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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Ora et labora

2 Marzo 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

 

 

A mano a mano che il numero dei Cristiani aumentava, cresceva anche l’importanza dei vescovi, cioè coloro che sorvegliavano la comunità, e dei preti, ovvero gli anziani. Mentre l’impero andava in rovina, la Chiesa diventava più potente e organizzata. Il Vescovo di Roma, il papa, ovvero il padre di tutti i Cristiani, distribuiva grano, convertiva i barbari e si serviva dei monaci. La parola monaco significa uomo che vive solo.

Mentre i barbari invadevano l’Italia, distruggendo e saccheggiando, un nobile romano, Benedetto da Norcia (480- 547), si ritirò in un luogo solitario, dove pregare Dio lontano dalle guerre. A Benedetto si unirono molti seguaci che vissero con lui sotto la regola del prega e lavora. I cardini della vita comunitaria erano l'obbligo di risiedere per sempre nello stesso monastero, la buona condotta morale, la pietà, l'obbedienza all'abate.

I monasteri sorsero in luoghi solitari, dove i monaci, oltre a pregare, dovevano darsi da fare per abbattere gli alberi, dissodare il terreno, seminare e mietere. Gli abitanti delle terre vicine accorrevano in cerca di protezione e di aiuto, perché questi luoghi erano come fortezze e i loro granai sfamavano in tempo di carestia o guerra.

Intorno ai monasteri si aprivano strade, sorgevano villaggi, venivano prosciugate paludi, terreni incolti venivano seminati, si costruivano scuole ed ospedali. I libri per le scuole erano scritti dagli amanuensi che copiavano e ricopiavano libri antichi.

La miniatura era l'immagine che decorava le lettere iniziali dei capitoli dei manoscritti. Alcuni monaci lavoravano nelle loro celle, altri nello scriptorium, dove trascrivevano i testi degli antichi autori sacri e profani e decoravano le preziose pagine dei codici, costosissime perché per la pergamena occorreva un intero gregge di pecore. Rosso minio, oro, argento, azzurro erano i colori più usati perquesta tecnica detta illuminazione.

Quando i Longobardi cacciarono i monaci, essi andarono in Francia, in Inghilterra e in Germania, dove fondarono nuovi monasteri. Tra tutti si distinse l’abbazia di Cluny, fondata in Borgogna all’inizio del secolo X.

Solo nel XIII secolo apparvero gli ordini mendicanti dei frati domenicani e francescani, fondati da Domenico Guzman e da San Francesco, più moderni, più dediti alla povertà e più attivi nel mondo rispetto ai monaci tradizionali.

 

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Romics: concorso Libri a fumetti

26 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #concorsi, #vignette e illustrazioni

 

 

Alla XXI edizione di Romics torna l’appuntamento con il Concorso Libri a Fumetti: il Premio che promuove la lettura e i migliori autori della nona arte Libri a Fumetti, il Concorso dedicato al mondo dei libri a fumetti, che negli anni scorsi ha premiato importanti autori quali Paco Roca, Robert Kirkman, Gipi, Igort, Canales e Pellejero, ritorna alla XXIesima edizione di Romics (6-9 aprile 2017).

Romics continua a impegnarsi per promuovere e diffondere in modo sempre più capillare la lettura in Italia attraverso un concorso che riunisce le più interessanti uscite editoriali della nona arte pubblicate nel nostro paese. Libri a Fumetti coinvolge artisti di diverse provenienze geografiche, offrendo un quadro ampio ed esauriente delle novità del panorama italiano e internazionale, sia grazie alla presenza in concorso di opere di artisti più rinomati, che alla sezione Nuovi Talenti, dove vengono premiate le matite più promettenti.

Il Concorso prevede 10 Premi: Gran Premio Romics, Premio Speciale della Giuria, Miglior libro di scuola Sudamericana, Miglior libro di scuola Angloamericana, Miglior Libro di scuola Europea, Miglior libro di scuola italiana, Miglior libro di scuola Giapponese, Miglior ristampa, Premio Nuovi Talenti.

