poli patrizia
Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

Medea è una ragazzina complicata, cupa e dall’animo oscuro. È la figlia di Eeta, re della città di Ea, nella Colchide. Non è come gli altri, Medea, è capace di picchi d’amore ma anche di odio, prova talvolta sentimenti buoni ma nel suo cuore c’è anche un grande, immenso buio. Una tenebra le avvolge il cuore e le membra. Ha occhi grandi, Medea, grandi e spalancati su un mondo che non capisce, che non ama, che non è capace di fare suo. Solo la straniera Morgar la capisce. Al suo fianco, Medea conosce le erbe, impara come miscelarle per fare del bene ma anche del male. Al suo fianco, Medea scopre la Signora della notte, la dea che tutto può e che tutto comanda. Al suo fianco, in un modo persino difficile da capire, Medea si sente amata, coccolata, protetta da quella gente che la addita, che tenta di domarla, che vuole cambiarla. Ecco perché quando Morgar le viene strappata via e uccisa in un modo brutale lei piange tutte le sue lacrime. E giura vendetta. E mai nessuno come Medea di Colchide è capace di giurare vendetta.
Giasone si trova, cresciuto da un uomo con le sembianze di cavallo, in un posto sperduto della Tessaglia. Lui è il figlio di Esone, legittimo re della città di Iolco, spodestato illegittimamente dal fratello: molti anni prima, Pelia salì al trono con la forza ordinando che suo fratello e il figlioletto venissero abbandonati in un’isola deserta. Però, al momento della partenza, del piccolo non si trovò nessuna traccia. Un complotto venne attuato alle spalle di Pelia affinché un giorno pagasse per il suo malvagio piano. Giasone è forte e sano, bello e robusto. L’uomo cavallo gli spiega fin dalla sua infanzia che un giorno dovrà affrontare suo zio, combattere per ciò che è suo e che gli venne strappato. Lui non ha un temperamento aggressivo ma accetta quello che pare essere il suo destino. Al suo fianco, sempre presenti, Orfeo – in compagnia della sua cetra – e il forte Eracle.
Come due personalità così diverse, così lontane e così particolari, possano diventare parte una dell’altra è mistero. Mitologia. Magia.
Patrizia Poli prende un mito conosciuto, trito e ritrito e lo ricama, lo anima, lo romanza. Giasone e Medea, Orfeo ed Euridice, Eracle, Pelia e tutti i personaggi di questa storia diventano veri, vivi. Si stagliano dinanzi ai nostri occhi e respirano. Come tutti noi, amano. Come tutti noi, sbagliano. Come tutti noi, odiano.
L’amore che unisce Medea e Giasone è un amore forte, potente, che brilla di una luce accecante, dolorosa, deleteria. Una luce che si trasforma in buio perché, troppo forte, risulta morbosa, terrificante.
Avere in petto un cuore così era come non averlo, amare in quelle condizioni significava smettere di amare. Ogni giorno che passava, sentiva arrivare il letargo, il buio, l’ombra.
Medea è capace di amore sconfinato così come di odio incomprensibile e quando odia è pericolosa, cattiva – forse ancor di più perché scambia follia per razionalità – e mostruosa. Giasone, dal canto suo, è unito a lei come il giorno è unito alla notte, come l’inverno è legato alla primavera... è unito a lei da un legame inscindibile, da un filo intrecciato d’oro e di ragnatela.
Ecco perché quando lui minaccia di umiliarla lei perde la testa. Ecco perché impazzisce. Ecco perché lo maledice.
«Giasone, con tutta me stessa io ti maledico. Tu che sei incapace di amare anche se cerchi l’amore in tutte le donne. Il mio amore per te morirà solo insieme a me, ma questo dolore è troppo grande per restare impunito».
L’uccisione dei bambini per mano della donna è macabra, reale, dolorosa. Un amore così, come quello che Medea sente per Giasone, non può comunque portare a nulla di buono, a nulla di sano, a nulla di bianco. È il nero, il nero più cupo, il nero più forte, il nero più agghiacciante. Lei ama Medeo e Ferete ma li guarda morire, appoggiando il capo sui loro petti. Per colpire Giasone, colpisce se stessa. È un male faticoso da sopportare, questo, un male che trova tuttavia nutrimento in quello che siamo, nel nostro essere umani imperfetti. Esseri umani fatti di carne e di cuore. Di risentimento, tanto. Di perdono, poco.
