poli patrizia
Vincenzo Zonno, "Non è un vento amico"
Non è un vento amico
Vincenzo Zonno
Vocifuoriscena, 2015
pp 245
15,00
Vincenzo Zonno è un autore dalle enormi possibilità, specialmente se si considera che Non è un vento amico è il suo primo romanzo.
Ambientato nel suggestivo paesaggio baltico, in una exclave russa in territorio prussiano, Non è un vento amico mescola romanzo storico, giallo e climi surreali da castello kafkiano ma anche da fantasy novel.
Fino a metà del testo si pensa di avere fra le mani “il romanzo”, quello che aspettavamo da sempre, di ampio respiro e di grande atmosfera, pronto a diventare best seller prima e classico poi. A sostegno di questa speranza ci sono l’ambientazione e il fascino del paesaggio – fra San Pietroburgo, le foreste siberiane e il mar Baltico - insieme ad una gran bella scrittura, elegante, distesa, mai banale nelle descrizioni. Le sbavature sono pochissime, lo stile intelligente, di quella fluidità che nasconde tanto certosino lavoro di lima.
Il protagonista, Georges Stroganov, tenente di bell’aspetto e di belle speranze, viene chiamato a Cypel Koszalin, luogo di reintroduzione di ex deportati siberiani, dove sorge una fortezza che ricorda la montagna del purgatorio dantesco. Qui egli dovrà sostituire un console ucciso in modo atroce e sconvolgente. Indagando sulla fine inquietante del predecessore, scoprirà un mondo statico di peccatori, vittime dei suoi stessi vizi, primo fra tutti l’adulterio. S’innamorerà perdutamente di una bella vedova e farà amicizia con una lince.
La trama contempla personaggi storici, come il governatore Murav’ev, lo zar Nicola I e suo fratello Alessandro, scomparso in circostanze poco chiare. A questo riguardo, Zonno adotta e sviluppa la tesi di Lev Tolstoj, nel racconto incompiuto Memorie postume dello stareta Fedor Kuzimič. Non sveliamo la trama, che ha un intrigo da dipanare, ma diciamo che nel romanzo sono intrecciati molti elementi reali, come la rivolta decabrista e l’eresia dei Christovovery, ad altri di pura fantasia. Ci sono correnti irrazionaliste che pervadono la Russia di metà ottocento, ma il protagonista rimane con i piedi per terra e investiga con lucidità su quello che sembra un enigma sovrannaturale.
Peccato che, dalla metà del romanzo in poi, la storia non decolli, perda respiro e mordente. Tutto rimane un po’ troppo confinato intorno alla figura della bella Lidjia e all’amore che essa suscita nel tenente.
Come fa notare Oliviero Canetti nella postfazione, Cypel Koszalin è un “microcosmo”. Diciamo che è più un simbolo che un luogo narrativo, e di questo il romanzo risente, trasformandosi (e atrofizzandosi) da grande narrazione ad allegoria. Si sente che l’autore ha familiarità con i romanzi russi dell’ottocento, con i concetti di redenzione, peccato e perdono. Stroganov è un libertino, alla fine compirà il percorso inverso a quello di tutti i peccatori di Cypel Koszalin, fuggirà in Siberia in un cammino a ritroso di riscatto morale, dove l’amore e la comprensione hanno la meglio sui sensi di colpa e persino sul bisogno di Dio.
Siamo certi che di questo autore sentiremo ancora parlare, se saprà coniugare il simbolismo surreale con le necessità narrative, in un connubio che diverrà la sua cifra personale.
Writer factor, il talent on line della scrittura
Il momento di scrivere, blog letterario online da settembre 2014, è orgoglioso di presentare la prima edizione del concorso letterario gratuito online Writer Factor.
Il concorso è rivolto a tutti gli scrittori di racconti brevi, senza distinzioni di sesso ed età. Writer Factor è un concorso articolato in quattro fasi: selezioni, bootcamp, gara e finale. La gara a sua volta è composta da ulteriori quattro manche. I partecipanti saranno divisi in quatto categorie: under 25 uomini, under 25 donne, over 25 uomini, over 25 donne. Gli autori verranno valutati e aiutati nella scrittura dei propri racconti da quattro giudici, ognuno dei quali sarà responsabile di una categoria di concorrenti, ma tutti avranno potere di voto.
I partecipanti dovranno superare la prima fase (selezioni) ottenendo almeno tre pareri positivi su quattro da parte dei giudici. Successivamente gli autori selezionati saranno chiamati a scrivere un nuovo racconto per la fase successiva (bootcamp). In questa fase saranno svelati gli abbinamenti tra i giudici e le categorie di competenza. Ogni giudice valuterà i racconti della propria categoria di competenza e selezionerà i migliori tre. Soltanto dodici concorrenti guadagneranno il passaggio alla terza fase (gara).
