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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

La Livorno che c'è

8 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

La Livorno che c'è

Cappuccini e chiodi?

Cacciucco e tombolate?

Ribotta e vernacolo?

Sì, ma…

…e se…

…se ci fosse, metti caso, anche un’altra Livorno?

Se una città pudica, schiva, che non grida ma parla sottovoce, che finge un “normalità”, una “pochezza” a lei estranea, ora uscisse allo scoperto?

Un sottobosco d’autori disparato e apolitico, unito, però, dalla medesima sensibilità e dall’amore per Livorno, ecco da dove sgorga questo libro.

Che si cammini nella foresta in cerca di felci, come Marco, o si gioisca per una figlia appena nata, come Fabio, o si osservi ormai il mondo da un’altra dimensione, come Gio Batta, comune è il sentire, comune la carica emotiva.

Dal particolare – la parola, il gesto, la mano, la farfalla – si accede all’universale, e se i contenuti e gli stili sono differenti, l’urgenza di Ennio, di Gio Batta, di Marco, di Fabio, di Patrizia, di Massimo, è una sola, perché una sola è l’umanità, perché uguali sono le luci e le ombre della nostra esistenza.

Anche questa è Livorno.

La Livorno che c’è.

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Guelfo Civinini

7 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #poesia

Guelfo Civinini (1873 – 1954) è nato a Livorno solo perché i genitori vi si rifugiavano per sfuggire alla malaria.

Ha vissuto principalmente a Roma, dove si è spento nel 54, ma la sua vita è stata particolare, piena attività che ne fanno un personaggio interessante, al di là della scrittura.

Corrispondente del Corriere della Sera, fu inviato di guerra in Libia e in Grecia, seguì l’impresa di Fiume di d’Annunzio e aderì al fascismo, diventando uno dei firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti” ma, dopo le leggi razziali e il patto con la Germania, si distaccò dall’ideologia di Mussolini fino a diventare scrittore “non gradito” al governo.

Fra le due guerre viaggiò molto, soprattutto in Africa orientale, dove realizzò il documentario Aethiopia per conto dell’Istituto Luce. Organizzò persino una spedizione alla vana ricerca di un esploratore morto.

Comprò sull’Argentario la Torre di Santa Liberata, compiendovi degli scavi che portarono alla luce una villa romana.

Una figlia gli morì suicida nel 29.

La sua produzione parte dalle poesie crepuscolari di L’Urna e I sentieri e le nuvole - che lo fanno rientrare a pieno diritto nel Decadentismo, con una visione intimista, malinconica e sfiduciata - passa attraverso la produzione teatrale per sfociare nel verismo delle novelle, basate sui ricordi d’infanzia e sull’ambiente maremmano ma anche africano.

Rimane famoso soprattutto per aver scritto il libretto de La fanciulla del West musicata da Giacomo Puccini.

Guelfo Civinini (1873 - 1954) was born in Livorno only because his parents took refuge there to escape malaria.

He lived mainly in Rome, where he died in 54, but his life was particular, full of activities that make him an interesting character, beyond writing.

Correspondent of Corriere della Sera, he was sent to war in Libya and Greece, followed the business of Fiume of d'Annunzio and joined fascism, becoming one of the signatories of the "Manifesto of fascist intellectuals" but, after racial laws and pact with Germany, he detached himself from Mussolini's ideology until he became a writer "unwelcome" to the government.

Between the two wars he traveled extensively, especially in East Africa, where he made the documentary Aethiopia on behalf of the Istituto Luce. He even organized an expedition in vain to find a dead explorer.

He bought the Torre di Santa Liberata on the Argentario, carrying out excavations that brought to light a Roman villa.

A daughter died of suicide in 29.

His production starts from the twilight poems of L'Urna and The paths and the clouds - which make him fully fall into Decadentism, with an intimate, melancholic and disheartened vision - passes through theatrical production to flow into the realism of the novels, based on childhood memories and on the Maremma but also African environment.

He remains famous above all for having written the libretto of La fanciulla del West set to music by Giacomo Puccini.

