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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Emanuela Amici, "Quello che resta"

31 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Quello che resta

Emanuela Amici

 

Ianieri Edizioni

pp 190

14,00

 

Quello che resta, di Emanuela Amici, ha una trama poco originale ed è scritto in modo elegante ma convenzionale. Però ha il pregio di farsi leggere velocemente e di puntare il dito su quelli che sono i complessi rapporti familiari, spesso mascherati da una patina di normalità. Più che l'intreccio di “non detto”, agnizioni e colpi di scena domestici, balza all’occhio il rapporto fra le due sorelle.

Irene è una scrittrice di successo che, da sempre, ha un legame difficile con la sorella minore. Sara è luminosa, bella in modo diverso dal resto della famiglia, tutto le riesce facile. Irene segretamente si rode d’invidia e sensi di colpa anche se s’impone di amarla per dovere fraterno.

Ma non c’è solo quello che dobbiamo fare, c’è anche quello che siamo, sottilmente ma inesorabilmente. C’è il rimosso, il torbido. Ci sono la trasgressione e l’erotismo che scardinano la quotidianità, c’è una madre, in mezzo a loro, che per anni ha indicato un cammino di dedizione e sacrificio e poi, di colpo, indica l’opposto, una madre che, quando morirà, smetterà di fare da filtro fra le due.

La morte lacera e scompagina, ci costringe a fare i conti con la perdita, con ciò che era e non sarà mai più, con ciò che dovremo essere d’ora in poi. Nel romanzo le due donne devono venire a patti con la perdita di entrambi i genitori, ritrovandosi orfane, madri, mogli e artiste. Dal groviglio di livori inespressi che le avviluppava, cercheranno la via per ricostruire un nuovo modo di sentirsi sorelle.  

Anche senza arrivare agli estremi di questa storia, grattando sotto la superficie di ogni famiglia si scoprono cattivi pensieri, sentimenti ambivalenti, si scopre che ciò che appare è spesso falso.

Fratelli e sorelle, genitori e figli non sempre si amano in modo immediato, facile, viscerale e senza riserve. Spesso ci sono preferenze, rivalità, inquietudini, rancori.

Mariti e mogli non sempre condividono interessi, complicità e passione. Spesso, insieme, hanno la “sensazione di appassire”, di vivere una vita di straniamento e reificazione, lontana dal nocciolo primigenio del proprio essere.

Ma, forse, non tutto è perduto, perché non tutto è bianco o nero, e l’amore – filiale, fraterno, coniugale – ha comunque “tante declinazioni”, tanti modi per rinascere.

Di là dalla trama e dal significato psicologico, ci sono due filoni particolari in questo libro, entrambi legati, secondo me, alle fantasie dell’autrice. Uno è il rapporto fra Irene e l’amante Herbert, porno soft e leggermente masochistico, l’altro è la relazione di Irene con la scrittura. Siamo in presenza di un “romanzo nel romanzo” ma anche di una protagonista che incarna i sogni di chiunque scriva, ovvero fama e successo. Sembrerà strano, ma questo è, a mio avviso, il vero cuore di codesta narrazione, prodotta da una studiosa d'arte col pallino della scrittura, immersa in un’atmosfera rarefatta, signorile, piacevolmente raffinata e molto intellettuale.

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9 DOMANDE E MEZZA A PATRIZIA POLI

27 Ottobre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #poli patrizia, #eventi

 

 

 

 

Amici lettori del blog che sembra che non ci legga nessuno e invece siete in tantissimi, oggi parleremo di un libro, un libro speciale che sarà in vendita presso lo stand della Marchetti Editore in occasione del "Pisa book festival 2019".

Ora io e lei, dopo aver fatto un paio d'ore di training correndo a piedi scalzi sul lungomare di Livorno, stiamo andando a fare colazione in un bar del porto e vi racconteremo tutto di questa opera e del suo prossimo appuntamento.

- Patrizia, che ordiniamo?

- Io cappuccino e due bombe alla crema.

- Io del rum al latte e mezzo chilo di pizza con la mortadella.

- Ma, Walter, non ti farà male?

- Hai ragione, per favore, nel rum ci metta anche dello zucchero... Molto bene Patrizia Poli, sei pronta per le 9 domande e mezza?

- È la mezza che mi preoccupa.

- Ma no, tranquilla, con due bombe alla crema ti sentirai una bomba pure tu.

- Ah!

- Ok, domanda numero 1... Puoi parlarci del Pisa book festival di quest'anno e della presenza del tuo editore?

Il tema di quest’anno è L’Europa, espongono 160 editori indipendenti, fra cui il mio. Elena Marchetti non poteva mancare, essendo pisana doc. La sua è una casa editrice piccola e coraggiosa, che punta sulla qualità più che sulla quantità. Ha uno spirito internazionale (traduce anche scrittori inglesi della fine dell’ottocento primi del novecento) ma è fortemente radicata sul territorio con alcune collane di impronta locale.

-  Domanda numero 2... Di che parla il tuo romanzo? Titolo please?

Il romanzo  s’intitola Una casa di vento. Racconta d’imperfezione umana, di senso di colpa, di rapporti complicati fra genitori e figli, fra coniugi e tra fratelli; lo fa calandosi nella mente dei personaggi senza filtri e senza sconti, fino ai segreti più inconfessabili, fino alla parte malata di ciascuno di noi.

- Domanda numero 3... Sei emozionata?

L’emozione c’è sempre ed è legata al profondo amore per l’atto dello scrivere.  

-Domanda numero 4... Sei ottimista?

No, non lo sono mai, per natura.

- Domanda numero 5... La colonna sonora del tuo romanzo.

Forse la musica del violino che uno dei protagonisti suona.

- Domanda numero 6... È un testo impegnativo ed emotivamente intenso, che difficoltà hai superato?

A differenza degli altri miei romanzi, L’uomo del sorriso (Marchetti 2015) e Signora dei filtri (Marchetti 2017), dove mi sono dovuta documentare tantissimo e studiare, qui la difficoltà è stata tutta emotiva. C’è dentro un pezzo di storia della mia famiglia, rimaneggiata al punto che mia madre si è arrabbiata. Ci sono dentro stralci di vita di persone che ho conosciuto. Ci sono molte emozioni che conosco e anche parecchio di me.

- Domanda numero 6... La chiave di volta della tua storia?

Senz’altro la morte del piccolo Loris che fa da catalizzatore di tutti gli eventi.

- Domanda numero 7... Il menù di una probabile e fantasiosa cena dove inviterai i tuoi lettori ad acquistare il tuo libro.

Trattandosi di un romanzo ambientato nella mia città, fra strida dei gabbiani, spruzzi di salmastro e vento di libeccio, senza dubbio un’ottima cena di pesce accompagnata da un buon vino bianco frizzante.

- Domanda numero 8... Che programmi hai per il futuro?

Moltissimi: ho già terminato di scrivere un romanzo storico liberamente ispirato alla vita di Santa Margherita d’Ungheria e poi un altro dove ho lavorato a 4 mani con l’amica scrittrice Federica Cabras. Inoltre ho in animo di scrivere una storia collegata alla leggenda del Santo Graal.