La gara vera e propria è composta da quattro manche, ognuna delle quali vedrà la scrittura di un nuovo racconto da parte dei concorrenti. I giudici faranno da coach e aiuteranno gli autori a comporre un racconto che metta in mostra le peculiarità artistiche dello scrittore. Tutti i racconti saranno valutati (in scala numerica da 1 a 10) dai giudici, escluso il giudice di competenza della categoria del racconto. Sulla base della somma dei voti ottenuti, sarà stilata una classifica e gli autori dei peggiori racconti saranno eliminati. Il meccanismo si ripete per quatto manche, per arrivare infine ai tre concorrenti finalisti. Nella finale (quarta e ultima fase del concorso) sarà eletto il vincitore, sempre sulla base dei voti dei giudici.
Per partecipare alle Selezioni le opere dovranno pervenire, come da bando, entro il 06 Gennaio 2016, per via telematica, all'indirizzo info@ilmomentodiscrivere.org secondo le modalità specificate nel regolamento.
Il vincitore di Writer Factor vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore sulla rivista letteraria Il Lettore di Fantasia, distribuita in versione cartacea in tutta Italia e disponibile in versione digitale sul proprio sito. Il Lettore di Fantasia conta attualmente più di diecimila lettori fissi.
Il secondo classificato (se ritenuto meritevole dalla giuria) vincerà una pubblicazione con regolare contratto d’autore con Nativi Digitali Edizioni, casa editrice digitale indipendente.
Il terzo classificato (ed eventualmente il secondo) vedrà pubblicati i suoi racconti in un’antologia edita e pubblicata da Il momento di scrivere il cui ricavato sarà interamente devoluto all’associazione Unicef Italia.
La giuria è composta da:
Fabio Mosti (Il Lettore di Fantasia)
Marco Frullanti, (Nativi Digitali Edizoni)
Annarita Faggioni (Il piacere di scrivere)
Giuseppe Monea (Il momento di scrivere)
Per maggiori informazioni è possibile inviare una mail a info@ilmomentodiscrivere.org specificando il motivo della propria richiesta.
Il PULP è intorno a noi
Lo scrittore Simone Giusti ci parla della nuova collana PULP che dirige per Marchetti Editore.
"«La vicenda è più importante della carta». Così disse Frank Munsey quando più d’un secolo fa fondò Pulp Magazine, chiamata così per via della carta di pessima qualità ricavata dalla polpa di legno, appunto pulp.
PULP è la nuovissima collana di Marchetti Editore che raccoglie il testimone da Frank Munsey e, attraverso le rielaborazioni del nostro cinema di genere e dei recenti successi di Tarantino, riporta in auge uno stile narrativo amatissimo ma da noi poco prodotto, fatta eccezioni per il fenomeno dei Cannibali degli anni Novanta.
La collana sfornerà un romanzo ogni tre/quattro mesi. Saranno romanzi brevi di spiccata indole pulp. Avranno pagine gialle, ruvide, saranno libri stilisticamente aggressivi perché anche questa è estetica pulp. Con la voglia e la sicurezza di poter tirar fuori dal calderone ribollente degli sconosciuti autori di gran pregio, scopo della collana non sarà andare in cerca di storie ma di autori, autori nascosti tra le pagine degli inediti ma già maturi, autori bravi, autori capaci di far impallidire i più noti e venduti. In pieno stile pulp, strizzando l’occhio a Bukowski e Shirley, ammiccando con simpatia alle storie più surreali del nostrano Ammaniti, PULP non guarderà in faccia nessuno, non si auto-censurerà, mai, non cederà il passo, prenderà di petto storie e società. PULP sarà un ragazzaccio vestito male, scontroso e senza rispetto, ma un ragazzaccio che – potete scommetterci – ci saprà fare.
Primo numero della collana è Pisa connection, in pratica il riassunto di tutto ciò appena esposto. Ambientato in una torrida serata pisana, racconta l’odissea d’un tossico rimasto al verde e in preda a una crisi d’astinenza che vaga per la città in cerca d’una dose. La vicenda di Jimbo (così si chiama il tossico) ha l’effetto d’un pugno nello stomaco che ci lascia in bocca il gusto amaro d’una società vista con gli occhi d’un emarginato. Lo stile rapido e ironico fa di più, catapulta il lettore sulla giostra impazzita che è la mente di Jimbo che, tra protettori assassini, produttori russi di metanfetamina, terroristi islamici dell’ultim’ora, vigili urbani, carabinieri e cittadini che vivono la città in una notte afosa, va a intrecciare la sua vicenda col discorso che il Presidente del consiglio sta per tenere in piazza del duomo. Il tutto genera esiti e situazioni al limite del surreale. Violenza fisica e psicologica allo stato puro, un concentrato della nostra peggior società senza i fiocchetti del perbenismo e dell’illusione.
