recensioni
Oggi a Roma un convegno su Giana Anguissola
Vi ricordiamo un importante convegno su una grande scrittrice per l'infanzia a torto dimenticata
Oggi a Explora, il Museo dei Bambini di Roma, Ugo Mursia editore presenta:
Giana Anguissola
con l'occasione riproponiamo un articolo sul suo capolavoro: "Violetta la timida"
Vi segnaliamo anche la pagina Facebook che Anna Maria de Majo, la curatrice ed organizzatrice del convegno, ha dedicato all'autrice
Violetta la timida
di Giana Anguissola
Mursia, 1970
pp. 273
Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 – Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al “Corriere dei Piccoli” sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è “Violetta la Timida” del 1963, che vince il premio Bancarellino.
Violetta è soprannominata dalle compagne di scuola “mammola mansueta”, cammina con gli occhi bassi ed ha le orecchie perennemente in fiamme, perché affetta da “coniglite acuta”, quella che oggi, probabilmente, uno psicologo definirebbe fobia sociale.
Un giorno viene chiamata dal preside della scuola: la giornalista Giana Anguissola in persona sta cercando una ragazzina che sia brava in componimento e lei lo è, lei è studiosa, creativa, intelligente, ambiziosa, ma goffa e imbranata come tutti i timidi..
L’Anguissola - che da quel momento in poi Violetta chiamerà signora A. - le chiede di scrivere pezzi per adolescenti sul “Corriere dei piccoli”, raccontando la propria semplice vita di ragazza normale, fra la casa, la scuola, i genitori, il nonno Oreste, l’amico grasso e goffo Terenzio, la compagna antipatica Calligaris, le prime festicciole fra bambine. Accorgendosi subito di come la timidezza e l’ansia inficino ogni prestazione di Violetta e le condizionino la vita, la signora A. le consiglia, o meglio le impone, di fare proprio tutto ciò che la spaventa, affrontando gli ostacoli, svincolandosi dalla sindrome da evitamento cronico.
Sarà così che Violetta, da inibita, si trasformerà quasi in prepotente, fondando il “club dei timidi” (oggi sarebbe un gruppo Facebook) per aiutare chi ha il suo stesso problema. Ecco che un esercito d’insospettabili – fra cui l’amico/aspirante fidanzato Terenzio - s’iscrive al suo club e invade la città, un esercito disposto a tutto pur di superare ansie e timori.
A parte l’improbabilità che tale miracolosa guarigione avvenga, specialmente nel caso della fobia sociale, se il libro ci catturava all’epoca per lo stile divertente, spigliato, ironico, una rilettura odierna ci offre uno spaccato sul mondo educativo dei primi anni sessanta, che si considerava moderno e progressista ma era, in realtà, ancora rigido, influenzato dalla chiesa cattolica e dai programmi ministeriali dell’allora imperante DC, una scuola dove si parlava quasi ogni giorno di religione, dove si narravano storie di santi e martiri.
Nella breve introduzione alla vita e all’opera dell’autrice nell’edizione Mursia del 1970, leggiamo, infatti, che l’Anguissola:
L’intento edificante è evidente e disseminato ovunque, specialmente alla fine di ogni capitolo, che si pone come lezioncina di vita:
Era tuttavia, quello, un mondo pulito, pieno di speranza, dove tutto sembrava avanzare verso un miglioramento della società, dove l’aggettivo “moderno” era sinonimo di progresso e civiltà. Al boom economico corrispondevano aspettative sempre più alte, scolarizzazione di massa, mezzi di trasporto per tutti, vacanze, frigoriferi, automobili, supermercati, industrie che assumevano giornalmente, emigrazione dalla campagna in città. (E sarà proprio la differenza fra città e campagna l’argomento del seguito, “Le straordinarie vacanze di Violetta.)
A quel mondo lontano e scomparso ci piace volgerci ogni tanto e ricordarlo come l’unica stagione di totale speranza vissuta dalla nostra nazione. (Patrizia Poli)
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Giana Anguissola (Travo, Piacenza 1906 - Milano 1966) comincia a scrivere a sedici anni, collaborando al "Corriere dei Piccoli" sul quale pubblica romanzi e racconti. Il suo romanzo più famoso è ...
http://www.criticaletteraria.org/2012/09/invito-alla-lettura-giana-anguissola.html
Guillermo Cabrera Infante, "Mapa dibujado por una espía"
Mapa dibujado por una espía
"Mappa disegnata da una spia", la cartografia intima di un congedo
Raimond L. Souza, biografo di Guillermo Cabrera Infante, autore del fondamentale testo Two island: many worlds, sostiene che il nostro autore avrebbe scritto Mapa dibujado por una espía nel 1973, al termine di una lunga crisi creativa, per uscire da un periodo di depressione. Grazie a quel testo l’autore di Tre tristi tigri sarebbe riuscito a esorcizzare i fantasmi del passato e a riprendere il suo lavoro letterario. Questa spiegazione non mi convince molto. Le vicende narrate risalgono al 1965, raccontano le fasi della sua rottura pubblica con il regime, dopo il caso Padilla, resa esplicita dall’intervista rilasciata al settimanale argentino Primera Plana. Guillermo lascia il Belgio, molla gli incarichi per conto del governo cubano, vive per un certo periodo a Madrid, quindi si stabilisce definitivamente a Londra. Questa Mappa disegnata da una spia - il nostro autore sarebbe la spia - sembra quasi vomitata, scritta di getto per un irrefrenabile impulso, nel 1968, subito dopo le vicende narrate.