«Li avrebbero trovati così, l’indomani, addormentati fianco a fianco, con le gambe intrecciate nel sonno, le testoline che si toccavano […] Ma non avrebbero più aperto gli occhi, non sarebbero più balzati giù dal letto correndole intorno con i piedi nudi, le braccia spalancate e due candidi baffi di latte sul labbro superiore […] Rimase con loro fino alla fine, assorbendo con le guance fino all’ultimo calore rimasto nei lor corpi, raccogliendo sulla bocca l’estremo respiro delle loro vite incompiute.»
Ciò che li unisce è impossibile da scindere.
«Tu l’ami ancora?»
«Sì, Orfeo. Medea di Colchide non si dimentica.»
Alla fine cosa ci rimane?
Un mito che conoscevamo ma che non avevamo imparato a contestualizzare. La Poli ha un talento innato nel farci entrare in storie lontane ma vicine. Perché l’amore e l’odio sono cose che possiamo capire facilmente, purtroppo e per fortuna insieme.
E ci rimane anche un’altra cosa... la pelle d’oca.
Si legge d’un fiato, rapisce e scombussola. È bello ma è anche cattivo, duro, crudo. È un lampo in una giornata di sole. È un taglio. È una verità scomoda.
Una cosa è certa: Medea di Colchide scaverà un tunnel nel nostro cuore. E Giasone la seguirà.
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Signora dei filtri - Patrizia Poli - Libro - Marchetti Editore - | IBS
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Grease, e sono passati quaranta anni.

Correva l’anno 1978, era settembre e stavo in piedi in un cinema affollatissimo per vedere la prima di Grease. Sono passati esattamente quaranta – sì quaranta!- anni da allora ma ancora, quando occasionalmente rifanno il film in tv, non me lo perdo.
Grease, “brillantina”, per la regia di Randal Kleiser, tratto da un musical di successo, racconta la storia d’amore di Danny (John Travolta) e Sandy (Olivia Newton John), durante l’ultimo anno di scuola superiore alla Rydell.
Nessuno può dimenticare le canzoni, dal travolgente You’re the one that I want, alla romantica Hoplessly devoted to you, alla bella There are worse things I could do.
Chi dimentica la camminata ballerina di John Travolta, gli occhi azzurrissimi, la voce miagolata? Chi dimentica la trasformazione dell’ingenua Sandy in bomba sexy? Tutte noi, che allora avevamo diciassette anni, abbiamo sperato di trovare un duro dal cuore tenero come Danny e tramutarci da brutti anatroccoli in prorompenti pin up.
Ma il personaggio che spicca non è l’insipida Sandy, bensì Rizzo, l’amica smaliziata, capo delle Pink Ladies. Con quel viso mutevole ed espressivo, l’aria malandrina, gli occhi alla Elisabeth Taylor, Stockard Channing rimane impressa, ed è sua, a mio avviso, la canzone più bella, quel “Ci sono cose peggiori che potrei fare.”
Il film è ambientato negli anni 50, fra pettini, brillantina e ciuffi alla Elvis. Può considerarsi il capostipite dei film “scolastici”, con tutta l’iconografia di balli di fine corso, macchine scoperte, drive in, band di adolescenti, radio della scuola, partite e cheerleader, che ha creato il mito giovanile americano, e fatto sognare, a noi studenti italiani ingessati, una scuola dove si passava il tempo a organizzare feste.
La mentalità, però, è quella degli anni 70, con la lotta per l’emancipazione femminile e la libertà sessuale. Tuttavia, se Sandy sembra apparentemente trasformarsi nel finale in ragazza moderna e determinata, quel “Rizzo, farò di te una donna onesta” rimette subito a posto le cose.
