poli patrizia
Due punti di vista sulla New Age, con una introduzione

Di Guido Mina di Sospiro
tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; originalmente pubblicato su Reality Sandwich.
Introduzione
Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò Der logische Aufbau der Welt, “La struttura logica del mondo”. Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico Tractatus Logico – Philosophicus, l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) inserì:
RIFERIMENTI. Wittgenstein ha chiaramente formulato l’orgogliosa tesi dell’onnipotenza della scienza razionale, così come l’umile intuizione relativa alla sua importanza nella vita pratica: per una risposta che non può essere espressa, anche la domanda non può essere espressa. Il problema non si pone. Se si può fare una domanda, allora vi si può rispondere… (…) Wittgenstein riassume la portata del suo trattato nelle seguenti parole: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”
Quel famoso aforisma, che conclude il trattato, avrebbe dovuto essere interpretato come una confessione di umiltà gnostica, non come un’orgogliosa tesi dell’onnipotenza di una scienza razionale. Basta prestare attenzione a tutte le implicazioni dell’opus. Giusto due aforismi prima di quello finale, infatti, Wittgenstein afferma: “C’è davvero dell’inneffabile. Esso mostra sé, è il mistico.” (6.522)
Tutto ciò risale a un secolo fa—perché dovrebbe interessarci ancora? Perché le implicazioni del razionalismo, del positivismo, del determinismo, del riduzionismo, e del meccanicismo hanno invaso il globo come una peste. Non si deve biasimare Wittgenstein: ha trasceso la sua epoca, sebbene l’abbia epitomizzata usando e sviluppando i suoi strumenti, da poco riscoperti e perfezionati, quelli della logica. (Una evidente obiezione al suo Tractatus è l’uso dell’aforisma e un criterio di classificazione altamente soggettivo al posto di un testo strutturato più sistematicamente. Perché mai dovremmo sventrare la logica attraverso un assortimento di aforismi criptici?) I suoi meno dotati seguaci, attraverso il loro fraintendimento storico, partirono per la tangente (sbagliata.) E questo solo nel campo della logica. In tutti i rami della conoscenza, il determinismo è venuto e se n’è andato, o piuttosto, sarebbe dovuto andarsene, ma non lo ha fatto, è rimasto, e ha permeato il mondo, coadiuvato dall’amplificazione del suo più fedele alleato, il progresso economico.
Segue un irrispettosamente succinto riassunto di alcuni dei colpi che avrebbero dovuto decretare la fine del determinismo, del meccanicismo, del riduzionismo, del darwinismo, etc. Coloro che hanno familiarità con tali sviluppi scientifici, non leggano questa sezione. Coloro che non ne hanno, possono usarla come un invito ad approfondire la lettura degli scienziati citati.
La geometria euclidea è stata surclassata da quella non-euclidea, le cui principali figure furono: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1973 -1856); János Bolyai (1802- 1860); e Bernhard Riemann (1826-1866). Se il riconoscimento di Lobachevski e Bolyai è postumo, l’accettazione della geometria non euclidea avvenne sotto l’influenza delle idee di Riemann, nel 1866, di Eugenio Beltrami nel 1868, e di Felix Klein nel 1871. Nel 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) pubblicò il suo principio di indeterminazione. La sua radicale reinterpretazione dei concetti base largamente newtoniani della meccanica applicata alle particelle atomiche nel contesto della teoria quantistica avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla meccanica di Newton. (E lo fece, in effetti. Tuttavia, la nozione di tempo come mera durata è ancora cardinale, ad esempio, per il mondo finanziario, con ripercussioni di proporzioni globali.)
Il positivismo logico era stato ferito nel suo nucleo — la sua coercizione vero/falso e conseguente tacita aderenza al principio di bivalenza — dalla scoperta di Jan Łukasiewicz (1878 – 1956) della logica trivalente già nel 1917, nota bene: prima del trattato di Wittgenstein. Seguirono una logica a molti valori (e calcoli multivalore), aiutata dal fiorire della scuola di logica di Varsavia, della cui nascita Łukasiewicz è indirettamente responsabile.
Per quanto concerne la selezione naturale e la concezione del mondo darwiniana, accoppiata al moderno approccio biologico molecolare convenzionale, che insiste sul fatto che, quando si conoscerà la sequenza del DNA di qualsiasi organismo, allora tutto sarà manifesto, sta diventando evidente, come suggeriscono, fra gli altri Brian Goodwin e Gunther Stent, che la morfogenesi e lo sviluppo possono essere visti come un sistema dinamico.
La teoria del caos sta appena uscendo allo scoperto, gradualmente guadagnando terreno fra biologi, matematici e filosofi.
Riassumendo, tutti i suddetti sviluppi, in rami diversi ma sempre più interconnessi della conoscenza, puntano al fatto che il mondo, la vita, e la vera essenza dell’essere, l’ontologia, debbano essere reinterpretati e re-investigati con un approccio interamente nuovo (o interamente revivalista). Gli organismi non sono mere raccolte di parti, come geni, molecole e i vari componenti dei loro organi. E, soprattutto, sono vivi.
La prodigiosa proliferazione di asfalto, blocchi di cemento, edifici e grattacieli in tutto il mondo; il processo in atto e senza precedenti di deforestazione e totale desertificazione; l’omogeneizzazione culturale che il mondo ha subito, nell’interesse di una sottocultura globale, taglia unica, con la quale soppiantare le precedenti culture multiple—tutto ciò sembra essere un inarrestabile processo di spaventosa grandezza distruttiva.
Più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva predetto, in vera e propria tradizione oracolare sebbene nelle sembianze di moderno scienziato della storia, che il mondo si sarebbe mosso, in uno spasmo dialettico, verso un proletariato internazionale globale. Il ventesimo secolo, secondo le sue predizioni, avrebbe dovuto annunciare e confermare la nascita di un proletariato mondiale senza classi, internazionale, transnazionale e sopra nazionale. Ma il comunismo ha fallito platealmente, nonostante gli sforzi tenaci e vigorosi che i vari regimi hanno esercitato per tenerlo in vita, a nonostante le decine e decine di milioni di vite umane sacrificate al suo altare. L’umanità è regredita verso l’adorazione degli dei e, ciò che è peggio, se c’è stata una sola e dominante tendenza nel ventesimo secolo, è stata il nazionalismo. Le previsioni di Marx si sono rivelate sbagliate e il suo determinismo storico... difettoso, per coltivare l’arte dell’eufemismo.