- Domanda numero 9... Questo periodo storico è da egocentrici e svalvolati, la tua ricetta liberatoria qual è?

A volte bisogna avere il coraggio dell’egoismo senza smettere di rispettare il prossimo.

Mezza domanda... A che ora è?

 

A che ora è che cosa, Walter? Posso solo dirti che quest’anno il Pisa book ha un giorno in più, inizia giovedì 7 novembre e termina domenica 10. Io sarò presente allo stand per il firma copie nei pomeriggi di sabato e domenica.

- Patrizia, ti ringrazio per aver risposto alle mie domande, vorresti dire qualcos'altro ai nostri affezionati lettori?

- Leggete tanto, leggete bene. Insegnate ai bambini il piacere della lettura.

- Patrizia Poli che facciamo adesso?

- Boh? Facciamo un altro po' di training?

- Mmm... Dopo questa colazione, non ti andrebbe di fare un giro in vespa?

- Quella con il motore Kawasaki?

- No, l'ho scambiato con quello di una Tesla.

- Siamo già nel futuro?

- Questa cosa mi piace.

Molto bene, amici lettori, piace anche a noi se vi siamo piaciuti, ora io e Patrizia Poli saltiamo in vespa, forse gliela presterò fra un paio di settimane per andare al Pisa Book festival, ma, prima di andare a fare un giro, vi salutiamo e vi aspettiamo. Appena uscirà il suo romanzo – che prestissimo sarà disponibile su Amazon, Ibs, e su tutte le principali librerie on line, oltre che sul sito dell’editore, copertina ancora top secret - accorrete numerosi, non accalcatevi e prendete il numeretto della fantasia all'ingresso, vrooommm.

 

 

 

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Gino Pitaro, "La vita attesa"

24 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

La vita attesa

Gino Pitaro

 

Golem Edizioni, 2018

pp 203

16,50

 

Per descrivere La vita attesa di Gino Pitaro bisogna per forza adoperare l’abusata e logora locuzione: romanzo di formazione. Gianni e Federico hanno studiato insieme e sono stati inseparabili fino alla maturità, dopo la quale si allontanano, percorrendo strade diverse. Gianni è l’incarnazione letteraria dell’autore, con i suoi studi che lo rinchiudono, nonostante alcuni lavori precari – il romanzo è ambientato principalmente a Tropea con un’ottima rappresentazione della Calabria compresa la ‘ndrangheta – in un’intellettuale torre eburnea, mentre Federico, con la sua carriera in polizia, ne è l’alter ego immerso nel mondo e nella Storia con la S maiuscola. Le due esistenze procedono parallele ma a un certo punto convergono in un modo che non possiamo rivelare senza fare spoiler.

Operazione nostalgia anni 90, decennio che ha segnato il passaggio dall’era analogica a quella digitale e dalla prima alla seconda repubblica. In sottofondo ci sono le stragi di mafia, tangentopoli, la prima ondata migratoria ma anche tutte le canzoni che fanno da colonna sonora a un periodo che ci ha traghettato dalle promesse e speranze precedenti (datate 60, 70, 80) alle delusioni attuali. Ci sono ricordi, luoghi, amori che si aprono e si chiudono come cerchi. Il tutto in una lingua molto letteraria, poetica, connotata e non asciutta. L’uso del dialetto è più spiccato nella prima parte, dove pesano le origini dei due protagonisti, ma si fa più rarefatto man mano che la loro esistenza si sprovincializza.

Tutti noi, in un certo senso, attendiamo la vita, quella sognata e desiderata che, per alcuni, resta un miraggio. Federico, il poliziotto, c’è dentro fino al collo mentre Gianni indugia ai margini e, l’unica volta che lo farà, - che si tufferà a pieno in qualcosa - sarà uno sbaglio.

L’azione si snocciola lentamente ma inesorabilmente. Le rette parallele convergono, mescolandosi ai ricordi, a un substrato di pathos, a una nostalgia straziante del come eravamo e chi eravamo. Ciò che siamo stati da bambini, ci dice l’autore, è “la verità più grande”, la nostra essenza, ciò che dovremmo ricordare per spiegare chi siamo adesso. E bisogna restare fedeli a questa verità, nonostante tutto, nonostante l’infanzia non sempre sia “un luogo ideale”.

Un romanzo bello e poetico fin dal titolo, sull’amicizia ma soprattutto sull’innocenza perduta: ”affossarti, negarti una possibilità, anche se questo va contro i miei principi – dice Federico a Gianni – significherebbe anche annegare una parte di me stesso”.

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Due alternativi al Book pride di Genova

20 Ottobre 2019 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #poli patrizia, #eventi, #concorsi

 

 

 

 

Amici lettori del blog che è sempre acceso anche quando la luce è spenta, eccoci ancora con voi per, scusate il gioco di parole, illuminarvi la giornata. Sono la vostra signora dei filtri e sto aspettando, qui a Genova, fuori del Palazzo Ducale, quel bischero di Walter Fest. Mi ha detto "vado a prendere le sigarette e ritorno" e io, più bischera di lui, gli ho creduto, che gli possa cascare il pennello sui piedi, neanche fuma quel pazzo!
Walter finalmente arriva con una carrozza a cavalli.

 

- Ma scusa, Walter, la 500 dov'è?
 

- Patrizia, ho dovuto trovare un mezzo di fortuna, la 500 aveva problemi di assetto, sai com'è, con le nuove normative tutto funziona con la moneta elettronica e, dato che la mia è bella che scarica, ho dovuto optare per questa carrozza cavallina.
 

- Ma tu sai guidare un cavallo?
 

- Io no, ma lui sì.
 

- Lui chi?
 

- Mario.
 

- Il benzinaio?
 

- No, il robot, aspetta che te lo presento... Mario, saluta Patrizia Poli...
 

- Bonjour madame.
 

- Scusami Patrizia, non ho aggiornato il database e parla solo in francese, ti piace?
 

- Ciao Mario. Ah, sul tuo torace c'è scritto Mario- Hal 19000... oioi, non sai un parente di quello là?

 

- Tranquilla, madame, la serie 9000 era difettosa, è stata riparata.

 

- Uhm... Ma, almeno, su questa carrozza abbiamo tutti i confort della 500?
 

- Naturalmente sì, abbiamo anche un tapis roulant e una Jacuzzi.
 

- Walter, non ti avessi mai conosciuto!
 

- Dai, accontentati, Pablo Picasso l'ho portato in Vespa.
 

- L'avrei preferito.
 

Patrizia Poli e Walter Fest salgono a bordo della carrozza e, guidati da Mario il robot, prendono la Via Aurelia per ritornare alla base. Sono stati a Genova in occasione della terza edizione del "Book Pride Genova", fiera dell'editoria indipendente.

All'interno della fiera il Premio Calvino ha presentato un paio di autori new entry e promosso l'incontro, NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME. DISTOPICO, GIALLO E FANTASY NELLA NARRATIVA CONTEMPORANEA, un confronto sulle nuove tendenze che vedono gli autori dedicarsi maggiormente a generi che si allontanano dal realismo. 