Itaca vuelta a visitar, doveva essere il titolo del libro. E se mai qualcuno avesse l’ardire di pubblicare in italiano questa triste cronaca di un sogno infranto, non ci sarebbe titolo migliore di Ritorno a Itaca. Cabrera Infante, novello Ulisse che fa ritorno in patria, anche se non è come l’eroe greco, la sua Penelope l’attende in Belgio, inoltre vede la sua terra troppo cambiata per convincersi a restare. E decide per la fuga. Mapa è un titolo escogitato dopo, anche se il testo è incompiuto, lo stesso autore non era contento dello stile, a volte troppo diretto, in certi casi troppo denso. In realtà questo inedito riscoperto tra le carte di Cabrera Infante da Miriam Gómez non è un testo letterario, non ha niente a che vedere con la miglior narrativa dello scrittore di Gibara. Mancano il tipico umorismo, l’ingegno verbale, i giochi di parole, in definitiva leggiamo una cronaca dei fatti più che un romanzo. A tratti ci chiediamo persino se l’abbia scritto lui, di solito così geniale e originale, mentre per una volta si rivela comprensibile a tutti. Mapa dibujado por una espía è un libro triste e malinconico perché è la storia di una grande disillusione. Lunes è costretta a chiudere e un gruppo di intellettuali problematici per il regime viene allontanato dall’Avana. Guillermo Cabrera infante è nominato addetto culturale presso l’ambasciata cubana in Belgio e proprio in quel periodo scrive Tre tristi tigri, libro grazie al quale vince il premio Biblioteca Breve. Carlos Franqui - che vive all’Avana - chiama Guillermo: “Tua madre sta morendo”, dice. Lui vola a Cuba, ma non fa in tempo a vedere la madre viva. Assiste al funerale e subito dopo progetta di rientrare in Europa portandosi via le due figlie avute dalla prima moglie. Non è possibile. Il Ministero delle Relazioni Estere vuol parlare con lui e sapere perché ha deciso di ripartire per l’Europa. Comincia un vero e proprio incubo kafkiano che trattiene lo scrittore a Cuba per oltre quattro mesi. Guillermo comprende che il suo paese sta scivolando verso una china pericolosa, si sta distruggendo sotto il peso del totalitarismo. Tomás Eloy Martínez intervista Cabrera Infante nel luglio 1968, lui si confida come un precursore della dissidenza, un testimone della disillusione. “Conosco bene i rischi che sto correndo. Ho appena schiacciato il campanello che metterà in funzione la Straordinaria ed Efficace Macchina per Fabbricare Calunnie. Conosco alcuni che in passato hanno subito i suoi effetti: Trotski, Gide, Koestler, Orwell, Silone, Richard Wright, Milosz…”.