Ma centinaia di milioni di persone, dall’Unione Sovietica alla Cina, da Cuba al Vietnam, hanno preso parte, volenti o nolenti, in questo colossale esperimento: dimentica la tua proprietà (se ce l’hai) – la tua religione – i tuoi costumi – i tuoi istinti... Probabilmente come reazione, stiamo assistendo al riemergere di istinti tribali a lungo dimenticati, mentre permangono scenari da incubo dal lato oscuro dell’umanità: pulizia etnica, guerre di religione etc.
Le società androcratiche, di libero mercato e consumistiche, capitanate e ispirate dagli Stati Uniti, sono riuscite a far sembrare il mondo tutto uguale, applicando concetti di ampia portata che sono apparentemente di casa ovunque, poiché fanno appello a una componente della psiche umana alla quale la maggior parte di noi non sembra in grado di rinunciare: l’avidità. Un osservatore extraterrestre, dopo una completa valutazione del mondo, potrebbe commentare che esso appare come una mistura freudiana e adleriana, un ribollire d’istinti base provocati da pulsioni sessuali e di potere.
Fra queste principali e, sebbene differenti, ugualmente distruttive forze, c’è una particolare classe di esseri umani: i simpatizzanti della New Age. Come si possono caratterizzare?
New Age, da un punto di vista solidale
Oggigiorno le religioni abramiche si occupano di questioni molto poco ermetiche, mentre la massoneria è solo una di tante confraternite. In un certo senso, ciò è andato a vantaggio della tradizione ermetica, che adesso non si trova più sul limitare di altre istituzioni. Infatti, è diventata una chiesa per conto suo, e ha sviluppato la sua parte più essoterica nel movimento New Age. Uno sguardo retrospettivo alla storia conferma la diagnosi.
Al pari dell’ermetismo rinascimentale, che sperava di restaurare pace al mondo cristiano e la ragione all’umanità belligerante, il movimento New Age è ecumenico, non dogmatico e pacifista. Come gli alchimisti, che pensavano che tutta la materia fosse sulla via di diventare oro, i New Agers si dedicano alla trasformazione personale e alla realizzazione del potenziale latente in ciascuno. Le scienze occulte fioriscono, certamente nelle loro modalità meno profonde, in sistemi di divinazione (tarocchi, rune, I Ching), nell’astrologia, nella scienza delle piante, (medicina delle erbe) e delle pietre (cristalli). Così come Paracelso attraversò l’Europa chiacchierando con boscaioli e vecchie sagge, i New Agers ricercano la saggezza dei popoli indigeni, a cui danno valore.
Come tutte le manifestazioni essoteriche, la New Age ha i suoi aspetti sfortunati. Ma al suo peggio è stupidotta piuttosto che malvagia, e al nostro osservatore extraterrestre sembrerebbe la più umanistica ed ecologica di tutte le religioni attuali. Inoltre, offre porte che non sono sigillate dal dogma o dall’autorità religiosa attraverso le quali pochi auto-selezionati possono passare per ottenere una conoscenza più profonda.
New Age, da un punto di vista ostile
Se la New Age riguarda principalmente il risveglio, perché mi fa dormire? Quelle copertine lucenti con disegni kitsch; quella musica da ascensore riciclata con titoli pomposi; e soprattutto quei profeti, o illuminati, o qualsiasi cosa siano, col loro catechismo nuovo fiammante—mi fanno dormire.
In tutta buona fede partecipo a un seminario. Eccomi dinnanzi all’illuminato, che chiacchiera. La prima impressione che mi assale è un grande torpore. Ma non mi posso addormentare, sarebbe maleducato. Così ascolto. E cosa sento? Una stupenda quantità di ovvie assurdità. Pensandoci, non è semplice ammassare così tante stupidaggini in così poco tempo. È una cosa degna di nota di per sé, se non esattamente degna di lode.
Imparo che ci reincarniamo 84.ooo.ooo volte; che ho dell’ectoplasma nero che fuoriesce dalla mia bocca; che alcuni di noi stanno per vedere le luci ultraviolette; che siamo osservati da extraterrestri con un terzo occhio (mi chiedo da quale occhio?) etc. etc. Sebbene la sospensione dell’incredulità sia una conditio sine qua non, c’è anche una curiosa infusione di pseudo-scienze, cosicché i termini sono presi in prestito liberamente dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia, etc. Se non altro, funzionano egregiamente come scioglilingua. Abbondano le frasi fatte, immagino perché non c’è un correttore grammaticale che avvisi l’illuminato: “Frase fatta, usare con parsimonia”. Il logos è confuso con la logorrea.
Prospera anche un sentimentalismo del tipo più infimo, e dispiace perché sembrerebbe esserci spazio per l’umorismo. Ad esempio, da un catalogo di libri New Age, ecco un titolo azzeccatissimo: Dai la colpa alle tue vite precedenti. Tale libro esiste davvero. Dovrebbe essere un best-seller fra i perdenti, e posso già immaginare il secondo volume: Punta tutto sulla tua prossima vita!
È tutto qui? Sono circondato da perdenti? Mentre sedevo in mezzo a loro, la canzone di Beck continuava a frullarmi in mente col suo maligno ritornello: “Sono un perdente, amore, allora perché non mi uccidi?” Tutti i New Agers hanno forse un tremendo bisogno di psicoanalisi? Stanno tutti cercando una via di salvezza psichica ed emozionale? Se fosse questo il caso, allora, in forza della compassione, sono costretto a rispettare i loro erronei tentativi, e tacere.
A ben pensarci, i New Agers, per quanto kitsch siano, sono fra i migliori rappresentanti della società occidentale. Perché, almeno, loro avvertono che qualcosa non va. Sfortunatamente, sembrano accorgersene solo quando qualcosa va terribilmente storto nella loro vita. Allora cercano un rimedio e, avendo rifiutato la religione cattolica, se sono cattolici, la zingara che legge i tarocchi o il palmo della mano, e lo psichiatra, confluiscono in questa nuova genia di ciarlatani, cioè persone che dispensano frasi fatte rimescolate in guisa di saggezza trascendentale. E allora, com’è che la fanno franca? La fanno franca perché coloro che partecipano ai loro seminari e leggono i loro libri sono per la maggior parte gente disperata pronta a credere a tutto e abbracciare qualunque idea.