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Il bagitto

6 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cultura

I veri destinatari degli editti del 1591 e 93, promulgati da Ferdinando I° dei Medici, meglio noti come Leggi Livornine, furono gli ebrei sefarditi provenienti dalla penisola iberica, spagnoli, quindi, ma soprattutto portoghesi. Grazie alle leggi di Ferdinando, gli ebrei ottennero libertà di commercio, di pratica religiosa, di possesso e pubblicazione di libri. L’editoria livornese divenne poliglotta e riprodusse la babele di lingue di una città porto franco, piena di vita, di scambi culturali e commerci.

Sin dagli inizi del seicento s’insediò nella nostra città una comunità di marrani. Costoro erano stati obbligati a convertirsi al cattolicesimo ma erano rimasti giudei nell’anima e la loro lingua madre era il giudeo-portoghese.

Nel settecento si ebbe una dicotomia fra il parlare alto del ceto dirigente, che usava il portoghese, e quello basso, la lingua dei profughi e del popolo. Se il portoghese rimase la lingua della comunità fino al XIX° secolo, soprattutto negli scambi ufficiali, mentre il castigliano venne usato nella letteratura e nelle funzioni liturgiche, l’ebraico come lingua sacra e l’italiano come mezzo di comunicazione nei rapporti con la Toscana, il bagitto fu una lingua giudeo italiana, utilizzata dalla comunità labronica più popolare. Non è propriamente una lingua né un dialetto, piuttosto un gergo per capirsi fra simili senza essere compresi dagli altri.

La base linguistica è toscana, la cadenza cantilenante portoghese.

La S sonora diventa dolce, la G occupa il posto della C, la P diventa F, la V si scambia con la B, le doppie si tramutano in scempie, sparisce la caratteristica livornese del rafforzamento.

Furono scritte molte opere in bagitto, le più conosciute sono La Betulia Liberata di Luigi Duclou e La molte d’Ulufelne di Natale Falcini.

Con la dispersione della comunità ebraica durante la seconda guerra mondiale, del bagitto rimangono poche tracce, esso continua a vivere (o, almeno, continuava, fino ai decenni passati) fra i banchi del mercato, gestiti da secoli da ebrei livornesi, prima dell’avvento dei cinesi, degli indiani e dei senegalesi.

The real recipients of the edicts of 1591 and 93, promulgated by Ferdinando I ° dei Medici, better known as Leggi Livornine, were the Sephardic Jews from the Iberian peninsula, Spanish, therefore, but above all Portuguese. Thanks to the laws of Ferdinand, the Jews obtained freedom of trade, religious practice, possession and publication of books. The Livornese publishing became polyglot and reproduced the babel of languages ​​of a free port city, full of life, cultural exchanges and businesses.

From the beginning of the seventeenth century a community of Marrani settled in our city. They had been forced to convert to Catholicism but remained Jewish in soul and their mother tongue was Judeo-Portuguese.

In the eighteenth century there was a dichotomy between the high speech of the ruling class, which used Portuguese, and the low one, the language of the refugees and the people. If Portuguese remained the language of the community until the 19th century, especially in official exchanges, while Castilian was used in literature and liturgical functions, Hebrew as a sacred language and Italian as a means of communication in relations with Tuscany , the bagitto was an Italian Jewish language, used by the most popular Labronic community. It is not properly a language or a dialect, rather a jargon to understand each other without being understood by others.

The linguistic base is Tuscan, the chanting cadence Portoguese.

The sonorous S becomes sweet, the G occupies the place of the C, the P becomes F, the V is exchanged with the B, the doubles turn into singles, the Livornese characteristic of strengthening disappears.

Many works in bagitto were written, the best known of which are Luigi Duclou's La Betulia Liberata and La molte d’Ulufelne by Natale Falcini.

With the dispersion of the Jewish community during the Second World War, few traces of the bagitto remain, it continues to live (or, at least, continued, until past decades) among the market stalls, managed for centuries by Livornese Jews, before advent of the Chinese, Indians and Senegalese.

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Giuseppe Bandi

5 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Giuseppe Bandi

Giuseppe Bandi (1834-1894) è nato a Gavorrano. Il padre è un funzionario del governo granducale e il suo incarico porta la famiglia Bandi a stabilirsi in diverse città della toscana. Bandi diviene segretario della Giovane Italia e per questo motivo è arrestato nel 1857 e poi ancora l'anno successivo per aver favorito dei latitanti mazziniani.

