poli patrizia
Laboratorio di Narrativa: Luca Lapi

Luca Lapi continua con i suoi racconti che diventano sempre meno racconti e sempre più piccoli sassi lanciati nell'acqua con la speranza che creino onde in espansione. Se dal punto di vista narrativo c'è un regresso, da quello psicologico, forse, abbiamo finalmente un passo avanti.
Dopo il recente lutto che lo ha colpito, dopo aver perso la figura di attaccamento primario, di accudimento e di riferimento, Luca non si limita più a gridare bizzosamente la sua solitudine ma comincia quel processo di distacco/maturazione che lo porta a crescere e a identificare se stesso come qualcosa di inserito nella società, dalla quale pretende diritti ma verso la quale ha anche doveri e responsabilità.
Al contempo, però, continua a chiedere aiuto, a pretendere che le sue note diventino sinfonia, laddove, ahimè, è lui il primo ad esprimersi a senso unico, a monologare più che dialogare, a rispecchiarsi negli altri non mostrando, almeno apertamente, di riconoscerli e avendo sempre e solo come baricentro se stesso.
Anche lo stile sembra più maturo, meno frammentato da virgole prolisse, illuminato da quei pun, da quei giochi di parole brillanti, "inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola", vere e proprie scorciatoie dell'intuito poetico, che sono la caratteristica principale della scrittura e del pensiero di Luca.
Patrizia Poli
Biagio è un essere umano
Biagio è un essere umano.
Ha dei diritti, come ogni altro essere umano.
Sa che ogni suo diritto, una volta acquisito, diventa un dovere verso se stesso e verso gli altri.
Intende vigilare affinché ogni suo diritto non degeneri in un rovescio, capace di rovesciare su di lui l'edificio morale, civico che sta tentando di costruire.
Sa che ogni suo diritto è fondamentale poiché è fondato sulla roccia della Costituzione dello Stato di cui è cittadino.
E' universale, al di là dei confini nazionali e continentali.
E' inviolabile, non sfiorabile, nemmeno con una viola.
E' indisponibile a compromessi.
Biagio, ripeto, è un essere umano.
Non è un avere disumano.
Lo sa ed esige che ognuno lo sappia, giustamente.
Lo ripete, perciò, periodicamente, riproponendolo attraverso una sua Nota su Facebook.
Vorrebbe che questa sua Nota non restasse ignota e che diventasse l'inizio di una sinfonia.
Lascia il condizionale e grida, imperativo, a squarciagola, alla sua Nota:"Diventa vento che spazi via ogni ingiustizia, legandola a testa in giù ad ogni sua responsabilità, finora, mai assunta!!!"
Luca Lapi
Niccolò Gennari, "L'incanto del tempo"

L’incanto del tempo
Niccolò Gennari
Nulla die, 2017
pp 377
19,90
Orchi, gnomi, folletti, fate, streghe, stregoni, coboldi, draghi, nani, troll. C’è tutto il repertorio dell’high fantasy epico, in auge dagli anni 30 del novecento fino ai 90, quello di Tolkien, Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley, ma ci sono anche influenze successive, come l’apprendistato dei maghi in stile Rowling e i draghi buoni di Christopher Paolini, in questo L’incanto del tempo di Niccolò Gennari, primo volume di una saga a venire, basato sulla quest della prima goccia - una delle bacchette elementali nate dall’Albero della Luce - capace di comandare l’acqua.
Gennari, astronomo e fondatore di una catena di negozi fantasy, tenta una sorta di ritorno alle origini del fantastico primigenio, ma il tempo è passato, l’autore inserisce realtà, come gli eccessi alcolici e il sesso, che non erano presenti – né pensabili – fino agli anni novanta.