Ci siamo passati tutti nella nostra vita, impotenti nelle grinfie della depressione. Quando niente va come dovrebbe andare, qualsiasi antidolorifico capace di alleviare la nostra sofferenza è il benvenuto. In un tale stato di profondo abbattimento, non solo si ottiene automaticamente la sospensione dell’incredulità, ma il futuro illuminato crederà più di ciò che si può realisticamente credere. E tuttavia l’Altro possiede il senso dell'umorismo e, se lo si avvicina in modo così disarmante, è probabile non si riuscirà mai a vendergli una polizza di assicurazione sulla vita. L’Altro ha anche bisogno di noi, ma non s’interessa di coloro i quali, avendo rinunciato a un atteggiamento critico, sono pronti a credere a qualsiasi cosa. L’Altro snobba tali persone.
Coloro di voi che non hanno mai letto un libro tipicamente New Age ne devono comprare almeno uno e rendersi conto da soli di cosa intendo. Di solito la prefazione informa frettolosamente il lettore che l’Autore è stato magistralmente guidato da tale o talaltro (uno spirito, una reincarnazione, una voce divina) e che lui o lei deve comunicare un messaggio, anzi, il messaggio. Comincia poi una litania di regole. Sono elencate nel più canonico ordine causale, cioè, da A segue B; da B, C, e così via. Sembra che la Rivelazione, il Messaggio consista nella lista della spesa. Solo che, al posto delle carote, del pane e del prezzemolo, la lista è composta da frasi fatte prese in prestito da un potpourri mal digerito di religioni/pseudoscienze comparate, compilate da sfogliatori di libri di seconda classe.
D’altra parte, coloro la cui vita è apparentemente in ordine, che abbondano in soddisfazioni familiari e professionali, che sono normali e in salute, raramente sentono il bisogno di avvicinarsi a ciò che, di fatto, è sepolto in profondità dentro ciascuno di noi. E poi ci sono le masse, coloro che guardano cinque ore di televisione al giorno, e sono bombardati da incessanti spot pubblicitari, una media di 21.000 all’anno negli Stati Uniti; coloro che hanno ormai l’encefalogramma piatto e, sebbene ancora funzionali a livello fisico e psichico, sono in effetti diventati dei manichini.
Finché, un giorno, uno di tali manichini viene trovato, legato, imbavagliato e strangolato in uno stanzino o in uno scantinato. Alla fine, i parenti normali e sani, eccezionalmente risvegliati dal loro letargo che dura da una vita, vengono a sapere dalla polizia che il loro caro non è stato ucciso, bensì è morto di morte autoerotica.
Introduction
In 1928 a brilliant philosopher/logician from Vienna, Rudolf Carnap, published Der logische Aufbau der Welt, The Logical Structure of the World. Ten years before, Ludwig Wittgenstein had conceived his highly cryptic Tractatus Logico-Philosophicus, the last philosophical book. Carnapand other exponents of the Vienna Circleelaborated on Wittengsteins message. Toward the conclusion of his mentioned work (183.Rationalism?) he inserted:
REFERENCES. Wittgenstein has clearly formulated the proud thesis of omnipotence of rational science as well as the humble insight relative to its importance for practical life: For an answer that cannot be expressed, the question too cannot be expressed. The riddle does not exist. If a question can be put at all, then it can also be answered… (…) Wittgenstein summarizes the import of his treatise in the following words: What can be said at all, can be said clearly, and whereof one cannot speak, thereof one must be silent.
That famous aphorism, which concludes the treatise, ought to have been interpreted as a confession of Gnostic humility, not as a proud thesis of omnipotence of rational science. All it takes is heeding all the implications of the opus. Just two aphorisms before the conclusive one, Wittgenstein states:
"There really is ineffability. It shows itself, it is the mystic." (6.522)
All of the above almost a century ago. Why should we care anymore? Because the implications of rationalism, positivism, determinism, reductionism, mechanicism, have invaded the globe like a plague. Wittgenstein is not to be blamed; he transcended his epoch, though he also epitomized it by using and developing its newly-rediscovered and perfected toolsthose of logics. (One noticeable objection to his Tractatus is the use of aphorisms and a highly subjective ordering criterion in lieu of a more systematically structured text. Why should logic be disemboweled, as it were, through an assortment of cryptic aphorisms?) His less gifted followers, through their historical misunderstanding, went off the (wrong) tangent. And that just in the field of logics. In all branches of knowledge, determinism came and went, or rather, ought to have gone, but has notit has persisted, and has permeated the world, aided by the amplification of its staunchest ally, economic progress.
There follows a disrespectfully succinct summary of some of the blows that ought to have done away with determinism, mechanism, reductionism, Darwinism, etc. Those of you who are familiar with these scientific developments, need not read this section. Those who are not, may use it as an invitation for further reading into the works of the quoted scientists.
Euclidean geometry was superseded by non-Euclidean geometry, whose chief figures were: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1793-1856); János Bolyai (1802-1860); and Berhard Riemann (1826-1866). If Lobachevskis and Bolyais recognition is posthumous, acceptance of non-Euclidean geometry occurred under the influence of Riemanns ideas, in 1866, Eugenio Beltramis in 1868, and Felix Kleins in 1871.In 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) published his indeterminacy, or uncertainty, principle. His radical reinterpretation of the largely Newtonian basic concepts of mechanics as applied to atomic particles in the context of quantum theory should have dealt the coup de grâce to Newtons mechanics. (It did, as a matter of fact. Yet, the notion of time as mere duration is still cardinal to, for instance, the financial world, with repercussions of global proportions.)
Logical positivism was wounded at its coreits true/false coercion and ensuing tacit adherence to the principle of bivalenceby Jan Lukasiewiczs (1878-1956) discovery of three-valued logic as early as in 1917, nota bene: before Wittgensteins Tractatus. Many-valued logic (and multivalued calculi) were to follow, aided by the flourishing of the Warsaw school of logic, for the inception of which Lukasiewicz is to be credited.
As for natural selection and the Darwinian world-view, coupled by the modern conventional molecular biological approach, which insists that when the DNA sequence of any organism be known, then all would be evident, and indeed all the reductionism and mechanisms it reeks of, it is becoming apparent, as Brian Goodwin and Gunther Stent, among others, suggest, that morphogenenis and development can be viewed as a dynamic system.
