poli patrizia
Alessio Piras, "Omicidio in piazza Sant'Elena"

Omicidio in piazza Sant’Elena
Alessio Piras
Fratelli Frilli Editori 2016
pp 155
10, 90
Indeciso fra il poliziesco e il romanzo intellettuale, Alessio Piras, in Omicidio in piazza Sant’Elena, mischia i due generi, affiancando al classico, e inflazionatissimo, commissario, un altro protagonista, una spalla che in realtà giganteggia, l’intellettuale Lorenzo Marino, in gran parte, sospettiamo, alter ego dell’autore. I due si trovano a collaborare sul caso di Paco, un ragazzo sudamericano ucciso da un’overdose di droga mal tagliata nei carruggi di Genova. Si scoprirà che dietro ci sono vicende personali e l’ipocrisia di un mondo borghese moralista e marcio.
I veri protagonisti di questa storia, però, sono la città di Genova e i riferimenti letterari.
Per quanto riguarda questi ultimi, si parte subito con il cliché del racconto nel racconto, per passare poi alle numerose citazioni di Sciascia, Saramago, Pessoa.
“Lorenzo, come Ricardo Reis, era tornato in patria dopo una quindicina d’anni. Era solo, come il medico eponimo di Pessoa, ed era affezionato alle vecchie abitudini dell’essere umano, non era uomo del XXI secolo Lorenzo, o ci stava entrando lentamente e con molta fatica.” (pag 20)
Lorenzo è uno che non si riconosce nella massa la quale, come ritiene Josè Ortega, il suo filosofo spagnolo preferito, “è tutto ciò che non valuta se stesso - né in bene né in male - mediante ragioni speciali, ma che si sente "come tutto il mondo", e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri.” Lui no, lui si annoia con le conversazioni ordinarie. “La banalità di certi discorsi e la mancanza di curiosità intellettuale lo annichilivano”. (pag 29) È uno scholar, un ricercatore universitario che ama il suo lavoro e non solo la posizione occupata, diviso fra curiosità intellettuale e radici, fra un andare che è sempre ritorno e un tornare che contiene già in sé un nuovo allontanamento, fra voglia di novità e nostalgia straziante. È un uomo, Lorenzo/Alessio, che vive ogni cosa con la mente e con l’anima.
“Ancora la letteratura , non è possibile, Lorenzo, devi pur trovare delle risposte nella vita reale, non puoi andarle a cercare tutte nei libri, tutte dentro queste pareti di carta, nelle sale di lettura, assetato di lettere, di parole che diano un senso.” (pag 33)
“La letteratura, Lorenzo, è nella letteratura che possiamo trovare le risposte. Sembra finzione, ti illude di evadere dal mondo con la fantasia, ma ti ci proietta dentro in profondità. E ne sei così dentro che non te ne accorgi, ti pare di starne fuori, di essere in un altro mondo.” (pag144)
Nella commistione di letteratura e vita sta il senso di questo romanzo particolare, un giallo nel quale gli accadimenti hanno lo stesso spazio delle riflessioni. Il protagonista intellettuale si tuffa nella vita, vi partecipa, solo attraverso un’indagine che lo porta a contatto con i vicoli più sordidi, con la prostituzione, con gli spacciatori, con la carne e il sangue. Ma non dobbiamo dimenticare che si tratta pur sempre di un “racconto nel racconto”, che si parte da una cornice e vi si fa ritorno, che pure il reale alla fine è finzione e letteratura, in un gioco di specchi e rimandi amplificato da sbalzi temporali addirittura all’interno di uno stesso capitolo.
Forse, l’unica cosa vera, tangibile, è Genova, la Genova dei cantautori ma anche dei panifici che sfornano focaccia unta e fragrante, dei vicoli che puzzano e, se non puzzassero, non sarebbero quello che sono, del mare spianato e scurito dalla tramontana, delle prostitute sudamericane, degli spacciatori neri, dei problemi economici, delle occasioni di rinascita perdute. I riferimenti al passato recente, a quegli anni novanta e duemila che pare strano considerare storia ed invece già lo sono - molti e strutturati con consapevolezza e competenza - si mescolano a quella nostalgia di cui parlavamo, a quella ricerca di senso che, dopo tanta letteratura, dopo tanta fuga fisica e libraria, alla fine forse aderisce al ricordo, al passato, a ciò che ci hanno insegnato i nostri nonni, a ciò che rimane di quando eravamo piccoli, e scaturisce, come una madeleine, da un odore, da un sapore, da un soffio di tramontana.
