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Premio Francesco Gelmi
Informiamo dell'apertura del bando relativo al Premio letterario Francesco Gelmi di Caporiacco.
Il Premio è promosso e sostenuto dall’Associazione culturale Francesco Gelmi, dai quotidiani L’Adige, Corriere del Trentino, Corriere dell’Alto Adige e dalla rivista di studi storici Archivio trentino, edita dalla Fondazione Museo storico del Trentino.
Il tema della settima edizione, come potrete leggere dal bando stesso, è «Dialoghi, la narrativa come casa comune oltre la soglia dell’esilio». Come per le precedenti edizioni, la giuria del Premio, cui partecipano personalità di spicco della cultura, sarà presieduta dall’illustre filologo, storico e saggista Luciano Canfora.
Si ricorda che la scadenza per la partecipazione è fissata inderogabilmente 30 ottobre 2015.
Per scaricare il bando
Per maggiori informazioni scrivere a premiogelmi@adige.it
Il racconto ritrovato
L’Associazione IL RACCONTO RITROVATO, costituita 15 anni fa, si occupa di letteratura con un proprio sito www.viaggiandonelleparole.it
Il progetto nasce dalla lunga esperienza in campo letterario della sua fondatrice, Vera Vasques, che per decenni è stata, con la sua libreria, un centro riconosciuto della cultura torinese.
Ogni anno l’Associazione istituisce un premio, dedicato quest’anno al romanzo.
Il primo premio è di 1.000 euro, oltre alla pubblicazione e alla distribuzione nelle librerie del romanzo, da parte della Neos Edizioni, mentre un attestato di merito sarà consegnato agli altri quattro migliori romanzi.
La valutazione da parte della Giuria, composta da Bruno Gambarotta- Presidente e da Fiorenzo Alfieri, Evelina Christillin, Valentino Castellani, Paolo Messina si è appena conclusa.
La premiazione avrà luogo domani sabato 3 Ottobre, alle ore 17 presso la Villa La Tesoriera.
Carlo Bini

“Città di pittori, Livorno neanche sospetta di aver avuto tra i suoi figli migliori anche qualche buon poeta. Incuriosa di sé e della sua storia, ferma ai miti del Fattori e del Mascagni (gli unici a suo avviso – che le servono a tener testa alla boria delle consorelle toscane), Livorno si è dimenticata così anche di Carlo Bini.”g>
Così Giorgio Fontanelli esordisce nella prefazione a Il forte della Stella di Carlo Bini, (1806 – 1842) un altro dei personaggi dimenticati e trascurati della storia e della letteratura, non solo livornese ma nazionale.
Democratico e romantico, fu brillante, intelligente, creativo, ma di carattere irrequieto, indocile e ribelle. Nacque da famiglia umile, in Via delle Galere, frequentò il collegio dei barnabiti, dove conobbe il Guerrazzi, ma fu costretto a interrompere gli studi e dedicarsi controvoglia al banco di granaglie e cereali del padre, cosa che lo umiliò e condizionò per tutta l’esistenza, frustrando le sue aspirazioni politiche e intellettuali. Continuò a studiare da autodidatta, imparando da solo greco e latino ma anche tedesco, francese e inglese, traducendo Byron e Sterne
Insieme a un gruppo di giovani di buona volontà, fra i quali Guerrazzi e Mazzini, fondò nel 1829 L’indicatore livornese, giornale politico ma anche letterario, il cui motto era Alere flammam, alimentare la fiamma! Lo diresse con Guerrazzi fino al trenta, poi attirarono l’attenzione del granducato per la loro vicinanza a Mazzini e alla Giovane Italia e per il proselitismo negli ambienti popolari. Bini amava frequentare, infatti, i quartieri più umili della città, mescolandosi a operai e navicellai, restando coinvolto nelle zuffe in bettole e taverne fino a esserne seriamente ferito. Come afferma Mazzini: “La sua gioventù trascorse fra i rozzi e rissosi popolani della Venezia.” C’è chi sostiene che l’arresto fu dovuto anche ad un articolo scritto da Bini contro l’accademia culturale labronica, che, a suo dire, si occupava solo di "cianciafruscole in prosa ed in rima". Gli accademici livornesi fecero giungere l'eco delle loro querele per gli oltraggi del Bini sino all'orecchio del Granduca.
