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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Natale in giro per l'Italia: Livorno

19 Dicembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

 

 

 

 

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi, l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro. Non mancavano mai, appesi ai rami, figurine di cioccolata e un sacchetto di monete da mangiare.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Dal lampadario penzola una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha spiegato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo meravigliosa.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene”, parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come adesso che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi cosa sarebbe successo se, per caso, avessi scorto Babbo Natale. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, come dicevano i vecchi, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri nuovi. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

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Libri sotto l'albero: Giuseppe Lazzaro, "Del Tempo e della Verità"

9 Dicembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Del Tempo e della Verità

Giuseppe Lazzaro

 

Pav Edizioni, 2019

pp 98

10,00

 

In Del Tempo e delle Verità Giuseppe Lazzaro affastella considerazioni in un flusso ininterrotto di pensiero logorroico, creando una coltura, un brodo filosofico primordiale dove rincorrere il senso della vita, una ricerca del sé più profondo e, soprattutto, della verità, quella che fa dire a Pilato: “Quid est veritas”.

Filosofia e psicologia applicate all’esistente, alla vita spicciola, perché la trascendenza è immanenza, perché alto e basso coincidono, perché “il senso più profondo di noi è già scritto nei meandri delle nostre sinapsi, tra un ormone e l’altro” (pag 25), persino Dio è connaturato alla membrana cellulare, e, più si è umani, più si coglie la nostra essenza spirituale.

Riflessioni a rotta di collo, un collage di citazioni colte – la capacità di sintesi, ci dice Lazzaro, è una virtù! - sul tempo, su Dio, sulla creatività, sulla verità, sulla fede, sulla ricerca del sé più autentico, svincolato da ogni “categoria e sovrastruttura”, ecco la materia di questa piccola composizione in prosa, che, sospetto, derivi dalla fusione di molteplici appunti, considerazioni e note a margine, sgorgati dalla lettura di saggi, romanzi e tomi filosofici.

Un uso personale della punteggiatura e dei congiuntivi sottolinea lo sbalzo fra l’ipotetico e il reale, fra il trascendente e l’immanente, che è la cifra stilistica di tutto il testo, capace di mescolare con ironia e leggerezza filosofia e vita di tutti i giorni.

Vivere non è affogare nel contingente degli impegni quotidiani, ma cercare un senso, un centro, porsi delle domande, chiedersi chi siamo, perché siamo e cosa vogliamo fare della nostra esistenza. Come afferma Francesco Paolo Pizzileo nella prefazione: “Oggi ci struggiamo perché il presente non ha densità, il presente nella vita banale diventa l’urgere delle cose da fare che assorbono e non lasciano requie, il passato ci inchioda nella situazione in cui ci troviamo gettati, il futuro ci angoscia con le sue incertezze”.

Vivere, dunque, è farci carico della nostra vita, assumerci la responsabilità di scegliere ogni giorno chi essere e come procedere, cercare la verità intrinseca. Ma a vincere, alla fine, è comunque e sempre la voglia di esistere, di metterci in gioco uscendo dal tempo transitorio degli affanni e delle meschinità, per ritrovare un significato più autentico e un diverso rapporto con l’altro da sé, fatto di accettazione e non di pregiudizio o discredito.

Il dialogo ci salva. Il dialogo con gli altri. Ecco cosa significa sentire gli altri. Questa è catarsi. Piangere o ridere di fronte al nostro simile. Emozionarci.” (pag 73)

 

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Libri sotto l'albero: Gianluca Pirozzi, "Come un delfino"

6 Dicembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #gianluca pirozzi, #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Come un delfino

Gianluca Pirozzi

 

L’Erudita, Giulio Perrone, 2019

 

Una storia di perdita, dolore e necessità d’essere forti. Un’angoscia che ti resta appiccicata addosso anche quando hai finito il libro, una sofferenza che senti tua, perché può capitare a tutti di non avere più improvvisamente qualcuno che si ama.