Dopo l'incontro si sono intrattenuti con tutti gli interessati alla XXXIII edizione del premio Calvino, che vedrà scadere le iscrizioni il prossimo 28 Ottobre.
 

- Patrizia, come ti è sembrata questa fiera?
 

- Bella e interessante, non è stata hollywoodiana ma appassionatamente italiana verace, mi è piaciuto questo fermento culturale privo di pessimismo. L'ambito letterario, in questo mondo così fashion, appare di nicchia, e invece è una vera fucina di idee e proposte, sopratutto fra i giovanissimi.
 

- Case editrici indipendenti, autori emergenti, secondo te che futuro avranno?
 

- Davide ha sempre vinto contro Golia e poi, finché c'è fantasia, c'è speranza.
 

- Lo ammetto, io dipingo, e conosco poco il Premio Calvino, tu hai avuto l'onore di avere il tuo romanzo L'uomo del sorriso segnalato alla XXVI edizione, potresti dirci quali sono le finalità di questo premio prestigioso?
 

- Walter, la mia esperienza con il premio risale ormai a qualche anno fa, ma devo dire che mi sono trovata bene. Si tratta di un premio a pagamento, è vero, e la tassa di lettura non è leggera ma poi tutto si svolge con la massima serietà. La finalità è quella di scoprire talenti letterari, mettere in luce chi fino a quel momento è rimasto al buio, dar voce a chi non ne ha mai avuta. E' un'ottima piattaforma di lancio. La maggior parte dei finalisti trova una casa editrice. Personalmente, dopo la segnalazione, "per la struggente rivisitazione laica della vicenda di Gesù nella prospettiva di Maria Maddalena", ho avuto qualche contatto, e anche l'onore di essere recensita su L'indice dei libri del mese, poi ho trovato la mia strada con Marchetti, un piccolo e coraggioso  editore di Pisa.

- Patrizia, grazie a queste iniziative si guadagna l'immortalità, mi dispiace per Mario.
 

- Il benzinaio?
 

- No, il robot, questi nostri nuovi amici elettronici non potranno mai godere dell'arte e della cultura in tutte le sue espressività.
 

- Walter, puoi passarmi un panino con la porchetta?
 

- Certo, da bere il solito?
 

- No, vorrei del rum con il latte come William Turner.
 

- Sei pazza? Con la porchetta?
 

- Eh! La colpa è tua e delle tue pessime abitudini. Per esempio, ora dove stiamo andando?
 

- Ci troviamo sulla via Aurelia, direzione Livorno, ma, ora che ci penso, ho un dubbio, forse ho programmato male Mario, aspetta che glielo domando... Mario dove ci stai portando?
 

Mario ora parla in italiano con uno spiccato accento Francese.
 

- A vedere le ville del Palladio.
 

- Ma sono in Veneto.
 

- Patrizia, tranquilla, i cavalli che tirano questa carrozza sono alati e arriveremo fra 10 minuti.
 

- Comincio a sospettare che tu sia un parente del barone di Munchausen!
 

- Veramente non gli somiglio per niente, e poi sono "romano de Roma", tuttalpiù erede del Belli e di Trilussa, ma, in fondo, un uomo qualunque, fortunato a essere nato nel paese artisticamente (e non solo) più ricco del mondo.
 

Amici lettori della signoradeifiltri, Patrizia Poli e Walter Fest, su splendidi cavalli alati, stanno sorvolando per voi le favolose ville del Palladio. Seguiteci con la fantasia, prossima avventura fermata a sorpresa.

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Ciribiribì Kodak

18 Ottobre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

I giovani d’oggi non possono capire l’emozione che provavamo noi quando, al ritorno dalle ferie, magari quindici giorni dopo se avevi avuto da fare, finalmente ritiravi la busta che conteneva le fotografie delle vacanze. E balzavi magicamente indietro, ai luoghi e agli istanti che ti eri lasciato alle spalle.

Tiravi fuori ventiquattro stampe se eri in ristrettezze, o trentasei quando volevi abbondare e la meta del viaggio meritava. Certo non sprecavi gli scatti per farti selfie idioti o per immortalare la brioche del bar o il piatto di spaghetti del ristorante. Ogni fotogramma era una scoperta e fissava per sempre un momento irripetibile.

Negli anni settanta, ricordo, venne di moda la Polaroid, che stampava immediatamente ciò che avevi fotografato su pellicole auto sviluppanti. Ci sentivamo moderni a possederla.

Mio padre era uno che amava stare al passo con i tempi e con le novità. A un certo punto in casa comparve un piccolo visore, il View- Master. Ci mettevi dentro degli strani dischetti doppi e le foto apparivano tridimensionali.

E la pellicola su cui stampare era sempre Kodak.

Fino agli anni novanta è girato uno spot con un simpatico alieno dotato di telecinesi che faceva foto ricordo e le voleva impresse rigorosamente su carta Kodak, parlando una lingua tutta sua.

Ciribirbì Kodak, diceva.

Era interpretato da Davide Marotta, attore napoletano affetto da nanismo, famoso per aver lavorato con Fellini e Dario Argento.

Erano anni in cui la fantascienza ancora tirava e gli spot erano girati con lo stesso piglio di film leggendari come Atto di forza (di Paul Verhoeven), senza tanti effetti speciali ma ugualmente evocativi. Bastava una valigetta, lo schermo di un computer, qualche modellino di astronave e sognavi a più non posso.

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L'uomo in ammollo

28 Settembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ammettiamolo, a noi donne piace conservare il predominio sulla lavatrice, della quale capiamo il funzionamento al volo. Quando siamo malate ci ritroviamo a dare disperate indicazioni al marito: il detersivo nella vaschetta al centro, l'ammorbidente in quella a sinistra, la candeggina solo per i bianchi e resistenti, mi raccomando. E poi vuoi mettere il piacere di annusare i profumini improbabili dell’ammorbidente, dal gelsomino notturno alla rosa del piccolo principe?  Tutto un altro discorso il bucato a mano, che personalmente ho abolito, e il fastidioso dovere di pretrattare comunque colli, polsini e macchie sulle camicie. E allora, ricordate l’uomo in ammollo, alias Franco Cerri, uno dei maggiori chitarristi e jazzisti italiani?

La pubblicità era vagamente surreale. Franco Cerri stava in piedi, completamente vestito, immerso fino al collo in una vasca trasparente piena di liquido. Non era bello, la sua era una faccia lunga e spigolosa, ma da uomo della strada. Avrebbe potuto essere il vicino di casa o il marito di ognuna. Uno come tanti che, però, fa tutto da solo. Anzi, non fa niente, ché il famoso Bio Presto, detersivo per bucato a mano, lavora da sé.

Sporco impossibile? Nooo, non esiste sporco impossibile.

L’uomo in ammollo, modello proto femminista e auto ironico del maschio che non va lavato né stirato, sogno, non erotico ma molto pratico, delle italiane anni settanta. Ahimè, questa categoria, anche nel nuovo millennio, non è ancora stata inventata e il bucato resta una prerogativa solo femminile.