Guillermo Cabrera Infante sapeva che Cuba gli sarebbe rimasta nel cuore per tutta la vita, anche se non l’avrebbe più rivista. Per questo ha scritto Mappa disegnata da una spia, anche se in vita non l’ha mai pubblicato. Per comporre la cartografia intima di un congedo.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Guillermo Cabrera Infante
Mapa dibujado por una espía
Galaxia gutemberg – Circulo de Lectores
Pag. 396 - Barcellona
Simone Bargiotti, "Il giorno più bello della mia vita io non c'ero"
Simone Bargiotti
Il giorno più bello della mia vita io non c’ero
Euro 12 – Pag. 110 – I libri di Emil
www.ilibridiemil.it
Simone Bargiotti pubblica la sua seconda opera dopo Voglio sentire l’urlo del tuo respiro (Zona, 2011) con I libri di Emil, piccola casa editrice bolognese collegata al marchio Odoya che riserba uno spazio ai giovani narratori e a interessanti proposte di saggistica. Il giorno più bello della mia vita io non c’ero è un racconto psicologico più che un romanzo, non tanto per la lunghezza (110 pagine), quanto per il respiro narrativo e per la modesta complessità della struttura. Tutto ruota attorno al protagonista, in una sorta di psicoterapia individuale resa esplicita da una rapida introduzione, una confessione in piena regola. L’autore parla di un ragazzo che ha la sua stessa età, immedesimandosi nel ruolo del protagonista, facendo vivere in prima persona dubbi e angosce esistenziali. Ambientazione bolognese, luoghi che Bargiotti conosce bene, quindi la regola base della scrittura è rispettata: parla solo di cose che conosci. La materia narrata è vecchia come il mondo: amori, primi baci, timidi rapporti sessuali, conflitti adolescenziali, ragazze che si succedono ad altre ragazze. La scoperta dell’amore è il fulcro dell’esistenza, il motivo per cui si vive e si affrontano le prove, ma ci sono anche il difficile rapporto con la madre, la scuola, il lavoro, gli amici. Bargiotti cita Nietsche e racconta il suo passato, come lezione per vivere il presente, prende per mano il lettore e comunica la voglia del protagonista di emanciparsi dalla cultura scolastica. La vera formazione intellettuale non sono le nozioni da mandare a memoria per andare a lavorare in un ufficio in giacca e cravatta, ma le scoperte musicali e letterarie compiute in prima persona. Possono essere i Queen, può essere Nietsche, ma anche un quotidiano, una rivista, l’incontro con una donna o con una grande idea. Bargiotti racconta attacchi di panico, paure immotivate, momenti di pura dissociazione dalla realtà come istanti di vita vissuta. Il libro si legge volentieri, lo stile è nitido, il tono colloquiale, le digressioni ridotte al minimo. Si tratta di un romanzo - confessione con tutti i limiti di tale genere narrativo. Avremmo preferito una storia, congegnata in modo tale da comunicare le stesse idee ma inserite in un contesto narrativo. Bargiotti ha seguito la strada del flusso dei pensieri e del ricordo del passato. Una lettura consigliata soprattutto per gli adolescenti che vivono identiche pulsioni.
Abbiamo avvicinato l’autore per raccogliere le sue considerazioni, interessanti per il possibile lettore: “Ho scritto un romanzo psicologico perché mi è venuto naturale raccontare una psicoterapia. Racconto le mie avventure quando ero pierre nelle migliori disco della riviera romagnola. Non so nemmeno io se sia finzione o realtà. Sai meglio di me che la verità non esiste in letteratura, lo scrittore è un tramite fra se stesso e la pagina, e anche il racconto più vero è comunque falso. Diciamo che è la mia verità, la mia soggettività. La letteratura per me è questo, dovessi definirla in tre parole direi Io secondo me. I miei riferimenti letterari... Ho amato moltissimo Kafka, ho letto tutta la sua opera e anche molta critica su di lui (Citati, Cantoni). Poi (forse all’altro estremo) amo leggere Bukowski e Kerouac. Infine, non ho ancora iniziato nulla, visto che mi chiedi il prossimo lavoro. Ma ho appena finito questo”.
Stalin e il genocidio dei lituani
Siamo abituati a sentir parlare dell’Olocausto degli Ebrei, degli oppositori politici, degli indesiderati, operato dalla dittatura di Hitler.
Letteratura e storia hanno documentato che circa sei milioni di persone furono uccise dai nazisti tedeschi nei campi di concentramento e di sterminio, dopo torture, privazioni e sofferenze di ogni tipo.
Le pubblicazioni sull’argomento sono copiose, e a giusta ragione.
Ma tutto questo ha messo in ombra, anzi ha nascosto, ciò che in quello stesso periodo storico succedeva ad Oriente, nell’Unione Sovietica di Stalin: “il mondo non ha la minima idea di quello che ci stanno facendo i sovietici”, scrive Ruta Sepetys.
La Sepetys nel suo romanzo verità ci svela la tragica realtà di un genocidio a danno dei popoli baltici, ossia della Lituania, della Lettonia e dell’Estonia.
Il romanzo è intitolato “Avevano spento anche la luna” ( Mondadori, 2012). La storia narrata è reale e si basa su testimonianze e confessioni di alcuni sopravvissuti, ed è per di più sostenuta da ricerche storiche faticose compiute dalla Sepetys, desiderosa di riscattare la dignità del suo popolo.
L’autrice, infatti, è una lituana, figlia di rifugiati in Michigan.
Ella afferma che Stalin, durante il suo regno del terrore, abbia fatto uccidere più di 20 milioni di persone.
Le tre Nazioni baltiche persero, quindi, più di un terzo della loro popolazione in conseguenza delle deportazioni operate dai sovietici.
Il piano di Stalin, preparato nel 1940, era, appunto, quello di annettere all’Unione Sovietica i tre Stati baltici, eliminando gli oppositori.
I nomi dei personaggi del romanzo sono inventati, tranne quello del dottor Samodurov che nell’Artico salvò molte vite.
La protagonista principale è Lina, sopravvissuta al viaggio della deportazione – ma in realtà della morte - in Siberia, compiuto quando lei aveva 16 anni (c’erano anche il fratello, la madre e il padre, questi due ultimi morti).