Nel carcere di Portoferraio, in cui rimase da settembre a dicembre del 1833, Bini scrisse le sue due opere principali. La più conosciuta è il Manoscritto di un prigioniero, che è rimasto famoso nella memorialistica risorgimentale come scritto rivoluzionario per l’epoca, perché rivendicava i diritti dei poveri alla stregua del Saint Simon, il fondatore del socialismo.
“Una ferma volontà di rigore stilistico, col proposito di alleggerire e sollevare la materia in un romantico arabesco di riflessioni ironiche, di fantasie e di umorismo alla Sterne, si vede […] nel Manoscritto di un prigioniero (1833) del livornese CARLO BINI, ma dietro lo scintillio di quell’arte ancora immatura e apparentemente svagata sta uno spirito serio, pensoso, preoccupato delle ingiustizie sociali” (Natalino Sapegno)
L’altra opera è Il forte della stella, atto unico teatrale di cui furono pubblicati solo pochi esemplari.
“Messere, io non ho mai visto la giustizia; però non so dirvi se ella sia cieca, o se abbia vista di lince, o se porti gli occhiali. La vedrei bensì volentieri cotesta matrona; la vedrei volentieri non per altro, badate, che per baciarle le mani. Solamente vi dirò, che a Livorno un contadino una volta affacciandosi a un tribunale a dimandare se stesse lì la Giustizia, gli fu risposto aspramente: - Fuori, fuori; qui non ci sta la Giustizia.” Carlo Bini, “Il forte della Stella” (pag.226)
Anche quando frequentò i salotti, Bini vi trasferì il suo gusto guascone, l’irriverenza labronica, il sarcasmo che mitigava la retorica romantica, la capacità di trasformare in cultura il quotidiano - forse tutte caratteristiche dovute ai suoi trascorsi da venditore - ma seppe arricchirle di uno spirito intellettuale tutt’altro che provinciale, bensì europeo.
Oltre agli scritti politici, produsse anche testi privati, come l’accorata lettera al padre e le settantotto epistole per Adele Perfetti, adultera alto borghese, sua amante per un anno, poi deceduta. La morte di Adele lo gettò nello sconforto e lo allontanò dalla politica, suscitando lo sdegno morale del Guerrazzi.
A rivalutarlo, invece, fu Mazzini, che scrisse una prefazione anonima ai suoi scritti, dopo la sua morte, avvenuta nel 1842.
Riferimenti
Giorgio Fontanelli, prefazione a Carlo Bini, Il forte della Stella, Successori Le Monnier, Firenze, 1869
www.intratext.com/IXT/ITA2438/_P6.HTM
Democratic and romantic, Carlo Bini was brilliant, intelligent, creative, but restless, indocile and rebellious. He was born of a humble family, in Via delle Galere in Livorno, he attended the college of the Barnabites, where he met Guerrazzi, but was forced to interrupt his studies and unwillingly devote himself to the father's grain and cereal stand, which humiliated and conditioned him throughout the existence, frustrating his political and intellectual aspirations. He continued to study as a self-taught, learning Greek and Latin alone but also German, French and English, translating Byron and Sterne
Together with a group of young people of good will, including Guerrazzi and Mazzini, he founded the Indicatore livornese, political but also literary newspaper, whose motto was Alere flammam, to feed the flame! He directed it with Guerrazzi until the thirties, then they attracted the attention of the Grand Duchy for their proximity to Mazzini and for Young Italy and for proselytism in popular circles. In fact, Bini loved to frequent the humblest districts of the city, mixing with workers and shipbuilders, getting involved in the scuffles in taverns until he was seriously injured. As Mazzini states: "His youth was spent among the rough and quarrelsome people of Venice district." There are those who argue that the arrest was also due to an article written by Bini against the Labronic cultural academy, which, according to him, dealt only with "pranks and rhyming jokes". The Livornese academics sent the echo of their lawsuits for Bini's outrages to the ear of the Grand Duke.
