Roberto Baldini intervista Adriana Pedicini
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Il Giornale Di Roberto B.: Intervista Ad Adriana Pedicini
Cari Amici, oggi la mia penna parlerà della bravissima un'autrice davvero in gamba. Quindi, senza ulteriore indugio, lascio la parola alla simpaticissima Adriana! Ciao Adriana! Grazie per il tempo...
http://scrivoleggo.blogspot.it/2013/06/intervista-ad-adriana-pedicini.html
Il nuovo cimitero ebraico
Il cimitero ebraico di Via Mei, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto all'altro in via Ippolito Nievo (che conserva solo salme dell'ottocento e giace in stato di decadenza) poiché è stato aperto nel 1900. È di grande valore storico, vi sono state ricoverate le lapidi e i cenotafi (non i resti) dei primissimi cimiteri della comunità ebraica, addirittura risalenti al seicento ormai demoliti.
Con le leggi Livornine del 1593 la comunità ebraica divenne sempre più numerosa in città e richiese terreni di sepoltura più ampi. La legge giudaica vuole che il corpo sia interrato, non chiuso in colombari o loculi dove si ha una decomposizione innaturale, e mai spostato dal luogo d'inumazione originaria. Ciò comporta l'ampliarsi a dismisura dei camposanti. Il primo cimitero si trovava nei pressi della spiaggia della Bassata, il secondo vicino alla Fortezza Vecchia, il terzo in via Ippolito Nievo e l'ultimo, quello di cui vi parliamo, in Via Mei.
Costruito su disegno dell'architetto Alberto Adriano Padova, ha all'ingresso, accanto al cancello in ferro battuto, una fonte in marmo e pietra serena con un'immagine che ricorda un pozzo. Essa porta la data 1901, anno successivo all'apertura del sepolcreto. L'acqua serviva per lavarsi all'uscita poiché attraversare un cimitero era considerato impuro.
In un angolo scopriamo blocchi di marmo accatastati alla rinfusa. Sono stati rinvenuti durante la demolizione di alcune case popolari in una zona periferica della città. Pare siano appartenuti a un camposanto smantellato dopo le leggi razziali.
Il cimitero si presenta ampio, ben curato, gradevole, ricco di vegetazione dal valore simbolico come ulivo e bosso. Le tombe non hanno fotografia poiché il culto delle immagini è considerato idolatria e non si usano fiori come offerte bensì sassi. Alcune lapidi hanno degli incavi appositi dove inserire le pietre. Le tombe sono di diversa natura, dalle più semplici, alle cappelle di famiglia con motivi neogotici, colonne a tortiglione o marmo bicolore.
Come abbiamo detto, qui sono conservate le lapidi più antiche, a forma di prisma triangolare, simili a quelle contemporanee dell'antico cimitero degli inglesi. Le decorazioni più arcaiche sono di natura pagana e laica: falene, faci, uccelli, serpenti che si mordono la coda, simboli massonici. I sacerdoti hanno scolpite sulle lapidi mani benedicenti con le dita aperte. Durante la vita, i sacerdoti ebraici non possono entrare nel cimitero, considerato, come abbiamo detto, luogo impuro.
Le tombe più moderne mostrano una progressiva riscoperta della religione e dell'ortodossia, con un abbondare di stelle di Davide e di menorah, i candelabri a sette braccia che in origine proteggevano, nel tempio di Salomone, il sancta sanctorum dove era conservata l'Arca dell'Alleanza.
Gli ebrei livornesi sono principalmente di origine sefardita, anticamente parlavano un dialetto ebraico portoghese, il bagitto, che ha influenzato nettamente il vernacolo nostrano con parole in uso ancora oggi come sciagattare e bobo.
I nomi sulle lapidi ricordano molte delle più illustri famiglie del commercio livornese, dai Corcos, agli Attias, ai Chayes, famosi per la lavorazione del corallo. Troviamo alcuni eroi delle guerre d'indipendenza, un librettista della Cavalleria Rusticana, la poetessa Angelica Palli, ed è sepolta qui la famiglia dell'ebreo livornese più famoso al mondo, Amedeo Modigliani, ricordato solo con una lapide poiché le sue spoglie si trovano nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi
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La Lapide alla Memoria (clicca per ingrandire) Le tombe di Cave e Bondi La tomba di Leonardo Lusena Il cimitero ebraico di Via Mei, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto ...
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Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"
Vita da Giornalaia
Aldo Dalla Vecchia
Vi proponiamo un’anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo.
C’è un attore al centro della scena e c’è una voce fuori campo che pone delle domande. Quello che potrebbe essere un lungo monologo si trasforma in un’intervista, dove il ruolo dell’intervistato e dell’intervistatore si scambiano. A subire un fuoco di domande, infatti, è colui che per abitudine, per professione, per competenza, di solito le ha sempre fatte: lo scrittore, giornalista e autore televisivo Aldo Dalla Vecchia.
Aldo racconta la sua gavetta di figlio d’industriale che ha sempre amato la parola scritta più dell’azienda di papà. Fin da piccolo ha avuto nel sangue il desiderio di diventare giornalista. Lasciato Chiampo, piccolo paese del vicentino, per Milano – città della quale s’innamorerà al punto da piangere di gioia ritornandovi dopo un “brutto” soggiorno romano – Aldo comincia un iter fatto di telefonate in tutte le testate. Si arma di gettoni, occupa una cabina e chiama la “spettabile redazione”. Alla fine qualcuno risponde. Da “Epoca” a “Sorrisi e Canzoni tv”, Aldo si fa strada nei giornali più importanti, dove si occupa di costume e di gossip, di musica, di spettacolo, di arte.
