Dedicata
Tu...
come una cometa
che passa una sola volta nella vita,
così vicina al mio mondo,
eppur così lontana
per poter essere abbracciata
dal mio caldo respiro
bagnato di lacrime.
Si spegne anche l' ultimo sorriso
quando solo,
nel silenzioso buio di un' altra notte,
inseguo con lo sguardo
la tua scia lucente abbandonata.
Se non potrò rivivere ancora,
allora imparerò a volare
verso i confini dell'Universo,
fino a ritrovare Te
o ad incontrare Dio.
1998
di Ida Verrei: Un viaggio allucinato nell'impossibile
Fiori Ciechi
Maria Antonietta Pinna
Annulli Editori, 2012
pp.137
9,00
di Ida Verrei
Due racconti lunghi, un viaggio allucinato nell’impossibile, “Fiori Ciechi” di M. A. Pinna, è una singolare avventura letteraria.
Il primo racconto, che dà il titolo al libro, non è un romanzo, pur se ne possiede la struttura e ne conserva alcuni elementi; non è una fiaba, non si conclude con “…e vissero felici e contenti…” Ma della fiaba ha la suggestione e il mistero: immaginario e reale si fondono come nella dimensione onirica e possiedono lo stesso valore; niente appare arbitrario, ma necessario e fatale; tutto esiste, perché la trasfigurazione fantastica, legata al paradosso, rende verosimile l’illogico.
In un tempo non-tempo, in uno spazio non-spazio, parallelo e avvinto alla realtà, si consuma un dramma-rappresentazione, proiezione fantasmatica del mondo contemporaneo.
“Nonno Petalo, racconta”.(pag.11)
“… Sì. Dimmi dei garofani bianchi, come sono nati?”
“Tanto tempo fa, agli albori della nostra civiltà, esistevano soltanto garofani rossi (o almeno così sembra), e i fiori-Dei circolavano liberamente per le strade di Florandia…” (pag. 13)
Inizia così questo inconsueto viaggio nel surreale, tutto sembra lieve, delicato, un mondo fatto di petali colorati, delle lacrime di Skotos (la notte) che danno origine a garofani neri, e di quelle di Rais (il sole) che generano garofani gialli; un mondo senza padroni, “dove ci si accontenta di poco. Del vento, del sole, di poca terra, di un flebile raggio di luna…” Ma Florandia non è questo universo idilliaco, è una Repubblica di fiori ciechi, aridi, incapaci di vedere il lato poetico della vita… perché per loro la vita è la canzone stonata di un solista… (pag. 25)
Man mano che si procede nella vicenda, ci s’imbatte in inquietanti analogie con la società attuale: lotte per il potere, il prevalere d’interessi individuali, della forza e della sopraffazione. Ma a leggere con attenzione, non sono questi i temi principali del racconto. Guerra, prepotenza, odio razziale, elaborati dalla fantasia dell’autrice, calati in un fantastico paradossale, rimandano ad angosce esistenziali che da sempre tormentano l’uomo: la ricerca dell’identità; la conservazione della memoria, perché
“chi è senza memoria non ha futuro. E un oggetto in sé non è niente…”(pag.72)
il terrore del tempo che passa:
“… qui si cattura l’ombra, così si elude in qualche modo la sorveglianza che il tempo esercita su di noi… L’immagine è nostra, non invecchierà mai… Si esorcizza la morte…” (pag.71)
la ricerca dell’Idea, che non è soltanto riconducibile allo struggimento dello scrittore che scava dentro e fuori di sé, ma è soprattutto ricerca del senso della vita, bisogno di indagare il destino, il suo acre sapore escatologico… E l’espediente narrativo a cui ricorre l’autrice, è l’irrompere di un improvviso io narrante, Tibbs e Tibbs, l’artista e la sua ombra, un “doppio” inconsueto, dove la dualità non riguarda la distinzione tra bene e male, ma tra possibile e impossibile, un mezzo per abbattere i limiti della corporeità.
