La grande scala del Palazzo Legislativo
La grande scala del Palazzo Legislativo (1957)
da El que vino a salvarme (1970)
di Virgilio Piñera
Traduzione di Gordiano Lupi
Il libro mi cade dalle mani, la musica che ascolto sembra noiosa e oscura, disturba il mio udito; parlo con mia madre e sento le parole congelarsi sulla punta delle labbra; scrivo una lettera a M. - ho molte cose da raccontargli - ma dopo due righe interrompo la scrittura. Mi fermo sulla porta del cinema: non mi decido a entrare; non partecipo al venerdì della seducente Eva e non vado neppure al tè della frivola Elena. Proprio loro, con le loro mani, hanno lasciato l’invito sulla mia scrivania. Resteranno di stucco quando sapranno che non parteciperò. Ma come! Mancherò proprio io, l’ornamento dei loro saloni, il sale e il pepe delle loro serate; io, che mando via la tristezza, che elettrizzo i presenti, che scaccio le ombre dai volti e che consolo i cuori angosciati… Il bello è che non soffro, non mi angustia il fatto di non partecipare. Come un servo che ha ancora tempo prima di raggiungere il letto per riposare, sto chiudendo, una dopo l’altra, le porte al mondo.
Sarà che morirò presto? Ma se mi sento pieno di salute, non mi fa male niente, il mio polso è normale, non ho febbre; inoltre, non sono un anziano; ho appena trent’anni. Malgrado ciò, tutto mi cade dalle mani, il poco che faccio viene in automatico, meccanicamente, sono carente di vita e calore. Mi guardo con indifferenza, mi annoia la mia stessa esistenza, vorrei vederla molto lontana da me. Al mattino, lo spettacolo è terribile: tiro fuori una gamba dalle lenzuola e la sua vista mi provoca l’effetto di un animale selvaggio. Raggiungo il colmo dell’orrore quando faccio le abluzioni mattutine e vedo riflessa la mia testa nello specchio. Quella testa… in altri tempi oggetto di ammirazione per i miei occhi, orgoglio per i miei sensi.
Conosco la causa della mia strana libertà. È - non voglio attendere oltre per confessarlo - la grande scala del Palazzo Legislativo. Giovedì scorso sono dovuto andare al Palazzo. Ero molto in ritardo nel pagamento di alcune imposte. Gli uffici dove riscuotono certe imposte si trovano al terzo piano. Ho cominciato a salire la grande scala. All’improvviso mi sono trovato inchiodato al quinto gradino. Ho sentito che mi risucchiava e nello stesso istante mi liberavo da tutto il resto. Era lei, dunque, la sola cosa che mi interessava. Salire e scendere. Ho sceso i pochi gradini che avevo salito e una volta raggiunto il punto dove cominciava la scala ho cominciato una lunga contemplazione. Ho fatto la sensazionale scoperta che un gradino si compone di una lastra verticale e di una lastra orizzontale. Quindi ho avuto la chiara e precisa sensazione che quando saliamo vediamo prima la lastra verticale e, subito dopo, la lastra orizzontale; e che, al tempo stesso, quando scendiamo, vediamo prima la lastra orizzontale e dopo la lastra verticale. Altra rivelazione: visto che a ogni gradino corrisponde un passo delle nostre gambe, accade che finiamo per non sapere se siano i nostri passi a salire lungo i gradini o se i gradini salgano a causa dei nostri passi. Altra cosa di grandissima importanza: i pianerottoli. Non sono luoghi dai quali si guarda la vita dall’alto, non servono a lanciare sguardi di disprezzo sui vili mortali; questi pianerottoli non sono una meta e, proprio per questo, non siamo interessati a fermarci su di loro e a commuoverci con le nostre pene. No, sarebbe molto infantile, molto miserabile considerare il pianerottolo dal punto di vista delle nostre sofferenze. Al contrario, dobbiamo considerarli soltanto come i pianerottoli che sono. E cosa si guarda da tali luoghi? Certo, solo grandini…che scendono se la vista si abbandona in rumorose cascate dall’alto del pianerottolo verso la base della scala; che salgono se gli occhi, armati di scarpe ferrate e di grosse corde, intraprendono la faticosa ascensione in direzione del prossimo pianerottolo. Per parlare di loro: sono dodici i pianerottoli di questa grande scala in marmo rosa del Palazzo Legislativo, cupo edificio la cui costruzione è molto precedente rispetto alla scoperta dell’ascensore.