Ma Aldo appartiene anche a quella generazione che ha vissuto il passaggio dalla tivù di stato a quella commerciale. Da una televisione ingessata, didascalica, moralista, si ritrova catapultato in un’emittente fantasmagorica e yuppi. È la nuova tv del biscione, quella dei mitici anni ottanta, dei lustrini, con tutti i chiaroscuri del caso.
Aldo viene accolto in Mediaset e ne vive forse il periodo più innovativo e brillante, quello degli esordi, del Drive in, della Milano da bere. Firma un programma che resta nella storia della televisione “Target”, partecipa a “Verissimo”, a “il Bivio” e a “Giallo Uno”.
Tutto il monologo è una scoppiettante rievocazione di tanti anni di televisione e di mille incontri, da quelli con i miti come Mike Bongiorno, a quelli con personaggi colorati e istrionici come l’amico Malgioglio, Platinette, Moira Orfei, la sensuale Alba Parietti dei tempi del glorioso sgabello. Scorrono sotto i nostri occhi tutti i big: Raffaella Carrà, Mino Reitano, i Pooh, Rita Pavone, Miguel Bosè, Amanda Lear. Il pezzo è tutta una carrellata di soubrette e soubrettine, di personaggi chiacchierati, come Nina Moric e Fabrizio Corona, ma anche di contatti professionali importanti, di maestri del giornalismo e della televisione come Maurizio Costanzo.
Il tono è disteso, ironico, facile ma in grado di ricostruire dall’interno un mondo che tutti noi conosciamo solo superficialmente, senza renderci conto del lavoro che c’è dietro, della fatica anche fisica. Immaginiamo l’impegno, gli appostamenti in attesa del vip di turno, la difficoltà di ottenere l’esclusiva di un’intervista, il lavoro certosino che sta alla base di un programma, la dedizione e la passione di chi non conosce domeniche o feste comandate.
Si spazia attraverso tutta la storia della televisione, da “Pippi Calzelunghe” a “La Casa nella Prateria”, da “Michele Strogoff” a“Drive In”, da “Orzoway” al “GF” - autentico spartiacque fra ciò che lo ha preceduto e la grande stagione del reality – e, ancora, dalla tivù generalista ai canali digitali.
Il testo si apre in due direzioni: da una parte l’approfondimento saggistico, dall’altra la memoria. Le due componenti si fondono in una sola, cosicché l’excursus attraverso la storia della televisione è tracciato sul filo di una prepotente nostalgia personale.
“La fine degli Anni Settanta segnò per noi piccoli telespettatori un passaggio epocale e uno choc assoluto ma benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5 dove ritrovai molti dei miei beniamini. Il primo è stato Mike; dopo di lui, arrivarono Loretta Goggi, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Corrado: tutti transfughi dalla Rai.”
CriticaLetteraria: #Anteprima: Aldo Dalla Vecchia, "Vita da Giornalaia"
Vi proponiamo un'anteprima teatrale dal sapore del tutto esclusivo che dovrebbe uscire a breve anche come testo narrativo. C'è un attore al centro della scena e c'è una voce fuori campo che pone ...
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Vincent Spasaro, "Il demone sterminatore", recensione di Gordiano Lupi
Vincent Spasaro
Il demone sterminatore
Cronache dal fiume senza rive
Edizioni Anordest – Pag. 682 – Euro 15,90
Non c’è modo migliore per presentare Il demone sterminatore che prendere in prestito le parole dette nel corso di una recente presentazione da Eugenio Saguatti: “Non saprei come collocarlo in libreria. È un dark-gothic-horror-fantasy-epic-adventu e altro ancora. Consigliato a chi ama le robe fosche, apprezza gli sconfinamenti di genere, cerca personaggi complicati, fuori dagli stereotipi, vuole una lunga e sporca avventura. Vivamente sconsigliato a chi pensa: il fantasy è per ragazzini, non somiglia per niente a Tolkien, che palle, non ci sono elfi, il fantastico italiano non produrrà mai niente di valido ed esportabile”.
La collana Criminal Brain di Edizioni Anordest colma un vuoto in tema di saghe fantasy per adulti con un romanzo innovativo, scritto da Spasaro, senza dubbio ispirato dalla narrativa horror - fantastica di Alan D. Altieri e Valerio Evangelisti.
Tre cacciatori inseguono un pericoloso criminale che si è macchiato del più orrendo dei delitti, si muovono lungo un fiume senza rive, cercano di catturare un terribile demone sterminatore che potrebbe essere ovunque, nascosto in un mondo fatto di tranelli, dove le radici degli alberi si cibano di bambini indifesi. Un dark fantasy originale e ben scritto, con un linguaggio poetico e letterario, curato nelle descrizioni degli ambienti fantastici, come una scenografia di un film di Mario Bava, dai colori cupi e accesi tipici del gotico, ma a tratti angoscioso come un vecchio postatomico. Un esempio di stile: “Le mie terre sono monti torreggianti a meridione e un mare ghiacciato a Nord. Sono cresciuto su di un porto che puzzava di pesce di altura. Venuto su con addosso la puzza di pesce e il freddo intenso nelle ossa, e ormai ho l’impressione, a tanti anni di distanza, che me li porterò dietro finché campo, anche su questo fiume dove non si è mai visto alcun pesce”. Ogni capitolo è un canto, ogni singola storia si fonde e si concatena alle altre, senza la minima sbavatura, andando a comporre un corpus fantastico che crea un mondo infernale, apocalittico, oscuro, dove a ogni angolo si nasconde un pericolo.
