti in sequenza senza un filo conduttore. Ma forse la raccolta vuol soltanto seguire il corso delle passioni di un autore che si dimostra grande esperto di cinema italiano, soprattutto commedia e pellicole d'autore, ma anche di musica popolare.
Il materiale raccolto da Ticozzi nel volume è stato tutto pubblicato in rete su riviste e media come Dedalus, News Candiani, Quarto Potere, Radiophonica, Spettacoli News e Associazione Unis@und. L'autore è laureato al Dams di Padova e va ricordato per un brillante saggio cinematografico intitolato L'Italia di Alberto Sordi (2009). Ha pubblicato anche il romanzo breve Diario di un cinemaniaco di provincia (2010). Il suo sito ufficiale è www.alessandroticozzi.it.
Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"
Resushitati
Macale, De Cave, Appetito
Edizioni Il Foglio, 2013
Cardiopoetica è un collettivo letterario composto da tre persone – Marco De Cave, Fabio Appetito e Mariano Macale – che non si pone solo come unione di tre autori in un unico volume, piuttosto - almeno nelle intenzioni - come una sorta di nuova avanguardia culturale, di manifesto letterario.
Il gruppo nasce a Cori, in provincia di latina, nel 2010, e si prefigge l’obiettivo di rinvivire la poesia, che sonnecchia, a suo dire, dagli anni novanta, calandola nel quotidiano, portandola fra la gente comune, con una serie di reading, di avvenimenti multimediali. “Resushitati” è il loro secondo libro, edito da Il Foglio Letterario.
Il titolo ha tre chiavi di lettura. Se lo si considera parola piana, con l’accento sulla penultima sillaba, gli si conferisce un tono di evento, di cosa fatta. Se, invece, lo si legge con l’accento sulla ù, prende il significato di una esortazione a risorgere, a uscire da una condizione che è “vita apparente”, notte di “morti viventi” alla Romero: “anche se si è impagliati sulla parete di una sala.”
Siamo morti, siamo alienati dal consumismo, dall’esaltazione dell’esteriorità, del corpo e dell’abito, da una comunicazione che diventa solo esternazione sui social network, monologo inascoltato e non dialogo. Bisogna “Ricominciare da capo nuovamente” , come ci esorta a fare la citazione da Lenin, stimolo a una rivoluzione che non è solo politica ma anche interiore. (Il concetto è bene esplicitato nel piccolo brano in prosa di Marco De Cave dal titolo “Giornata pesante”.)
Per farlo, per uscire da una vita che vita non è, per risvegliarsi e risorgere, occorre una scelta netta, limpida, una presa di posizione sociale, un rapportarsi alla collettività, agli altri, cosicché l’individualità possa fondersi in un “noi” e l’anima sia scossa dalla poesia. Se si sceglie di rivivere, non lo si fa come l’eremita disgustato, ma cercando di comprendere questo nostro mondo da dentro per poi ribaltarlo.
Nel titolo si trova inserita anche la parola sushi, qualcosa che si porta via, un take away non solo dell’oggetto ma anche del soggetto. E la poesia arriva per portarti via, per trascinarti, per risvegliarti. Una poesia, però, moderna, fatta di cose di oggi, e, tuttavia, capace comunque di lirismi antichi, di invocazioni, di preghiere, di canti alla luna. Il collettivo dice di rifarsi alla tradizione montaliana, nerudiana e alla Beat Generation, ma non mancano echi crepuscolari e stilemi più classici e meno sperimentali.
Il soggetto, l’introspezione lucida e un poco disperata, “Ma io non sono portato a vivere”, resta, a nostro avviso, sempre al centro delle poesie di questi tre autori che, pur nello studio avanguardistico, pur nell’impegno socioculturale, pur nella creazione di un manifesto comune, altro non cercano se non l’amore, la fusione con l’altro da sé, una comunione autentica e non di superficie, un noi più profondo, dove si ascolta oltre che parlare.
“che avessimo una parola almeno
Da dividere in uno quando stiamo insieme”
E ancora :
“ho smesso di cercare la risposta che soffia nel vento
Perché adesso il vento sono io
E sono già alle tue spalle.”
Come nella poesia di Macale, “Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi”, che ci piace proprio perché smette i panni della sperimentazione e si lascia andare ad un lirismo pavesiano.
“Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi,
non si cela alle pupille arcane la realtà
rotta, minuta di questo coccio perduto,
ma non è vano il voto dell’assemblea,
se il mondo intero ti ostracizza
troverai come perla rara rifugio in me,
per quanto siano senza regola le mie parole,
fallimentari i miei progetti, dipartite da tempo le chimere, le utopie
verso mondi immaginari.
