recensioni
LA MAGICA AVVENTURA DELLA LETTURA DI Biagio Osvaldo Severini
La magica avventura della lettura
B.O. Severini
Pubblicazione Pensiero Critico
Titolo suggestivo e ambivalente quello del libro di B. O. Severini che, soffermandosi sul piacere della lettura nella virtuale intervista a Giuseppe Pontiggia con cui ha inizio il libro, coglie e ci trasmette il senso più vero dello scrivere e del leggere, che consiste nel modo più alto di far letteratura. Cioè, cogliere il nesso con le cose essenziali che ci riguardano. “Lo scrittore autentico non sia mai distaccato dallo sfondo collettivo e nello stesso tempo cerchi in una terra incognita il punto d’incontro con se stesso e con gli altri”. Con gli altri il punto d’incontro avviene proprio attraverso la lettura. “Leggere nel presente come ascolto dell’interiorità, come dialogo con l’autore e con se stessi”. “Leggere è un viaggio di scoperta, oltre che un piacere, una felicità che è legata a quell’incontro tra conoscenza e linguaggio, che io chiamo stile”.
Dunque già questo aiuta a tracciare un profilo dell’uomo, del professionista, dello scrittore Severini, e del tenore del suo libro.
Immagino di entrare in una sua piccola biblioteca per trovarvi il lettore serio e appassionato ma anche per scoprirvi l’uomo, anzi l’uomo che legge perché io, come tutti voi, possiamo guadagnare le conquiste a cui approdano le sue letture.
Questa piccola biblioteca è formata da ben 12 “affondi” in altrettante opere letterarie che costituiscono la seconda sezione del volume, intitolata Letteratura e società, opere che, come si diceva poco fa, hanno come sfondo la collettività come occasione di analisi di situazioni apparentemente autobiografiche, e hanno come riflesso lo spessore del ricercatore, di colui che compie il viaggio di scoperta attraverso la lettura.
Partiamo con l’analizzare alcune recensioni di Severini.
“Il dolore perfetto” è il titolo del romanzo di Ugo Riccarelli vincitore del Premio Strega 2004.
Perfetto, aggettivo dal lat. perfĕctu(m), part. pass. di perficĕre ‘compiere’, comp. di pĕr, indicante compimento, e facĕre ‘fare’, significa: completo, compiuto in tutte le sue parti: un lavoro p.; totale, assoluto: un silenzio p., che non presenta imperfezioni, che è esente da mancanze, un compito perfetto.
Dolore perfetto è allora un dolore totalizzante che investe tutto l’essere che è presente quando su scenari di guerra e di morte scompare perfino la pietà, la compassione. Così scrive lo scrittore Riccarelli a proposito delle atrocità dei fascisti della repubblica sociale di Salò (1943-45) “se ne stavano chiusi in casa a lasciar morire libertà e compassione che ormai nessuno più conosceva”. Risuonano nell’animo le tremende parole di Ecuba nelle Troiane di Euripide, quando grida ai Greci che stavano per compiere l’eccidio di Troia e l’infanticidio del piccolo nipote Astianatte: “Ma voi, Achei, il cui vanto sono più le armi che il cervello, perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Cosa potrebbe scrivere un poeta sulla tua tomba? Qui giace un bambino, ucciso un giorno dagli Achei, per paura. Che vergognoso epitafio per l'Ellade!”
Lo scenario dei focolai attuali di guerra dichiarano proprio questo: perfino le guerre si sono disumanizzate, visto che la furia devastatrice non tiene conto più né della popolazione civile né dei bambini, né delle donne. Tutti sono inorriditi per le atrocità commesse nella ex Yugoslavia, in Iraq, in Afganistan, in Siria, in Palestina. Un destino senza scampo, un mondo senza scampo. Eppure in Riccarelli, sostiene Severini, è presente l’utopia nella metafora del moto perpetuo che egli si trova ad osservare in una macchina ingegnosa tesa a dimostrare che una volta dato l’avvio a una ruota questa poi continua a muoversi autonomamente, senza bisogno di motore. Come a dimostrare che, nonostante tutto, la speranza è che la vita prevalga sempre e comunque. Non dello stesso parere il nostro Severini che -racconta- dinanzi a un marchingegno rudimentale osservato nella sua infanzia, una ruota che vagamente riproduceva il fenomeno del moto perpetuo, rimase semplicemente “sorpreso”. Come a voler sottolineare che la sorpresa non contiene necessariamente la speranza. Secondo me no, la sorpresa può non contenere la consapevolezza di una realtà (difatti si rimane sorpresi), ma non è detto che tale realtà non possa esistere.
“L’ultima estate”. Sinteticamente Severini annota di questo libro: è la narrazione di una vita mentre sta per svanire. Egli ha letto per noi e ci trasmette come in una serie di diapositive la scoperta del male, la SLA, sclerosi laterale amiotrofica, la coscienza della progressione della malattia, l’onda dei ricordi che assale l’autrice, Cesarina Vighy, il tutto sopportato dalla donna con grande equilibrio, garbo, perfino ironia che non riescono tuttavia ad eliminare i sensi di colpa per il non fatto, per gli errori compiuti e infine per non aver saputo resistere alla tentazione di scrivere un “romanzetto” della propria vita. Il nostro autore nota che l’ironia non abbandona mai la protagonista e insieme autrice del romanzo mentre percorre i labirinti delle sue cure “fantasma”. Neppure alla fine, quando tenta di dare risposte plausibili a domande impossibili. Anzi l’autrice conclude proprio con il consiglio di farsi venire o coltivare il senso dell'ironia anche in situazioni estreme, l’unico antidoto alla disperazione. Ma il nostro lettore illustre si chiede se sia possibile ciò e se sia valido per tutti questo rimedio e con una partecipazione emotiva commovente si chiede: che ne sarà in questo momento della narratrice? (morta nel maggio 2010 a Roma)
“I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina
Una metafora che utilizza i frutti dimenticati o trascurati nell’orto, frutti spontanei, di forme diverse e colori diversi, dolci o asprigni che si accompagnavano alla fanciullezza dei nostri paesi e delle nostre campagne. Come loro si sente il bambino Cristiano, abbandonato dal padre, mentre cerca di ricostruire la sua identità osservando la somiglianza delle fattezze nei visi di quattro bisnonni di cui ha trovato le fotografie per caso, frugando nel cassetto delle cianfrusaglie. Poi la sua infanzia, la sua giovinezza fino al giorno in cui una misteriosa voce si fa viva, la voce del padre morente in ospedale. Il primo contatto è di rifiuto, di ribellione di accusa: dove sei stato finora? Ma insieme all’odio monta anche la compassione per quell’uomo che sta per abbandonare la vita che si condensa nell’esplosione della parola Papà. Poi l’autore del romanzo traccia quasi un elenco di tutte le pratiche e i sussidi farmacologici a sostegno di un malato terminale di tumore. A questo punto l’autore del nostro libro si chiede se sia utile infliggere a un malato così grave tante afflizioni e umiliazioni in un ambiente estraneo o se invece i frutti dimenticati non siano tutti quei valori che venivano coltivati nelle famiglie di un tempo, innanzitutto il sostegno famigliare, non ancora schiavizzate dalla frenesia moderna e dalle sue tristi conseguenze. Tuttavia il protagonista del romanzo sostiene che rimpiangere il passato non serva e quindi decide di colmare la mancanza della figura paterna con la totale dedizione al figlioletto grazie al quale scopre il dono della paternità. La suggestiva e realistica tesi del bambino padre dell’uomo?, ci chiede Severini. E incalza con altre domande.
Ma è possibile nella società moderna che questo avvenga sempre o basta un’adeguata surrogazione, in contrasto con la tesi di Cavina che ritiene sia indispensabile il padre biologico, con funzioni anche psicologiche, nella formazione del figlio? Con una punta di polemica, Severini fa notare che il nostro narratore è venuto su proprio bene nonostante l’assenza del padre biologico.
Seconda osservazione di Severini: la difesa del paese natio da parte dell’autore sta ad indicare il rifiuto della globalizzazione che depersonalizza e la difesa della diversità come fonte di arricchimento culturale? In ogni caso il romanzo gode di un giudizio più che positivo anche per la prosa controllata e avvincente, a tratti poetica.
Per ragioni di tempo sono costretta a tralasciare gli altri titoli della sezione e a lanciarmi con volo neppure troppo pindarico su un articolo della parte terza Cultura ed educazione dal titolo Difesa del somaro a scuola.
Perchè abbia scelto proprio questo vi chiederete. Ebbene innanzitutto sorpresa dalla gustosa discettazione di Biagio Severini sui motivi che spingono a donare libri in occasioni “festose”, poi per l’importanza rivoluzionaria direi del contenuto.