Vincent Spasaro parte dalla tradizione per scrivere cose originali, omaggiando i classici. Intende il dark fantasy come il fantasy di Howard (Conan il barbaro), Smith (le storie dell’universo Zothique) e Lovecraft, autore onirico che conosce bene. I suoi maestri sono gli scrittori americani degli anni Trenta che facevano capo alla rivista Weird Tales. Il suo fantasy è molto oscuro, non è certo un Tolkien per ragazzini, ma ricorda molto da vicino George Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco). Riconosciamo tra le letture di Spasaro il fantasy oscuro di Micheal Moorcock (Elric di Melniboné) e di Robert Hodstock. Non mancano riferimenti alla narrativa horror di Stephen King e Clive Baker, ma anche al fantastico di Jack Vance, Poul Anderson, Ursula K. Le Guin, Dan Simmons e Serge Brussolo.
Abbiamo avvicinato Vincent per porgli alcune domande.
Perché un dark fantasy dopo il Segretissimo edito da Mondadori?
Perché mi piace variare. Fermo restando che amo scrivere di cose oscure, ritengo umilmente che il mio spettro narrativo sia abbastanza ampio. Avevo gran desiderio di pubblicare qualcosa di molto epico e tragico, un racconto che interessasse non solo un mondo ma un universo pieno di leggende, storie, religioni e società variegate, e impiantarvi una tragedia. Credo nella forza catartica della narrazione di storie. Volevo cimentarmi stavolta con qualcosa di molto variegato, senza necessariamente aderenze col reale come è stato invece per Assedio. Un omaggio a molti dei miei scrittori preferiti come Lovecraft, Moorcock, Brussolo…
Credi che il fantasy per adulti possa avere un mercato in Italia?
Penso proprio di sì, come ha dimostrato George Martin. La nostra è la patria delle storie oscure e avventurose, sia per la tradizione ancestrale del bacino mediterraneo con le sue grandi civiltà che per il percorso storico travagliato e denso di avvenimenti che ha interessato la penisola nei secoli. Se Shakespeare ambientava in Italia certi suoi drammi, un motivo ci sarà pur stato. Il problema, più che il fantasy per adulti, mi sembra il mercato. Al momento vedo che, per vari motivi che coinvolgono il deterioramento culturale e sociale della nazione, il mercato editoriale è uno stagno melmoso in cui tutti fanno fatica a sopravvivere. Reiterando un circolo vizioso, l’editore osa pochissimo e il lettore viene invogliato a scegliere temi che considera sicuri, separando lo scrittore italiano, che deve per forza scrivere di certi argomenti inerenti spesso più al proprio ombelico che altro, da quello straniero che può permettersi di divertire e appassionare.
Assedio uscirà in libreria, dopo l’edizione da edicola?
Sì. Sono orgoglioso di annunciarvi che a Settembre verrà ripubblicato da Anordest in un’edizione totalmente rivista. Credo molto in questo romanzo che esplora un’altra strada da me molto amata: l’orrore paranormale qui mescolato col thriller adrenalinico e l’hard boiled. Si tratta sempre di terrore e morte, naturalmente, come immagina chi mi conosce. Ma in Assedio l’orrore sovrannaturale va a infilarsi nelle pieghe dello spaventoso assedio della città di Sarajevo degli anni 90. Lo stile è molto diverso ma il batticuore assicurato.
Chi è il lettore ideale della tua storia?
Probabilmente il lavoratore che in metropolitana ha bisogno di staccare coi problemi della vita quotidiana e sfogare nei risvolti di una storia fantastica o orrorifica le sue frustrazioni. Chi insomma non desidera che gli si indichi per forza una strada di vita e gli si facciano prediche. La letteratura di genere ha aiutato un sacco di gente a trovare una finestra da cui guardare per un attimo altre prospettive, e ancor prima, per secoli, la narrazione orale di storie straordinarie nelle case dei nobili come dei contadini ha appassionato grandi e piccini. Perché non continuare?
Leggete Vincent Spasaro, se amate il fantastico e l’avventura. Non ve ne pentirete.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
L'Antico Egitto a Livorno
"Tu squarciasti il velo mistico
che nascose al Nilo in riva
del saper la luce viva"
(Angelica Palli)
Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.
La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.
Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.
Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.
Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.
Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.
A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.
Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.
Riferimenti
Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore
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L'Antico Egitto e Livorno "Tu squarciasti il velo mistico che nascose al Nilo in riva del saper la luce viva" (Angelica Palli) Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti ...