Aldo Dalla Vecchia, "La capra crepa"

La capra crepa
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2018
pp 84
12,00
Ho visto nascere e crescere questo libro giorno per giorno su Facebook, essendo io uno dei contatti di Aldo Dalla Vecchia, scrittore, giornalista e autore televisivo, di cui seguo le sorti letterarie fin dal romanzo d’esordio, Rosa Malcontenta. Aldo è un gentiluomo d’altri tempi, un signore che – lavorando lui in campo televisivo – mi piace accostare a personalità del tipo di Corrado, Magalli e del povero Frizzi: gentile, educato, all’antica e ironico, di quell’ironia caustica ma buona ed elegante. Ogni giorno pubblicava un post in cui elencava le espressioni che, a suo dire, gli “facevano venire la psoriasi”. Da questi post è nato La capra crepa, un libello in cui vengono mostrate 333 di queste sgradevoli locuzioni. Alcune sono veri e propri strafalcioni grammaticali, altre sono modi di esprimersi entrati nell’uso comune, che, però, fanno accapponare la pelle. Vedi le italianizzazioni delle parole inglesi (tipo defolloware, unfriendare), vedi le abbreviazioni, spesso meneghine, dei termini italiani, come se a finire la parola si perdesse troppo tempo. Vedi i cliché abusati e le frasi fatte di cui si è perso anche il significato originale.
In effetti, pure io ho avuto l’impressione che, ormai, le persone “aprano bocca e diano fiato”, come diceva mia nonna, nel senso che nessuno - nemmeno in televisione o persino al telegiornale - si chiede più se quello che sta dicendo è corretto o se è solo un vago sentito dire.
D’altra parte non si può nemmeno fare i puristi a oltranza, perché la lingua è in movimento e si evolve, nessuno si sognerebbe di comunicare nell’italiano di Dante e neppure in quello dei nostri nonni nati nell’ottocento. Ci vorrebbe, però, almeno un minimo di regola, un accordo comune, in modo che parlare non diventasse una questione privata, insomma un’opinione. Personalmente cerco di non impoverire l’italiano usando sempre l’espressione corrispondente inglese, bensì adoperando quest’ultima come un sinonimo, come una possibilità in più.
Le capre del titolo siamo tutti noi quando ci lasciamo irretire da slang, da scorciatoie linguistiche, da neologismi che durano lo spazio di una stagione. E queste nuove capre, questi neo analfabeti, si trovano a tutti i livelli, come dicevamo, anche fra chi scrive per mestiere, chi fa televisione, chi parla in pubblico. E, se si fa loro notare che sbagliano, apriti cielo, si è “saccenti” e “pedanti”, non si capisce il bisogno di libera espressione e scrittura di getto, la vena artistica inarrestabile.
Ovunque, in campo linguistico, vige un’anarchia spaventosa e pericolosa, l’ignoranza è stata “sdoganata”. (Ecco, ci sono cascata anch’io, perché sdoganare è, appunto, una delle parole che Aldo aborre.) Io penso che questo vada di pari passo con la fine della vergogna. Tutto è approssimativo e lecito, nessuno si vergogna più di nulla.
Lorenzo Barbieri, "Mariella"

Mariella
Lorenzo Barbieri
ilmiolibro.it, 2016
Argomento scabroso, quello trattato in Mariella di Lorenzo Barbieri: l’amore proibito fra un adolescente e una bambina di dieci anni.
Matteo è un ragazzo malato, figlio di genitori ricchi e assenti. Il padre è sempre lontano per lavoro, la madre lo ha abbandonato in un vecchio casale in decadenza, insieme a due coppie di servitori che lo crescono come un parente e mentono dicendogli che lei è morta. Matteo è una sorta di “giovane favoloso”, un ragazzo sensibile e malaticcio, dall’animo teso e turbato. L’incontro con Mariella, bambina precoce, smaliziata e lolita, lo indirizza sulla via dei sensi ma anche sulla strada del risveglio alla vita, alla salute e alla scoperta delle proprie potenzialità. Grazie alla nuova energia infusagli da Mariella, Matteo prenderà in mano le redini del casale e dell'esistenza di tutti i suoi occupanti. Ridimensionerà il ruolo dei servitori, riportandoli al loro posto ma concedendo loro l’affetto che meritano, riconquisterà l’attenzione del padre e rimetterà in sesto la tenuta. Avremo un lieto fine, quando finalmente i due cresceranno e ciò che era proibito non lo sarà più.
