poli patrizia
Fabio Volo, "Un posto nel mondo"

Un posto nel mondo
Fabio Volo
Mondadori, 2006
Non avevo mai letto nulla del “famigerato” e “vituperato” Fabio Volo. Alcuni sostenevano che “tocca il cuore del lettore”, altri ne parlavano come della peste bubbonica della letteratura. Non sono d’accordo né con l’elegia né con la demonizzazione. Devo dire, però, che almeno questo singolo romanzo ha ribaltato tutte le mie aspettative.
Pensavo di trovarmi di fronte a una mal scritta storiella d’amore alla Federico Moccia, che mi avrebbe, in ogni caso, inevitabilmente coinvolta e intrigata. Invece, la pecca principale del testo non è il linguaggio che, tralasciando alcune ripetizioni, è scorrevole, personale, né migliore né peggiore di tanti altri; ciò che non ho gradito è stato proprio il contenuto, sebbene il testo si faccia leggere velocemente.
Storia vagamente alla Paulo Coelho – autore che aborro per i temi trattati – d’improvvisa e raffazzonata conversione interiore. “Percorso” lo chiamerebbe qualcuno, con un termine abusato e detestabile.
Michele tira tardi a bere in piazza con l’amico Federico che, ad un certo punto, si annoia e gli suggerisce di dare un senso a giorni sempre uguali che un senso, come direbbe Vasco, non hanno. Federico parte per Capo Verde. Torna cambiato e innamorato di Sophie, mentre, nel frattempo, Michele si è invaghito e poi stufato di Francesca. Federico riparte di nuovo, definitivamente, nel senso che muore in un incidente. Allora Michele va in pezzi, comincia a sentire, oltre al dolore per la scomparsa dell’amico fraterno, che qualcosa nella sua vita davvero non va, che il suo lavoro è monotono e privo di slanci, che non ha niente da offrire alla ragazza e per questo la lascia. Si trasferisce a Capo Verde anche lui, conosce la fidanzata di Federico che aspetta una figlia, ha un incontro che fa da deus ex machina con una sciamana locale, e torna in Italia un uomo nuovo.
Io a queste conversioni improvvise, alla vita che si accende senza l’aiuto degli antidepressivi ma con la famosa mindfulness, - cioè l’assaporare il qui ed ora, che è poi il centro stesso della meditazione - non credo e mi infastidiscono pure. Non credo neppure agli amori che risorgono dalle ceneri. Se una persona non ti interessa più non è – come sostiene l’autore - perché non hai ancora trovato te stesso, ma è perché ti ha scocciato e basta. Il rapporto d’amore fra Michele e Francesca sa di minestra riscaldata e trovo infantile, peterpanesca, la scelta finale dei due di mettere al mondo una figlia senza convivere, pur amandosi e sentendosi una famiglia unita.
Comunque, il centro positivo del romanzo è senz’altro la necessità di portare in superficie i nostri bisogni più autentici, qualunque essi siano, anche i più elementari.
Il libro manca totalmente di ambientazione, forse non indispensabile in una storia di formazione spirituale, ma la cosa lascia i protagonisti sospesi in un limbo dove mare, ufficio, città, auto sono solo nominati ma mai resi palpabili o visibili.
Ho trovato assolutamente non indispensabili e fini a se stesse certe descrizioni di gesti volgari, come il modo in cui il protagonista è solito tagliarsi le unghie dei piedi o masturbarsi negli asciugamani degli alberghi. Particolari, frutto di un morboso bisogno di dire tutta la verità, che non aggiungono un tocco di realismo né di crudezza alla narrazione, ma rappresentano solo tremende cadute di stile. Uno stile, a tratti, più da post di Facebook che da romanzo, infarcito di frasi costruite a tavolino per essere sottolineate e copiate in un diario.
Stephenie Meyer, "Midnight Sun"

Midnight Sun
Stephenie Meyer
Atombooks, 2020
pp 756
Dovevo comprarlo per forza. Ho letto tutta la serie di Twilight e ho visto tutti i film, dal primo all’ultimo. Questo nuovo capitolo della saga dei vampiri vegetariani non potevo perdermelo. Non è un sequel, non è un prequel, Midnight Sun, è qualcosa di inaspettato e sicuramente inusuale. È il primo libro della serie, Twilight appunto, riscritto da cima a fondo con un cambio di prospettiva.