The theory of complexity is just coming out of the closet, gradually gaining ground among biologists, mathematicians, and philosophers alike.
In sum, all the mentioned developments in different but ever more interrelated branches of knowledge point to the fact that the world, life, and the very essence of beingontologymust be reinterpreted and re-investigated through an entirely new (or entirely revivalist, in a sense) approach. Organisms are not merely collections of parts, such as genes, molecules and the various components of their organs. And what is more, they are alive.
The prodigious proliferation of tarmac, concrete blocks, buildings and skyscrapers the world over; the ongoing, unprecedented process of global deforestation and outright desertification; the cultural homogenization the world has undergone, for the sake of a global one-size-fit-all subculture by which to supplant the previous, manifold endemic cultures; all of this seems to be an unstoppable process of appalling destructive magnitude.
Over a century and a half ago Karl Marx had predicted, in true oracular tradition albeit in the disguise of a modern scientist of history, that the world would move, in a dialectical spasm, towards a global international proletariat. The current century, according to his predictions, was to herald and confirm the birth of a classless, international, transnational and supranational worldwide proletariat. But Communism has failed bombastically, despite the tenacious and forceful efforts the various regimes exerted to keep it alive. Mankind has regressed to god-worshipping, and, what is worse, if there is one single, overriding trend in the twentieth century, that is the one of unbridled nationalism. Marx has been proven completely wrong, and his historical determinism, flawed to cultivate the art of euphemism.
But hundreds of millions, from the Soviet Union to China, from Cuba to Vietnam, have partaken, willy-nilly, in this colossal experiment of forget your property (if any) — your religion — your customs — your instincts… Possibly as a reaction, we are witnessing the reemergence of long-forgotten tribal instincts, as nightmarish scenarios reemerge from the shadow side of humanityethnic cleansing, religious wars, etc.
Androcratic, free-market, consumerist societies, with the US leading and inspiring the pack, have succeeded in making the world look the same by applying broad-sweeping concepts that are apparently at home everywhere, as they appeal to a component of the human psyche that most of us do not seem to be able to renouncegreed. An extraterrestrial observer, after a thorough evaluation of the world at the end of the twentieth century, could comment that it appears to be a Freudian and Adlerian delighta turmoil of base instincts engendered by sex and power drives.
Caught in between these major and, although different, equally destructive forces, is a peculiar class of human beings: New Agers. How can they be characterized?
New Age (a sympathetic view)
Nowadays the Abrahamic religions are concerned with very un-Hermetic matters, while Freemasonry is no more than another fraternal order. In a way, this has been to the advantage of the Hermetic Tradition, which now no longer hangs on the fringes of other institutions. In fact, it has become its own church, developing its most exoteric side as the New Age movement. A backward glance at history confirms the diagnosis.
Like the Renaissance Hermetism that hoped to restore peace to Christendom and sanity to warring mankind, the New Age movement is ecumenical, undogmatic and pacifist. Like the alchemists, who believed that all matter is on its way to becoming gold, New Agers are dedicated to personal transformation and the realization of the latent potential in everyone. The occult sciences flourish, admittedly in their shallower modes, in divination systems (Tarot, Runes, I Ching), astrology, the science of plants (herbal medicine) and stones (crystals). Just as Paracelsus tramped through Europe chatting with woodsmen and wise women, the New Agers seek out and value the wisdom of indigenous peoples.
Like all exoteric manifestations, the New Age has its unfortunate aspects. But at its worst it is silly rather than vicious, and to our extraterrestrial observer it would seem the most humanistic and earth-friendly of all our religions. In addition, it offers doorways that are not sealed by dogma or religious authority, through which a self-selected few may pass to learn a deeper wisdom.
New Age (an unsympathetic view)
If New Age is all about awakening, why is it that it puts me to sleep? Those glossy book-covers with kitschy drawings; that recycled elevator music with pompous titles; and particularly those prophets or enlightened ones or whatever they are with their brand new catechismthey put me to sleep.
With all good faith I go to a workshop, thats how it is called. So here is the enlightened one chatting away. The first impression to assail me is one of great torpor. But I cant fall asleep, it would be impolite. So I listen. And what do I hear? A stupendous amount of conspicuous nonsense. Come to think of it, it is no small deed to amass so much nonsense in so little time. Thats noteworthy in itself, even if not necessarily praiseworthy.
I learn that we reincarnate 84,000,000 times; that Ive got black ectoplasm pouring out of my mouth; that some of us are about to see ultraviolet lights; that extra-terrestrial beings with a third eye are watching (I wonder with which eye?), etc., etc. Although suspension of disbelief is a conditio sine qua non, theres a curios infusion of pseudoscience too, so that terms are borrowed freely from physics, chemistry, biology, etc. They do make for a good mouthful. Stock phrases abound I suppose because theres no grammar check to alert the enlightened one with Stock phrase use sparingly. Logos is confused with Logorrhea.
Sentimentality of the basest kind thrives too, and thats too bad, because there would seem to be room for humor. For example, from a catalogue of New Age books, here is a great title: Blame it on your Past Lives. Such a book actually exists. It should be a best-seller among losers, and I can already think of its sequel: Stake It All On Your Next Life!
Is that what it is? Am I surrounded by losers? As I was sitting among them Becks song kept revolving in my mind with its wicked refrain: Im a loser, baby, so why dont you kill me? Are all New Agers in dire need of therapy? Are they all seeking a psychic, emotional rescue? Should that be the case, then, out of compassion, I am bound to respect their misguided endeavors and say no more.
Indeed, New Agers, kitschy though they may be, are among the best representatives of the Western human race. For at least they sense that something is amiss. Unfortunately, they seem to do so only when something in their lives goes awry. Then they seek a remedy and, having rejected the Catholic confession, if they are Catholic; the gypsy tarot or palm reader; and the psychiatrist, they flock to this new breed of quacks, i.e., people who dispense reshuffled stock phrases in the guise of transcendental wisdom. How, why do they get away with it? They get away with it because those who attend their workshops and read their books are in most cases desperate people willing to believe and embrace anything.