La storia comincia come un raffinato e colto bildungsroman, scritto con un bello stile quasi d’altri tempi. Vanni è figlio di uno scultore egocentrico e irascibile, che vive solo della propria arte e condiziona la famiglia con i suoi sbalzi di umore e le sue scenate. Bersaglio dei suoi malumori soprattutto la nonna Iole, a cui Vanni è molto affezionato. La prima perdita sarà proprio lei. Poi sarà la volta di Maso, il fratello minore amato e inseparabile. Un incidente con lo slittino lo porterà via troppo presto.

Vanni reagisce allontanandosi, non può respirare la stessa aria del padre, non può vivere nella stessa casa dove Maso e nonna Iole non ci sono più. Crescendo, viene a patti con la propria sessualità, prova a costruire dei legami stabili, prima con Federico e poi con Piermaria. La sua richiesta d’amore - la stessa che continua inconsciamente a porre a suo padre - viene disattesa finché non incontra lo spagnolo Tiago. Tiago è calmo, è sereno, prende la vita con naturalezza, ha fiducia che le cose vadano per il verso giusto se solo ci si lascia trasportare. Nonostante la lontananza, il loro amore è forte, è tenero, è complice. Fino alla scelta di diventare padri con l’aiuto di un’amica.

Ma la sorte ha in serbo ancora dolore, un’altra lacerazione straziante, un nuovo, tremendo squarcio che rimette in discussione tutte le certezze e tutta la felicità conquistata.

Un romanzo che si svolge su due piani: uno narrativo, costruito con sapienti balzi temporali e dialoghi perfetti, e uno centrale diaristico. Un racconto circolare, incentrato sui temi fondamentali della paternità e della morte. Vanni sente la mancanza di una figura paterna amorevole ma questo non gli impedirà di nutrire il desiderio di diventare padre a sua volta, affrontando il difficile compito di esserlo in una situazione estrema. E, dopo aver fatto per tutta la vita i conti con la morte prematura del fratello, alla fine dovrà imparare a convivere con le assenze, ricostruendo un nuovo centro.

Un romanzo delicato, bello e struggente, di quelli che vorresti leggere più spesso.

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Natale in tutta Italia

25 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #walter fest, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere, #postaunpresepe

 

 

 

Amici scrittori, amici lettori, questo invito è rivolto a voi e nasce da un'idea di Walter Fest e mia.

Mi correggo, è rivolto a tutti coloro che vogliano mettere su carta  - pardon on line – le proprie parole e riflessioni su un tema ben preciso: il Natale.

Il Natale qui, là, ovunque in Italia. A Venezia che sprofonda sott’acqua, all’Aquila nella zona rossa, a Matera capitale alluvionata della cultura, a Genova sotto il ponte crollato, ad Accumuli e ad Amatrice, a Norcia, in tutte le zone allagate, terremotate e incendiate, a Taranto con l’Ilva in pericolo. Ma anche  A Pisa, a Firenze, a Roma, a Palermo, a Cagliari, in tutte le regioni, in tutte le città e in tutti i paesi, pure quelli intatti e risparmiati dalla furia del clima impazzito, in tutti i luoghi meravigliosamente artistici di questa nostra patria bella e ferita.  

Cosa farete per Natale, come saranno le vostre feste? Come vivrete quei momenti, cosa è cambiato dai ricordi del tempo che fu a oggi?

Scrivete quanto e cosa volete, anche solo due righe. Nessuna giuria, nessuna classifica, non si vince nulla, solo il piacere di raccontare e raccontarsi. Potete essere pro o contro il Natale, potete amarlo come me, o detestarlo, ci piacerà comunque ascoltare le vostre storie. Potete inventare una novella o scrivere una poesia, potete piangere, ridere o innamorarvi. Potete fare il presepe o aspettare babbo Natale, potete chiudervi in camera e attendere che le feste siano passate, potete portare coperte ai cani randagi, potete suonare nel concerto della chiesa o cantare nel coro, potete aiutare la vostra vicina a fare l’albero, potete cucinare un dolce tipico o comprare il pandoro in offerta al discount.  

signoradeifiltri.blog vi invita a condividere le vostre riflessioni, a farci partecipi della cultura, delle bellezze artistiche e delle tradizioni natalizie dei vostri splendidi paesi.  Pubblicheremo tutti i vostri contributi, compreso le fotografie, facendo solo un poco di editing se necessario.