Scopo della collana diretta da Simone Giusti, che è anche autore del primo romanzo, non è soltanto quello di offrire scelte diverse a un pubblico il più possibile variegato ma, attraverso un portale web e il progetto di incorniciare i romanzi cartacei con storie brevi pubblicate solo su piattaforme digitali, è anche quello di creare un circolo di scrittori e lettori affiatati e di lastricare nuove strade per permettere a chi finora non ne ha avuto la possibilità di esplorare sentieri sconosciuti.
Buon PULP a tutti. Siamo arrivati."
Simone Giusti
PISA CONNECTION (Primo numero PULP) Marchetti Editore, 110 pagine, 10 euro.
Shelley a Livorno
Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno.
A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare.
Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a villa Valsovano, dove compose la tragedia The Cenci, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi To a Skylark e To Freedom.
Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose The Cenci, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra labronica 250 copie, poi spedite a Londra.
L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode All’ allodola, della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.
“Like a rose embowered
In its own green leaves,
By warm winds deflowered,
Till the scent it gives
Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:
Sound of vernal showers
On the twinkling grass,
Rain-awakened flowers -
All that ever was
Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”
Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley:
“In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.”
Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.
Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.
Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.
Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.
Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.
Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.
Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.
Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.
The coastal area between Pisa and Livorno had already been discovered by Hollywood in the 1920s, so much so that in the 20th some scenes of Ben Hur were shot at Molo Novo.
In 1933 the Autonomous institution Tirrenia built the Tirrenia Film factories based on Antonio Valente's design. The following year Giovacchino Forzano takes over the structure, which stands in a reptile and mosquito swamp, where there is only a fort of the Guardia di Finanza called Mezzaspiaggia. He rearranged it with 500 thousand lire, the result of the sharing of the Agnelli family and Persichetti, later founder of a dubbing house, transformed it into the Pisorno factories, so-called because they are equidistant between Pisa and Livorno.
Forzano is an author of theater, librettist of Gianni Schicchi, theatrical and cinematographic director and he stages many of his own works but he is above all a friend and collaborator of Mussolini, who already strongly wanted Tirrenia as a pearl of fascist architecture and seaside delights. The factories must also serve to produce propaganda and attract consensus.
It is no coincidence that one of the first films shot was, significantly, "Black shirt".
The sea, the long beach of fine sand, the rivers, the pine forests and the hills make the area attractive to Americans as the ideal location for many films, and the factories occupy 500,000 square meters. In its period of splendor, Pisorno becomes the first capital of cinema, even before Cinecittà, actors of the caliber of Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman recite it. Klaus Kinski, Philippe Noiret, the complete de Filippo family, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi and, of course, Doris Duranti, directed by renowned directors such as de Sica, Blasetti, Ferreri. Tirrenia also shines with reflected light, thanks to the stars who sunbathe in swimsuit the coast.
The Taviani and Monicelli brothers take their first steps in the Tirrenia studios. Sciuscià (from 46) directed by de Sica, is played by many non-leading actors taken on the Labronic streets. A school of technicians, sound engineers, make-up artists was formed here, then absorbed by Cinecittà.
During the Second World War, the studios were requisitioned by the Americans who turned them into warehouses, up to 48. In 61 they were bought by Carlo Ponti but the costs were high and the venture was already concluded in 69; Ponti leaves, Rai refuses the purchase, the studios close their doors and die slowly.
Il ponce al rumme
Gastone Biondi. Storia e segreti del ponce al rumme
Ermanno Volterrani
Debatte editore, 2012
Lo scrittore Ermanno Volterrani - noto in ambiente livornese soprattutto per la sua rivalutazione del vernacolo in raccolte di poesie come La mia amica triglia, ma autore anche di testi in italiano, fra cui spicca il commosso racconto delle vicende vissute dal padre durante la guerra in Albania - presenta la biografia romanzata di Gastone Biondi.
Hanno collaborato alla stesura del testo la figlia di Gastone, Caterina, e Otello Chelli, figura di spicco della cultura e tradizione livornese, che ha scritto la prefazione del libro.
Gastone Biondi era il proprietario della famosa fabbrica di liquori Vittori che produceva, e ancora produce – anche se adesso è stata rilevata dall’Arkaffè – il rum fantasia, lo speciale ingrediente per la preparazione del ponce al rum, anzi, al “rumme”, non confondiamo per carità!