La struttura della storia mostra alcune lacune, soprattutto c’è il vicolo cieco della malattia di Mariella. La scoperta che la ragazzina è gravemente ammalata di cuore sembra presagire sviluppi futuri che non si manifestano. Da notare che la radice della parola “morbo” è la stessa di “morboso” e di morbosità nella storia ce n’è parecchia. La cardiopatia di Mariella fa da contraltare a quella di Matteo. I due giovani si riconoscono nella stessa patologia, nella bambina il protagonista trova una compagna di solitudine, di giochi, di sensibilità e anche di sofferenza fisica.
Alcune tematiche sono simili a quelle presenti nell’altro romanzo di Barbieri, La buona vita: la scoperta della realtà agreste da parte di un ragazzo solitario, i primi turbamenti erotici, il contatto con persone semplici ma genuine. Qui, però, l’attenzione si focalizza sull’erotismo torbido che Mariella, nella sua ingenua impudicizia, è capace di scatenare. Ma l’eros, come abbiamo detto, non è una pulsione negativa, se ben incanalata e indirizzata.
Purtroppo lo stile non è all’altezza del contenuto.
Il pianeta Papalla
Prima degli odiosi Barbapapà e dei loro barbatrucchi, c’erano gli abitanti del pianeta Papalla. Li ricordate? Semplici nel disegno, avanti anni luce a quello che propongono adesso gli spot, che sono ormai pura noia a velocità supersonica.
I tondi Papalla pubblicizzavano gli elettrodomestici Philco. In quegli anni avere una lavatrice in casa significava, non solo aver raggiunto un auspicabile benessere economico, ma anche camminare verso la modernità, l’igiene, lo sviluppo.
Eh, sì, questo mio ritorno al passato somiglia a uno sguardo sul futuro che abbiamo perso: un futuro pulito, intelligente, progressivo, nel senso delle “magnifiche sorti e progressive”. Negli anni sessanta il futuro era roseo, civile, invitante. Che cosa rimane di tutte quelle speranze? Rimangono giovani che, commentando in rete lo spot dei Papalla, lo definiscono “orribile”. Perché è orribile il mondo in cui viviamo, dove la speranza è un lusso, dove i bambini non hanno più desideri e sono annoiati, tristi e demotivati, dove le persone vengono fatte a pezzi da gente senza anima e senza stomaco. È orribile lo sguardo di questi millennals che non conoscono la poesia dei ricordi, le emozioni profonde, i valori e la tensione morale.
Walter Fest, "Fiori"

Fiori
Walter Fest
Libro animato
Se quello che ho fra le mani fosse un libro, scriverei una recensione. Ma quello che ho fra le mani non è un libro, è qualcosa di più e qualcosa di meno, è un pezzo unico. L’autore, Walter Fest, lo definisce “libro animato”, io lo considero un dono prezioso ricevuto da un amico. Di questo libro esiste un solo esemplare, ché Walter ne produce uno alla volta; è scritto, illustrato, dipinto e rilegato a mano, è un insieme di creatività agglomerata nello stesso manufatto. Libro come oggetto, dunque, come opera artistica non solo fatta di parole scritte.
Il contenuto è solo uno dei tanti aspetti, ed è costituito da dieci brevi racconti che hanno come argomento i fiori: di campo, di città, di Natale etc. In realtà sono pretesti per parlare di amore per la vita, di solidarietà, di bisogni, di natura, di bellezza. I personaggi sono gente comune, figure popolari che s’incontrano per strada, su una panchina, al mercato. La lingua in cui si esprimono è il romanesco, e in questo l’autore dà il meglio di sé, rispetto ai testi in lingua nazionale.
Il libro è “animato” perché, come dice l’autore stesso, c’è dentro l’anima di chi l’ha scritto e perché presuppone un’interazione col lettore, che ha a disposizione spazi lasciati in bianco apposta per lui, dove annotare le proprie riflessioni e impressioni.