Romics dedica uno spazio sempre crescente ai libri candidati, sia veicolandoli tramite i canali di comunicazione della manifestazione, sia tramite una mostra all’interno di Romics che permetterà ai visitatori di visionare tutti i libri in concorso.

Importanti novità sulla giuria di questa edizione, con alcuni dei prestigiosi giurati che arrivano a Romics da mondi apparentemente lontani da quelli del fumetto: il giornalista Piero Melati, Romano Montroni, presidente del Centro per il libro e la Lettura – Cepell, Enrico Fornaroli, Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, grande esperto di Fumetto. Una scelta fatta per sottolineare il progressivo assottigliarsi dei confini tra il fumetto e la narrativa tradizionale.

Il concorso si inserisce all’interno di diverse iniziative targate Romics che hanno l’obiettivo di dare ulteriore slancio alla promozione della lettura in Italia, credendo fortemente che le graphic novel, la creatività nel fumetto siano straordinari mezzi di espressione che valicano confini geografici e sopratutto barriere culturali di ogni genere.

La cerimonia di premiazione si terrà il 9 aprile 2017 presso il PalaRomics.

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FUMETTO, ANIMAZIONE, CINEMA E GAMES Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games Tel. 06 87729190 - Fax 06 87729192 - info@romics.it

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Non c'è ritorno

22 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

 

Stavo meglio

quando pensavo

che il gatto mi baciasse

quando le parole erano vaghe

come stelle del Leopardi

quando il cane agitava la coda

solo per fare le feste

quando cercavo gente

per voler bene

senza aggiunte

Dietro c’era quello che si vede

E sangue chiamava sangue

con purezza facile

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signoradeifiltri.blog ha compiuto quattro anni

18 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda, #blog collettivo, #redazione

 

 

Uso questo spazio moda che, incredibilmente, è uno dei più condivisi, per parlare un po’ di noi, del blog. A Novembre signoradeifiltri.blog ha compiuto quattro anni. Mi sembra di averlo aperto ieri, invitando alcuni amici a partecipare. Quattro anni sono volati mentre la redazione mutava. A volte, lo confesso, mi sono trovata da sola a scrivere, altre volte eravamo così tanti che non riuscivo a star dietro alla scaletta.

Attualmente mi ritrovo con tredici redattori e trenta amici esterni che hanno collaborato in questi anni e che a volte ancora ci inviano pezzi. Qualcuno è andato per la sua strada, due colleghi preziosi non ci sono più ma brillano nei nostri cuori. Trentottomila visitatori unici, sessantamila visualizzazioni di pagina. Per qualcuno saranno numeri irrisori ma per noi sono tutto, ne basterebbe anche uno solo e già ci farebbe contenti. E poi condivisioni su Facebook, Twitter, Pinterest e Linkedin.

Si può fare di più e meglio ma va già bene così. Siamo un blog collettivo, a più voci, dove ogni redattore scrive quello che vuole sull'argomento che preferisce, senza obblighi né tempi da rispettare; può inserire di tutto, dalle foto, ai video, alle riflessioni personali, al diario, alle poesie, ai racconti, ai resoconti di viaggio, alle recensioni di libri e film. Preferiamo tener fuori la politica per ovvi motivi. Una via di mezzo fra una rivista, un sito di critica letteraria e un blog personale. È una collaborazione volontaria e non retribuita. Unici requisiti sono la serietà e il saper scrivere in italiano corretto.

Siamo una specie di rivista dagli argomenti più svariati, persino le ricette di cucina. Prova ne sia che le rubriche più seguite sono state negli anni quelle sui piccoli paesi dell’Italia, la storia dalla fondazione di Roma al Medioevo, le ricette di cucina e questi miei ingenui post sulla moda. Certo i libri restano sempre al centro della nostra attenzione ma in modo originale. Non ci interessa essere sul pezzo dell'ultimissimo titolo uscito ma parliamo di qualsiasi cosa, anche di un vecchio best seller o di un classico. Non badiamo a chi stampa il libro, non abbiamo preconcetti o pregiudizi editoriali. Per noi vale il testo, quindi recensiamo di tutto, anche gli Eap, anche gli autopubblicati e persino i manoscritti inediti. In questo siamo molto controcorrente e un punto di riferimento per tutti i piccoli e sconosciuti che non hanno mai voce. Diciamo sempre la verità (che poi è soggettiva) a tutti, pubblicando anche recensioni negative.