In the Portoferraio prison, where he stayed from September to December 1933, Bini wrote his two main works. The best known is the Manuscript of a prisoner, who remained famous in the Risorgimento memorials as a revolutionary writing for the time, because he claimed the rights of the poor in the same way as Saint Simon, the founder of socialism.
"A firm will of stylistic rigor, with the aim of lightening and raising the material in a romantic arabesque of ironic reflections, fantasies and humor as the one of Sterne, can be seen [...] in the Manuscript of a prisoner (1833) by CARLO BINI from Livorno, but behind the sparkle of that still immature and apparently absent-minded art lies a serious, pensive spirit, worried about social injustices "(Natalino Sapegno)
The other work is Il forte della stella, a single theatrical act of which only a few copies were published.
“Sir, I have never seen justice; so I can't tell you if she is blind, or if she has a lynx sight, or if she wears glasses. I would rather see this matron willingly; I would gladly see her for nothing else, mind you, to kiss her hands. Only I will tell you, that in Livorno a farmer once looking out to a court to ask for justice, was replied harshly: - Outside, outside; here there is no justice. " Carlo Bini, "The Fort of the Star" (pag.226)
Even when he frequented the literary salons, Bini transferred there his Gascon taste, the Labronic irreverence, the sarcasm that mitigated the romantic rhetoric, the ability to transform everyday life into culture - perhaps all characteristics due to his past as a seller - but he was able to enrich them with an intellectual spirit that is anything but provincial, rather European.
In addition to political writings, he also produced private texts, such as the heartfelt letter to his father and the seventy-eight epistles for Adele Perfetti, an adulterer of the bourgeois, his lover for a year, then deceased. Adele's death threw him into despair and turned him away from politics, arousing Guerrazzi's moral indignation.
To revalue him, however, was Mazzini, who wrote an anonymous preface to his writings, after his death, which occurred in 1842.
L'industria del corallo a Livorno
L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecent, ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.
Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo visitano le fabbriche.
Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.
Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.
Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.
Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.
Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi che pescano in Algeria di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.
Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.
Hemingway nei luoghi di Hemingway
Il mojito lo ha inventato Hemingway: acqua, limone, rum e hierba buena. Lo sorseggio alla Bodeguita del medio, nel centro dell’Habana Vieja, dove lo scrittore si fermava a bere e chiacchierare. La Finca Vigia è chiusa per restauri, ma ho visitato la camera dove alloggiava all’Ambos Mundos. Ho visto la sua macchina per scrivere sotto una teca di vetro, la foto col marlin appena pescato, e, sul letto, un’ingiallita edizione in lingua spagnola de Il vecchio e il mare.
Quando viaggio amo portarmi dietro libri a tema. L’anno scorso, a Mosca, giravo con Il maestro e Margherita, di Bulgakov, quest’anno in valigia ho messo Avere e non avere. Pubblicato nel 1937, ambientato fra Key West – Florida - e Cuba, si snoda su un mare sporco di sargassi, azzurro come gli occhi di una bella ragazza al mattino presto, grigio verde al tramonto. La trilogia di Harry Morgan è basata su tre racconti trasformati in un unico romanzo con lo stesso protagonista, il virile Harry, massiccio e dai tratti somatici vagamente tartari, contrabbandiere per necessità.
