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poli patrizia

A Natale (non) puoi.

4 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

A Natale (non) puoi.

 

Mi è sempre piaciuto analizzare le pubblicità, che sono lo specchio fedele della società e del momento attuale. Fra poco è Natale, questo Natale fuori dall’ordinario, il primo così strano almeno dalla fine della seconda guerra mondiale, e mi chiedo come lo stiano affrontando i pubblicitari. Come noi, esattamente come noi: in attesa, in sospeso. Ho visto una pubblicità che chiede ai telespettatori di parlare di come vivranno le prossime festività. Perché mai come adesso il Natale sarà un fatto privato, diverso da quello degli altri.

Il Natale si basa sulla tradizione, sul conformismo, sul consumismo. Ma quest’’anno ognuno dovrà interpretarlo a modo suo. Chi dovrà fare i conti con la malattia, chi con l’isolamento forzato, chi con la mancanza di soldi. Qualcuno, speriamo pochi, se ne fregherà e festeggerà come sempre, con una sarabanda debosciata e decadente, con uno spirito barocco da teschio che traspare sotto il sorriso.

Qualcuno resterà da solo, qualcuno dovrà riorganizzarsi attorno a un nucleo primigenio di sentimenti e tradizioni. Spero di far parte dell’ultima categoria, spero di riuscire a ritagliarmi un nocciolo di ricordi, di folclore, di gesti familiari e tramandati. oppure inventarne di nuovi, chissà.

 

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Natale in lockdown

3 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender, #postaunpresepe

Foto di Walter Fest

Foto di Walter Fest

I giorni in lockdown da pandemia scorrono, sembrano vuoti ma si arriva velocemente a sera con quella sensazione d’invecchiare senza aver vissuto e con le articolazioni doloranti per l’inattività forzata. Ormai ci siamo abituati. L’inverno scorso ci siamo fatti quattro mesi così. Ora siamo più forti, più preparati. Le notizie quotidiane sui morti, però, ci assalgono come secchiate di acqua gelata, ma convivere col virus è diventato anche questo, la triste abitudine alla morte, anche a quella di chi si conosce. Ha un senso pensare al Natale in queste condizioni?

Certamente lo ha per chi è religioso. La nascita di Gesù, più che dare speranza, ci mette di fronte al ciclo inesorabile di vita e morte. Ma lo ha anche per chi non crede. In primis i bambini e non solo loro. Abbiamo tanto bisogno di leggerezza, di speranza, di sentire che la vita continua sempre e comunque. Un anno di pandemia ci ha segnato tutti, fisicamente, economicamente ma anche psicologicamente.

Io non credo in Dio, non più dall’età della ragione. Non credo in Dio come non credo in Babbo Natale. Eppure mi piace il rumore delle campane, l’odore dell’incenso, il muschio e le pecorelle del presepe. E mi piace che Babbo Natale arrivi su una slitta nella notte più magica.

Quando ero piccola l’albero si faceva sempre con le stesse decorazioni da un anno all’altro. Erano palle di vetro soffiato, delicate e preziose, se una si rompeva, ti disperavi. Ma da qualche tempo mi piace cambiare i colori degli addobbi e intonarli alle decorazioni della stanza, alla tovaglia di Natale, persino ai miei vestiti. È una stupidaggine consumistica, forse, ma anche creativa.

Il leitmotiv quest’anno sarà rosso, verde e color legno rustico. Un po’ difficile da trovare, quest’ultima tonalità. Perciò ho ordinato on line. Sì, a causa della pandemia non ho potuto fare il consueto giro per negozi che mi rilassava e divertiva, né, probabilmente, spulcerò i mercatini per gli acquisti frivoli dell’ultimo minuto. Che piaccia o no, quest’anno Babbo Natale arriverà travestito da corriere di Amazon.

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Advent's Calendar

1 Dicembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #adventscalender

Foto di Walter Fest

Foto di Walter Fest

 

Ricordate l’hashtag #unasettimanamagica? Bene, quest’anno il nostro periodo dedicato al Natale si trasforma in un vero e proprio calendario dell’avvento. A partire da oggi apriremo una finestrella al giorno e scopriremo qualcosa che riguarda il Natale.

Iniziamo col dire che sarà indubbiamente un Natale diverso, questo del 2020, un Natale difficile e inaspettato. La pandemia che ha colpito il pianeta ci costringe a confrontarci con la nostra pochezza, con la fragilità, con la paura di morire ogni giorno e con le cose sostanziali della vita.

