poli patrizia
In dirittura d'arrivo sul Natale
Siamo ormai in dirittura d’arrivo di questo Novembre che, come tutti gli altri mesi, sta volando. Ricordate quanto erano lunghi i mesi un po’ di anni fa? Soprattutto quelli anonimi, grigi e bui, come Novembre, Gennaio o Febbraio. Ora non più, ora volano, anche quando sono noiosi, quando non accade niente e le giornate si scorciano. Il tempo altalena tra freddo e vento caldo, davvero non si sa in che modo vestirsi, le zanzare pungono, la pioggia si trasforma in alluvione, la brezza in tromba d’aria, le scossette in terremoti che triturano interi paesi e distruggono il nostro patrimonio millenario, come se, davvero, “mille e non più mille”.
Certe temperature umide e sciroccose stridono con le luci di Natale che s’incominciano a intravedere nei centri commerciali, cattedrali omologate di un consumo globalizzato. Ma tant’è, le feste si avvicinano e, se non ci sono problemi gravi, val la pena celebrarle con tutti i crismi, magari cercando di ritrovarle – più che in un surplus di acquisti, cene, lustrini e parenti serpenti - nelle piccole cose sgualcite che profumano di ricordi.
Ad esempio quel bel tappeto di muschio su cui cammino in campagna potrà servire da base per il presepe che mi ostino a fare in questo Natale sempre più rarefatto, stilizzato, islamizzato fino a scomparire, come se ci vergognassimo delle nostre origini, delle tradizioni, di ciò che siamo. Quando, invece, niente scatena ricordi più belli dell’odore di borraccina secca, cavata da una vecchia scatola da scarpe terrosa. C’erano le mani di mia nonna e della mia prozia in quella scatola, a tirar fuori le solite lucine dell’anno prima, magari con qualche pisellino bruciato.
E poi, finalmente, anch’io nel 1969, decisi che volevo un presepe tutto mio:
“Quest’anno farò il presepe”, scrivevo il 13 dicembre, “e sto preparando le casine di cartone da mettere sui monti. Ho comprato delle statuine che rappresentano: la lavandaia, la nonna che fila, lo zampognaro, un uomo inginocchiato, il lattaio ed un giovane pastore che ha una pecorella sulle spalle. Comprerò altri personaggi. Ho anche delle pecore e degli agnelli e molti altri animali. Gesù Bambino, La Madonna e San Giuseppe non li ho dovuti comprare perché sono alla piccola capannuccia che ho sempre avuto e che ho sempre messo sotto l’albero di Natale.”
Mi accorgo che gli abiti e la moda stanno diventando un pretesto per parlare d’altro, di ricordi e di un mondo che non c’è più. La nostalgia alla mia età è una brutta bestia.
Vabbè, bando ai rimpianti e pensiamo a come vestirci, con un occhio alla temperatura ballerina e uno alle prossime, invitabili, occasioni sociali. Gli acquisti non sono molti perché ci sarà da spendere per le feste e fra poco arrivano i saldi.
Continua la serie delle camicette fantasia, cui si aggiunge quella in pizzo immacolato, materiale che sembra andare per la maggiore.
Ecco la maglia pelosa e bianca, con un fiocco sulla schiena. Chissà a cosa devo tutto questo improvviso candore?
Ecco un paio di cintoline pitonate, che possono sempre servire, nonostante, ormai, sia la pancia a tener su i pantaloni e non viceversa.
Yeshua' bar Yosef
Per molti anni Roma restò in pace, tanta gente lavorava e pagava le tasse in cambio di stabilità e modernità. Sorgevano città con grandi palazzi, le strade solcavano tutto l’Impero, le navi raggiungevano i porti più lontani. Fino a quando l'Urbe si era ingrandita, ogni paese conquistato aveva portato nuove ricchezze che erano servite per pagare i soldati, per costruire le strade, per mantenere l’ordine e la sicurezza. Poi l’Impero smise di ingrandirsi, divenne difficile tenere insieme e difendere un luogo così ampio. Tutti pagavano le tasse ma i poveri non ne erano contenti. C’erano poi anche gli schiavi, considerati spesso, anche se non sempre, alle stregua di strumenti.