Una pagella scolastica disastrata appare sulla copertina di Diario di scuola dello scrittore francese Daniel Pennac ricevuto in dono dal nostro amico Severini. La prima curiosità è subito soddisfatta. Si tratta proprio della pagella scolastica dell’autore del saggio in questione. Nato nel 1944 in una famiglia di militari, Pennac passa la sua infanzia in Africa, nel sud-est asiatico, in Europa e nella Francia meridionale. Pessimo allievo, solo verso la fine del liceo ottiene buoni voti, quando un suo insegnante comprende la sua passione per la scrittura e, al posto dei temi tradizionali, gli chiede di scrivere un romanzo a puntate, con cadenza settimanale.
Ottiene la laurea in lettere, all'Università di Nizza, nel 1968 diventando contemporaneamente insegnante e scrittore.
Man mano che Severini procede nella lettura sentimenti dirompenti gli agitano l’animo. Finalmente la liberazione da tante sovrastrutture, finalmente lo sguardo può vagare sui patemi d’animo degli alunni asini, e dei loro insegnanti e genitori. Ma perché questa difesa a oltranza dei somari: vuoi vedere - si chiede - che si tratta di un’autodifesa? E così inizia una conversazione immaginaria tra il giornalista improvvisato e lo scrittore francese che confessa di essere stato come scolaro un somaro perfetto, quello che chiameremmo matricolato, senza via d’uscita, senza rimedio e soprattutto senza motivazioni altre che non fossero quelle proprie della sua somaraggine. Nulla da eccepire invece sul fatto che fosse portatore sano di allegria di socialità di amore per il gioco. Nell’età adolescenziale però la sensazione di estraneità assoluta all’universo scolastico si tramutano in bisogno di vendetta, di ribellione, di disubbidienza che lo conducono a compiere delle simpatiche malefatte nei confronti degli adulti del collegio. Di esse non si pentirà mai, anzi presagisce lo sbocco finale della sua capacità di impiegare per fini altri il complesso delle sue facoltà intellettive: la delinquenza. Affermazione che “piace” a Severini, per la portata eversiva della frase, su cui dovrebbero riflettere molto insegnanti e adulti. Anche perché il protagonista e autore del saggio sostiene che era ben disposto a qualunque compromesso quando ravvisava nell’adulto uno sguardo benevolo o comunque un po’ d’affetto. Ma soprattutto è importante sottolineare che l’affermazione negli studi e poi quella professionale avvenute successivamente stanno ad indicare che il futuro non è una conseguenza automatica del presente, esso è imprevedibile e spesso piacevolmente sorprendente. Ora l’errore di molti insegnanti è bocciare un alunno somaro non in questa o quella disciplina, ma bocciarlo per la vita futura addossandogli il senso di una frustrazione e di un fallimento perenni. Ma, rievocando una frase che soleva dire un nostro illustre concittadino professore di liceo e mio professore: un insegnante che boccia, boccia innanzitutto se stesso, dichiarando involontariamente il suo fallimento nel recuperare allo studio un allievo. Dunque la responsabilità di un insegnante è massima. Ha il potere di creare una personalità positiva o di distruggerla. Per fortuna al protagonista del nostro libro capitò l’avventura di incontrare degli insegnanti, pochi, al di fuori dello standard consueto, capaci di amare e farsi amare e di innescare quel processo di autostima e di sollecitazione degli interessi anche in deroga al consueto trantran scolastico che rappresentò il primo passo verso la crescita personale. Con il bisturi del chirurgo Severini indaga, chiede, sceglie le domande: che avevano di speciale i professori che determinarono la svolta e l’abbandono della somaraggine. La risposta è semplice, lo “stato” è complesso: la passione per la materia di cui erano “impastati”. Insegnando comunicavano il loro stesso desiderio di sapere, insegnando creavano l’avvenimento. E poi la comunicazione, il sapersi mettere in sintonia con qualunque discepolo, in modo che ognuno sviluppasse le proprie potenzialità, grandi o piccole che fossero. Invece spesso accade che gli insegnanti godano nell’umiliare gli alunni con giudizi o voti scarsi, l’unico modo per sentirsi importanti e seri. Questa la provocazione di Severini, e Pennac definisce questo stato una sorta di accomodamento generale per non operare sulle situazioni particolari, - conformismo - lo chiama Severini. Ma veniamo agli alunni. Sono differenti da quelli di ieri, chiede Severini. Per età ovviamente no, per il colore della pelle sì, ma la differenza maggiore sta nel fatto che sono in tutto e per tutto conformati dal marketing in ogni aspetto della loro vita. Mentre invece bisognerebbe svuotare di tutte queste sovrastrutture la testa dei ragazzi e insegnare loro l’amore per lo studio, per il sapere acquisito tramite la riflessione la ricerca, stimolare le capacità e le competenze e favorire la conoscenza, secondo gli insegnamenti di Gramsci e di Don Milani. Compito difficile nei tempi odierni dove la società dei consumi vuole studenti semianalfabeti, perché essi sono più plasmabili dalla pubblicità.
Non è finita, perché il nostro Severini lancia l’ultima provocazione: come invogliare i meno volenterosi ad amare la scuola? Anche qui la risposta è semplice: con l’amore, cosa che scarseggia nella scuola, come sostiene Pennac.
Si tratta della capacità di empatia, di saper entrare nella condizione di chi ignora tutto quello che il docente sa. E di saper donare fiducia, altrimenti un adolescente relegato al ruolo di ultimo e convinto di ciò diventerà facilmente una preda di situazioni borderline o schiavo del potere consumistico.
In conclusione sottolineiamo il trasporto del Prof. Severini verso i temi della pedagogia e della psicologia, che sono il riflesso della responsabilità dell’educatore e dello studioso della difficile e delicata opera della formazione dei giovani, a cui si associa l’influenza delle famiglie e della società intera, nel bene e nel male, che è anche la sintesi di questa intervista immaginaria.
Adriana Pedicini
Salvo Zappulla, "Kafka e il mistero del processo"
Salvo Zappulla
Kafka e il mistero del processo
Melino Nerella Edizioni
Pagine 215 - Euro 14
Salvo Zappulla è un ottimo scrittore siciliano che leggo dai tempi della sua collaborazione con Terzo Millennio, editore serio e onesto, ragion per cui ha dovuto chiudere bottega. Scrive di critica letteraria su La Sicilia, La Voce di Romagna, Il Sud, La Voce dell’Isola... Ha pubblicato fiabe, racconti, romanzi, commedie, vincendo premi importanti e classificandosi al secondo posto con un’opera teatrale presentata al prestigioso premio Troisi (2006). Il nuovo romanzo resta nel solco della sua miglior narrativa per quel che riguarda uno stile sobrio, piano, lineare, composto da un dialogare continuo, senza perdersi in elucubrazioni letterarie. Zappulla ama il grottesco, segue le orme di Pirandello e Kafka, per creare la figura di uno scrittore raccomandato da uno zio onorevole che un editore pubblica per compiacere l’importante parente. Un bel giorno il politico cade in disgrazia e l’editore - un burbero meridionale innamorato del suo lavoro - rifiuta l’ultimo manoscritto bucolico e retorico, invitandolo a scrivere qualcosa veramente originale. A questo punto inizia il romanzo umoristico, una sorta di Castello kafkiano in salsa sicula, corretto secondo lo stile di Zappulla. Lo scrittore deve subire la ribellione del personaggio (Pedro Escobar) che a un certo punto rifiuta di tornare a condurre un’esistenza grigia al fianco di una moglie noiosa, brutta e pedante. Non solo. Lo scrittore finirà in prigione, dopo un processo surreale e al termine di una requisitoria della Pubblica Accusa che condanna il suo stile e la sua creatività. Inutile difendersi mettendo di fronte a chi lo accusa illustri precedenti: Kafka (Il castello, La metamorfosi), Flaubert (Madame Bovary), Buzzati e persino Dante Alighieri. Il romanzo procede per capitoli alterni, con il personaggio che vive di vita propria, incontra Madame Bovary, Pinocchio, La piccola fiammiferaia, Attila..., con loro conversa e scambia opinioni, indagando la vera natura che esprimono, ben oltre le intenzioni narrative. Un romanzo grottesco, umoristico, di facile lettura, ma che vuol essere una critica serrata a un mondo editoriale diventato un supermercato, un surrogato dell’incultura televisiva, un luogo frequentato da nani, ballerine, calciatori, veline, scrittori panettone, narratori del niente. Ho scritto qualcosa di simile un sacco di anni fa (Quasi quasi faccio anch'io un corso di scrittura, Nemici miei, Velina e calciatore, altro che scrittore!), ma mi rendo conto con tristezza che il mercato editoriale non solo non è cambiato, ma è persino peggiorato. La sola alternativa per gli scrittori veri - animati dal sacro fuoco delle lettere che scrivono solo quando hanno qualcosa da dire - è seguire il consiglio dell’editore - personaggio del romanzo di Zappulla: darsi all’agricoltura biologica. Pure per coltivare zucchine serve creatività, in fondo. Inoltre si tratta di un mercato puro, non inquinato da un mare di escrementi che galleggiano in un liquido informe, voluto dall’Editore Unico Nazionale che presto avrà un Distributore Unico Nazionale (PDE - Messaggerie). Editori e Scrittori veri - vi scrivo con la lettera maiuscola - cosa aspettate a ribellarvi? Nel frattempo, leggiamo Zappulla, ché il romanzo merita.