Tutte le vicende del libro, l’archetipica storia de La bella e la bestia, l’incontro alla scuola superiore di Forks, fra Bella Swan ed Edward Cullen, la scoperta che lui non è un ragazzo qualsiasi ma un vampiro, l’entrata di Bella nella famiglia Cullen, la caccia da parte del sanguinario segugio James e il salvataggio, non sono più viste dalla parte di lei ma di lui. Non c’è più il punto di vista di una ragazza goffa ma intelligente, ruvida ma sensibile, bensì quello di Edward, l’adolescente centenario, il vampiro ribelle che non si accontenta di essere un mostro e sceglie di vivere fra gli umani.
Il romanzo ha due difetti. Il primo è che la capacità di leggere nel pensiero di Edward, e quella di prevedere il futuro di sua sorella Alice, combinate insieme, in certi momenti rendono faticosa la lettura. Anche l’azione finale è un po’ troppo meticolosa e accentuata, come se il romanzo fosse diviso in due parti distinte, la prima romantica e la seconda di pura azione. L’altro difetto è che, forse, mi sarei aspettata un'operazione un po’ più alla Anne Rice, con maggiore spazio dato alla vita precedente di Edward, al suo lungo secolo da vampiro. Ma Stephanie Meyer non è Anne Rice. Lei punta sul qui ed ora, sullo sviluppo di un sentimento impossibile, sull’attrazione negata e contrastata, sul senso di colpa e sulla paura del rifiuto.
Edward ha già rinunciato al suo passato da killer, lo ha fatto grazie a Carlisle, il personaggio della saga che amo di più in assoluto, le cui caratteristiche principali sono l’empatia, la dolcezza e l’umanità. Il secondo mutamento lo farà grazie all’incontro con Bella, un’anima generosa e sensibile, una persona buona e disinteressata, capace di sacrificio e dedizione. Sono i due poli Carlisle e Bella a trasformare il vampiro Edward da mostro in essere umano, in grado di compiere scelte etiche.
Forse la parte del romanzo che preferisco è la vita di Edward con la famiglia, i suoi pensieri e gesti nei rari momenti in cui non è con Bella. Qualcuno ha persino fatto notare che la storia si fa più interessante quando Bella esce di scena e ci libera della sua presenza ingombrante, quando possiamo penetrare l’oscurità e il tormento di un essere immortale che aspira alla redenzione e lo fa per la propria anima, ma soprattutto per amore. Un amore che – per quanto quello di Bella ci fosse sembrato grande – è qui enorme: quando un vampiro ama è per l’eternità, quando un vampiro ama, cristallizza per sempre il celeste momento dell'inizio dell'innamoramento.
Benché questo ultimo romanzo non possa comunque competere col primo, rimane il fascino dell’amore strano e impossibile, rimane l’attrazione di una materia conosciuta e amata. In sostanza, un libro per fan della serie, che non aggiunge nulla di nuovo ma è comunque un gradevole approfondimento, uno sviluppo di motivi e sentimenti che ci riporta piacevolmente indietro, alla magia del 2008.
Paul e Virginie
Nel 1974 avevo tredici anni. Romantica, sognatrice e appassionata com’ero, m’innamorai dello sceneggiato Paul e Virginie, in onda di pomeriggio sulla Rai, tratto dal romanzo di Bernardine de Saint Pierre del 1788.
Un Laguna blu ante litteram. Infatti, il romanzo di Henry de Vere Stacpole – da cui è stato tratto il famoso e “scandaloso” film con Brooke Shields del 1980, - è stato scritto successivamente, nel 1908.
Niente bambini nudi, qui, niente corpi che nuotano in libertà, niente accusa di pedopornografia, Paul e Virginie veniva trasmesso durante la tivù dei ragazzi.
In una esotica colonia francese sbarcano due donne esiliate, una nobile e una plebea, con due figli, una bambina d’alto lignaggio e un maschietto plebeo, che crescono insieme. Va da sé che s’innamorano l’una dell’altro. Va da sé che il destino vuole separarli. Ma, quando lei sta per tornare da lui, una tempesta fa naufragare la sua nave e la giovane annega.
Ricordo, dopo l'ultima puntata, di aver singhiozzato per ore, di essere andata a letto orfana della storia che adoravo - avventurosa, patetica, esotica - soprattutto, straziata per l’amore tragico dei due protagonisti interrotto da un così fatale e crudele destino.