È rimasto nel porto l’unico sogno
Di tutta una vita: noi.”
Alla fine, ancora una volta, il collettivo, il sociale, s’identifica con il “noi” formato da due anime che non riescono mai a fondersi quanto vorrebbero. Come afferma ancora Macale, “per amore si può risorgere”.
Sybil G. Brinton, "Vecchi amici e nuovi amori"

Vecchi amici e nuovi amori
Sybil G. Brinton
Traduzione di Camilla Caporicci
Jo March, 2013
pp 341
14,00
Fin dal 2009 l’agenzia letteraria Jo March si occupa di “riportare alla luce narrativa lontana, nel tempo o nello spazio, a torto dimenticata o mai tradotta in lingua italiana”. La traduzione e la ristampa di “Vecchi amici e nuovi amori”, di Sybil G. Brinton, definito “l’antenato di tutti i sequel”, di tutti gli spin off e derivati austeniani, scritto cento anni dopo “Orgoglio e Pregiudizio” (1813) e tradotto in italiano cento anni dopo la sua pubblicazione (1913), soddisfa proprio questo criterio.
Duecento anni ci separano, dunque, dall’originale di Jane Austen e cento da questo seguito della Brinton, della quale poco si sa, se non che ebbe una vita breve e non godé mai di buona salute. L’autrice fu un’appassionata janeite, con quanto di positivo e di negativo il termine implica. Il janeitismo si sviluppò dopo il 1870, con la pubblicazione di “A Memoir of Jane Austen” di J.E. Austen - Leigh. Addirittura Rudyard Kypling scrisse un racconto, intitolato "The Janeites", su un gruppo di soldati della prima Guerra mondiale appassionati dei romanzi della Austen
Ai sei romanzi canonici si rifà questo sequel, e cioè “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield Park”, “L’Abbazia di Northanger”, “Ragione e sentimento”, “Persuasione”, “Emma”. La Brinton ne interseca i protagonisti, ritrovando, appunto, “vecchie conoscenze” e favorendo nuovi intrecci sentimentali, compensando i finali sempre un po’ troppo bruschi della “cara zia Jane”, basandosi su indicazioni date dalla stessa autrice riguardo possibili sviluppi, creando una specie di riassunto e di compendio di tutti e sei i romanzi. Seppur presenti, i caratteri principali restano sullo sfondo, in favore di figure minori, come Georgiana Darcy, Kitty Bennet, il colonnello Fitzwilliam e Mrs Crawford, di cui vengono narrate nuove avventure e nuovi amori.
“In questo modesto tentativo di rappresentare il seguito delle avventure di alcuni dei personaggi di Jane Austen,” ci dice la Brinton nella prefazione, “ho fatto uso dei riferimenti fatti a essi dall’autrice stessa, registrati nel Ricordo di Mr. Austen- Leigh”
Il testo ha valore per ciò che rappresenta culturalmente, per il suo essere capostipite di tutta la fanfiction successiva, non tanto per il contenuto o lo stile. Di sicuro risponde a quel bisogno che s’impone, prepotente, alla fine di un libro amato, quando lo stringiamo al petto sentendoci orfani, chiedendoci cosa i protagonisti faranno ora che l’ultima pagina è stata letta e abbandonata.
Ma forse è perché gli attori principali non sono quelli che tanto ci hanno coinvolto – leggi Elisabeth e Darcy, ora trasformati, in soli due anni di vita coniugale, in signorotti di campagna privi di allure, compresi nel loro ruolo di genitori quanto Jo e il professor Baher in “Piccoli uomini”, ruolo da cui Elisabeth si distacca solo per addossarsi un’attività di match maker presa in prestito da Emma Woodhouse – se l’iniziativa riesce solo in una certa misura.
La storia di Georgiana, i suoi turbamenti, i suoi rossori, il suo agire da timida paraninfa fra il cugino Firzwilliam, suo ex promesso, e una Miss Crawford del tutto stravolta dall’originale austeniano, il suo amore per William Price bramato dall’amica Kitty, non ci prendono più di tanto, né ci entusiasma la tecnica che, nel tentativo di imitare quella “conversational” della Austen, non sfugge a qualche involontaria goffaggine e stempera il witticism in monotonia. Ricorda, semmai, il più piatto stile della quasi contemporanea – e rivale di Jane Austen – Maria Edgeworth. Manca l’ironia tagliente, manca lo studio di un’intera classe sociale e forse non è un caso se questo “Old friends and new Fancies” sembra essere rimasta l’unica prova della Brinton.