Bene, se come ho detto, il primo e il secondo di tali pianerottoli ci consentono di contemplare, secondo i capricci dell’occhio, il gioco ora ascendente ora discendente dei gradini, non accadrebbe la stessa cosa se ci trovassimo posizionati nel terzo pianerottolo di ogni piano. L’architetto che ha progettato questa scala l’ha messa in una curva così ripida, ad angolo acuto, che non permette di vedere, neppure sporgendosi, nessuna parte della scala. Effetto sconcertante, direi che è persino capace di far perdere d’animo. Quando raggiunsi per la prima volta quel pianerottolo capriccioso del primo piano, siccome non vidi i gradini che avevo lasciato alle mie spalle così come quelli che mi avrebbero condotto al secondo piano del Palazzo, sentii che le mie gambe si impuntavano come cavalli piantati davanti all’abisso. Dispiacere, angoscia, instabilità si impadronirono di me, mentre gli occhi, privi di un punto di riferimento, si muovevano follemente nelle loro orbite come inutili scoiattoli nella loro ruota. Ma non potevo voltarmi indietro: mi mancavano ancora due piani. Feci un enorme sforzo di volontà e continuai ad andare avanti. Improvvisamente, come una zampata di tigre, mi si presentò di nuovo la scala in tutta la sua grandiosa maestà. Ah, quanta inutile allegria! Subito tornai ad abbattermi e caddi nella stessa disperazione: dopo aver salito pochi scalini mi capitò di guardare ciò che lasciavo alle mie spalle. I miei occhi non poterono scoprire neppure la traccia di un pianerottolo.
Come si poteva supporre non pagai l’imposta. In cambio, per tre volte consecutive salii e scesi la scala. L’ora era propizia, avevo un folto pubblico, io ero uno dei tanti che saliva quei sublimi gradini e nessuno si tratteneva dall’indicarmi con un dito accusatore. Inoltre, non poteva essere che parte di quel pubblico si trovasse in quel posto per i miei stessi motivi? In ogni caso non è importante. La scala è monumentale, la sua notevole ampiezza permette che tramite lei salgano e scendano comodamente fino a dieci persone, le quali, sia detto en passant, non mi fanno né caldo né freddo. Adesso ricordo che un suicida si gettò dall’alto di questa scala circa un anno fa. Non lo giudico e ancor meno lo maledico per aver macchiato con il suo sangue le stupende scale. Allo stesso modo non mi prendo gioco del triste pazzoide che si fece venire la voglia di defecare su quei gradini di marmo. Per l’uno come per l’altro la scala aveva un significato ben preciso. La scala ha una qualità singolare: è sempre lei stessa ma rappresenta anche la libertà di chi la sceglie.
La mia libertà! Ho affittato una casa davanti al Palazzo. Dalla mia finestra la osservo come un amante e, in silenzio, sono molto grato a un impiegato che di notte lava quei gradini. Per caso ha scelto anche lui la sua libertà? Un contrattempo facilmente rimediabile: ogni sabato e domenica il Palazzo è chiuso. In quel caso percorro la scala del Liceo, più modesta, quattro pianerottoli semplici e marmi grigi, ma, nonostante tutto, placa la mia ansia di libertà e mantiene in forma le mie gambe per le grandi giornate al Palazzo Legislativo.