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Il tappabuchi

10 Settembre 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

Il tappabuchi

 

Era il 1967 ed io frequentavo la prima elementare. Mia madre era rigorosa, la sera dovevo andare a letto dopo Carosello, come tutti i bambini dell’epoca, perché la mattina bisognava andare a scuola e svegliarsi non era facile a quell’età. Con l’eccezione del sabato sera. Il giorno dopo era domenica e allora potevo rimanere sveglia a guardare Il Tappabuchi.

Il tappabuchi è stato uno storico programma televisivo di varietà per la regia di Vito Molinari.  Il conduttore era l’ironico e amabile Corrado, con l'"aiuto presentatore" impersonato da Raimondo Vianello, e prevedeva la partecipazione di Sandra Mondaini, Nanni Loy e Mariella Palmich. In un’ora mescolava giochi a quiz, scenette, balletti, canzoni, e le candid camera di Nanni Loy

Un cult le scenette recitate sulla panchina e la parodia de I Promessi Sposi, in cui Vianello interpreta Lucia, mentre Corrado veste panni di Renzo con i capponi in mano.

Quanta simpatia e garbo, quanto divertimento non volgare. Forse oggi non rideremmo più così di gusto, perché la sensibilità e l’umorismo cambiano con gli anni, ma certi sketch restano immortali.

Anche la parte conclusiva del programma era singolare: la sigla finale sceneggiata inaugurava una serie fortunata che in futuro confluirà nei programmi televisivi della coppia Mondaini – Vianello.

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I ragazzi di padre Tobia

31 Agosto 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Ah, la mitica tv dei ragazzi! Durava un’ora, al massimo due, se consideravi anche i programmi dei più grandicelli. Aspettavo le cinque del pomeriggio col cuore in gola, io che non uscivo e non frequentavo altri bambini. Era il mio unico divertimento dopo i libri, il mio unico trastullo, la mia fonte d’informazione e apprendimento, al pari de I quindici. Era piacere allo stato puro. Adesso i bambini stanno tutto il giorno incollati ai canali dedicati, che trasmettono cartoni animati h24, e ai video cava occhi del telefonino.

Ho un ricordo vago di un programma che piaceva tanto anche a mia madre e a mia nonna. I ragazzi di padre Tobia, da non confondere con I ragazzi di Padre Brown. Era una serie tv, trasmessa fra il 1967 e il 1973, a sfondo pedagogico, che faceva leva sui valori della lealtà, del coraggio, e dell'amicizia. I protagonisti erano padre Tobia (Silvano Tranquilli), il suo simpatico e stupidotto sacrestano Giacinto (Franco Angrisano) e il gruppo dei ragazzi scout della parrocchia. Erano gli anni della DC al potere e dell’ingerenza della Chiesa nei programmi scolastici e ministeriali, ma la cosa, vi dirò, non faceva male. Si rideva di gusto e, insieme, s’insegnavano valori come rispetto e onestà. Bene e male, giusto e sbagliato erano ben distinti. Un minimo di spirito di sacrificio e di senso di colpa non hanno mai ammazzato nessuno, anzi, hanno aiutato lo sviluppo di un sano desiderio e fatto del bene alla società tutta.  

I vari padre Brown e padre Tobia, sacerdoti investigatori, erano i precursori dell’odierno melenso, iper-replicato e imbalsamato don Matteo. Ma, forse perché siamo cambiati noi, il risultato non è lo stesso, ahimè.

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Spazio 1999

25 Agosto 2019 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #fantascienza

 

Era il 1976, avevo 15 anni, e la domenica pomeriggio tutta la famiglia, ovunque si trovasse, correva a casa per vedere la puntata di Spazio 1999. A quei tempi non c’era Raiplay, non c’era la tv on demand e non c’erano ancora neppure i videoregistratori. Quello che veniva trasmesso era effimero come le “storie” di Instagram, se lo perdevi era per sempre e, magari, per poterlo rivedere dovevi attendere anni.

Spazio 1999 era una serie televisiva britannica di fantascienza ideata nel 1973 da Gerry e Sylvia Anderson. Narrava le vicende di un gruppo di persone in una base spaziale lunare. A seguito dell'esplosione di un deposito di scorie nucleari, che fa uscire dalla sua orbita la Luna, i protagonisti si ritrovano a vagare alla deriva nello spazio.

Il 9 settembre 1999 John Koenig assume il comando della base lunare Alpha, e da lì si dipana la vicenda che porta i protagonisti in contatto, di episodio in episodio, con civiltà aliene, a volte benevole, altre ostili. Il 1999 sembrava una data futuribile e lontanissima, aperta ad ogni sviluppo e possibilità. Poi è arrivato anche il fatidico 2000, che pareva un'era, appunto, da film di fantascienza, ma, ormai, da quel mitico trapasso di anno, secolo e millennio, ahimè sono già passati quasi quattro lustri.

I contatti con le civiltà extraterrestri, che si concretizzavano nelle varie puntate, inducevano a riflessioni filosofiche sul senso della vita. Proprio quel genere di discussioni che interessavano mio padre, il quale mi ha trasmesso questa curiosità intellettuale per ciò che è fuori della nostra portata mentale, come il concetto d’infinito o di eternità. Ricordo serate estive passate a osservare le stelle, ragionando sul fatto che, grazie alla “lentezza” della luce, ciò che stavamo guardando era, in effetti, il cielo di milioni di anni prima, e che quelle stesse stelle, probabilmente, adesso erano spente.

Le scenografie e gli arredi di Spazio 1999, per l’epoca molto curati e di effetto, risulterebbero ingenui adesso, ma allora ci facevano sognare. Bastava un plancia di comando, qualche pulsante e qualche tutina attillata (ancora in bianco e nero) per farci immaginare a bordo di portentose navi spaziali, lanciati verso un futuro che, purtroppo, si sta rivelando una vera fregatura per il nostro povero pianeta.

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Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

20 Giugno 2019 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #recensioni, #poli patrizia

 

 

 

 

Leggermente sovversivi o semplicemente strani libri che fanno a gara per la mia attenzione sul mio tavolino da notte

 

di Guido Mina di Sospiro

Pubblicato su New English Review, tradotto dall’originale inglese da Patrizia Poli

 

Milioni di persone prendono quotidiane dosi di vitamine e integratori (chi potrebbe fare a meno, tra gli altri, delle bacche di Acai o della polvere Reishi?). Io prendo alte dosi di terapia anti-banalità più spesso possibile, il che include anche di notte. Sul mio comodino ci sono due pile di libri, tomi che fanno a gara per la mia attenzione, e che leggo a spizzichi. La maggior parte, se non tutti, provengono da librerie dell’usato che tendo a sovvenzionare, siccome in quelle “normali” la propaganda conformista è così inevitabile che esse ne sono diventate uno dei veicoli ufficiali.

Può darsi che una selezione dei libri che ho attualmente sul comodino catturi anche il vostro  interesse. Senza un ordine particolare:

El horror de Dunwich (L’orrore di Dunwich), by H.P. Lovecraft.