Gesù nacque nella terra degli Ebrei, predicò rivolgendosi ai poveri, agli schiavi, ai senza speranza. Yeshua’ bar Yosef era un ebreo osservante, che predicava la purezza dei costumi, il ritorno all’ebraismo più genuino, l’imminente venuta del regno di Dio, la lettura approfondita della Torah. Tutti temi, questi, fortemente giudei. Non si capisce Gesù se non lo si guarda da un punto di vista ebreo e non cristiano. Il cristianesimo è nato molto dopo la sua morte, con Paolo di Tarso, con l’importanza data alla Resurrezione del Dio incarnato, più che alla vita e alla predicazione dell’uomo; ma i cristiani degli inizi non erano cristiani, bensì ebrei, e lo sono rimasti per tutto il primo secolo. Più ci avviciniamo alla figura del Cristo che conosciamo, quello che emerge dalle interpretazioni della chiesa cattolica, più ci allontaniamo da ciò che veramente era Gesù.
“Non sarebbe passato molto tempo, Maria ne era certa, che le persone avrebbero dimenticato del tutto Yeshua’ di Nazareth e ricordato solo la sua vittoria sulla morte, creando attorno a lui, profeta del quinto Regno, chissà quale idolatria, quale religione.” (L’uomo del sorriso pag 270)
/http%3A%2F%2Fimg.ibs.it%2Fimages%2F9788899014117_0_200_0_0.jpg)
L' uomo del sorriso - Patrizia Poli, Libro - Ibs
Libro di Patrizia Poli, pubblicato da Marchetti Editore per la collana . Acquistalo online e risparmia con Ibs.
https://www.ibs.it/uomo-del-sorriso-libro-patrizia-poli/e/9788899014117
Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"
Il cane secondo me
Roberto Marchesini
Edizioni Sonda, 2016
pp 180
14,00
“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)
Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.
Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.
“Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)
La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.
“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)
Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.
Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.
Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.
“In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)
Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

Ritorna Luca Lapi nel nostro Laboratorio di Narrativa con un racconto che racconto non è, piuttosto una riflessione piena di poesia e verità. Il protagonista ha dolori nascosti e necessità tangibili ma riesce, con la sua profonda sensibilità, con gli occhi dell'anima, a comprendere la sofferenza degli altri, proprio quello che vorrebbe gli altri facessero con lui.
È difficile mantenersi costantemente vigili ai bisogni del prossimo, uscire dal proprio egoismo, dalla fretta, dalla voglia di stare bene e accantonare. I nostri occhi sono accecati da un’acqua che è, insieme, un lavarsi le mani con un banale gesto di cortesia formale e lacrima di angoscia personale. E, quando, per un attimo ci affacciamo sul mondo altrui, è solo per diventare guardoni, cioè preda di curiosità morbosa e non di autentica partecipazione, è solo per criticare senza mai fare un esame di coscienza.
Patrizia Poli
Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle. Ha gli occhi dell'anima per intravederle. Tutti li hanno, ma non tutti sanno di averli. Alcuni sanno di averli, ma sono troppo stanchi per tenerli aperti continuativamente. Li tengono aperti un giorno sì ed uno no. Li tengono aperti uno sì ed uno no. Chico li tiene aperti ogni giorno, entrambi. Non si preoccupa dei bambini e dell'acqua che possono sparargli, accecandolo per un momento: tornerà a vedere, poi! Si preoccupa, piuttosto, degli adulti, dei loro occhi pieni di acqua, che si versano negli occhi con le loro mani, dopo essersele lavate, dell'acqua in cui i loro occhi affogano perché non hanno imparato a nuotare, perché altri adulti non hanno insegnato loro a nuotare, quando erano piccoli. Gli adulti indossano occhiali per difendersi dall'acqua dei bambini, ma sono con gradazione sbagliata: non li mettono in grado di vedere e, soprattutto, d'intravedere. Guardano, ma diventano guardoni, mai guardiani delle loro azioni! Osservano, ma non imparano che a fare osservazioni sugli altri: mai su se stessi! Indossano occhiali, ma gli occhi mettono le ali e volano via, lontani, continuando a renderli ciechi. C'è chi sostiene di vedere, ma dev'essere sostenuto, in realtà, perché gli venga impedito, fraternamente, d'inciampare e cadere. Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle, lo sa e prega affinché tutti sappiano di averli e farne buon uso. Luca Lapi
L'estatina dei Morti
Fine ottobre, si avvicinano i Morti, con le visite al cimitero, gli storni neri a nugoli nel cielo dei Lupi, i crisantemi e tutte le nuove tradizioni di zucche, streghe e fantasmi. Ricordo quando mio padre comprava i fruttini di marzapane a mia madre. Tanti anni fa, loro erano ancora fidanzati, i fruttini costituivano l’equivalente dell’odierno San Valentino. Ricordo anche che in questi giorni non si festeggiava, non ci si vestiva da streghe ma si commemoravano i defunti, si andava al cimitero a trovare i nonni che non c’erano più, ci si collegava alle radici della famiglia.