“Anche i migliori fra i derivati”, ci conferma Giuseppe Ierolli nell’introduzione “rimangono lontanissimi da tutto ciò che ha reso Jane Austen uno degli autori più amati e studiati della letteratura mondiale. La perfezione dei suoi dialoghi, l’ironia e la parodia che pervadono i suoi scritti, talvolta celate in brevissimi incisi che spesso sfuggono al lettore distratto, la finezza di quello che lei stessa definì “il pezzettino d’avorio (largo due pollici) sul quale lavoro con un pennello talmente fine che produce un effetto minimo dopo tanta fatica”, la naturalezza con la quale ci accompagna nelle vicende dei suoi personaggi, la parsimonia con la quale li descrive, lasciando che i loro caratteri emergano molto più da ciò che dicono e fanno che da quello che ne dice il narratore, sono nel loro complesso, inimitabili, e solo qualche sprazzo emerge talvolta nelle opere che si ispirano a lei.”
"Old Friends and New Loves", by Sybil G. Brinton, called "the ancestor of all sequels", of all Austenian spin-offs and derivatives, was written a hundred years after "Pride and Prejudice" (1813).
Two hundred years separate us, therefore, from the original by Jane Austen and one hundred from this sequel by Brinton, of whom little is known, except that she had a short life and never enjoyed good health. The author was a passionate janeite, with what both positive and negative the term implies. Janitism developed after 1870, with the publication of "A Memoir of Jane Austen" by J.E. Austen - Leigh. Even Rudyard Kypling wrote a story, entitled "The Janeites", about a group of soldiers of the First World War passionate about the novels of the Austen
This sequel is based on the six canonical novels, namely "Pride and prejudice", "Mansfield Park", "Northanger Abbey", "Sense and Sensibility", "Persuasion", "Emma". Brinton intersects the protagonists, finding, in fact, "old acquaintances" and favouring new sentimental intertwining, compensating the always a little too abrupt ends of "dear Aunt Jane", basing herself on indications given by the author herself regarding possible developments, creating a sort of summary and compendium of all six novels. Although present, the main characters remain in the background, in favour of minor figures, such as Georgiana Darcy, Kitty Bennet, Colonel Fitzwilliam and Mrs Crawford, of whom new adventures and new loves are narrated.
"In this modest attempt to represent the sequel to the adventures of some of Jane Austen's characters," Brinton tells us in the preface, "I made use of the references made to them by the author herself, recorded in the Memory of Mr. Austen- Leigh ".
The text has value for what it represents culturally, for its being the progenitor of all the subsequent fanfiction, not so much for the content or the style. It certainly responds to that need that arises, overbearing, at the end of a beloved book, when we clasp it to the chest feeling orphaned, asking ourselves what the protagonists will do now that the last page has been read and abandoned.
But maybe it's because the main actors are not the ones that concerned us so much - read Elisabeth and Darcy, now transformed, in just two years of married life, into country lords without allure, absorbed by their role as parents as Jo and the Professor Baher in "Little Men", a role from which Elisabeth stands apart only to take on a match maker activity borrowed from Emma Woodhouse - if the initiative succeeds only to a certain extent.
The story of Georgiana, her disturbances, her blushes, her act as a timid paranymph between her ex-promised cousin Firzwilliam and a Miss Crawford completely distorted by the Austenian original, her love for William Price longed for by her friend Kitty, don't take us too much, nor do we get excited about the technique which, in an attempt to imitate the "conversational" one of Austen, does not escape some involuntary clumsiness and dilutes witticism in monotony. It remembera, if anything, the flatter style of almost contemporary - and rival of Jane Austen - Maria Edgeworth. The cutting irony is missing, the study of an entire social class is missing and perhaps it is no coincidence that this "Old friends and new Fancies" seems to have remained the only proof of Brinton.
"Even the best of derivatives", Giuseppe Ierolli confirms in the introduction of the Italian translation "remain far from everything that has made Jane Austen one of the most loved and studied authors of world literature. The perfection of her dialogues, the irony and parody that pervade her writings, sometimes concealed in very short parenthesis that often elude the distracted reader, the finesse of what she herself called "the little piece of ivory (two inches wide) on which I work with a brush so fine that it produces a minimal effect after so much effort ", the naturalness with which she accompanies us in the events of hers characters, the parsimony with which she describes them, letting their characters emerge much more from what they say and they do that from what the narrator says, they are overall, inimitable, and only a few flashes sometimes emerge in the works inspired by her. "
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