poli patrizia
E poi ci sono fiere e banchetti
E poi... ci sono le fiere, i mercati, i banchetti. Chi resiste? Io no, mi butto a pesce anche se non amo molto l'arruffa arruffa, non ho la pazienza di esaminare un capo alla volta, ma qualcosa riesco sempre, comunque, a scovare. Avete notato, ogni oggetto, separato dal mucchio e portato a casa, abbinato nel giusto modo, acquista il suo bravo fascino. Ecco alcuni esempi.
Il camicione che si può portare sui pantaloni oppure da solo per andare al mare.
Un paio di canottiere, ché sono freddolosa e in questa estate tiepida le porto sempre sotto, meglio se hanno un po' di pizzo o qualcosa che spunta dal sopra a rifinirlo. Sapete, a me piace il caldo, anzi, il caldone, sto bene in un range che supera ampiamente i 30 gradi per arrivare tranquillamente ai 36. Solo allora mi sento viva e ho voglia di muovermi, di uscire, di fare.
Ecco la borsetta azzurra, con tante belle taschine utili per viaggiare.
Ecco, infine, la gonna animalier, da mitigare con un top molto semplice per evitare l'effetto panterona-tardona.
Mirko Tondi, "Nessun cactus da queste parti"
Nessun cactus da queste parti
Mirko Tondi
Edizioni Il Foglio, 2016
pp 144
12,00
“Mi disse che aveva per la testa un’idea sensazionale, davvero un portento; a dire il vero non c’entrava molto con Conrad, ma poteva considerala la sua personale risalita del fiume dopo un tuffo nella follia umana: un romanzo noir umoristico ambientato nel futuro. Cosa? Ma che stava tentando di dirmi? Forse che aveva mescolato i generi e dissacrato roba alla Chandler, alla Hammet, alla Spillane per farne un minestrone di risate e veicoli fluttuanti nell’aria?” (pag 110)
Se mai c’è stata, nella metanarrativa, un’autodefinizione della propria opera, questa di Mirko Tondi sul suo romanzo distopico Nessun cactus da queste parti, ne è l’esempio più fulgido. L’opera è esilarante, scritta molto bene, un rompicapo di specchi e rimandi a smontare e rimontare generi letterari, dalla fantascienza al noir.
Il protagonista si chiama Conrad, ma il suo nome arriverà solo alla fine e sarà un nome carico di significati letterari. Di professione fa il detective, proprio quello tradizionale con impermeabile, Borsalino e pistola infilata nel retro dei pantaloni. Vive, però, non nella Chicago degli anni trenta, ma a Porto Rens, ovvero ciò in cui si trasformerà New Orleans nel futuro, una città putrida e derelitta, via di mezzo fra Gotham City e la Los Angeles di Blade Runner. In esattamente cento anni da oggi i mutamenti climatici avranno sommerso le terre, le guerre ridisegnato la geopolitica del pianeta, la droga sarà diventata legale e la malavita avrà preso ufficialmente il posto della politica. L’aria di Porto Rens è sporca, il Mississippi è una fogna a cielo aperto, la gente vive di espedienti, la tecnologia è ritornata a livelli preindustriali.
Tutto è visto con uno sguardo sarcastico e deformante. Il noir e la fantascienza si mescolano: da una parte bassifondi, detective alcolizzati e dark ladies, dall’altra viaggi nel tempo e realtà post tecnologiche.
Il protagonista indaga su un ladro di nomi che si sposta fra presente (cioè futuro) e passato, è innamorato di una donna che lo ha lasciato, non ha amici ed è alcolizzato. Forse la parte più riuscita del libro è proprio la rappresentazione, realistica e ironica insieme, della personalità di un alcolista, del suo amore- odio per la bottiglia, degli effetti dell’alcol sul suo corpo e della lotta per disintossicarsi. Mi viene in mente, a questo proposito, Shantaram di Gregory David Roberts. Oltre ciò, colpisce senz’altro la resa del mondo futuro, tratteggiata con stile divertente ma non scevra di competenze storiche, geografiche, climatiche, musicali e intellettuali.
