poli patrizia
Francesco Domenico Guerrazzi
Avere in casa un libro di Francesco Domenico Guerrazzi (1804- 1873) voleva dire essere arrestati. Eppure, i suoi romanzi, animati da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico, conobbero un enorme successo di popolo.
Il Guerrazzi venne alla luce nel 1804, nella vecchia Livorno, mentre in città dilagava l’epidemia di febbre gialla; la sua nascita non fu ben accolta dai genitori e questo lo immalinconì per tutta la vita, contribuendo a forgiare il suo carattere triste, solitario, vendicativo, attaccabrighe. Studiò presso i Barnabiti ma non amò la scuola, considerandola tetra, litigò col padre e fuggì da casa. Fu coinvolto in risse con gli ebrei ed espulso dall’università
Per tutta la sua esistenza fece avanti e indietro dal carcere, sempre per motivi politici, subì processi, condanne e il confino. Fervente mazziniano affiliato alla Giovane Italia e ardente repubblicano, ebbe gran parte nei moti del 48, diventando persino dittatore per quindici giorni, durante la rivoluzione toscana. Fu incarcerato nel Forte della Stella insieme a Carlo Bini, con cui aveva fondato l’Indicatore Livornese, poi soppresso dal regime.
Teorico della rivoluzione, ma anche piuttosto realista in politica, vide sempre disattese le sue aspirazioni, sviluppando una crescente amarezza e disillusione. Solo l’educazione dei nipoti lo distolse, in parte, dal suo impegno.
Oltre che alla politica attiva, si dedicò anche alla scrittura, intesa sempre come veicolo d’idee risorgimentali e civili. Conobbe Byron e la sua poetica, soprattutto quella degli inizi, ne fu influenzata.
I suoi testi più famosi sono “L’Assedio di Firenze”, “La Beatrice Cenci” e “La Battaglia di Benevento”, si può dire che con lui nacque il romanzo storico risorgimentale.
“Nella sua fantasia esuberante e violenta”, spiega il Cappuccio, “nel suo gusto del truce, del macabro, dell’orrendo, nei modi stessi dell’espressione convulsa ed enfatica, si rispecchiano, più forse che in nessuno degli altri scrittori italiani dell’Ottocento, certi aspetti estremi del romanticismo europeo, da Byron a Victor Hugo”.
Ciò non toglie che i suoi romanzi andavano a ruba nonostante il prezzo elevatissimo. Passavano di mano in mano, e piacevano per gli ideali ma anche per il sensazionalismo, a onta di quella che il Sapegno definisce “turgida oratoria tribunizia”. Anche Carducci fu un ammiratore del Guerrazzi, che difese la tradizione linguistica italiana, fu di orientamento classicista e non disdegnò nemmeno tratti umoristici. Il successo si attenuò nella seconda metà dell’ottocento, con l’affermarsi del positivismo.
Guerrazzi visse gli ultimi anni alla “Cinquantina”, una fattoria presso Cecina, dove si prese cura dei nipoti fino alla sua morte, avvenuta nel 1873.
Il collegio dei Barnabiti
I chierici regolari di San Paolo sono detti Barnabiti e pospongono al loro nome la lettera B. Quello dei Barnabiti è uno degli ordini regolari più antichi, il cui nome deriva dalla casa madre, presso la chiesa di San Barnaba a Milano. Sottostanno a voti di carità, di ubbidienza, di castità, e al giuramento di non ricoprire cariche di nessun genere.
Risale al XVII secolo la presenza a Livorno dell'ordine. Durante la peste del seicento, si distinsero come soccorritori e fu loro concessa come ricompensa la possibilità di costruire la chiesa di San Sebastiano, protettore, appunto, degli appestati.
Nel 1779 divennero custodi della Biblioteca comunale di San Sebastiano, ma la loro funzione precipua fu di educatori. Il loro collegio istruì la migliore gioventù labronica, non tutta, però, solo quella appartenente alle famiglie più facoltose, com'è ancora nello spirito dei collegi Barnabiti d'Italia.