Ecco, di libri già parlavo l’11 aprile del 1970, senza sapere che il mio futuro secondo marito quel giorno stava compiendo diciannove anni. “Ho molti giocattoli”, scrivevo, “fra questi non ce n’è uno che mi piaccia di più (ah… bei tempi quando anche i bambini usavano lo scomparso congiuntivo); gioco un po’ con tutti ma poi mi viene a noia e li metto da parte. L’unica cosa, ma non è un giocattolo, è il libro, quello lo leggo e lo rileggo mille volte. Libri ne ho molti, fiabe e racconti vari e mi piacciono bene illustrati. Per questo quando mi devono fare un regalo invece dei giocattoli preferisco dei libri.”

E ora veniamo a noi. Le giornate si allungano, la luce s’intensifica, il freddo si addolcisce. L’armadio è pieno di abiti con ancora il cartellino attaccato, ché qui, fra influenza e acciacchi vari, non è che si esca poi tanto. Vediamo, dunque, cosa ho comprato di nuovo in questi ultimi scampoli di saldi. Quattro oggetti che possono comporre un’unica azzeccata mise.

 

I jeans strappati ed elasticizzati… non ditemi che sono troppo vecchia per portarli ché tanto non vi do retta.

 

La t shirt grigia a maniche lunghe.

 

Il cardigan/ poncho

 

La collana di pietre colorate.

 

Un modo di vestire molto easy, comodo, in anticipo sulla primavera. Baci a tutte e tutti!

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Il coro di Ermengarda

6 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia, #personaggi da conoscere

 

 

Dopo gli Unni, dal mare giunsero i Vandali, che risalirono il Tevere e si gettarono su Roma con ferocia. È in ricordo di quel saccheggio che la parola vandalo si usa per definire chi distrugge solo per il gusto di farlo.

Fino a questo momento i barbari erano calati in Italia con l’intento di saccheggiare e tornarsene a casa ma ora la musica era cambiata: venivano per restare. È il caso degli Ostrogoti che imposero il loro dominio per sessanta anni. Dopo gli Ostrogoti fu la volta dei Longobardi, i quali rimasero due secoli, occupando l’Italia settentrionale. I Longobardi provenivano dalle regioni nordiche della Germania, un intero popolo in movimento formato da guerrieri, donne, bambini, vecchi sui carri. Non toccarono le regioni bagnate dal mare perché non sapevano costruire navi né usarle.

Così l’Italia rimase spezzata in due: da una parte il dominio dei Longobardi, dall’altra i Bizantini. Fu un lungo periodo di guerre e invasioni, Roma era diventata debole, le sue leggi non avevano più valore, le strade erano disselciate, tra le pietre cresceva l’erba, i grandi monumenti andavano in rovina, si spogliavano di marmi che venivano utilizzati per nuove costruzioni più moderne.

Nel 1822 Alessandro Manzoni pubblicò l’Adelchi, tragedia che narra le vicende del principe omonimo e di sua sorella Ermengarda, figli del re longobardo Desiderio. Vittima della ragion di stato, Ermengarda viene data in sposa a Carlo Magno che poi la ripudia. Ella si rifugia nel monastero di San Salvatore a Brescia, dove, apprendendo la notizia delle nuove nozze di Carlo, muore di dolore. Un esempio di tragica e fragile eroina romantica, figlia di oppressori ma collocata dalla sventura “infra gli oppressi”.

Il coro del quarto atto, con i più famosi accusativi di relazione della storia dei versi italiani, è nel cuore di tutti noi.