Oltre alla mescolanza di generi, spicca l’interesse dell’autore per la Letteratura, quella con la Elle maiuscola, in particolare il Bardo, cioè Shakespeare, a riprova dell’importanza fondamentale della parola. Per certe religioni è il nome, il Verbo, a dare sostanza e realtà alle cose, e il ladro inseguito dal drago di Porto Rens è, appunto, un ladro di nomi. Nel futuro, anche la toponomastica subisce una trasformazione che, da vezzo modaiolo, va di pari passo con l’alterazione fisica, con il degrado e l’imbruttimento delle località.
Il libro ha il difetto di avere una trama bislacca e di concludersi in modo affrettato ma siamo sicuri che ciò non faccia parte del gioco di straniamento, spiazzamento e ribaltamento dei cliché? Mirko Tondi è appassionato di narrativa e poesia e sembra da una parte inchinarsi alla letteratura e dall’altra sbeffeggiarla, mescolandola ad altri mezzi, come la musica, il cinema di genere, il fumetto; pratica, questa, molto in voga fra i giovani autori, in una commistione fra alto e basso che personalmente trovo interessante e vicina al mio modo di sentire e d’intendere la cultura
Lucrezia
I primi re di Roma erano tutti latini. Poi vennero gli Etruschi. I più vecchi e i più saggi fra loro furono nominati senatori. Infine un etrusco diventò re di Roma, e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Dapprima i Romani erano contenti di avere re etruschi che abbellivano la città con palazzi e templi, bonificavano i campi, portavano in città acqua potabile costruendo acquedotti. Le botteghe degli artigiani lavoravano alacremente e i loro prodotti erano venduti in tutto il Lazio fino a quelle terre meridionali dove si erano stabiliti i Greci. Anche i Greci fabbricavano armi, vasi, stoffe, gioielli e avrebbero voluto vendere le loro merci nel Lazio.
Fra Etruschi e Greci scoppiò una guerra e gli Etruschi furono vinti. I Romani approfittarono di questa sconfitta per cacciare i re etruschi. Ormai avevano imparato quello che c’era da imparare e non volevano più padroni stranieri. E così avvenne che i re etruschi furono cacciati per sempre.
Molti erano stati i re di Roma ma col passare del tempo si parlò solo di sette re. Quattro latini, cioè Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio e tre etruschi, cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la monarchia diventò assoluta e grande fu l’influenza Etrusca.
Una sera, racconta Livio, durante un assedio, il figlio del re, Sesto, discuteva con Collatino della fedeltà delle proprie mogli. Collatino propose che prendessero i cavalli e andassero a Roma a sorprendere le loro consorti nel cuore della notte. La moglie di Sesto fu trovata a banchettare con gli amici, mentre quella di Collatino, Lucrezia, era intenta a filare la lana per confezionare un abito al marito. Sesto fu preso dal desiderio di mettere alla prova la fedeltà di Lucrezia, perse la testa per la bella e pudica moglie altrui, e tornò segretamente da lei, prendendola con la violenza.
« Nocte intempesta nostram devenit domum. »
«Venne da me nel cuore della notte. »
(Varrone De lingua Latina VI 7)
Ecco, non possiamo non pensare a Igraine, moglie del duca di Cornovaglia, presa con l’inganno da Uther Pendragon, col quale generò Artù, non posiamo non vedere Uther che cavalca l’alito del drago per attraversare il fossato ed entrare nel castello di Tintagel.
Ma Lucrezia non partorisce un re, bensì, dopo aver raccontato tutto al padre e al marito e aver fatto loro giurare che l’avrebbero vendicata, si toglie la vita con un pugnale nascosto sotto le vesti. E qui capiamo che la morale celtica era diversa da quella romana.
La tradizione vuole che sia stato questo increscioso episodio a decretare la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.
Il ratto delle Sabine
Gli abitanti dei villaggi vicini a Roma invidiavano la sua buona posizione e avrebbero voluto essere i soli a commerciare con gli Etruschi. I romani, perciò, scendevano a far baruffa nelle pianure intorno al Palatino. Un po’ alla volta, Roma vinse tutti villaggi intorno, e pian piano questi entrarono a far parte del territorio romano. Il metodo di Roma è sempre stato quello di assoggettare assimilando, “integrando” si direbbe oggi.