Le origini della bevanda sono incerte, la leggenda vuole che nel seicento alcune balle di caffè, provenienti da una nave saracena deviata dai cavalieri di Santo Stefano, si confondessero con barili di rum. La mistura, invece di rovinare entrambi gli elementi, li esaltò. In realtà pare che l’ammiraglio Edward Vernon, della marina inglese, per evitare l’ubriachezza dei suoi uomini, ordinasse loro di annacquare il rum ed essi, per obbedire, lo bevessero col tè, creando la base per il grog. I livornesi sostituirono il tè col più reperibile ed economico caffè, mantenendo la tradizione “della vela”, la fettina di limone a cavallo del bicchiere, spesso utilizzata per igienizzarne il bordo ma poi, ahimè, lasciata cadere nella mistura, con l’idea che “quel che non ammazza ingrassa.”
Il ponce bollente va bevuto nel gottino, il bicchiere di vetro, tenendolo fra due dita per il fondo spesso, altrimenti ci si ustiona. Insomma, come ci spiega Ermanno, va preso per i fondelli.
Il nome deriva dall’inglese punch che, a sua volta, risale all’hindi pancha, cioè cinque, come cinque sono gli ingredienti della bevanda.
Il ponce, inglese come il rum e arabo come il caffè, era la bevanda prediletta prima della guerra, metafora stessa della livornesità, incrocio d’identità in questa città meticcia, fusione d’ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro. Non c’era giorno che i livornesi non bevessero almeno una volta il ponce che è sempre stato parte della loro tradizione.
Nelle cronache del settecento e dell’ottocento (ci spiega Otello Chelli) c’era una vera e propria corsa a creare il ponce migliore e i produttori vi mettevano dentro di tutto, dal caramello ai grani di pepe. I bar erano luoghi di aggregazione per il popolo, dove si discuteva e si familiarizzava ed anche salotti intellettuali. Vi passavano il tempo Francesco Domenico Guerrazzi e Angelica Palli, Fattori, Natali, Modigliani, soprattutto nel celeberrimo caffè Bardi.
Il ponce è citato nell’Artusi come degno accompagnamento del cacciucco, si dice che abbia fatto venire i lucciconi addirittura al rude Buffalo Bill, e il Carducci così ne scrive:
"Di nero ponce bevemmo e con saper profondo, non lasciammo giammai tazza o bicchiero senza vedere il fondo."
Livorno era la città dei cento teatri, ma anche dei cento e ventitrè bar, sono stati i labronici a costruire le prime macchine per il caffè, che, a quei tempi, erano torri di rame lucente. “Nella sola Venezia”, ci dice Otello, “ai miei tempi si trovavano diciassette fiaschetterie e la bevanda d’elezione, dopo il vino Sammontana, era, ovviamente, il ponce, capace di stimolare quello spirito livornese, quel motto salace, quella battuta fulminea che oggi si sta perdendo e stemperando.”
In piazza Vittorio Emanuele c’era un bar, detto “Il Diacciaio” perché si trovava di fronte a un albergo freddissimo, che vendeva il ponce peciato, cioè annerito da un pizzico di pece. In piazza Cavallotti nessuno rinunciava alla mattutina “persiana” – acqua fredda, menta e anice - per smaltire le sbornie della sera precedente, poi, già alle dieci, per accompagnare un pezzo di schiacciata col prosciutto o la mortadella, niente di meglio che il primo ponce, per passare subito a quello digestivo del dopopranzo e agli immancabili ponci notturni .
Negli anni cinquanta, però, il ponce era decaduto ed è stato proprio Gastone Biondi a riportarlo ai fasti di un tempo.
È con la voce rotta dall’emozione che la figlia Caterina racconta come il libro sia nato per caso. Dieci anni dopo la morte del padre, ha riaperto due scatole, trovandovi dentro un mondo di ricordi che l’hanno riportata a quando, bambina, giocava nella fabbrica del babbo, assorbendo odori, assimilando voci, giocando con le vecchie fatture insieme alle amichette, finché quel gioco si è trasformato in passione e mestiere anche per lei che ha lavorato per tanto tempo gomito a gomito col padre.
Gastone Biondi è rimasto orfano a nove anni, ha studiato e lavorato fino a iscriversi all’università e trovare posto in banca. Ma l’incontro con la moglie, i cui parenti possedevano la fabbrica dei liquori, è stato fatale, perché fu amore in entrambi i casi, fino a fargli lasciare l’appetibile lavoro di bancario per occuparsi a tempo pieno della fabbrica, nata nel 1929 e che lui ha rilevato negli anni cinquanta, trasformandola in ditta Vittori di Biondi.
A Livorno, in quegli tempi, la concorrenza era tanta, c’erano venti distillerie e cominciavano a imporsi i liquori di marca, ma Gastone ha puntato sulla qualità, sugli ingredienti migliori per la produzione del suo rum fantasia. “Veniva”, racconta la figlia, “dal vecchio Gigi Civili con i campioncini del liquore per farlo testare.” Ne ha voluto ridefinire l’identità livornese anche tramite le etichette.