 

Sparsa le trecce morbide

Sull'affannoso petto,

Lenta le palme, e rorida

Di morte il bianco aspetto,

Giace la pia, col tremolo

Sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto: unanime

S'innalza una preghiera:

Calata in su la gelida

Fronte, una man leggiera

Sulla pupilla cerula

Stende l'estremo vel.

Ahi! nelle insonni tenebre,

Pei claustri solitari,

Tra il canto delle vergini,

Ai supplicati altari,

Sempre al pensier tornavano

Gl'irrevocati dì;

Quando ancor cara, improvida

D'un avvenir mal fido,

Ebbra spirò le vivide

Aure del Franco lido,

E tra le nuore Saliche

Invidiata uscì:

Quando da un poggio aereo,

Il biondo crin gemmata,

Vedea nel pian discorrere

La caccia affaccendata,

E sulle sciolte redini

Chino il chiomato sir;

E dietro a lui la furia

De' corridor fumanti;

E lo sbandarsi, e il rapido

Redir dei veltri ansanti;

E dai tentati triboli

L'irto cinghiale uscir;

E la battuta polvere

Rigar di sangue, colto

Dal regio stral: la tenera

Alle donzelle il volto

Volgea repente, pallida

D'amabile terror.

Oh Mosa errante! oh tepidi

Lavacri d'Aquisgrano!

Ove, deposta l'orrida

Maglia, il guerrier sovrano

Scendea del campo a tergere

Il nobile sudor!

Come rugiada al cespite

Dell'erba inaridita,

Fresca negli arsi calami

Fa rifluir la vita,

Che verdi ancor risorgono

Nel temperato albor;

Tale al pensier, cui l'empia

Virtù d'amor fatica,

Discende il refrigerio

D'una parola amica,

E il cor diverte ai placidi

Gaudii d'un altro amor.

Ma come il sol che reduce

L'erta infocata ascende,

E con la vampa assidua

L'immobil aura incende,

Risorti appena i gracili

Steli riarde al suol;

Ratto così dal tenue

Obblio torna immortale

L'amor sopito, e l'anima

Impaurita assale,

E le sviate immagini

Richiama al noto duol

Sgombra, o gentil, dall'ansia

Mente i terrestri ardori;

Leva all'Eterno un candido

Pensier d'offerta, e muori:

Nel suol che dee la tenera

Tua spoglia ricoprir,

Altre infelici dormono,

Che il duol consunse; orbate

Spose dal brando, e vergini

Indarno fidanzate;

Madri che i nati videro

Trafitti impallidir.

Te dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l'offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà,

Te collocò la provida

Sventura in fra gli oppressi:

Muori compianta e placida;

Scendi a dormir con essi:

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Muori; e la faccia esanime

Si ricomponga in pace;

Com'era allor che improvida

D'un avvenir fallace,

Lievi pensier virginei

Solo pingea. Così

Dalle squarciate nuvole

Si svolge il sol cadente,

E, dietro il monte, imporpora

Il trepido occidente:

Al pio colono augurio

Di più sereno dì.

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Intervista a Fabio Strinati

4 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #interviste, #fabio strinati

 

 

Fabio Strinati è un giovane musicista e poeta (classe 1983), che vive a Esanatoglia, in provincia di Macerata. Abbiamo recensito su questo blog Pensieri nello scrigno e Dal proprio nido alla vita, entrambi pubblicati con Il Foglio Letterario. Fabio ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande.

 

Ciao, Fabio. Parlaci un po’ di te e della tua scrittura. Ti senti più musicista, più poeta o più contadino?

 

Attraverso la scrittura cerco di esprimermi per come sono. Ammetto di essere una persona molto complessa, una persona non proprio semplice. Quindi penso che anche la mia scrittura, in qualche modo, sia abbastanza complessa. Detto questo, sono una persona in continua evoluzione. Non amo fossilizzarmi, amo sperimentare, conoscere, vedere, sentire. Quindi, quando dico che la mia scrittura è complessa, non la identifico come difficile, ma come una scrittura in continuo movimento. Io, sinceramente, mi sento prima contadino e poi poeta e musicista. Sono cresciuto in campagna, con la vigna, gli alberi da frutto, e tutto questo mi ha aiutato a saper vedere la natura con gli occhi giusti.