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Libri per l’estate Fantasy, thriller, horror, love story…
Sono tanti i libri che affollano la mia scrivania, anzi il mio comò, ché io i libri li tengo a portata di mano per quando vado a letto; prima di dormire - abitudine che si tramanda di padre in figlio - leggo sempre qualche pagina. Ma quando viene l’estate, le giornate si allungano, il tempo aumenta, Piombino è ricco di mare e pinete, leggo molto di più, tra libri e manoscritti che piovono da ogni dove, anche tre testi a settimana. Contando che molti siano affamati di libri, comincio a selezionare. Prendete appunti. Lettura estiva obbligata uno straordinario dark fantasy scritto da Vincent Spasaro, che dopo Assedio (uscito per Segretissimo, ma in ristampa per Edizioni Anordest), sorprende con l’inquietante Il demone sterminatore, libro di cui parlerò diffusamente in altra nota. Chi ama la divulgazione storica non si lasci sfuggire Nicola Bombacci, tra Lenin e Mussolini di Daniele Dell’Orco (Historica), che racconta la vita dimenticata di uno dei fondatori del partito comunista italiano, passato al fascismo, per morire accanto al duce. Massimo Maugeri esce con E/O, nella collana diretta da Carlotto e Rossi, presentato da Valerio Evangelisti, con un giallo intitolato Trinacria Parck, ben congegnato e dotato di meticolosi meccanismi, utile come svago e capace di far pensare. Domenico Vecchioni aggiunge una biografia interessante al suo infaticabile lavoro di storico dello spionaggio e concepisce Kim Philby - Il terzo uomo (Greco&Greco), sulla vita di uno degli agenti segreti più efficaci di tutti i tempi. Amate la poesia? Non perdetevi Roberto Mosi e il suo Concerto (Gazebo), dedicato a Populonia, terra etrusca dalla quale scrivo. Tutt’altra materia affronta Le vendicatrici, edito dalla giovane e intraprendente Cut-up, che racconta la vendetta al femminile, tra eccessi splatter e horror. Tra i migliori autori - presentati da Alan D. Altieri - spiccano Danilo Arona, Marco Roberto Cappelli e Luigi Bernardi. Concludo con le molte novità di Edizioni Anordest, casa editrice di Villorba che sta lavorando bene, proponendo libri di autori giovani e interessanti, ma anche lanciando best-seller inediti in Italia. Lia Tosi è finalista al Premio Viareggio con Ispida stella, un romanzo a metà strada tra il diario e la cronaca sentimentale dei nostri anni Ottanta. La cubana di Los Angeles Cecilia Samartin pubblica Tutto l’amore di nonna Lola, un best-seller internazionale capace di far emozionare e sorridere, affascinante per la costruzione del carattere della protagonista. In appendice trovate anche le ricette caraibiche di nonna Lola. Amore, cucina, passione e la storia di un bambino che grazie all’affetto della nonna riesce a convivere con la morte e a godere di momenti di inaspettata felicità. Lauren Conrad è l’ultima scoperta internazionale di Edizioni Anordest, diventata famosa come protagonista di due serie di culto di MTV, mix tra reality show e fiction: Laguna Beach e The Hills. L’editore trevigiano pubblica L.A. Candy, il primo romanzo della Conrad, ispirato alla sua vita personale, il primo di una trilogia, vero e proprio best-seller nella classifica dei libri più venduti redatta dal New York Times.
Per ora basta. Avete da leggere almeno fino a luglio.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Ida Verrei: Le primavere di Vesna
Stralci dal II Capitolo:
1939
…. Arrivarono alla stradina del Mulino, la percorsero, e si trovarono
ai piedi della scalinata che conduceva all’ingresso:
“Immensum ad antrum aditus”.
Eccolo, l’invito ad entrare. Ogni volta che leggeva quelle parole
Liana provava un brivido d’emozione, quasi una sorta di premonizione
di avventure fantastiche in quel meraviglioso regno sotterraneo.
Il trenino scoperto, trainato dalla locomotiva a benzina, era già
pronto, quasi pieno, stipato di giovani e meno giovani. Un coro di
saluti, di esclamazioni di piacere, di benvenuto.
Passarono radenti alle colate calcistiche, alle formazioni traslucide
di stalattiti e stalagmiti; nelle curve pareva, a volte, di sbatterci contro
e, nonostante la consuetudine a quel tragitto, tutto il gruppo si trovava
spesso ad abbassare istintivamente la testa, per la sensazione di urtare
quei gioielli calcarei sporgenti dalle pareti gocciolanti. Attraversarono
la Sala della Nave Rovesciata e poi la Sala Gotica e, infine, si fermarono
alla grande Sala da ballo, dalla cui volta pendeva un imponente lampadario
di cristallo; sotto la luce scintillavano le bianche concrezioni
che ricordavano un bosco cristallizzato nel gelo invernale.
Era l’ultima fermata del trenino.
La Sala da ballo era a vista. appariva già affollata. I tavolini di
ferro smaltato bianco erano disposti su tre lati; su ognuno, fiori colorati,
la cui fragranza delicata si mischiava all’odore acre di fumo e al
sentore dolciastro di profumi e ciprie. Grosse stufe elettriche intiepidivano
l’ambiente. Lampade tondeggianti illuminavano una piccola
pedana in fondo, dov’era sistemato un pianoforte bianco e l’orchestrina.
Alle quattro pareti, gli altoparlanti diffondevano la musica. Ad
angolo, tra la parete di fondo e quella laterale, si stendeva un bancone
da bar di legno, anche questo laccato bianco, alle cui spalle c’erano
gli scaffali colmi di bottiglie colorate. Camerieri in giacca bianca si
aggiravano indaffarati tra i tavoli.
Liana si guardò attorno. Le donne erano tutte in abito da mezza sera,
gli uomini in giacca e cravatta, tra la folla spiccavano molte divise……….
…………………………………………………………………………………….