Intanto abbiamo capito che per vivere è necessario … respirare, avere ossigeno a sufficienza. Mai come adesso temiamo di non riuscire più a farlo. E mai come adesso capiamo la necessità di avere buoni polmoni planetari, cioè foreste e plancton marino.

E, come diceva qualcuno in televisione l'altro giorno, abbiamo compreso anche che fare programmi è inutile, perché poi arriva sempre chi te li scompagina. E allora, a differenza di sempre, io che sono una programmatrice folle, dovrò per forza vivere le feste alla giornata, anzi, alla mezza giornata. Che già chiamarle feste con centinaia di morti il giorno fa un poco impressione.

Quindi prepariamoci a questo Natale lasciando andare tutto ciò che è di troppo, il lusso, la corsa sfrenata agli acquisti, il consumismo - con  buona pace dell'economia - i regali forzati a chi ci sta antipatico, i parenti serpenti.

Sarà un Natale dove dovremo togliere e non aggiungere, come in un buono scritto, sarà un Natale ridotto all’osso, all’essenziale. Non per forza peggiore. Anzi, forse...

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Nicolas Guillén, "Obra poetica"

11 Novembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi, #poesia

 

 

 

 

Obra Poetica 1922-1985

Nicolás Guillén

Traduzione di Gordiano Lupi

Tomo I

Il Foglio Letterario, 2020

pp 494

15,00

 

Il primo ponderoso tomo della traduzione fatta da Gordiano Lupi – e pubblicata con la sua casa editrice Il Foglio - dell’opera poetica di Nicolás Guillen (1902-1989), meticcio figlio di schiavo, poeta cubano comunista, esiliato dal dittatore Batista, combattente della guerra civile spagnola, viaggiatore, presidente dell’unione nazionale degli scrittori di Cuba.

Questo primo tomo raccoglie le opere scritte dal 1922 al 1958 e l’evoluzione è evidente. Le prime liriche – addirittura inedite - sono giovanili, intimiste, ancora ottocentesche, tese a raccontare di un amore perduto, distante e ormai indifferente, e hanno un sapore occidentale. La speranza è tutta in un nuovo amore e si passa attraverso immagini sofferte e cristologiche, condite di solitudine e misantropia. Molto evidente la dualità innocenza/ corruzione, il senso della propria indegnità che si trasforma in una sorta di preghiera laica.

L’approdo successivo è a una lirica impegnata, sociale, dove Guillén canta gli ultimi, i dimenticati, gli sfruttati, i tagliatori di canna da zucchero.

Nel mezzo fra le due, la poesia più bella e sonora, quella “mulatta” di Songoro Cosongo, che si rifà al son cubano, musica e ballo insieme, onomatopeia di tamburi e mimetismo del ritmo sensuale dei neri. Una poesia che è suono, ma anche sangue e carnalità.

Erotismo, dicotomia fra bianco e nero (i due “nonni”, i due “bimbi”), bisogno di riconoscersi in una delle due identità senza averne la possibilità, cori da tragedia greca che oggettivano la narrazione in realismo a volte anche ironico, più spesso drammatico.  Tutto poi evolve nella poesia più tarda, quella contestataria e comunista, dove il poeta denuncia la condizione dei neri cubani e il furto da parte degli Stati uniti delle ricchezze nazionali.  

Infine, l’entusiasmo per la rivoluzione, per Che Guevara, per tutto ciò che appare nuovo, luminoso e giusto. Guillén, per sua fortuna, morirà prima di vedere la triste fine dei suoi ideali.

 

 

 

 

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Valentina Casadei, "Il passo dell'inerzia"

6 Ottobre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il passo dell’inerzia

Valentina Casadei

 

SaMa Edizioni, 2020

pp 60

8,00

 

Una silloge di piccole poesie che hanno come base la dualità. L’autrice, Valentina Casadei,  è giovane e interloquisce, quasi in ogni poesia, con un tu che è, di volta in volta, l’altro da sé ma anche lei stessa. È un dialogo fitto verso l’interno e l’esterno,  - quasi una sceneggiatura - nella speranza che qualcuno ascolti parole che non sono solo per lei. C’è anche, forse, un interlocutore maschile, c’è, comunque, un bisogno irrefrenabile e irrisolto di comunicazione.

È giovane, la Casadei, - e si farà perché parte da buone basi – ma è anche vecchia, perché a volte ha “solo ventisei anni” e a volte “ha già ventisei anni”, ha già nostalgia “della bambina” che fu. Si sente impreparata, smarrita. Ma anche emozionata, in una insistita ricerca personale, in un viaggio dentro e fuori di sé che già rimembra il passato ma con occhio sempre teso al futuro.