Nell'ottocento, la loro scuola, considerata da molti giovani tetra e oppressiva, formò, e mise in contatto fra loro, molte di quelle che sarebbero poi diventate le personalità di spicco della cultura risorgimentale labronica, da Carlo Bini a Francesco Domenico Guerrazzi.
Foscolo a Livorno
È opinione accreditata, ci dice lo storico Pietro Vigo, che Ugo Foscolo (1778- 1827) abbia soggiornato nei pressi di Montenero nella villa detta del Buffone, un edificio di origine medicea che sorge sulla strada che da Ardenza porta a Montenero e che appartenne ai principi armeni Mirman Aructium. Si reputa che il Foscolo vi soggiornasse nel 1813, benché Vigo affermi che:
“Non sapremmo per altro dir con sicurezza in qual mese ed anno il Cantor dei sepolcri abbia dimorato sulle nostre colline, ma dal bellissimo saggio sui poemi narrativi o romanzeschi italiani scritti dal Foscolo in inglese e poi tradotto, attingiamo con certezza che il Foscolo è stato a Livorno e nei suoi dintorni. Si legge infatti sul finire di quello scritto. «E non sono molti anni che noi trovammo presso Livorno una brigata di galeotti i quali tornavano sul far della notte dai loro lavori e incatenati due a due, mentre passavano lenti lungo la spiaggia cantavano le litanie con malinconica devozione, ripetendo quei versi dei quali il Tasso vestì la preghiera dei crociati che si preparano alla battaglia.”
Riferimenti
Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it
Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"
L’uomo del Sorriso
di Patrizia Poli
Marchetti Editore
pp.277
Euro: 13,00
Quid est veritas?
“Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo”
Inizia così, con questa visione della Maddalena, la storia di un uomo il cui nome ha dato origine ad una Religione che, diffusasi nel mondo, è diventata, al di là delle intenzioni stesse di colui che l’ha fondata, progetto di rinnovamento spirituale, di riscatto, di redenzione.
L’incipit introduce subito ad uno dei temi fondamentali del libro: la solitudine. Solo è infatti l’uomo Gesù, pur tra i seguaci e quanti da subito lo venerarono; sola è Maria di Migdal, la prostituta, la cestaia, la reietta, senza Fede e senza speranze, acuta e sensibile, dura e amorevole, fuori del suo tempo e del suo mondo, che vive con rabbia e passione un amore impossibile, alla ricerca di una Verità che crede solo Lui possa rivelarle; solo è il Battista, che abbandona gli Esseni, il movimento a cui fu vicino anche Gesù, per denunciare la dissolutezza, la corruzione dei costumi e annunciare la venuta del Messia; sola è Maria di Nazareth, la madre, a cui mancava il figlio “di cui avvertiva l’assenza come ci fosse un buco nel terreno, un vuoto nell’aria, come se nel paesaggio non ci fosse più una roccia, una montagna, un fiume…” e solo è Ponzio Pilato, “questo nazareno capitava all’apice di una crisi covata per anni… Quid est veritas?”. Come solo è Barabba, “ …‘Sua’ madre, invece, lo aveva abbandonato come un cane, ‘sua’ madre non sarebbe stata lì a vederlo morire, era questa la differenza”
Storia nota quella di Gesù, anche tra i non credenti.
Sulla figura del nazareno molte sono state nei secoli le leggende, poche le verità storiche. L’autrice non tenta una ricostruzione della figura messianica, non vuole aggiungere una sua interpretazione alle molte già esistenti; studia i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, ma non come fonti detentrici di Verità: si documenta, seleziona fatti, dialoghi ed eventi operando, come lei stessa afferma, una scelta funzionale alla finzione narrativa. Perché nelle intenzioni e nell’attuazione, non di romanzo storico si tratta, non di tentativo di approfondire un’identità religioso-culturale, ma, come ancora lei stessa ci spiega, del racconto di una grande struggente storia d’amore.