Considerato al centro dell’universo dei miti Cthulhu, questo racconto è simile ad altri di Lovecraft per quanto riguarda la reazione che provoca nel lettore: si passa da “Ma, è mostruoso?  a “Sì, è  mostruoso!” fino a “Mio Dio, è tremendamente mostruoso!”. In aggiunta, la sua prosa è indigesta: così manierata che sembra una parodia. La grazia salvifica arriva quando Lovecraft è tradotto in una lingua romanza. Ho letto Lovecraft tradotto in italiano e in castigliano, com’è avvenuto con questo particolare libro, e la sua prosa diventa più elegante e meno pesante semplicemente perché le lingue romanze aprono più parentesi e reggono meglio periodi lunghi. Ho comprato El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, o città del libro, in Castilla y Lèon, nella Spagna centrale. Lì ci sono più librerie che bar. Posta sulla sommità di una collina, circondata da antiche mura fortificate, è un luogo in cui qualsiasi bibliofilo vorrebbe perdersi. Con la prosa di Lovecraft resa più leggibile dal fatto di essere stata tradotta in una lingua romanza, posso capire perché egli sia diventato parte dell’attuale credenza in antichi alieni e nella manipolazione preistorica dell’umanità; a tal punto che è considerato un involontario chiaroveggente.

I fiumi scendevano a Oriente, di Leonard Clark.

Ah, i bei vecchi tempi quando un esploratore esplorava… l’inesplorato. Oggi che non è rimasto più niente da esplorare, i diari di viaggio avventurosi si sono trasformati in cronache d’imprese bizzarre, come, ad esempio, scalare l’Everest volgendo le spalle alla sommità, senza ossigeno e per giunta bendati. “A oriente delle Ande Peruviane”, recita la quarta di copertina, “c’è la vasta foresta pluviale del Gran Pajonal, impreziosita da fiumi cristallini e abitata da selvaggi per i quali la tortura e la morte sono cose di tutti i giorni”. Davvero? Allora devo leggere, l’editore deve aver supposto che i lettori pensassero. E a quel tempo lo fecero. Pubblicato nel 1953, riporta avventure datate 1949 che sono, per gli standard attuali, incredibili. Certi passaggi, come il seguente, sono comici nel loro candore. “È accertato che prima della scoperta dell’America e degli antichi Inca, la sifilide era sconosciuta in Europa. Uno scienziato di Lima ha estratto - dalle tombe degli Inca precolombiani - le ossa di persone sifilitiche, dovute, secondo lui, al fatto che gli Indiani andini lavoravano con i lama e avevano un antico istinto per la sodomia.  Molto probabilmente l’umanità deve questa maledizione a Pizarro e al lama andino. C’era una legge nazionale che proibiva a ogni maschio indiano di viaggiare con una mandria di lama per più di ventiquattro ore a meno che una donna non lo accompagnasse. E siccome tutte le donne disponibili facevano i turni nelle miniere, le carovane di lama furono bloccate per tempo indefinito.”

Back to God’s Country (Ritorno alla città di Dio) di James Oliver Curwood

Nella zona di Washington, le vendite BIG (Books for International Goodwill) sono imperdibili. Decine di migliaia di libri sugli scaffali, al prezzo di 3 dollari per quelli con la copertina rigida, 2 dollari per quelli in brossura, e 1 dollaro per i tascabili. Come funziona? “B.I.G raccoglie più di 1000 libri al giorno, la maggior parte dei quali vengono inviati in parti del mondo scarsamente fornite, per tenerli vivi e per aiutare la crescita dell’educazione e della cultura nelle nazioni in via di sviluppo. I libri non adatti alla spedizione vengono venduti ai residenti. I proventi delle vendite dei libri pagano le spese di spedizione oltreoceano verso comunità che si stanno costruendo le loro biblioteche.”  Sempre alla ricerca di libri vecchi, sebbene abbia imparato in questi ultimi gli anni che è più difficile rintracciarli, ho preso, tra gli altri, Back to God’s Country di Curwood, una raccolta di racconti su animali, umani e aspri elementi della natura nel Grande Nord, con la sua copertina originale, cosa rara per un libro pubblicato un secolo fa, insieme al quel sottile aroma di muffa che mi piace tanto, poiché compro i libri anche a seconda del loro aroma. A parte questo, ho pensato che Curwood fosse solo qualcuno che scopiazzava Jack London. Mi sono dovuto ricredere: sostenitore ante litteram dell’ambientalismo, fu uno degli autori più venduti negli anni venti, e almeno diciotto film sono stati ricavati dalle sue storie. Back to God’s Country (1919) fu il film muto di maggior successo della storia americana. Rappresenta, per inciso, una  delle prime scene di nudo della storia del cinema. Il personaggio principale del film fu stranamente cambiato: dall’alano a Dolores, una protagonista umana – cosa che dispiacque molto a  Curwood.

La voce delle pietre. Civiltà perdute di Robert M. Schoch

Ogni volta che mi trovo a Sedona, in Arizona, mi dirigo venti miglia più a sud verso Cottonwood, dove David Hatcher Childress, l’Indiana Jones della vita reale, ha una delle sue librerie Adventures Unlimited. Durante l’ultima visita ho quasi saccheggiato il posto. Fra le tante perle ho scovato Civiltà Perdute di Schoch. Non è facile farci cambiare la nostra opinione sulle origini della civiltà, ma Schoch gradualmente costruisce un percorso convincente. “Eresia!” Gridano all’unisono gli archeologi conformisti; ciò che irrita gli accademici è che questa non è l’opera di un ciarlatano ma di un collega accademico, dell’Università di Boston, con un PH.D dell’Università di Yale. “Dovrebbe ragionare diversamente!” è la critica che gli viene frequentemente mossa da colleghi meno arrabbiati ma ugualmente disapprovanti. Lo stesso, sebbene in altre branche della conoscenza, accade per Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin e altri. Tali studiosi sono tutti visti come rinnegati. Ma, siccome la verità non si cura delle conventicole, delle consorterie, né delle nozioni ed idee preconcetti, tali attacchi da parte del mondo accademico devono essere interpretati soltanto come un buon segno.

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza. (La grande avventura del regno delle Asturie: così iniziò la reconquista.)