Un piacere tattile, visivo, che nasce dai colori della copertina, dai disegni, dai collage, dal fruscio della carta, dall’inchiostro della penna, dai segnalibri allegati. Insomma, più che una raccolta di racconti sui fiori, una vera e propria esperienza sensoriale a tutto tondo.
Laboratorio di narrativa: Niccolò Mencucci

Terapia sperimentale psicoculturale
Questo brano, estrapolato da un romanzo ancora in divenire di Niccolò Mencucci, tratta l’annoso e pervasivo problema di una presenza materna troppo ingombrante. Per quanti sforzi faccia l’uomo - anche adulto, anche anziano - non riuscirà mai a tagliare quel cordone ombelicale che per alcuni è particolarmente spesso e pesante, diventa una sorta di cappio al collo capace di inficiare presente e futuro.
Abbiamo un bel dire che il passato va messo da parte. Tentiamo tutti di farlo, di prendere in mano la nostra vita, di pensare che, appunto, essa è solo nostra, e ripartire da dove ci siamo interrotti, (anzi, no, da dove non ci siamo mai mossi) ma il passato è sempre là, a schiacciarci, a paralizzarci, a farci da comodo alibi per non crescere e non maturare mai. E in questa trascrizione di seduta psicanalista vien fuori che persino Dante, se ha scritto la Commedia, forse lo deve a sua madre.
Il testo è corretto, lo stile piano e pulito, anche se ci sono imprecisioni (le turpi)e delle incongruenze, come il fatto che i due continuino ad alternare il tu con il lei.
Bisognerà vedere, trattandosi di brano di romanzo e non di racconto a se stante, come si armonizzerà col resto e quanto reggerà la struttura dell’intera opera.
(Patrizia Poli)
PROVENIENZA: dal “romanzo” Bartolomeo Mettimal.
Terapia sperimentale psicoculturale (ex COCOM) – 17 aprile 2017
Parziale trascrizione di seduta, studio della dottoressa Alberta Cosini, partecipante: Dr.ssa Alberta Cosini e Signor Bartolomeo Mettimal, anni 21, fascicolo cifrato
ALBERTA: “Che ne pensa degli ultimi eventi che le sono capitati, Signor Bartolomeo?”
BARTOLOMEO: “Perché si ostina a chiamarmi con Signor? Mi chiami Bartolomeo... manco avessi trent'anni...”
A: “È lei che vuole condurre questo dialogo dandomi del lei! Fin dall'inizio gliel'ho sempre detto: dammi del tu! Dammi del tu! Sennò non potremmo mai avere una buona relazione tra terapeuta e paziente. E difficilmente tra amici.”
B: “Ok, Alberta, ti darò del tu, anche perché sono stanco di essere così formale, dopo tutte queste sedute. Comunque, degli ultimi eventi capitati non mi sembra di averci fatto caso, sinceramente. Anzi, non m'avrebbero fatto la minima differenza se non fossero mai accaduti.
A: “Quindi il fatto che tu abbia litigato pesantemente con tua madre qualche giorno fa, riattaccandole il telefono in faccia, e che tu abbia cominciato a cercare una maggiore indipendenza dalla tua famiglia la trovi una cosa così poco importante?”
B: “Appunto, sì. Di solito situazioni del genere mi mettono l'angoscia, e comincio ad avere il fiato corto, il petto stretto, e infine la mente, bloccata nell'ossessione del caos che ho combinato. Ma stavolta... davvero... niente, una pace, come fuori dalla finestra della mia camera da letto, che c'era uno stormo di piccioni che continuavano a tubare sul giardino, all'ombra del cipresso. Dopo aver riattaccato il telefono per dieci minuti non ho fatto altro che ascoltare quel loro tubare incessante al cielo, senza mai distogliere l'ascolto. A momenti non sentivo il mio respiro da quanto mi ero immerso in quel rumore silenzioso.”
A: “E successivamente ha avuto modo di ripensarci, oppure di farsi prendere da quel dolore?”