Molto di ciò che i romani del tempo riuscirono a fare lo devono agli Etruschi, che potremmo definire dei misteriosi toscani di origine asiatica. Da loro appresero l’arte di costruire argini e fognature come la Cloaca massima, ponti di legno come il Sublicio; impararono poi a tingere le stoffe per le loro toghe, a costruire case e oggetti. Impararono, infine, anche a estrarre il sale dal mare e nacque così il porto di Ostia.
Costruire i ponti era un’arte magica conosciuta solo da pochi, che si chiamavano, appunto, pontefici; il loro capo era detto Pontefice massimo ed era anche il responsabile di tutti i sacerdoti che pregavano gli dei.
Gli abitanti di Roma si dividevano in patrizi e plebei. I patrizi discendevano dai primi abitanti che si erano accaparrati i bottini di guerra e perciò erano più ricchi. I plebei erano i discendenti degli abitanti dei villaggi conquistati. Scarseggiavano, però, le donne con cui procreare.
La leggenda narra di come Romolo, per procurare le donne ai suoi coloni, organizzasse pubblici giochi e invitasse i Sabini ad assistervi. I romani rapirono le donne sabine. Tarpea, figlia di un romano, aprì la porta all’invasore. I romani la schiacciarono sotto i loro scudi e dettero il suo nome alla rupe dalla quale venivano precipitati i condannati a morte.
Livio sostiene che non vi fu violenza sessuale. Al contrario, Romolo offrì alle fanciulle libera scelta e promise loro pieni diritti civili e di proprietà. Egli stesso trovò la moglie Ersilia tra queste fanciulle.
Per vendicare l’onta, Tito Tazio, re dei Sabini, dichiarò la guerra e marciò su Roma. Le donne sabine, però, s’interposero.
«Da una parte supplicavano i mariti (i Romani) e dall'altra i padri (i Sabini). Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri. [...] Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non sono di vostro gradimento, rivolgete contro di noi l'ira; noi siamo la causa della guerra, noi siamo responsabili delle ferite e dei morti sia dei mariti sia dei genitori. Meglio morire piuttosto che vivere senza uno di voi due, o vedove o orfane. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.)
Così Romolo persuase Tazio a fondere il regno sabino con quello romano.
Dopo un lungo regno, Romolo fu rapito in cielo e venerato come Quirino.
La vecchina dell'aceto
Ah, le mamme. Ad una festa di compleanno indosso uno degli abitini che vi ho mostrato in un precedente post, quello rosa quarzo. Ci abbino uno spolverino bordeaux e una collana sempre nei toni del rosa. Mi sento ben vestita.
E arriva lei, la mater matuta: "Sembri una vecchina."
Ogni volta che metto un abito da donna, con l'orlo al ginocchio come si deve, e non i soliti pantaloni, per lei sembro vecchia. Forse perché non mi vuole adulta e questo, ormai, l’ho capito da tempo.
Oddio, non è proprio che sembro una vecchia, lo sono. La menopausa mi ha regalato tutti i doni che poteva, senza risparmiarsi nulla. Come le fate attorno alla culla della futura Bella Addormentata, ma alla rovescia. Su un soggetto con il quale la Natura era già stata matrigna, ora sta infierendo pure l’Età.
E allora, per tirarsi su, bordata di nuovi acquisti. Due magliettine identiche tranne che per il colore, grigia l'una, corallo l'altra. Quando trovo qualcosa che piace a me e al mio portafoglio, ne approfitto. Altre due maglie, una beige, che viene sempre utile, e una a righe. Cosa c'è di più chic ed estivo delle righe marinare, specie se declinate in rosso? Attenzione, però, ad indossarle nella parte del corpo che si può allargare, perché l'effetto ottico dilata.
Per finire, una borsa da mare a fiori rosa. Impermeabile, allegra, peccato non possieda una cerniera ma non si può avere tutto.