Gordiano Lupi
Domenico Vecchioni, "Ana Belén Montes La spia americana di Fidel Castro"
Domenico Vecchioni
Ana Belén Montes
La spia americana di Fidel Castro
Greco & Greco
Euro 12 – Pag. 152
Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera, ambasciatore italiano all’Avana, che da alcuni anni dirige la collana Ingrandimenti della Greco & Greco, nata per ospitare agili biografie di personaggi storici controversi. A sua firma ricordiamo: Richard Sorge, Pol Pot (ottimo), Kim Philby, Felix Kersten. Per altri editori ha pubblicato biografie di Raúl Castro ed Evita Peron, alcuni testi sulle spie e sugli 007 del passato. Questo nuovo lavoro si segnala per originalità e getta nuova luce su una figura indefinibile come la portoricana Ana Belén Montes, la spia americana al servizio di Fidel. Vecchioni tratteggia con precisione biografica la vita di una donna che per sedici anni è stata una vera e propria spina nel fianco della DIA, lavorando alacremente per divulgare segreti militari e politici ai suoi corrispondenti cubani. Il problema è che se chiedete a un dirigente cubano chi sia Ana Belén Montes si chiuderà nel più totale riserbo. Soltanto Felipe Perez Roque – ormai caduto in disgrazia – ha pronunciato parole di stima nei confronti di una spia che “pur non prendendo un solo penny dal governo cubano ha reso grandi servizi alla causa della libertà dei popoli oppressi”. Ana Belén è una spia molto sui generis, infatti pare che la sua attività non sia stata guidata da brama di potere e denaro, ma soltanto da motivi ideologici e psicologici, perché identificava nel governo nordamericano quel padre repressivo e violento che aveva dovuto subire da piccola. La sua è stata una condivisione ideologica dettata dall’intima convinzione di dover aiutare il governo di Fidel Castro a liberare le popolazioni oppresse, tra queste anche la sua Porto Rico che chiedeva l’indipendenza. “Ana Belén è stata un’eroina della Rivoluzione dal destino paradossale” afferma Vecchioni “perché condannata a Washington e ignorata all’Avana, sconosciuta all’opinione pubblica cubana, spia senza mandanti. Non ha goduto nemmeno della notorietà, che in genere emana dalle grandi spie, né è stata confortata dalla riconoscenza del suo idolo, Fidel Castro”. Quasi come se Ana avesse spiato per Cuba all’insaputa di Cuba, cosa impossibile, ma che di questi tempi va molto di moda anche dalle nostre parti. Ben altro destino hanno avuto i Cinque Eroi prigionieri dell’Impero, in realtà spie cubane in trasferta USA, ma per L’Avana vittime di un regime che sogna la normalizzazione di Cuba. Ana Belén Montes è rimasta vittima della politica cubana che non ammette l’esistenza di una sua rete di spionaggio, addestrata dall’Isla Grande, per infiltrarsi nei meandri della politica statunitense. Arrestata nel 2001, ripudiata anche dal compagno tradito dal suo comportamento antiamericano, additata al pubblico ludibrio dai giudici: “Se non voleva amare il suo Paese, poteva almeno fare a meno di danneggiarlo”, risulta una figura quasi patetica di spia solitaria, dalla doppia vita e dal destino infelice. La condanna finale: 25 anni di carcere duro, senza possibilità di libertà condizionata. “Ana è stata una delle spie più dannose per gli USA e solo gli attentati alle torri gemelle hanno potuto oscurare nell’attenzione dell’opinione pubblica americana e internazionale il caso di spionaggio più clamoroso del secolo scorso”, scrive Vecchioni. “Ana serviva a Fidel per conoscere in anticipo le posizioni di Washington alle Nazioni Unite e per sapere fino a che punto nei momenti di tensione poteva spingersi nella provocazione senza rischiare reazioni forti, magari di tipo militare”, aggiunge. Un libro da leggere, che rivela novità interessanti e particolari inediti sui Servizi Segreti Cubani, sulla Red Avispa, sull’Intelligence Americana e sui Dioscuri di Cuba. Un libro che racconta la vita di un’eroina idealista che si assegna la missione di aiutare la liberazione delle masse oppresse in una lotta guidata dal suo mito Fidel Castro. Mentre lo leggevo mi sono chiesto più volte: e se anche la tanto osannata blogger Yoani Sánchez fosse una spia di Castro? Se fosse una spia d’influenza, oppure uno strumento inconsapevole nelle mani dei Servizi Segreti cubani? Soltanto il tempo svelerà troppi misteri. Una cosa è certa: quando c’è di mezzo Cuba tutto è possibile.
Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
Amleto de Silva, "La nobile arte di misurarsi la palla"
La nobile Arte di misurarsi la palla
Amleto de Silva
round midnight edizioni
Premetto che di solito scrivo recensioni al plurale maiestatis, non perché io sia di stirpe aristocratica ma perché così mi hanno insegnato all’università nei favolosi ottanta. Tuttavia, per commentare “La nobile arte di misurarsi la palla” di Amleto de Silva (non lo chiamerò Amlo, ché non siamo in confidenza) userò la prima persona, dato che l’argomento mi tocca e mi smuove qualcosa dentro. Premetto anche, a titolo d’informazione, che non sono una “professoressa facente funzioni di vicepreside”, che il Pd l’ho votato ma solo occasionalmentee che qualche volta mi succede persino di “recarmi” dal panettiere anziché andarci e basta e che mio marito ha esattamente ciò che si merita, cioè me.
La nobile arte etc. è un romanzo di Amleto de Silva (questo l’ho già detto), collaboratore di Repubblica, autore satirico per Smemoranda e per Enrico Montesano, recensore de ilmiolibro.it. Dopo essersi autoprodotto a sufficienza, si affida alle cure della ‘round midnight edizioni per raccontare la storia di Enea Pellegrini, del suo talento frustrato, delle sue ambizioni come scrittore professionista e del suo incontro con il male assoluto, cioè le scuole di scrittura.
De Silva dichiara di non aver mai frequentato una scuola di scrittura. Nemmeno io. Non l’ho fatto per timore che la poca autostima che possiedo ne fosse irrimediabilmente intaccata e, stando a quanto accade al povero Enea, pare abbia agito bene. Enea lascia la provincia e va a Roma; già al limite del suicidio per problemi personali e familiari, investe tutto quello che ha nell’iscrizione alla Scuola, la più prestigiosa, quella che gli aprirà tutte le porte, che lo farà diventare un Autore Affermato. La Scuola, invece, è un nido di vipere che si mordono e si parassitano l’un l’altra. Gli alunni sono schiavi degli insegnanti, a loro volta scrittori di media fama che si credono Dio in terra, temono la concorrenza come la peste e cercano di abbattere ogni altrui velleità artistica. Alla Scuola si fa di tutto tranne che insegnare. Principalmente si “scoraggiano” gli aspiranti scrittori, convincendoli che le loro ambizioni sono comuni e volgari, che non possiedono capacità né talento, che avere un romanzo nel cassetto è una vergogna, che in Italia si scrive troppo e si legge poco.
“Eh ma in Italia tutti hanno un romanzo nel cassetto. A parte che onestamente non ho mai capito cosa ci sia di male nell’avere un romanzo nel cassetto, capirei un’arma carica e senza sicura quando ho tre bambini per casa, ma un romanzo, e nel cassetto, poi.” (pag 34)
In realtà, i primi a non sapere nulla di libri sono loro, gli insegnanti, che passano il tempo a spettegolare, rimorchiare studentesse, fare i giurati di premi letterari e i recensori a pagamento di romanzi che non leggono.