Ed è l’Amore il vero protagonista del romanzo. Quello per un Dio annunciato ma mai davvero conosciuto, per l’umanità più derelitta ed emarginata, quello materno, dolente e disperato, quello coniugale, tenace e rassegnato, quello dolce, tenero e infelice di un diverso che tace pieno di pudore, e quello umanissimo, fatto di palpitazioni, sguardi furtivi, contatti rubati, pulsioni del cuore e dei sensi.
E così la storia di Gesù viene reinventata, ricostruito lo straordinario stile di vita che provocò, da un lato, entusiasmo e seguaci, dall’altro, diffidenza e ostilità, con analisi che rivelano le più umane delle emozioni: gelosia, invidia, angoscia, trasporto amoroso.
Gli eventi più incisivi si susseguono secondo la tradizione, anche se con un’interpretazione singolare, sempre riferita a spiegazioni naturalistiche suggestive, e i personaggi appaiono in una luce nuova, diversa, eppure intrisa di spiritualità.
Struggenti, drammatiche e angosciose le pagine che narrano la crocifissione e la morte di Gesù; immagini forti, molto visive, capaci di provocare turbamento e commozione. E strabiliante il finale: l’autrice, con un colpo di teatro, trasforma il più grande mistero della Cristianità, in un ultimo, estremo, gesto d’amore che avrebbe, poi, segnato il destino della nostra cultura, presente e passata, influenzata appunto dal Cristianesimo e su di esso modellata.
Un bel libro, non blasfemo, tutt’altro, una scrittura superba che riesce a coinvolgere dall’inizio alla fine, la storia di un uomo nel cui sorriso c’è Dio.
Patrizia Poli, atea, come ci racconta nella nota finale, scrive pagine di grande religiosità, dove, come già sottolineato da qualcuno, il soffio divino è ovunque.
“Poi, finalmente, nel suo cuore fu silenzio. Scomparvero tutte le voci, tutti i suoni che non fossero la parola di Yavhè. Passo dopo passo, incurante del tempo che scorreva, Yeshua’ si calò dentro di sé, nell’immensità senza fondo della sua anima. Cercò, trovò, si stupì scoprendo che il regno di Dio era riposo, dominio di se stesso, quiete infinita. Non c’erano più fratture, divisioni, antinomie. Unicità e molteplicità coincidevano. La parte era il tutto. Dio era nell’infinito. Ma era anche dentro ogni essere umano…”
I. V.
Manzoni a Livorno

È arcinoto che Alessandro Manzoni (1785 – 1873) venne in Toscana per “risciacquare i panni in Arno”.
Come riporta Giulietta, la primogenita ventenne, nel suo diario, dal 10 al 25 luglio del 1827, la famiglia al completo, composta di tredici persone, compresi i domestici - spostandosi con due carrozze, di cui una nel corso del viaggio finì in una scarpata - giunse a Livorno.
Durante il soggiorno a Genova, dove aveva preso i bagni di mare, Manzoni era stato messo sull’avviso riguardo al caldo “oltraggioso” della nostra città e a certe zanzare che davano la febbre e rovinavano la pelle, per cui vi arrivò già prevenuto. Non contribuì a ingraziarlo verso di noi un disguido organizzativo per il quale fu sballottato da un albergo all’altro. Si fermò quindi in via Ferdinanda, cioè via Grande.
Scrivendo all’amico Tommaso Grossi, si lamenta della confusione:
“tale è la folla, l’andare, il venire, l’entrare, l’uscire, il gridare, il favellare.”
Sebbene le finestre della camera d’albergo dessero sul retro, esse si affacciavano su una chiostra che apparteneva al Caffè Greco, allora il primo di Livorno, e gli schiamazzi toglievano il sonno a tutta la famiglia.
Sappiamo che nel viaggio Manzoni aveva portato parecchie copie del romanzo, da poco stampato in una stesura antecedente alla revisione linguistica. Il libro, infatti, aveva avuto successo ma non era facilmente reperibile in Toscana. Le vendette quasi tutte.
It is well known that Alessandro Manzoni (1785 - 1873) came to Tuscany to "rinse clothes in the Arno".