Una delle poesie più belle è quella in prima persona, scevra da ogni confronto con l’esterno e che scava dentro la propria anima. Il primo verso mi ricorda - quasi come contaminazione di mezzi espressivi – quello di una canzone di Noemi: “sono un peso per me stessa, sono un vuoto a perdere.”

 

Sono un disastro sbiadito

un errore dall’alto

un dito puntato

Sono un enorme rimpianto

Sono un fiume nel mare

il fluttuare dell’onda

l’annegare del sordo

Sono un navigante disperso

 

 

La vita non è facile e la Casadei non è pronta, per questo indugia, rimane nell’inerzia. Ma non si è mai veramente fermi, il fango ci trascina comunque e perciò, anche nell’“inerzia” c’è “un passo”, c’è l’ossimoro del titolo.

 

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Federica Cabras, "Guai a ore nove"

3 Ottobre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #federica cabras

 

 

 

 

Guai a ore nove

Federica Cabras

 

Literary Romance, 2020

pp 291

14,90

 

Se c’è una cosa che Federica Cabras è brava a fare, è raccontare il lutto, la perdita. Ne aveva già dato un’ottima prova anatomizzando la vedovanza in I misteri di una culla vuota, e ce lo conferma in Guai a ore nove, seguito di Un sogno, un amore, un equivoco. In questo caso non si tratta di una morte ma della fine di un amore.

Così come tutta la prima parte de I misteri di una culla vuota era dedicata al dolore disumano della protagonista per la perdita del marito, qui una buona metà del romanzo riguarda l’amore finito.

Ritroviamo Virginia Carta, la graziosa, intelligente, sbadata protagonista del primo libro. Non lavora più all’“Annie”, il bar di proprietà del suo Giorgio, è ormai diventata una giornalista di Interesse comune, il magazine che occupa tutti i suoi pensieri e le sue ore. Si muove alle dipendenze dell’omonima Virginia, direttrice virago che ricorda la terribile Miranda di Il diavolo veste Prada.

Virginia è in crisi con Giorgio, si sono amati alla follia ma ora si lasciano. E non è un facile e frettoloso lasciarsi. Avete presente quelle serie televisive o quei romanzi dove, dopo ore di programmazione o migliaia di pagine, l’amore tanto sudato, tormentato e conquistato, finisce all’improvviso solo per far spazio a una nuova storia? Qui non è così. La Cabras non ha fretta di liquidare Giorgio. Il dolore della sua protagonista rispecchia la vita vera, il tormento del distacco, l’ineluttabilità di un gesto comunque enormemente sofferto.

La vita però va avanti, nell’esistenza di Virginia ora c’è posto solo per il lavoro, complice quell’ambizione che l’ha sempre divorata e che era palese anche nel primo libro. Ma a mettersi in mezzo sarà un collega, Leonardo Ruinas, detto Nardi. Ambizioso quanto lei, lotterà per portarle via il posto. Da qui una serie di scontri, di guerre e divertenti avventure. Alla fine l’inevitabile freccia di Cupido complicherà ulteriormente le cose.

Ritroviamo la Federica Cabras più frizzante e spigliata, con i suoi dialoghi spumeggianti, moderni, insistiti, televisivi, con i suoi personaggi ben disegnati nonostante i cliché del genere - vedi la tremenda nuova coinquilina Zoe - con i siparietti allegri e il linguaggio giovanile. Bypassando accostamenti ovvi come quello con la Helen Fielding creatrice di Bridget Jones – a sua volta ispiratasi niente di meno che a Jane Austen - tornando indietro eoni nel tempo, paragonerei il suo stile a quello dell’Anguissola di Violetta la timida, un’Anguissola senza preoccupazioni moralistiche, attuale, disinibita e sboccata.

Forse si poteva dare più spazio a Leonardo, al nuovo amore, al suo sviluppo. Ma è come se questo nuovo amore Virginia non lo volesse davvero, come se non fosse la cosa importante del romanzo, come se la protagonista avesse bisogno di tornare indietro a una vita fatta di amici e allegra coabitazione, senza responsabilità, senza le costrizioni e i compromessi del vivere in due, ma con tutte le prospettive ancora aperte dal punto di vista dei sentimenti e della carriera.

Insomma, forse, con questo secondo libro, Virginia Carta ci ha detto che non si rassegna ancora a crescere.