C’è molta avventura alla Hemingway, ma anche un po’ di timido socialismo tenuto a freno, quasi un anticipo di istanze che sfoceranno poi nella rivoluzione del Che. Ma, soprattutto, c’è l’occhio dello scrittore, spietato e compassionevole, capace di cogliere ed analizzare quello che lo circonda, in un tentativo, mai completo e sempre letterario, di riproduzione mimetica del vero. L’autore recupera ciò che sente raccontare nei bar del L’Avana e lo adatta a sé, rielaborando la materia a favore della finzione narrativa. Il suo è un mondo di uomini duri, che bevono, fumano, pescano, si nutrono di emozioni forti, non sempre condivisibili, come la caccia e le corride. Uomini che uccidono se serve, ma lo fanno senza compiacimento e con fastidio, con una specie di laconica pietà. Maschere di finta indifferenza alla Humphrey Bogart, interprete, insieme a Lauren Bacall, di Acque del sud (1944), libero adattamento cinematografico del romanzo. Questi uomini, un po’ pirati anche nel cognome, alla fine, sanno pure morire. Ma un uomo da solo, come afferma Harry, “un uomo da solo non può. “One man alone ain’t got… no chance”.
C’è pure un tocco di metaletteratura, c’è uno scrittore che vede un personaggio (la moglie di Harry) e ne immagina la vita sbagliandola completamente, pensando che quella donna non sia amata dal marito, il quale, invece, sta facendo tutto per lei e per le figlie. Perché al mondo c’è chi ha e chi non ha. Ci sono i debosciati ricconi proprietari degli yacht, con le loro angosce private, e i poveri pescatori, gli operai, c’è gente che beve per noia e gente che lo fa per disperazione.
Molte cose sono pensate ma di detto abbiamo ben poco, è il solito stile implicito, conciso e inarticolato di Hemingway, così bello, così imitato e così inimitabile.
Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"
L’uomo del sorriso
Di Patrizia Poli
Marchetti editore.
L’UOMO DEL SORRISO, un libro che testimonia l’impegno letterario di Patrizia Poli, impegno vissuto come ricerca, studio e riflessione su una materia di non facile approccio, nonché il rigore stilistico, la sobrietà, l’interiore soffusa lacerazione nel timore di raccontare male o dire troppo su un personaggio di cui la tradizione ci ha regalato numerose testimonianze, alcune condivisibili e di fonte sicura, altre dubbie e difficili da accettare; in realtà un tentativo forse inconsapevole di narrare a se stessa una verità essenziale circa lo speciale protagonista, attraverso le sfaccettature di tutti i personaggi che ruotano intorno alla sua figura fino all’epilogo doloroso della morte.
La personalità di Maria di Magdala appare fin dalle prime pagine complessa e assetata di conoscenza, così come a tratti disperata e solitaria, fino al punto di abituarsi a parlare da sola da quando sua madre muore. Non è contenta della sua esistenza e, nel degradarsi, si disprezza e non comprende il senso della vita e di tutte le cose, tuttavia, pur non avendone nessuna, cerca una via d’uscita. Forse per questo è tanto attirata dalla comunità degli Esseni, sicura che possiedano la conoscenza, mentre il tormento della ricerca di senso la angustia fino a crearle un vuoto interiore difficile da identificare. Apprende, spiando gli incontri del gruppo di adepti, la necessità di una vita pura e rigorosa e l'obbedienza alle leggi; si insinua in lei il pensiero che Dio sia un’unica identità e tutto ciò che esiste nell'universo trovi compimento in uno solo.
Il colloquio con Giovanni il Battista mette in crisi certezze che in entrambi non sono più tali soprattutto per la presenza dell’Emmanuele, figlio di Maria di Nazareth, nato ai tempi della stella, vicino a Dio come nessuno. Proprio per questo Giovanni si è ritirato in crisi profonda nel deserto, ormai ostile a tutti e sempre più conquistato dalle parole di lui. Ritornato nella comunità, si dà a battezzare, preannunciando l’arrivo del Messia e la venuta del Regno di Dio. Maria di Magdala, privata del sostegno dell’amato Giovanni, sente sempre più che non può fare a meno di seguire, insieme a tutti gli altri, il figlio del falegname che tutti chiamano Yeshua ed è cugino di Giovanni. Ne rimane folgorata, pur non comprendendo il motivo della sua grandezza e della grande capacità di catalizzare le folle. Ne riceve in cambio un sorriso che è dolce e ironico insieme, ma il ragionamento la porta a negare qualunque particolare dignità a Yeshua.