Originale e coinvolgente anche la rappresentazione del mondo universitario, con i soliti baroni di sempre attaccati alla poltrona e i soliti assistenti servili. Ecco, forse, se Piras decidesse che, tutto sommato, nonostante l’indubbia passione per il noir, non vale la pena scrivere l’ennesimo giallo e si concentrasse su personaggi come Lorenzo - con il loro bagaglio d’introspezione collegata al patrimonio di conoscenze regionali e culturali - le sue capacità narrative sarebbero, penso, valorizzate al meglio.
Carthago delenda est
Hannibal ad portas! ("Annibale è alle porte!") era diventata la frase spauracchio per i bambini. I romani avevano avuto paura quando Annibale era entrato in Italia e non ritenevano sufficiente aver sconfitto Cartagine per la seconda volta, volevano che fosse distrutta definitivamente. Carthago delenda est. Famoso l'aneddoto del cestino di fichi che Catone mostrò in Senato al suo ritorno da Cartagine: erano ancora tanto freschi da rendere evidente quanto la città nemica fosse vicina.
E così fu fatta una terza guerra (149-146 a.c.). I Cartaginesi si difesero per due anni ma poi dovettero cedere, per tutto un inverno durò l'agonia della città. Senza più viveri e attaccata perfino da una pestilenza, Cartagine soffrì la fame, vi furono casi di cannibalismo. Pur di non consegnare la loro città ai Romani, i Cartaginesi preferirono darla alle fiamme. Scipione emanò un bando che prometteva salva la vita a chi si arrendeva e usciva disarmato dalla cittadella. Cinquantamila accettarono fra cui Asdrubale Boetarca, comandante dell’esercito cartaginese. Dalle mura della cittadella la moglie, fra sanguinose ingiurie e maledizioni al marito, gridò una preghiera a Scipione di punire il codardo indegno di Cartagine, poi salì al tempio incendiato, sgozzò i figli e, come Didone, si lanciò fra le fiamme.
I Romani distrussero Cartagine, la bruciarono sistematicamente, abbatterono le mura, demolirono il porto. Infine ararono il terreno sul quale sorgeva e vi seminarono sale.
Vinta Cartagine, i Romani riuscirono in poco tempo a impadronirsi delle terre che si affacciavano sul Mediterraneo, divennero padroni di tutti i paesi allora considerati più civili. Vennero a contatto con oro e risorse che saccheggiarono a piene mani, conobbero civiltà evolute come quella greca, di cui apprezzarono le magnificenze, l’arte e la filosofia.
Roma divenne una grande città, cui tutto il mondo conosciuto pagava tributi. Dai territori conquistati giungevano migliaia di schiavi che lavoravano la terra per i patrizi e fabbricavano oggetti. Ai popoli vinti Roma dava in cambio strade, ponti, acquedotti, leggi, pace e protezione dalle invasioni esterne.
Vista l’abbondanza di schiavi, i plebei avevano poco da fare e, spesso, per vivere si arruolavano. In cambio di un’armatura, di uno stipendio e di cibo, tenevano lontani i barbari dai confini. Quando venivano congedati ottenevano un pezzo di terra da coltivare. Il latino si espandeva a macchia d’olio e tutti lo conoscevano e capivano.
La valigia blu
Normalmente le “fescionblogghe” che si rispettano scrivono un post sulla valigia che stanno preparando. Io non ho avuto tempo prima di partire e così vi posso solo raccontare, ora che sono tornata, che cosa avevo scelto e come mi sono trovata.
Contrariamente alle mie abitudini, non ho portato abiti interi, anche se sono andata in un luogo molto caldo. Ho puntato su pantaloni leggeri e gonne fresche e mi sono concentrata su un colore, il blu, in tutte le sue sfumature, dal celeste all’indaco, con abbinamenti prevalentemente di bianco. Tessuti che non si stropicciano, camicette che vestono senza ostacolare, un paio di accessori azzeccati in tinta e il gioco è stato fatto. Molto pratica ma femminile. Mi sono trovata bene e senza sprechi, senza oggetti che non sai perché ti sei portata dietro.
Di seguito vi propongo alcuni nuovi acquisti, presi prima, dopo, e persino durante, il viaggio.