Inizia così un viaggio allucinato del protagonista all’interno del proprio cervello, un percorso nell’assurdo per raggiungere il luogo della creatività, alla scoperta di quell’Idea che non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva… L’idea ride… sul cadavere di chi avrebbe voluto ammazzarla… va… e si perde nel mondo. (pag.99)
Anche nel secondo racconto, Probobacter, forse meno fantasioso del primo, ma altrettanto al di fuori di ogni logica convenzionale, ci addentriamo in un mondo delirante: immagine amplificata di ciò che l’ottusità dell’uomo può causare. Anche qui due piani di narrazione: il mondo soffocato dai rifiuti urbani, in un parossismo di allucinazioni iperboliche, e la ricerca scientifica per la soluzione del problema, sperimentazione esasperata che condurrà alla distruzione dell’uomo stesso, con la creazione di un batterio killer che finirà col divorare uomo e rifiuti.
Visioni d’incubo, il sogno, la malattia, e ancora un “doppio”, ma questa volta è il riflesso nello specchio e il suo significato allusivo:
“…mi guardo e vedo un tizio che non conosco, un corpo estraneo…” “Chi sei?” “Io sono tu, e tu?” “Anch’io…” (pag.133)
Anche qui, al messaggio palese del tema ecologico, si affianca quello più profondo dell’angoscia di morte; del silenzio; dell’incomunicabilità, la paura di perdere “occhi e bocca”, “…un silenzio affilato di lama che uccide senza rumore”. (132)
In entrambi i racconti, Maria Antonietta Pinna è molto abile nella tecnica dello straniamento:
“Pistillo, fiore cieco e arido si è comprato uno Stradivari senza neanche saperlo suonare; (pag.76) oppure: l’Idea, sì, l’ha vista, è passata di qua. Le è sembrata… come dire… Un po’ incinta; (pag.75) o ancora: Questa povera mosca moribonda… Probabilmente pensa che siamo repellenti. In una parola le facciamo schifo… “ (pag.134)
L’autrice gioca con la fantasia, con le parole, con le immagini; sovrappone i livelli semantici; contrappone primi piani e punti di vista; usa dialoghi a più voci. Il tutto dà origine a un insieme singolare, insolito, che confonde il lettore, lo costringe a leggere e a rileggere, a fermarsi e a riflettere, a decifrare messaggi e simbolismi e, attraverso uno stile veloce, immediato, ma armonioso e musicale, restituisce il gusto della lettura.
Andersen a Livorno
A cura di Vibeke Worm e Patrizia Poli
Hans Christian Andersen (1805 – 1875) è famoso in tutto il mondo per le sue fiabe, fra cui “La principessa sul pisello”, “La sirenetta”, “I vestiti nuovi dell’imperatore”, “Il Brutto anatroccolo”, “La piccola fiammiferaia”, “Il soldatino di stagno”, “La regina delle nevi”
Non tutti sanno che fu anche un instancabile viaggiatore e durante i suoi numerosi spostamenti scrisse molti diari di viaggio.
Nella Biblioteca reale di Copenhagen è possibile consultare le pagine che riguardano il suo passaggio nella nostra città.
La danese Vibeke Worm ha rintracciato per noi le pagine dedicate al soggiorno di Andersen nella nostra città e le ha tradotte dal danese ottocentesco in inglese. Noi abbiamo provveduto a ritradurle in italiano per voi. Lo stile è veloce, guizzante, incisivo.
1833 dal diario
6 ottobre. Abbiamo affittato un vetturino e guidato allegramente le sei miglia verso Livorno. Abbiamo incontrato parecchi cacciatori e ci siamo imbattuti in una bella foresta di querce e in filari di aranci.
Gli Appennini avevano un paio di picchi elevati, per il resto la zona era piatta, e a Livorno è stato tutto un po’ noioso. Una città sporca, con un bel porto dall’acqua verde. Abbiamo visto le coste della Corsica e dell’Elba, è capitato un vapore da Genova, abbiamo parlato con due svedesi e avuto un asino per Cicerone, che ci ha preso 4 franchi e non ci ha mostrato nulla. Ci ha detto cose come: “Ci dovrebbe essere un mercante turco, ma il suo negozio è chiuso, c’è una chiesa con un bel dipinto ma il dipinto manca.”
Il duomo non è niente di speciale, un soffitto carino, ma è tutto sudicio. La chiesa greca era chiusa. Il cimitero inglese fuori la città era tutto tombe di marmo di Carrara, abbiamo trovato anche un paio di sepolture Svedesi.