Proprio come è avvenuto a Giovanni nel deserto, quando, nell’asserire l'esistenza di Dio, si è chiesto come abbia dato vita a tutte le cose e se ami proprio tutto quello che ha creato, e poi ancora le stesse domande che ogni uomo mortale si fa, domande che si materializzano giusto il tempo prima di morire per soddisfare il capriccio di Salomè, ma in tempo per esortare a seguire il Messia: chi sia poi il Messia tanto misterioso non capisce, capisce invece l'immensa forza generatrice che chiama vita.
Maria si deve confrontare ora con la morte, quella che diventa realtà concreta nella minaccia operata nei confronti di Giovanni il Battista. La disperazione l’assale e l’inquietudine la tormenta, come avviene peraltro in Maria Madre di Yeshua, e come in Yeshua stesso, nell’una perché le pesa il distacco di un figlio sempre lontano a predicare e perché presagisce il dolore imminente e il pesante destino dell’uomo, nell'altro perché ogni cosa, ogni gesto e ogni parola che esce dalle sue labbra è espressione, in lui umano e prescelto, fragile e carismatico insieme, della volontà di Dio, che ha posto la sua mano sul suo capo. Anch’egli è rimasto a tratti incuriosito da Maria di Magdala, sin dalle prime apparizioni, e in lei ravvisa il piacere e la profonda umanità del peccato, quale inclinazione naturale della imperfezione umana tranne che per lui, e lo sa bene, essendo stato prescelto, che dovrà vincere il dissidio interiore e abbandonare tutto quello che ama e tutto quello che arricchisce la vita di un essere umano per conformarsi a una Volontà superiore.
Tale consapevolezza finisce col trascinare nella solitudine lui e i compagni che lo seguono, soprattutto Kefa, anch’egli prescelto tra i discepoli, dal cuore gonfio d'inquietudine, spinto dalla ricerca di senso della vita. Egli si acquieta solo all'ascolto della parola del Maestro che parla di pace, amore, fratellanza, perdono. Una conquista ancora lontana se basta intravedere tra la folla Maria di Magdala per insultarla nel tentativo di cacciarla via. La pronta reazione e lo sguardo infuocato di Yeshua salvano la donna dalle offese e dal tentativo di lapidazione e, con un leggero sorriso sulle labbra, questi la protegge e insegna che tutto ciò che proviene dal cuore è gradito a Dio e che nessuno ha il diritto di giudicare un altro per le colpe o per i peccati commessi.
Non avviene però che gli insegnamenti del maestro trovino facilmente eco nel cuore di Maria di Magdala, che ha ormai iniziato a seguirlo per ascoltarne le parole, che risultano tuttavia quanto mai ostili all’animo rabbioso. Eppure la voce dell’Uomo la rasserena, è come un balsamo per l'animo esacerbato, al punto che la donna ha il coraggio di intrufolarsi tra gli interrogativi che minano la serenità anche del Maestro e osa chiedergli se esiste Dio. Non ha, invero, una risposta certa, definitiva, ma si convince che tutto ciò che è vita, energia e amore proviene da Dio e consiste in Lui. E inoltre “Dio è ovunque, è nell’infinito”. Ma anche dentro ogni essere umano, benché peccatore, perché non vi è nessun limite al recupero della dignità, purché si diventi docili alla voce dell’amore.