Per quel che concerne la seducente Eva, la frivola Elena, l’amico, la musica, il libro, il cinema, gli incontri erotici, le vacanze in spiaggia, i foruncoli sul volto, le condoglianze, i raffreddori cronici, il tram… ogni cosa è dimenticata. Mi interessa soltanto la grande scala del Palazzo Legislativo. La mia libertà dipende da lei. E se demolissero il Palazzo e con lui questa stupenda libertà? Non mi perderei d’animo. La città possiede altri palazzi e altre scale. Per esempio, quelle del Palazzo di Giustizia: monumentale, con marmi screziati, con sessanta pianerottoli e angoli intricati. Credo che guadagnerei nel cambio. Non vi sembra?
VIRGILIO PIÑERA (1912 – 1979) - Teatro dell’assurdo, poesia modernista e narrativa fantastica di uno scrittore pericoloso che non si è mai piegato al regime cubano.
Emanuele Marcuccio, "Pensieri minimi e massime"
Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
prefazione di Luciano Domenighini
postfazione di Lorenzo Spurio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Prezzo: 7,60 Euro
Parafrasando Shakespeare (cfr. La Tempesta, atto IV, scena I), siamo fatti della materia di cui sono fatte le stelle: principalmente di atomi di carbonio e di carbonio sono fatti i diamanti. Immensa come le stelle è la vita, preziosa più dei diamanti (aforisma 69)
Non è un saggio né una silloge poetica “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio bensì una raccolta di ottantotto aforismi più una appendice che costituisce parte integrante dell’opera.
L’aforisma 14 è l’enunciazione della poetica di Marcuccio: “Nelle arti, come nella vita, se c’è spontaneità, c’è anche personalità.” L’autore ci appare come un giovane che annota i suoi pensieri, “semplici ma profondi”, come egli stesso tiene a precisare, un giovane d’altri tempi, imbevuto di poesia, da Leopardi, a Pascoli, a Shakespeare, un giovane che si abbevera alla fonte poetica, che ne trae consolazione. Non fa mistero del suo bisogno di recuperare uno sguardo meravigliato sul mondo, il fanciullo pascoliano che è in noi, l’espressione semplice, le parole povere e ripetute ma non prive di valore, la genuinità di baci e abbracci in un rapporto d’amore che è anche dialogo, raccontarsi la vita come dono. È significativa l’insistenza sul concetto di “meraviglia”.
L’autore alterna questa enunciazione istintiva con riflessioni più articolate, più intellettuali, forse estrapolazioni e rielaborazioni di saggi, e addirittura con echi da tragedia greca: “Cupo è il nostro tempo, cupa è la scena di questo mondo e il nostro sentire in una tempesta si inabissa.” (aforisma 42)
Mentre riflette sulla lirica, ha barlumi poetici egli stesso: “L’anima del mondo ha ali ad abbracciare il tutto” (aforisma 32).
Marcuccio conosce la poesia e le sue figure retoriche, il correlativo oggettivo che passa da Eliot a Montale – nell’appendice compie, infatti, un notevole e avvincente excursus attraverso i secoli, da Omero a San Francesco fino a Ungaretti – ma è convinto che alla base di tutto ci sia, sempre e comunque, l’ispirazione, vista come folgorazione irrazionale, o meglio pre-razionale, scorciatoia intuitiva.
L’ispirazione è come la grazia divina, un dono, un capriccio degli dei che investe il poeta, che è solo un recettore, un vaso che attende l’illuminazione, senza la quale c’è solo arido e sterile artificio. Il poeta deve porsi in ascolto, attendere questa voce, questa luce che lo colmerà, che lo trasfigurerà. Solo in seguito potrà rielaborare, limare, ricostruire il materiale grezzo che è, però, già di per sé diamante.