“Il fatto era che per fare quel mestiere c’era bisogno di un sacco di tempo per lavorare di fioretto sulle pubbliche relazioni, e leggere era solo una sgradevole perdita di tempo. Certo ognuno di loro sapeva benissimo cosa facevano, avevano fatto o erano in procinto di fare i loro colleghi, ma non si leggevano l’un l’altro. Al massimo si controllavano.” (pag 378)
La Scuola è un luogo indefinito, ricorda “La ditta” de “Il Padrone” di Parise, non a caso a sua volta ispirata dalla casa editrice dove lavorò lo scrittore di Vicenza. Costituisce una specie di sfondo teatrale, vagamente riconducibile ad un habitat fintamente parigino, davanti al quale si muovono personaggi che sono macchiette, caricature, parodie, ma la deformazione surreale non è nemmeno troppa, vista la natura di tale ecosistema fatto di arrivismo, rivalità e cattiveria.
Questo, secondo me, avviene anche nell’universo letterario della rete: guerre intestine fra blogger, invidie e gelosie fra aspiranti scrittori di nessuna fama, accaparramenti di fan da una pagina all’altra a colpi di mi piace, spionaggio virtuale. Sebbene questa sia un’altra storia, de Silva, che ci esorta a usare Facebook e Twitter, a scrivere sui blog, a sfruttare il self publishing, etc, sembra aver, forse inconsapevolmente, assorbito anche parte dell'ambiente.
Egli (come non gli piacerà questo pronome desueto) egli non è tenero con gli scrittori, con i librai e con gli editori, ma la categoria che più aborrisce - non a torto - è quella degli editor, i famigerati che ti costringono a riscrivere tutto ciò che hai già scritto, a modificarlo, a massificarlo. Chi vi parla ne ha fatto le spese, costretta a rovinare un proprio romanzo, infarcendolo a pagamento di errori grammaticali, pena l’esclusione dalla possibilità di essere presentata a un editore. Tale editore risultò poi essere un banalissimo stampatore che tentò senza riuscirci di spillarle diecimila euro. Dopodiché la malcapitata dovette, prima di auto pubblicare il testo, cioè di rientrare a pieno titolo nella categoria degli “sfigati falliti”, passare ore a rimettere tutto com’era prima. Ma torniamo ad Enea. Enea finisce sotto le grinfie di Enzo Di Donna, personaggio di fantasia ma condensato di varie personalità ruotanti intorno al mondo editoriale. Enzo è stupido, profittatore, meschino, infido, pieno di sé e incapace di “misurarsi la palla”, cioè di essere consapevole dei propri limiti. Enzo ruba le idee di Enea, gli distrugge il romanzo che faticosamente e onestamente ha scritto e se ne appropria per i suoi fini. Insomma, grazie al rapporto fra Enzo ed Enea - forse non è un caso se entrambi hanno la medesima iniziale nel nome, essendo l’uno l’alter ego sporco dell’altro - de Silva lancia il suo grido liberatorio: ognuno deve scrivere quello che vuole e come vuole, non c’è una linea da seguire, non ci sono istruzioni, l’arte non s’imbriglia e non s’insegna, l’ultimo giudizio spetta ai lettori e non agli editor. Soprattutto non ci sono regole: se Salgari avesse “scritto solo di ciò che conosceva”, dico io, avrebbe ambientato i suoi romanzi in Veneto, se Tolkien avesse “preparato la scaletta” non avrebbe mai scoperto a cosa serviva l’Anello. Ultima ma non ultima, la rivalutazione della trama che ormai sembra scomparsa dal panorama letterario. Se hai una storia da raccontare, se ti sei scervellato per inventarla e incastrare tutti gli elementi dell’intreccio, scuotono la testa, ti dicono che non hai saputo agganciare le “tendenze attuali”.
E fin qui tutto bene, fin qui sono d’accordo con de Silva: le avventure esilaranti e amare di Enea mi sembrano una boccata d’aria fresca e di verità in un mondo che, più conosco, più mi nausea. Tuttavia, affiora il dubbio che l’autore s’identifichi non solo con Enea, ma anche con il personaggio negativo. Certe espressioni di disprezzo (come quelle verso le suddette “professoresse” o verso le “mezze calzette da premio letterario” e il continuo dare dell’imbecille a tutti), finiscono per coincidere proprio con l’atteggiamento di Enzo Di Donna. Come se de Silva difendesse gli scrittori e i lettori ma, allo stesso tempo, li denigrasse, come se la sua critica del sistema si trasformasse in autocritica dall’interno.
Una delle cose che più spesso afferma è che bisogna scrivere dialoghi mimetici del linguaggio comune e quotidiano. Perfetto, giusto, ma non sempre e non solo. Esiste anche uno stile più elegante, magari più retro, più “da professoressa”, ovviamente nel contesto giusto, nel romanzo appropriato. Esiste anche una ricerca formale. Il linguaggio scurrile può andar bene, far presa, essere realistico e divertente, ma non è necessariamente l’unico immaginabile, altrimenti tutta la narrativa, specialmente quella del “maschio standard”, come lo chiamo io, si trasformerebbe in una sfilza di parolacce fra disperati che raccontano le loro sventure sessuali al bar. Categoria, questa dello scrittore maschio standard, se mi permettete, altrettanto antipatica di quella cui appartengono le povere “professoresse facenti funzione” etc. Ma, nonostante l’insistenza sulle parole volgari, nonostante la tendenza a divagare e dilungarsi, nonostante non tema le ripetizioni, in barba, appunto, alle Regole Sacre della Scuola, lo stile di de Silva non è banale né sciatto ed è senz’altro molto divertente. Spassosa la parodia dei luoghi comuni del mondo editoriale, dal “necessita di un robusto lavoro di editing”, alla “lucida intellettuale post femminista”, “al doloroso percorso interiore”, e ci aggiungo pure il terribile “romanzo di formazione”.
Ma l’opera non è solo una ricostruzione d’ambiente in tono satirico, man mano che procede diventa sempre più romanzo tradizionale, con dialoghi perfetti, al limite della sceneggiatura, e una trama avvincente, che produce suspense ed empatia verso il protagonista.
“Mentre lui la metteva sul misuriamoci i conti in banca, per esempio, io mi sentivo fallito perché non avevo nessuno che mi volesse bene veramente. Mentre a me interessava aderire a quello che sentivo, che sapevo di essere, e mi sentivo più fallito che mai mentre violentavo il mio povero romanzo, a lui interessava vincere, cioè non far sapere alla gente che era quello che era: un ladro, un adultero, un pettegolo, un ignorante, un intrallazziere.” (pag 403)
Una trama che, alla fine, tocca le sfumature del giallo, con tutti i pezzi che vanno a incastrarsi, con la molla che fa click e mostra ciò che è avvenuto nelle pagine precedenti sotto una luce completamente nuova, costringendoti a un ripensamento attivo, a una “sospensione della distrazione”. Un po’ come accade nei libri della Rowling, e pazienza se de Silva s’infurierà per l’accostamento.
Il libro è più complesso di ciò che sembra, poiché, nella sua costruzione, usa proprio i meccanismi che mette alla berlina, in primis l’Amore, alla base di quasi tutto ciò che viene scritto e pubblicato, poi il famoso e vituperato "Arco", vedi evoluzione del personaggio. Il finale stesso può essere letto a due livelli. Il primo è una presa di coscienza da parte di Enea, un rimanere integro e pulito, un mantenere intatto il senso del proprio valore nonostante tutto. Il secondo è una parodia del genere, e in questa chiave smette di apparire forzato e sdolcinato.
Comunque, sullo scrittore-maschio- scurrile-standard, de Silva ha una marcia in più: la marcia si chiama sarcasmo, irrisione, satira. Anche se il povero Enea non diverrà, probabilmente, l’antieroe capace d’incarnare lo spirito della nostra epoca, è facile che Zeno Cosini si fumerebbe volentieri un’ultima a sigaretta con lui.
Mi piace concludere con una frase tratta dal blog di de Silva, amlo.it:
“Perché grazie ai miei lettori ho capito una cosa, che sembra facile ma non lo è. Alla fine non conta se vai nei salotti letterari o ai premi, ma quello che fanno libro e lettore sul divano, con calma a casa loro. O sul tram mentre si va al lavoro. Cioè, il libro. Se ti piace o non ti piace. Se è scritto bene o di merda. Se c’è una storia e se c’è, se ti interessa sapere come va a finire. Il resto sono chiacchiere.”
Il problema però, aggiungo io, è arrivarci a questi lettori.
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La nobile arte di misurarsi la palla 'round midnight edizioni, 2014 Premetto che di solito scrivo recensioni al plurale maiestatis, non perché io sia di stirpe nobile ma perché così mi hanno ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/06/amleto-de-silva-la-nobile-arte-di.html
Alberto Calligaris, "Ogni cosa che tocco è un'astronave"
Ogni cosa che tocco è un’astronave
Alberto Calligaris
Non è possibile definire il genere di questo romanzo, sembrerebbe un thriller ma è molto di più. È un libro “forte”, tagliente e feroce. È, però, infarcito di cultura, non quella dozzinale che vendono al supermercato, cultura raffinata. Piccole spigolature dello scibile che le sai solo se hai cercato e cercato.