Billy Roche, "I racconti di rainwater pond"

I racconti di rainwaterpond
Billy Roche
Traduzione di Beatrice Masi
Battaglia edizioni, 2019
pp 303
17,00
Peccato per alcuni errori di editing, perché è stata davvero un’ottima idea, quella di Battaglia Edizioni, di tradurre dall’inglese - per la collana “franchi traduttori” – I racconti di Rainwater pond di Billy Roche.
Una serie di novelle ambientate in Irlanda - ma dallo stile narrativo vagamente americano - legate da fili invisibili che le collegano a formare un romanzo corale, l’affresco di una cittadina, Wexford, fra trattorie di paese, stazioni, alberghi, pompe di benzina, negozi di merceria, bar.
Le storie si svolgono tutte attorno allo stagno di Rainwater, sorta di laguna a ridosso del mare, invaso di acqua piovana semi-salata in una cava dismessa, oscuro e apparentemente senza fondo, simbolo di tutto ciò che non si vede ma esiste, nascosto e abissale come certi tormenti senza rimedio.
Attorno a questa pozza si dispiegano le vite degli abitanti di Wexford, operai, artigiani, musicisti, giocatori di hurling, gente che lavora di giorno e si fa una birra al pub la sera. Gente banale che, però, coltiva, nascosti nel cuore, amori lunghi una vita, eterni, tempestosi e romantici, passioni travolgenti e immortali. I personaggi di queste amare e struggenti storie sono quasi sempre donne, viste attraverso la lente deformante di chi di loro è innamorato da sempre, ma anche uomini stanchi, demotivati, che cercano il riscatto di una vita e lo trovano, a volte, in un piccolo insignificante gesto controcorrente, come nel racconto Il giorno libero, che mi ha ricordato La carriola di Pirandello.
Sembra che gli abitanti di Wexford passino la vita ad amarsi l’un l’altro non ricambiati. Queste donne, belle e apparentemente destinate a qualcosa di grande, non capiscono la felicità a cui rinunciano non contraccambiando l’amore ossessivo di uomini sensibili e generosi, barattandolo piuttosto con l’indifferenza di mariti grossolani, coriacei, disillusi, fedifraghi. E così sfioriscono senza perdere, agli occhi di chi le ha amate tutta la vita, la bellezza, il fascino misterioso e insondabile. Personaggi infelici, che hanno lasciato da parte i sogni, che sono diventati mogli, madri e poi nonne, con un nocciolo di dolore e nostalgia a straziar loro il cuore mentre in silenzio qualcuno da lontano le covava con gli occhi, le spiava, provando il desiderio di consolarle o di vendicarsi di loro.
Racconti struggenti e poetici, belli come antiche ballate, costruiti attorno ad amori incompiuti, dove c’è sempre qualcuno che arriva da fuori a portarti via chi hai amato tutta la vita inutilmente.
Una boccata di buona letteratura, una tantum.
Aldo Dalla Vecchia, "Viva la Franca".

Aldo Dalla Vecchia è davvero instancabile. Dopo averci deliziato con Mina per Neofiti, ritorna con questo nuovo libretto, sempre per i tipi di Graphe.it, dedicato a Franca Valeri e ai suoi splendidi cento anni.
Franca Norsa, in arte Valeri, nasce a Milano nel 1920 e sta per compiere cento anni. Oggi la sua voce nelle interviste è un poco strascicata ma non ha perso il fascino e il piglio è il solito: arguto, intelligente, intellettuale, sobrio.
Aldo Dalla Vecchia compie un excursus in stile saggistico, non ripercorrendo diacronicamente tutta la vita della Valeri ma analizzandola, sempre cronologicamente, attraverso le varie arti nelle quali ha eccelso. Si parte dal teatro, per approdare alla radio, quindi al cinema, alla televisione, alla pubblicità (una forma d’arte anch’essa) per finire alla scrittura.
Quest’ultima è la base delle precedenti. Dietro ogni personaggio teatrale, radiofonico, televisivo o cinematografico c’è, in effetti, la scrittura lucida e tagliente della Valeri, definita “chirurgica”. I suoi personaggi sono raffinati, popolari ma non per tutti. Le sue signorine snob, la signora Cecioni, la sora Cesira e i tormentoni come “Scostumato” sono rimasti nell’immaginario e nel linguaggio comune, ma hanno anche saputo fustigare con arguzia e determinazione i vizi della società dell’epoca. La Valeri fa parte di quel panorama colto e blasé da cabaret meneghino anni settanta, quello a cui apparteneva anche Giorgio Gaber.