Weve all been there in our lives, helpless in the clutches of a depression. Thats when just about anything goes. Any painkiller capable of relieving us of our pain, we will welcome. In such a state of dire dejection, not only is suspension of disbelief automatically achieved, but the would-be enlightened will believe more than can be believed. And yet the Otherness is possessed of a sense of humor and, if you approach it so disarmingly, then youll probably never be able to sell it life insurance. The Otherness needs us, too, but has no interest in those who, having renounced a critical attitude, are willing to believe anything. The Otherness will snub such people altogether.
Those of you who have not read any typical New Age book must buy a few and see what I mean for yourselves. Usually the preface hastily informs the reader that the Author has been uncannily guided by such and such (a spirit, a reincarnation, a divine voice… ) and that (s)he has a message to impart a, nay, the message. Then commences a long litany of rules. Theyre listed in the most canonical causal order, i.e., from A follows B; from B, C, and so on. Apparently, the Revelation, the Message consists of a grocery list. Only, in lieu of carrots, bread and parsley, the list is made up of stock phrases borrowed from a half-digested potpourri of comparative religion/pseudoscience compiled by second-class book browsers.
On the other hand, those whose life is in apparent orderrich in familiar and professional satisfactionthose who are normal and healthy seldom feel a need to approach that which, in fact, is deeply buried within us all. And then there are the masses, those who watch five hours of TV a day, and are bombarded by unceasing commercial advertisementsan average of 21,000 of them in a year, in the US; those who have gone brain-dead and, although still psychophysically functional, have in effect become clockwork dummies.
Until, one day, one of such dummies is found, bound and gagged, strangled in a closet, or a basement. Eventually, the normal and healthy relatives, exceptionally stirred from their lifelong lethargy, learn from the police that their beloved was not murdered, but rather died of autoerotic death.
Giovanna Strano, "La Diva Simonetta"

La Diva Simonetta
Giovanna Strano
Aiep editore, 2018
pp 270
14,00
Si è da poco spenta l’eco della brillante seconda stagione televisiva de I Medici che mi ritrovo fra le mani un libro molto bello: La Diva Simonetta, di Giovanna Strano. Il romanzo mi fa ripiombare a capofitto nelle vicende della metà del 1400, nella scintillante Firenze della corte medicea. Riecco tutti i personaggi dell’epoca: Lorenzo e Giuliano de Medici, Clarice Orsini, Lorenzo di Pierfrancesco, Lucrezia Tornabuoni, Francesco de’ Pazzi etc.
Il libro è scritto in un bello stile d’altri tempi che ben si sposa con la riproduzione efficacissima del periodo storico. Davanti ai nostri occhi si snoda un affresco di straordinaria potenza, veniamo catapultati nella Firenze del ‘400, in piena fioritura di Comuni e Signorie, fra intrighi di palazzo, feste, ricevimenti, giostre di stampo ancora medievale, tornei e seducenti dame, alle quali galantemente dedicare le vittorie. E, in primo luogo, tanta, tantissima cultura, concentrata in una sola città, come mai s’è visto prima e mai si vedrà in seguito.
Lorenzo il Magnifico, grande statista ma anche mecenate delle arti, ha accentrato intorno a sé letterati, scultori e pittori, in una profusione di bellezza davvero sans par. Ed ecco la splendida Santa Maria del Fiore, i bassorilievi, gli arazzi, le liriche, le pitture sconvolgenti di Botticelli e di Verrocchio, del Ghirlandaio e di un giovane astro nascente: Leonardo da Vinci.
Ne risulta un rigoglio di colori, fiori e natura, di simboli volti ad esaltare, sì, i pregiati committenti, ma anche la bellezza della vita, l’essere umano a tutto tondo com’era nella sensibilità umanistica e rinascimentale. Ecco le liriche del Poliziano, e dello stesso Lorenzo che invita a godere la vita in quanto effimera, con un senso di precarietà e malinconia che già presagisce il barocco di due secoli dopo.
Una corte, quella dei Medici, piena d’intrighi, di amori licenziosi, di libertà di costumi che, tuttavia, non dimentica mai il fine principale: il bene e la prosperità di Firenze, quella stessa “Fiorenza” dilaniata fra Guelfi e Ghibellini per cui si era battuto Dante. Lorenzo vuol renderla più grande, sprovincializzarla, non farla precipitare nell’orbita papale, e non è impresa da poco.
Soprattutto, ritroviamo il maestro Botticelli all’opera sui suoi capolavori, in particolare sulla sontuosa Primavera, e su La nascita di Venere, ispirate da una figura di spicco della corte fiorentina: Simonetta Cattaneo Vespucci, la sans par.
Bellissima, intelligente, colta e volitiva, la ragazza ligure fa girare la testa a tutti gli uomini, compresi entrambi i fratelli Medici, Lorenzo e Giuliano. Ne è travolto e soggiogato lo stesso Botticelli che vorrà essere seppellito ai suoi piedi. Il libro ruota intorno a lei, ai suoi desideri, alla sua cultura, ai suoi amori, al suo inesistente rapporto con l’incolore marito, ai suoi abiti vaporosi, scelti per lei dal suocero, alle sue acconciature lussureggianti di trecce, boccoli e fiori. Solo chi la ama veramente sa apprezzarne l’anima incorrotta, gli altri, come l’avido suocero Piero Vespucci, la considerano un bell’oggetto, un trofeo da esibire, una pedina da utilizzare come esca in società.
Simonetta ama Giuliano de’ Medici. Se il legame che la unisce a Botticelli è quello dell’amor cortese - lui servo che venera colei che non potrà mai avere e che diventa per lui fonte di elevazione artistica - Giuliano incarna l’amore ossessione, quello fatale, la passione violenta che porta alla sciagura, che conduce inevitabilmente alla morte, unico contesto in cui i due amanti saranno liberi, svincolati dai doveri morali e dalle convenzioni sociali.
A due anni dalla morte di Simonetta, però, anche in Giuliano si è operato un cambiamento, il suo amore si è sublimato fino a somigliare a quello angelicato di Dante per Beatrice. Il giorno della congiura dei Pazzi, nella chiesa di Santa Maria del Fiore, egli va incontro al suo tragico destino sapendo che è l’unico modo per ricongiungersi alla sua amata, la bellissima fanciulla di Portovenere, “Madonna del Mare” come nessuna mai.