Otello Chelli ci racconta di aver conosciuto il Vittori quando, con la famiglia, dopo la deportazione, era “ospite” di una colonia adattata a campo profughi. Qui il giovane Otello trafficava con gli americani che chiedevano gin e lui lo comprava nella distilleria Vittori, riuscendo così a mantenere tutta la famiglia. Ha poi avuto molti contatti anche con Gastone Biondi.
Per concludere, riportiamo una poesia di Ermanno, l’autore del libro, che contiene la ricetta della gloriosa mistura labronica.
‘R ponce alla livornese, un lo sai fa’?
Un ti preoccupa’, t’insegno io!
Prendi ‘n bicchiere,
un po’ più grosso di velli da caffé,
basta ‘he c’abbi ‘r fondo bello doppio:
per un bruciassi ‘ diti,
‘r ponce, è risaputo,
va bevuto prendendolo dar fondo,
insomma…
va preso per ir culo.
Per benino scardi ‘r bicchiere ‘or vapore,
un cucchiaino di zucchero… abbondante,
‘na scorza di limone fa da vela
e rumme, Fantasia, nun ti sbaglia’,
‘r Bacardi e ‘r Pampero un vanno bene!
Ci vole la bevanda der Vittori,
l’intruglio ‘he ‘r ragionier Gastone ‘r Biondi
ha ‘nventato un fottio di tempo fa.
Dunque, torniamo a bomba:
di novo scardi ‘r rumme finché bolle
e ner finale,
riempi ‘r bicchierino di ‘affé,
di vello forte a bestia!
Se poi pensi ‘he t’aggradi,
l’ingredienti poi adatta’ ar gusto personale,
mischiando sassolino o cognacche Tre Stelle
e ‘r resurtato ‘ambia po’o o nulla:
a garganella l’aromati’o ponce
ir gargarozzo ti solleti’erà.
J.C. Casalini, ".OTTO. Luce e ombra"
.OTTO.
Luce e ombra
J.C. Casalini
Vertigo, 2015
pp 233
14,00
Il tema del doppio in narrativa ha precedenti illustri, a partire dal ritratto che invecchia al posto del corrotto Dorian Gray fino ad arrivare a dottor Jekyll e Mister Hyde. Nel romanzo .OTTO., di J.C. Casalini, il doppio si esprime nella classica dicotomia Bene/Male, dove il male è Lucifero, portatore di luce, mentre è il buio ad essere salvifico.
L’aspirante mago Otto e la sua assistente/fidanzata Anna si ritrovano alle prese con un malvagio riflesso fuoriuscito dallo specchio. L’immagine dell’illusionista si materializza in un momento di sconforto, lo salva dal suicidio imminente e gli promette, in un faustiano patto col diavolo, onori, soldi, gloria e amore. Ma non sarà il vero Otto a goderne, bensì il suo parassitario riflesso, che, attraverso la luce e la rifrazione degli specchi, vivrà di vita propria, compiendo azioni sempre più terribili.
Vero è che l’altro Otto, l’Otto Riflesso, (con il neo/punto dalla parte sbagliata) è pur sempre lui, è l’altra parte di sé, quella oscura che tutti noi possediamo e che ci turba, è l’inconscio, L’Es che potrebbe prendere il sopravvento e trasformarci in mostri da un momento all’altro, basterebbe un allentamento dei freni inibitori, basterebbero una droga o un trauma. Otto è il mister Hyde che si cela in ognuno di noi.
Il riflesso del mago non è catturabile con i mezzi tecnologici, non può essere ripreso né fotografato. Per contrasto, è proprio l’assenza d’immagine, o la sua rifrazione e scomposizione negli specchi, a renderlo più forte, più potente, più visibile. Questa, forse, è una metafora del mondo moderno, dove, paradossalmente, fa più notizia chi non si mostra, (come Elena Ferrante) di chi è tutti i giorni in televisione, e la polverizzazione e frantumazione dei dati nel magma caotico della rete equivale all’annullamento degli stessi.
La storia sarebbe molto godibile, almeno nelle promesse. Si trasforma, però, in una sorta di film snuff, dove, se non si assiste propriamente a un omicidio, il sesso violento e gli stupri quotidiani la fanno da padrone quasi in ogni capitolo. Il tutto è condito in una salsa similfilosofica, quantistica, con ipotesi riguardanti la materia oscura, affascinanti ma che appesantiscono la narrazione (e il linguaggio). Esse contrastano con ciò che rimane, in fondo, solo un thriller d’azione.