Per strada abbiamo visto molti greci. La sinagoga, che doveva essere una delle più belle e ricche d’Europa, mi ha fatto una brutta impressione. La gente saliva una scala in un albergo e nella chiesa che sembra la Borsa, tutti avevano il cappello e spettegolavano sulla bocca degli altri. Sudici bimbi ebrei stavano ritti sulle sedie e un Rabbi, su una sorta di pulpito, rideva e scherzava con degli anziani. Per avanzare, Tappernaklet si fece largo a gomitate come se dessero i biglietti per il teatro, nessuno pensava alla devozione. Sopra di noi, nella galleria, sedevano le donne nascoste da una grande griglia, qui dovevano essere trattate come in Spagna ed erano molto timide.
Al porto c’è una statua di marmo di Ferdinando I°, quello sopra il figlio Cosimo II°, con 4 schiavi di bronzo incatenati alla statua, uno, un negro, aveva uno sguardo molto malinconico, era orribile da vedere e sarebbe un onore aiutarlo!
La nostra finestra guardava il mare, il sole era piacevole, giù dietro il faro, era come una nave sull’orizzonte. Le colline erano grigio blu, e delle strane nuvole strappate erano appese in cielo come lance d’oro in cielo. Livorno è brutta, piatta e sporca, ma il cielo, il mare e le belle colline sono una cornice che rende degna la pittura, potrebbe anche essere piacevole stare qui un po’ di tempo.
La gente: specialmente le donne camminano per le strade in tale quantità che sembrano una processione, ho visto dei turchi con teste caratteristiche e bei ragazzi greci. Una spagnola, con neri occhi di fuoco e un velo sottile, mi è passata vicina, com’era bella!
Sul pavimento abbiamo tappeti brillanti, divani orientali, ma ci vogliono dai 5 ai 9 franchi per pranzare, siamo andati in trattoria e abbiamo mangiato con due franchi.
Non si sa se è più bello il cielo limpido e azzurro, il mare blu, o le montagne cerulee. È uno stesso colore in diverse espressioni, è come l’amore pronunciato in tre lingue differenti. (Oggi il nostro vetturino ha cantato una aria d’opera mentre ci guidava fuori strada.)
Lunedì 7 ottobre.
Questa mattina mi sono vegliato al rumore di catene, erano incatenati a due a due, uno rosso e uno giallo. […]
Siamo usciti sul porto. Il molo è coperto da blocchi di pietra color terra. A pranzo eravamo a Pisa. Sono andato alla torre e alla chiesa. Le strade erano un mortorio, mi sono ficcato in vicoli così stretti e silenziosi che mi era presa l’ansia, finalmente mi sono ritrovato in uno spazio verde, c’era una statua colossale di marmo del granduca Leopoldo I° con in mano uno scettro dorato.[…]
Martedì 8 ottobre.
Da Pisa a Firenze. Davvero un’ottima strada, guidavano come matti, siamo arrivati a Firenze in otto ore. Nell’Arno c’era poca acqua...
Livorno Magazine - Periodico di Informazione
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
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Francesco Domenico Guerrazzi: il romanziere animato da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico
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Il piroscafo Andrea Sgarallino
Il piroscafo Andrea Sgarallino
da Livorno Magazine
di Patrizia Poli
L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda gue
I versi Livornesi di Giorgio Caproni
di Patrizia Poli
“Livorno, quando lei passava,
d’aria e di barche odorava”
Giorgio Caproni (1912 – 1990) è nato a Livorno e da noi ha ambientato le sue poesie più belle, quelle dedicate alla madre, Anna Picchi, Annina, denominate Versi Livornesi nella raccolta Il seme del piangere del 1959.
Dal 22 si trasferisce a Genova, e poi a Roma. Fa il commesso, l’impiegato e il maestro elementare. Le sue prime prove sono rifiutate dagli editori, gli viene detto di “aver pazienza”, gli si fa capire che la poesia non è cosa per lui. Ma insiste, oltre alle poesie scrive critica letteraria, recensioni e traduce dal francese “Il Tempo ritrovato” di Proust, “I fiori del male” di Baudelaire, “Bel-ami” di Maupassant e, ancora, Celine e Apollinaire.