I difetti del testo, a mio avviso, sono due. In certi momenti somiglia più a un trattato di storia dell’arte che a un romanzo, i dialoghi ne risultano artificiosi e la narrazione perde scorrevolezza. Inoltre, trovo sbagliata la scelta di affidare due momenti salienti della trama - la violenza subita dalla protagonista da parte del duca d’Aragona e il conseguente abbandono all’amore per Giuliano de Medici – a una prospettiva esterna, poiché il punto di vista si sposta verso Lorenzo di Pierfrancesco, sorta di narratore estraneo degli eventi. E il capitolo X, in cui si esplicita l’amore fra i due protagonisti, è troppo precipitoso.
Per il resto un bellissimo romanzo storico, un libro che ci immerge totalmente in un’epoca, nella multiformità delle interpretazioni, dei rimandi e dei simboli, ma soprattutto nell’arte, nella pastosità delle forme e dei colori. Ogni capitolo è ispirato a un’opera pittorica, la descrive, la fa rivivere, la anima. Le figure prendono vita e balzano giù dalle tele, le musiche si sprigionano, i fiori esalano effluvi di primavera, le bocche ridono. In una parola, siamo dentro la bellezza pura.
Radio Blog: Gianluca Pirozzi, "Nomi di donna"

"È così difficile trovare una raccolta di bei racconti e questi, contenuti in Nomi di donna di Gianluca Pirozzi, belli lo sono davvero, anzi di più. Sono originali, raffinati, scritti con maestria, sembra di avere fra le mani già un classico."
Una nuova recensione scritta da Patrizia Poli ci farà conoscere la raccolta di racconti di Gianluca Pirozzi Nomi di donna - L'Erudita edizioni.
Buon ascolto!
Lettura di Chiara Pugliese
L'agenda

Che ne sanno le ragazze di oggi dell’agenda anni 70/80? E non parlo della Smemoranda o del Moleskine o di qualche libercolo multicolore su cui le giovani d'oggi annotano pensieri o appuntamenti, ammesso che qualcuna ancora non usi il cellulare. Parlo del concetto “agenda” anni 70/80.
Ce n’erano di varie marche, ad esempio quella tenera dell’Holly Hobbie, ma, per lo più, si trattava di comuni rubriche dall’aspetto poco accattivante dentro le quali, però, costruivi un mondo. Più spazio privo di figure o scritte offrivano, meglio era.
La funzione originale sarebbe stata quella di annotare i compiti di scuola ma, in realtà, ci scrivevamo di tutto. In primo luogo il diario segreto che, come vedrete, segreto poi non era. Quindi frasi, motti, testi di canzoni, bigliettini, figurine, ritagli di foto di attori e cantanti. Guai a dire bugie, l’agenda era lo specchio magico al quale ognuna di noi affidava la propria anima e la propria esistenza, vera, forte e incontaminata! Era, insomma, in parte simile a, e in parte molto più di, un profilo social.
E l’agenda, pian piano, giorno dopo giorno, si colorava, cresceva, straboccava, gonfia di biglietti di treni, concerti, cinema e teatri, di canzoni e poesie, fra Leopardi e Renato Zero, di figure umane che a rileggere si rianimano e riprendono vita: il professore d’italiano buonanima, la prof di latino, la terribile insegnante d’inglese, l’insulso e donnaiolo professore di filosofia. E poi compagni e compagne, feste, amicizie, amori, primi baci, delusioni, litigi e riappacificazioni.
L’agenda veniva sempre con noi, a casa degli amici, in vacanza, al mare, a scuola. Durante le ore di lezione le agende venivano scambiate sotto il banco, in modo da poter leggere cosa aveva scritto la compagna e poterci inserire sotto un pezzo nostro, l’equivalente di un odierno commento a un post. Era un modo per comunicare, per far sapere all’amica del cuore quella cosa che non si era riuscite a dirle a voce, per chiedere scusa, per ribadire un affetto o confessare un amore o un peccato d’invidia o gelosia.
Io, lo ammetto, non ho mai smesso. Ho ancora il vizio. Ho cominciato a scrivere l’agenda quando avevo diciassette anni e – con solo brevi interruzioni in periodi di particolare depressione (e qui si capisce il valore terapeutico dell’agenda stessa ) - ho continuato fino a oggi. In cantina ne ho scatoloni pieni, divisi per annate, una quarantina di volumi che qualcuno un giorno, dopo la mia dipartita, butterà via senza nemmeno aprirli.
Adesso mi limito ad annotare le cose che accadono e che faccio. Lo stile è piatto e ragionieristico in confronto alla vivacità di quelle prime rubriche degli anni di scuola. Durante l’adolescenza si è creativi, s’inventano soprannomi e battute fulminanti, si coniano espressioni e neologismi, un gergo da condividere solo con gli amici più stretti. È la differenza fra avere vent’anni e averne sessanta, è la differenza fra ribollire di vita - mantenendo un occhio aperto, compassionevole e commosso - e capire, invece, che tutti i giochi ormai sono fatti, che la vita la si può solo subire e non plasmare.
Che emozione l’agenda! Era un modo per dire “io esisto, sono qui e ho un’anima”, era conforto e rifugio, sfogo e divertimento, pianto e riso.
Quegli anni, quell’entusiasmo, quella sensazione che tutto fosse ancora possibile, non torneranno più. Adesso bisogna saper fare buon viso a cattivo gioco, sentirsi parte della vita così com’è, apprezzandone la bellezza e godendo delle piccole cose. (Magari pure annotandole sull’agenda, perché no?)
Pietruccio Montalbetti, "Amazzonia, io mi fermo qui"

Amazzonia, io mi fermo qui
Pietruccio Montalbetti
Editrice Zona, 2018
Il valore di Amazzonia, io mi fermo qui, ovviamente, non è nello stile, pur pulito e scorrevolissimo, ma nel contenuto.
Fra All’inseguimento della pietra verde, Fitzcarraldo e Passaggio a nordovest, in realtà un godibilissimo buon vecchio diario di viaggio in Amazzonia, scritto da Pietruccio Montalbetti, uno dei componenti la band - ma prima si diceva complesso – dei Dik Dik.
Montalbetti ha fatto un meraviglioso percorso in Ecuador, nel fitto della selva amazzonica, alle Galapagos e in Perù. È partito da solo, si è avvalso di compagnie occasionali, ha affrontato disagi e pericoli. Ne esce un ritratto di uomo curioso, innocente ma non sprovveduto, intelligente, sincero e gentile. Alcune scene sembrano un po’ cinematografiche e costruite ma non abbiamo motivo di dubitare della loro veridicità.