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"Pensieri minimi e massime" di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Patrizia Poli
"Pensieri minimi e massime" di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Patrizia Poli prefazione di Luciano Domenighini PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47 Parafrasando Shakespeare (cfr
Fabio Marcaccini, "Buongiorno anche a te"
Prefazione di Patrizia Poli
Oltre ogni inganno, l'uomo, il poeta Marcaccini, è solo. Solo di fronte alla sua coscienza, solo con la consapevolezza dei propri umanissimi errori e di ciò che non sarà mai piu', solo di fronte al tempo che se ne va. Niente piu' abbellimenti, niente illusioni, bensì parole, pulite e scabre. Egli trova conforto nella natura, madre e non matrigna, intesa come archetipo, elemento primigenio. Il mare sarà quindi il suo mare di Calafuria, ma anche “il mare” di tutti noi, il mare di ogni epoca ed ogni vita. Di fronte all'onda, allo scoglio, alla risacca, come di fronte all'aquila e alla vetta, egli sarà ancora una volta solo col suo dolore, appena mitigato, a tratti, da tenui bagliori di speranza. Come unico riscatto, l'Amore, ormai scevro da connotazioni profane, capace di sublimare la carnalità in un dolcissimo sentimento che unisce e redime, che solleva al di sopra delle brutture del mondo. Insieme all'amore, l'amicizia, sempre desiderata e sempre tradita da coloro in cui si era riposta fiducia. Ultimo ma non certo ultimo, l'affetto paterno, che trasmette il testimone a chi viene dopo di noi, a chi si ama di un amore smisurato ed infinitamente indulgente. La poesia di Marcaccini ci tocca nel profondo, perché sgorga dall'umano bisogno di redenzione e dignità, contro tutto e tutti.
Gianfranco Menghini, "Follie sulla costa"
Follie sulla costa
Gianfranco Menghini
Booksprint edizioni
pag 292
La protagonista di “Follie sulla costa” di Gianfranco Menghini è, appunto, la Costa Azzurra, col suo mare tremulo e luccicante, i suoi bagliori di luce dorata, calda, di vita spumeggiante al sapore di Dom Perignon. Accattivante l’atmosfera del Festival di Cannes. Par di sentire l’odore del salmastro portato dalla brezza, par di calpestare il tappeto rosso in bilico su tacchi vertiginosi. Al centro di uno schema amoroso da commedia degli equivoci e degli intrighi, ci sono Henry e Christine, marito e moglie, attorno ai quali ruota una folla di personaggi, amici e non, accumunati dal desiderio di godersi la vita, soprattutto sessuale, con tutti i mezzi, leciti e illeciti.
Il romanzo denota conoscenza e interesse per i meccanismi di un certo tipo di società benestante ed è utile per capire come funziona una mente maschile. Intrighi e cattiverie da fiction, boccacceschi scambi di coppia si snodano attraverso l’operato di mariti fedifraghi ma un po’ coglioni, di mogli costantemente in fregola e dalla libido così improbabile da non sfigurare in un articolo di Man’s Health, però furbe e quasi innocenti nella loro spudoratezza. Personaggi senza chiaroscuri, tutti, più o meno, deplorevoli e amorali, come in un film di Vanzina. La licenziosità, seppur ironica, ha cadute di stile, i dialoghi sono frutto di ovvie fantasie maschili, il periodare è lungo, non disteso.
Tratto da "Nessun luogo è lontano"
"Può una distanza materiale, separarci davvero dagli amici?
Se desideri essere accanto a qualcuno che ami, non ci sei forse già?..."
"Vola libera e felice, al di la dei compleanni, in un tempo senza fine,
nel persempre.
Di tanto in tanto noi ci incontreremo -quando ci piacerà-
nel bel mezzo dell' unica festa che non può mai finire."
Richard Bach
Tre romanzi di Margherita Musella
"Ci beviamo un caffé", "Ci vuole poco, anzi niente" e "Non dimenticare di essere felice" sono tre romanzi di Margherita Musella per le dizioni Kimerik.
"Ognuno viene al mondo per accumulare esperienza e imparare ad affrontare i problemi, sconfiggendo la paura.”
Credo che questa sia la filosofia di vita di Margherita Musella.