………………………………………………………………………………………
«Basta, basta», lo interruppe, ridendo, Liana. «piuttosto, senti,
dopo mi suoni Jalousie?»
Gli altri orchestrali, intanto, avevano posato gli strumenti per
terra, sulla pedana, e si rinfrescavano bevendo bibite ghiacciate. Gli
altoparlanti diffondevano in sordina una musica proveniente da un
grammofono sistemato in un angolo.
Mirko rispose annuendo, distratto. Guardava con curiosità verso
un lato della sala. anche Liana volse lo sguardo, cercando di capire
cosa avesse attirato l’attenzione del giovane. Un uomo alto e grosso
era appena entrato trafelato e parlava in modo concitato
con un gruppo di ufficiali; sotto l’abito a doppio petto portava la
camicia nera.
«Che succede?» chiese Liana. Mirko non rispose. L’uomo con la
camicia nera si stava dirigendo verso la pedana dell’orchestra.
Con un gesto imperioso staccò il grammofono, facendo gracchiare
la puntina sul disco che continuò a girare a vuoto. La musica interrotta
restò per un attimo come sospesa nell’aria. Si sentiva solo il brusio
proveniente dalla folla nella sala.
«Ma…» cercò di protestare uno degli orchestrali indispettito.
L’uomo afferro il microfono:
«Attenzione, prego di prestare la massima attenzione», disse con
voce eccitata. Fece una lunga pausa. Tutti gli occhi erano volti verso
di lui:
«Pochi minuti fa l’EIAR, in edizione straordinaria, ha annunciato
che da qualche ora le truppe germaniche sono entrate in Polonia:
Francia e Inghilterra sono in guerra col grande Reich!»
Nella sala non volò una mosca. Tutti i presenti sembravano far
parte di quel bosco cristallizzato nel gelo.
«Viva la Germania!» Urlò con voce acuta un ufficiale.
«Viva il Duce!»
La sala in breve si era riempita di squadristi.
«Che succede?» bisbigliò piano Liana a Mirko.
«La guerra, Liana, la guerra», mormorò con voce tremante il giovane.
Ora tutti erano in piedi, i volti pallidi sembravano maschere di
cera. Applaudivano, rigidi e inconsapevoli fantocci animati da una
carica meccanica.
«Suona pianista, suona “Giovinezza!”» ordinò l’uomo con la camicia
nera: «Cantate, cantate tutti!»
Dal pianoforte si sprigionarono le note dell’inno e dilagarono per
la volta della Sala Bianca.
Un coro si levò tra la folla. Anche Liana iniziò a cantare a gola
spiegata, in piedi sulla sedia, col volto arrossato dall’eccitazione e lo
sguardo scintillante offuscato dalle luci. Provava un godimento infinito
a lasciare che l’allegria, la gioia di vivere, le zampillassero dal
cuore in piena libertà.
Ad un tratto sentì una stretta al polso. Bruno l’aveva raggiunta e
la tirava.
«Scendi, andiamo via!»
Fu costretta a seguirlo. Il fratello, scuro in volto, la trascinò attraverso
la sala fino al loro tavolo.
Anna era in piedi, con la giacca già infilata, pallida, tremava.
«Svelta, copriti e andiamo», ripeté Bruno.
La ragazza cercò di protestare: «Ma perché? proprio ora! E poi la
seconda parte della serata è sempre più bella, dai, restiamo ancora.»
Bruno non rispose e la sospinse con fermezza verso l’uscita.
Si scontrarono con l’uomo con la camicia nera:
«Andate già? Camerata, perché conducete via queste belle signore?»
«Mia madre non sta bene» rispose il giovane con voce dura e,
istintivamente, strinse il braccio delle due donne.
L’uomo guardò Anna. Il pallore e i due segni scuri che le erano
comparsi sotto gli occhi dovettero convincerlo.
«Peccato», mormorò. parlava a Bruno ma guardava Liana. Si scostò.
«Buonanotte, allora.»
I tre salirono sul trenino.
All’uscita dalle grotte, la città parve più spettrale del paesaggio
appena lasciato. Un nevischio sottile aveva preso a scendere lentamente;
un odore d’inverno, un tremolio di pulviscolo, cielo senza
stelle. Per le strade, nessuno, ma le luci delle case erano tutte accese.
S’indovinavano dietro i vetri mondi, pensieri, paure, voci, singhiozzi.
Senza sapere perché, Liana si sentì schiacciare dalla malinconia di
un tempo che finiva.
Anche nella loro casa tutte le luci erano accese. Dietro le tendine,
due sagome immobili.
Entrarono, accolti dal tepore della grande stufa a carbone.
Paolo era seduto al tavolo di cucina, dove le carte del ramino
erano rimaste abbandonate e rivelavano una partita interrotta bruscamente.
L’uomo, con gli occhi chiusi, si stringeva la testa tra le mani.
Danilo guardava smarrito il padre. La radio accesa trasmetteva notizie:
“… Cracovia in fiamme… trentamila prigionieri…” Bruno alzò il
volume.
«Porci!» urlò Paolo.
«Sté ziti!» supplicò Anna, facendo un segno di croce, «Anco i
muri el gan orecie. Dio vedi, Dio provvedi.»