La classica storia di ricerca è abbastanza lineare ma non eccessivamente coinvolgente, i personaggi sono quelli stereotipati del genere. C’è il giovane antieroe, c’è la fanciulla misteriosa e prodigiosa che nasconde un segreto, c’è la compagnia eterogenea impegnata nella cerca e ci sono tutte le altre creature buone o malvagie a far da contorno.
Forse perché l’autore è vissuto in un periodo in cui il fantasy si è espresso più che altro visivamente – attraverso il cinema, le serie tv, i videogiochi ed i giochi di ruolo – ma tutto è affidato all’azione, mentre mancano, almeno in questo primo volume della saga, l’approfondimento, l’introspezione dei personaggi e la costruzione di un mondo secondario affascinante e credibile, come se ci si limitasse a citare oggetti e creature magiche facendo affidamento sul fatto che il lettore avvezzo al genere già sappia di cosa si sta parlando.
Fanno eccezione due luoghi, cioè il “Bosco Rosso”, la foresta abitata dai folletti che altro non è se non una gigantesca caldera, e la “Fine del mondo”. Ogni fantasy che si rispetti ha un luogo che non si può dimenticare, dalla terra di Mordor di Tolkien, al gigantesco muro di ghiaccio di Martin. Qui resta infissa nella mente l’inimmaginabile cascata, dove tutta l’acqua del mare va a riversarsi in un vuoto senza fine. L’autore riflette che, se ci sembra normale avere il nulla sopra la testa, potrebbe esserlo anche vederselo di fronte come un immenso burrone sconfinato.
Lo stile del romanzo è piano, senza echi lirici né epici, con parecchie imprecisioni – che l’editore stesso in una nota invita il lettore a segnalare – e con la fastidiosa e sconcertante abitudine di ripetere la stessa parola ogni due righe.
NOTA BENE. In data 12 agosto 2017 l'editore ci informa che :
È stato completato un nuovo editing del romanzo “L’Incanto del tempo”, una revisione che ha individuato e corretto più di 300 errori di vario tipo, tra cui refusi, errori grammaticali, ripetizioni, ecc.
L’Epifania tutte le feste se l’è portate via
L’Epifania tutte le feste se l’è portate via e ci ritroviamo alle prese con la meravigliosa vita normale, senza feste e balli, parenti e amici, inviti e regali forzati. Ci ritroviamo con la casa che, priva di albero, sembra più spoglia ma più grande, e con un'esistenza che appare, allo stesso tempo, più vuota e più libera.
Con questo clima non ho voglia di fare granché, vado in letargo, sto bene in casa, esco solo se costretta - paventando locali affollati fra influenze e meningiti - reputando fastidioso rimanere all’aperto col vento di grecale che, come diciamo noi, “pela”. Ne approfitto per scrivere e fare ricerche per un nuovo romanzo, e non trovo nulla di male nel mettermi sul divano, con i gatti sulle ginocchia, avvolta nel plaid, a guardare trasmissioni che parlano di delitti, di attori e del prossimo Sanremo.
Dimenticate tutto quello che ho detto sul freddo che non c’è e la lana che non serve. Gennaio ha portato il generale inverno e si gela. Servono i maglioni che avevamo comprato l’anno passato senza usarli, servono i guanti, i cappelli e le sciarpe, accessori glamour capaci di trasformare qualsiasi triste giaccone in un look particolare.
E sono arrivati i saldi. La cosa migliore è uscire senza aver bisogno di niente, zittendo i sensi di colpa ad ogni acquisto. Inevitabile chiedersi per chi o per cosa si comparano tanti oggetti e la risposta è solo perché ci piace farlo.
Ho sentito che i must have di quest’inverno sono dei jeans, un cappello maschile, un cappotto, una borsa con la tracolla, un maglione. Bene, a parte il maglione, non ho seguito i diktat e ho comprato altri oggetti.
Ecco il cardigan rosa, benedetto chi lo ha voluto così lungo e coprente, speriamo che non passi mai di moda.
Ecco la maglietta con qualche accenno di leopardo, da portare sotto i maglioni, in casa e fuori.