Come tanti suoi coetanei romantici, alterna la poesia all'iniziativa politica. Partecipa alla seconda e poi alla terza guerra d'indipendenza, s'imbarca da Quarto con i mille e viene ferito a Calatafimi, esperienza che riporterà nelle pagine del suo libro più famoso: I mille, da Genova a Capua.

Dopo il 1870, unita ormai l'Italia, lascia l'esercito e si dedica al giornalismo, dirigendo la Gazzetta livornese, quotidiano conservatore. Nel 1877 fonda anche giornale della sera, Il Telegrafo, attuale Il Tirreno, monopolizzando l'informazione cittadina.

Scrive romanzi nel genere storico -guerrazziano che pubblica a puntate nelle appendici dei suoi e degli altri giornali.

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Pietro Mascagni

4 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Pietro Mascagni

Pietro Mascagni (1863 - 1945) era nato in piazza delle Erbe, suo padre aveva un'avviata panetteria sotto casa ed era molto conosciuto a Livorno. Alto, dinoccolato, sempre rasato, con l'aria da ragazzo, gli occhi chiari, il ciuffo ribelle, Pietro aveva un'anima labronica spontanea, immediata, incapace di tacere e poco diplomatica. Oscillava fra l'entusiasmo e l'abbattimento, l'euforia e la malinconia. Per tutta la vita si mostrò esuberante, lottando per non far trapelare la tristezza, il malumore.

Suo padre non fu contento quando decise di dedicarsi completamente alla musica e s'iscrisse al conservatorio di Milano, dove divise una stanza con Giacomo Puccini, contribuendo a creare, forse, l'atmosfera goliardica e l'ambiente che furono d'ispirazione per la Boheme. In conservatorio si trovò male, seguiva i corsi con irregolarità, ebbe a ridire col direttore Ponchielli, alla fine se ne andò e cominciò a lavorare come direttore d'orchestra in giro per l'Italia finché non gli fu offerto un posto fisso a Cerignola.

Nel 1888 s'iscrisse a un concorso, indetto dalla casa editrice Sonzogno, per un'opera in un singolo atto. Chiese la collaborazione dell'amico Giovanni Targioni Tozzetti e di Guido Menasci, che riadattarono un dramma tratto dalla novella Cavalleria Rusticana di Verga. L'opera fu terminata il giorno della scadenza del concorso e vinse su 73 partecipanti. Fu un successo immenso, ripetuto in ogni teatro in cui fu presentata e mai più uguagliato da nessuna opera successiva, né Iris, né L'amico Fritz, né Le Maschere etc. Peccato che Verga accusò Mascagni di plagio, vinse la causa e ottenne un forte risarcimento.

Cavalleria Rusticana è la prima opera musicale verista a pieno titolo, della "Giovane scuola italiana" - come I Pagliacci di Leoncavallo e la Boheme pucciniana - laddove le altre opere mascagnane sono, prima, vagamente decadenti, secondo il gusto dell'epoca, poi, espressioniste, soggettive, tese a riprodurre la realtà con gli occhi dell'anima. La sua musica è definita esasperata perché ricca di acuti e di declamato.

Mascagni morì nella camera del suo albergo a Roma, nel 51, il suo corpo fu traslato al cimitero della Misericordia, dove si può ammirare il mausoleo.

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Amedeo Modigliani

3 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #personaggi da conoscere

Amedeo Modigliani

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega.

La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne.

Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane.

Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli.

Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita.

Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile. e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei.

Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo.

La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia, Modigliani senza leggenda che, insieme al libro di Corrado Augias, Modigliani, l'ultimo romantico, è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film Modigliani, i colori dell'anima, del 2004, di Mick Davis.

La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide.

Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.

Amedeo Modigliani
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Guglielmo Micheli: allievo di Fattori, maestro di Modì

27 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #personaggi da conoscere

Guglielmo Micheli was born in Livorno on October 12, 1866, he will be remembered above all as a pupil of Fattori and teacher of Modigliani.