I suoi tre libri sono un crescendo di situazioni e migliorano anche come stile. Se il primo, “Ci beviamo un caffè”, ha delle incertezze, come se l’autrice si presentasse in punta di piedi e si chiedesse: “Ma, davvero, io posso scrivere?” il secondo denota una presa di coscienza anche personale. Questo è il mio stile, dice Margherita, questa è la mia voce, queste sono le cose che io ho da dire.
Già nel secondo libro lo stile sale di tono. Il terzo, poi, ha un linguaggio pulito e sobrio, che ti fa vivere con semplicità emozioni e situazioni Il personaggio di Carlo, un ragazzino vittima di bullismo, è il più letterario dei suoi. Ed è strano come, proprio un personaggio maschile, per il quale l’autrice sente di non essere portata, sia invece, a detta di tutti, il più riuscito. Nessuno, più di Margherita, sa descrivere la sensazione di precipitare in un gorgo senza uscita, quando, giorno dopo giorno, scendi sempre più, avvolto nelle spire di qualcosa da cui non ti puoi liberare. Fino a toccare il fondo, fino alla disperazione.
Ma disperazione è una parola che Margherita non accetta.
E lì nasce lo scatto, la risalita, la rinascita.
Il pensiero di Margherita è supportato anche da letture e studi. Lei sa che non tutti accettano il suo credo positivo e pieno di speranza, ed è pronta a subirne le conseguenze, il martirio intellettuale e sociale, e ad amare chi la disprezza.
Margherita ha un viso mutevole, che rispecchia il fluire delle sue emozioni, è una persona che è facile ferire ma che sa accettare la sofferenza meglio di chiunque altro.
Paolo Pappatà, "Sconclusioni"
Sconclusioni
Paolo Pappatà
Lulù.com
Lei era così.
Trascorreva, fluiva, scivolava via.
Ma non era acqua, questo no, davvero, da giurarci. Anche se dagli umori spesso limpidi, dalle frasi sgocciolanti voglie e tremori, evaporazioni e condense, dalle risate fluenti come torrenti irruenti e dal corso segnato, dal letto già tracciato.
Ho deciso di leggere Paolo Pappatà quando l’ho sentito dire che a scrivere non si diverte (e nemmeno io) che scrivere è sofferenza e ha paura della pagina bianca (e pure io). Questo è uno che ci capisce, mi sono detta, e, infatti, ci capisce davvero.
“Sconclusioni” è una raccolta di racconti, e sconclusionati sono, appunto, i protagonisti, maschi troppo estenuati per avere ancora dei valori, per ricordare una vita dove, almeno, si soffriva. Persi dietro a donne che non li vogliono, fra un rave party e un concerto, donne “lucide e ciniche” che “sorridono senza sorridere”, donne come la senza nome Jay Blonde, miraggio femminino, sempre sfuggente possibilità d’amore. Velleitari e pigri, anarcoidi ma esclusivamente di maniera, capaci solo di arrotolarsi un’altra canna, perdere un’altra partita di biliardo, bere un’altra Ceres.
Uno stile estremamente studiato, quello di Pappatà, che non lascia proprio nulla al caso e non è mai banale. Fa il verso agli americani, non ultimo Updike, ma solo un po’ e in modo personale. Il suo linguaggio è pieno di rime, di assonanze, di allitterazioni che stonerebbero in chiunque altro ma non in lui. Particolarissimo il punto, a finire frasi che non finiscono in un mondo in cui, invece, tutto finisce.
Almeno nel suo caso non è vero che “non c’è un briciolo di poesia, nemmeno un po’ di prosa.”
Ci sono entrambe, eccome.
Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, "Telefonate anonime"
di Patrizia Poli e Ida Verrei
Un’opera narrativa a quattro mani, “Telefonate anonime” di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi, frutto della singolare collaborazione fra un’autrice esperta e più matura e un giovane scrittore. Insolito sodalizio, che dà vita ad un breve romanzo dal sapore minimalista, dove freschezza ed ingenuità narrative si mescolano ad una sapiente strategia descrittiva, che riesce, attraverso il racconto di una normale quotidianità, ad imbrigliare l’attenzione del lettore.