Sara, la protagonista, lavora in una libreria mentre fa finta di fare la studentessa, ed è da questa libreria che nasce tutto. “Dovevo smettere con questo bisogno continuo di stordire la realtà come se la vita fosse succo d’arancia a cui devi aggiungere sempre vodka per riuscire a berlo”.
Nasce un’avventura a tinte forti e suspense a fiumi.
Sara è una donna che ha una particolare visione maschile dell’uomo. “La seduzione è questa cosa orrenda che fanno gli uomini per cui riescono a convincerti che non ti faranno mai male. Poi scopri che godono solo sventrandoti e anche tu cominci a godere per il fatto di essere sventrata ogni volta, e questo è l’amore.”
Scrivere al femminile per un maschio non è facile, come d’altra parte il contrario. Esistono emozioni che nascono dentro la pelle e, se non è di donna, è difficile che si riconoscano gli umori che secerne un corpo femminile, si possano descrivere, ma l’Autore rende la protagonista credibile, reale.
C’è un “gusto” per la violenza, nell’attardarsi nei particolari, che ha come contraltare una visone profonda dei sentimenti ed, insieme, un realismo pregnante nel descrivere la realtà vista dall’occhio attento della protagonista. “Quello che sto cercando di dire è che il gioco della letteratura funziona solo da digiuni, solo quando hai fame. Solo allora lo spirito si modifica, solo allora il cuore cambia il battito, la carne impara dal sangue, il sangue dall’aria nei polmoni.”
La mancanza di punteggiatura, in una larga parte del libro, tiene viva l’attenzione, dà un incredibile ritmo che, all’inizio, si fa fatica a prendere ma, una volta raggiunto, non ti accorgi neanche che la virgola è praticamente scomparsa, quasi sostituita dal punto. Frasi mozze che tagliano, che stridono come lametta sul vetro.
La dicotomia tra la profondità di alcune frasi, che si infilano come frecce nel lettore, e la violenza descritta con così cruda minuziosità, fanno nascere un enigma: quale sia la personalità dell’Autore. Enigma che per essere sciolto dovrà aspettare il suo prossimo libro, forse…
Maria Vittoria Masserotti
LA CONTESSA NERA, UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..
Umberto De Agostino
La contessa nera Lomellina 1921,
Frilli 2014
Nel corso di non infrequenti visite in libreria ho avuto da tempo modo di notare la progressiva avanzata del genere poliziesco (seguito a ruota dal fantasy) per numero di scaffali e banchi da esposizione. La cosa non mi dispiace, essendo anch’io un appassionato lettore del genere, con una spiccata preferenza per gli autori italiani, che ritengo in nulla immeritevoli rispetto ai loro più noti colleghi stranieri.
Varie sono le declinazioni del poliziesco italiano, ma, tra tutte, mi appassiona quella a fondo storico, meglio se non troppo all’indietro nel tempo. Niente quindi ambientazioni in una Roma imperiale, in un Medioevo esoterico o in un Rinascimento carico di misteri, ma piuttosto qualcosa di compreso negli ultimi due secoli.
Il campo, perciò, si restringe, e di molto: mi viene in mente Corrado Augias con la trilogia del commissario Sperelli, fratellastro del personaggio dannunziano, Giorgio Ballario con la serie coloniale del Maggiore Morosini e poca altra roba.
Nei giorni scorsi, una gradita sorpresa, questo “La contessa nera, Lomellina 1921” di Umberto De Agostino, trovato in rete, cercando tra quella editoria “minore” spesso penalizzata dalla grossa distribuzione.
In verità, nel romanzo, la trama gialla – che pure c’è - è piuttosto esile, mentre preciso è il riferimento ad un fatto di cronaca nera reale e, soprattutto la descrizione di personaggi, ambienti e situazioni di una zona d’Italia, la Lomellina appunto, all’inizio del ‘900.
Al centro della storia il misterioso omicidio di Ettore Casiraghi, squadrista fascista, che, rifugiatosi a Semiana nel castello del conte Cesare Carminati di Brambilla, dopo fatti di sangue accaduti a Milano, proprio lì viene trovato morto, il 22 luglio del 1921, colpito da un colpo di pistola e da uno di moschetto.
La vera protagonista è, però, Giulia Mattavelli, compagna del conte, che, di umili origini (e non bellissima, come appare in alcune foto d’epoca) esercita le sue arti da “femme fatale”, oltre che sul suo uomo, anche su una serie di personaggi storici, da Benito Mussolini a Francesco Giunta, da Renato Ricci a Cesare Forni, il “ras” locale.
Donna di forte temperamento, non esita a mettersi alla testa di una sua personale “squadra”, accreditando una leggenda che la farà definire da Pietro Nenni, vedendola sfilare a Roma il 28 ottobre del 1922, a cavallo, con frustino e fucile a tracolla “metà femmina da lupanare, metà amazzone d’avventura”.
Sullo sfondo si muovono una serie di personaggi di contorno (anch’essi, in parte realmente esistiti e citati per nome e cognome, in parte inventati per dare “colore” al racconto) di una realtà provinciale e contadina che oggi – anche se solo a meno di un secolo di distanza- ci riesce perfino difficile immaginare.
Il racconto si snoda così tra monda del riso, coltivazione “domestica” dei bachi da seta per alleviare miseria e fame, lotta dei contadini contro le prime trebbiatrici a vapore viste come un pericolo, perché velocizzano le attività ma tolgono lavoro agli uomini che popolano le cascine sparse nella campagna.
Su uomini, macchine e luoghi, minaccioso, sovrasta il castello del conte Cesare (fin troppo facile il riferimento manzoniano), nel quale, tra uomini “facili di mano e di coltello”, si aggira, languida, la padrona di casa, mentre l’incerto grammofono diffonde le note (insolitamente audaci, per quei tempi) di “Alcova”, scritta da Bixio, Cherubini e Rulli.
Più rusticamente, in piazza, alla domenica, fittavoli, braccianti e mungitori di vacche, per distrarsi e tornare col pensiero a tempi migliori, giocano al bar il “truco”, gioco di carte portato in Lomellina dagli emigrati in Argentina, alternando battute in dialetto ad altre in spagnolo, ricordo dei vecchi tempi nella pampa.
E poi, la passione devastante per la politica: Case del Popolo e sezioni fasciste, violenza fatta e subita, odi e rancori paesani che si trascinano e covano sotto cenere, pronti ad esplodere alla prima occasione.
L’autore è giornalista e appassionato di storia locale, perciò non ci risparmia qualche accenno a strade e piazze ormai sparite, e anche qualche battuta in dialetto che aggiunge, se possibile, maggiore realismo ed efficacia al racconto.
Ben sintetizza, per esempio, la realtà paesana e familiare, facendo ricorso ad un vecchio proverbio: “Quand la dòna la mata su i calson, al so om al vena un cojon” (più o meno: “quando la donna vuole comandare, il suo uomo è ritenuto uno stupido”); questa è la regola di vita nelle cascine segnate dal duro lavoro, dove il ruolo della donna, casalinga e mondariso, si esalta e sovrasta anche quello dell’uomo.
A cercare di mantenere ordine e conservare la legalità, il Maresciallo dei Carabinieri di Mede, Angelo Pesenti, un tutore della legge “vecchio stile”, che si muove a cavallo e in bicicletta sugli incerti sentieri di campagna dove cominciano a sfrecciare le prime Torpedo.
Vita non facile la sua, che di volta in volta – senza usare riguardi per nessuno - lo vede alle prese con “ciclisti rossi” pronti ad imporre lo sciopero anche con la violenza o “arditi neri” che colpo su colpo ribattono.
Nelle indagini sulla morte di Casiraghi, facendo ricorso anche a metodi non sempre ortodossi, Pesenti arriverà alla verità, inimicandosi anche il prudente Pretore che, fiutando l’aria, lo invita ad una maggiore prudenza e, di fatto, vanifica il risultato del suo lavoro.
Nella realtà storica, le cose andarono in maniera diversa, ma in fondo questo poco conta per chi, come me, abbia solo voluto gustarsi un paio d’ore di buona lettura.
Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi
“Sazia di luce”
Adriana Pedicini
Immergersi nella lettura di “ Sazia di luce” di Adriana Pedicini equivale a percorrere insieme a lei un tratto fondamentale della sua esistenza esplorando al suo fianco i luoghi più profondi dell’anima. Attraverso le sue liriche, con grande generosità, l’autrice ci concede di vivere tutto il percorso che lei ha faticosamente portato a termine. Dai momenti più bui dell’attesa e della disperazione a quelli della volontà di lottare, di cercare un ragione superiore a cui affidarsi fino ad arrivare ai giorni della rinascita, del ritorno alla vita. La drammatica esperienza della malattia viene affrontata con coraggio e tenacia tipicamente femminili e la paura e lo sgomento, pur affacciandosi nella quotidianità, non riescono ad intaccare la sacralità della vita e a interrompere quella preziosa tessitura di affetti e impegni che le donne - e solo le donne – sono capaci di fare. L’autrice si spinge oltre i confini dell’immediato sublimando il dolore nella volontà di continuare ad essere amore anche dopo la fine proiettandosi oltre il momento dell’addio, che trasforma così in un arrivederci. Il messaggio che traspare nelle sue liriche è chiaro e colmo di speranza: quando si ama, e per amare si intende trasferire il nostro amore a chi ci segue, non si muore mai del tutto, dunque non esistono tenebre in grado di oscurare la luce che è dentro di noi. Nei suoi versi i prati continuano a fiorire, le mani ad intrecciarsi e i nuovi arrivati, “timido cinguettio di passeri dai nidi” vedono soddisfatta la loro richiesta di cibo-affetto al di la del tempo che inesorabilmente tutto consuma, perché in ogni carezza, in ogni bacio, in ogni gesto di incoraggiamento o di rimprovero che ci scambiamo l’amore consente alle nostre piccole storie di raggiungere la dimensione dell’eternità. Capitolo a parte, in tal senso, il meraviglioso rapporto con il proprio compagno, la scoperta di fragilità sconosciute e insieme di energie inaspettate, di potersi concedere l’un l’altro in una pienezza mai raggiunta prima. Ancora immensa, splendida luce. Il tutto, come dolcemente sottolinea l’autrice, “Alle soglie di ultima età”, un tempo in cui l’amore spesso viene considerato solo un bel ricordo, qualcosa che ormai appartiene al passato. E invece no, eccolo riesplodere prepotente nella condivisione della speranza, nel calore delle lacrime, in un tormento che non è per il proprio dolore, ma per quello che prova l’altro. Le liriche “Dammi una carezza” e “ Miracolo vivente” lasciano davvero senza fiato, ma nonostante la drammaticità degli attimi che raccontano sono pagine piene di cielo, di vita.
In questo libro sono comunque tanti gli argomenti trattati e non solo autobiografici e introspettivi. L’autrice descrive con visione altamente poetica ma al contempo straordinariamente lucida il disfacimento di un mondo che ha perso di vista valori e ideali, vittima di un cieco egoismo fine a se stesso. Emblematiche in tal senso le liriche “ Homo homini lupis”, “ Inettitudine”, “Mare monstrum” e “ Ignara felicità”, vere e proprie denunce che scuotono le coscienze puntando i riflettori sui tanti drammi sociali che spesso vengono classificati troppo velocemente come “inevitabili”.
Altro aspetto estremamente interessante è l’uso di piccole citazioni e di alcuni vocaboli molto ricercati con cui l’autrice impreziosisce le sue opere, dei piccoli cammei dal sapore un po’ “retrò” che stupiscono il lettore donando eleganza ad uno stile poetico snello e moderno. Vi cito alcuni momenti di cui mi sono innamorato: “Gocciola nelle vene desiderio di vita al brillio dell’ultimo sole” oppure “ Ammassati nel granaio della memoria - sedula formica - i frustoli di un lungo faticare” o ancora “I piccolo bimbi, con teneri baci molceranno il mio cuore di nonna”. E’ questa una componente in cui l’autrice riesce a coniugare il suo importante bagaglio culturale con la sua capacità espressiva senza perdere in freschezza e spontaneità. Lo stesso dicasi per l’uso di metafore e aggettivi qualificativi, che in alcune liriche – come ad esempio in “Silenzio” - si rincorrono come in una fuga musicale senza tuttavia dare mai un senso di “costruito”, mantenendo una grande leggerezza. Si viaggia in perfetto equilibrio tra ragione e passione e la sensazione è che le parole siano sempre dosate con cura, sia nella quantità che nell’intensità dell’emozione che vanno a evocare.
Lasciatemi infine ringraziare i responsabili del circolo IPLAC per la preziosa opportunità che mi hanno concesso: avere la possibilità di giudicare il lavoro di una professoressa credo sia il sogno proibito di tutti coloro che sono stati studenti. E’ dunque con un pizzico d’emozione – e soprattutto con grande piacere – che mi accingo a prendere un registro virtuale per mettere alla poetessa in questione una bella nota. Una nota di merito, naturalmente…
“Sazia di luce” è un percorso molto coinvolgente, una raccolta di poesie a cui ci si affeziona in fretta; appena si finisce di leggerlo si ha subito voglia di riaprirlo e andare a cercare quel pensiero o quella frase che poco prima ci ha illuminato. Se il vostro cuore è affamato di luce regalategli questo libro. Lui vi ringrazierà.
Paolo Buzzacconi
SAZIA DI LUCE di Adriana Pedicini recensione di Roberto De Luca
Adriana Pedicini
Sazia di luce
Questa silloge intitolata Sazia di luce, di Adriana Pedicini, è costruita tra le pieghe di un dire sincero e una speranza profonda piena di dubbi. L’autrice plana con la sua scrittura sopra a un periodo di vita angustiato da qualcosa, da un’ombra. Leggendo l’opera si viene presi per mano e invitati a seguire un percorso di rinascita che ci lascia stupiti per la forza spirituale che da esso si sprigiona, in un dualismo tra il Bene e il Male vissuto con grande determinazione. Le singole poesie parlano di momenti e di stati d’animo che, descritti uno ad uno con uno stile che riecheggia anche un certo gusto leopardiano soprattutto per i meandri seguiti dalle sensazioni più intime, parlano di una fiducia nel futuro per sé o per le persone amate e vanno man mano a svelare e a costituire una specie di mosaico che dentro se stesso reca l’immagine di quel che conta veramente.
Ogni giorno un guadagno/ ogni giorno un sassolino/ bianco di luce segna i passi/ dell’amore da fare insieme finchè.../ finchè l’ultima ora/ scioglierà la promessa/ di pur breve cammino/ Allora sarò ovunque/ ma sempre a voi vicina/ piccolo lume di fiamma viva/ a scaldarvi il cuore. Da Miracolo vivente.
os’è che cerca il cuore dell’uomo o della donna, dell’essere umano, in simili momenti? Bene, ed è qui che si apre tutto il discorso sulle reazioni dello spirito, su quell’essenza che è in ognuno di noi ed è capace di travalicare i dolori del corpo, perché quest’ultimo, nel caso, diventa un mero strumento in mano alla sofferenza. Lo spirito in qualche modo reagisce e la poesia, come la preghiera, che in fondo possono essere considerate complementari l’una all’altra, diventano un mezzo per addolcire gli abissi in cui si trova l’animo. Mi sento di asserire che l’inclinazione profonda dell’uomo è la poesia e che da essa derivarono la liturgia e i salmi e anche il contenuto delle religioni. Il poeta affrontò i fenomeni della natura e nelle prime età si dette il titolo di sacerdote per preservare la sua vocazione. Il poeta di oggi continua ad essere quello del più antico sacerdozio. Egli prima venne a patti con le tenebre ed ora deve interpretare la luce. La poesia deve altresì recuperare il suo legame col mondo, deve camminare nell’oscurità e incontrarsi col cuore dell’uomo, con gli occhi della donna, con gli sconosciuti per la strada, con quelli che, in piena notte stellata, o a una certa ora del crepuscolo, o nel bel mezzo di un dolore, hanno magari bisogno di un solo verso...
E quindi non dimentichiamo mai di dire che è proprio la Poesia, come forma d’arte, ad essere e a costituire in ogni caso, o perlomeno in molti casi, una specie di panacea per l’animo umano. La poesia, al di là degli stilemi tecnici, ci permette di esternare il mondo interiore, intendendo dire che la scrittura tutta, dal teatro alla prosa, alla poesia appunto, è uno straordinario mezzo di comunicazione col mondo o, addirittura, col divino. Esternare, anche quando non si è afflitti da nessuna malattia, è qualcosa di cui l’uomo ha bisogno, poiché quando ciò avviene si è inevitabilmente rasserenati da una solida coscienza del proprio Io, che, liberandosi e divenendo in qualche modo tangibile, acquista potenza aprendo le porte a nuove speranze... E se c’è una cosa che la poesia cerca in maniera assidua, quella è la luce, che può esser flebile o intensa, ma che fa da lanterna e apre orizzonti, apre finestre alle quali affacciarsi e riflettere, trovando spesso ragioni di vita inaspettate.