 

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Giuseppe Benassi, "Tra le tue sgrinfie"

27 Settembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Tra le tue sgrinfie

Giuseppe Benassi

 

Manni, 2020

pp 126

15,00

 

In quest’ultimo romanzo di Giuseppe Benassi, l’avvocato Borrani, protagonista di tutti i suoi libri precedenti, compare solo di sfuggita. Personaggio principale è l’ingegner Mazza, un uomo arrivato al capolinea della vita, destinato a morire, o per suicidio o per un tumore che gli sta aggredendo lo stomaco. Mazza è pieno di debiti, ed è nei guai con la giustizia. Viene salvato dal contatto con un figuro losco e potente.

"Zia Carmela" è un vecchio falsario omosessuale, dedito a non ben definiti traffici, e a capo di una rete di malaffare. Grazie a lui Mazza si ritroverà libero dai debiti, dal cancro che lo consumava e dalla sua vita precedente; grazie a lui scoprirà che la defunta moglie lo tradiva e che quello che credeva suo figlio in realtà non lo era.

Ma questo è solo l’inizio di una sorta di rinascimento interiore che corrisponde alla degradazione totale, all’abbandono a una vita forse sempre sognata ma mai osata.

Affiliarsi a "Zia Carmela", al giovane pakistano Safik e al cane Ciro, significa per Mazza riconoscere l’ipocrisia e la falsità dell’esistenza borghese. Mazza compie quel salto che Borrani ha sempre solo immaginato, un tuffo nell’immondo, nel sordido, l’abbandono a persone dello stesso sesso, come se Dorian Gray si lanciasse finalmente nel ritratto. Non a caso "Zia Carmela" è un pittore di grande talento, capace di cogliere l’attimo metafisico in cui gli opposti si toccano, la coniunctio oppositorum sempre presente nei romanzi di Benassi.

Morte e vita, luce e ombra, tramonto e alba s’intrecciano, così come lo squallore si fonde con la purezza. Alla fine il protagonista sarà per la prima volta libero, e ricostruirà con quegli esseri strani, e diabolicamente innocenti, una nuova esistenza più autentica.

Esistono due forme di decadimento, ci dice l’autore, quello squallido e vuoto delle scene ambientate alla stazione di Pisa - ormai irriconoscibile fra spacciatori, alcolisti e senza fissa dimora - e quello fantasmagorico, circense, raffinato seppur abietto di "Zia Carmela". Che differenza fra la quotidianità deludente della vita di Mazza e le ombre corrusche dei sublimi quadri del vecchio falsario dipinti al suono di musiche eccelse. È la medesima differenza che intercorre fra la prosaicità di certe descrizioni urbane - in uno stile paratattico, efficace ma troppo insistito - e il lirismo della natura e degli animali, sempre innocenti e puliti in Benassi.

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"La mummia 2017" e "A star is Born".

21 Settembre 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #cinema

"La mummia 2017" e "A star is Born"."La mummia 2017" e "A star is Born".

Mi è capitato di seguire due film:  La mummia 2017 di Alex Kurtzman e A Star is Born di Bradley Cooper. Entrambi, non solo remake, ma addirittura ultimi di una lunga catena di rifacimenti dello stesso soggetto.

Parto dal La mummia. Durante la visione credo di essermi resa conto, forse, di averlo già visto. Anche tenendo conto della mia età e della memoria labile, se mi è rimasto solo qualche “glimpse”, cioè qualche vago e sfuggente frammento, significa che non deve essermi piaciuto poi tanto neppure la prima volta. Diciamo che è un film che avrebbe tutte le caratteristiche per essere un’ottima pellicola: Tom Cruise nei panni del protagonista, una trama tutto sommato coerente, ottimi effetti speciali. Eppure… eppure non lascia niente, non scatena nessun tipo di coinvolgimento emotivo, nessuna paura, nessun divertimento. Tom Cruise fa il verso a se stesso, bello e agile ma con l’espressività di un manichino. Russel Crowe, che impersona l’antagonista,  - addirittura il dottor Jekyll redivivo - pur con la suadente voce di Luca Ward, è imbolsito e privo di qualunque fascino residuo. La protagonista femminile, Annabelle Wallis, è del tutto insignificante. Forse l’unica figura degna di nota è la principessa egiziana mummificata.

La prima parte gioca col mix divertimento/azione, nella tradizione di film mitici come All’inseguimento della pietra verde o Indiana Jones. La seconda parte vira sul gotico insulso in stile The librarian. Non ha nulla del divertimento, della vivacità e dell’ironia della versione di Stephen Sommers del 1999.