B: “No. Perché dovrei? Per soffrire? E di cosa? Di mia madre, che non capisce il casino in cui mi trovo alla mia età e di tutti i drammi e le turpi che dovrò affrontare in futuro, e che con ostinazione cerca in tutti i modi di mettere parola e di indirizzarmi verso una linea di pensiero, un modello da seguire. Di sicuro vuole plasmarmi come lei vuole, e, ogni volta che cerco di farle capire che non potrà funzionare, lei immediatamente si impone, quasi con fare dittatoriale. Stavolta però mi sono ribellato, e l'ho mandata a quel paese, e con lei tutto il suo voler trasformarmi in qualcosa che non sono e non voglio essere. Forse è per questo che non me la sento di soffrire per lei, nonostante verso la fine della chiamata ha cominciato ad abbassare il tono della voce. Tanto, a me non m'interessa...”
A: “Aspetta. Tu hai detto prima “abbassare il tono della voce”. In che senso “abbassare”?”
B: “Nel senso che la sua voce, dopo che io l'avevo mandata a quel paese, aveva iniziato a tendere verso un timbro più spento, quasi pietoso, come di supplica, di preghiera. Io pensavo volesse giocare sporco, e di adottare la tecnica della pietà, del senso di colpa indotto: io l'accusavo, giustamente, di starmi plagiando; lei negava e riaffermava la sua linea di pensiero, composta da idee quali l'imposizione di smettere di pensare al passato, di non soffrirci e di comportarsi come una persona normale; io allora le ribadivo le sue idee, per me assurde...”
A: “Perché “assurde”? Non ti vanno a genio?”
B: “Smettere di pensare al passato? L'uomo è fatto di passato, l'uomo è tale perché è il suo passato: come fa a rinnegarlo? Con che coraggio puoi negare a te stesso ciò che sei stato, ciò che hai fatto e ciò che hai avuto? E come fai a non soffrire per i fallimenti che hai compiuto nel tuo passato? E come fai, davanti a questi, a rimanere una persona normale? Buon Dio, c'è gente che impazzisce per certi traumi che gli accadono che alla fine non sa più se sia ancora un umano o si sia trasformato in una bestia infame e terribile.”
A: “Non è che esageri? È una lettura infernale quella dell'uomo e della bestia. E forse lei non intendeva questo. Tutt'altro!”
B: “Tutt'altro?”
A: “Non pensare al passato significa che il passato è tale perché non è più presente, ma appunto passato, e quindi non vivente in maniera esplicita. Certi diavoli del passato alla fine si possono dominare. Messi nelle condizioni di non poter più nuocere, contribuiscono al raggiungimento di un'armonia soddisfacente col proprio passato.
B: “Certo. Però per iniziare a dominarli bisogna impedir loro di far soffrire, di indurre al dolore… eh… mica è facile…”
A: “Quello ti rende poi pazzo: il dolore. La normalità scatta quando non si è più vinti da quel dolore. Quella è l'armonia. E dubito fortemente che una persona possa diventare una bestia se soffre: la sofferenza è uno dei sentimenti più umani che esistano in natura, forse al pari dell'amore e del coraggio. La pazzia è quando non esiste più l'umano. Nulla.”
B: “E infatti parlavo di questo. Della figura dell'uomo e della bestia. Sa, di recente sono stato in un piccolo paesino, Montegemoli, da solo, andando col bus una mattina, quando il tempo me l'ha permesso. Molto carino, davvero.”
A: “E' il paese della madre di Dante, giusto? Dove è nata lei, se non sbaglio.