Il testo parte come romanzo giallo-rosa ma elude entrambe le premesse evolvendo in una storia di agnizioni, di parentele riscoperte, di eredità. È soprattutto sviluppo e presa di coscienza di una giovane personalità femminile, un po’ timorosa all’inizio, ma più strutturata nel finale. Giada è una giornalista della moda, non donna in carriera, soltanto una ragazza che vive senza particolari ambizioni la propria routine lavorativa e sceglie solitudine e autonomia in un piccolo centro Toscano. Ma quando il caso la conduce ad intraprendere una nuova, breve esperienza nella Capitale, accoglie con entusiasmo l’occasione che le viene offerta, certa di ricavarne un arricchimento professionale e personale. Conosce e sfiora un mondo che l’affascina e la intimidisce nello stesso tempo, ma ne scopre ben presto falsità ed ipocrisia. Tuttavia non sarà questo a sconvolgerle la vita, quanto un inaspettato evento che viene dal passato e che la costringerà a interrompere la sua avventura romana.
La storia si snoda attraverso momenti dall’apparenza insignificanti, circostanze ed episodi che vengono descritti minuziosamente, quasi avessero valore simbolico proprio di quella normalità che appartiene al quotidiano di una persona qualunque: il caffè preso in un bar con un’amica, una brioche che si sbriciola, un uomo sudaticcio che sfoglia un giornale, un abito macchiato d’inchiostro. Certe rappresentazioni scrupolose dell’arredamento diventano quasi sostituto di emozioni.
La notizia di un delitto arriverà a colorare di giallo la narrazione. Ma anche questo rientrerà presto in quell’ordine di eventi in cui ci si imbatte ogni giorno.
“Le telefonate anonime”, alle quali si accenna nell’incipit, restano per tutto il corso della narrazione un accadimento ignoto e inesplorato; soltanto nel finale troveranno la loro collocazione e condurranno al recupero di emozioni e sentimenti, prima sconosciuti o rifiutati.
Lo stile è necessariamente standard, si sente lo stacco fra una mano maschile e una femminile ma questo arricchisce di spunti la narrazione.
Il silenzio: maneggiare con cura...
Camera anecoica
di Federica Vitale
Forse non tutti la conoscono, ma la camera anecoica è un vero prodigio che può indurre persino alla pazzia. E se c’è chi cerca il volume e il frastuono di cui la nostra vita è spesso contraddistinta, ci sono anche quanti si avviano, al contrario, alla ricerca quasi introspettiva dell’impareggiabile suono del silenzio.
Ebbene, quest’ultima necessità è stata finalmente esaudita dagli Orfield Laboratories, una società di Minneapolis, che è riuscita a costruire la più avanzata camera anecoica al 99,99% fonoassorbente. Ma di cosa si tratta di precisamente? Dal greco “priva di eco”, la camera anecoica è una delle invenzioni umane che, grazie alle componenti di cui è caratterizzata, la sua forma, le dimensioni ed i materiali fonoassorbenti e fonoisolanti, al suo interno è davvero impossibile sentire qualsiasi tipo di rumore.
Lo scopo di questo tipo di camera e le sue funzioni sono molteplici ed essenzialmente fanno parte dell’ambito scientifico-industriale. In particolare, la camera anecoica è servita per misurare livelli di rumore minimi, altrimenti difficilmente calcolabili. Inoltre, ci si è serviti della particolare camera per la sua capacità di prevenire rumori ed interferenze provenienti da qualsiasi tipo di elettrodomestici, orologi o automobili e da qualunque altro tipo di prodotto che potrebbe provocare inquinamento acustico o superare i decibel massimi stabiliti dalla legge.