Insomma, una lunga scia di remake, dopo l’originale del 1932, di cui questo è il meno spassoso e avvincente. Pare che, infatti, abbia ricevuto una candidatura come peggior film, e Cruise come peggior attore. Il finale chiaramente aperto lascia supporre un sequel che non c’è mai stato visti gli incassi del botteghino, dopo tutti soldi spesi per gli effetti speciali e per girare le scene in assenza di gravità

Per quanto riguarda A star is born, remake del musical del 1937, per l’esordio alla regia di Bradley Cooper, che è anche il protagonista, il discorso è diverso. Sebbene si capisca che la storia è un pretesto per far brillare Lady Gaga, devo dire che la trama, pur semplice – un cantante alcolizzato scopre una giovane di talento, la sposa riamato ma non riesce a reggere il peso del successo di lei - coinvolge, e la cantante come attrice è bravissima, intensa, senza forzature né isterismi.

La Germanotta parte bruttina, “plain” dicono gli inglesi, cioè un misto fra poco attraente, insignificante e scialba, e finisce bellissima. Pare che abbia cantato l’ultima canzone  dopo aver saputo della morte di una cara amica e il risultato è, in effetti, commovente. Bradlay Cooper è credibile nei panni del marito alcolizzato e fragile.

La morale della storia credo sia l’abbastanza banale “bisogna essere se stessi per convincere” e “non basta il talento se non hai qualcosa di tuo da dire.”

Alla fine, senza eccedere, una lacrimetta l’ho spremuta.

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Fabio Volo, "Un posto nel mondo"

31 Agosto 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Un posto nel mondo

Fabio Volo

 

Mondadori, 2006

 

Non avevo mai letto nulla del “famigerato” e “vituperato” Fabio Volo. Alcuni sostenevano che “tocca il cuore del lettore”, altri ne parlavano come della peste bubbonica della letteratura. Non sono d’accordo né con l’elegia né con la demonizzazione. Devo dire, però, che almeno questo singolo romanzo ha ribaltato tutte le mie aspettative.

Pensavo di trovarmi di fronte a una mal scritta storiella d’amore alla Federico Moccia, che mi avrebbe, in ogni caso, inevitabilmente coinvolta e intrigata. Invece, la pecca principale del testo non è il linguaggio che, tralasciando alcune ripetizioni, è scorrevole, personale, né migliore né peggiore di tanti altri; ciò che non ho gradito è stato proprio il contenuto, sebbene il testo si faccia leggere velocemente.

Storia vagamente alla Paulo Coelho – autore che aborro per i temi trattati – d’improvvisa e raffazzonata conversione interiore. “Percorso” lo chiamerebbe qualcuno, con un termine abusato e detestabile.

Michele tira tardi a bere in piazza con l’amico Federico che, ad un certo punto, si annoia e gli suggerisce di dare un senso a giorni sempre uguali che un senso, come direbbe Vasco, non hanno. Federico parte per Capo Verde. Torna cambiato e innamorato di Sophie, mentre, nel frattempo, Michele si è invaghito e poi stufato di Francesca. Federico riparte di nuovo, definitivamente, nel senso che muore in un incidente. Allora Michele va in pezzi, comincia a sentire, oltre al dolore per la scomparsa dell’amico fraterno, che qualcosa nella sua vita davvero non va, che il suo lavoro è monotono e privo di slanci, che non ha niente da offrire alla ragazza e per questo la lascia. Si trasferisce a Capo Verde anche lui, conosce la fidanzata di Federico che aspetta una figlia, ha un incontro che fa da deus ex machina con una sciamana locale, e torna in Italia un uomo nuovo.

Io a queste conversioni improvvise, alla vita che si accende senza l’aiuto degli antidepressivi ma con la famosa mindfulness, - cioè l’assaporare il qui ed ora, che è poi il centro stesso della meditazione - non credo e mi infastidiscono pure. Non credo neppure agli amori che risorgono dalle ceneri. Se una persona non ti interessa più non è – come sostiene l’autore - perché non hai ancora trovato te stesso, ma è perché ti ha scocciato e basta. Il rapporto d’amore fra Michele e Francesca sa di minestra riscaldata e trovo infantile, peterpanesca, la scelta finale dei due di mettere al mondo una figlia senza convivere, pur amandosi e sentendosi una famiglia unita.

Comunque, il centro positivo del romanzo è senz’altro la necessità di portare in superficie i nostri bisogni più autentici, qualunque essi siano, anche i più elementari.

