Mirko Tondi, "Era l'11 settembre"
19 Giugno 2020 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Era l’11 settembre
Mirko Tondi
Toutcourt Edizioni, 2020
pp 175
12,00
Un romanzo non romanzo, il meno d’azione di Tondi ma forse il più interessante. Qui l’autore abbandona ogni velleità di scrittura di genere, seppur mixata, autoironica e rivisitata, per scrivere semplicemente di ciò che conosce, ovvero, le ambizioni letterarie frustrate, le difficoltà esistenziali e il cosiddetto blocco dello scrittore. Il protagonista è un ghostwriter, un uomo giovane con moglie e figlia, che vive una sorta di angoscia dovuta al suo bisogno di scrivere e all’impossibilità di farlo. Ciò si traduce in scontentezza e isolamento.
Non sempre siamo in grado di sapere cosa faremo da grandi, spesso si resta nel limbo di un’ambizione e di un talento che, tuttavia, non si concretizzano in reali produzioni di valore. Insomma, si scrive bene e volentieri ma non si è ancora generata “l’opera del secolo”. E, intanto, il tempo passa, gli amici si sposano e fanno carriera, mentre noi rimaniamo sempre appesi a una speranza che avvizzisce.
Ma un giorno il protagonista incontra Nando Barrella, un anziano vedovo che ha perso l'unico figlio in un banale incidente stradale proprio l’11 settembre, il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle. Barrella chiede al giovane di scrivere per lui la storia della morte prematura del figlio ma, soprattutto, dei troppi non detti, dei silenzi e degli errori che hanno accompagnato il rapporto di Barrella con il ragazzo – della cui fine il padre si sente colpevole – e con la moglie, alla quale ha tarpato ali e aspirazioni musicali.
La morte del figlio, proprio in un giorno tanto particolare per l’umanità, porta il protagonista a concentrarsi sull’attentato e sulle varie teorie complottiste, al punto da trascorrere nottate al computer perso in sterili ricerche, invece di progredire col romanzo che – a prescindere dal suo lavoro di ghostwriter ed editor - sta tentando di scrivere.
Sarà l’incontro con Barrella - il dolore muto e dignitoso del vecchio, la solitudine che in qualche modo il protagonista sente affine, l’amore per la musica - ad accendere la scintilla che rimuoverà il blocco. Il giovane autore adotterà uno pseudonimo dietro il quale si sentirà finalmente libero di far fluire la sua creatività. (Il tema del nome e della sua importanza era già stato toccato da Tondi in Nessun cactus da queste parti).
Barrella e lo scrittore sono due personalità in declino. L’anziano invecchia nella sua sofferenza amara e senza sfoghi, lo scrittore annega nel fallimento e nell’incompiutezza. Attorno a loro una società che digrada, un crepuscolo degli dei costellato di attentati, terrorismo, incapacità dell’uomo di convivere con i suoi simili, sovrabbondanza di parole pronunciate da giornali, televisione, web. E tutto questo rumore, questo brusio di fondo, diventa silenzio che solo la musica può riempire nuovamente di significato.
La trama è semplice ma infarcita di citazioni colte. Un romanzo che parla di se stesso, del percorso creativo ma, soprattutto, di altre opere letterarie, cinematografiche e musicali. Un romanzo scritto bene, da chi con la letteratura convive per mestiere e per passione.
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