La camicetta rossa, che illumina, riveste e non si stira.
La canotta bianca lavorata, un po’ troppo larga, tende a ingrassare: ho risolto annodandola su un fianco.
La borsa da mare con àncora, in stile marinaro.
Il copricostume bianco, chic e di moda.
La maglia rosata, semplice e scivolata, a coprire i chili messi su in vacanza.
La camicia bianca, in tessuto molto easy e con cerniera, un classico rivisitato che può trasformarsi anche in capo importante e risolvere occasioni formali.
E ora vi dico che si torna volentieri anche a casa, che la stagione ha un suo fascino struggente, che ogni mese ha la sua luce da godersi, che mi piace questo periodo di morte e rinascita, i negozi che riaprono, la ripresa delle attività normali - ché non si può vivere di solo mare e divertimenti - il ricordo di quando a scuola si andava per san Remigio, non c’erano zanzare e si portavano impermeabile ed ombrello. L’autunno era autunno, allora. Ma forse tutte le cose erano quello che dovevano essere, ormai è tutto veloce, sovrapposto, globalizzato.
Pierluigi Curcio, "Artorius"
Artorius
Pierluigi Curcio
Ilmiolibro.it, 2016
Questo romanzo finisce là dove tutto inizia, col piccolo Arthnou, Artù, che estrae la spada dalla roccia. L’Artù altomedievale, quello che tutti conosciamo, compare solo nelle ultime pagine; la storia di questo ponderoso romanzo si svolge trecento anni prima, quando la leggenda comincia, quando due cattivi imperatori, Commodo e Settimio Severo, lottano per tenere insieme un impero che sta morendo e si sta disgregando fisicamente e nei suoi valori.
Artorius sostiene la tesi della storicità di Re Artù che vede in un ufficiale di cavalleria romana l'iniziatore alla leggenda. Lucio Artorius Casto è un comandante ancora imbevuto degli ideali che hanno fatto grande Roma nei secoli e che, ormai, con la decadenza dell’impero, esistono solo di nome, annegati nella corruzione e nella malvagità. Ma Artorius è uomo tutto d’un pezzo, fedele al giuramento fatto. Si trova a combattere in varie parti dell’impero e poi in Britannia accanto ai sarmati, compagni che diverranno leggenda insieme a lui. Lucio lotta dalla loro parte finché Roma gli ordina di farlo, poi li abbandona, per senso del dovere prima, per salvare la propria famiglia poi. Questo gli procurerà un continuo e sordo dolore, un senso di non appartenenza a nessun luogo, un’umanissima lacerazione di affetti e lealtà.
Egli rappresenta, per i Britanni, il Riothamus, l’Alto Re, ma non ha il coraggio di esserlo fino in fondo. A Roma lo legano una moglie e due figli, alla Britannia una donna mai dimenticata e un figlio con cui si scontrerà in una tragica battaglia finale, un rampollo che unisce in sé il sangue romano e quello di Uther Pendragon, la stirpe del drago. Tuttavia l'esempio di Lucio lascerà il segno, produrrà una discendenza che, attraverso il tempo, fluirà fino al piccolo Artù, il nuovo Riothamus.
Per chi, come me, si è sempre nutrita del materiale arturiano, (da La morte d’Arthur di Thomas Malory allo straordinario film di Boorman, Excalibur, a Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley a L’ultimo incantesimo di Mary Stewart a La pietra del cielo di Jack Whyte) la parte più interessante di questo romanzo è proprio vedere come esso sia stato rielaborato dall’autore in modo personale. È intrigante riconoscere i personaggi, da Merlino/Dubricius a Morgana/Morana, a Mordred - qui figura positiva - alla spada Caledfwilch/Excalibur, a Nimue, a Lance ap Lot/Lancillotto, a Gwynewyar/Ginevra. Gli eroi della tavola rotonda non sono raffinati cavalieri impregnati d’ideali cortesi bensì possenti guerrieri Sarmati, Caledoni o Celti, che combattono contro i - o a fianco dei - legionari romani.
Ma è sul campo della conoscenza storica che Curcio ci stupisce. La sua competenza in materia di antichità romana appare sorprendente, con la vita del secondo secolo dopo Cristo ricostruita nei minimi particolari: battaglie, legioni, accampamenti, armi e armature, tanto vive, minuziose e perfette che sembra di essere all’ombra del Vallo di Adriano (o in un documentario di Alberto Angela.)