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Alberghi e libri, una bella iniziativa!
"Chi ha avuto il piacere di vivere una vacanza in "amichevole" compagnia di un buon libro, conosce la meravigliosa magia della perdita di confini tra l'esperienza vissuta in prima persona e quella immaginata grazie alla lettura. Ricordare una vacanza, in questi casi, vuol dire automaticamente riportare la mente al libro che le ha dato un'anima. In effetti, una lettura affascinante e sapiente ci rende più sensibili, riflessivi e disponibili ad assaporare fino in fondo ogni dettaglio della nostra permanenza fuori casa: il viaggio, in questo modo, diventa anche un viaggio interiore...
L'Associazione Alberghi del Libro d'Oro, nel tempo più conosciuta come Golden Book Hotels, ha superato ormai i 20 anni di storia: nacque nel gennaio 1991, con l'intento di riunire strutture turistiche di qualità attorno alla semplice idea di offrire in dono agli ospiti la lettura di un libro, per lo più composto di brevi racconti di autori classici, di vario genere e nazionalità, tradotto in più lingue, soprattutto personalizzato in copertina per ogni struttura: oggetto personalissimo da conservare e collezionare.
Da subito, si sono aggregati spontaneamente al progetto vari alberghi di tutta la penisola. Il secondo decennio di vita dell'Associazione ha visto poi un costante sviluppo di iniziative di consolidamento dell'immagine, della promozione e della comunicazione del gruppo, sempre nello spirito di un'offerta turistica "differente", dove la cultura continua a svolgere il ruolo primario.
Nel tempo, anche l'offerta di lettura si è evoluta: cinque anni fa abbiamo cominciato a personalizzare pure i contenuti dei libri, stabilendo un nuovo ed originale rapporto di collaborazione con i migliori autori emersi proprio dai concorsi letterari che annualmente bandiamo, ai quali abbiamo proposto di scrivere racconti realmente tailor made, chiedendo di ambientarli direttamente in albergo, posto dunque strategicamente quale protagonista o scenario della vicenda narrata.
È poi storia recente il passaggio alla produzione non solo "cartacea", ma anche "virtuale" dei nostri libri: i nuovi e-book stanno diventando strumenti di promozione sempre più mirata per gli alberghi, i quali possono presentarsi ai loro clienti con le proprie storie inedite super-personalizzate, ma anche raccontando più facilmente la struttura per immagini; e, a ruota, c'è anche il serial Miló, storia a episodi di un hotel di fantasia in una città di fantasia, rivolto a tutti i clienti e gli amici dei Golden Book Hotels.
Il fiore all'occhiello di questo lungo percorso culturale è stato la creazione della nuova Biblioteca Digitale Golden Book Hotels Library, moderno contenitore di tutti i migliori racconti pubblicati nei tanti anni di attività del gruppo, suddivisi per genere letterario, di autori classici e contemporanei, presentati in tutte le lingue, in doppio formato pdf e ePub.
Infine, si è fissato l'appuntamento annuale con il 23 Aprile, Giornata Mondiale del Libro, in cui ciascun albergo del gruppo rinnova la sua proposta di lettura agli ospiti, offrendo un proprio nuovo racconto scritto per l'occasione: storie tutte raccolte in antologia e distribuite contemporaneamente all'interno del circuito in questa data così simbolica.
Golden Book Hotels è costituita oggi da un selezionato gruppo di alberghi, residenze di campagna e ristoranti, che condividono il principio che Turismo significhi soprattutto Cultura, e per i quali la cura del particolare è espressione del loro profondo senso dell'ospitalità: queste strutture saranno sempre liete di aggiornare la vostra biblioteca di ricordi con piacevoli letture e graditi soggiorni."
IL PRESIDENTE
Mauro Gabba
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GOLDEN BOOK HOTELS / ASSOCIAZIONE ALBERGHI DEL LIBRO D'ORO
Golden Book Hotels. Nuovo sito ufficiale dell'Associazione Alberghi del Libro d'Oro.