Son of a typographer, in 1888 he married the granddaughter of the sculptor Giovanni Paganucci but the marriage met the opposition of the young woman's family, given the still uncertain economic position of Micheli.

From 1894 to 1906 he always lived in Livorno, where he founded and directed a drawing school. His studio became a meeting and learning point for many painters of the post-Macchiaiol generation, including Amedeo Modigliani, Gino Romiti, Oscar Chiglia, Llewelyn Lloyd, Manlio Martinelli, Benvenuto Benvenuti, Renato Natali, Raffaello Gambogi.

It is thanks to Lloyd's memories that we know Micheli's teaching methods, which leaves students alone with the model in pose, recommending them to think about shapes and tones. On his return he makes his comments but never intervenes on the paintings.

During the summer it is easy to meet Giovanni Fattori in his studio. Fattori was his teacher, he prefers and favors him. Their correspondence between 1890 and 1908 shows the privileged relationship between the two. Fattori has great respect for the student: "I taught Memo to make horses," he says, "and he taught me to make marines."

Micheli's early studies depicting pairs of oxen, horses and landscapes are in factorian style, both as a trait and as a subject.

Then the student will find his specificity and expressive autonomy. In his maturity, in fact, Micheli dedicates himself to landscapes, in particular he portrays bright seas.

He also dedicates himself to the engraving and illustration of books for the Belforte publishing house in Livorno.

He also dies in Livorno in 1926

 

 

 

Guglielmo Micheli nasce a Livorno il 12 ottobre 1866, sarà ricordato soprattutto come allievo di Fattori e maestro di Modigliani.

Figlio di un tipografo, nel 1888 sposa la nipote dello scultore livornese Giovanni Paganucci ma il matrimonio incontra l’opposizione della famiglia della giovane, vista l’ancora incerta posizione economica di Micheli.

Dal 1894 al 1906 vive sempre a Livorno, dove fonda e dirige una scuola di disegno. Il suo studio diventa un punto d’incontro e di apprendimento per molti pittori della generazione postmacchiaiola, tra cui Amedeo Modigliani, Gino Romiti, Oscar Chiglia, Llewelyn Lloyd, Manlio Martinelli, Benvenuto Benvenuti, Renato Natali, Raffaello Gambogi.

È grazie ai ricordi di Lloyd che conosciamo i metodi d’insegnamento del Micheli, che lascia gli allievi soli con il modello in posa, raccomandando loro di pensare alle forme durante il disegno e ai toni nella pittura. Al ritorno fa i suoi commenti ma non interviene mai sui dipinti.

Durante l’estate è facile incontrare nel suo studio Giovanni Fattori. Il Fattori è stato suo maestro, lo predilige e lo favorisce. Dalla loro corrispondenza, intercorsa fra il 1890 e il 1908, si evince il rapporto privilegiato fra i due. Fattori ha grande stima dell’allievo: “Io ho insegnato a Memo a far cavalli”, dice, “e lui a me a far marine.”

Sono di stile fattoriano, sia come tratto sia come soggetto, i primi studi di Micheli, che ritraggono coppie di buoi, cavalli, paesaggi.

In seguito l’allievo troverà una sua specificità e autonomia espressiva. Nella maturità, infatti, Micheli si dedica ai paesaggi, in particolare ritrae marine luminose.

Si dedica anche all’incisione e all’illustrazione di libri per la casa editrice Belforte di Livorno.

Muore, sempre a Livorno, nel 1926

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Nasce Atlantide, nuova casa editrice indipendente

25 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #case editrici

Nasce Atlantide, nuova casa editrice indipendente

"Nasce ATLANTIDE Un nuovo modello editoriale e culturale. Fuori dal tempo – Fuori dai format –Fuori dalle convenzioni.

Dieci titoli l’anno. 999 copie per ciascun volume. Esclusivamente nelle migliori librerie indipendenti e su abbonamento. Sono queste le caratteristiche della neonata casa editrice indipendente romana ATLANTIDE che ha come direttore editoriale Simone Caltabellota, già direttore editoriale di Fazi Editore e di Lain con alle spalle milioni di copie vendute.