La sua è una comicità basata sul reale ma anche assurda, cerebrale, caustica. Ella incarna un modello di donna diversa da tutte le altre, la cui principale realizzazione non è la vita coniugale ma che, in ogni caso, sente la sua relativa indipendenza – spesso minata da madri ingombranti e autoritarie – come malinconica solitudine. Una donna moderna e avanti con i tempi, elegante ma che non ha mai puntato sull’aspetto fisico, piuttosto sul cervello e sull’autoironia pungente e sarcastica.
Franca Valeri è davvero patrimonio della nostra cultura nazionale.
Mirko Tondi, "Era l'11 settembre"

Era l’11 settembre
Mirko Tondi
Toutcourt Edizioni, 2020
pp 175
12,00
Un romanzo non romanzo, il meno d’azione di Tondi ma forse il più interessante. Qui l’autore abbandona ogni velleità di scrittura di genere, seppur mixata, autoironica e rivisitata, per scrivere semplicemente di ciò che conosce, ovvero, le ambizioni letterarie frustrate, le difficoltà esistenziali e il cosiddetto blocco dello scrittore. Il protagonista è un ghostwriter, un uomo giovane con moglie e figlia, che vive una sorta di angoscia dovuta al suo bisogno di scrivere e all’impossibilità di farlo. Ciò si traduce in scontentezza e isolamento.
Non sempre siamo in grado di sapere cosa faremo da grandi, spesso si resta nel limbo di un’ambizione e di un talento che, tuttavia, non si concretizzano in reali produzioni di valore. Insomma, si scrive bene e volentieri ma non si è ancora generata “l’opera del secolo”. E, intanto, il tempo passa, gli amici si sposano e fanno carriera, mentre noi rimaniamo sempre appesi a una speranza che avvizzisce.
Ma un giorno il protagonista incontra Nando Barrella, un anziano vedovo che ha perso l'unico figlio in un banale incidente stradale proprio l’11 settembre, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. Barrella chiede al giovane di scrivere per lui la storia della morte prematura del figlio ma, soprattutto, dei troppi non detti, dei silenzi e degli errori che hanno accompagnato il rapporto di Barrella con il ragazzo – della cui fine il padre si sente colpevole – e con la moglie, alla quale ha tarpato ali e aspirazioni musicali.
La morte del figlio, proprio in un giorno tanto particolare per l’umanità, porta il protagonista a concentrarsi sull’attentato e sulle varie teorie complottiste, al punto da trascorrere nottate al computer perso in sterili ricerche, invece di progredire col romanzo che – a prescindere dal suo lavoro di ghostwriter ed editor - sta tentando di scrivere.
Sarà l’incontro con Barrella - il dolore muto e dignitoso del vecchio, la solitudine che in qualche modo il protagonista sente affine, l’amore per la musica - ad accendere la scintilla che rimuoverà il blocco. Il giovane autore adotterà uno pseudonimo dietro il quale si sentirà finalmente libero di far fluire la sua creatività. (Il tema del nome e della sua importanza era già stato toccato da Tondi in Nessun cactus da queste parti).
Barrella e lo scrittore sono due personalità in declino. L’anziano invecchia nella sua sofferenza amara e senza sfoghi, lo scrittore annega nel fallimento e nell’incompiutezza. Attorno a loro una società che digrada, un crepuscolo degli dei costellato di attentati, terrorismo, incapacità dell’uomo di convivere con i suoi simili, sovrabbondanza di parole pronunciate da giornali, televisione, web. E tutto questo rumore, questo brusio di fondo, diventa silenzio che solo la musica può riempire nuovamente di significato.
La trama è semplice ma infarcita di citazioni colte. Un romanzo che parla di se stesso, del percorso creativo ma, soprattutto, di altre opere letterarie, cinematografiche e musicali. Un romanzo scritto bene, da chi con la letteratura convive per mestiere e per passione.
Patrizia Poli, "Come eravamo, piccolo manuale della nostalgia"

Quello che facciamo da bambini, sia esso frutto di una nostra libera scelta oppure delle imposizioni familiari, plasma ciò che diventeremo e ci piacerà fare da grandi.
Ogni attimo della nostra breve vita, ogni novità, ogni conquista sembrano così recenti, così nuovi di zecca e significativi da divenire immutabili, invece tutto cambia, basta guardare le foto di qualche anno fa, le piccole cose sgualcite che profumano di ricordi, basta voltarsi indietro per rendersene conto. E la vita diventa una strada buia che va verso il nulla.