 

In Pensieri nello scrigno si notava una specie di desiderio inconfessato di lasciarti andare a un eloquio poetico più piano, meno ermetico. Mi sembra che nell’ultimo poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, tu abbia compiuto proprio questa operazione. È così?

 

Sono due libri completamente diversi. Il primo è una raccolta di poesie, mentre il secondo è un poemetto, anche se non mi piace identificarlo così. Il termine poemetto è pericoloso, molto poetico, molto ricco di linfa e di significato. Per questo sostengo che Dal proprio nido alla vita non sia un poemetto, ma un libro di semi-prosa poetica. Poi la differenza sta soprattutto nel fatto che Dal proprio nido alla vita è un libro influenzato da una lettura di un altro libro, che è Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi. Mentre Pensieri nello scrigno viaggia su frequenze del tutto differenti. Si tratta del mio primo libro, a cui sono molto affezionato, anche se all’inizio non è stato così facile farmelo piacere. Rispondendo alla tua domanda, credo che Dal proprio nido alla vita sia un libro molto profondo che si esprime attraverso una scrittura gradevole. Pensieri nello scrigno è un libro molto profondo, particolare, che si esprime attraverso una scrittura nebulosa.

 

Il fatto di scrivere poesie, suonare e vivere una vita di natura artistica, oltre che pratica, ti ha mai creato sensi di colpa? Voglio dire, hai mai dovuto giustificarti, con la famiglia, con gli amici, con la società per queste tue passioni?

 

Io ho trentaquattro anni, ma scrivo da circa quattro anni. Ho lavorato in fabbrica per ben quindici anni, ho fatto il militare, lavoro la campagna, ho lavorato in una azienda agricola, quindi, sensi di colpa non ne ho mai avuti. Ma in maniera del tutto onesta ti dico che, anche se avessi sempre scritto fin dall’infanzia, non me ne sarei affatto vergognato. Tutto ciò che conta per me è essere una brava persona. Non voglio essere ricordato come un poeta, uno scrittore, o cose del genere, ma voglio essere ricordato come una brava persona.

 

Ti senti risolto come persona, quello che fai ti appaga o sei ancora alla ricerca della tua identità?

 

Tutto quello che faccio mi appaga moltissimo e sento un’energia fortissima ogni volta che scrivo una frase, un verso. Ogni volta che mi metto al pianoforte è sempre come se fosse la prima volta, e mi piace così tanto suonare che il mio corpo vibra ogni volta che suono. Realizzato come persona sicuramente sì, ma come persona a 360°. Tutto ciò che mi circonda mi fa stare bene. La mia famiglia, la mia fidanzata, i luoghi che tocco, che respiro. Mi sento bene con me stesso.

 

Nell’ultimo lavoro è descritto un momento di crisi e di depressione. Puoi raccontarci qualcosa? 

 

Come ho detto in precedenza, sono una persona complessa. Nel poemetto è descritto un periodo ben preciso della vita di una persona, che è l’adolescenza. Si tratta di un periodo molto delicato della vita, un momento di passaggio, di trasformazione. Un periodo dove molto spesso non veniamo capiti, e non vogliamo neanche noi capire. Il mondo ci sembra molto piccolo, ma in realtà, poi, scopriamo che è molto grande. La crisi di cui parlo nel libro fa riferimento a una situazione di smarrimento. E quella situazione, quando si è sensibili e complessi, viene metabolizzata in maniera forte e disordinata.

 

Da agosto purtroppo sei alle prese con la devastante esperienza del terremoto, ha un senso la scrittura quando ci si scontra così duramente con la crudezza della vita?