Cominciate fin da oggi a inviare i vostri contributi e continuate a farlo fino al 23 dicembre, non oltre.

Spedite a ppoli61@tiscali.it 

 

Vi aspettiamo numerosi e buone feste a tutti!

 

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Aldo Dalla Vecchia, "Generazione Five"

23 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #come eravamo, #televisione

 

 

 

 

Generazione Five

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2018

13,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al niente che diventa tutto. Un libricino senza neanche la numerazione delle pagine, fatto d’immagini, o meglio, di figurine firmate Gaspare Capizzi, che hanno tutta l’ingenuità di reminiscenze infantili. Vi ricordate quando giocavamo a “celocelo manca”? Ecco, Aldo, autore televisivo che ha conosciuto tutti i maggiori personaggi del piccolo schermo, innamorato della tv commerciale, gioca con noi mettendo sul piatto la nostalgia.

Ogni pagina un disegno caricaturale, ma non troppo, di un noto personaggio. Accanto una didascalia di mezza pagina dove, col consueto garbo, viene spiegato chi è la persona, che cosa ha fatto e perché è diventata famosa. Niente più di una specie di articolo di Wikipedia, direte voi. Invece, non so come né perché, la solita magia di Aldo fa sì che quei tempi ormai lontani, pionieristici e avventurosi, che videro la nascita della tv moderna, tornino a farci compagnia.

Quaranta icone pop per quaranta anni di televisione. Riecco gli ottanta e novanta, i lustrini e le battute assurde del drive in, trasmissione cult,  le ragazze scollacciate ma non volgari, i pupazzi come il Gabibbo o Five, le pietre miliari della televisione come Corrado, Mike Bongiorno o Lorella Cuccarini. Personaggi amati e mai dimenticati. Con pochi tocchi viene ricostruito un mondo, ora che la tivù come l’abbiamo conosciuta sta per scomparire.

Aldo dichiara di non amare la televisione ingessata dei canali Rai, quella in bianco e nero che definisce “antica e noiosa” – quella alla quale la sottoscritta è, invece, follemente attaccata – ma finisce per farla rivivere in personaggi come Loretta Goggi, stella di un grande sceneggiato, La freccia nera. Lui adora la tv commerciale, scanzonata e disinibita, colorata e frivola, moderna e allegra.

E il rimpianto esplode prepotente quando si ricordano persone che non ci sono più, come Sandra e Raimondo, la loro grazia, il loro humour delicato, il loro imperituro tormentone “che barba che noia”.

Quanto ci manca tutto questo, quanta delicatezza, ironia e grazia ormai perdute, quanto vorremmo chiudere gli occhi e fare un balzo indietro nel tempo. Operazione che con Aldo è sempre pienamente riuscita.

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Pierluigi Curcio, "Riothamus"

22 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

Riothamus

Pierluigi Curcio

 

Amazon

pp 348

 

 

Pierluigi Curcio ci ha abituato alle atmosfere arturiane: la nebbiosa Britannia, gli eserciti che si scontrano sotto il vallo di Adriano, le armature e le spade luccicanti. Ma, ormai, il muro si sta sgretolando e le antiche ville romane sono in decadenza. Attraverso gli altri due romanzi della serie – di cui qui abbiamo recensito solo il primo, Artorius, – l’autore ci trasporta dalle origini romane della leggenda alla materia arturiana vera e propria, quella altomedievale.

La maggior parte della narrazione è affidata al dialogo, che risulta a volte un po’ troppo serrato (e confuso) a scapito dell’azione, dell’ambientazione e delle atmosfere. Si parla di Artù e dei cavalieri della tavola rotonda in modo storico/romanzesco ma manca l’aura romantica del mito.