Liana corse a chiudersi in camera. non voleva ascoltare, non
voleva capire. Voleva solo dormire e risvegliarsi nel suo mondo di
sempre. Si spogliò, si infilò tra le coperte, mise la testa sotto il
cuscino. Dal giardino, il sibilare del vento, da lontano un abbaiare
di cani…
Il cimitero dei Lupi
Chiedendoci se all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto sia forse il sonno della morte men duro oppure no, c'inoltriamo nel Cimitero dei Lupi, o Cimitero Comunale La Cigna, oggi ai margini dell'area portuale ed industriale della città di Livorno, vicino al torrente la Cigna, appunto, in località Santo Stefano dei Lupi. La zona prende nome dalla gronda dei Lupi, una vasta area che in epoca medievale si estendeva da Pisa al villaggio labronico, cosiddetta dalla famiglia possidente. È stato proprio l'editto di San Cloud, del 1804, cui fa riferimento Foscolo nel Carme "I Sepolcri", insieme ad una concomitante epidemia di febbre gialla, a decretare la nascita del nuovo cimitero.
È un pomeriggio di settembre, l'aria ferma e calda. Notiamo subito le baracchine dei fiori rinnovate, prima di superare l'ingresso. La Camera mortuaria è affollata, ahimè, sia di morti sia di vivi, ogni giorno c'è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno costretto a piangere. La chiesetta di San Tobia (XIX sec) ci accoglie con i suoi muri spogli e un paio di quadri cupi ma gradevoli.
Progettato dall'architetto Riccardo Calocchieri, completato da Pampaloni e Diletti, ampliato infine da Unis, il camposanto fu benedetto nell'ottobre del 1822. Ulteriori trasformazioni si ebbero a partire dal 1910 fino ai giorni nostri. È costituito principalmente da tombe a sterro.
A parte la piccola folla raccolta davanti all'obitorio, il luogo è deserto. Riflettiamo su quanto il culto dei morti vada scemando nelle generazioni attuali e su come, venuti a mancare quei vecchi che facevano del cimitero una meta bisettimanale, in futuro quasi nessuno più attraverserà il viale monumentale che collega l'ingresso al porticato classicheggiante aggiunto da Unis. La navetta che dovrebbe trasportare anziani e disabili gira a vuoto fra i cipressi. Ci colpisce il silenzio, il senso di pace (eterna).
La prima parte del viale è la più antica e quella meglio tenuta, ricca di monumenti risalenti all'ottocento e al primo novecento. Spicca la tomba di Andrea Sgarallino (1935-1887) il quale ebbe a bandiera patria e lavoro. Patriota insieme al fratello Jacopo, iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si distinse nella difesa di Livorno dall'assedio austriaco nel 1949. Proprio da Santo Stefano ai Lupi, alle sei del mattino del 10 maggio, si udirono i primi cannoneggiamenti austriaci. L'11 maggio era già tutto finito. Solo alcuni decenni dopo, i resti dei livornesi fucilati furono trasferiti ai Lupi, dove Lorenzo Gori scolpì un monumento commemorativo.
Come i fratelli Sgarallino, incontriamo anche Oreste Franchini, che ebbe per maestro Mazzini e per duce Garibaldi e le cui ceneri ancora attendono l'avvento dell'ideale che fu tutta la sua vita.
C'imbattiamo in nomi noti, come Cesare Alemà, il cui monumento è sovrastato da berretto garibaldino, baionetta, spada, bandiera, tromba, foglie di alloro; Enrico Bartelloni; Francesco Chiusa; Giuseppe Ravenna e altri personaggi del risorgimento italiano ma anche della lotta antifascista, come Ilio Barontini e Vasco Jacoponi.
Ogni tomba monumentale ha la sua storia da raccontare, le sue lacrime e la sua memoria. Ci piace ricordarne una fra le tante, di sicuro meno conosciuta, quella costruita nel 1919 per Emma Zigoli.
Emma aveva diciotto anni e tutta la vita davanti, quella sera, mentre, agghindata a festa, allegra e spensierata, si recava a ballare nella sede del Partito Repubblicano, pregustando il divertimento, i chiacchiericci con le amiche, gli sguardi ammirati dei corteggiatori. Ma ci fu una sparatoria davanti al Partito e un proiettile la colpì, uccidendola. Il partito fece costruire il monumento in onore della vittima incolpevole fulminata la sera del 10 settembre 1919 per umana follia delittuosa e da allora custodisce le salme di tutti gli Zigoli, del fratello Toselli - che cadde eroe sul Montello respingendo l'invasore, e che di certo portava il suo destino scritto nel nome, chiamandosi come l'eroico maggiore morto per difendere la postazione italiana sull' altipiano dell'Amba Alagi - di Giuseppe, di Barbara - diventata cieca, si narra, dal gran piangere la morte dei figli - di Natale, di Esmeraldo - che tutti chiamavano solo Smeraldo e, chissà perché, la E del nome sulla lapide continua sempre a cadere.
Ci colpisce il Cristo effigiato da Giacomo Zilocchi per la famiglia Soriani, e il monumento alla imperitura e gloriosa memoria dei livornesi morti a Mentana, ma anche la tomba che aspetta la salma del giovanetto ventenne Alfredo Z. che colpito da contagioso malore giace in terra straniera ove vige una legge che vieta per dieci anni l'esumazione. Morto a Marsiglia nel 1882. Ci chiediamo se il giovanetto è poi mai tornato a casa.
Inoltrandoci lungo il viale, i monumenti si fanno più maestosi e insieme più moderni, riconosciamo i nomi di tante famiglie note a Livorno in campo commerciale e portuale, dai Fremura, ai Debatte, ai Tanzini ai La Comba. Alcune tombe presentano simboli laici e religiosi diversi, dalle menorah, i candelabri ebraici a sette braccia, a disegni massonici.