 

Credo che la scrittura abbia ancora più senso durante questi momenti così duri. Io, attraverso la scrittura, mi sto tutelando la salute. Se non avessi scritto sarei impazzito già dal 25 di agosto. Ho vissuto e sto vivendo il terremoto in maniera drammatica, nonostante non abbia avuto grossi problemi. Dormo in camper per paura, non per inagibilità. Ma è proprio in questi momenti che l’uomo deve tirar fuori la sua parte solida e combattiva. Io ci sto provando, e la mia cura, la mia terapia, è scrivere.

 

Pensi che la poesia oggi abbia valore solo introspettivo e consolatorio?

 

La poesia ha un valore che va oltre la poesia stessa, oggi come in passato. Poi, che stiamo vivendo in un periodo storico molto molto complicato è sotto gli occhi di tutti, ma la poesia trova e troverà sempre lo spazio dove intrufolarsi. Non riesco proprio a vedere un mondo senza la poesia.

 

Cosa vorresti che un lettore provasse leggendoti?

 

Un libro deve farti compagnia, quindi penso che i miei lettori, leggendomi, provino questa sensazione di compagnia. Io quando scrivo ci metto l’anima, e spero che questa mia anima possa toccare il cuore dei miei lettori, che ringrazio moltissimo. E poi, se vuoi essere letto, devi leggere. È vero che scrivo molto, ma è anche vero che leggo moltissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fabio Strinati, "Dal proprio nido alla vita"

3 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #recensioni, #gordiano lupi, #fabio strinati

 

Dal proprio nido alla vita

Fabio Strinati

 

Edizioni Il Foglio, 2016

pp 54

8.00

 

Una montagna scura,

tenebrosa, fredda ed ostile, luoghi di fantasmi

e di leggende, che cantano le loro messe

tra gli alberi sudati dalla pioggia, e i funghi velenosi

cresciuti sulle rocce scorticate dai venti con le unghie. (pag 38)

 

Avendo letto Miracolo a Piombino di Gordiano Lupi e anche il precedente libro di poesie di Fabio Strinati, Pensieri nello scrigno, mi sono molto incuriosita che Strinati abbia scritto un poemetto, intitolato Dal proprio nido alla vita, interamente dedicato al romanzo dell’autore toscano.

In effetti, anche in questo componimento si parla di adolescenza, di spiccare il volo dal proprio nido, di memoria e nostalgia, di voglia di crescere e, insieme, di non farlo. Nel caso di Lupi la metafora è il gabbiano, qui la rondine.

Ciò che diversifica, secondo me, i due autori, è l’età. La nostalgia di Lupi è l’autentico strazio dell’uomo sulla via del tramonto, quella di Strinati sarebbe frutto solo di malinconia giovanile se non fosse che, negli ultimi tempi, egli ha dovuto fare i conti col terremoto e allora il rimpianto è divenuto perdita concreta.

Una Piombino dei ricordi da una parte, le Marche martoriate e aspre dall’altra, rese, però, negli elementi primigeni di boschi e montagne. Il monte Corsegno diventa “scoglio” di montagna, proprio per uniformarsi al testo marino di Lupi, e la rondine è anche gabbiano, ugualmente solitaria, ugualmente alla ricerca di un sé più compiuto, maturo e soddisfatto.

La maturità è ciò che ci permette di soffocare i nostri ricordi. Infatti, per non morire di nostalgia, per crescere, occorre lasciar andare il passato, anche quello recente, e guardare avanti. La maturità è il luogo dove tutto ha un nome, dove le cose sono definite, nette, e perciò hanno già perduto molto del loro fascino e molte delle possibilità. E, tuttavia, è così che deve essere.

Il poemetto è scandito dalle stagioni, narra una crisi esistenziale: non avevo nulla, non sentivo nulla, l’indecisione di un ragazzo che non ha ancora la forza di affrontare la vita, preda di un’inerzia che somiglia alla depressione.

 

Un vento di tramontana che ti entrava dentro le ossa,

che gelava, non soltanto quelle pochissime

parole che non avrei mai detto, ma persino i miei non pensieri (pag 39)

 

Un ragazzo che non riesce a non essere poeta, a integrarsi nel sistema.