Maria non capisce come possa lei, così peccatrice, essere ritenuta degna di affiancare il Maestro nelle sue opere di misericordia, suscitando peraltro la gelosia dei discepoli. Se ne sente attratta e, allo stesso tempo, lo considera troppo distante da sé, dalla sua umanità perduta, eppure lo accompagna dovunque ci sia bisogno di opere di misericordia. Poco a poco uno stuolo di seguaci prende a seguire Yeshua, e tra essi Maria, e chiunque lo segue se ne innamora, purtroppo non comprendendo in pieno il messaggio, spesso stridente rispetto alla vita quotidiana. Ognuno conserva il suo carattere, chi scontroso e dubbioso, chi duro, chi ossequioso, chi dubbioso, chi infine con animo inquieto, fino a non essere capace di guardarlo serenamente negli occhi, ma sempre tutti con piena ammirazione e turbamento insieme.
Turbamento che coglie lo stesso Yeshua, che a volte sente cedere la sua umanità sotto il peso di una volontà altra dalla sua. Presagisce anche il suo destino di morte, in un contesto di confusione civile e politica, e ogni giorno sperimenta la difficoltà dell'incontro con l'altro, con chi non accetta i suoi insegnamenti ma continua a parlare e ad aiutare la gente semplice, bisognosa di aiuto, i deboli, gli storpi, i bambini. Capisce che questo è il suo compito, i suoi discepoli non lo comprendono fino in fondo ma, per diffondere questo messaggio hanno lasciato casa e famiglia e spesso si sono ritrovati in una dimensione di forte solitudine, di sofferenza e di dubbio. Tentano di rincuorarli le parole del Maestro a volte oscure, a volte enigmatiche, a volte piene di speranza, quando parla di amore di Dio, di fratellanza, di uguaglianza ma soprattutto d amore.
” Ama il tuo prossimo come ami te stesso” è una verità capace di distruggere il vissuto di ognuno: amore fatto anche di grande rinuncia e grandi sofferenze come quello di Maria di Nazareth che si vede ogni giorno portar via l’amato figlio.
“Questo il destino dei profeti”. Nelle sue parole un misto di terrore e speranza ma soprattutto di dolore e di solitudine che lo affliggeranno l'ultima ora, come ogni essere umano ma non prima di istruire su tutti i doni che sono stati disseminati nella vita e per la vita da Dio Creatore.
“Il male va accettato e la morte è un atto di generosità”, nonostante, ogni volta che incontra la morte in un essere umano, chiede a Dio Padre il perché.
Più pressante la solitudine e il senso di impotenza, più pressante si fa il compimento doloroso della sua vita mentre sperimenta l’abbandono anche da parte di chi gli vuole bene.
Ma “Padre nostro che sei nei Cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatto il volere tuo” e per questo volere con il cuore triste fino alla morte affronta tutti i pericoli e le cattiverie degli uomini e del potere ma ogni volta “sia fatta la tua volontà Padre mio”, desiderando, come qualunque mortale, la vita ed anche la compagnia di una donna e sa che Maria di Magdala non lo abbandonerà mentre qualcun altro arriverà perfino a rinnegarne la conoscenza.
Nessuno ha il coraggio di salvarlo, neppure Pilato. Intanto l'amarezza di non capire, di non riuscire ad accettare ciò che sta per succedere sempre più lo attanaglia, ma sempre “Sia fatta la tua volontà, non la mia”.
Le sequenze delle torture, dei patimenti e della crocifissione si susseguono come una serie di quadri caravaggeschi per la crudezza delle descrizioni e il grande pathos che riescono ad esprimere.
Le ultime scene del romanzo vedono ancora una volta protagonista Maria di Magdala, sostegno per la madre del Nazareno al momento della morte, e pietosa e addolorata testimone del rito di sacrificio. Colpisce l'espediente del seppellimento; ancora una volta si evidenzia lo spessore umano della protagonista e il riscatto della sua dignità. E il non far cenno ad alcuno della sua pietà permette che si diffonda la convinzione che il Messia sia risorto, ma non per lei, che continua a desiderarne la presenza fisica, un abbraccio affettuoso, un sorriso consolatorio.