B: “Sì. E' un piccolo paese in collina, perfettamente mantenuto nella sua forma medievale, in mezzo alla pianura pisana, ai suoi boschi, alle sue foreste. Ero partito di prima mattina, del tutto svogliato e anche un po' apatico: non c'era nulla da fare e nulla da scrivere, e allora me ne andai in biblioteca a leggere qualcosa; lì incontrai alcuni miei amici, e uno di loro stava leggendo un libro riguardante la storia di un paese, Montegemoli. Stava facendo una ricerca storica su quel paese, e allora si era dato da fare per trovare tutti i libri che ne parlassero: aveva trovato solo quello. Era affascinato da quella cittadella arroccata, solitaria e silenziosa, tanto che mi consigliò di farvici una girata. E così feci: presi il primo autobus; stetti due ore sul bus, ci rimasi un'altra mezz'ora in più per colpa del traffico sull'autostrada, e poi mi trovai alle porte del paese. Temevo di annoiarmi in un paese così antico e quasi del tutto privo di attività e di locali moderni, e invece non mi fermai un attimo a visitarlo. Vi passeggiai per tutta la giornata, fermandomi per qualche tempo in un bar, che aveva la terrazza su quel meraviglioso panorama verde. Fin qui sarebbe una gita normale, però, vicino ad una casa, ebbi qualcosa. Mi ero un attimo fermato sulla porta, ormai colpito dalla stanchezza per la continua camminata, e in quell'istante mi colpì alla lingua uno strano sapore, come di amaro, che lentamente scendeva fino all'estremo della lingua, fino in basso, nella gola, e poi dalla gola nel petto, nel cuore. Respirai male, annaspai per qualche secondo, e cominciai a lacrimare. Quasi non me ne ero accorto se non dalle piccole gocce che apparivano ai miei piedi, vicino ai gradini della casa. Una strana malinconia mi prese, e se ne andò solo andandomene da quel luogo.”
A: “Non sai che casa era quella?”
B: “No. Sapevo che quello era il paese della madre di Dante, ma non sapevo in quale casa lei aveva dimorato. Non c'era nemmeno una targa commemorativa che me lo potesse indicare. Poi, questa voce è più una leggenda che un effettivo dato storico. Ma perché me lo chiede?”
A: “Sai, Dante era un personaggio particolare."
B: “Che bella novità…”
A: “Aspetta… rampollo di una famiglia aristocratica: aveva una grande conoscenza del suo tempo, delle arti contemporanee, ma in particolare lui era fissato con il sapere degli avi, con la cultura del passato, che nella Divina seppe ridar vita con grande maestria. Però questo suo passato lo viveva, tanto da costringerlo ad una visione del mondo non conciliante con i suoi conterranei: lui era un Guelfo nero, credeva nel papa fino ad un certo punto, e gli altri volevano spingerlo alla totale sudditanza. Lui si rifiutò: il papa e altri suoi sostenitori allora gli tesero la trappola. Una volta sconfitti tutti i Guelfi a Firenze, lui venne processato in contumacia, per baratteria, un crimine oggi paragonabile al peculato, all'abuso d'ufficio.
B: “Sì, sì, Era a Roma quando lo condannarono, perché il papa voleva fargli credere di voler negoziare con lui.”
A: “Ora, un crimine come la baratteria era comune nella politica fiorentina: Dante nella Commedia continua a professare la sua innocenza, ma molto probabilmente era effettivamente colpevole...”
B: “Dove vuoi arrivare, Alberta? Perché stai facendo questa divagazione su Dante?”
A: “Perché è analoga alla tua situazione, per certi versi. E tornando alla sua condanna, per concludere la parentesi, questa non sminuisce la sua fama di poeta e di grande autore, né di uomo, nonostante l'adulterio e l'abbandono della famiglia, perché un crimine del genere veniva commesso all'epoca per favoreggiare alcune politiche fondamentali per il benessere della Comune, e dei suoi cittadini. E Dante credeva in questo, nelle persone. E in parte continuò a crederci, nei fiorentini, anche dopo che venne esiliato a vita. Andò in tutte le città che fossero vicine alla sua Firenze, alla sua terra madre: mai l'abbandonò.”
B: “Oh, Cristo…”
A: “Alcuni storici credono che lui fosse giunto perfino a Montegemoli, nella casa di sua madre. Dove con molta probabilità anni prima nacque, e, dopo, nel suo esilio, vi iniziò a comporre la Commedia. Eh, sì, lì nacque probabilmente sia l'uomo, sia il poeta. E forse anche il figlio. Per quanto si allontanò dalla madre, terra o città che fosse, lui non se la dimenticò.”
B: “Credo che dovrò chiederle scusa.”