Non nascondo che il testo, prima uscito con le edizioni Infilaindiana e poi auto pubblicato dall’autore, abbisogna di un’ulteriore rilettura formale, soprattutto per quanto riguarda la punteggiatura. Con uno sforzo tutto sommato non eccessivo ha le potenzialità per diventare un romanzo storico di grande valore, anche se, forse, un po’ troppo per addetti ai lavori.
Diego Collaveri, "Il segreto del Voltone"
Il segreto del Voltone
Diego Collaveri
Fratelli Frilli Editori, 2016
pp 259
11,30
Tutti i commissari infelici si somigliano fra loro. Non è l’incipit di un inedito di Tolstoj ma la considerazione che traiamo leggendo gli odierni epigoni di Montalbano. Il poliziotto di Vigata è riproposto in tutte le salse, anche quando non parla siciliano bensì livornese, anche quando non ha una bella fidanzata ligure ma una moglie morta e una figlia che non gli parla più. Mario Botteghi opera a Livorno e si trova a indagare su un caso di omicidio del quale s’interessano persino i servizi segreti americani: un crocierista statunitense, sbarcato nella città labronica, viene trovato ucciso vicino al Voltone, alias piazza della Repubblica, alias piazza Carlo Alberto, una piazza ponte storica e affascinante. La morte del crocierista si collega a fatti del dopoguerra, a segreti nascosti che non possiamo svelare, a qualcosa di prezioso e oscuro celato nelle viscere della città, là dove i Fossi, cioè i canali di acqua salata che la attraversano, vengono a contatto con gli imbocchi di intricate e inesplorate gallerie.
La storia è avvincente ma aggrovigliata, il commissario, le sue scoperte e le scene d’azione finali un po’ scontati. La parte più riuscita dell’opera è la puntuale e veritiera rappresentazione di una città letterariamente poco raccontata. Collaveri dimostra di conoscerla in tutti gli aspetti, belli e meno belli, nel degrado di oggi e nel passato storico, nei particolari della vita quotidiana e nei documenti di archivio, e di saperne ricreare l’atmosfera unica. Dà prova di quell’amore per Livorno che anche noi sentiamo, che invade le nostre ossa, i nostri muscoli, la nostra pelle ghiacciata dal salmastro. Il racconto aggredisce tutti i sensi, ci fa odorare il profumo degli spaghetti al riccio, udire lo strido sgraziato dei gabbiani e lo sciabordio delle onde contro i moli.
Quello che gli rimprovero è – come a molti miei concittadini – l’identificare la parte “nostra” con una parte sola, quella collegata a certi ideali e a certi simboli che, pur preponderanti in città, non sono gli unici.
Diego Popoli, "Fotografie"

Fotografie
Diego Popoli
Edizioni Leucotea, 2015
pp 95
11,90
"Eravamo in quella fase dell'adolescenza, nella quale ti sembra di aver già vissuto tutto quello che puoi vivere, anche se in realtà, non sei altro che un debuttante, su questo grande palcoscenico che ci hanno dedicato." (pag 38)
Ventuno racconti che sembrano far parte di un unico corpus - quasi opera “di formazione” - molto brevi e molto semplici, dove succede poco ma si riflette tanto, anche in modo filosofico, sulla vita, sull’esperienza, sulla crescita, sull’amicizia. Fulminei episodi più pensati che agiti, flash back.
Amori, delusioni, avventure estive, viaggi ferragostani in stile Il sorpasso, domeniche sonnolente dove a farla da padrone è la noia - una noia che, forse, rimpiangiamo come non luogo nel quale tutto poteva ancora avvenire - fughe notturne nella provincia emiliana che ricordano le canzoni di Lucio Dalla. Quante Anna e quanti Marco hanno calpestato quei palcoscenici che non ci sono più e che sono già intrisi di maledetta nostalgia? Quanti amici, quanti compagni di scuola, quante figure conosciute, o anche solo intraviste, ci siamo lasciati alle spalle, mentre ognuna di loro, passando come una meteora, donava qualcosa: una riflessione, un insegnamento, un esempio?
Più che l’argomento, più che lo stile, colpisce, appunto, la pregnanza dei raccontini - veri e propri scatti fotografici a penna - se rapportata alla loro trama e al loro volume: quel poco o niente che vi accade lascia però un’orma, un’unghiata sul cuore, genera una riflessione, regala un insegnamento.