Di me diranno i lunghi silenzi/ del cuore i grovigli/ che tremule dita / tentarono ognora di svellere il dolore/ spuntare, nettare le polveri sottili/ della paura/ illuminare con torce d’amore, gli anfratti neri dell’anima. Ma anche bianchi voli di gabbiano/ a dare sostegno/ ai giorni in bilico/ sul ciglio di inaspettate sventure. Dalla poesia dal titolo Di me.
Quella di Adriana Pedicini appare una lunga confessione e in fondo, e non solo in quella che si definisce poesia intimistica, i creatori di versi e di parole, vanno verso quest’intima forma di comunicazione. V’è infatti confessione in tutto, quando l’arte è vera, e non si può essere veri artisti quando manca questa caratteristica, questa colonna portante. Si può essere infatti, diciamo,diplomatici nella vita, ma non troppo nell’arte, ove occorrono necessariamente un sapersi mettere in gioco e una sincerità che può essere più o meno estesa, ma pur sempre presente. ‘Confesso come vedo un fiume, confesso come vedo un’alba o un tramonto, o una spiaggia deserta, confesso come vivo una situazione, confesso cosa mi arriva nell’animo e come mi sento durante un periodo di sofferenza i cui esiti sono ancora ignoti’.
In una poesia come Mare Monstrum, che io ho apprezzato in modo particolare, poesia appartenente alla prima parte della raccolta, la trascendenza del dolore emerge chiara e rara come una perla in mezzo a toni cupi e quasi venefici. Qui la sofferenza e il dubbio si accostano a una visione che viene a trovarsi a metà strada tra il sogno e l’incubo. Sembra, o lo è, una metafora con gli esodi, con i carichi di disperati che dall’Africa approdano a Lampedusa e vengono in mente le tempeste marine e gli scogli a cui le onde tentano di strappare quel coriaceo soffio di vita che non cede ai marosi. L’autrice risolve questo brano senza mettere in mostra, in maniera palese, i propri pensieri razionali, viaggiando su un parallelismo che odora di profonde consapevolezze, guidato a sua volta, sulla carta, come le altre poesie del resto, da una scrittura ben contenuta e omogenea, equilibrata tra forma e contenuto, limpida e creatrice di un valido connubio tra i versi i quali, pur senza rispettare una metrica esatta, contengono un timbro musicale e verbale che rende fluida la lettura e l’introiezione dei dati. Altra poesia che colpisce in questa prima parte è quella dal titolo Superba Signora. Di Lei hanno parlato da sempre i grandi poeti, quasi come omaggiandola, Da Neruda, che in un verso di una poesia tratta dalla prima Residencias, dice: penso che il suo canto abbia il colore delle viole umide. Ai Sepolcri del Foscolo fino ad Hemingway, che nel racconto Morte nel pomeriggio, dove parla delle corride, in un lungo paragrafo a Lei dedicato, la chiama Old Lady: Vecchia Signora... Certo è che la consapevolezza di tale ineluttabile realtà, in fondo, dona equilibrio alla vita ed è quel che accade anche qui, in questi pochi e sinceri versi. Ma, verso la metà della raccolta, troviamo un brano che segna un punto di svolta: una gemma di vita e di speranza/ ha baluginato tra le ombre incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie ascose del tuo amore.... recitano i versi tratti da Profumo di Natale, una poesia che va a far da cesura tra il periodo buio e un periodo più sereno dove la poetessa, usando la Poesia come veicolo, da voce a un canto di ammirazione per il Creato, quasi come fosse per intero un nuovo inno alla vita. Ciò che colpisce di più nella svolta a metà di questo libro è il cambiamento dell’atteggiamento dello spirito che, da contenitore di quelle paure e incertezze che hanno la caratteristica di far volgere lo sguardo verso l’interno, a un certo punto cambia direzione e fa volgere l’ attenzione verso l’esterno.
Se si tocca con mano /il fondo fangoso e il fetore /si annusa/si scopre la forza/che trattiene il declino. /Alla mente/ chiaro diventa/ quello che gli occhi/spesso non vedono./ E sarà suono di violini/ nell’anima/fiori di pesco/sui rami/volo di rondini/ in cielo./Semplicemente sarà/ nuova vita. da Nuova vita
E ancora da Profumo di primavera: Profumo di primavera Sono qui/in attesa/del profumo dei mandorli/in fiore/del volo garrulo/della rondine intorno allo stagno/del battito d’ali/di bianche colombe/sul ramo d’ulivo.
La poesia all’improvviso si accorge dello sbocciare dei mandorli, del pigolio degli uccelli dentro ai nidi, dei voli di rondini e colombe e di cieli azzurri inesistenti nella prima parte della silloge. Ovviamente, di fronte a un cambiamento degli eventi verso il positivo, l’atteggiamento psicologico è diverso e diverso diventa il dipanarsi delle trame poetiche che, dalla primitiva coesistenza di poesia-preghiera si trasformano in odi, in quelle forme poetiche pure che utilizzano gli elementi base come punto di partenza trasformandoli e trasportandoli verso l’alto, spesso verso il sublime. Le composizioni si abbreviano e verso la fine diventano di pochi versi, giacimenti di uno stato di contemplazione che sconfina verso la gioia. Natura , Dolce sentire, Infinito, Alba infinita, Sera, Azzurro, Silenzio, sono tutte poesie che hanno quest’ultima caratteristica, inoltre citerei ancora Cielo di marzo, poesia croccante come un velo di ghiaccio che si rompe e alla fine fissa un attimo nel sorriso di un pesco fiorito e ancora Ritorna il sogno, dove l’autrice ci parla di quei giorni cupi che ora brillano di luce dorata, come per sottolineare il fatto che il dolore non è vano, poiché insegna ad apprezzare ancora di più la vita, che in quest’ultimo tratto di Sazia di luce va assumendo sempre più i contorni di quella che sarà una nuova stagione. Quindi leggere questo libro vale la pena, perché in esso si ritrovano una discesa e un’ascesa, un lento passaggio dalle tenebre alla luce che può aiutarci a comprendere come la forza dello spirito possa intervenire a nostro favore nei momenti più difficili.
Roberto De Luca
Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"
Davide Barilli
La nascita del Che - Racconti da Cuba
Aragno - Pag. 225 - Euro 13
Ho letto quasi tutto di Davide Barilli, giornalista parmigiano in prestito alla letteratura (o viceversa, visto che è molto bravo in entrambi i campi), soprattutto le cose a tema cubano, per le quali continuo ad avere un debole, nonostante tutto. Lui è più fortunato di me, ché a Cuba ci può tornare, non si è fatto revocare il permesso di varcare i confini caraibici per aver seguito una persona che non meritava tanta dedizione. Ma lasciamo da parte il veleno e parliamo della poesia contenuta nei racconti cubani di Barilli, che già ci aveva esaltato nel letterario Le cere di Baracoa (2009) e nel suggestivo Carte d'Avana (2010), realizzato con la collaborazione di Francesco Barilli, regista che amo con tutto me stesso. In questa nuova incursione cubana Barilli scrive: La nascita del Che, Il gallo in bicicletta, Il maggiordomo di Caruso, Il coleottero del Malecon e La baia di Regla. Editore Aragno, che pubblica sempre letteratura di buon livello, ma ha il limite di non personalizzare le copertine, tutte rigorosamente uguali. Cinque storie orgogliosamente fuori moda, lontane mille miglia dal niente che si pubblica adesso, costruite con puntigliose descrizioni del paesaggio, degli ambienti, delle situazioni e con pochi dialoghi. Barilli ama Cuba e non ne fa mistero, sogna di perdersi tra le sue braccia e nelle sue strade, magari all'interno di un taxi collettivo, in una guagua scassata e puzzolente, in un lungomare cittadino al tramonto del sole, sorseggiando rum e mangiando riso con fagioli. Barilli racconta la mia Cuba, leggo le descrizioni dei luoghi che tanto ho amato e che continuano a violentare le mie notti e mi sembra di leggere me stesso o i miei scrittori cubani preferiti. Per questo il racconto che più amo è Il coleottero su Malecon, appunti per un diario di viaggio scritti in terza persona che riflettono momenti di vita vissuta, che sono anche la mia vita. Barilli racconta l'odore di Cuba, quel mix di benzina, frutta marcia e sentori di magia tropicale che ti afferra alla gola appena scendi dal tuo aereo e cominci a percorrere le lunghe direttrici della capitale. Un libro che racchiude i misteri del fascino cubano, le piogge d'ottobre violente e improvvise, il tanfo implacabile che si leva da strade spesso di terra battuta, l'aroma del caffè e delle pastel di guayaba, la scia profumata di orchidea lasciata da una ragazza che passa per strada. Barilli come tutti noi, mezzi pazzi, innamorati di Cuba, scrive in italiano e in spagnolo, cita un sacco di termini cubani, per esorcizzare l'assenza, quel senso di paradiso perduto che dopo un po' di tempo provoca la mancanza da Cuba. Bravo Barilli, continua a scrivere quelle storie che non sono più capace d'inventare perché da troppi anni manco dal Caribe. Leggerti mi fa bene, lenisce il dolore della lontananza.