Non è la prima volta che un libro nasce da questo blog. E' già accaduto con La scommessa dell'arte di Walter Fest, tratto dagli articoli dedicati a pittori e artisti.
Personalmente in questi anni ho scritto e pubblicato tanti pezzi sul passato, su com'eravamo noi "ragazzi" degli anni sessanta e settanta. I libri che leggevamo, i programmi che guardavamo in televisione, i giochi, le pubblicità. Ma anche le feste di Natale, con l'albero vero che spandeva il suo profumo di bosco per casa, il modo di trascorrere certe estati infinite e sonnolente.
Bene, ho pensato di raccogliere in un volume autopubbicato su ilmilibro.it - dove ho ancora in vetrina Il respiro del fiume, Bianca come la neve e Quand'ero scemo - tutti questi articoli in una operazione nostalgia dolce-amara.
La raccolta si intitola Com'eravamo, piccolo manuale della nostalgia.
Ecco la recensione del primo lettore:
"Un libro colmo di nostalgia del passato. I ricordi rivivono con realismo e l’autrice ha la capacità di farli apparire molto recenti. Certo i cambiamenti nel tempo sono stati tanti e ciò è evidente quando ci accingiamo a fare un confronto tra ieri ed oggi. Il lontano 1966 era l’anno in cui uscivano le prime fiabe sonore, ma allora erano diffusi anche i fotoromanzi della casa Lancio, che raggiunsero il massimo splendore negli anni ’70 ed erano espressione della narrativa popolare.
Grande successo ebbe il Manuale delle giovani marmotte edito nel’69 , un libro dalla “informazione spicciola”. In quegli anni al cinema si seguiva il filone western, mentre in TV molto popolare era Carosello con Calimero, Gringo… uno spazio televisivo dedicato alla pubblicità. In quel periodo poi il francese come lingua straniera “contendeva il primato all’inglese”. Iniziarono le trasmissioni della TV dei ragazzi nelle ore pomeridiane, mentre Alberto Manzi alfabetizzava tanti italiani.
Nel ’78 i cinema erano affollati quando si proiettava Greese con John Travolta. Nel frattempo la Pongo e il Das davano ai piccoli l’opportunità di esprimersi creativamente, oppure nelle strade si ascoltava il rumore delle palline clik-clak, indizio di un gioco diffuso tra i ragazzi. La sera in TV si seguivano vari sceneggiati prodotti da grandi registi, mentre gli spot pubblicitari diventavano sempre più numerosi. Famoso era quello della Cynar, contro il logorio della vita moderna. Ma anche la comicità imperversava. Segue i boom economico, si diffonde una cultura veloce per tutti e… tanto altro…
Il libro è davvero uno spaccato della vita che si conduceva nel passato, descritta mirabilmente dall’autrice".
Angelo Pulpito
Considerazioni su una pandemia
Cosa manca nella gestione di questa pandemia? Il buonsenso, quello che in passato abbondava.
E manca il concetto che la malattia e la morte sono fatti naturali. Se tutto questo fosse successo anche solo quaranta anni fa, le cose sarebbero andate diversamente. Forse non ci sarebbe stato neppure un lockdown.
In passato si sapeva che la morte e la malattia, pur orrende e spaventose, fanno parte della vita, sono normali. I bambini a volte morivano, per questo se ne facevano tanti. Il parto era un evento pericoloso e capitava che le donne ci lasciassero le penne. Ci si ammalava di morbillo, di parotite, di rosolia, di varicella. L’influenza magari portava via il nonno.
Ora no. Malattia e morte non sono più accettate. Bisogna vivere, sempre, a ogni costo, tutti. Anche chi ha quasi cento anni, anche chi non sa nemmeno più come si chiama ed è impiagato in un letto. E per vivere tutti, non dobbiamo più vivere nessuno.
Abbiamo fatto bene a stare in quarantena. Avremmo dovuto starci fin da subito, tutti, alle prime avvisaglie. Ma, all’inizio, lo stato aveva paura di prendere decisioni impopolari, mai prese prima. Persino chiudere i voli dalla Cina. Persino non far andare a scuola chi dalla Cina era appena tornato. Neppure non prendere un aperitivo. Poi è arrivato il vero lockdown e a scuola non c'è andato più nessuno. In realtà sempre troppo ridotto, sempre troppo limitato. A Ferragosto chiudono più aziende di quelle che da noi hanno continuato a lavorare anche durante la quarantena. Invece avremmo dovuto stare tutti fermi, paralizzati per quindici, venti, massimo trenta giorni, poi ripartire. Invece si è chiuso progressivamente e lentamente, non si è avuto coraggio, si è arrivati allo stallo giorno dopo giorno, mentre la gente moriva e, da questo stallo, dal pantano, ora non siamo più capaci di uscire.