Il cimitero ospita anche i sacrari che raccolgono le spoglie dei partigiani, dei caduti della guerra 1915-1918, delle vittime civili e militari del secondo conflitto mondiale e dei militari italiani e inglesi morti nell'incidente aereo del 1971, quando, il 9 novembre, un aereo inglese della R.A.F cadde in mare al largo della Meloria col suo carico di giovani parà italiani.
Tanti nomi scorrono sotto i nostri occhi, soldati che hanno perso la vita combattendo, civili morti sotto i bombardamenti, come la ventitreenne Lora, ma anche lapidi in ricordo di morti ignoti a noi ma noti a Dio.
Il "Quadrato dei Francesi" costituisce l'area delle tombe dei soldati caduti durante la Grande Guerra, alcuni dei quali di origine musulmana. Le salme sono allineate, i cattolici hanno una croce mentre i musulmani un arco. Ma si vede che questi morti erano destinati a non riposare in pace, che l'orrore della guerra doveva inseguirli anche nell'al di là, se nel settembre del 1943 "una bomba di grosso calibro ha distrutto 34 su 54 delle tombe", e i resti sono raccolti ora sotto un'unica lapide.
L'immagine di pace e gradevolezza, di camposanto ben conservato, scema man mano che ci avviciniamo al loggiato. Giungiamo all'intercolonio, sotto il porticato di Unis, che ospita notevoli opere marmoree apuane. Qui regnano abbandono e degrado, i piccioni hanno imbrattato con i loro escrementi il pavimento e le tombe; tutto è decadenza, disfacimento, vediamo segnali di lavori in corso che sembrano non progredire mai. Fuggiamo assaltati da sciami di zanzare provenienti dal vicino torrente. Preferiamo il mese di novembre, quando i cieli sono solcati da nugoli di stormi che disegnano ghirigori fra i cipressi.
A est sorge il nuovo complesso di loculi, molto ben tenuti, al contrario delle logge; verso sud troviamo Tempio Cinerario, un'imponente struttura monumentale realizzata nei primi anni del novecento per conto della Società di Cremazione. Chi ha visto cremare un proprio caro, sa cosa si prova quando la bara entra nel forno, scorrendo sul carrello, e quando poi, a operazione ultimata, l'addetto ti porge un pennello col quale raccoglierti da solo la cenere del tuo estinto.
Cartelli affissi sui colombari ci informano che gli ossari hanno durata di trenta anni mentre i loculi di cinquanta, dopodiché si procederà all'estumulazione d'ufficio e alla dispersione di resti e ceneri in ossari comuni, ma il pensiero sul momento non c'inquieta.
Altre aree del cimitero sono dedicate alle diverse comunità religiose e nazionali presenti a Livorno, come il "Quadrato degli Evangelisti".
Il "Quadrato dei Valdesi" e il "Quadrato dei Turchi" sono due cimiteri preesistenti inglobati nel sepolcreto attuale, che copre 110.000 mq e ospita circa 190.000 salme. Nel riquadro turco ci colpiscono le scritte in arabo e la tomba di Memet Neyal turco nativo di Alessandra d'Egitto modello di pubbliche e private virtù cittadine disinteressato usò le sostanze a protezione degli amici. Ci rincresce scoprire che morì nel 1846.
Un arco del 1893 accoglie i nomi di tutti i livornesi che prestarono servizio nelle schiere di Garibaldi, alcuni dei quali sono sepolti sotto lapidi ornate dal berretto garibaldino. Se questi morti ci suscitano rispetto e interesse storico, fanno invece accapponare la pelle quelle di ragazzi mancati nel fiore degli anni, ricoperte di peluche, di vecchi giocattoli rovinati dalle intemperie, di biglietti ingialliti di fidanzatine, di gagliardetti amaranto.
Con questo triste pensiero ci avviamo all'uscita, ma prima ci soffermiamo di fronte alla lapide dedicata a Bruna Barbieri, detta la Ciucia, popolana forte, generosa, sempre pronta a donare, a prendere per subito dare, piena di passione, di slancio, antifascista ma benvoluta persino dai suoi nemici che ne riconoscevano la forza, l'innocenza selvaggia. La lapide è stata fortemente voluta dalla pronipote Tiziana e così recita
"In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra".
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I fratelli Sgarallino e Bartelloni (clicca) L'edizione straordinaria del quotidiano dell'epoca Sulle lapidi simbologie più frequenti: la Croce la falce e il martello la Stella di David Chiedendoci...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-percorsi-sapori/cimitero-dei-lupi.htm
COSA FARE PER ESSERE INFELICI? Adriana Pedicini presenta Biagio O. Severini
Paul Watzlawick
Manuale per la ricerca dell’infelicità. Infelicità, mente e creatività. Rigidità mentale, caparbietà e coerenza. Il peso del passato. Autosuggestione. Tasse ed evasione fiscale. Effetto dopo sbornia. La felicità sta nella partenza, non nella meta. Il piacere umano è futuro. Le illusioni delle alternative e la pazzia. Il pessimismo moralistico. Comunicazione e infelicità: Amore e spontaneità. Schopenhauer, l’amore e la compassione. La sublimazione della libìdo. Donne facili, prostitute e omosex. La collusione. Il latin lover.