A Cangas de Onìs, nelle Asturie, ho comprato questo libro del saggista e critico monocolo Esparza, il quale sta facendo una professione del revisionismo storico. Questo libro, in particolare, annuncia orgogliosamente sulla copertina di aver raggiunto l’ottava edizione, e forse più da allora (settembre 2016). Come molti altri imperi coloniali, la Spagna, dopo la fine del franchismo nel 1975, ha attraversato un periodo in cui si è sentita profondamente in colpa per il suo passato. A differenza del Regno Unito, tuttavia, si sta sviluppando una controtendenza, grazie alla quale la sua complessa e ricca storia viene rivalutata; alcuni spagnoli cominciano a sentirsi fieri della loro eredità. Le Asturie sono l’unica regione della Spagna che non è mai stata catturata dai Mori; la Riconquista, che è culminata otto secoli più tardi con l’espulsione dei Mori dalla penisola iberica, ha avuto inizio in quel reame remoto e montagnoso, capitanata da un regno visigoto. Ci è stato detto che i Mori hanno tenuto viva la cultura durante i secoli bui, mentre il resto dell’Europa era addormentato. In realtà, la cultura è risorta col rinascimento carolingio (dopo che Carlo Martello ebbe sconfitto l’esercito saraceno) ed è stata tenuta in vita da migliaia di monaci e frati, nei monasteri di tutto il continente, che trascrivevano antichi manoscritti, finché questi ultimi vennero riportati in auge nell’alto Medioevo, in Italia e altrove. I Mori produssero alcuni filosofi aristotelici dilettanti di seconda categoria e poco d’altro; mai musica o arte figurativa, ovviamente, perché erano entrambe proibite dal Corano. Qualcuno dirà che l’eredità architettonica che i Mori si sono lasciati dietro in Spagna è notevole, ma le chiese preromaniche in miniatura, che i primi re delle Asturie riuscirono a costruire attorno a Oviedo come segni di una Cristianità imperitura, sono toccanti, mentre così tante piazze e luoghi pubblici, edifici religiosi e universitari, palazzi e costruzioni sontuose che la Spagna ha prodotto nei secoli, mentre la Riconquista si spostava da nord a sud, sono spettacolari. Ciò che La gran aventura del reino de Asturias spiega nel dettaglio è come si sono comportati i Mori, in realtà come si comportano tutti i barbari invasori, saccheggiando, rapinando, uccidendo, dando fuoco e radendo al suolo tutto quello che incontravano sul loro cammino.

La lancia del destino, di Trevor Ravenscroft

Pubblicato per la prima volta nel 1973, La lancia del destino si riferisce alla lancia del centurione romano Longino che trapassò il fianco di Cristo sulla croce. Un giovane e squattrinato Hitler poté ammirarla nella camera del tesoro asburgico nella Hofburg, a Vienna (ci sono altre di queste lance in esposizione a Roma, a Echmiadzin, ad Antiochia e chissà qual è quella autentica, ammesso che ne esista una? Questa quisquilia non sembrava interessare al giovane Hitler). La lancia del destino è il primo ampio studio sulle origini occulte del nazismo. Il modus operandi nel produrre il libro sembrerebbe spurio: Ravenscroft, un seguace di Rudolf Steiner, disse di aver condotto la sua ricerca attraverso la meditazione mistica e rifacendosi agli scritti dell’antroposofista austriaco Walter Stein, affidatigli dalla vedova di quest’ultimo. L’iniziale pretesa dell’autore di aver incontrato Steiner fu in seguito modificata: aveva avuto contatti con lo spirito di Steiner attraverso un medium. Ma, caro lettore, sospendi l’incredulità: ciò che credo interessi di più è l’immagine che emerge dal libro, in cui l’avvento del nazismo sembra inevitabile: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Househofer e altri famosi pensatori furono tutti influenzati dalla Weltanschauung tedesca. L’avvento e l’ascesa di Hitler, se inseriti un contesto storico, sembrano, almeno col senno di poi, prevedibili. Inoltre, c’è l’intero aspetto occulto del macro-fenomeno, esaminato nei dettagli, che è ugualmente allarmante. Considerato che l’altra grande calamità, il comunismo, non è stato inventato dal niente da Marx ed Engels, ma ha avuto i suoi fondamenti nell’opera di Hegel e, prima di lui, in quella di Kant, e cioè è radicata nella più canonica tradizione filosofica tedesca, si giunge alla conclusione che la cultura germanica nel suo insieme, che sia di estrema destra e/o di estrema sinistra, ha regalato al mondo le sue due più tossiche e ferali ideologie.

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, di Adrian Recinos. (Pedro de Alvarado: Conquistatore del Messico e del Guatemala).

Acquistato anni fa a Città del Guatemala, questo libro, pubblicato nel 1952, ha sonnecchiato sullo scaffale fino a che di recente non ho letto l’affascinante trilogia di Graham Hancock War God sulla conquista spagnola del Messico azteco. Mentre Hernan Cortes ci appare come la reincarnazione di Ulisse, il suo braccio destro Pedro de Alvarado è il ragazzaccio fra i conquistadores: bello, appariscente ma temibile, con i capelli biondi lunghi fino alla vita e un arsenale di spade, coltelli e  pistole sempre addosso, spietato almeno quanto inarrestabile. Dopo aver partecipato alla conquista di Cuba e del Messico, si avventurò in quella che oggi è l’America Centrale, conquistò anche la maggior parte di quella regione e fondò il Guatemala, di cui divenne governatore. Riportata alla mia attenzione dal dimenticatoio, ho trovato la biografia di Alvarado, scritta da Recinos, illuminante. Recinos fu politico, storico, saggista, diplomatico, studioso e traduttore di opere precolombiane. Fu un grande esperto della storia nazionale del Guatemala, non solo della civiltà Maya, ma anche dei popoli K’iche’ e Kaqchikel. La sua fu la prima edizione in castigliano del Popol Vuh, basata sulla sua traduzione. Sebbene fosse un criollo, cioè di pura discendenza spagnola, aveva una grande affinità con le popolazioni indigene del centro America. La sua biografia, perciò, non si legge come un’agiografia. Si direbbe che egli si senta combattuto: Pedro de Alvarado è stato il fondatore del Guatemala, ma…

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl. (Creando la distopia: la strana ascesa e sopravvivenza della barbarie architettonica).

Questo recente libro è stato portato alla mia attenzione dal saggio Modern Architecture’s Disastrous Legacy, scritto da Stevens Curl stesso, e pubblicato sul numero di gennaio di NER. Il suo tomo di 551 pagine dovrebbe figurare orgogliosamente accanto a De architectura (Sull’architettura, o Dieci libri sull’architettura) dell’antico architetto e ingegnere romano Marco Vitruvio Pollio, dedicato al suo mecenate, l’imperatore Cesare Augusto, e I quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio (1508-1580).

Making Dystopia di Stevens Curl risponde adeguatamente alla domanda: Che cosa diavolo è successo da allora? Quando si viaggia in Estonia, fra tante altre nazioni, le guide sono pronte a mettere in evidenza varie mostruosità architettoniche ascrivendole ai sovietici. Vero ma, dov’erano, ad esempio, in New Jersey i sovietici? Nonostante la loro assenza, anche là c’è una quantità di orrori brutalisti. Alcuni recensori del libro di Stevens Curl lo hanno stroncato ferocemente: provenendo dal conformismo, da rappresentanti (indottrinati) delle élite che hanno decorato il mondo con una architettura così aberrante, ciò conferma quanto questo libro sia importante, di valore, per non dire profondamente informato.

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, (Tahiti Nui, in zattera da Tahiti al Cile) by Eric de Bisschop.