“È l’equilibrio mutevole delle forze a determinare il successo o meno di un universo ricombinato in varie dimensioni. Ne assaporo ogni volta il piacere evolutivo per puro egotismo, e ne sollecito l’espansione per gioire il più possibile. Sono il contenitore instabile che si dona con generosa curiosità agli eventi consequenziali nel mio interno per poi riappropriarsene alla fine.” (pag 195)
“Un evento mai accaduto in tutto l’universo. Una trinità scardinata. La triangolazione monistica della luce-materia-vuoto di un essere organico vivente e pensante era stata finalmente spezzata.” (pag 195)
Si sente che Casalini proviene dalla regia cinematografica: .OTTO. è una sceneggiatura ampliata e sviluppata fino a farne un romanzo. Il finale rimane aperto per un eventuale sequel: abbiamo una cometa con la doppia coda che annuncia la probabile venuta di un anticristo, abbiamo Anna gravida di un maligno figlio della Luce, la quale, forse, avrà anch’essa da combattere col proprio riflesso, come lascia intendere la profezia conclusiva.
La parte più bella della storia è senz’altro quella iniziale, prima che il malvagio abbia il sopravvento. Allora la narrazione è scorrevole e ci appassioniamo alle vicende dei due innamorati con le loro crescenti e realistiche difficoltà. È su questa falsariga che l’autore dovrebbe incamminarsi, a nostro avviso, per ottenere risultati ancora migliori. Quando il protagonista diventa il Riflesso, invece, l’empatia viene a cadere persino verso la vittima Anna, l’immedesimazione non è più possibile, si assiste al crescendo dei misfatti sentendoci disturbati ma non coinvolti, come se, davvero, vedessimo scorrere le immagini su una lastra riflettente.
Lo stile del romanzo, seppure fluido, presenta delle imperfezioni che l’editing non ha corretto, e un fastidioso alternarsi di tempi verbali, sempre più in voga oggi. Sebbene si tratti di una scelta finalizzata a farci vivere le varie dimensioni temporali della narrazione, questa, chiamiamola tecnica, risulta spiazzante e rallenta la lettura. Peculiare, sottolineiamo anche in questo caso, il contrasto fra i passaggi di azione scritti in un linguaggio standard e quelli filosofici che si avvalgono di periodi circonvoluti e artificiosi.
Riccardo Marchi
Riccardo Marchi (1897 – 1992) è davvero un personaggio dimenticato nel panorama letterario italiano, cercando in rete si trova pochissimo su di lui. Eppure, Riccardo Marchi è stato paragonato dalla critica a Tozzi, a Verga e a Capuana, per il realismo della descrizione e per il suo essere studioso del folclore e delle tradizioni livornesi.
Telegrafista nella prima guerra mondiale, gestì con successo la fabbrica di sapone del padre, portando avanti, contemporaneamente, l’attività di giornalista, di scrittore e di attivista politico. Nel 1921 partecipò al convegno socialista che vide la nascita del partito comunista.
Oltre ai versi e a numerosi romanzi, molti dei quali di stampo rievocativo e genericamente autobiografico, ottenne anche un discreto successo via etere come autore di radiodrammi e radio fiabe. Divenne membro, insieme a Corrado Alvaro, di una autorevole commissione dell’E.I.A.R. Nel secondo dopoguerra si dedicò alla cronaca e critica cinematografica per “IL Telegrafo” e “Il Tirreno”.
Sul finire degli anni sessanta si ritirò a vita privata a Livorno, dedicandosi esclusivamente alla scrittura. Morì nel 1992.
I suoi romanzi più conosciuti sono: Circo Equestre, Lo sperduto di Lugh ma, soprattutto, Via Eugenia, 1900, dove rievoca la vita della sua famiglia, la fabbrica del sapone, la figura di Zio Tide, galantuomo d’altri tempi.
“Un galantuomo! Vallo a cercare al giorno d’oggi. Zio Tide lo fu? Sicuramente lo fu.
Il discorso mi riporta necessariamente alla memoria di lui, di zio Tide, abbreviativo di Aristide, fratello di mia madre, esempio di galantomismo non gratuito o di poco costo, pagato anzi a caro prezzo.
Com’era nel fisico? Aitante con un volto bruno come scavato sulla scorza di un vecchio albero. Di apparenza burbero; in realtà bonario, rivelato nell’intimo da un non frequente sorriso che, schiarendolo, gli animava assieme allo sguardo, i cespugli arruffati degli scopettoni e i baffi da quarantottino. “ (pag.7)
Marchi aveva “il tratto dell’incisore”, come si afferma nella prefazione a cura dell’editrice Nuova Fortezza, e sapeva rendere le strade di Livorno con animata vivacità:
“E la strada della fanciullezza com’era?
Pressappoco come oggi, più decorosa, più Eugenia, da un Eugenio magistrato civico. Allora, nonostante la saponeria e la fonderia limitrofa al termine di quel tratto di strada, nonostante qualche stallatico e due o tre botteghe di artigiani ed una modesta canova, nei sedici edifici che la compongono, fra i quali due palazzine padronali, via Eugenia ospitava con signorile dignità impiegati, artigiani e Liberi Imprenditori come noi.