Anche quando la fortuna letteraria gli arriderà e vincerà numerosi premi importanti, si terrà sempre appartato e lontano dai salotti, chiuso nel suo dolore esistenziale frutto di numerosi traumi, come la morte per setticemia della prima fidanzata e le sciagure della guerra.
Scrive anche saggi e opere narrative ma la sua produzione più alta si concentra nella poesia. Le sue raccolte più famose sono Cronistoria (43), Le stanze della funicolare, (52), Il passaggio di Enea, (56), Il seme del piangere (59)
Ci sono tre tempi nella poesia di Caproni, il primo è macchiaiolo, carducciano, contiene una traccia dei primitivi toscani e di certi modi cavalcantiani e stilnovistici privi, però, d’idealizzazione spirituale. Ne è un esempio la poesia che segue:
LA GENTE SE L’ADDITAVA
Non c’era in tutta Livorno
un’altra di lei più brava
in bianco, o in orlo a giorno.
La gente se l’additava
vedendola, e se si voltava
anche lei a salutare,
il petto le si gonfiava
timido, e le si riabbassava,
quieto nel suo tumultuare
come il sospiro del mare.
Era una personcina schietta
e un poco fiera (un poco
magra), ma dolce e viva
nei suoi slanci; e priva
com’era di vanagloria
ma non di puntiglio, andava
per la maggiore a Livorno
come vorrei che intorno
andassi tu, canzonetta:
che sembri scritta per gioco
e lo sei piangendo: e con fuoco.
C’è poi una fiammata lirica e neoclassica in Cronistoria e ne Il passaggio di Enea ed infine una progressiva scarnificazione e perdita di lirismo, come se, col passare degli anni, la parola fosse ormai un peso.
“Il rumore della parola, ad un certo punto, ha cominciato a darmi terribilmente fastidio”
La ricerca è tesa alla semplificazione, il verso s’impasta di aulico e prosastico insieme, oscilla fra cantato e parlato (e in questo richiama la linea ligure, in particolare Sbarbaro.) Si rifà comunque a un filone preermetico, alla musicalità descrittiva di Saba e alla metrica di Pascoli. Consapevolmente antinovecentesco, Caproni rifiuta i giochi puramente sintattici e concettuali. Vuole una poesia fatta di bicchieri, di stringhe, di cose della vita quotidiana, il suo è un impressionismo che evita l’idillio e il compiacimento elegiaco, anche la sintassi si riduce all’essenziale mentre sono gli oggetti a prendere corpo.
L’architettura e il controllo della metrica entrano in contrasto con l’urgenza vitalistica, espressa spesso dagli esclamativi iniziali, il periodo non si esaurisce nel verso ma deborda nell’enjambement, il versificare si fa spezzato, rispecchiando l’anima del poeta che tenta di afferrare una realtà sfuggente. Caproni ricorda in questo i Virginia Woolf, il suo senso di crescente insoddisfazione, la sfiducia nella possibilità che la parola riesca a rappresentare davvero le cose.
“Nessuno è mai riuscito a dire
Cos’è, nella sua essenza, una rosa.”
Detesta la logorrea, i versi lunghi. “L’ideale”, afferma, “sarebbe arrivare a scrivere una parola sola, o meglio, andare oltre la parola”. La parola ha per lui valenza negativa, perché limita, è simulazione della realtà. La parola è oggetto essa stessa e, ammesso che la realtà esista, non si può conoscere un oggetto con un altro oggetto.
Caproni usa la rima, l’allitterazione, l’assonanza, l’anafora (ripetizione di parole o espressioni), la prosopopea (quando si fanno parlare animali, oggetti, defunti) e la punteggiatura con valore ritmico. La sua resta un’operazione letteraria e l’assoluta identità fra vita e poesia rimane un’aspirazione, anche se egli tende più narrare che a poetare, rifuggendo dalla sublimazione lirica.