Nell'animo ridotto ad un deserto sterile, sopraffatta dal sonno, lo rivede splendido come non lo ha mai visto, sente la sua voce chiamarla premurosamente, sente la morsa dell'abbraccio e il solito sorriso capace di contenere il mondo e rassicurarla della sua presenza. Occorrerebbe tracciare il profilo di altri personaggi come Giuda o gli apostoli, Pilato o la folla, ma vale molto di più farne una lettura personale perché infinite sono le suggestioni, infiniti i dubbi, infinita la ricerca della verità.
In conclusione posso affermare che in tutta la narrazione circola un grande afflato d’amore che finisce col prevalere sul male e sul dolore, in una prospettiva forse sovrumana, che è anche espressione della volontà dell'Autrice di rendere più vicino alla sensibilità umana una figura enigmatica come quella di Jeshu.
Le grandi epidemie a Livorno
I casi di meningite su navi da crociera confermano che a Livorno il contagio è sempre arrivato dal mare. I lazzaretti erano luoghi deputati all’isolamento e cura dei malati ma anche alla quarantena delle merci. Nel corso dei secoli, l’Italia e l’Europa hanno conosciuto ricorrenti epidemie, favorite dalle carestie e dalla malnutrizione, e Livorno è stata spesso la porta d’ingresso dell’infezione.
La peste nera, che falcidiò l’Europa nel 1348, quella stessa che fa da cornice ai racconti del Decameron, è frutto di un’antica guerra batteriologica. In oriente, infatti, i popoli dell’Orda d’Oro, il regno turco - mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII - XVI, catapultarono mucche infette sui genovesi contro i quali erano in guerra. Tornati a casa, i genovesi sparsero la malattia. Livorno, insieme a Marsiglia, fu uno dei maggiori centri di diffusione.
L’altra grande epidemia di peste, di cui racconta il Manzoni ne I Promessi Sposi, infuriò in Europa attorno al 1630. Felice Casati, che organizzò il lazzaretto di Milano - ed è immortalato fra i personaggi del romanzo - morì proprio a Livorno. I padri barnabiti parteciparono all’opera di soccorso.
Fatale per la nostra città fu anche la febbre gialla del 1804. Nel porto attraccò il bastimento Anna Maria, partito da Veracruz e transitato da Cadice. La Spagna era considerata zona sicura e non furono prese precauzioni, ma l’intero equipaggio, affetto da febbre gialla (detta anche vomito nero) presto diffuse il morbo fra tutta la popolazione. La malattia fu passata sotto silenzio, per timore di dispiacere alle autorità e di danneggiare l’economia portuale, e così si estese sempre più. Venne chiamato, allora, il famoso epidemiologo Gaetano Polloni che riuscì a debellarla, dopo essersi ammalato egli stesso. Fu nominato perciò medico di Sanità del porto. Ordinò i suffumigi di cloro nei bastimenti e riorganizzò il sistema dei lazzaretti, introducendo misure sanitarie che protessero la città dal tifo e da ulteriori focolai di peste.
Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"
Il fiume di Eraclito
Adriana Pedicini
Mnamon, 2015
pp 89
10,00
Dietro il lento oscillare delle acacie
Sale la filigrana del ricordo
Del lungo ramo
Che sbatteva alla finestra
E tra i fiori acri sfiorito il volto
E immobile lo sguardo.
Anche oggi
Tra i passi lenti
Di questa primavera
Solo si spande nell’aria
il profumo dolceamaro delle acacie.
Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all’autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben guardare, salvo poche eccezioni, sono questi, uniti alla nostalgia (la nostalgia porta di una vita/che non è quella da vivere), e al triste fuggire del tempo, gli argomenti più cari agli scrittori non più giovanissimi. Il tempo scorre, come il fiume di Eraclito; mentre si vive, l’attimo presente è già diventato qualcos'altro, non viene goduto per l’ansia del futuro o il rimpianto del passato.