As reported by Juliet, the eldest 20-year-old sister, in her diary, from 10 to 25 July 1827, the complete family, made up of thirteen people, including servants - moving with two carriages, one of which during the journey ended in an escarpment - came to Livorno.
During his stay in Genoa, where he had taken sea baths, Manzoni had been warned about the "outrageous" heat of our city and certain mosquitoes that gave a fever and ruined the skin, for which he arrived already prevented. An organizational misunderstanding for which he was tossed about from one hotel to another did not contribute to ingratiate him. He then stopped in via Ferdinanda, that is, via Grande.
Writing to his friend Tommaso Grossi, he complains of the confusion:
"Such is the crowd, the going, the coming, the entering, the going out, the shouting, the talking."
Although the windows of the hotel room faced the back, they looked out onto a cloister that belonged to the Caffè Greco, then the first in Livorno, and the cackling took the whole family off sleep.
We know that on the journey Manzoni had brought several copies of the novel, recently printed in a draft prior to the linguistic revision. The book, in fact, had been successful but was not easily available in Tuscany. He sold almost all of them.
D'Annunzio a Livorno
Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) conobbe Livorno in gioventù, quando il critico letterario Giuseppe Chiarini lo invitò per un colloquio.
Acquistò una villa a Castiglioncello, fra punta Righini e la baia del Quercetano, per trascorrere i suoi “ozi edonistici” e, dopo una notte d’amore, la ribattezzò Godilonda.
Lo si vedeva spesso all’Ippodromo di Ardenza, esiste una foto del 1907 che lo ritrae insieme all’amica, duchessa Massari.
Lo ritroviamo poi nel 1908 insieme a Mascagni fra gli invitati a un ricevimento organizzato da Guido Chayes.
Goldoni e Livorno

È noto che Carlo Goldoni, il quale esercitava l’avvocatura a Pisa, nel 1748 incontrò a Livorno Gerolamo Medebach, capocomico di una affermata compagnia di attori, marito dell’avvenente Teodora, famosa per la sua bravura sul palcoscenico e per la sua beltà. Si presuppone, anche se non è provato, che abbia alloggiato a Montenero, nella casa di quest’ultimo. Qualcuno sospetta persino che i begli occhi di Teodora non l’abbiano lasciato indifferente. Fu così, in ogni modo, che conobbe l’ameno paesino in cui decise di ambientare la sua “Trilogia della Villeggiatura”.
Scritta e rappresentata nel 1761, è composta da “Le smanie per la villeggiatura”, “La villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura”. La compagnia Medebach recitò nell’unico teatro esistente allora a Livorno, il San Sebastiano, in via delle Commedie.
Di là dall’intrigo d’amore, e dal tema della passione contrapposta alla razionalità illuminista, l’argomento della trilogia è la smania borghese di apparire più altolocati di quanto non si sia e di quanto non permettano le reali possibilità economiche. Quindi si smania per villeggiare a Montenero, per usare carrozze, servitù, bagagli, carte da gioco, argenterie, cavalli, candele, prendendo tutto a credito, nonostante le difficoltà finanziarie.
Montenero era, infatti, la località prediletta dagli abitanti di Livorno per passare le vacanze, nell’immaginario collettivo dell’epoca, doveva avere connotazioni arcadiche. Ne “Le Smanie” si accenna al fatto che i protagonisti spendono più in un mese a Montenero che in un anno a Livorno, che si può far economia in città ma non certo risparmiare in villeggiatura, dove non si deve sembrar meno sfarzosi degli altri.
Pietro Vigo conferma che Goldoni aveva della località solo un’idea superficiale e che non ricordava bene le distanze - oppure, pensiamo noi, non aveva particolare scrupolo di verità – poiché descrisse come lungo e faticoso un tragitto che, dice sempre Vigo, in carrozza non poteva durare più di trentacinque minuti.