PER LEI
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte della sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
I temi ricorrenti sono la guerra; il dolore; l’esistenza come viaggio - anche in senso chiuso e circolare, un viaggio che riporta indietro, al punto di partenza, al nulla, al non essere, e che è simbolico del passaggio fra un’epoca e l’altra e fra la vita e la morte; la ricerca dell’identità che sfocerà nell’immedesimazione con personaggi mitologici come Enea e che è intesa come modo per trovare gli altri attraverso se stessi; il rapporto con i genitori; la vita popolare di Genova e Livorno. La sua è un’epopea casalinga, una fuga dalla storia che caratterizza molti poeti dell’epoca come Penna, Luzi, Sereni, spaventati dal passare del tempo, dalla distruzione della civiltà contadina.
Nel 1949 torna nella nostra città alla ricerca della tomba dei nonni e la riscopre, ma, ormai, anche Livorno è popolata di fantasmi.
ULTIMA PREGHIERA
Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.
Arriverai a Livorno,
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.
Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.
Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.
Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.
Ricordati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.
Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.
Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accostati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.
Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mòrmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.
Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo.
Annina, fine e popolare come i versi del figlio, non c’è più, non ci sono il suo odore di cipria, la catenina, il tumulto del cuore, la camicetta. Ella, ormai, non si può destare.
IL CARRO DI VETRO
Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch’io andavo dietro?
Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro i cavalli
(neri) senza sonagli.
Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d’inverno.
Fuori c’era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.
Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?
Era la prima mattina
del suo non potersi destare.
Riferimenti
Romano Luperini, Il Novecento, Loescher editore
Walter Cremonti, “I versi livornesi di Giorgio Caproni” dal sito www.latramontanaperugia.it
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Abbattiamo l'armadio a muro. Stava lì da prima...
Abbattiamo l'armadio a muro. Stava lì da prima che io nascessi. Come zeppa ci sono un paio di fogli ingialliti: pagine della rivista Oggi, datate 12 agosto 1954.
Lettere indirizzate al direttore, “egregio signor Rusconi”, qualcuno chiede se la moda giovanile d’indossare il nero non sia offensiva per chi è a lutto, un altro si lamenta “dell’assordante e molesto scoppiettio delle motorette”, poi c’è una foto della sorella del re Faruk, accanto a un articolo sulla possibilità remota che il tabacco provochi il cancro, e, ancora, la reclame delle Gillette, un pezzo che titola: “Un’italiana su tre lavora fuori casa”, dove è spiegato che il lavoro femminile è considerato di scarso rendimento, quindi Rhonda Fleming che si lava con la saponetta Lux, e, infine, la pubblicità di un romanzo B.U.R , Moll Flanders di Defoe, per lire 240.
Giuseppe Benassi, "L'omicidio Serpenti o l'enigma del bosco sacro"
di Patrizia Poli
“L’omicidio Serpenti o l’enigma del Bosco Sacro”
di Giuseppe Benassi
Bastogi, 2010
15,00
Come sempre in Benassi, il giallo è un pretesto per parlare di cultura esoterica, di percorsi alchemici, ai quale egli si accosta non da adepto ma da studioso, affascinato seppur disincantato. In questo romanzo – secondo di una serie che ha per protagonista l’irriverente avvocato Borrani – più che negli altri due, i personaggi restano sullo sfondo, sono incolori come la vicenda attorno a cui ruota la trama, cioè l’omicidio del bel Rosario Serpenti, orafo ex salumiere, che, già dal suo nome, è più di ciò che appare. E tutto davvero si gioca sul contrasto fra ciò che sta dietro alle cose e l’apparenza, fra l’onirico e il reale.
“Pensò nel sogno la sua vita come un’infinita e sempre mutevole galleria di visi o di musi, di volti e di ghigni che si affacciano, salutano, dicono qualcosa o non dicono niente, e poi svaniscono nel nulla.” (177)
Non ci interessa poi tanto – e non interessa neanche all’autore – scoprire perché Serpenti sia stato ammazzato e, in questo secondo romanzo, non ha gran posto nemmeno l’interiorità del protagonista alter ego dell’autore. Tutto lo spazio è occupato dalla speculazione artistico - filosofica che porterà allo scioglimento (nemmeno poi tanto) dell’enigma del Bosco Sacro. Senza svelare troppo, diciamo che, se un filo conduttore c’è nella storia, è quello che parte dal paganesimo rinascimentale e porta fino al surrealismo di de Chirico.