Ora è trasandata, decaduta, coi muri scrostati e fioriti di erbacce, butterati dalle guerre; ma ai tempi di zio Tide, come garriva! Di panni al sole, di voci attestanti una vitalità calda; perfino di ricchezza.
La ravvivava dall’alba al tramonto, il cantare degli ambulanti: le erbaiole, l’arsellaio, il pesciaiolo, il pollaiolo, l’ombrellaio, l’arrotino, il ramaio di Prato, un cenciaio e così via dicendo. Polifonia alla quale, per solleticare il buon cuore, si univano le tiritere degli organetti. A questi Tide faceva l’elemosina di un soldo purché se ne andassero altrove a infastidire con “La vergine degli angeli” o “La donna è mobile”. Tornassero, magari, col repertorio nuovo e lo strumento accordato.” (pag. 19)
Via Eugenia 1900 è una finestra sul nostro passato, sulla Livorno appena uscita dal Risorgimento. Ci viene in mente l’angolo nascosto del cimitero dei Lupi con le tombe garibaldine crepate, inselvatichite, ed è spontaneo associarle – e confrontarle – con certe descrizioni del Marchi:
“Ah, tempi gagliardi, bellissimi e feroci! Li ricordo ancora per i cortei, riti del popolo che se ne nutriva, come il pane. I funerali dei garibaldini cui partecipavo tenuto per mano dallo zio. Grande sfoggio di bandiere e camicie rosse; folla di severi uomini in nero, come lo zio: tutti quanti con una rappa di acacia all’occhiello.” (pag 41)
Galliano Masini

Galliano Masini (1896 – 1986) nacque a Livorno all’indomani dell’assedio di Macallè, durante la guerra d’Abissinia, e deve il suo nome al protagonista di quell’episodio: Giuseppe Galliano.
Figlio di un pastaio, di aspetto ruvido, di carattere passionale, studiò solo fino a otto anni, fece poi molti mestieri prima di dedicarsi al canto: garzone di gelataio, apprendista fabbro, manovale, venditore ambulante di cocomeri e scaricatore di porto. Alla fine si arrese al fatto che il suo talento non sarebbe approdato a nulla se non si fosse dedicato alla musica a tempo pieno. Studiò, perciò, gratuitamente, a Milano. Provò a entrare nell’operetta ma fu scartato perché la sua voce era troppo pesante per il genere. Partecipò alla Parisina di Mascagni, debuttando al Goldoni nel 1914, con la corale cittadina Costanza e Concordia.
Dopo aver prestato servizio militare durante la prima guerra mondiale, poté cantare ne la Lodoletta, sempre di Mascagni, grazie all’indisposizione di un titolare, ma la sua consacrazione si ebbe nel 24, sempre al Goldoni, il giorno di Natale, con la Tosca di Puccini, e da lì partì la sua luminosa carriera che lo portò ad essere uno dei tenori più popolari, sebbene non quanto Beniamino Gigli e Giacomo Lauri Volpi. Cantò al Metropolitan di New York e a Buenos Aires ma soprattutto in Italia, non dimenticando mai la sua città che gli tributò sempre un affetto speciale, nonostante altri bravi cantanti avessero avuto lì i loro natali.
Chi cantava con lui lo apprezzava e lo considerava una delle più belle voci tenorili dell’epoca, anche se all’inizio partì quasi come baritono. Le malelingue dicono che il soprano Magda Olivero lo abbia definito “lento”, non nel canto bensì nel pensiero. I critici affermano che la sua voce aveva tutti i pregi e i difetti dei tenori italiani dell’epoca, cioè un bel tono, un’espressione diretta, ma suoni alti troppo protratti e singhiozzanti. Si trascinò per tutta la vita una bronchite cronica, contratta a Milano, che lo mandava spesso in scena in cattiva forma e gli procurava stecche famose fra i melomani. Ebbe dei contrasti con Mascagni, che lo definì “un corista”, e questo bastò a dividerli, dato il carattere impulsivo di Masini, ma la sua crescente popolarità decretò la loro riconciliazione. Masini fu un memorabile Turiddu in Cavalleria Rusticana.
Il suo volto fu notato nel cinema, partecipò ad alcuni film. La sua voce, con gli anni, andò declinando e si arrochì, ma Masini continuò a cantare fin oltre il secondo dopoguerra ed ebbe il coraggio, nel 55, di debuttare nel ruolo di Otello sempre al Goldoni. Fu nella sua città che, nel 57, cantò per l’ultima volta in Tosca e ne I pagliacci.
Non restano molti suoi dischi poiché diffidava delle sale d’incisione e si esprimeva a pieno solo sul palcoscenico.