Il 14 giugno 1941 iniziò la deportazione dei Lituani in Siberia. I soldati dell’NKVD, la polizia segreta sovietica, entravano prepotentemente nelle case, impugnando fucili a baionetta, e concedevano solo venti minuti agli abitanti per prepararsi, altrimenti li avrebbero uccisi all’istante.
Poi, “davai!”, avanti in fretta e furia li caricavano sui camion, che li trasportavano alla stazione ferroviaria. Qui venivano spinti bruscamente dentro vagoni usati per il trasporto di mucche e maiali.
Queste persone erano, infatti, definite “porci borghesi antisovietici”, per cui dovevano essere imprigionate o deportate in stato di schiavitù in Siberia, e sterminate in un modo qualsiasi.
Nelle liste delle persone antisovietiche finirono medici, avvocati, insegnanti, membri dell’esercito, professori universitari, scrittori, imprenditori, musicisti, artisti e bibliotecari.
Il viaggio verso la Siberia fu lungo (dovettero attraversare tutta la Russia da ovest ad est per 440 giorni, fino a Trofimovsk, al Polo Nord), penoso, tormentato dalla fame, dalla sete, dal freddo e dai pidocchi.
I deportati erano ammassati nei vagoni gli uni accanto agli altri, in maniera tale che dovevano stare in piedi quasi sempre e dormire a turno, stesi sul pavimento di legno. Per gabinetto dovevano usare un buco nel pavimento del vagone e, ovviamente, i bisogni corporali bisogna farli davanti a tutti.
Molti morivano durante il viaggio in treno, per mancanza di cibo, di acqua e di cure. I loro corpi venivano abbandonati ai lati dei binari, e diventavano cibo per gli animali.
Finalmente, arrivarono in un Kolchoz, una grande azienda agricola collettivizzata, dove si coltivavano patate e barbabietole.
Furono distribuiti in baracche di tre metri per quattro, del tutto insufficienti per il numero dei presenti. Le baracche erano prive di qualsiasi arredamento.
Dovevano lavorare dodici ore al giorno per scavare, con attrezzi rudimentali e con le mani, patate e barbabietole che non potevano mangiare. I soldati “si divertivano a picchiarci e a prenderci a calci nei campi”.
Il loro cibo era costituito da 300 grammi di pane secco al giorno, quando lavoravano; quando c’erano le tempeste di neve e non lavoravano, non ricevevano nemmeno quello.
Mangiavano qualche patata o barbabietola, solo quando riuscivano a rubarla, con grave rischio per la loro vita, perché, se scoperti, venivano puniti selvaggiamente.
Racconta Lina: “Una mattina sorpresero un vecchio a mangiare una barbabietola. Una guardia gli strappò gli incisivi con le pinze”.
Erano costretti a frugare tra i rifiuti e la spazzatura delle guardie: “Insetti e vermi non scoraggiavano nessuno. Un paio di colpetti con le dita e ce li ficcavamo in bocca… eravamo diventati animali dei bassifondi, che si nutrivano di schifezze e marciume… cercavamo intorno come galline in un cortile… bucce di patate marce, abbassai la testa e le mangiai”.
Si pensi che fu una festa grande, quando Lina e un’amica trovarono nella neve un enorme gufo morto e lo arrostirono su una stufa improvvisata: “Il sapore della carne cotta era divino, … facemmo finta di essere a un banchetto reale!”.
Bevevano acqua piovana o derivante dallo scongelamento della neve.
Per riscaldarsi o, meglio, per attenuare appena la morsa del gelo artico erano costretti a rubare pezzi di legno o a nascondere sotto i vestiti le sterpaglie raccolte nei campi.
Era vietato fare disegni (ma Lina ne faceva spesso e li nascondeva) o scrivere lettere.
Un lituano prigioniero, scoperto dagli agenti dell’NKVD, fu inchiodato alla parete dell’ufficio del Kolchoz con un palo che gli aveva trafitto il petto: “Le braccia e le gambe penzolavano inerti come quelle di una marionetta. Aveva la camicia inzuppata di sangue, che gocciolava formando una pozza sotto di lui. Le poiane banchettavano sulla carne delle sue ferite da proiettili. Una gli beccava l’orbita oculare vuota”.
La morte era causata anche dalla dissenteria e dallo scorbuto per malnutrizione. A queste patologie si aggiungeva il tifo petecchiale che si manifestava con febbre alta, eruzioni cutanee e delirio e che si diffondeva rapidamente tra i prigionieri, perché non si potevano lavare, né cambiare la misera e sporca biancheria.
I cadaveri, come al solito, venivano abbandonati sulla neve.