Solo la natura, seppure matrigna e squassata da tremende forze telluriche, gli permette di esprimersi, ha un effetto consolatorio, offre speranza di diventare, forse, una di quelle rondini che sanno affrontare la vita.

Rispetto alla precedente silloge c’è il ritorno a un versificare meno ermetico. L’autore abbandona la ricerca lessicale e musicale che lo caratterizzava e ricomincia a chiamare le cose col loro nome. La lingua diventa più colloquiale, a volte troppo, con cadute di stile, (ficcante), altre di sapore ottocentesco (fu candido di sassi e di tovaglie). Le virgole spezzano le frasi, gli enjambement le allungano nel verso successivo. Della poesia resta poco, c’è solo prosa poetica ma forse non è un male.

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Marie Albes, "Apostasia"

1 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #Marie Albes

 

 

Apostasia

Marie Albes

 

Amazon, 2017

pp 433

14,00

 

 

 

Finalmente un libro da leggere come se fosse solo un libro ed io solo un lettore. Intendo dire un romanzo da tenere sul comodino ed essere felici di ritrovarlo la sera prima di dormire, semplicemente per sapere cosa accade nella pagina successiva, per farsi catturare dalla storia e dall’ambientazione. Ho sempre sostenuto che in Italia non ci sono romanzieri come piace a me, cioè narratori a tutti gli effetti, capaci di scrivere un romanzone accattivante, gradevole, non superficiale. Forse mi posso infine ricredere e questa (per me) sconosciuta Marie Albes è la narratrice che stavo cercando.

Non importa se la storia non è originale. Nessuna, a ben vedere, lo è. Le storie sono storie e alla gente piace sentirsele raccontare. Le storie sono spesso uguali, cambia il modo in cui sono scritte. E questa Apostasia è scritta davvero bene, a parte qualche minuscola imprecisione o ripetizione che, sono sicura, ad un successivo editing l’autrice ha saputo rilevare e correggere. La lingua è scorrevole, piana ma coinvolgente, ricca di spunti riflessivi, di pathos e persino di soffusa poesia.

La trama è ben congegnata, sebbene le due figure femminili, Chiara Innocenti ed Elena Gentile (c’è un eco Dickensiano nei loro cognomi) siano un po’ troppo intercambiabili. L’amore, perché di romanzo d’amore e di genere si tratta, è rappresentato, analizzato e vivisezionato in tutti i suoi aspetti. Si vede che l’autrice sa di cosa parla, conosce l’animo umano, l’ineluttabilità della passione, i tempi e i modi della stessa, il dolore dell’abbandono, e li riproduce con tanta finezza psicologica.

L’amore porta all’apostasia, si sostituisce alla fede, anzi, diventa esso stesso fede, fiducia nell’intuito del proprio cuore, nei sentimenti che sono sempre innocenti, nell’amato che non tradisce.

Chiara è una suora che s’innamora, ricambiata, di Josè, un giovane spagnolo di bell’aspetto, giunto nel suo convento per indagare un passato che qui non riveliamo ma che si lega a un vecchio delitto maturato in campo ecclesiastico. La vicenda di Chiara e Josè ricalca quella precedente di Elena e Miguel, in un parallelo troppo poco caratterizzato ma comunque ricco di suspense. Quindi abbiamo amore, thriller, intrigo, atmosfera, tinte forti di stampo ottocentesco, e mi sa che l’autrice ha confidenza con tutti i bei romanzi inglesi.

La narrazione si apre con il cliché del manoscritto ritrovato e prosegue nella campagna fiorentina e senese, fra oliveti, pievi e conventi, per concludersi nella città di Granada. Marie Albes mostra un forte interesse per la cultura e per la lingua castigliana, di cui fa un uso troppo abbondante nel testo, fino a compiere la scelta opinabile di nominare i capitoli in spagnolo.