La narrazione procede per sbalzi, fra presente, passato e passato ancora più passato, fra ricordi e pensieri, fra un qui ed ora molto ordinario, come la fila alla posta, e l’iperuranio dove le memorie diventano perfette idee platoniche.
Si parte dalla metà degli anni ottanta, quando tutto sembrava ancora facile e possibile,
“La strada che ci portava via, lunga e sconosciuta, la immaginavamo senza buche e piena solo di cose belle. Non sarebbe stata così. E il viaggio non lo avremmo fatto tutti insieme, come previsto.” (pag 79)
per arrivare lentamente fin quasi ai giorni nostri o, almeno, a quei primi anni duemila dove gli accadimenti mondiali hanno minato la fiducia e sconvolto la realtà come la conoscevamo.
Fotografie, di Diego Popoli, è il secondo libro che leggo delle edizioni Leucotea e trovo che questa casa editrice si caratterizzi per l’ottima e compiuta qualità della scrittura. Le sbavature sono veramente poche e facilmente risolvibili.
Annibale e Scipione, due grandi condottieri a confronto

La costituzione romana posava sulla più perfetta organizzazione militare della storia: cittadini ed esercito erano una cosa sola. Una legione era una formazione mista di 4200 fanti, 300 cavalieri e vari gruppi ausiliari, ciascuna legione era divisa in centurie, comandate dai centurioni e aveva il suo vexillum. Ma i Cartaginesi erano ancora molto forti e volevano tornare ad essere i padroni del mare.
Dopo qualche anno, Roma e Cartagine erano di nuovo in guerra fra loro. I Cartaginesi misero a capo del loro esercito un grande generale che si chiamava Annibale Barca (247 - 183 a.c.) e odiava Roma con tutto se stesso. I Romani sorvegliavano il mare fra Cartagine e la Sicilia perché pensavano che i Cartaginesi sarebbero passati di lì per muovere contro Roma. Invece Annibale andò in Spagna e poi, attraverso la Francia, arrivò ai piedi delle Alpi per cogliere di sorpresa i Romani. Attraverso le Alpi non c’erano strade, le montagne erano coperte di boschi, di neve e di ghiaccio ed erano abitate da popolazioni selvagge e pericolose. Per valicarle Annibale dovette aprirsi una nuova strada e combattere i montanari. Riuscì comunque ad attraversarle con tutto il suo esercito, con i carri, i cavalli e persino alcuni elefanti.
Mentre i Romani sorvegliavano il mare, l’esercito di Annibale apparve all’improvviso nella pianura padana. L’esercito romano gli si mosse velocemente incontro ma i soldati di Roma arrivarono stanchi e spaventati e combatterono debolmente. Ci furono battaglie sul Ticino, sul Trebbia, sul Trasimeno e a Canne in Puglia. i Romani persero sempre; perdevano, retrocedevano ma non si arrendevano mai. Il giovane romano era educato alla guerra fin dall’infanzia, studiava l’arte militare e trascorreva molto tempo negli accampamenti. La vigliaccheria era considerata peccato senza perdono, punito con la fustigazione fino alla morte. Ai disertori e ai ladri veniva tagliata la mano destra. Il cibo in guerra era semplice: pane, polenta, verdura, vino agro, raramente carne. Morirono così tanti Romani che Annibale pare abbia fatto raccogliere tre cesti degli anelli che i patrizi portavano al dito.
Annibale vinceva e vinceva ma era chiuso in Italia senza rinforzi dalla madrepatria e ad ogni battaglia le sue scorte di uomini e mezzi sia assottigliavano. Intanto i Romani, guidati dal generale Scipione (236 – 183 a.c.) erano sbarcati in Africa e minacciavano la stessa Cartagine, dopo essersi accordati col re numida Massinissa. A seguito della disastrosa battaglia di Canne, i Romani evitarono altri scontri diretti e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. Annibale fu richiamato a difesa della patria ma a Zama subì la prima sconfitta che segnò la fine della seconda guerra punica. Allo scopo di terrorizzare i Romani, il condottiero cartaginese schierò i pachidermi dinanzi alle proprie linee ma Scipione ordinò all'intera linea di suonare le trombe e i corni. Dallo schieramento romano si levò così un frastuono tremendo che terrorizzò gli elefanti al punto che molti di essi si voltarono e caricarono le loro stesse truppe.