Gordiano Lupi
Francesco Gungui, "Inferno"
Canti delle terre divise:
Inferno
Francesco Gungui
Fabbri editori, 2013
pp 430
“Non c’è via per la felicita, la felicità è la via.”
Possono gli “Hunger Games” di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso di “Inferno” di Francesco Gungui.
Lo scenario ucronico e distopico di questo romanzo, edito da Fabbri, è un’Europa futura, unita al punto di non distinguere più le varie nazionalità fra loro, basata sulla netta separazione delle classi sociali e guidata da un’Oligarchia totalitaria. Ci sono i lavoranti, che vivono arrangiandosi nei bassifondi o nelle città grattacielo e coloro che, al contrario, stanno in Paradiso, in colonie mediterranee molto somiglianti ai villaggi turistici del nostro Mar Rosso, fra laghetti, piscine e feste di compleanno. Il Paradiso è un luogo in cui si può avere una vita alla Beverly Hills 90210, dove tutto è bello e falso come nel film “La donna perfetta” di Frank Oz, dove non manca nulla se non la libertà e la consapevolezza della verità. E poi, in fondo alla scala sociale, ci sono i con - dannati, coloro che marciscono all’Inferno a causa di un reato o di un’infrazione alle regole, anche solo l’aver familiarizzato con appartenenti ad una classe sociale diversa o essersi posti delle domande su cosa c’è al di fuori, oltre la muraglia e le guardie armate. Insomma, un po’ come se il protagonista di The Truman show fosse internato ad Alcatraz perché ha scoperto che di là dai confini del suo mondo c’è la realtà.
Gungui aveva già citato Dante nel romanzo “Mi piaci così” del 2008 e qui ne fa il cardine del suo macrocosmo. L'Inferno è un’isola vulcanica progettata come colonia penale e modellata a immagine e somiglianza della prima cantica dantesca. La montagna infernale contempla la Selva Oscura, il fiume Acheronte, la Palude Stigia, la città di Dite, i cerberi, le arpie, i minotauri e i centauri frutto di manipolazione genetica, le guardie vestite di rosso in guisa di diavoli. Tutto rispecchia l’opera di Alighieri, dai gironi al contrappasso, dalle scritte sui muri che richiamano le terzine, ai tormenti inflitti ai dannati. Interessante la rielaborazione del primo canto, con la selva oscura infestata dalle tre fiere che altro non sono se non allucinazioni venefiche prodotto del vulcanesimo (come accadeva anticamente nell’antro della Pizia). E il “mi ritrovai per una selva oscura” si materializza in “s’immaginò il buio che scivolava come un liquido scuro dentro la sua bocca, tingendo di nero la gola, lo stomaco, poi tutti gli organi vitali fino a raggiungere la superficie del suo corpo, che era come un vaso di coccio che improvvisamente si sbriciolava e scompariva.” (pag 175)
Anche qui, come negli Hunger Games – ma, possiamo dire pure nel probabile sviluppo del nostro futuro di sempre connessi e social ad ogni costo – tutto è ripreso dalle telecamere. I dannati sono continuamente visibili su maxischermi montati nelle cattedrali d’Europa, dove non si pratica più il culto ma si assiste raggelati alla punizione dei colpevoli come deterrente al crimine.
Alec e Maj sono i due giovani protagonisti. Figlio inconsapevole del costruttore dell’Inferno lui, figlia di un Oligarca lei, in questo’universo orrido e violento combatteranno per rimanere in vita, per non perdere la ragione e per mantenere la loro umanità. Pur vividi, avrebbero beneficiato, a nostro avviso, di una maggiore sottigliezza psicologica. Anche il cambiamento di Maj, da ragazza del Paradiso ad amazzone battagliera, è più un trapasso che un’evoluzione, e poteva essere maggiormente approfondito.
“In quei giorni trascorsi all’interno della rete Maj aveva costruito la sua nuova pelle, un intreccio di dolore e adrenalina. Quella pelle era diventata una spessa corteccia che aveva imprigionato dentro la ragazza del paradiso che era stata.” (pag 342)
Non è sufficientemente sviscerata, ad esempio, la sua paura al risveglio sulla nave che la porta verso la condanna definitiva. Sembra quasi una spettatrice asettica di se stessa.
In “Game of Thrones”, di George Martin - per rimanere nell’ambito di un paradigma contemporaneo e non andare a toccare Tolkien o altri mostri sacri - ogni personaggio, anche il peggiore, è talmente contraddistinto da suscitare comunque empatia e partecipazione, ogni personaggio è dato una volta per tutte e rimane nel cuore dei lettori.
Se da una parte il tessuto narrativo può far rientrare il testo di Gungui in un ben preciso filone di genere, l’italianizzazione magnifica il tutto tramite l’azzeccato riferimento a Dante e alla sua Commedia, considerata “il principio di ogni cosa”. Lasciandoci trasportare dalle libere associazioni (esercizio forse criticamente sterile ma emotivamente appagante), ci viene in mente un libercolo letto e riletto negli anni sessanta, di cui Gungui, nato nel 1980, non può avere contezza: “La Divina Commedia spiegata ai ragazzi”. Ecco, questa è, invece, la Divina Commedia spiegata agli young adults del terzo millennio, ai nativi digitali, alla generazione social. L’universo dell’immortale Alighieri si trasforma in un videogioco, dove giovani di bella presenza (con attitudini romantiche) sfidano la morte in un’atmosfera postatomica alla Mad Max.
Ma, oltre all’azione, c’è anche un sottile intento filosofico, il sospetto - tutto adolescenziale ma non solo - che, comunque, la vita abbia poco senso, persino con la libertà conquistata e con la verità rivelata. Il tema della morte è insistito e doloroso.
“Ma che senso ha allora? Sopravviviamo per cosa?”“Per uscire di qui, per tornare libere.” “E poi? Cosa ci aspetta dopo? L’Inferno è anche lì fuori, impieghi più tempo a morire, ma è tutto uguale! (pag 298)
“Avevo paura di morire, ma l’ho capito solo adesso. La morte mi faceva paura, non esserci più, prima ci sei e poi non ci sei, e con te scompare tutto, l’universo finisce.” (pag 319)
“Ho paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e se fosse così la nostra vita sarebbe veramente niente. A me va bene morire, non mi importa di vivere, solo vorrei tenere gli occhi aperti sul mondo anche quando non ci sarò più, vorrei essere certa che qualcosa continui ad accadere, perché altrimenti che senso avrebbe tutto?” (pag 332)
Sono le domande che ci poniamo tutti, la sottile, pervasiva paura (termine ripetuto) che la nostra vita possa interrompersi da un momento all’altro, senza preavviso e senza che le abbiamo saputo dare un orientamento e uno scopo, senza concludere nulla, insomma.
La trama comprende un grande viaggio alla ricerca dell’amore, della salvezza, della via di uscita. Ma è anche, sottilmente, simbolo di vita, bisogno di sopravvivere che non si esaurisce in se stesso ma è investigazione, vertigine dell’effimero, necessità di riaffermare il proprio peso nel ciclo della natura. E c’è quel gesto di “togliersi l’anima”, sfilarsi il microchip dal petto, che indica perdita di identità, caduta dei punti di riferimento e, non a caso, è una lacerazione dolorosa, uno strappo che, però, innesca anche il rinnovamento, l’apertura delle possibilità, la fuga dalla menzogna verso una realtà più autentica, verso la libertà di pensiero. Il viaggio all’inferno è, come in Dante stesso, anche discesa nell’inconscio, recupero del proprio io più vero, ritorno a casa. E, se c’è un messaggio, è che “non possiamo stare al mondo solo per sopravvivere. Dobbiamo vivere”, forse perché, direbbe Dante, fatti non fummo a viver come bruti.
È presente anche, in modo delicato, il tema dell’omosessualità femminile, nella figura di Cloe e nel gruppo delle libere amazzoni che ci ricordano tanto le eroine di Marion Zimmer Bradley.
Lo stile di Inferno è funzionale al genere e al target giovanile, standard nel senso positivo del termine, cioè non particolarmente originale ma pulito, corretto, garbato, scorrevole.
E ora, aspettiamo il seguito, aspettiamo il Purgatorio, consapevoli che “bisogna morire per poter rinascere.”
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Canti delle terre divise: " Non c'è via per la felicita, la felicità è la via." Possono gli " Hunger Games" di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso ...
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