Lina scrive di un suo compagno di sventura: “… vidi il corpo nudo, a occhi sbarrati, ammucchiato in una catasta di cadaveri. La mano semicongelata non c’era più. Le volpi artiche gli avevano squarciato l’addome, esponendo i suoi visceri e macchiando di sangue la neve”.
Eppure, ogni tanto Lina trova il modo di allontanarsi da questa funerea atmosfera, trovando la forza di parlare di pittura e in particolare del suo artista preferito, Munch, e dei suoi dipinti: l ‘”Angoscia”, la “Disperazione”, le “Ceneri”, “L’urlo”.
Lina esprime la sua personale valutazione: “Le sue opere erano deformate, distorte, come se fossero state dipinte in uno stato nevrotico. Ne ero affascinata, anche se qualcuno l’aveva definita arte degenerata”.
E continua riportando il commento, con cui concorda, di un critico d’arte: “Munch è principalmente un poeta lirico del colore. Lui sente i colori, ma non li vede. Invece vede il dolore, il pianto e l’inaridimento”.
In sintesi, i dipinti di Munch esprimevano alla perfezione e con genialità i sentimenti delle persone, sopraffatte dalla inumanità e ferinità di Hitler e Stalin e dei loro seguaci aguzzini!
Altro motivo di consolazione lo trova nella lettura di Dickens: “Il circolo Pickwick” e “Dombey e figlio”. Lettura fatta sempre di nascosto.
Brilla e illumina per un attimo il cielo nero e tempestoso il raggio di sole dell’amore per Andrius: “Gli appoggiai le muffole sulle guance, attirai verso di me il suo viso e lo baciai… Sentii un vuoto allo stomaco. Mi ritrassi…”.
Lina voleva vivere: “Volevo rivedere la Lituania… Volevo annusare il mughetto nella brezza sotto la mia finestra. Volevo dipingere nei prati. Volevo ritrovare Andrius… Volevo sopravvivere… Era l’unica cosa di cui non avevo mai dubitato”. Lina e Andrius si sposeranno.
L’autrice conclude la ricostruzione di questa drammatica vicenda con queste semplici e nobili parole: “… l’amore è l’esercito più potente. Che sia amore per un amico, amore per la patria, amore per Dio o anche amore per il nemico, in ogni caso l’amore ci rivela la natura davvero miracolosa dello spirito umano”.
I tre paesi baltici hanno conquistato l’indipendenza nel 1991.
Scrittura lineare e chiara. Lettura piacevole e scorrevole.
Luciano Curreri "Quartiere non è un quartiere""
Luciano Curreri
Quartiere non è un quartiere
Racconto con foto quasi immaginarie
Amos Edizioni – Euro 12 – Pag. 115
www.amosedizioni.it
Luciano Curreri – professore di letteratura in Belgio - lo conoscevo come forbito saggista e valente italianista, avevo letto Il peplum di Emilio (Il Foglio, 2012), L’elmo e la rivolta (Comma 22, 2011), ma mi ero lasciato sfuggire la sua notevole vena narrativa, che in questo volume – a metà strada tra il romanzo e la raccolta di racconti – tocca corde proustiane. Forse quando raggiungiamo una certa età – non giocoforza veneranda, come in questo caso – il ricordo dell’infanzia si fa pressante e ci chiede di venire fuori, di essere inserito in una narrazione, di non restare soffocato dal tempo che passa. Ci capita, allora, di andare alla ricerca del tempo perduto, se siamo scrittori usiamo l’arma della poesia o della prosa poetica, come nel caso di Curreri, che racconta i suoi ricordi, ma sono ricordi talmente universali da comprendere tutti i lettori. Curreri narra una campagna ferrarese che fa venire a mente i migliori film di Pupi Avati, un’adolescenza che profuma di un Amarcord felliniano, intrisa della poesia della memoria, ricca di parole evocative e di immagini suggestive. Protagonista dei ricordi è la nonna dell’autore, ma in primo piano c’è un piccolo mondo antico irrimediabilmente perduto, un mondo piccolo abbandonato per sempre, che non può tornare, un’infanzia che più si allontana più si affaccia con prepotenza alla memoria. Bravo Luciano Curreri che è andato alla ricerca del tempo perduto e ha saputo trovare le parole giuste per farlo apprezzare al lettore. Non era facile.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cinzia Demi, "Ero Maddalena"
Cinzia Demi
Ero Maddalena
Puntoacapo – Euro 10 – Pag. 70
Non sono un esperto di poesia, anche se amo leggerla e tradurla dallo spagnolo per far conoscere i miei poeti cubani della diaspora, ché poi far conoscere - per la poesia - è una parola grossa, a volte anche regalandola non si trovano lettori. Proviamo a parlare di un libro che mi ha emozionato, allora, da semplice lettore, ché quello sono, non certo un critico, tanto meno un poeta.