I romani vinsero la guerra e ottennero tutte le navi cartaginesi. Cartagine rimase senza flotta per il commercio e perse importanza. Annibale si nascose prima in Siria e poi in Bitinia, quando i Romani ne chiesero l’estradizione, preferì suicidarsi.
Federica Cabras, "E non VISSERO FELICI E CONTENTI"

E non VISSERO FELICI E CONTENTI
Federica Cabras
Streetlib
pp 254
12,50
Un romanzo, questo E non VISSERO FELICI E CONTENTI di Federica Cabras, che disorienta sotto tanti punti di vista. Appartiene al genere noir ma sembra voler scavare nell’approfondimento psicologico. Parte da una premessa accattivante (e da un paio di capitoli in medias res che sono i migliori del libro e fanno ben sperare) per poi evolvere in qualcosa di inaspettato e diverso. È scritto con un linguaggio divertente ma che ha anche ambizioni letterarie. Alterna una narrazione fin troppo tradizionale con agili dialoghi (le visioni del protagonista maschile) che sono la parte più riuscita. Vuol dimostrare che da un atto malvagio può scaturire anche il bene ma lo fa mescolando a un’apparente leggerezza un’atmosfera mortuaria.
I protagonisti sono Eddie e Sandie, due coniugi che riportano alla mente certe coppie diaboliche della cronaca recente: Olindo e Rosa, Erica e Omar etc. Amori malati, dipendenza eccessiva e reciproca, una delle due figure che plagia l’altra fino a indurla al male, fino all’omicidio.
I due sposi vivono un rapporto tormentato, si sono allontanati psicologicamente dopo la morte in culla di una figlia, non hanno, però, mai smesso di amarsi di un amore malato che somiglia all’odio e che li terrà uniti fino alla morte e oltre. Lei è bellissima, fredda, egoista, calcolatrice, cattiva. Lui è debole e la subisce. Lei gli è infedele con un uomo che si dimostrerà pericoloso.
Ma la storia, che non posso svelare per intero, sebbene avvincente e scorrevole, non quadra, mostra delle incongruenze. Com’è possibile che una persona che fa di tutto per salvarsi dalla morte decida subito dopo di uccidersi?
Anche lo stile, come abbiamo detto, alterna momenti letterari ad altri comici, dialoghi serrati e moderni ad altri più banali. Le figure secondarie sono sviluppate in un modo che forse è eccessivo per il ruolo che ricoprono, come se si volesse rendere più corale il romanzo, senza però avere il coraggio di farlo fino in fondo.
Credo che l’autrice abbia bisogno di lavorare ancora, non solo di editing (c’è una serie di strani refusi che fa apparire il testo quasi tradotto da una lingua straniera) ma anche per liberarsi dalla zavorra che sembra frenarla. Parlo del fatto di non aver ben deciso quale strada prendere, se quella della storia di sentimenti o del thriller - per mescolare i due generi e farlo davvero bene bisogna essere Stephen King - e neppure quale stile adottare, se una narrazione effervescente che mal si sposa con il cupo e orrifico argomento trattato, oppure un linguaggio più elevato e poetico.
Se la Cabras saprà scegliere una delle due strade, senza mixarle indecisa - errore che riscontro in parecchi esordienti - raggiungerà senz’altro degli ottimi risultati perché le premesse per un buon incremento ci sono tutte.
Come se fosse l'ultima
Vivo questa estate come se fosse l’ultima. Non pensate a cose eclatanti o a incontri mondani. Niente aperitivi etc. etc. Sto solamente rispolverando tutte le vecchie, personali tradizioni, tutti i riti collegati alla bella stagione che ho accumulato negli anni. Visti da fuori non hanno nessuna attrattiva e, in parte, molti li avevo anche accantonati. Ora li riesumo, come quegli abiti che non hai il coraggio di buttare perché hanno il profumo dei ricordi più cari.
Parlo di un pomeriggio sonnolento in Fortezza, sui pratini sterrati; parlo di camminare la notte per le strade del centro, sentendo l’asfalto che ribolle sotto la gomma delle infradito e i cassonetti che esalano odori forti; parlo di un frate del mercato, gonfio e bollente, che ti lascia tutta la bocca sporca di zucchero; parlo di una pizza da Ughino, quando finisce Effetto Venezia e ci si riappropria dei Fossi.