Lorenzo Barbieri, "La buona vita"

La buona vita
Lorenzo Barbieri
ilmiolibro.it, 2014
“Da loro avevo imparato l’amore per la terra, il vero significato della parola lavoro. Una lezione di vita che nessun libro di scuola avrebbe potuto insegnarmi. Il senso dell’amicizia, della solidarietà, vissuto in quel piccolo mondo circoscritto in compagnia di gente semplice, genuina” (pag 129)
È questo, in breve, il succo de La buona vita, romanzo autopubblicato da Lorenzo Barbieri. Parla di un paio di stagioni estive, di vacanze agresti – ma anche nella città di Lucca - vissute da un ragazzino napoletano, che si ritrova nell’ambiente provinciale della campagna toscana, in particolare lucchese.
Gente rude, spiccia e bonaria, quella con cui viene a contatto, che insegna al bimbo, soprattutto con l’esempio, come si può vivere una “buona vita”, cioè una vita piena sebbene semplice, fatta di lavoro, di senso del dovere, di spirito di sacrificio, ma pure di slanci, solidarietà, fatica condivisa insieme alle ricompense, ruvida allegria. Sudore, impegno e sforzo abbondano ma anche balli nell’uva per la vendemmia, risate, vino buono e cibo saporito. La semplicità, il contatto con la terra, il senso del dovere sono le basi su cui il protagonista costruirà il suo futuro.
“Un movimento corale di gruppo, la vera forza delle corti lucchesi”. (pag 127)
La società contadina è un agglomerato umano che si muove all’unisono, il lavoro di uno diventa il lavoro di tutti, come in un alveare, e i risultati sono condivisi di volta in volta.
La cosa più interessante di questo testo è proprio l’atmosfera campestre, la ricostruzione perfettamente riuscita di un’epoca scomparsa, quella dei nostri genitori e dei nostri nonni.
Peccato che il romanzo risenta di un editing mancato e di un uso troppo casuale della punteggiatura.
Federico T. De Nardi, "Betty suicide"

Betty Suicide
Federico T. De Nardi
Collana Crime Line
Pubmesrl, 2017
pp 216
13,90
Mescola thriller, noir e spionaggio, questa spy story incentrata sulla figura stereotipata della spia russa Anastasija Kalashnikova, in arte Betty Suicide, già apparsa in un racconto della collana Segretissimo.
Bellissima e letale - corpo conturbante e viso d’angelo, occhi trasparenti come il cielo, un oscuro passato che l’ha fatta soffrire al punto giusto e trasformata nella spietata killer che è adesso - la ragazza si trova a Chicago, alle prese con un caso di spionaggio industriale mescolato a quello di un serial killer di bionde ragazze americane.
Tutto ruota intorno a un vasetto di crema che rende invisibili. Attraversiamo ventiquattro ore fra sparatorie, coltellate, fughe e travestimenti. Anastasija campeggia su tutto per bravura e implacabilità, il suo fisico esile e perfetto contrasta con la sua forza e il suo addestramento feroce. E poi c’è il desiderio che la sua bellezza stratosferica, e quasi irreale, suscita in tutti coloro che vengono in contatto con lei, compresi coloro che la vogliono morta.
La trama e le scene sono quelle tipiche del noir, fatte di azione, violenza, sangue e sesso, l’ambientazione americana, fra Chicago e San Francisco, è credibile. La scrittura è molto buona, anche se risente di tutti i cliché del genere, e se la commistione di thriller e spionaggio non sembra completamente riuscita.
Chiudi il gas e vieni via
Macho, romantico ma sbrigativo, oggi sarebbe considerato maschilista, il bianco pupazzo a forma di cono dei mitici caroselli del caffè Paulista della Lavazza, anni sessanta e settanta. Una storia surreale, d’avanguardia com’erano tutti gli spot di quei tempi, un’ambientazione western e pistolera, come già nello spot della carne Montana.
Frutto della creatività di Armando Testa, i due pupazzi senza braccia né gambe, essenziali e moderni nella loro immagine stilizzata, erano Caballero e Carmencita. Lui è innamorato perso di lei e la cerca ovunque. Un terzo incomodo s’inserisce ma, alla fine, l’amore trionfa.
Bambina sei già mia, chiudi il gas e vieni via.
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