Ho trovato questo libro, pubblicato nel 1959, qualche anno fa nella deliziosa libreria Scarthin Books, a Cromford, nel Derbyshire, in Inghilterra. Da un estratto della copertina: “Quando Heyerdahl e i suoi compagni fecero il famoso viaggio sul Kon-Tiki a sostegno della loro teoria che la Polinesia era stata scoperta e colonizzata da genti provenienti dal Sudamerica, de Bisschop decise di confutare questa teoria facendo un viaggio in zattera nella direzione opposta. Con quattro compagni più giovani costruì Tahiti Nui (trattino omesso, G.M.d.S.) a Papeete e, all’età di sessantacinque anni, e contro l’avviso di tutti gli esperti, partì per il periglioso viaggio verso il Cile.” Un’azione spettacolare? Invidia per il successo mondiale ottenuto dalla spedizione del Kon- Tiki? È difficile dirlo leggendo questo libro. De Bisschop era un marinaio devoto e di grande esperienza, completamente francese e gesuita per giunta. Il cocktail di hybris francese/gesuitica è una sorta d’inaspettata delizia, specialmente nei primi capitoli, che sono più teorici, prima della traversata vera e propria. E come andò? Per non rivelarvi il seguito, vi dirò solo che alla fine fu costruito un secondo Tahiti-Nui…

E poi c’è l’altra pila di libri sul mio sovraffollato comodino. Borges aveva ragione quando diceva: “Non posso dormire se non sono circondato dai libri”.

 

Millions take daily doses of vitamins and sundry supplements (who could do without, among others, Acai berries and Reishi powder?). I take doses of mainstream-avoidance therapy as often as I can, which means also at night. There are two big piles of books on my nightstand, tomes that vie for my attention and that I read in dribs and drabs. Most, though not all, come from second-hand bookshops, which I tend to patronize since in the “normal” ones the mainstream propaganda is so inescapable, they have become one of its official vehicles.

 

A selection of the books currently on my nightstand may catch your fancy, too. In no particular order:

 

El horror de Dunwich (The Dunwich Horror), by H.P. Lovecraft.

Considered to be at the core of the fictional universe of the Cthulhu Mythos, this short story seems like Lovecraft’s every story as far as the reaction they provoke in the reader: from, “Is this monstrous?” to, “It is monstrous!” to, finally, “My God, it is inconceivably monstrous!” In addition to that, his prose is indigestible: so very mannered that sometimes it comes off as a parody. The saving grace comes when Lovecraft’s work is translated into a Romance language. I’ve read Lovecraft in Italian and in Castilian, as with this particular book, and his prose becomes more elegant and less heavy simply because Romance languages are more parenthetical and better support long-winded periods. I bought El horror de Dunwich in Urueña, la Villa del Libro, or Bookville, in Castilla y Léon, in central Spain. There are more bookshops in it than cafés. Situated on top of a hill, surrounded by ancient fortified walls, it’s a place in which any bibliophile likes to get lost. With Lovecraft’s prose restored to better readability thanks to its being translated into Romance languages, I can see why he has become part of the current belief in ancient aliens and the prehistoric manipulation of humanity; so much so, in fact, that he is perceived as an inadvertent clairvoyant.

 

The Rivers Ran East, by Leonard Clark.

Ah, the good old days in which an explorer did explore the . . . unexplored. Nowadays, with nothing left to explore, adventure travelogues have turned into chronicles of bizarre undertakings, such as, say, climbing Mount Everest with no oxygen, backwards, and blindfolded to boot. “East of the Peruvian Andes,” reads the book’s flap, “lies the vast rain-forest of the Gran Pajonal, laced with white-water rivers and inhabited by savages to whom torture and death are everyday matters.” Really? Well, I’d better read on, the publishers must have assumed readers would think. And, back then, they did. Published in 1953, the adventures in it date back to 1949 and are, by contemporary standards, incredible. Also refreshing-if-not-comical in their candor are passages such as the following one. “It has been established that prior to the discovery of America and the ancient Incas, syphilis was unknown in Europe. Nearby pre-Colombian Incan graves were at the moment producing—under the spades of a Lima scientist—the bones of syphilitics, due, he believed, to the Andean Indians’ working with llamas and the ancient instinct for sodomy. Very likely humanity owes this curse to Pizarro and the Andean llama. There was a national law which forbade any male Indian from traveling with a herd of llamas on a trip exceeding twenty-four hours, unless a woman went along. And since all available women were working shifts in the mines, the llama trains were stalled indefinitely.”

 

Read more in New English Review:

• Europe

• Letter from Berlin

• Libertarianism VS Postmodernism and Social Justice Ideology

 

Back to God’s Country, by James Oliver Curwood.

In the DC area, the BIG sales (Books for International Goodwill) are unmissable. Tens of thousands of books are on the shelves, priced at $3 for hardbacks, $2 for trade soft-bound, and $1 for pocket paperbacks. How does this work? “B.I.G. collects over 1,000 books per day most of which are sent to under-served parts of the world to keep these books alive and to assist in the growth of education and culture in developing countries. Books not suitable for these shipments are offered for sale to local residents. Proceeds from book sales pay for shipments of books overseas to communities building their local libraries.” Always on the lookout for oldish books, though I have noticed down the years that they are harder to come by, I picked up, among others, Curwood’s Back to God’s Country, a collection of short stories about animals, humans and harsh elements in the Great North, with its original cover, which is rare for a book published a century ago, as well as its slightly musty aroma, which I welcome, as I buy books also in accordance to their smell. Other than that, I thought Curwood might be just some hack ripping off Jack London. I stand corrected: an ante litteram advocate of environmentalism, he was one the best-selling authors of the 1920s, and at least eighteen films have been based on his stories. Back to God’s Country (1919) was the most successful silent film in Canadian history. It features, incidentally, one of the first nude scenes in cinema history. The protagonist of the film was oddly changed: from the Great Dane to Dolores, a human female lead—much to Curwood’s chagrin.

 

Forgotten Civilizations, by Robert. M. Schoch.

Whenever I find myself in Sedona, Arizona, I drive twenty miles south to Cottonwood, where David Hatcher Childress, the real-life Indiana Jones, has one of his Adventures Unlimited bookstores. During my latest visit I nearly sacked the place. Among many pearls is Schoch’s Forgotten Civilizations. Changing our understanding on the origins of civilization is no small achievement, but Schoch gradually builds up a convincing case. “Blasphemy!” mainstream archeologists scream in unison; what further irritates academe is that this is not the work of a charlatan, but of a fellow academician, from Boston University, with a Ph.D. from Yale University. “He ought to know better!” is a frequent criticism moved to him by less outraged but equally disapproving colleagues. The same, if in other branches of knowledge, happens to Rupert Sheldrake, James Stevens Curl, Joscelyn Godwin and others. Such scholars are all perceived as renegades. But, since the truth does not care about affiliations, cliques, preconceived notions and assumptions, such attacks by academe are only to be interpreted as a good sign.

 

La gran aventura del reino de Asturias: Asì empezò la Reconquista, by José Javier Esparza.