Poi ci aggiungo altre consuetudini, altri “mi piace” legati ai nuovi spazi, alla nuova vita di adesso, come leggere un libro di ritorno dal mare, con l’usciale del terrazzo aperto e il vento leggero a rinfrescarmi prima di cena.
E, intanto, penso alle vacanze, a che mettere in valigia. Di certo quasi tutti gli ultimi acquisti: c’è chi porta in viaggio le cose più vecchie e consumate, per quello ho già me stessa e allora incigno.
A proposito di questi termini, usciale, incignare, ribollire sono parole che usiamo dalle mie parti dove il sì suona, e suona talmente bene che non sbaglia mai. Andate sul dizionario e vedrete che il toscano, al quale, invecchiando, sempre più mi lego - la bella lingua di mia nonna e della mia prozia - è italiano purissimo e primigenio.
E ora le novità nel guardaroba.
Il top con le maniche scese sulle spalle, sembrava dovesse essere la moda di quest’anno ma in giro, a dire il vero, se ne vedono pochi, quindi l’ho preso più come pezzo originale che di tendenza. A proposito, queste canotte lunghe dovrebbero essere portate, come fanno le giovani, con pantaloncini corti alla stessa altezza: il risultato è una frotta di ragazzine tutte uguali che girano con apparentemente indosso solo la maglia. Io che sono nonna mi sono inventata una maniera per coniugare l’età con la moda: le abbino a pantaloni oppure a gonne sotto il ginocchio delle quali resta visibile solo una striscia.
La canotta celeste semplicissima, appena un poco più corta davanti, che sta bene col denim.
La canotta bianca, in tessuto simile all’organza ma sintetico, un classico che risolve tanti problemi.
E… infine… scarpe scarpe scarpe!!! La mia passione, la passione di tutte noi. Due sandali caratterizzati da un minimo di zeppa, che avrei preferito con meno lustrini ma mi sono dovuta adattare a quello che ho trovato.
Speriamo di non risentirci tanto presto, perché non è proprio il caso che io compri altra roba almeno per ora. Ciao!
Tutte le strade portano a Roma
L’antica legge romana era più che altro norma emanata dai sacerdoti, cioè una branca della religione, ed era ad un tempo lex e jus, prescrizione e giustizia, evolvé nel famoso diritto romano nel mentre che Roma conquistò tutta l’Italia, dalle montagne dell’Appennino, alle terre degli Etruschi, fino alla Magna Grecia.
Ci mise duecento anni Roma a crescere. Ai popoli vinti, in cambio di strade, liberi commerci e possibilità di vivere come avevano sempre vissuto, chiedeva di pagare le tasse, di fornire soldati in caso di guerra, di cedere una parte dei terreni coltivati da destinare ai veterani dell’esercito. Volenti o nolenti tutti si sottomisero fino a diventare un popolo solo.
Roma costruì vie lastricate, chiamate strade appunto perché composte da molti strati: grosse pietre sul fondo, ciottoli, ghiaia e, infine, pietre lisce e piatte a formare il lastricato. Tutte le strade portano a Roma, si sa, di sicuro lo facevano L’Aurelia, l’Appia, la Salaria, la Flaminia e l’Emilia.
Quando ebbero conquistato tutta l’Italia, i Romani si trovarono di fronte il mare, infestato da navi di altri popoli, in particolare Cartaginesi di discendenza fenicia. I Cartaginesi pretesero che i Romani chiedessero il permesso per viaggiare e commerciare nel Mediterraneo. I Romani non erano disposti a chiedere il permesso a nessuno, così scoppiò la prima guerra punica (264 – 241 a.c.)
I Cartaginesi erano marinai esperti, avevano costruito molti porti, sapevano navigare bene. I soldati romani, al contrario, in tempo di pace facevano i contadini e non erano in grado di pugnare sull'acqua. Allora i Romani escogitarono un sistema per sentirsi sulla terraferma anche in mare. Misero sulle loro navi delle passerelle, che si agganciavano con degli uncini alle imbarcazioni nemiche durante la battaglia. Sulla passerella i Romani combattevano come se fossero stati sul terreno.
La prima guerra fra Romani e Cartaginesi così fu vinta dai Romani che divennero padroni della Sicilia e della Sardegna
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