“Io ho due cimiteri da visitare”, scrivevo il 28 ottobre del 1969, “uno è i Lupi e un altro è la Misericordia. Alla Misericordia ho un nonno e uno zio. Ai Lupi invece ho tanti cari. Innanzi tutto il mio fratellino, la mia bisnonna, uno zio e due nonni. Il mio fratellino è nato morto cioè si è strozzato con un cordone di carne che serviva a nutrirlo ancora in ventre. La mia bisnonna non la ho neppure conosciuta perché quando è morta, la mia mamma non era neppure fidanzata. Il mio zio è morto di un brutto male inguaribile, e pensare che non era mai stato colpito da un po’ di male. Quegli altri due nonni non li ho conosciuti. A Roma per ricordare i caduti in guerra c’è il milite Ignoto cioè hanno preso un soldato morto senza saperne il nome e l’hanno sotterrato, così tutte le mamme che hanno perso il figlio in guerra credono di averlo lì.”
Eh, già… Il due novembre alla televisione non c’era mai niente di allegro, il lutto era lutto, durava un anno intero, durante il quale non si ascoltava la radio, non si guardava la tivù, non si andava a teatro né al cinema. Avevi il tempo di elaborare il dolore, di capire la perdita, di sentire la mancanza. Ora la morte è un tabù, va rimossa e, se tanto tanto ti azzardi a essere triste troppo a lungo, t’imbottiscono di antidepressivi.
Ormai è tutto diverso, fa caldo, dobbiamo arrenderci al fatto che l’autunno arriva ma poi va via di nuovo, che l’estatina dei Morti diventa una perenne indian summer dalle punte quasi soffocanti, dove ti ritrovi sudata, stanca e pinzata dagli insetti. Per questo, forse, i bei maglioni di lana, le sciarpe e gli impermeabili che s’indossavano da bambini nei primi mesi di scuola risultano importabili e si va verso un appiattimento nel vestiario senza più stagioni. La lana, diciamolo, sta scomparendo dagli scaffali e dai nostri guardaroba, molto meglio coprirsi a strati.
Ed ecco, infatti, due camicette che un tempo avrei riservato alle sere d’estate, una nera e una a fiori, ecco due spolverini leggeri, uno grigio profilato e l’altro blu elettrico, a sostituire trench e paletot, ecco la maglia in lurex viola, (sebbene, dopo una certa età, sia meglio non esagerare con i lustrini), ecco la maglietta grigio azzurra con la scritta davanti, leggera e adatta a qualsiasi tempo, ecco le scarpe sportive disegnate.
Per finire, a sorpresa, i sandali bianchi, essenziali, indispensabili. Della serie “me li ritrovo l’anno prossimo”, se ci arrivo.
Antonio e Cleopatra
I will tell you.
The barge she sat in, like a burnished throne,
Burned on the water. The poop was beaten gold,
Purple the sails, and so perfumèd that
The winds were lovesick with them. The oars were silver,
Which to the tune of flutes kept stroke, and made
The water which they beat to follow faster,
As amorous of their strokes. For her own person,
It beggared all description: she did lie
In her pavilion—cloth-of-gold, of tissue—
O’erpicturing that Venus where we see
The fancy outwork nature. On each side her
Stood pretty dimpled boys, like smiling Cupids,
With divers-colored fans, whose wind did seem
To glow the delicate cheeks which they did cool,
And what they undid did. (Antony and Cleopatra II, ii)
Cleopatra Tea Filopatore (69 a.c. 30 a.c.), è stata una regina egizia del periodo tolemaico. Fu l'ultima del regno tolemaico d'Egitto e l'ultima dell'età ellenistica che, con la sua morte, avrà definitivamente fine. Parlava greco come tutti i tolomei ma decise di imparare anche l’egizio e di identificare se stessa con la dea Iside.