Abbiamo fatto bene, dicevo, all'inizio. Poi, però, basta.
Manca il buonsenso. Quello dei vecchi. Quello dei tempi che furono. Quale sarebbe adesso il buonsenso? Tenere chiusi i luoghi di aggregazione: cinema, teatri, discoteche, locali. Non fare feste, non organizzare processioni, concerti, comizi. Per il resto affidarsi al senso comune. Responsabilizzare la gente, trattare gli adulti da adulti. Ok alle mascherine, invito a non raggrupparsi, a non andare troppo in giro, a stare in casa se possibile, a tutelare se stessi e gli altri. Ma non più obbligo. Non più. Perché se questa malattia diventa endemica e continua a circolare per anni non ci si può trasformare in una società di stampo cinese-entomologico, dove lo stato va a impattare in modo paranoico, ossessivo, maniacale in ogni più piccola sfumatura del vivere quotidiano. Dove lo stato mi dice chi devo vedere, quali sono i miei affetti, se sono stabili o no. Che significa stabili? Magari io odio stabilmente mia nonna ma sono innamorato della dirimpettaia. Che ne sa lo stato? Lo stato che misura i centimetri di distanza che devo tenere da mio marito, che immagina l’ossimoro delle spiagge libere organizzate, che mi fa fare il bagno con la mascherina. Lo stato assurdo, ridicolo, ingerente, ingombrante. Lo stato che rincorre il runner solitario e permette le folle accalcate sotto casa della ragazza rapita.
Lo stato che vuole conciliare l’inconciliabile: la salute pubblica con l’economia.
Lo stato decide che il ristorante non può aver più di quattro tavoli e lo fa fallire. Farebbe meglio a dire la verità, quella che non vuol dire neppure a se stesso. Che non si può avere tutto, che certi ristoranti sono destinati a chiudere. Non puoi tenere aperto il tuo locale, guarda in faccia la realtà, probabilmente la gente non verrà, continuerà giustamente ad avere paura, tu trovati un altro lavoro. Ma non sappiamo rinunciare a nulla. Lo stato ci vuole sani, chiusi in casa, ma anche pronti a spendere soldi per sostenere l’economia.
Lo stato decide che i bambini devono andare all’asilo col braccialetto per segnalare la troppa vicinanza al compagno. Così i bambini imparano che il compagno è pericoloso, che è cattivo, che è il male. Che la maestra non può abbracciarti, non può consolarti se piangi. Che siamo tornati al medioevo. I bambini da sempre si scambiano il ciuccio, mettono le mani nella terra, hanno i pidocchi e i vermi intestinali. È così che si fanno gli anticorpi.
Cosa si può rispondere a una madre che, per salvare la vita a un anziano in stato vegetativo, deve costringere suo figlio a crescere semi autistico e asociale? Prendi un bambino di un anno o due. Prendi mamma e papà che attuano “il distanziamento sociale”, ovvero scansano ogni essere umano, coprendosi il volto con la mascherina. Prendi questo gesto e ripetilo, ad ogni incontro, con ogni persona, anche i parenti stretti, per settimane, mesi, forse anni. Cosa imparerà questo bambino? Come crescerà, quale sarà il futuro della generazione Covid? Con quale coraggio, a fine epidemia, quei genitori potranno dirgli: “Vai, abbraccia il nonno, dagli un bacio”. Un bacio? Abbracciare il nonno? Il bambino li prenderà per matti.
Le cose non vanno bene, non si sta affrontando la situazione con naturalezza, con responsabilità, con normalità. Si sta impattando nella vita della gente in modo compulsivo, violento, assurdo, a colpi di centimetri, di plexiglass, di droni, di robot, di autocertificazioni e moduli risibili.