“Leggendo la trilogia della Villeggiatura vi si trovano accenni che hanno dato ragione a molti di negare non solo che il Goldoni abbia scritto o pensato commedie a Montenero, ma che vi sia stato anche per poco. E veramente, pur fatta ragione dei tempi nei quali la città più piccola e le comunicazioni assai meno facili e più dispendiose facevano troppo più seria ed importante di oggi una gita a Montenero, ci fa meraviglia di leggere che per venire a questo villaggio i ricchi livornesi ordinavano i cavalli alla posta e facevano calde raccomandazioni ai cocchieri, perché pascessero bene le loro bestie, pagando di tasca per esser più sicuri. Ci fa meravigliare e sorridere il leggere la risposta che il signor Filippo nelle Smanie per la villeggiatura dà a Brigida sua cameriera che aveva domandato con chi avrebbe fatto il viaggio da Livorno a Montenero: Tu andrai, come sei solita andare in mare in una feluca colla mia gente; dove, come osserva giustamente il Targioni-Tozzetti, i facoltosi livornesi per questa consuetudine di mandare i famigli in feluca, avrebbero dovuto, per un piccolo tratto di strada imbarcare e sbarcare i bagagli e le supellettili dal navicello per poi caricarli sopra un barroccio che li avrebbe trasportati sul monte. Sicché sarebbero venuti a sbarcare ad Antignano e di qui saliti a Montenero, la qual cosa, aggiungo io, era quasi impossibile in quei tempi, nei quali mancava la bella e comoda via detta delle Pianacce, costruita sotto Leopoldo II, e le comunicazioni fra Montenero ed Antignano non si facevano che per viottoli o per l'aspra via della macchia sotto il Monte Burrone, veramente inaccessibile, pel tratto che più s'accosta a Montenero, al trasporto di carri, bagagli e masserizie.”
Ed ecco uno stralcio da “Le smanie”
“Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.”
Riferimenti
Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it
Paola Boffoni, “Montenero: realtà e fantasia” in “Montenero, un colle a capo della città” centro studi Attilio Barucci, Livorno
It is known that Carlo Goldoni, who practiced advocacy in Pisa, in 1748 met in Livorno Gerolamo Medebach, head of a well-known company of actors, husband of the handsome Teodora, famous for her skill on the stage and for her beauty. It is assumed, even if it is not proven, that he stayed in Montenero, in the latter's house. Some even suspect that Theodora's beautiful eyes did not leave him indifferent. It was thus, in any case, that he knew the pleasant village in which he decided to set his "Holiday Trilogy".
Written and represented in 1761, it is made up of "Le smanie per la villeggiatura", "La villeggiatura" and "The return from the holiday". The Medebach company performed in the only theater then existing in Livorno, the San Sebastiano, in via delle Commedie.
Beyond the intrigue of love, and the theme of the passion opposed to the Enlightenment rationality, the topic of the trilogy is the bourgeois desire to appear more high-ranking than one is and the real economic possibilities allow. So one craves to vacation in Montenero, to use carriages, servants, luggage, playing cards, silverware, horses, candles, taking everything on credit, despite the financial difficulties.
Montenero was, in fact, the favorite place for the inhabitants of Livorno to spend their holidays, in the collective imagination of the time, it had to have Arcadian connotations. In "Le Smanie" there is mention of the fact that the protagonists spend more in a month in Montenero than in a year in Livorno, that you can save money in the city but certainly not save money on holidays, where you should not look less gorgeous than the others.
Pietro Vigo confirms that Goldoni had only a superficial idea of the locality and that he did not remember the distances well - or, we think, he had no particular scruple of truth - since he described long and tiring a journey that, as Vigo always says, in a carriage could not last more than thirty-five minutes.