Ma non solo. La camera anecoica si è rivelata persino uno strumento fondamentale per compiere ricerche cliniche sulla sordità e, addirittura, per sottoporre a test gli astronauti della Nasa. Ma le sue applicazioni non si limitano solo a questo: chi meglio di un musicista potrebbe, infatti, apprezzare una stanza del genere? Fu John Milton Cage il primo musicista a rimanerne totalmente assuefatto dalle incredibili possibilità della camera. Erano gli anni ’50 quando il grande compositore, dopo essere entrato nella camera anecoica di Harvard, compose uno dei suoi più grandi successi. Si trattava di ben 273 secondi di assoluto silenzio in cui l’uomo, nel suo essere fatto di battiti, respiri, sbadigli, divenne lui stesso musica.
Tuttavia, la camera è nota anche per indurre l'uomo a spazientirsi dell'assordante silenzio che vi impera. Nessun uomo, infatti, è mai riuscito a trascorrervi all’interno un lungo periodo di tempo. Si aggira ad un massimo di 45 minuti il record di resistenza all'assoluta assenza di rumori che, per fastidio, può eguagliare il chiasso irritante del martello pneumatico.
Ciò accade perché il generale silenzio provoca nell’uomo perdita d’equilibrio fisico e psicologico, senso di smarrimento e allucinazioni. Lo stesso Steven Orfield, il responsabile della struttura, spiega come all'interno della sua camera anecoica, una volta spente le luci, sia possibile sperimentare la più completa privazione sensoriale alla quale l’uomo difficilmente riesce a resistere.
Ultima curiosità. La stanza è rientrata nel 2008 a far parte del Guinness dei Primati come luogo più silenzioso del mondo. Chi si offre volontario per sperimentare il vuoto più silenzioso al limite della follia?
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Camera anecoica: l'assoluto silenzio che può portare alla follia
Dettagli Scritto da Federica Vitale Forse non tutti la conoscono, ma la camera anecoica è un vero prodigio che può indurre persino alla pazzia. E se c'è chi cerca il volume e il frastuono di cui la
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Vincenzo Calò, "C'è da giurare che siamo veri"
Iniziamo col dire cosa non è presente in questa silloge di sedici poesie, o meglio poemetti filosofico-ermetico-esistenziali, con cappelletto prosaico introduttivo.
Di sicuro non c’è la natura, non ci sono il mare e le montagne, non ci sono l’infinito e il vago leopardiano, non c’è il particolare pascoliano. Non ci sono nemmeno “i cocci aguzzi di bottiglia” o “il meriggiare pallido e assorto”, anche se l’evoluzione ermetica è ovvia. Qui c’è semmai un giovane che si atteggia a poeta maledetto e si diverte a giocare col lettore. Lo immaginiamo chiuso una stanza, con gli occhi pesti, perso davanti al monitor del pc. Al massimo “girovaga per casa” e “ciabatta un po’ in giro”. Ci schiude uno spiraglio da cui s’intravede il microcosmo d’un io poetico inflazionato perché pieno di dubbi, di senso d’inferiorità e inadeguatezza, concentrato su se stesso nei gesti di una quotidianità spiazzante. Siamo veri in queste condizioni, si chiede, sono vere le relazioni che restano virtuali, che non maturano mai, è vera la vita di un ragazzo che si vota “all’astinenza sessuale”?
Vincenzo Calò fa riferimento a un vissuto simulato, catodico, che si esplicita in social network, in reality show, in una fredda modernità di telefoni, schermi, fiction e connessioni internet, quasi a sostituzione dei sentimenti e della gestualità. Ma sotto, o meglio dentro, a questo universo sigillato, c’è spazio per tutto ciò che da sempre ha accompagnato i sogni della gioventù, in primis l’amore, appena intravisto nella sineddoche di uno smalto per unghie che è insieme vanità, vuoto, velinismo ma anche forma, donna, femminino, e che da solo non basta, tuttavia, a colmare la solitudine, le fobie.
“Nasciamo per donarci al di fuori, per calcolare una vergogna”, “Dalla paura di misurarsi” (pag 24)
Attraverso tutto l’elucubrare di Calò è presente una ricerca di Anima, di Essenziale, di fuga dalla freddezza. Perché esistere, “essere veri” è “afferrare la vita con labbra sincere”.
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