ATLANTIDE nasce come progetto indipendente e libero portato avanti da tre scrittori (Simone Caltabellota, Gianni Miraglia, Flavia Piccinni) e da un direttore di produzione dalla lunga esperienza nel mondo editoriale (Francesco Pedicini). Nasce dal rifiuto dell’attuale produzione abnorme e dettata dalle mode dell’editoria di oggi per restituire il senso più profondo dei libri, e dell’editoria più visionaria e attenta alla cura artigianale.

Non è in crisi il libro – spiega il direttore editoriale Simone Caltabellota - ma il sistema editoriale che lo veicola. In questi tempi di produzione frenetica e spesso casuale il libro non è più il centro del lavoro editoriale. ATLANTIDE intende invece recuperare la centralità dei testi e delle storie, e il senso più profondo del loro essere fuori dal tempo oltre ogni meccanismo produttivo consolidato”.

Per questo, Atlantide pubblicherà opere di assoluto valore letterario, scientifico, artistico e filosofico, capolavori dimenticati e testi destinati a diventare i classici di domani, in tirature limitate e numerate distribuite attraverso una rete di librerie fiduciarie indipendenti e direttamente da internet.

Vogliamo creare un canale preferenziale con i nostri lettori – continua Caltabellota -. Per questo pubblichiamo solo 999 copie per ogni libro, e ogni copia è numerata. Non andremo né su Amazon né nelle grandi catene. Desideriamo che i lettori ci vengano a cercare, che si confrontino con noi, che partecipino agli incontri che organizziamo nelle nostre librerie fiduciarie, che ci consiglino, che diventino parte di una comunità editoriale aperta che punta solo a fare libri di qualità. A breve lanceremo anche un crowdfunding online, così chi vorrà sostenerci potrà farlo e in cambio riceverà non solo i nostri libri, ma anche tutto ciò che ci ha aiutato a costruirli, dai giri di bozze alle cianografiche”.

I primi libri di ATLANTIDE, già ordinabili presso il sito dell’editore www.edizionidiatlantide.it, saranno in librerie indipendenti e selezionate all’inizio di dicembre. I primi tre libri sono il saggio storico-critico di Adriano Tilgher Filosofi Antichi, uno dei capolavori dimenticati della letteratura americana del Novecento, Ritratto di Jennie di Robert Nathan e una graphic novel ante litteram, Tomaso di Vittorio Accornero, splendido romanzo illustrato degli anni Quaranta. I testi, numerati da 1 a 999, sono tutti caratterizzati dalla grande cura editoriale, e sono stampati su carta Aralda da 100 gr. della cartiera Favini, con copertine stampate su cartoncino Chagall bianco da 260 gr. delle cartiere di Cordenons. Fanno parte di Atlantide: Simone Caltabellota (direttore editoriale), Francesco Pedicini (direttore commerciale), Gianni Miraglia (marketing manager) e Flavia Piccinni (responsabile redazione).

Intervista al Direttore Editoriale Simone Caltabellota che, dopo aver scoperto casi editoriali come Melissa P. e J.T.Leroy e aver venduto milioni di copie, adesso punta a venderne 999. Dodici titoli l’anno. 999 copie per ciascun volume. Esclusivamente in librerie indipendenti e su abbonamento.

Simone Caltabellota, come nasce ATLANTIDE?

Atlantide nasce dall'incontro di alcune persone: Flavia Piccinni, Gianni Miraglia, Francesco Pedicini e il sottoscritto. Il fatto di essere amici è stato un elemento importante per decidere di creare insieme una nuova casa editrice, ma evidentemente il punto di partenza è stata la comune consapevolezza che il modello editoriale, commerciale e distributivo che abbiamo conosciuto e che è esistito dagli anni Sessanta fino a oggi, adesso non esiste più. E, anzi, non ha più ragione di esistere se non per gli agglomerati (come del resto è accaduto già per la discografia). Non credo nemmeno che sia necessariamente un male, semplicemente è così. ATLANTIDE nasce da questa consapevolezza e dal desiderio di immaginare un modello diverso, al cui centro siano di nuovo i libri e i lettori, e non il meccanismo distributivo e di diffusione di massa per il quale ciò che accade è che quanto si pubblica è sempre di più qualcosa che si avvicina molto all’idea di “format” per genere, “personaggio” promuovibile, tendenze di mercato, penso per esempio alla recente moda dei libri nati da canali youtube. ATLANTIDE guarda certamente alla nostra tradizione letteraria ed editoriale degli anni Trenta, ma allo stesso tempo non solo non è “nostalgica”, ma semmai visionaria e fuori dal tempo.