Cinzia Demi è piombinese come me, vive a Bologna, dove dirige la collana di poesia Sibilla per Pendragon e manda avanti il bimestrale Parole. Per Il Foglio Letterario ha curato, insieme alla poetessa Patrizia Garofalo, una stupenda antologia - omaggio a Giorgio Caproni: Tra Livorno e Genova: il poeta delle due città (2013).
Ero Maddalena è un libro di liriche che mette in primo piano una figura di donna inquieta, straziata dal dolore, piena di passione carnale (come in Giovanni Testori), inserita nel quotidiano dove vive la sua follia e la sua passione. Maddalena è una peccatrice, come tutti noi, non è difficile per il poeta immedesimarsi in una figura di donna che ottiene la salvezza bagnando di lacrime le carni di Gesù (ero Maddalena lo sento/ lo so ho la sua stessa vena/ sono la sua stessa forma). Maddalena percorre le stazioni del dolore, un personale pellegrinaggio di redenzione, assiste alla resurrezione di Cristo con gli occhi meravigliati di un’innocente. Maddalena peccatrice, certo, ma proprio per questo vicina a Cristo e donna investita del ruolo di dover svelare il mistero della resurrezione della carne (io mi piego alla pietà/ di uno che ho visto morto/ che non è più nessuno). Cinzia Demi dialoga con Maddalena (parti in corsivo alternate a sequenze in tondo), in terzine dantesche, imperfette, moderne, con uno stile originale, anche se suggestionato dallo studio di Caproni. La poetessa accoglie la leggenda secondo cui il vento di Ponente avrebbe accompagnato la figura di Maria Maddalena, sin quando la sua statua approdò all’omonima isola, in Sardegna, spinta da quel vento: Bologna mi accoglie/ potente nelle sue strade/ a quest’ora quasi senza gente/ un vento di ponente/ deciso mi ha spinto/ nella sua direzione/ scalza come un bambino/ nuda di consolazione/ cerco l’antro di un portone/ o la fredda scala/ la balaustra di una chiesa/ il riparo di una prigione. Poesia moderna che racconta una vita del passato e ripercorre strade d’un dolore al femminile quanto mai moderno e attuale. Simbolismo, metafore, similitudini poetiche e ricerca linguistica sono elementi fondamentali d’una poesia vibrante, musicale e ricca di emozioni. Suggestiva la copertina di Maurizio Caruso, acrilico su cartone telato, di Maurizio Caruso. Confezione editoriale tascabile, economica, in perfetta sintonia con l’opera poetica.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Claudio Bartolino, "Macchie solari. Il cinema di Armando Crispino"
Claudio Bartolini
Macchie solari
Il cinema di Armando Crispino
I Ratti di Bloodbuster – Pag. 264 – Euro 15
Claudio Bartolini è un vero critico cinematografico, anzi credo che sia un docente universitario della materia, sicuramente competente e coltissimo, collabora con Film TV, Nocturno Cinema, cura rassegne, corsi e cineforum. Ha pubblicato ottimi libri sul cinema di Pupi Avati (Il gotico padano, Nero Avati) editi niente meno che da Le Mani, oltre a dare alle stampe Videocronenberg con Bietti. Si è occupato di Ridley Scott e David Fincher. Adesso affronta Armando Crispino, con la prefazione di Francesco Crispino, figlio del regista, e lo fa con grande preparazione tecnica, studiando ogni pellicola come se dovesse comporre altrettanti capitoli di un testo universitario. Solo che le persone interessate a un regista come Crispino - giocoforza minore, del cinema bis… - non devono affrontare un esame, ma vogliono soltanto documentarsi, saperne di più, conoscere retroscena. Ecco, questo libro non è per loro. Non voglio dire che Macchie solari non sia un ottimo testo. Tutt’altro. Lo è fin troppo. Bartolini fornisce notizie e dettagli tecnici, aprendo persino una finestra sui molti progetti mai realizzati dal regista. Il limite del libro - a mio avviso - è quello di trattare con eccessiva serietà critica pellicole come Macchie solari, Commandos, Frankenstein all’italiana e Faccia da schiaffi. Per molti lettori ciò che definisco un limite costituirà un pregio, ma a mio modo di vedere sul cinema bis italiano è importante fare divulgazione alla portata di tutti, non costruire apparati critici a uso e consumo di pochi eletti. In ogni caso la collana I Ratti di Bloodbuster è benemerita, perché colma un vuoto di mercato e accontenta molti appassionati. Tra le cose migliori uscite per il piccolo editore milanese: Nudi e crudeli - I mondo movies italiani (Bruschini & Tentori, che a mio avviso usano il linguaggio giusto e sono molto preparati), Tutte dentro - il cinema della segregazione femminile (Di Marino & Artale) e Kiss kiss… Bang bang - il cinema di Duccio Tessari (Melelli). In preparazione alcune chicche: Deliria - il cinema di Michele Soavi (Ilaria Feole), Maurizio Merli: il commissario di ferro (Fulvio Fulvi) e Voglia di guardare – L’eros secondo Joe D’Amato (Tentori). Siamo molto curiosi!