Era la maggiore dei figli di Tolomeo XII, per evitare problemi legati al fatto che fosse donna, il padre decise di nominarla co-erede insieme al figlio maggiore, Tolomeo XIII, i due ragazzi ricevettero l'appellativo di "nuovi dei" e "fratelli amanti" ma il fratello ben presto scatenò una guerra contro la sorella per appropriarsi definitivamente e interamante del regno.
Durante un soggiorno a Roma insieme al padre, pare che Cleopatra, quattordicenne, vedesse per la prima volta Marco Antonio che di anni, allora, ne aveva ventotto ed era un giovane nobile romano, a quel tempo al servizio di Gabinio come comandante di cavalleria.
Quando lo sconfitto generale romano Pompeo arrivò in Egitto, cercando rifugio dal rivale Giulio Cesare, fu ucciso. Cesare s’infuriò comunque e convocò alla reggia Tolomeo e Cleopatra. Cleopatra temeva di cader vittima di un agguato del fratello tornando al palazzo, così ricorse a uno stratagemma. Si fece avvolgere da un suo fedele amico in un grande tappeto. L’amico si presentò a palazzo con il lungo involto sulle spalle e, dicendo di dover consegnare un dono a Cesare, arrivò fino agli appartamenti di quest'ultimo. Qui srotolò il tappeto e fu così che gli comparve davanti Cleopatra. Naso egizio, occhi grandi, pelle scura, bocca sensuale, la regina aveva ventuno anni, indossava gli abiti più sontuosi e succinti, i gioielli più pregiati e gli chiese protezione dal fratello. Le fonti narrano che i due divennero amanti quella notte stessa ma per Cleopatra fu un legame più politico che sentimentale. Il vero amore sarebbe arrivato con Marco Antonio. Dalla relazione tra Cesare e Cleopatra, nacque un figlio, Tolomeo Cesare detto Cesarione.
Morto Cesare, scoppiò una guerra civile fra i suoi amici e i suoi nemici. Nel 42 a.c. Marco Antonio, (83 – 30 a.c.), adesso uno dei triumviri che governavano Roma in seguito al vuoto di potere, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso per verificarne la lealtà. S’innamorarono perdutamente, Antonio la seguì ad Alessandria, dove rimase fino all'anno successivo. Dalla loro unione nacquero i due gemelli Cleopatra Selene e Alessandro Helios.
La guerra civile fu vinta dagli amici di Cesare e un suo nipote, che si chiamava Ottaviano, divenne capo di Roma e di tutto il suo impero. Egli fu chiamato Augusto, cioè il più onorato e rispettato di tutti. Il rapporto tra Antonio e Ottaviano, che erano cognati, fu avverso sin da subito, la loro inimicizia fu immediata e continua.
«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi? » (Svetonio, Augustus, 69.)
Antonio sposò Cleopatra, anche se era legato a Ottavia, sorella di Ottaviano. Poco dopo nacque un altro figlio, Tolomeo Filadelfo. Ottavia fu rimandata a Roma.
La politica di Cleopatra e Antonio, tesa a dominare tutto l'Oriente, favorì la reazione di Ottaviano, che accusò la regina di minare il predominio di Roma e convinse i Romani a dichiarare guerra all'Egitto.
Antonio e Cleopatra furono sconfitti ad Anzio, nel 31 a.c. Nel 30 a.c., dopo il suicidio di Antonio per non essere torturato e fatto prigioniero da Ottaviano, Cleopatra si rinchiuse nel mausoleo dei Tolomeo e si uccise facendosi mordere da un aspide.
Yare, yare, good Iras, quick. Methinks I hear
Antony call. I see him rouse himself
To praise my noble act. I hear him mock
The luck of Caesar, which the gods give men
To excuse their after wrath.—Husband, I come!
Now to that name my courage prove my title!
I am fire and air, my other elements
I give to baser life.—So, have you done?
Come then and take the last warmth of my lips.
Farewell, kind Charmian. Iras, long farewell.
Have I the aspic in my lips? Dost fall?
If thou and nature can so gently part,
The stroke of death is as a lover’s pinch,
Which hurts, and is desired. Dost thou lie still?