La Roma quadrata
In mezzo fra i Greci e gli Etruschi, gli antichi abitanti dell’Italia facevano i contadini e i pastori. I più vicini agli Etruschi si chiamavano Latini e il loro paese si chiamava Lazio, era una terra di montagne, colline, boschi e pianure fertili. Fiumi e torrenti scendevano a valle ma poi si fermavano, impaludandosi e trovando il percorso verso il mare bloccato da dune di sabbia. Le zone, allora, diventavano acquitrini pieni di zanzare e la malaria proliferava. Le popolazioni vivevano in collina e scendevano in pianura solo per pascolare il bestiame.
Verso nord il confine era segnato dal fiume Tevere. Era un fiume largo e profondo, con pochi guadi. Al di là del Tevere risiedevano gli Etruschi. I Latini portavano sulle rive del Tevere lana, pecore e grano, gli Etruschi armi, vasi e sale. Lentamente i villaggi rurali fra il Tevere e il golfo di Napoli si unirono in poche città stato, fra le quali Albalonga. Quella fondata sul colle palatino prese il nome di Roma.
Roma era un villaggio di capanne rotonde, col tetto aperto nel mezzo per far uscire il fumo del focolare. Tutt’intorno c’era un muro di grosse pietre. Nel muro si aprivano delle porte, fra cui una, dalla quale passavano i mercanti che portavano il bestiame al pascolo in pianura. All’alba, tutto il villaggio risuonava dei muggiti delle mucche, perciò la porta era detta Mugonia. Era una Roma semplice, realistica, contadina e popolaresca.
Narra la leggenda che Romolo e Remo, discendenti da Enea, nipoti del re di Albalonga, figli di Rea Silvia e del dio Marte, vengono rapiti da fratello del nonno che dà ordine di farli uccidere. Ma chi ha l'incarico di ucciderli li abbandona in una cesta sulla riva del Tevere, così come, in modi diversi, accade per Mosè, per Biancaneve e per tutte le mitologie poi derubricate a fiaba. I bambini piangono perché hanno fame, una lupa li allatta e diventa la loro madre. I fratelli crescono, puniscono lo zio usurpatore - come vorrebbe fare Giasone senza però riuscirci - e fondano una nuova città, appunto Roma, pare che sia Romolo stesso a tracciarne il solco con l'aratro. Subito i gemelli litigano per il possesso della nuova città e, come Caino ed Abele, Romolo uccide Remo.
Corre l'anno 753 a. c., Romolo diventa il primo re di Roma, tutti gli avvenimenti vengono computati ab urbe condita.
Di tutti i colori
Sappiamo tutti che fare shopping significa riempire un vuoto che non si colmerà mai. Non acquisto oggetti che possano farmi bella (non esisterebbero!) ma cose graziose per compensare il magone che mi annoda la gola, il macigno che devo sollevare ad ogni respiro. È la fatica di vivere che un pomeriggio da sola in città riesce ad accantonare per qualche ora.
Per tutta la vita mi sono vestita con tinte unite neutre e smorte, colori non colori. Ma ora ho la cosiddetta “botta dei cinquant’anni” e, all’improvviso, ho riscoperto l’arcobaleno, cercando di portare fuori quella luce che dentro va sempre più spegnendosi con gli affanni dell’età. Ma, attenzione, non mi vedrete mai con una tonalità che non mi piace, anche se usa, quindi, ad esempio, non sarò mai vestita di verde panchina.
E veniamo agli ultimi acquisti. Ecco un paio di abitini nei colori modaioli che vi avevo preannunciato e che trovo davvero belli: rosa quarzo e azzurro serenity, eccone un altro con delle simpatiche righine bordeaux e oro. Sono tagliati a sacchetto, coprono i difetti e stanno bene a tutti. Bisognerebbe portarli col tacco e non, come faccio io, con le ballerine che sulla mia altezza hanno un effetto deleterio ma io le adoro in questa stagione.
Ecco una maglia albicocca, che ravviva l’incarnato, ecco dei pratici pantaloni color vino, ed ecco, una felpa nera, che fa sempre comodo, ma accesa da una scritta bianca. Come insegna una fashion blogger di quelle serie: nero sì, ma, dopo i cinquanta, sempre illuminato da qualcosa di chiaro.