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Domenico Vecchioni, "Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler"
Domenico Vecchioni
Felix Kersten - Il medico di Heinrich Himmler
(Una storia straordinaria)
Greco&Greco – Euro 12 – Pag. 172
Domenico Vecchioni è un diplomatico di carriera, ex console a Madrid e a Nizza, ambasciatore d’Italia a Cuba, con la passione per la saggistica storica. Ha pubblicato molte biografie: Raúl Castro, Evita Perón, Raoul Wallenberg, Pol Pot, Kim Philby, Richard Sorge, oltre ad alcuni studi sulla storia dello spionaggio.
In questo libro - sintetico, divulgativo, ma esauriente - Vechioni ripercorre la vita di Felix Kersten, il medico personale di Heinrich Himmler, il “burocrate dello sterminio”, capo delle SS e della Gestapo, protagonista di un incontro stupefacente con il rappresentante del congresso ebraico mondiale, Norbert Masur. Lo stile di Vecchioni è piano e semplice, descrive Himmler come un personaggio da romanzo, alle prese con i suoi lancinanti dolori di stomaco che soltanto il medico finlandese Kersten sarà in grado di alleviare. Molto interessante è l’intreccio di rapporti tra il capo nazista e il medico - amico, che diventa un confidente così ascoltato e influente da permettergli di salvare molte vite umane. Il medico segue il burocrate in ogni spostamento, lo cura con i massaggi e le medicine, lo ascolta, dispensa consigli, fino a compiere la sua impresa più grande, per la quale sarà sempre ricordato. Kersten - ricorrendo al suo potere - fa firmare a Himmler il Contratto in nome dell’Umanità, poco prima che cada il nazismo, evitando la distruzione dei campi di concentramento e salvando la vita a 800.000 persone. Un benefattore dell’umanità, una salvezza per 63.00 ebrei, un uomo della cui vita si conosce poco e che bene ha fatto Vecchioni ad analizzare in ogni sua sfaccettatura. Un’ottima lettura.
Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
AA.VV. "Un giorno a Milano"
AA.VV.
Un giorno a Milano
Novecento Editore – www.novecentoeditore.it
Pag. 286 – Euro 9,90
Da una brillante idea di Paolo Roversi nasce la collana Calibro 9 di gialli e noir metropolitani di Novecento Editore, che debutta sul mercato con una raccolta di racconti ambientata a Milano, curata niente meno che da Diabolik - Andrea Carlo Cappi e introdotta da Andrea G. Pinketts. I racconti, ambientati nella metropoli lombarda, sono scritti da Riccardo Besola, Andrea Ferrari, Francesco Gallone (tre autori che ne compongono un quarto, recita la loro biografia!), Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino, Giuseppe Foderaro, Francesco G. Lugli, Giancarlo Narciso, Ferdinando Pastori, Francesco Perizzolo e Paolo Roversi. Alcuni autori raccontano Milano utilizzando i personaggi di successo della loro produzione, così Di Marino mette in campo il suo Professionista (Segretissimo), Narciso l’investigatore privato milanese Butch, Roversi il giornalista Radeschi, che si sposta a bordo di una Vespa gialla del 1974. Andrea Carlo Cappi preferisce il racconto non seriale ma sempre ambientato in una Milano da bere, con un titolo sudamericano che ammicca a un motivetto di successo. Meno noto ma ugualmente bravo Ferdinando Pastori, che conosco fin dai tempi della sua prima straordinaria raccolta Piccole storie di nessuno (Edizioni Clandestine), adesso mi dicono vincitore del Roma Noir.
Un giorno a Milano è un bel prodotto editoriale, graficamente accattivante, economico (10 euro per quasi 300 pagine), stampato in carta riciclata e in un formato pocket che ricorda il giallo da edicola degli anni Settanta. Lo spirito inquieto di Scerbanenco ringrazia.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Marina "Morgatta" Savarese, "La Bruttina che conquista " e "Come tenersi un uomo"
La Bruttina che conquista
e
Come tenersi un uomo
Marina “Morgatta” Savarese
Edizioni Ink
Si prendono in mano questi due libretti rosa, “La Bruttina che conquista “ e “Come tenersi un uomo”, sottili sottili, con i disegnini invitanti in copertina e, diciamolo, magari dopo il tomo critico su Proust o su Hesse ci attirano pure parecchio per l’aspetto appetibile e vaporoso da chick lit, anche se qui non si tratta di romanzi. Le aspettative che ci creiamo sono due e vengono entrambe deluse: che i libriccini in questione siano scritti male, e non lo sono, e che dicano qualcosa di nuovo risolvendoci i problemi, e non fanno nemmeno questo.