Ecco il maglione di lana che sembra un poncho senza esserlo, per quel vago look Che Guevara che tanto NON mi si addice.
Ecco la tuta rosa blu, per stare sul divano o portare fuori il cane, da sola o in compagnia di qualche amico cinofilo.
Ecco i tronchetti, immancabili, che non slanciano ma sono talmente di moda da non poterne fare a meno, neri e con un po’ di tacco.
Rosa Santoro, "Maria José e Lady Diana"
Maria José e Lady Diana
Rosa Santoro
Arduino Sacco Editore, 2016
pp 158
12,00

Due donne famose, Maria Josè del Belgio, regina di Maggio, e lady Diana Spencer, principessa del Galles, divise da sessant’anni di storia ma unite in questo romanzo da un rapporto speciale che si instaura attraverso il device letterario dello specchio. Le due principesse divengono l’una l’amica immaginaria dell’altra e, dialogando e rapportandosi, ci narrano in modo piuttosto confuso e parziale la loro vita.
Colta e antifascista l’una, ribelle, filantropa e romantica l’altra, sono accomunate dal fatto di essere talmente moderne da scontrarsi con le casate delle quali si sono trovate a far parte. Entrambe insofferenti all’etichetta di corte, entrambe mogli tradite, entrambe disilluse e infelici, traggono conforto alla loro solitudine dal reciproco impossibile contatto mentale.
Tutto ruota intorno ai difficili rapporti sentimentali con i loro consorti, Umberto II di Savoia e Carlo Windsor. Le due donne parlano d’amore, di turbamenti, di tradimento, di fiducia malriposta, di aspettative e dispiaceri. Delle due, è Diana a essere in primo piano. Di lei vengono taciuti gli amori extraconiugali, concentrandosi solo sul tradimento di Carlo con Camilla Parker.
Il gioco di specchi, rimandi e sovrapposizioni è aumentato dalla mescolanza di lettere, monologhi, conversazioni inventate che – se non fosse impensabile il raffronto – farebbero pensare ai colloqui de Le Operette Morali o a I dialoghi di Platone. I personaggi interagiscono chiacchierando tra loro a distanza di tempo e di spazio, un po’ narrando le vicende, un po’ esternando stati d’animo e riflessioni, con termini colloquiali che contrastano col loro lignaggio. Il tutto, però, non è sviluppato a dovere e genera più confusione che interesse.
Una parola a parte merita lo stile del romanzo. Purtroppo, esso lascia molto a desiderare, fra cambi inspiegabili di tempo e veri e propri strafalcioni (come “convogliare a nozze”) che diventa difficile considerare semplici refusi.
Confini e muraglie

Al di là dei confini dell’impero vivevano molti popoli che i Romani chiamavano barbari, cioè stranieri. Alcuni, come i Galli ed i Britanni, erano già stati conquistati da tempo ed erano entrati a far parte dell’impero. Altri non conoscevano le leggi di Roma, si facevano giustizia da soli in lunghe catene di delitti dette faide. Molti erano nomadi.
L’impero romano d’occidente, sempre più debole e povero, permise alle popolazioni barbare più civilizzate di stabilirsi entro i propri confini. In cambio di terre, gli stranieri diventavano soldati di Roma.
Contemporaneamente, in Cina fioriva un impero simile a quello romano, anche questo minacciato da popoli barbari, i Mongoli, piccoli cavalieri coraggiosi e feroci. Gli imperatori cinesi, per difendersi dai Mongoli, avevano fatto costruire una muraglia lunga duemila chilometri, a partire dal 215 a.C. circa. Ampliata in seguito sotto la dinastia Ming, la muraglia fu eretta per volere dell'imperatore Qin Shi Huang - lo stesso a cui si deve il cosiddetto Esercito di terracotta di Xi'an -, costò forse un milione di vite, ma non impedì l’ingresso dei Mongoli in Cina. Molte tribù mongole ve si stabilirono, ma altre furono ricacciate indietro, verso l’ovest e l’Europa.