Qual è l’obiettivo di Atlantide?

Vogliamo recuperare il rapporto con i lettori. Non mi vergogno di dire che dopo aver venduto milioni di copie con JT Leroy, Melissa P. e Stephenie Meyer (libri che continuo a considerare vere e proprie avanguardie di sensibilità, che segnalavano e rendevano visibile e tangibile il sentimento del tempo, non lo seguivano sulla scia di altri successi del genere), ora punto a trovare 999 lettori per ogni libro.

Che cosa pubblicherà ATLANTIDE?

Pubblicheremo dieci-dodici titoli all’anno a partire dalla fine di novembre, due o tre nuovi titoli ogni stagione, in edizioni di pregio e tirature limitate e numerate che diffonderemo direttamente in alcune delle migliori librerie indipendenti d’Italia (all’inizio una sessantina) senza passare attraverso la distribuzione tradizionale, e soprattutto senza essere presenti in librerie di catena. Quindi niente Feltrinelli, Mondadori, Giunti né su Amazon. Ad aprile-maggio del 2016 pubblicheremo, in una tiratura maggiore, la nostra prima autrice contemporanea, NADA, che da vera rocker indipendente ci ha scelto per il suo nuovo romanzo.

Visto che non sarete sui network tradizionali, dove sarà possibile comprare i libri di Atlantide?

Abbiamo già iniziato una raccolta abbonamenti, proponendo come crowdfunding il preacquisto di tre, sei o dieci libri: i risultati sono straordinari. Si stanno abbonando moltissime persone, lettori diversissimi tra di loro, ma accomunati dalla medesima difficoltà di trovare in libreria libri davvero interessanti e originali, e anche vari intellettuali, artisti e scrittori.

È possibile ordinare i libri sul nostro sito internet (www.edizionidiatlantide.it) oppure scrivere direttamente a abbonamenti@edizionidiatlantide.it

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Simone Giusti, "Pisa Connection"

22 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #simone giusti

Pisa Connection

Simone Giusti

Marchetti Editore, 2015

pp 108

10,00

Simone Giusti, di cui avevo letto il delicato racconto per bambini Il giardino di bosco fitto, inaugura la nuova collana Pulp, da lui diretta per Marchetti Editore, col romanzo breve Pisa Connection. Tutto un altro stile, tutta un’altra grinta ma sempre la medesima ottima scrittura.

La vicenda ruota attorno ad un attentato islamico da compiersi ai danni del presidente del consiglio, mentre questi tiene un discorso in Piazza dei Miracoli a Pisa. Mi vengono i brividi a pensare che il romanzo è stato pubblicato pochi giorni prima dei tragici fatti di Parigi e, allora, i balordi terroristi drogati, che una risata dovrebbe seppellire, non sembrano nemmeno più tanto grotteschi e paiono usciti dalle cronache degli ultimi giorni.

Il tizio aveva detto di aver seguito i loro movimenti, soprattutto quelli di Fael che aveva un portale facebook con trecentoventisei iscritti su cui condivideva idee fondamentaliste assieme a video rap, foto di donne seminude e promozioni di kebab in piadina. La pagina si chiamava Al-Kebab, in copertina aveva un ninja che affetta una cipolla rossa. La scritta in arabo con caratteri dorati e sbrilluccicanti riportava: ne resterà soltanto uno. Un utente stordito una volta gli aveva segnalato la copertina come foto di decapitazione.” (pag 77)

A questo attentato s’intreccia l’odissea di Jimbo, un tossico alla disperata ricerca della sua dose quotidiana di metanfetamina. Jimbo non è descritto se non per pochi tratti: i capelli radi, la canottiera svolazzante, il motorino scassato. Jimbo è uno dei tanti drogati che incrociamo per strada, scansandoci con un po’ di disgusto quando ci chiedono uno spicciolo “per la benzina”. La sua esistenza si compie ogni giorno dal tramonto all’alba, concentrandosi tutta nella ricerca della dose. Jimbo non pensa, se non per quel che gli serve, non s’interessa del mondo circostante, non mangia, non beve ma ogni notte compie un viaggio mitico, una sorta di quest della dose che gli procurerà il flash e lo renderà immune a dolore e fatica per altre ventiquattro ore.