Arthnou discende dalla stirpe di Artorius, il condottiero romano da cui tutto ha avuto inizio. È il figlio perduto della stirpe dei Pendragon, l’unico destinato a diventare il Riothamus, colui che unirà i Britanni sotto un’unica egida e difenderà il mondo celtico - già contaminato dalle idee cristiane - dall’ulteriore invasione di Sassoni e Iuti.  Sebbene sia il solo ad aver estratto la spada, è impaurito e indeciso sul proprio fato, è roso dai sensi di colpa e tormentato da un unico gesto di codardia, fatto in gioventù, che lo trasformerà in un uomo “ligio e retto”, capace di compiere in ogni momento il suo dovere. Gli occhi di una bimba lo chiamano, gli indicano un cammino di coraggio e assunzione di responsabilità, che partirà proprio dall’aiuto dato ai più deboli, ai bambini, a una prostituta. Il giovane, che ha provocato la morte del proprio fratello per debolezza e vigliaccheria, adesso mette insieme un esercito e diventa ciò che era destinato a essere: un grande duce. Ma Arthnou è anche un uomo tormentato, stanco, che compie controvoglia il suo destino, che preferirebbe una vita tranquilla con una famiglia al fianco, un uomo che non ambisce al successo ma lo ottiene suo malgrado, un uomo che non vuole essere re ma lo è.

C’è un approfondimento psicologico del personaggio e un particolare rapporto col padre Adottivo, Antor, che prima lo ha cresciuto poi ha cercato di ucciderlo, e che morrà proprio per mano sua. E la cosa si ripete col figlio, nato dall’incesto con la sorella, con il quale combatterà una battaglia all’ultimo sangue. C’è il rapporto d’amore involontariamente incestuoso con la sorellastra Morrigan e c’è il matrimonio infelice con Gwen, ovvero Ginevra. La bella Ginevra non ha niente della castellana, della dama angelicata della poesia trovadorica,  è piuttosto una guerriera che ci ricorda la parte affidata a Keira Knightley nel film King Arthur del 2004, e ha come amante un Lancillotto molto più giovane di lei. Lancillotto è una figura diversa da quella cui siamo abituati, si confonde con Mordred, il figlio che combatte il padre.

La storia parla di mutamento, di destino che si compie. Ci mostra come il piccolo, mingherlino Arthnou - il “cucciolo d’uomo” di Kiplinghiana memoria - si trasformi nel Riothamus, un uomo che per compiere il proprio dovere deve rinunciare a una parte di sé, la più innocente. È anche una metafora della crescita, dell’accettazione dei doveri, della presa in carico della responsabilità.

“Lui sta diventando tutto ciò che noi volevamo e lo sta pagando sulla propria pelle” (pag 193).

Ma, soprattutto, quello che colpisce, ed è da ammirare, nei testi di Curcio, è la forte e indiscutibile contestualizzazione storica. Inoltre, come sempre nel caso di rielaborazione di materia arturiana, è interessante indagare come sia stata rimaneggiata la storia che tutti così bene conosciamo.

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Aldo Dalla Vecchia, "Abracadabra lo spettacolo continua"

8 Novembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione, #come eravamo

 

 

 

 

 

Abracadabra

lo spettacolo continua

Aldo Dalla Vecchia

 

Pegasus Edition, 2019

pp 135

12,00

 

Aldo Dalla Vecchia ci ha abituato al suo stile garbato, a queste interviste che racchiudono tutto un mondo in pochi tratti, anche quando colloquia con personaggi sopra le righe, inconsueti.

Proseguono qui le interviste del primo Abracadabra (2017), basate sul mistero e sul soprannaturale ma, a mio avviso, soprattutto spunti per entrare nei microcosmi privati di personaggi più o meno conosciuti, appartenenti a un pianeta televisivo presente ma soprattutto passato, piccolo schermo un tempo trasgressivo ma ormai quasi casto e perbene se confrontato col trash posteriore.

Aldo, autore televisivo e giornalista, torna a interrogare personaggi famosi, ventidue per la precisione. Lo fa per la rivista Mistero, ponendo domande sul trascendentale e l'angelico, sul rapporto con la divinità, sulla credenza negli extraterrestri, sulla superstizione che, nel mondo dello spettacolo, è più viva che mai.

Ancora una volta entra in punta di piedi nelle vite e nelle anime di personalità carismatiche,  - a volte poco amabili e poco oneste come Wanna Marchi, altre volte colte e preparate come Pippo Franco o Iva Zanicchi - dimostrando nei loro confronti vivo interesse ma mantenendo anche una posizione distaccata. Si comporta come l’entomologo che osserva la sua collezione dall’alto ma con occhio curioso, partecipe, metodico e allo stesso tempo appassionato.