“Reading the holiday trilogy, there are hints that have given reason to many to deny not only that Goldoni wrote or thought comedies in Montenero, but that he was there even for a short time. And really, despite the reason of the times in which the smaller city and the much less easy and more expensive communications made a trip to Montenero more serious and important than today, it makes us wonder to read that the wealthy people of Livorno to come to this village ordered the horses at the post office and made warm recommendations to the coachmen, so that they could feed their beasts well, paying out of pocket to be safer. It makes us wonder and smile to read the answer that Mr. Filippo in the Smanie for the holiday gives to Brigida his maid who had asked him with whom he would have made the trip from Livorno to Montenero: You will go, as you usually go to sea in a felucca with my people; where, as rightly pointed out by Targioni-Tozzetti, the wealthy people of Livorno for this custom of sending their servants by felucca, would have had to, for a small stretch of road, embark and unload their luggage and belongings from the ship and then load them onto a barroccio that would have transported them to the mountain. So they would come to land in Antignano and from here go up to Montenero, which, I add, was almost impossible in those times, in which the beautiful and convenient via delle Pianacce, built under Leopoldo II, and the communications between Montenero, were missing and Antignano had only paths or the rough road of the scrub under Monte Burrone, truly inaccessible, due to the stretch closest to Montenero, to the transport of wagons, luggage and household goods. "
And here is an excerpt from "Le smanie".
“Yes, it is too true, whoever wants to appear in the world, agrees that he does what others do. Our holiday in Montenero is one of the most popular, and most demanding. With the company, with which one has to go, I am in awe. I am also in need of doing more than what I would like to do. But I need you. The hours go by, you have to leave Livorno earlier in the evening, and I want everything to be quick, and I don't want anything to be missing. "
Pietro Vigo

Pietro Vigo (1818 - 1889) era figlio di un tipografo editore molto conosciuto a Livorno, fu scrittore, critico letterario e professore. Insegnò con alterne vicende soprattutto all'Accademia Navale, almeno fino a quando essa contemplò anche l'istruzione umanistica nei programmi. Non insegnava volentieri, tuttavia, parendogli gli studenti maleducati e svogliati. Si ritrovò anche alle prese con il fallimento dell'attività ereditata dal padre e mal gestita dal fratello e questo, più altre fobie, lo indusse in depressione. Negli ultimi anni della sua vita non fu lontano dall'uscire di senno. Profondamente religioso, fu terziario francescano.
La sua attività principale, la più amata era, però, quella di storico. Occuparsi di storia, per lui, significava arrestare il tempo, riportare in vita il passato, schierare gli anni morti "di nuovo in battaglia". Si dedicò gratuitamente alla costruzione dell'archivio storico cittadino, raccogliendo in due stanze preziosi documenti un tempo sparsi in varie sedi.
La sua guida di Montenero, dove Vigo villeggiava spesso, è una fonte pregiata, e una lettura gustosa che ricrea il mondo ottocentesco, raccontandoci paesaggio, cenni storici, aneddoti, itinerari, personalità in visita, e tutto ciò che caratterizzava, allora come adesso, quello che Vigo stesso definisce "il ridentissimo colle".
louisstott.wordpress.com
Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it
mercantilivornesi.wordpress.com
Pietro Vigo (1818 - 1889) was the son of a well-known publisher and typographer in Livorno, he was a writer, literary critic and professor. He taught with ups and downs especially at the Naval Academy, at least until it also included humanistic education in the programs. He did not willingly teach, however, tos rude and listless students. He also found himself grappling with the failure of the business inherited from his father and badly managed by his brother and this, plus other phobias, led him into depression. In the last years of his life he was not far from going out of his mind. Deeply religious, he was a Franciscan tertiary.
His main activity, the most loved, however, was that of a historian. For him, dealing with history meant stopping time, bringing the past back to life, deploying the dead years "again in battle". He devoted himself free of charge to the construction of the city's historical archive, collecting precious documents once scattered in various locations in two rooms.
His guide of Montenero, where Vigo often vacationed, is a valuable source, and a tasty reading that recreates the nineteenth-century world, telling us about the landscape, historical notes, anecdotes, itineraries, visiting personalities, and everything that characterized, then as now, what Vigo himself defines "the delightful hill".