I barbari dell’Europa si trovarono così a temere i barbari dell’Asia e cercarono rifugio nell’impero romano. Vi entrarono come invasori e non più come alleati.
Nero fuori e dentro
“Vesti la giubba e la faccia infarina”. Eh, sì, a volte i vestiti sono davvero giubbe da pagliaccio che bisogna indossare per poi infarinarsi la faccia con un sorriso mentre dentro non c’è un solo pensiero pensabile.
Natale è passato e scivoliamo verso il giorno più triste dell’anno: San Silvestro, in cui ci si rende conto di essere soli al mondo e che nessun volto e nessuna voce riuscrebbero comunque a colmare il vuoto e scacciare la malinconia.
Sopra a tutto questo malumore che cosa possiamo indossare per apparire, almeno da fuori, quello che non siamo e non saremo mai dentro?
Il giaccone grigio, sportivo, col cappuccio.
La maglia profilata di pizzo.
Il lupetto argento col collo morbido.
La maglia pelosa bianca, anche questa, come il lupetto, molto più lunga dietro che davanti.
La maglia di pizzo stile ottocento in tinta con lo stato d'animo.
Le sneakers rialzate da terra, con i brillantini.
Le scarpe viola per fare sport che siamo troppo pigri e depressi per praticare.
Il mondo bizantino

L’impero romano era troppo grande per essere salvaguardato tutto. Per portare la capitale in un luogo più sicuro e più facile da difendere, l’imperatore Costantino decise di costruire una nuova città, al confine fra l’Europa e l’Asia, nel punto dove si congiungono il Mediterraneo e il Mar Nero. In suo onore la città fu chiamata Costantinopoli. Fu costruita sul luogo dove sorgeva un’altra piccola città chiamata Bisanzio, per questo Costantinopoli venne comunemente chiamata Bisanzio e i suoi abitanti Bizantini. Costantinopoli era facile da difendere perché protetta dal mare e dalle montagne.
A poco a poco, queste due parti dell’impero si staccarono completamente. Ognuna aveva un suo imperatore. L’Imperatore d’Oriente regnava a Costantinopoli, quello d’Occidente preferiva, alla poco difendibile Roma, la piccola Ravenna, che era stata fino ad allora una città affacciata sul mare e con un porto militare, circondata da paludi che la proteggevano dalle invasioni. Gli imperatori che vi abitarono la resero splendida di palazzi e chiese che ricordano lo stile di Costantinopoli, detto, appunto, bizantino.
L'arte bizantina si è sviluppata nell'arco di un millennio, tra il IV ed il XV secolo. Le caratteristiche più evidenti sono la religiosità, l’appiattimento e stilizzazione delle figure, volte a rendere un'astrazione soprannaturale. I corpi sono assolutamente bidimensionali e stereotipati, solo nei volti si nota uno sforzo verso il realismo, nonostante l'idealizzato ruolo spirituale sottolineato dalle aureole, dalla profusione d'oro nello sfondo, dalle maestose e ieratiche figure di santi e Cristi pantocratori. Non esiste prospettiva spaziale, tanto che i vari personaggi sono su un unico piano. Lo scopo principale è quello di descrivere le aspirazioni dell'uomo verso il divino.
Il mosaico ricoprì un'importanza fondamentale all'interno dell'arte bizantina, poiché l'utilizzo di tessere vitree policrome risultò essere uno strumento ideale per soddisfare le esigenze espressive. Uno degli elementi preminenti del mosaico bizantino fu la lirica della luce, attraverso la quale gli artisti proiettarono le loro immagini in una dimensione astratta, ancorandosi ad una realtà trascendente. Un capitolo di fondamentale importanza nell'ambito della pittura bizantina è costituito dalle icone.