L’autore fa parte di questo mondo da sempre, è coinvolto e attratto dai suoi lustrini, dal suo abbagliante riverbero, però è anche l’uomo sensibile ed erudito che la sera torna a casa e chiude la porta, per riflettere in silenzio con un libro fra le mani. È quello che, col passare degli anni, sente sempre più acuto il pungolo della nostalgia, per tutto ciò che era, per la televisione degli anni che furono, per quella luce e quell’allure che, forse, adesso, con l’insorgere del web, della tv on demand, si sta affievolendo sempre più, nonostante tentativi di ibridazione come il recente Viva Rai play. Era una tv, quella, come ci racconta Iva Zanicchi, che “entrava” (nel bene e nel male) “nel cuore della gente.”

Lo stesso fa Aldo con i suoi libricini sempre azzeccati, sempre coinvolgenti e teneri.

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Emanuela Amici, "Quello che resta"

31 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Quello che resta

Emanuela Amici

 

Ianieri Edizioni

pp 190

14,00

 

Quello che resta, di Emanuela Amici, ha una trama poco originale ed è scritto in modo elegante ma convenzionale. Però ha il pregio di farsi leggere velocemente e di puntare il dito su quelli che sono i complessi rapporti familiari, spesso mascherati da una patina di normalità. Più che l'intreccio di “non detto”, agnizioni e colpi di scena domestici, balza all’occhio il rapporto fra le due sorelle.

Irene è una scrittrice di successo che, da sempre, ha un legame difficile con la sorella minore. Sara è luminosa, bella in modo diverso dal resto della famiglia, tutto le riesce facile. Irene segretamente si rode d’invidia e sensi di colpa anche se s’impone di amarla per dovere fraterno.

Ma non c’è solo quello che dobbiamo fare, c’è anche quello che siamo, sottilmente ma inesorabilmente. C’è il rimosso, il torbido. Ci sono la trasgressione e l’erotismo che scardinano la quotidianità, c’è una madre, in mezzo a loro, che per anni ha indicato un cammino di dedizione e sacrificio e poi, di colpo, indica l’opposto, una madre che, quando morirà, smetterà di fare da filtro fra le due.

La morte lacera e scompagina, ci costringe a fare i conti con la perdita, con ciò che era e non sarà mai più, con ciò che dovremo essere d’ora in poi. Nel romanzo le due donne devono venire a patti con la perdita di entrambi i genitori, ritrovandosi orfane, madri, mogli e artiste. Dal groviglio di livori inespressi che le avviluppava, cercheranno la via per ricostruire un nuovo modo di sentirsi sorelle.  

Anche senza arrivare agli estremi di questa storia, grattando sotto la superficie di ogni famiglia si scoprono cattivi pensieri, sentimenti ambivalenti, si scopre che ciò che appare è spesso falso.

Fratelli e sorelle, genitori e figli non sempre si amano in modo immediato, facile, viscerale e senza riserve. Spesso ci sono preferenze, rivalità, inquietudini, rancori.

Mariti e mogli non sempre condividono interessi, complicità e passione. Spesso, insieme, hanno la “sensazione di appassire”, di vivere una vita di straniamento e reificazione, lontana dal nocciolo primigenio del proprio essere.

Ma, forse, non tutto è perduto, perché non tutto è bianco o nero, e l’amore – filiale, fraterno, coniugale – ha comunque “tante declinazioni”, tanti modi per rinascere.

Di là dalla trama e dal significato psicologico, ci sono due filoni particolari in questo libro, entrambi legati, secondo me, alle fantasie dell’autrice. Uno è il rapporto fra Irene e l’amante Herbert, porno soft e leggermente masochistico, l’altro è la relazione di Irene con la scrittura. Siamo in presenza di un “romanzo nel romanzo” ma anche di una protagonista che incarna i sogni di chiunque scriva, ovvero fama e successo. Sembrerà strano, ma questo è, a mio avviso, il vero cuore di codesta narrazione, prodotta da una studiosa d'arte col pallino della scrittura, immersa in un’atmosfera rarefatta, signorile, piacevolmente raffinata e molto intellettuale.