Per finire, si noti il piumino (un po' inflazionato, ce l'hanno tutti da queste parti) nero anch'esso ma personalizzato dalla fodera allegra e dalle maniche di tre quarti (nonna docet).
Alla prossima.
Sergio Costanzo, "I racconti della mano destra".
I racconti della mano destra
Sergio Costanzo
Marchetti Editore, 2016
pp 170
12,00
“ognuno viva il proprio tempo e io mi tengo il ricordo dei miei giorni andati. A quella purezza scanzonata, a quella leggerezza della mente, è piacevole talvolta ritornare.”
I Passi, quartiere a nord di Pisa, periferico, esposto a tramontana, delimitato da ferrovia e fiume, un mazzo di case moderne e squadrate, disegnate a tavolino e divise da strade che s’intersecano come decumani e cardi. Agli inizi degli anni sessanta vi si trasferiscono giovani famiglie con bambini piccoli e qualche vecchio al seguito. Le celle dell’alveare pian piano si riempiono a formare una comunità, con i suoi negozi, la chiesa, il cinematografo dell’oratorio, i campi di calcio improvvisati. Qui cresce Sergio Costanzo, autore de I racconti della mano destra e di molti romanzi storici, fra i quali Io Busketo, dedicato alla cattedrale della sua città. Costanzo è pisano ed è orgoglioso di esserlo (tocca proprio a me che sono livornese ricordarlo, ahimè). Costanzo è un ragazzo del popolo, padre operaio e madre casalinga che arrotonda lo stipendio del marito con lavori di cucito.
Intelligente, discolo quanto basta e, soprattutto, sveglio, il ragazzino sperimenta la vita, l’amicizia, la solidarietà del quartiere. Impara dagli altri, dai ragazzi più grandi, dai vecchi, dagli artigiani che tramandano conoscenze ed esperienze. Intorno, c’è il mondo del sentito dire: quella Storia con la esse maiuscola, colata attraverso i telegiornali, le riviste, le conversazioni captate con disinteresse infantile che, tuttavia, scavano e seminano nell’animo ricettivo del ragazzo. E Costanzo filtra la storia attraverso il suo personale sentire, non si perita di rivelarci il suo pensiero, il suo credo che mi pare non sia frenato da preconcetti ma sappia vedere tutti i lati della medaglia. Intorno, c’è anche lo sport che aggrega e disciplina, c’è, soprattutto, per questo ragazzino precoce, la tempesta degli ormoni, suscitata, più che altro, dal fatto di non sapere, non avere accesso, desiderare senza poter ottenere. E la mano destra, allora, impara a muoversi guidata dalla fantasia, che alimenta pure la sessualità degli adulti, quando questi siano intellettualmente vivaci.
Il clima è quello che si respira nel film Malizia di Salvatore Samperi. La sensualità del protagonista è fatta di sovraeccitazione mentale, d’ipersensibilità agli stimoli, siano essi visivi, olfattivi, tattili. Emana da luoghi e oggetti apparentemente insignificanti. Una calza velata, l’orlo di una gonna a rivelare paradisi inconoscibili, il profumo e il tepore d’un cappotto tenuto fra le braccia, il fruscio d’una stoffa, la morbidezza d’una sottoveste intravista da uno spiraglio, bastano a scatenare un erotismo soffuso, raffinato, d’altri tempi come i calendarietti del barbiere, come le gambe affusolate delle Kessler. Una lascivia tutta nella gola, nel battito del cuore, carnale ed estetizzante insieme.
“Un colpo, un’emozione, un profumo acuto e penetrante, ancor prima di vederla. Era un aroma volatile, indefinito. Lieve, pareva sfiorare la mia pelle e subito evaporare lasciandomi occhi, labbra, bocca secca come fossi stato abbandonato nel deserto. Penetrava nella mente all’inizio del respiro, poi, inalando l’aria, si perdeva.” (pag 79)
L’eleganza è la cifra di questo erotismo vecchia maniera e impronterà il futuro gusto dell’autore. Saranno, perciò, scarpe “alte di tacco” e scollate sul piede, foulard svolazzanti nel vento, grandi occhiali da diva e gonne a tubo a creare quell’alone di mistero senza il quale l’attrazione viene a mancare. Sarà, di rimando, stile di scrittura fulgido e poetico, capace di trarre languore spirituale anche dalle più semplici parole toscane e annodarti la gola.