La vita è amata in modo pudico, trepido, ma con passione che s’intuisce violenta, quasi sconveniente, seppur tenuta a freno: più forte è il desiderio/di questa precaria vita, la vita è un desiderio/strozzato nel cuore. Si manifesta nella natura, nel ramo che fiorisce e si rinnova, nella montagna, nel lago, nel prato, nel fiume. Soprattutto nel bambino che nasce (della casa rinnovata /da rosei vagiti/al rifiorire della vita) e, per un momento, col suo venire al mondo, sconfigge la Morte, la quale, però, subito torna ad avere il sopravvento, come accadimento reale, ma anche come pensiero angoscioso, onnipresente. In questo pensiero si è soli, perché è difficile confidarsi, forse non si otterrebbe ascolto, magari solo un blando invito a essere ottimisti, magari solo un rapido e furtivo scongiuro.
Tutto è permeato di malinconia, il tessuto poetico a volte si lacera in squarci di dolore e paura, altre volte si stempera in dolcezza, verso il bimbo che nasce, verso l’amore coniugale (amore tenero e necessario) che, pur nel silenzio dei sensi, è ancora quello dolce e ardente dei primi tempi, ma è anche divenuto rifugio, consolazione quasi filiale (come piccolo bimbo), in grado di trasformare i sassi aguzzi in sassi tondi, un amore indispensabile alla sopravvivenza stessa.
Altra fonte di conforto – persino di rara gioia epifanica – è la religione. Viva la speranza di confluire in un Assoluto, capace di riscattare l’ingiustizia, se il mondo dimentica i deboli, gli emarginati, e soccombe al male, alla violenza bellica. Dio pacifica e affranca ma resta comunque un mistero inconoscibile, un abisso insondabile.
Il Weltschmerz, cui fa cenno la stessa autrice nella prefazione, è pena privata, ma anche fatto storico, senza mai perdere la sua universalità. Un dolore, come dicevamo, frenato, espresso con difficoltà, che si pone come dolenzia sorda ma, a tratti, lascia anche trapelare un orrore acuto, una sofferenza lancinante, alla quale non ci si rassegna, e che la ragione non sa accettare né combattere. Questo soffrire è romantico ma non patetico, è un dolore in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti, pur non ammettendolo, proviamo.
Lo stile non è moderno, queste liriche potrebbero essere state scritte nel secolo scorso, discendono dagli studi classici dell’autrice, ma vi si ritrovano anche Leopardi - spesso citato direttamente e come richiamo all’inutilità della vita (il vivere sia fatto invano) - Pascoli e Ungaretti. Ci piacciono proprio per questo, perché accantonano inconsistenti sperimentalismi per soggiacere a un imperativo di classicità, di eleganza, che non teme il suo sapore antico e i termini cari alla nostra tradizione poetica.
Così come abbiamo aperto con una delle poesie più caratteristiche, concludiamo riportando la più atipica della raccolta, che tratta il delicato tema dell’autismo, ed è bella per la rarefazione del linguaggio, qui essenziale e quasi scabro.
Senza parole
Chissà
Se il lago dei tuoi occhi
Agitano al fondo torve
Onde brune
O lo trapassano guizzi
Di luce cristallina,
se il silenzio notturno
fa della tua anima
tenda in cui cercar riparo
o se le foglie inaridite
rallentano la corsa
nell’aritmia della vita.
Nella luce del mattino
Come un bimbo
Incapace di salire
Ai piedi di una scala solitaria
Senza cordame
Miri al monte
Che in te ha inabissato
La sua cima.
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Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all'autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben ...
http://www.criticaletteraria.org/2015/09/adriana-pedicini-il-fiume-di-eraclito.html
Byron a Livorno
“Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.
George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto.
Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita.
A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra.
Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità.
Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.
“I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza.
Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.”
Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua.
Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie.
Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno, sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite.
Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.
Riferimenti
Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it
Il piroscafo Andrea Sgarallino
L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.
Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.
Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.
Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.
Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.
Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.
Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.
“Eran tutt’a bordo, eran ben stipati
Eran più di trecento e non son più tornati”
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