Attorno a lui pullula una miriade di personaggi bizzarri e squallidi, ai quali è dedicato di volta in volta un capitolo, così si scivola da un capitolo all’altro, da un personaggio all’altro, mentre, nel contempo, la trama avanza e ci ritroviamo alla fine in un batter d’occhio.

Quella che viene descritta non è la Pisa di quando frequentavo l’università negli anni ottanta, è la città che ci viene incontro non appena usciamo nel piazzale della Stazione, fra negozi di kebab, pizza al taglio e paccottiglia cinese per turisti. È un sottoproletariato di puttane e protettori, di extracomunitari, di drogati, di carabinieri, di terroristi a burro e formaggio e poliziotti che sembrano usciti da un film di Scuola di polizia (il mitico Tackleberry), tutti scandagliati dall’interno senza censura, nei loro pensieri più vili e meschini. L’unica pietà è per la vicenda della prostituta Fatjona, raccontata con una commozione che traspare. Tutto il resto è sporcizia, degrado, droga, sesso, emarginazione, è pulp insomma.

Simone Giusti sembra trattare gli argomenti con ironia e leggerezza, cercando simpatie per il povero, triste, Jimbo ma si capisce che sa di cosa parla, non ha creato delle figure a caso ma si è documentato e la descrizione del dopo attentato (pag 104-105) ha qualcosa di sinistramente profetico.

Sotto il linguaggio semplificato e il turpiloquio, s’intravedono molte letture, ma non solo, anche molto cinema, in una multimedialità che caratterizza i giovani autori. Il bagaglio culturale, insomma, non deve più per forza essere solo letterario, potendo ormai, l’immaginario collettivo, attingere a più fonti, come cinema, appunto, televisione, fumetto, videogames e persino i giochi di ruolo, di cui Giusti si dichiara appassionato.

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Giovanni Fattori

20 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #pittura, #personaggi da conoscere, #poli patrizia

 

"Fattori’s painting” says Argan, "is not the academic, generic and evasive design; it is, as it was in the Tuscan figurative culture of the fifteenth century, a design that penetrates, defines, engraves. " (G.C. Argan, "History of Italian art, Sansoni, 1979)

Giovanni Fattori (1825 - 1908) was born in Livorno but then moved to Florence, coming into contact with the group of painters who met at the Michelangelo cafe, in via Larga (now via Cavour).

He starts as a romantic but his artistic maturity and his most prolific moment are concentrated after forty years when, together with Telemaco Signorini and Silvestro Lega, he becomes one of the main Macchiaioli artists. The phenomenon is a precursor of Impressionism and is linked to the Risorgimento ideological framework, of which Fattori is part, being a member of the Action Party. He will retain an indelible memory of the siege of Livorno.

According to the Macchiaioli theory, the painter must render the truth as his eye perceives it, with coloured patches of light and shadow, without cultural prejudices. Indeed, Fattori considers himself a "man without letters", capable of grasping the present, the moment in action. And, however, the identification of the artist with the subject is never achieved, there is always a testimony, a comment, an ethical evaluation.

One of his favourite themes is military life, captured in everyday life, the other great subject is the rural landscape of the Maremma, with cowboys, oxen and horses.

In his life, Fattori is often in financial difficulty, he returns to Livorno to assist his sick wife who then dies of tuberculosis. The painter then travels, visiting Europe, the United States and South America. He also stays in Fauglia and Castiglioncello, a guest of friends.

Towards the end of his artistic career he dedicated himself to etching, a technique consisting of etching a metal plate with acid.

He died in Florence in 1908.

 

 

 

 

Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.” (G.C. Argan, “Storia dell’arte italiana, Sansoni, 1979)

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).

Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale Fattori fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.

Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica.

Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.

Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.

Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.

Muore a Firenze nel 1908.

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