“e più d’una partita percepii puppe appoggiate sul mio corpo e sorrisi e baci. Ed eran corse a casa e bocca asciutta dai lupini e abiti puzzolenti di sudore e mani salate dalle bucce delle seme e pelle calda e rossa per il sole e sensi all’erta e somma eccitazione.” (pag 133)
L’altra grande componente del libro è la nostalgia. Ho già fatto notare come, leggendo testi di autori vicini a me per età o anche più grandi, si riscontri dirompente, nei loro scritti, il richiamo, più o meno doloroso, del rimpianto.
“Ciò che appare distante, rimosso, finito, riemerge con potenza e prepotenza.” (pag 31)
In certi casi è lo strazio del tempo che non torna più, del tempo fuggito e ritrovato solo nella memoria, della madeleine dolce perché trasfigurata dal ricordo che, come ha detto qualcuno, sa vedere “il bello del brutto”, sa farti affezionare a “un metro di sconnesso marciapiede e lì sognare”. Per altri è una rievocazione divertita, dolceamara, scanzonata e, come in questo caso, anche occasione di confronto fra le passate generazioni e le presenti, fra il mondo che fu e quello, non per forza sbagliato ma comunque molto diverso, dei propri figli.
“Forse oggi, in un mondo estremamente frammentato e segmentato, questa idea di aggregazione sembra improbabile, ma noi eravamo tutto e il tutto era in noi, eravamo lavagne pulite sulle quali le molteplici esperienze lasciavano segni. Assorbivamo il bene e il bello, percepivamo il giusto e lo sbagliato e questo nostro essere ovunque e in perenne movimento ci permise di acquisire senso critico, visione più ampia, molteplicità di espressione.” (pag 30)
Sì, quelli erano tempi dove i genitori, i nonni, gli zii, i maestri, i preti ti mostravano la netta divisione fra Bene e Male, fra Giusto e Ingiusto. Giusto era rispettare gli anziani, dar loro il posto sull’autobus, onorare il padre e la madre, essere leale con gli amici, guadagnarti il pane onestamente. Erano tempi dove la forma non aveva ancora preso il posto della sostanza.
“(c’era comunque nelle famiglie italiane) l’idea dell’educazione al rigore, al rispetto delle leggi, degli altri, dei disagiati, degli anziani. C’era il rispetto dei migliori, di quelli che si meritavano le cose perché si impegnavano, di quelli che lavoravano perché avevano studiato. C’era l’idea di un mondo giusto se si fossero rispettate le norme. Se pure si aspirava a emancipazione e libertà, le regole morali e civili erano sacre e il rispetto veniva dall’esempio, dal buon comportamento degli adulti, da una rettitudine e osservanza delle forme, tradotte in tangibile sostanza.” (pag 68)
Per chi non l’avesse capito, questo libro mi è piaciuto immensamente, per i bei ricordi, per le atmosfere così ben ricostruite, per lo sguardo romantico sulla vita in cui sempre mi rispecchio, per la prosa con tutti i ritmi giusti e lo stile che è, insieme, poetico (“quando le lucciole ritmano i respiri”) ma anche povero, attaccato alle piccole cose di tutti i giorni, capace di restituire pregnanza alle parole, alte o basse che siano, italiane o vernacolari, capace di farti sentire odori e sapori, di farti rievocare ambienti e stati d’animo, di farti vedere i ragazzi che non scendono dall’autobus, bensì “esondano”.
Forse I racconti della mano destra mi è piaciuto così tanto perché anch’io mi ritrovo in ciò che afferma Costanzo: “Non sono un giovane d’oggi e non voglio giudicare, mi tengo i miei ricordi, li custodisco e ne sono assai geloso”
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