Una malattia è una malattia, gestiamola come le malattie del passato che sì, magari hanno fatto milioni di morti, ma la morte è naturale. Non siamo invincibili, non siamo eterni, non siamo esenti dalla sofferenza. Non sfuggiremo alla sofferenza nemmeno chiudendoci per due anni in casa con un sussidio statale, nemmeno distanziandoci col metro. Soffriremo, ci ammaleremo, moriremo, ma, almeno, lo faremo senza costrizioni, senza depressioni, senza schizofrenia e paranoia, senza la maledetta e impossibile voglia di controllare tutto. Senza delirio di onnipotenza.
LE NOVE DOMANDE E MEZZA PIU’ PAZZE DEL MONDO… MA NON TROPPO: PATRIZIA POLI

Amici del blog che fra le nuvole contemporanee lancia raggi di sole culturale, non poteva sfuggire al nostro appuntamento la super blogger toscana, Patrizia Poli, la nostra amica che, dietro un viso dai tratti gentili e timidi, cela una donna capace di esprimere, attraverso la forza delle sue parole, un’energia che ti contagia e ti avvicina alla lettura.
Ora ho la possibilità di farvela conoscere un po’ più a fondo, queste sono le domande che stiamo per rivolgerle.
1) signoradeifiltri.blog sta scalando le vette delle preferenze, qual è la ricetta del successo di pubblico?
Credo che sia la costanza. Il blog è aperto dal 2012. Otto anni in cui non mi sono mai arresa e, con perseveranza, ho pubblicato quotidianamente contributi interessanti. E l’ho fatto solo per il piacere di farlo, senza pensare se qualcuno leggesse oppure no, senza inseguire il successo a tutti i costi o stare per forza sul pezzo. E la gente ha capito e seguito perché gli argomenti sono tanti e vari, spesso di nicchia e insoliti. Poi mi sono avvalsa, negli anni, di collaboratori entusiasti e competenti come te, una bella squadra che ha fatto la differenza.
2) Con un fulmine Re Artù ti ha colpito e ora puoi viaggiare nel tempo. In che epoca preferiresti andare e perché?
Amo il Medioevo ma penso che non fosse comunque una bella epoca per vivere. Pestilenze, guerre, caccia alle streghe, tribunale dell’Inquisizione e ogni gesto della vita quotidiana permeato di fede e riportato alla religione. Pare che facesse anche più freddo di adesso. Amo il Medioevo ma solo nei libri e nei film. Forse sarei stata più adatta a vivere nell’Ottocento, anche se pure lì la speranza di vita era bassa e si moriva di tisi a trent’anni. Mi vedo a Haworth, nello Yorkshire, aggirarmi per la brughiera chiamando Heathcliff. Una cosa molto romantica e tempestosa.
Per tornare ad Artù, ho appena finito di scrivere un inedito basato sulla materia di Bretagna. È stato il libro che mi è venuto più facile, forse perché sono quaranta anni che ho in mente questa storia e questi personaggi. È il più romantico dei miei libri e anche quello più dolce. Artù è un grande, è la regalità fatta persona, è l’axis mundi.
3) Scegli un artista del trapassato per la tua copertina.
Dante Gabriel Rossetti
4)Il tuo mantra per descrivere il tuo stile.
Riscrivere e riscrivere all’infinito.
5) Il tuo colore preferito.
Rosa.
6) Consiglia uno dei tuoi libri e perché?
L’uomo del sorriso. Quello al quale sono più legata, il libro della vita, scritto con amore e dolore.
7) Hai di fronte l’A.D. della tua casa editrice, una a caso, Marchetti… Come la convinceresti ad accettare che, in occasione della presentazione di un tuo libro, ti metta una parrucca tipo Jessica Rabbit? E per quale tuo libro ti presenteresti cosi?
Farei presto a convincerla perché è una ragazza allegra, pazzerella e intelligente. Ma non mi vedo nei panni di Jessica, piuttosto di Rabbit, il marito coniglio. Forse lo farei per presentare Bianca come la neve, la storia di una vampira.
8) La Toscana è una fucina di grandi letterati perché?
Perché ha la lingua più bella del mondo, è la culla dell’italiano. No, anzi, è l’italiano.
9) La canzone preferita che canti sotto la doccia.
Non canto, parlo da sola.
1/2)Devi litigare con qualcuno, userai i versi di Dante Alighieri della Divina commedia, quali?
"Al cul fece trombetta".
Molto bene amici della signoradeifiltri, ringraziamo Patrizia Poli per essersi aperta per voi, perché una scrittrice come lei potete considerarla una vostra amica, una delle migliori.
Ci rivediamo al prossimo scrittore, qui sempre su questo blog, e sarà comunque un piacere.