L’Amazzonia è un rigoglio di cose che pullulano, strisciano, volano, urlano; cose che pungono, avvelenano, azzannano. E di persone diverse da noi. Con innegabili differenze culturali che ci riesce difficile accettare. Noi occidentali, in particolare io, troviamo atroci le scene di brutali uccisioni di animali, anche se fatte per cibarsi, con buona pace di quelli che considerano non molto migliori le condizioni di vita e morte nei nostri allevamenti lager. Qui, almeno, sono mitigate per contrasto dalla dolcezza del protagonista, incapace di uccidere anche quando è attanagliato dai morsi della fame.
Di bello c’è la natura incontaminata - sebbene sempre più in pericolo - del bacino fluviale amazzonico. Cieli limpidi, alberi svettanti con in cima meravigliosi fiori colorati, pappagalli variopinti, bambini che sguazzano nudi e felici, scimmie di tutte le forme e misure. Ma anche insetti, vedove nere, anaconda, pirana e coccodrilli; anche insidie, agguati, teste mummificate, coltelli, acquazzoni e piogge incessanti; anche punture d’insetti, fame e pericoli.
Di buono c’è la libertà primordiale, il senso della vita come doveva essere all’inizio del tempo, fatta di cose semplici, di pura sopravvivenza, di affiatamento spontaneo e cameratesco fra compagni di viaggio, fra uomini di nazionalità, cultura ed estrazione diverse. C’è quel muoversi nella natura come fanno gli animali, annusando il vento, sviluppando sensi come l’olfatto che noi abbiamo atrofizzati, riscoprendo l’animale che è in noi. (Un po’ quello che l’etologo Marchesini ci invita a fare nel nostro rapporto col cane.)
Sorge prepotente la nostalgia per un mondo che non sarà mai più, che una parte di noi forse inconsciamente rimpiange, anche se, una volta presane coscienza per lo spazio d’un breve viaggio, è lieta di abbandonarlo per tornare con un sospiro di sollievo alla civiltà.
Le condizioni di vita degli indios, con le loro raccapriccianti zaza appese alle travi delle capanne - ovvero le teste rimpicciolite dei nemici uccisi - costituiscono un ecosistema che incuriosisce ma dal quale possiamo solo ritrarci, conservando, però, dentro di noi, il senso di un dubbio e di una possibilità. E se la civiltà e il progresso occidentali non fossero l’unico dei mondi possibili? Se ci fosse anche un’altra modalità, ancestrale, libera dai condizionamenti, dagli orari, dalla fretta, dall’obbligo di lavorare per vivere?
E colpiscono l’ospitalità e la generosità “da parte di gente che non aveva niente e per cui non ero niente”. La gentilezza, il riso, il pianto, il dolore, l’amicizia ci rendono universalmente umani.
Alla fine resta il rispetto per ciò che è diverso e non conosciamo. Resta la pietà per chi soffre. Soprattutto resta, prepotente, la nostalgia per questo eden incantevole e violento, insieme al fascino incontenibile dell’avventura, quello che ci fa sentire tutti, per un momento, un po’ Allan Quatermain e un po’ Indiana Jones.
Radio Blog: Carlo Valentini, "Elvira"

"Essere ritratti da Modì, si era soliti dire nell’ambiente, era come “farsi spogliare l’anima”. L’ambiente è quello di Montmatre e Montparnasse, il ritratto in particolare campeggia sulla copertina del libro di Carlo Valentini: Elvira la modella di Modigliani"- Graus Edizioni.
Riscopriamo questo libro grazie alla recensione di Patrizia Poli amministratrice di signoradeifiltri.blog.
Buon ascolto!
A cura di Chiara Pugliese
Musica: Incompetech
Per contattarci:radioblog2017@gmail.com
Pongo e Das
Sfido qualsiasi nonno stia plasmando il Didò insieme al nipote a non chiamarlo Pongo.
Il Pongo era un tipo di plastilina della Adica Pongo, in voga ai miei tempi. Era come l’attuale Didò, colorato e morbido, facile da modellare, delizia di tutti i bambini.
Poi c’era il Das, (acronimo del suo produttore Dario Sala che lo brevettò nel 1962), maggiormente ambito se eri più grandicello. Consisteva in un blocco pastoso e compatto di argilla grigia, simile alla creta, che non necessitava di cottura in forno, proprio come quella modellata dagli scultori veri, e potevi farci cose da grandi, persino un vero vaso (come quello della mitica scena di Ghost per capirci). E c’era anche il Vernidas, una vernice da stenderci sopra per vetrificarlo e farlo brillare.
Mia madre mi diceva sempre di usarne poco “se no si seccava”, ed io, dispiaciuta e frustrata, mi limitavo fino a che, ahimè, la pasta seccava davvero senza che ne avessi potuto usufruire. E bisognava stare attenti, perché al minimo forellino della confezione si prosciugava davvero tutto e diventava inservibile.
In seguito si è saputo che il Das conteneva amianto, che tutti noi bimbi degli anni sessanta lo abbiamo maneggiato inconsapevoli e beati, ma vuoi mettere il piacere di usare gli strumenti appositi per tagliare il blocco e cercare di modellarlo? Vuoi mettere aprire la confezione e sentirsi fra le mani quel bel pezzo di creta che si appiccicava al palmo e ti lasciava le mani ruvide e secche? Vuoi mettere le infinite possibilità che si aprivano, nonostante la mia scarsissima manualità? Vuoi mettere la gioia di provare a colorare l’informe manufatto con gli acquerelli e, infine, lucidare il tutto col prodigioso (per quei tempi ingenui e romantici) Vernidas?
Click clack
Anni settanta, estate, la mia terrazza sui tetti dove camminavano torme di gatti che mia nonna sfamava a furia di pane e pollo. Le gru del cantiere in controluce, l’odore di mare che, anche se da lì non si vedeva, era proprio dietro l’angolo.
E le palline click clack sempre in mano da mattina a sera. Click clack click clack… sbattute su e giù per farle rimbalzare in cima e in fondo al cerchio. Click clack click clack taaaa… L’ultimo rumore era quello che facevano percuotendo il polso, procurandoci un dolore incredibile che tutti noi ragazzi sopportavamo stoicamente. Erano ferite sul campo di cui andavamo orgogliosi, si narrava anche di ricoveri per fratture, addirittura di morti.