Tobias Smollett a Livorno
“Nel secolo XVIII dimorò certamente a Montenero lo storico e letterato inglese Tobia Smollett, al quale i medici avevano consigliato un clima più mite e più confacente alla sua malferma salute. Egli prese stanza nella villa oggi dei signori Gamba, che situata in amenissimo luogo fra i poggi ed il mare, riparata dai venti di greco e di levante, e quasi sulla spiaggia, riuniva tutte le migliori condizioni igieniche. In questa villa a romantic and salutary abode, come la chiama un biografo dell'illustre scrittore britanno, lo Smollett preparò per la stampa il bello e soave lavoro The Expedition of Humphrey Clinker, che fu poi pubblicato in tre volumi nel 1771 e ricevuto con gran favore.”
Ancora una volta è Pietro Vigo a parlarci del soggiorno livornese di Tobias Smollett (1721 – 1771), letterato scozzese, creatore di Roderick Random e di Humprey Clinker. Teorico del romanzo razionale, di un picaresco mitigato dal realismo, strenuo avversario del romance, da lui considerato ignorante e superstizioso, nell’ultima parte della vita, per motivi di salute, soggiornò prima a Pisa e poi a Livorno, per la precisione a Villa del Giardino o Villa Gamba, fra Antignano e Monteburrone e qui, appunto, scrisse “The expedition of Humprey Clinker”. “Il Giardino” era una residenza di origine medicea che il Piombanti attesta possedere due sorgenti d’acqua potabile.
Smollett fu sepolto nella città labronica e ancora oggi la sua tomba a obelisco, ben visibile nell’antico cimitero degli inglesi, è una delle mete più ricercate dai turisti britannici. Tuttavia, come riportato nel sito mercantilivornesi.wordpress.com, uno scambio del 1898 fra il capitano James Buchan Telfer e il vice console britannico a Livorno, Montgomery Carmichel, sul periodico “Notes and Queries”, mette in dubbio che Smollett abbia veramente vissuto a Montenero - propendendo piuttosto per Pisa, definendo Livorno “an unattractive seaport town”, una città portuale priva d’interesse” - e persino negando che vi sia davvero sepolto.
louisstott.wordpress.com
Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it
mercantilivornesi.wordpress.com
“In the eighteenth century the English historian and literate Tobias Smollett certainly lived in Montenero, the doctors had recommended him a milder climate more suited to his ill health. He took up room in the villa that today is of the Gamba, which is situated in a very pleasant place between the hills and the sea, sheltered from the east winds, and almost on the beach, and had all the best hygienic conditions. In this villa a romantic and salutary abode, as a biographer of the illustrious British writer calls it, Smollett prepared for printing the beautiful and sweet work The Expedition of Humphrey Clinker, which was then published in three volumes in 1771 and received with great favor."
Once again it is Pietro Vigo who talks to us about the stay in Livorno of Tobias Smollett, (1721 - 1771) Scottish scholar, creator of Roderick Random and Humprey Clinker. Theoretical of the rational novel, of a picaresque mitigated by realism, strenuous opponent of romance that he considered ignorant and superstitious, in the last part of his life, for health reasons, he stayed first in Pisa and then in Livorno, to be precise at Villa del Giardino or Villa Gamba, between Antignano and Monteburrone and here, in fact, he wrote The expedition of Humprey Clinker. "Il Giardino" was a residence of Medici origin which Piombanti certifies having two sources of drinking water.
Smollett was buried in the Labronic city and still today his obelisk tomb, clearly visible in the ancient English cemetery, is one of the most sought after destinations by British tourists. However, as reported on the mercantilivornesi.wordpress.com website, an 1898 exchange between Captain James Buchan Telfer and the British vice consul in Livorno, Montgomery Carmichel, in the periodical "Notes and Queries", doubts that Smollett really lived in Montenero - rather leaning towards Pisa, defining Livorno as "an unattractive seaport town" - an uninteresting port city "- and even denying that he is really buried there.
Boccaccio e il Romito
Si dice che Giovanni Boccaccio si sia ispirato alla località del Romito per la decima novella della seconda giornata del suo Decamerone, in cui si racconta della bella Chinzica, rapita da Paganin da Mare presso una certa torre di Montenero. Questa torre era l'antenata medievale del Castello del Boccale.
"Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna."
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