In Cangas de Onís, in Asturias, Northern Spain, I bought this book by the one-eyed essayist and cultural critic Esparza, who is making a career out of historical revisionism. This particular book proudly announces on its cover to have reached the eight edition, and probably more since then (September 2016). Like other former colonial empires, Spain, after the end of Francoism in 1975, has gone through a period of acute guilt feelings about its past. Unlike the United Kingdom, however, a countertrend has come into being, thanks to which Spain’s complex and rich history is being reevaluated; some Spaniards are beginning to find pride once more in their heritage. Asturias is the only region in Spain that was never captured by the Moors; the Re-conquest, which culminated eight centuries later with the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula, began in that remote and mountainous kingdom, led by Visigothic royalty. We have all been told that the Moors from Spain kept culture alive during the Dark Ages, when the rest of Europe was asleep at best. Actually, culture was revived by the Carolingian Renaissance (after Charles Martel defeated the Saracen army) and kept alive by thousands of monks and friars in monasteries all over the continent who transcribed ancient manuscripts, until the latter were restored to prominence in the High Middle Ages in Italy, and then elsewhere. The Moors produced numerous second-rate dabblers in Aristotelian philosophy, and not much else; never any music or figurative art, of course, as they were both forbidden by the Koran. Some will say that the architectural heritage the Moors left behind in Spain is noteworthy, but the pre-Romanesque miniature churches that the early kings of the Asturias managed to build around Oviedo as the first statements of undying Christianity are touching, while so many of the squares and public spaces, religious and university buildings, palaces and palatial houses that Spain created down the centuries as the Re-conquest moved from north to south are utterly stunning. What La gran aventura del reino de Asturias explains in detail is how the Moors behaved, in fact, as all invading barbarians do, by sacking, plundering, raping, murdering, and burning to the ground everything in their path.

 

The Spear of Destiny, by Trevor Ravenscroft.

First published in 1973, The Spear of Destiny refers to the spear of the Roman centurion Longinus that pierced the side of Christ on the cross. Young and penniless Hitler could admire such a spear in the Hapsburg Treasure House at the Hofburg Palace, in Vienna, Austria (there are other such lances, on display in Rome, Echmiadzin, Antioch, and who knows which is the authentic one, if any? Such a quibble did not seem to concern young Hitler). The Spear of Destiny is the first very extensive study of the occult origins of Nazism. The modus operandi in producing the book would seem spurious: Ravenscroft, a follower of Rudolf Steiner, claimed that he conducted his research through mystical meditation and by resorting to the writings of the Austrian anthroposophist Walter Stein, whose widow had entrusted them to Ravenscroft. The original claim by the writer to have met with Stein was later changed: he had had contacts with Stein’s spirit through a medium. But, dear reader, like me do suspend disbelief: what I think matters most is the picture that emerges from the book, one in which the advent of Nazism seems inevitable: Wagner, Nietzsche, Houston Stewart Chamberlain, Karl Haushofer and other prominent thinkers all deeply influenced the German Weltanschauung. The advent and rise of Hitler, put in historical context, seems, at least in hindsight, foreseeable. In addition to that, there is the whole occult aspect of the macro-phenomenon, dissected in great detail, that is equally disturbing. Considering that the other great calamity, Communism, was not invented by Marx and Engels out of the blue, but had its foundations in the work of Hegel and, before him, in that of Kant, and that is, it was rooted in the most canonical German philosophical tradition, one comes to the conclusion that German culture as a whole, be it from the extreme Right and/or from the extreme Left, has given the world its two most toxic and deadly ideologies.

 

Pedro de Alvarado: Conquistador de México y Guatemala, by Adrian Recinos.

Bought years ago in Guatemala City, this book, published in 1952, slumbered on a shelf until I recently read Graham Hancock’s riveting trilogy War God about the Spanish conquest of Aztec Mexico. While Hernán Cortés comes off as a reincarnation of Ulysses, his right arm Pedro de Alvarado was the most badass among the major conquistadores: handsome, flamboyant, but fearsome, with blond hair down to his waist and an arsenal of blades and pistols always on him, he was as ruthless as he was unstoppable. After participating in the conquest of Cuba and of Mexico, he ventured into what today is Central America, conquered most of that region, too, and founded Guatemala, of which he became governor. Restored to my attention from oblivion, I found Recinos’s biography of de Alvarado enlightening. Recinos was a politician, historian, essayist, diplomat, scholar and translator of pre-Columbian works. He was a great student of the national history of Guatemala, not only of the Maya civilization, but also of the K’iche’ and Kaqchikel people. His was the first edition in Castilian of the Popol Vuh, based on his own translation. Although he was a criollo, and that is, of pure Spanish descent, he had a great affinity for the indigenous people of Central America. His biography, therefore, does not read like a hagiography. One can tell that he is torn: Pedro de Alvarado is the founder of Guatemala, but...

 

Making Dystopia: The Strange Rise and Survival of Architectural Barbarism, by James Stevens Curl.

This recent book was brought to my attention by the essay Modern Architecture’s Disastrous Legacy, penned by Stevens Curl himself, and published in the January issue of NER. His 551-page tome should stand proudly beside De architectura (On architecture, or Ten Books on Architecture) by the ancient Roman architect and military engineer Marcus Vitruvius Pollio, dedicated to his patron the emperor Caesar Augustus, and I quattro libri dell’architettura (The Four Books of Architecture) by Andrea Palladio (1508–1580). Stevens Curl’s Making Dystopia adeptly answers the question, What the hell happened since? When one travels to Estonia, among other countries, guides are quick to point out various architectural monstrosities and blame them on the Soviets. Fair enough, but in, say, New Jersey, where were the Soviets? Despite their absence, there are plenty of brutalist horrors there, too. Some reviewers of Stevens Curl’s book have produced fiery hatchet jobs: coming from the mainstream, from (indoctrinated) representatives of the élites who have festooned the world with such aberrant architecture, these confirm how great and valuable, not to mention profoundly informed, this book is.

 

Tahiti-Nui: By raft from Tahiti to Chile, by Eric de Bisschop.

I found this book, published in 1959, a few years ago in the delightful Scarthin Books, in Cromford, Derbyshire, in England. Excerpting from its flap: “When Heyerdahl and his companions made the famous voyage in the Kon-Tiki to support their theory that Polynesia had been discovered and colonised from South America, de Bisschop determined to refute this claim by making a raft voyage in the opposite direction. With four younger companions he built Tahiti Nui [hyphen omitted, G.M.d.S] in Papeete and at the age of sixty-five, and against the advice of all the experts, set forth on the hazardous voyage to Chile.” A publicity stunt? Envy over the worldwide success won by the Kon-Tiki voyage? It is hard to tell by reading this book. De Bisschop was a committed and vastly experienced seafarer, thoroughly French, and a Jesuit to boot. The cocktail of French/Jesuitical hubris is an unannounced delight of sorts, especially in the early chapters, which are more theoretical, before the actual crossing. And how did that go? Not to spoil anything, I’ll just add that a second Tahiti-Nui would eventually be built...

 

And then there is the other pile of books on my overloaded nightstand. Borges had it right when he stated, “I cannot sleep unless I am surrounded by books.”

 

 

 

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