Il rumore delle palline si sentiva ovunque, ci giocavano tutti, ci provavano persino i genitori, scuotendo però la testa, dicendoci “attento che ti fai male”.
Ma noi niente, imperterriti, click clack, click clak, senza sentire il caldo, le zanzare o il richiamo del mare, preda notte e dì di un gioco ossessivo, alienante e surreale che ci aveva, chissà come, stregati tutti.
Sibila il vento la notte si appresta
Ho un’immagine di me in prima elementare. Giro fra i banchi insieme ai miei compagni tenendo un righello fra i denti. Ma per me non è un righello, è un pugnale, e quei bimbi col grembiulino sono rudi banditi, mentre le mura della mia classe racchiudono i cupi e frondosi alberi della foresta inglese.
Sto parlando de “lo sceneggiato degli sceneggiati”, in onda nel 1968, per la regia di Anton Giulio Maiano, La freccia nera, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson. Mai fiction televisiva mi è rimasta nel cuore quanto questa. Seguirla, puntata dopo puntata, nel tenebroso bianco e nero tanto evocativo, era emozione allo stato puro.
Ogni bambina giocava a essere Loretta Goggi nei panni della deliziosa e temeraria Joan Sedley, ed era innamorata del bellissimo, coraggiosissimo e dolcissimo Dick Shelton, al secolo Aldo Reggiani.
Amore romantico, una ragazza che si finge uomo, ma anche agguati, battaglie, tradimenti, cavalli e arcieri nella foresta.
Bellissima la sigla finale, con quel fischio di freccia a ritmare una musica di Riz Ortolani da far battere il cuore.
Sibila il vento la notte si appresta
e la cupa foresta minacciosa si fa
passa ma trema se senti un fruscio
forse è un segno d'addio
che la vita ti dà
lascia la spada se il cuor non ti regge
perché questa è la strada
che da noi fuorilegge ti porterà
La freccia nera fischiando si scaglia
è la sporca canaglia che il saluto ti dà
vieni fratello è questa la gente
che val meno di niente
perché niente non ha
ma se il destino rovescia il suo gioco
nascerà nel mattino una freccia di fuoco
la libertà
JoJo Moyes, "Me before you"

Me before you
JoJo Moyes
Penguin Books
Prima edizione 2012
Ci sono libri che forse non saranno capolavori della letteratura ma ti fanno riscoprire il piacere puro e semplice della lettura, non solo per il desiderio di dedicar loro ogni momento libero, ma anche perché finisci per viverci dentro, per sentirti parte della vicenda, come se la storia fosse anche tua. Ti svegli al mattino già immersa in quell’emozione e con quell’emozione vai a letto la sera.
Ultimamente non mi è successo con Our souls at night (Le nostre anime di notte) di Kent Haruf, non mi è successo con The remains of the day (Quel che resta del giorno) di Katsuo Ishiguro - pur se un nodo alla gola alla fine me l’ha provocato il cristallino “at that moment my heart was breaking”, che racchiude la deflagrazione di tutto un sentimento trattenuto per l’intero romanzo, interpretata al cinema dalla maschera imperscrutabilmente espressiva di Antony Hopkins - mi è successo invece col best seller Me be for you (Io prima di te).
Se, personalmente, non avrei scelto di spezzare la tensione spostando sporadicamente il punto di vista da Louisa ai personaggi minori - dei quali, francamente, c’interessa poco - non trovo, comunque, in questo bel romanzo, tutti i difetti evidenziati in altre recensioni, anzi, mi è sembrata una storia travolgente. JoJo Moyes può essere forse prigioniera di certi cliché cinematografici, ma ha una scrittura lussureggiante e visiva, che ti trascina all’interno di scene fatte non solo di pensieri e dialoghi ma anche di gesti, rumori, odori e sapori.
Di là dai risvolti sociali, e dalle argomentazioni pro e contro il suicidio assistito e il fine vita, questo romanzo è – a detta della stessa autrice – una grande storia d’amore. Anzi, è ancora una volta la storia de La bella e la Bestia, dove la bella è Louisa Clark e la bestia il sensuale quadriplegico Will Traynor.
Di Will non conosciamo direttamente i pensieri, se non per una lettera finale nella quale vien detto poco o nulla, ma si lascia intravedere parecchio. Egli giganteggia, bello e immobile sulla sua sedia a rotelle, con i suoi cateteri, le cannucce per bere e gli occhi di ghiaccio, con il suo cibo sminuzzato, le sue medicine e la sarcastica gentilezza. Ci ricorda il bel vampiro di Stephenie Meyer.
Louisa, invece, è una cenerentola, la ragazza poco amata, dalla bassissima autostima che lui, novello Pigmalione, schiude alla vita. E mentre lei prende coscienza di se stessa e dispiega le ali, lui si avvicina a gran passi alla morte. Invece di essere lei a stimolare la voglia di vivere di lui, avviene il contrario, sarà lui, prigioniero della sua paralisi e dei suoi infiniti tormenti, a insegnarle la bellezza della vita.
Per tornare a Katsuo Ishiguro, anche qui il sentimento è trattenuto per tutto il romanzo. Da parte di Will lo sarà fino all’ultimo. Non può amare Louisa perché la sacrificherebbe e perché dovrebbe amarla a metà, mentre lui vuole essere se stesso tutto intero, il se stesso di una volta. Lei, dal canto suo, è fidanzata con un uomo che non la merita e solo lentamente si accorge di quanto i sentimenti per il suo assistito mutino e maturino, fino a che lo strazio non la sopraffa.
E qual è, vi chiedo, la forma di amore più sublime, più trascendente e romantica, se non quella che non si consuma, che brucia in un eterno desiderio inappagato? Come Bella Swan (almeno nel primo libro della serie Twilight) non può coronare il suo sogno erotico con Edward perché forse ne morrebbe, così la goffa, impacciata, ma segretamente brillante, Louisa non può unirsi a Will.
E nella straziante scena finale - quando, a un passo dal suicidio di Will nella clinica svizzera, lei cerca di fondersi con lui, imprimendosi addosso, non solo nella mente ma anche nel corpo, molecole di lui, sperando che diventino parte di lei e continuino a vivere attraverso lei - ammettiamolo, c’è amore allo stato puro, eros misto a thanatos, un suggello erotico che sappiamo continuerà per sempre, oltre la vita e la morte.
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