If thus thou vanishest, thou tell’st the world
It is not worth leave-takin. (Antony and Cleopatra V,ii)
Di vecchie ciccione, armadi e passeggiate nel bosco
Autunno, arrivato all’improvviso e per davvero. Non mi dispiace, ogni stagione ha il suo fascino, specialmente se è vissuta a pieno. Tempo di passeggiate nei boschi, di funghi, di castagne, di cambio degli armadi. Ho svuotato e buttato via con decisione tutto quello che non mi piace e non mi sta più bene. Continuo a prendere peso, sono curvy, in realtà qualcuno ha detto pane al pane e mi ha pure chiamato “vecchia cicciona”, perciò ho bisogno di forme fluide, lunghe, avvolgenti.
Certe serate in città da sola, col tramonto che incendia le gru del porto, certi pomeriggi a passeggio con cani e amici, mentre il bosco profuma di erba e pino, riconciliano con la vita, fanno dimenticare i brutti pensieri. Se il mio cane mi corre incontro con gli occhi stellati, se amici e famiglia stanno bene e sono sereni, tutto va a posto anche per me.
Vediamo, dunque, fra acquisti e regali di compleanno, cosa c’è di nuovo nell’armadio.
La camicia trasparente, in una fantasia vagamente hippy, mitigata dal grigio.
La camicetta a piccoli fiori marroni e azzurri. Penso che potrò indossarla comodamente anche sotto i pullover, invece delle solite tristi magliette di cotone.
Il cardigan marrone che sostituisce lo spolverino e nasconde le forme.
La collana che unisce silver, oro rosso (tanto cool), e nero, portabile con tutto.
I jeans sfrangiati alla vita e alle caviglie. Almeno un paio per stagione vanno comprati, magari con qualche piccolo dettaglio a diversificarli da tutti gli altri che già abbiamo. Ormai li prendo solo elasticizzati perché non sopporto di sentirmi costretta.
Il golf beige, lunghissimo, praticamente un vestito, col collo alto morbido e dei piccoli bottoni ai polsi.
Il pull bianco, semplice, luminoso, caratterizzato solo dal fatto di essere più lungo dietro.
La felpa sportiva bianca, essenziale, purissima, che, con un po’ di coraggio, può reinventarsi come giacca.
Il piumino effetto denim. Ebbene sì, sono capitolata anch’io, dopo aver provato quello nero (ricordate?) l’ho trovato talmente comodo e leggero da non poterne più fare a meno.
(Ciao a tutti e perdonate le foto che, lo so, sono terribili.)
Le idi di Marzo
Caio Giulio Cesare (101/100 a.c. – 44 a.c.) fu uno dei più grandi generali. Ebbe il comando delle truppe che occupavano la Gallia Romana. In soli otto anni conquistò tutta la Francia e parte della Germania.
Quando tornò in trionfo a Roma era ormai tanto influente da essere considerato come un re, uno che piaceva al popolo perché dava pane e divertimenti a tutti. Il primo triumvirato, l'accordo privato per la spartizione del potere con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, segnò l'inizio della sua ascesa. Dopo la morte di Crasso si scontrò con Pompeo. Nel 49 a.C., di ritorno dalla Gallia, guidò le sue legioni attraverso il Rubicone, pronunciando le celebri parole «Alea iacta est», e scatenò la guerra civile, con la quale divenne capo indiscusso di Roma, dopo aver sconfitto Pompeo a Farsalo (48 a.C.) Divenne così dittatore perpetuo.
Ma i patrizi non erano contenti, avevano ancora nel sangue l’idea repubblicana, e congiurarono per ucciderlo. Il 15 marzo fu pugnalato in Senato con 23 coltellate.
Ecco il famoso e meraviglioso discorso di Marco Antonio sul corpo di Cesare, scritto da William Shakespeare:
Friends, Romans, countrymen, lend me your ears;
I come to bury Caesar, not to praise him.
The evil that men do lives after them;
The good is oft interred with their bones;
So let it be with Caesar. The noble Brutus
Hath told you Caesar was ambitious:
If it were so, it was a grievous fault,
And grievously hath Caesar answer’d it.
Here, under leave of Brutus and the rest–
For Brutus is an honourable man;
So are they all, all honourable men–
Come I to speak in Caesar’s funeral.
He was my friend, faithful and just to me:
But Brutus says he was ambitious;
And Brutus is an honourable man.