Il libro manca totalmente di ambientazione, forse non indispensabile in una storia di formazione spirituale, ma la cosa lascia i protagonisti sospesi in un limbo dove mare, ufficio, città, auto sono solo nominati ma mai resi palpabili o visibili.

Ho trovato assolutamente non indispensabili e fini a se stesse certe descrizioni di gesti volgari, come il modo in cui il protagonista è solito tagliarsi le unghie dei piedi o masturbarsi negli asciugamani degli alberghi. Particolari, frutto di un morboso bisogno di dire tutta la verità, che non aggiungono un tocco di realismo né di crudezza alla narrazione, ma rappresentano solo tremende cadute di stile. Uno stile, a tratti,  più da post di Facebook che da romanzo, infarcito di frasi costruite a tavolino per essere sottolineate e copiate in un diario.

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Stephenie Meyer, "Midnight Sun"

19 Agosto 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

Midnight Sun

Stephenie Meyer

 

Atombooks, 2020

pp 756

 

 

Dovevo comprarlo per forza. Ho letto tutta la serie di Twilight e ho visto tutti i film, dal primo all’ultimo. Questo nuovo capitolo della saga dei vampiri vegetariani non potevo perdermelo. Non è un sequel, non è un prequel, Midnight Sun, è qualcosa di inaspettato e sicuramente inusuale. È il primo libro della serie, Twilight appunto, riscritto da cima a fondo con un cambio di prospettiva.

Tutte le vicende del libro, l’archetipica storia de La bella e la bestia, l’incontro alla scuola superiore di Forks, fra Bella Swan ed Edward Cullen, la scoperta che lui non è un ragazzo qualsiasi ma un vampiro, l’entrata di Bella nella famiglia Cullen, la caccia da parte del sanguinario segugio James e il salvataggio, non sono più viste dalla parte di lei ma di lui. Non c’è più il punto di vista di una ragazza goffa ma intelligente, ruvida ma sensibile, bensì quello di Edward, l’adolescente centenario, il vampiro ribelle che non si accontenta di essere un mostro e sceglie di vivere fra gli umani.

Il romanzo ha due difetti. Il primo è che la capacità di leggere nel pensiero di Edward, e quella di prevedere il futuro di sua sorella Alice, combinate insieme, in certi momenti rendono faticosa la lettura. Anche l’azione finale è un po’ troppo meticolosa e accentuata, come se il romanzo fosse diviso in due parti distinte, la prima romantica e la seconda di pura azione. L’altro difetto è che, forse, mi sarei aspettata un'operazione un po’ più alla Anne Rice, con maggiore spazio dato alla vita precedente di Edward, al suo lungo secolo da vampiro. Ma Stephanie Meyer non è Anne Rice. Lei punta sul qui ed ora, sullo sviluppo di un sentimento impossibile, sull’attrazione negata e contrastata, sul senso di colpa e sulla paura del rifiuto.

Edward ha già rinunciato al suo passato da killer, lo ha fatto grazie a Carlisle, il personaggio della saga che amo di più in assoluto, le cui caratteristiche principali sono l’empatia, la dolcezza e l’umanità. Il secondo mutamento lo farà grazie all’incontro con Bella, un’anima generosa e sensibile, una persona buona e disinteressata, capace di sacrificio e dedizione. Sono i due poli Carlisle e Bella a trasformare il vampiro Edward da mostro in essere umano, in grado di compiere scelte etiche.

Forse la parte del romanzo che preferisco è la vita di Edward con la famiglia, i suoi pensieri e gesti nei rari momenti in cui non è con Bella. Qualcuno ha persino fatto notare che la storia si fa più interessante quando Bella esce di scena e ci libera della sua presenza ingombrante, quando possiamo penetrare l’oscurità e il tormento di un essere immortale che aspira alla redenzione e lo fa per la propria anima, ma soprattutto per amore. Un amore che – per quanto quello di Bella ci fosse sembrato grande – è qui enorme: quando un vampiro ama è per l’eternità, quando un vampiro ama, cristallizza per sempre il celeste momento dell'inizio dell'innamoramento.

Benché questo ultimo romanzo non possa comunque competere col primo, rimane il fascino dell’amore strano e impossibile, rimane l’attrazione di una materia conosciuta e amata. In sostanza, un libro per fan della serie, che non aggiunge nulla di nuovo ma è comunque un gradevole approfondimento, uno sviluppo di motivi e sentimenti che ci riporta piacevolmente indietro, alla magia del 2008.    

 

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