Otello Marcacci, "Tempi supplementari"

Tempi supplementari
Otello Marcacci
Ensemble, 2020
pp 366
16,00
Poiché, leggendo libri, amo le libere associazioni che essi mi suscitano, vi dirò che Templi supplementari di Otello Marcacci mi ha fatto venire in mente due cose: i romanzi nostalgico piombinesi di Gordiano Lupi, forse per la toscanità di entrambi - Marcacci vive a Lucca ed è grossetano e canta la Maremma- , e I ragazzi di via Pal di Molnar.
Anche qui abbiamo dei bambini, nella fattispecie appartenenti a una colonia marina, che, negli anni settanta, giocano la partita della vita contro un gruppo di “cattivi” di un’altra colonia. I nostri sono “inclusivi” ante litteram: la loro squadra comprende ebrei, omosessuali e donne, categorie emarginate, vituperate dai più e dalla chiesa cattolica. Solo una suora anticonvenzionale e coraggiosa può pensare di mettere insieme una squadra così.
Tuttavia l’idea del romanzo di formazione nostalgico è solo la prima impressione. Il testo è molto più complesso. È una storia d’intrecci e colpi di scena spesso grotteschi nella loro pur plausibile improbabilità.
La partita della Stella Maris contro il Cottolengo segna i passi più importanti dell’esistenza del protagonista, Giacomo Boselli, e dei suoi amici: Paolo, malato di cancro, David, ebreo, Cristiano, omosessuale, Bernardino, psicolabile, il Pescecane, attore porno, Ilenia, il primo amore, Marco etc. Il romanzo è diviso in tre parti, ciascuna dedicata a uno spaccato di vita durante il quale viene rigiocata la partita e che, in un modo o nell’altro, segna una svolta per tutti.
Marcacci si basa su un complesso ordito di rimandi e richiami. Il conflitto fra Giacomo e la figlia Maristella, affetta da una malattia rara, si fonderà proprio sul rifiuto del pregiudizio, tema che, come abbiamo visto, ha interessato Giacomo fin dalle prime amicizie estive. La trama si snoda per incastri, come un mosaico di pezzi collegati. Niente succede per caso e anche le situazioni più strane o insignificanti influenzano gli eventi successivi e li determinano.
Quando si gioca e si rigioca la partita, pur senza mai vincerla, “non si è disturbati dalla vita”, semplicemente si “è”, ci si cala nel flusso di un esistere sospeso nel tempo che non è preda di dolori, ripensamenti, scelte. Perché scegliere non è facile, il bene e il male non sono nettamente distinti, così come il giusto e l’ingiusto. Soprattutto la vita non mantiene le promesse.
Sebbene i dialoghi siano forse troppo maturi in bocca a ragazzini, la parte più bella è quella dedicata alle reminiscenze giovanili, ai ricordi delle sonnolente estati a Marina di Grosseto. Accanto alla fatica di vivere, all’angoscia del tempo che passa e ci trasforma senza accontentare le nostre aspirazioni ma, piuttosto, distruggendo i nostri ideali, la cifra di questo romanzo, e anche la sua bellezza, è la nostalgia. Nostalgia straziante di un periodo in cui ancora eravamo innocenti e tutte le possibilità erano aperte. Nostalgia di un periodo storico, di usi e costumi obsoleti (tutti e tre i blocchi temporali – anni settanta, novanta e duemila – son ben ricostruiti nei dettagli e nelle atmosfere), ma anche di parole non dette, di silenzi da colmare nel rapporto con persone che non ci sono più, che vivono nella memoria, che vengono in continuazione rielaborate e rivissute dentro.
È il “lavoro” di cui parla il protagonista ormai defunto, costretto, nel suo personale inferno o limbo, nei suoi infiniti “tempi supplementari”, a rivivere ossessivamente sempre i medesimi momenti, soprattutto legati alla partita, per cercarne significati e alternative che non si sono verificate ma avrebbero potuto essere. Un po’ quello che facciamo tutti, rimuginando sul passato, sulle sliding doors, su ciò che avrebbe potuto essere se solo avessimo detto o fatto questo o quello.
Un libro bellissimo che mi ha colpita al cuore e affascinata, un’ottima scrittura, che fa tornare la voglia e il piacere di leggere, molto avvincente e nello stesso tempo intelligente, con uno stile che ricorda in senso positivo i romanzi di qualche decennio fa.
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