He hath brought many captives home to Rome
Whose ransoms did the general coffers fill:
Did this in Caesar seem ambitious?
When that the poor have cried, Caesar hath wept:
Ambition should be made of sterner stuff:
Yet Brutus says he was ambitious;
And Brutus is an honourable man.
You all did see that on the Lupercal
I thrice presented him a kingly crown,
Which he did thrice refuse: was this ambition?
Yet Brutus says he was ambitious;
And, sure, he is an honourable man.
I speak not to disprove what Brutus spoke,
But here I am to speak what I do know.
You all did love him once, not without cause:
What cause withholds you then, to mourn for him?
O judgment! thou art fled to brutish beasts,
And men have lost their reason. Bear with me;
My heart is in the coffin there with Caesar,
And I must pause till it come back to me. (Julius Caesar III)
E ancora :
If you have tears, prepare to shed them now.
You all do know this mantle: I remember
The first time ever Caesar put it on;
'Twas on a summer's evening, in his tent,
That day he overcame the Nervii:
Look, in this place ran Cassius' dagger through:
See what a rent the envious Casca made:
Through this the well-beloved Brutus stabb'd;
And as he pluck'd his cursed steel away,
Mark how the blood of Caesar follow'd it,
As rushing out of doors, to be resolved
If Brutus so unkindly knock'd, or no;
For Brutus, as you know, was Caesar's angel:
Judge, O you gods, how dearly Caesar loved him!
This was the most unkindest cut of all;
For when the noble Caesar saw him stab,
Ingratitude, more strong than traitors' arms,
Quite vanquish'd him: then burst his mighty heart;
And, in his mantle muffling up his face,
Even at the base of Pompey's statua,
Which all the while ran blood, great Caesar fell.
O, what a fall was there, my countrymen!
Then I, and you, and all of us fell down,
Whilst bloody treason flourish'd over us.
O, now you weep; and, I perceive, you feel
The dint of pity: these are gracious drops.
Kind souls, what, weep you when you but behold
Our Caesar's vesture wounded? Look you here,
Here is himself, marr'd, as you see, with traitors. (Julius Caesar III)
Aldo Dalla Vecchia, "Piccola mappa della nostalgia"

Piccola mappa della nostalgia
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2016
pp 114
12,00
Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, alla gentilezza nell’esporre, alla messa a nudo, in modo pudico, di sentimenti romantici e delicati. Con piccola mappa della nostalgia torna alle atmosfere del suo primo libro, Rosa malcontenta, senza velleità romanzesche ma con l’intento di raccontarsi e raccontare un’epoca ormai rintracciabile solo nella memoria.
L’ambiente è la provincia veneta degli anni settanta, il protagonista Aldo bambino, la struttura una serie di piccoli bozzetti, di flash minimali e gozzaniani, come afferma Francesco Lena nella prefazione, nei quali viene rievocato di volta in volta un ricordo, un’icona personalissima ma insieme universale, da Sandokan alla vanillina Paneangeli, dalla spuma ai quiz di Mike Bongiorno, dalle caramelle Rossana alle canzoni di Venditti. Una traccia da seguire, un mosaico, una mappa, appunto, da integrare a piacimento, cui aggiungere, di volta in volta, i nostri personali tasselli di nostalgia.
La nostalgia di Aldo non è straziante come quella di Gordiano Lupi, è, semmai, zuccherina e paga, poiché non si contrappone al presente, bensì lo ingloba, lo preannuncia. Piccoli sapori, odori come quello acre dell’acetone che mi ha ricordato l’ultimo libro di Sergio Costanzo. Anche qui c’è una sensualità timida ma potente, fatta di turbamenti segreti, di scoperte, di emozioni che si provano ma non si possono dire. Viene in mente anche Di giorno in giorno di Ada Negri, con quelle annotazioni istantanee e crepuscolari, o magari pure Pascoli, con la cavalla storna che portava colui che non ritorna, per Aldo una carezza fugace ad uno zaino che nessuno più indosserà. Roba da poco, si potrebbe pensare, meri appunti personali, e invece Aldo Dalla Vecchia è un autore che ha fascino, che riesce a colpirci al cuore pur nell’estrema semplicità e sottigliezza delle immagini da lui evocate: buone cose di pessimo gusto come i cartelloni con la faccia di Moira Orfei.