Se siamo bruttine (nel caso specifico lo siamo) di certo coltiviamo la segreta e imperitura speranza d’imbatterci nel ricettario magico che ci trasformerà, nel consiglio di bellezza gratuito e miracoloso. Pia illusione.
“La Bruttina Sfiduciata la stima l’ha seppellita nel cassetto dei ricordi (e ha buttato via la chiave.) Forse l’ultimo complimento l’ha ricevuto al suo primo compleanno, quando, ancora incosciente, non capiva l’ironia della frase “che carina questa bambina”, classico riconoscimento di circostanza dove non è ammesso dire alla mamma che la sua pupetta è un mostriciattolo. Poi l’ha capito, che la bruttina se ne accorge anche da sola che è veramente bruttina. E la vita spalleggia sempre queste sue convinzioni, continuando a infierire con stilettate e piccole coltellate a ogni occasione, sgretolando ogni mattoncino di fiducia e ogni piccola conquista. E così la bruttina si adegua, si lascia colpire, si annulla, azzera i sentimenti e ogni tipo di aspettativa.”
La Savarese si dichiara a sua volta Bruttina doc, ci racconta che è diventata figa sfoggiando stile, guardaroba giusto e potenziando le proprie doti di simpatia e comunicatività, ma non ci dice cosa dobbiamo concretamente fare, cosa dobbiamo scegliere nelle nostre deprimenti sedute di fronte all’armadio, per tramutarci da brutti anatroccoli in superbi cigni veleggianti. Non ci offre nessun rimedio prodigioso, nessun consiglio soprannaturale, arcano, solo i soliti palliativi, che sanno tanto di già sentito, sul non trascurarsi, sul mostrarsi al meglio, sull’essere indipendenti, sicure di sé e, ovviamente, puttane al punto giusto, nel senso buono della parola.
E – inorridiamo, o noi sacerdotesse del pessimismo cosmico – ci propina la solita teoria del “be positive, be happy”, dello foggio di entusiasmo che conquista il maschio di turno. Ci viene il dubbio che non si stia parlando davvero di come trasformare le brutte in belle (se così fosse il libro renderebbe miliardaria l’autrice) ma si proponga piuttosto l’equazione bruttina uguale donna comune. Insomma, si fa leva sulla metamorfosi del brutto in avvenente ma in realtà si sta discutendo in generale, indicando ad ogni donna la via dell’indipendenza, della sicurezza, dell’autonomia, dello stile, dell’eleganza, dell’emancipazione.
Nel secondo testo c’è un’evoluzione, sia dal punto di vista linguistico che contenutistico. Lo stile diventa più incisivo, ironico, tagliente, l’autrice dimostra di avere cervello e cultura e che gli affilati artigli erotici sono solo un aspetto della sua personalità e non un chiodo fisso. E se, anche in questo caso, i consigli per tenersi l’esemplare maschile, lo straccio di amante previamente conquistato, appaiono scontati, balza agli occhi l’attenta analisi sociale del variegato (e un po’ triste) sottobosco di trenta/quarantenni in cerca di accoppiamento. La fauna che lo popola è votata al disimpegno, all’instabilità emotiva, al peterpanesimo, all’immaturità. Vediamo aggirarsi torme di single incalliti, trombamici allergici al matrimonio e disorientati, figure di cui si rivendica il diritto alla dignità ma che, per chi appartiene a generazioni ancora imbevute di romanticismo, grondano squallore e inadeguatezza.
Alcune descrizioni sono davvero spassose, specialmente quelle in cui è facile rintracciare qualche maschio di nostra conoscenza, come ad esempio l’uomo mistico, quello, per capirci, tutto chakra, energia, incenso e ristoranti vegani.
“Se non siete profondamente spirituali anche voi, tutto questo ascetismo alla lunga vi farà perdere la pazienza, facendovi sognare di chiudergli tutti i suoi chakra una volta per tutte.”
La Savarese, attualmente residente a Firenze ma vissuta molti anni a Livorno, ha assorbito dalla città labronica lo spirito arguto, acuminato, irriverente e un po’ sboccato, quello che fa sempre dire pane al pane. Appassionata di moda, di design, di danza, di burlesque, di cultura pop, piena d’interessi e informata, sembra conoscere l’argomento per esperienza diretta, un’esperienza sempre filtrata dall’ironia (e da una salutare autoironia). Ha interrogato molti amici, sia maschi sia femmine, stilando classifiche e facendo statistiche degli atteggiamenti più comuni. Il tutto con mano leggera, acume, simpatia, spirito, divertimento. Soprattutto con quel piglio deciso, in grado a suo dire di trasformare una bruttina qualsiasi in una donna audace, una donna che sa conquistarsi - piantando con sicurezza i piedi per terra e non pestandoli bizzosa - il suo posto in questo mondo non sempre accogliente.
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