Un talento, in ogni caso, questa Marie Albes - che pare abbia scritto anche romanzi fantasy- una scrittrice di genere elegante e garbata, un'autentica, piacevole, scoperta.

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I giorni della merla

30 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

Per me la domenica è sempre uguale”, scrivevo il 16 febbraio 1970. “Ieri come sempre sono restata in casa con i miei genitori. La mattina ho giocato mentre la mia mamma faceva le faccende e il mio babbo non so. Il pomeriggio ho giocato e poi alle cinque abbiamo guardato la televisione fino a tardi poi abbiamo mangiato e dopo si è riguardato la televisione. Così succederà tutto l’inverno ma a primavera noi andremo a fare qualche gita a fine settimana.”

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi. Mi pare che le mie domeniche non siano poi tanto diverse da quelle del lontano 1970. Certo, ora esco di più, ma lo faccio per dovere, verso il marito, verso il cane e verso me stessa, ché una boccata d’aria e un po’ di movimento fanno bene. Se fossi io a decidere, però, starei tutto il giorno in casa, dopo aver pulito e messo in ordine, essermi fatta una doccia e aver indossato un tutone comodone e calzettoni di ciniglia. Ma un marito irrequieto e un mezzo border collie mal si sposano con le mie aspirazioni segrete e con la mia pigrizia innata.

E la televisione, così come i libri, è sempre stata un must nella mia vita. Non ho nessuna remora a dirlo, non temo il giudizio degli intellettuali per i quali esisti solo se leggi Tolstoj prima di dormire e se conosci a memoria tutte le poesie di Majakovskij. Io, invece, amo le fiction in costume stile Elisa di Rivombrosa e la Dama Velata e non me ne vergogno certo.

Le giornate stanno impercettibilmente allungando e anche nei fatidici giorni della merla già intravedo una luce di primavera, meno radente e obliqua, e sento profumo di erba tagliata e di salmastro nell’aria. Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.

Che cosa c’è di nuovo nel guardaroba per accompagnare questo inverno che gocciola via giorno dopo giorno, interminabile e veloce come la vita stessa?

 

La camicetta fantasia, con un tocco di tutti i colori che ho già nell’armadio e quindi facile da abbinare.

Il lupetto di lurex nero, uguale a quello che ho indossato per Natale ma comprato in saldo.

Il cappellino stile turbante da vecchia signora, impreziosito da un microscopico filo luccicante.

Il piumino in oro pallido, con la cerniera illuminata da brillantini.

Il trench, intramontabile, chic, e adatto alla primavera che speriamo arrivi presto.

I giorni della merla
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Terribili guerrieri a cavallo

24 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

Quattrocentodieci anni dopo la nascita di Cristo, una piccola schiera di barbari, i Visigoti, guidati dal re Alarico, dopo aver saccheggiato tutto l’impero d’Occidente, giunse alle porte di Roma. Dopo una lunga sosta, attaccarono. La scorreria fu breve e non recò gran danno ma creò un precedente. Roma non era più la padrona indiscussa del mondo, era una città ancora ricca ma sempre più indifesa. La via era aperta.

Così, dopo i Visigoti, scesero i ferocissimi Unni. Col naso schiacciato apposta dalle madri per entrare nell’elmo, con le gambe stortissime, brutti e letali, pare che emanassero un odore spaventoso, che indossassero per tutta la vita gli stessi abiti di pelo di topo, che inserissero carne cruda e putrefatta fra cavallo e corpo, che vivessero in sella, dove persino si cibavano, dormivano e defecavano. Saccheggiarono il Veneto ma tornarono indietro fermati dalla peste

Il papa Leone I riuscì a convincere il loro capo Attila (406-453), di cui era stato maestro quando questi era cresciuto alla corte ravennate. Attila era, infatti, uno dei principi barbari mandati all’imperatore di Roma come pegno di pace.

Gli abitanti del Veneto fuggirono dagli Unni rifugiandosi su un gruppo d’isolette deserte in mezzo alla laguna sulla costa del mare adriatico, fondando così Venezia.

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