“La psicoanalisi e il surrealismo”, ci spiega Borrani/Benassi, “hanno riaperto la mente dell’uomo, l’hanno ripopolata delle divinità pagane, dopo che, alla fine del cinquecento, Riforma e Controriforma si son date la mano per spegnere la capacità immaginativa di cui il rinascimento, attingendo alla classicità, è stato l’esempio più alto.” (pag 120)
Di questa capacità immaginativa è paradigma concreto il fantastico giardino di Bomarzo, o Sacro Bosco, con le sue forme bizzarre, improbabili, con i suoi mostri, i tempietti e le case inclinate, simboli forse alchemici, congiunzioni di opposti. In questo bosco Rosario Serpenti ha un’esperienza da iniziato, tramite l’olandese Dietrich, suo “maestro”, sorta di Dorian Gray che lo corrompe e, insieme, gli apre la mente. Rosario Serpenti viene ucciso quasi per espiare la colpa di essersi evoluto, trasformato da salumiere in anima libera, in gnostico che non conosce più i confini fra maschile e femminile, fra dentro e fuori, ma diventa una figura androgina, emancipata da convenzioni e moralismi. Oltre all’esperienza mistica-sessuale nel sacro bosco, fondamentale per lo sviluppo di Rosario (che nel cognome già prefigura una specie di uroboro) è la visione dei quadri di De Chirico.
“De Chirico, all’inizio del ‘900, legge le pagine di Nietzsche su Dioniso, e, illuminato da quelle letture, capendo all’improvviso che la rimozione del paganesimo fu uno dei più tragici errori della storia delle idee.” (pag120)
Sono di De Chirico, infatti, le tele che vengono ritrovate in possesso di Serpenti dopo la sua morte. De Chirico apre la mente, sposta i confini di là dal bene e del male e per questo Serpenti dovrà pagare, e, attraverso lui, l’autore punire se stesso ed esplicitare il proprio senso di colpa latente.
Lo stile del romanzo è quello, escatologico/scatologico, tipico di Benassi, che alterna citazioni colte con volgarità da bar sportivo. Traspare come sempre la poca simpatia che l’autore ha per i suoi simili, che sono solo comparse in sogni surreali, che hanno ghigni e non volti, fisicità da sfruttare sessualmente più che anime da abbracciare. Le parti più belle sono quelle, quasi inconsapevoli, dove Benassi dimentica per un momento di voler essere antipatico a tutti i costi e si lascia andare a descrizioni liriche e sentite del paesaggio toscano, con la sua luce, il suo mare, le punte dei cipressi illuminate dal tramonto.
Ricordando le vittime di Costa Concordia
Ci sono eventi che per la loro tragicità forgiano eroi o vili.
Il coraggio, come la paura, non si imparano... o siamo predisposti a diventare eroi oppure siamo solo degli egoisti, pure narcisisti quando tutto va bene. Il resto è tutta gente comune... milioni di persone che vivono la normalità della propria realtà, tra gli Eroi e i vigliacchi, che troppo spesso ne condizionano anche la loro esistenza.
Finché non si è travolti dall'evento, non si può sapere neanche di che pasta siamo fatti. E pertanto questo, per quanto deprecabile, è forse l'unico motivo che mi fa pensare se per viltà si dov'essere pure condannabili.
Ma se nella codardia si aggiunge la falsità fino all'ultimo, non solo per portare a casa il proprio culo sano e salvo, ma anche preventivamente pensando al dopo, a come uscire anche da altre responsabilità, questo non può essere giustificato.
Mentre la gente moriva o scampava alla morte, il Capitano continuava a pensare solo a se stesso... a come non peggiorare la sua già grave situazione per le scelte imperdonabili e sciagurate decise con il suo potere, forse per apparire ancora più bello agli occhi dei più.
Io non sono nessuno... solo una persona che vive la quotidianità... certamente, tantomeno, un Capitano coraggioso. Ma almeno così non rischio di essere un uomo di merda!
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Ad un anno dalla tragedia, vogliamo ricordare le trentadue vittime con la speranza che la Costa Concordia non sia un altro Moby Prince: GIUSTIZIA !
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