La figura che emerge è quella di un bambino sensibile e romantico alle prese con i terrori e le rivelazioni, i disgusti e le passioni dell’infanzia ma con un’identità sessuale tutta da scoprire, difficile da accettare e far accettare. Una fanciullezza tenera, terribile e meravigliosa, funestata dalla precoce perdita del padre in un incidente di montagna ma confortata dall’amore di una famiglia protettiva ed avvolgente. Eventi come la morte, enormi, incommensurabili, sono tratteggiati con una reticenza che dice tutto, con un’alternanza magistrale di parole e silenzi.
Il testo è scritto usando la seconda persona, Aldo parla a se stesso ma anche a tutti noi, tu siamo noi, siete voi, è chiunque possa capire perché c’era - ed io c’ero, anche se con sette anni di più.
Un piccolo libro pieno di accadimenti minuscoli e giganteschi, che si divora in una notte, che non puoi posare. Ti comunica qualcosa che neppure capisci bene cos’è ma ha il gusto dolceamaro del ricordo e il soffio tiepido della poesia.
Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"
Nomi di donna
Gianluca Pirozzi
L’Erudita, 2016
pp 169
16,00
È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico.
Qui nomen omen, ogni racconto un nome di donna, con storie peculiari e diverse fra loro. C’è la vedova che corre all’alba per sentire ancora la presenza del marito a fianco, c’è la femme de chambre che indulge in un piccolo vizio (ci viene in mente La carriola di Pirandello) capace di scompaginarle la vita ordinata, c’è la nera che si chiama Bianca ed è sopravvissuta al naufragio di un barcone, c’è la maestra Fabiana che cambia sesso e diventa il maestro Andrea, c’è la trapezista con la crisi di panico, c’è la prostituta che muore nell’incendio doloso della sua roulotte, c’è la moglie uccisa dal marito in un raptus di violenza. Ci sono tante figure dai nomi a volte comuni, come Nadia o Diana, a volte importanti, come Galatea o Aristea.
“I nomi, Sandro, non sono un dettaglio da poco o una casualità! È vero, non ce li scegliamo, al massimo tentiamo di adattarli storpiandoli con diminutivi o surrogati, ma sta a ciascuno di noi dargli il senso che ogni nome reca in sé e a riempirli dei nostri significati e del nostro modo di essere con la nostra vita.”
E poi, quando sei quasi oltre la metà della lettura, ti viene in mente che forse quel nome l’hai già sentito e ti costringi a tornare indietro per renderti conto che sì, avevi visto giusto, quel personaggio è davvero già comparso a margine di un racconto precedente e ora c’è un reprise del motivo, uno sbalzo temporale in avanti o indietro, un nuovo ramo è germogliato a formare una chioma folta, e capisci che tutti i racconti formano un’unica - a questo punto grandiosa - trama di romanzo simil picaresco ed immaginifico che ricorda un po’ quelli dei sudamericani Marquez e Allende. Gianluca Pirozzi ha vissuto in molte parti del mondo e, se è vero che il batter d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, forse c’è un senso in tutto ciò che accade, una trama invisibile e sottile lega ci lega gli uni agli altri.
Più che di realismo magico o di surrealismo, si tratta di una raffinata rappresentazione della mente umana attraverso varie patologie. Molti dei personaggi, anche se non tutti, sono affetti da manie borderline, curiosamente derivate dalle loro passioni e dal loro lavoro. Diana, etologa, ha l’abitudine di paragonare ogni persona che incontra, anche i compagni di vita, agli animali. Edda, interprete simultanea, continua a tradurre mentalmente ogni parola e situazione. Alcune di queste manie sfociano nel delirio e nell’omicidio, altre in fughe, altre ancora restano confinate nel privato. Ma dietro a codeste fissazioni eccentriche si celano metafore della comune esistenza. Diana che non riconosce più in Ottavio il capriolo cui era solita paragonarlo, è simbolo, per contrasto onirico, della fine dell’amore, di come all’improvviso chi avevamo tanto vicino ci appaia diverso, dissonante, strano, non ci capacitiamo di averlo voluto al nostro fianco e riesca difficile persino rammentare il perché dei sentimenti e degli slanci che provavamo.
Quando capita di recensire testi così interessanti, che, pur nella loro intellettualità e nel loro spessore, sono avvincenti e intriganti, torna davvero la voglia di leggere.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)