Roma, intanto, era stata abbandonata dagli imperatori e dai ricchi signori, interi quartieri erano deserti. I monumenti cittadini subivano un inesorabile e irrimediabile degrado, tanto da alimentare già all’epoca il mito nostalgico dell'antichità classica.
Ceppo come lo ricordo io
Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.
Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.
A quei tempi l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.
Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro.
Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Appesa al lampadario c’è una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha insegnato una collega di ufficio.
Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo fantastica.
E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.
A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene” quelle parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali di quelli.
La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.
Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come ora che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi che sarebbe accaduto se, per caso, avessi scorto Babbo Natale, se la cosa potesse essere pericolosa. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.
La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.
A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.
Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.
Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.
Nonna
Attorno alla capannuccia
fatta a mano dal bisnonno
mettevi il filo luccicante
un pezzo di latta
divenuto cometa
e accendevi le lucine.
M’inginocchiavo
dicevo le preghiere
a Gesù Bambino
toccavo i pastori in fila
rigidi come soldati
fermi nei loro eterni mestieri
suonavo la campanella
di un’incongrua chiesa
nell’odore di muschio secco
sempre lo stesso
di anno in anno
cantavo
tu scendi dalle stelle.
La ballerina dei datteri
eburnea
ballava sulle punte
e la Befana calava due volte
dal mio camino e dal tuo
la Befana col ciuco
con l’erba del Villano
il bicchiere rosso
del vino
e un infinito cielo di stelle
di stagnola.
Civis romanus
Nell’impero romano c’erano tante città, alcune grandi come Roma, Alessandria, Antiochia, con moltissimi abitanti. Erano città commerciali, vi si vendeva, vi si comprava, vi si fabbricava di tutto. Ai loro porti approdavano navi cariche di merci, soprattutto grano, ai loro mercati giungevano carovane da paesi lontani. Le strade erano molte, comode, sicure e ben tenute, si poteva viaggiare con facilità da un capo all’altro dell’impero, tutti pagavano le tasse e c’erano sussidi per i plebei. A Roma ogni giorno affluivano nuovi poveri dalle campagne, poiché gli schiavi sostituivano il lavoro degli uomini liberi che si ritrovavano disoccupati.
Col passare del tempo, però, le spese statali divennero sempre più insostenibili, specialmente quelle per sorvegliare i confini, oltre i quali si trovavano numerose popolazioni barbariche che, sempre più spesso e con maggior forza, cercavano di penetrare nell’impero per saccheggiare. Stringevano, accerchiavano, s’infiltravano ovunque trovassero i confini scoperti.
Più l’apparato statale spendeva per difendersi, più tasse dovevano pagare i cittadini. Chi non pagava diventava schiavo dello stato e doveva lavorare gratis alla costruzione di ponti, strade e palazzi. Questo lavoro si chiamava angaria. Nell’età feudale le angarie diedero luogo ad abusi gravissimi da parte di privati, a carico soprattutto dei lavoratori agricoli; come tali, persistettero fino alla rivoluzione francese e in taluni paesi anche oltre.
Le popolazioni cominciavano a sentirsi oppresse e a non essere più contente di far parte dell’impero. Essere un civis romanus non era più motivo di orgoglio. Fino a quel momento la cittadinanza romana aveva consentito l'accesso alle cariche pubbliche e alle varie magistrature, la possibilità di votare e partecipare alle assemblee politiche, svariati vantaggi sul piano fiscale e il fatto di essere soggetto di diritto privato, ossia di essere giudicato secondo il diritto romano.
Le città presero lentamente a spopolarsi, la gente si rifugiava nelle campagne per sfuggire agli esattori. Molti plebei chiesero protezione ai ricchi e cominciarono lavorare gratis per loro, diventando servi della gleba, impegnati a non abbandonare mai le terre del padrone.
Circondato dai nemici, oppresso dalla povertà, l’impero romano era sul punto di affondare.
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