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9 DOMANDE E MEZZA A PATRIZIA POLI

27 Ottobre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #poli patrizia, #eventi

 

 

 

 

Amici lettori del blog che sembra che non ci legga nessuno e invece siete in tantissimi, oggi parleremo di un libro, un libro speciale che sarà in vendita presso lo stand della Marchetti Editore in occasione del "Pisa book festival 2019".

Ora io e lei, dopo aver fatto un paio d'ore di training correndo a piedi scalzi sul lungomare di Livorno, stiamo andando a fare colazione in un bar del porto e vi racconteremo tutto di questa opera e del suo prossimo appuntamento.

- Patrizia, che ordiniamo?

- Io cappuccino e due bombe alla crema.

- Io del rum al latte e mezzo chilo di pizza con la mortadella.

- Ma, Walter, non ti farà male?

- Hai ragione, per favore, nel rum ci metta anche dello zucchero... Molto bene Patrizia Poli, sei pronta per le 9 domande e mezza?

- È la mezza che mi preoccupa.

- Ma no, tranquilla, con due bombe alla crema ti sentirai una bomba pure tu.

- Ah!

- Ok, domanda numero 1... Puoi parlarci del Pisa book festival di quest'anno e della presenza del tuo editore?

Il tema di quest’anno è L’Europa, espongono 160 editori indipendenti, fra cui il mio. Elena Marchetti non poteva mancare, essendo pisana doc. La sua è una casa editrice piccola e coraggiosa, che punta sulla qualità più che sulla quantità. Ha uno spirito internazionale (traduce anche scrittori inglesi della fine dell’ottocento primi del novecento) ma è fortemente radicata sul territorio con alcune collane di impronta locale.

-  Domanda numero 2... Di che parla il tuo romanzo? Titolo please?

Il romanzo  s’intitola Una casa di vento. Racconta d’imperfezione umana, di senso di colpa, di rapporti complicati fra genitori e figli, fra coniugi e tra fratelli; lo fa calandosi nella mente dei personaggi senza filtri e senza sconti, fino ai segreti più inconfessabili, fino alla parte malata di ciascuno di noi.

- Domanda numero 3... Sei emozionata?

L’emozione c’è sempre ed è legata al profondo amore per l’atto dello scrivere.  

-Domanda numero 4... Sei ottimista?

No, non lo sono mai, per natura.

- Domanda numero 5... La colonna sonora del tuo romanzo.

Forse la musica del violino che uno dei protagonisti suona.

- Domanda numero 6... È un testo impegnativo ed emotivamente intenso, che difficoltà hai superato?

A differenza degli altri miei romanzi, L’uomo del sorriso (Marchetti 2015) e Signora dei filtri (Marchetti 2017), dove mi sono dovuta documentare tantissimo e studiare, qui la difficoltà è stata tutta emotiva. C’è dentro un pezzo di storia della mia famiglia, rimaneggiata al punto che mia madre si è arrabbiata. Ci sono dentro stralci di vita di persone che ho conosciuto. Ci sono molte emozioni che conosco e anche parecchio di me.

- Domanda numero 6... La chiave di volta della tua storia?

Senz’altro la morte del piccolo Loris che fa da catalizzatore di tutti gli eventi.

- Domanda numero 7... Il menù di una probabile e fantasiosa cena dove inviterai i tuoi lettori ad acquistare il tuo libro.

Trattandosi di un romanzo ambientato nella mia città, fra strida dei gabbiani, spruzzi di salmastro e vento di libeccio, senza dubbio un’ottima cena di pesce accompagnata da un buon vino bianco frizzante.

- Domanda numero 8... Che programmi hai per il futuro?

Moltissimi: ho già terminato di scrivere un romanzo storico liberamente ispirato alla vita di Santa Margherita d’Ungheria e poi un altro dove ho lavorato a 4 mani con l’amica scrittrice Federica Cabras. Inoltre ho in animo di scrivere una storia collegata alla leggenda del Santo Graal.

- Domanda numero 9... Questo periodo storico è da egocentrici e svalvolati, la tua ricetta liberatoria qual è?

A volte bisogna avere il coraggio dell’egoismo senza smettere di rispettare il prossimo.

Mezza domanda... A che ora è?