Morì nella sua casa di Livorno, nel 1986, una settimana dopo il suo novantesimo compleanno.
Galliano Masini (1896 - 1986) was born in Livorno in the aftermath of the siege of Macallè, during the Abyssinian war, and owes his name to the protagonist of that episode: Giuseppe Galliano.
Son of a rough-looking, passionate pasta maker, he studied only up to eight years, then did many jobs before devoting himself to singing: ice cream shop boy, blacksmith apprentice, laborer, watermelon street vendor and docker. Eventually he surrendered to the fact that his talent would not have come to nothing if he had not devoted himself to full-time music. He therefore studied for free in Milan. He tried to enter the operetta but was discarded because his voice was too heavy for the genre. He took part in Mascagni's Parisina, making his debut at Goldoni in 1914 with the choral town Costanza and Concordia.
After going to the army during the First World War, he was able to sing in the Lodoletta, also by Mascagni, thanks to the indisposition of a titular, but his consecration took place in 24, always at Goldoni, on Christmas day, with Tosca by Puccini, and from there he started his bright career which led him to be one of the most popular tenors, although not as much as Beniamino Gigli and Giacomo Lauri Volpi. He sang at the Metropolitan in New York and in Buenos Aires but above all in Italy, never forgetting his city which always gave him a special affection, despite the fact that other good singers had been born there.
Those who sang with him appreciated him and considered him one of the most beautiful tenor voices of the time, even if at the beginning he started almost as a baritone. The gossips say that the soprano Magda Olivero called him "slow", not in singing but in thought. Critics say that his voice had all the strengths and weaknesses of the Italian tenors of the time, that is, a nice tone, a direct expression, but loud sounds too protracted and sobbing. He suffered his whole life of a chronic bronchitis, contracted in Milan, which often sent him on stage in bad shape and gave him bad reputation among the music lovers. He had contrasts with Mascagni, who called him "a chorister", and this was enough to divide them, togheter with Masini's impulsive character, but his growing popularity decreed their reconciliation. Masini was a memorable Turiddu in Cavalleria Rusticana.
His face was noticed in the cinema, he participated in some films. His voice, over the years, declined and became hoarse, but Masini continued to sing until after the Second World War and had the courage, in 55, to debut in the role of Otello, always at Goldoni. It was in his city that, in 57, he sang for the last time in Tosca and in I pagliacci
Not many of his records remain since he distrusted the recording rooms and expressed himself fully only on the stage.
He died in his Livorno home in 1986, a week after his ninetieth birthday.
Flavia Todisco, "Senza scontrino non si esce"
Senza scontrino non si esce
Flavia Todisco
Robin edizioni, 2015
pp 144
12,00
Avessimo fra le mani Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino, invece che Senza scontrino non si esce di Flavia Todisco, penseremmo di star leggendo non racconti bensì splendidi incipit di romanzi, scritti con grande padronanza di stile e nati, probabilmente, da un’idea, da un capriccio, da un’atmosfera o da un’immagine, sviluppati con virtuosismo, sebbene penalizzati da un uso fin troppo precisino della punteggiatura e da un reiterare di certe formule che, alle lunghe, non sorprendono più. Ma la parte finale è sproporzionata nella sua fulmineità, sembra messa lì a giustificare il resto, come una specie di, appunto, scontrino che il lettore deve portarsi via all’uscita perché tutto trovi un senso.
Le trame sono particolari, nascono dal puro piacere di narrare, mescolato a un certo realismo magico, a un’atmosfera fantastica e surreale che ci riporta ancora una volta a Calvino. I personaggi sono i più svariati e fantasiosi: bizzarri inventori di sorrisi, gabbiani che uccidono piccioni, costruttori di muri, amanti trasformati in facoceri, amanti alla fine del mondo etc. Di buono, oltre allo stile - che ricorda addirittura i sudamericani, Marquez e la Allende, e contempla attacchi magistrali - c’è la molteplicità delle storie e quella ironia palese ma bonaria, non sarcastica, che pervade e alleggerisce tutti i racconti. L’autrice si diverte a mostrare la realtà attraverso una lente deformante, a creare personaggi simili a figure teatrali, che si muovono per breve tempo su un palcoscenico, attraversandolo per poi scomparire con un guizzo finale. Anche quando sono negativi, l’occhio che li scruta non è mai carico di disprezzo, semmai di curiosità.
Ogni buon novelliere sa inventare di volta in volta vicende che non si somigliano fra loro, che sorprendono per l’originalità. Flavia Todisco in questo è molto brava, i ventidue racconti sono tutti diversi l’uno dall’altro, anche se, forse, la raccolta include qualcosa di troppo, qualcosa che, magari, sarebbe stato meglio espungere o sviluppare in altra sede (vedi, ad esempio il racconto Uscite di scena).
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