 

A che ora è che cosa, Walter? Posso solo dirti che quest’anno il Pisa book ha un giorno in più, inizia giovedì 7 novembre e termina domenica 10. Io sarò presente allo stand per il firma copie nei pomeriggi di sabato e domenica.

- Patrizia, ti ringrazio per aver risposto alle mie domande, vorresti dire qualcos'altro ai nostri affezionati lettori?

- Leggete tanto, leggete bene. Insegnate ai bambini il piacere della lettura.

- Patrizia Poli che facciamo adesso?

- Boh? Facciamo un altro po' di training?

- Mmm... Dopo questa colazione, non ti andrebbe di fare un giro in vespa?

- Quella con il motore Kawasaki?

- No, l'ho scambiato con quello di una Tesla.

- Siamo già nel futuro?

- Questa cosa mi piace.

Molto bene, amici lettori, piace anche a noi se vi siamo piaciuti, ora io e Patrizia Poli saltiamo in vespa, forse gliela presterò fra un paio di settimane per andare al Pisa Book festival, ma, prima di andare a fare un giro, vi salutiamo e vi aspettiamo. Appena uscirà il suo romanzo – che prestissimo sarà disponibile su Amazon, Ibs, e su tutte le principali librerie on line, oltre che sul sito dell’editore, copertina ancora top secret - accorrete numerosi, non accalcatevi e prendete il numeretto della fantasia all'ingresso, vrooommm.

 

 

 

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Gino Pitaro, "La vita attesa"

24 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La vita attesa

Gino Pitaro

 

Golem Edizioni, 2018

pp 203

16,50

 

Per descrivere La vita attesa di Gino Pitaro bisogna per forza adoperare l’abusata e logora locuzione: romanzo di formazione. Gianni e Federico hanno studiato insieme e sono stati inseparabili fino alla maturità, dopo la quale si allontanano, percorrendo strade diverse. Gianni è l’incarnazione letteraria dell’autore, con i suoi studi che lo rinchiudono, nonostante alcuni lavori precari – il romanzo è ambientato principalmente a Tropea con un’ottima rappresentazione della Calabria compresa la ‘ndrangheta – in un’intellettuale torre eburnea, mentre Federico, con la sua carriera in polizia, ne è l’alter ego immerso nel mondo e nella Storia con la S maiuscola. Le due esistenze procedono parallele ma a un certo punto convergono in un modo che non possiamo rivelare senza fare spoiler.

Operazione nostalgia anni 90, decennio che ha segnato il passaggio dall’era analogica a quella digitale e dalla prima alla seconda repubblica. In sottofondo ci sono le stragi di mafia, tangentopoli, la prima ondata migratoria ma anche tutte le canzoni che fanno da colonna sonora a un periodo che ci ha traghettato dalle promesse e speranze precedenti (datate 60, 70, 80) alle delusioni attuali. Ci sono ricordi, luoghi, amori che si aprono e si chiudono come cerchi. Il tutto in una lingua molto letteraria, poetica, connotata e non asciutta. L’uso del dialetto è più spiccato nella prima parte, dove pesano le origini dei due protagonisti, ma si fa più rarefatto man mano che la loro esistenza si sprovincializza.

Tutti noi, in un certo senso, attendiamo la vita, quella sognata e desiderata che, per alcuni, resta un miraggio. Federico, il poliziotto, c’è dentro fino al collo mentre Gianni indugia ai margini e, l’unica volta che lo farà, - che si tufferà a pieno in qualcosa - sarà uno sbaglio.

L’azione si snocciola lentamente ma inesorabilmente. Le rette parallele convergono, mescolandosi ai ricordi, a un substrato di pathos, a una nostalgia straziante del come eravamo e chi eravamo. Ciò che siamo stati da bambini, ci dice l’autore, è “la verità più grande”, la nostra essenza, ciò che dovremmo ricordare per spiegare chi siamo adesso. E bisogna restare fedeli a questa verità, nonostante tutto, nonostante l’infanzia non sempre sia “un luogo ideale”.

Un romanzo bello e poetico fin dal titolo, sull’amicizia ma soprattutto sull’innocenza perduta: ”affossarti, negarti una possibilità, anche se questo va contro i miei principi – dice Federico a Gianni – significherebbe anche annegare una parte di me stesso”.

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