Professor Watzlawick, lei ha voluto sottolineare l’importanza della conoscenza delle istruzioni per rendersi infelici. Come se gli uomini avessero bisogno di un aiuto o di una consulenza psicologica per diventare degli esseri infelici, per vivere una vita all’insegna dell’infelicità. Già naturalmente noi uomini siamo infelici. Il nostro scopo, le nostre energie psichiche dovremmo utilizzarle, invece, per combattere l’infelicità, o per attenuarla e, quindi, migliorare il nostro modo di vivere, durante l’arco di tempo, più o meno lungo, che intercorre tra la nascita e la morte. Lei, invece, ci vuole fornire un manuale, del tipo di quelli scolastici, con i precetti da seguire per diventare bravi ricercatori delle occasioni più succulenti per riempirci di infelicità. Non è strana la sua tesi? Eppure, psicologi e psichiatri si affannano a farci arrivare pubblicazioni di ogni tipo per orientare il nostro comportamento verso la felicità.
Guardi che nel corso della vita effettivamente tutti possono essere infelici per disgrazie varie. Quello che va imparato è, invece, il rendersi infelici. Per rendersi infelici non basta una sventura personale. E’ necessario impegnarsi a fondo. Purtroppo, in questa direzione non ci aiuta la letteratura psicologica e psichiatrica, perché pochi autori e studiosi si sono dedicati a fornirci delle indicazioni o delle informazioni utili e pertinenti su tale questione. Questi autori, anche se pochi, sono eccellenti. Io voglio solo aggiungere una metodica e basilare introduzione ai meccanismi più sfruttabili e verificabili dell’infelicità.
D’altra parte, l’infelicità ci è dolorosamente necessaria. L’infelicità, se ben si riflette, è la materia delle grandi creazioni artistiche. La letteratura mondiale si nutre di catastrofi, crimini, colpe, follie, tragedie, disgrazie. Si pensi all’ “Inferno” di Dante che è di gran lunga più geniale del suo “Paradiso”; al “Paradiso riconquistato” di Milton che è del tutto insipido nei confronti del “Paradiso perduto” ; del “Faust I” di Goethe che ci commuove fino alle lacrime, mentre il “Faust II” fa sbadigliare.
Mi scusi, ma per secoli ci hanno fatto credere che lo scopo della vita doveva essere la felicità. Certo, sotto specie diverse, di volta in volta la vita etica, la vita contemplativa, l’assenza di turbamenti e di passioni, la vita ultraterrena, il nirvana o altre cose simili. Ma sempre alla ricerca della felicità. Ora, ci domandiamo, a costo di sembrare ingenui, che cosa è la felicità?
Le rispondo subito che il concetto di felicità non è definibile. Terenzio Varrone contava 289 interpretazioni sulla vita felice e così anche Agostino.
Quindi, l’uomo è condannato ad essere infelice, a non avere un attimo di respiro in questa infelicità quotidiana, predeterminata, definitiva?
A tal proposito voglio ricordare le parole tratte dai “Demoni” di Dostoevskij: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.
In sostanza, dobbiamo capire che “noi” siamo i creatori non solo della nostra infelicità, ma anche nella stessa misura della nostra felicità.
Ma come si fa ad accusare l’uomo, gli uomini di essere gli autori della propria infelicità? Essa non dipende dal destino, da una forza superiore, misteriosa, imperscrutabile, o dalla convivenza con gli altri? Come facciamo a diventare giorno dopo giorno avversari di noi stessi?
La strada per l’infelicità ce la mostrano continuamente le massime del buon senso, della sensibilità popolare o, addirittura, ci viene indicata dall’istinto. D’altra parte, ricordiamoci che prima di tutto l’infelicità ce la possiamo creare nel chiuso della nostra mente.
Un esempio concreto?
Si pensi alla massima fondamentale della vita di ciascuno di noi: c’è un unico punto di vista valido e questo è il mio. Chi è convinto di ciò rimane fedele a se stesso, ai suoi principi e non è disposto a nessun compromesso; rifiuta continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso; il duro e puro in questo senso rifiuta anche un consiglio che oggettivamente sarebbe vantaggioso per lui. Egli, in nome di una coerenza eroica, rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione, in quanto raccomandazione fatta a se stesso. Chi agisce alla luce di questa convinzione, conclude che il mondo sta andando in rovina.
In questo caso che fare?
Tenere presente l’aurea massima degli antichi romani: “Ducunt fata volentem, nolentem trahunt” , il fato conduce dolcemente chi lo segue, trascina chi gli resiste.
Mi permetta di aggiungere che la coerenza come fedeltà ad una teoria o una visione del mondo non deve trasformarsi in cocciutaggine, caparbietà, cecità mentale fino alla negazione di qualsiasi evidenza. Ma bisogna essere capaci di valutare razionalmente sia gli obiettivi, sia i mezzi, sia i principi alla luce del nuovo, se il nuovo è più consono alla vita socio-ambientale.
Certo.
Si dice che il fluire del tempo effettivamente guarisce le ferite psichiche, lenisce il dolore per la perdita di una persona cara, per l’abbandono di un’ innamorata o di un innamorato, perché subentra l’oblio che avvolge tutto il passato nella nebbia della dimenticanza. Eppure c’è chi si ostina a voler ricordare tutti gli avvenimenti più dolorosi degli anni dell’infanzia o dell’adolescenza, quasi a voler far rivivere le sofferenze, dimenticando di proposito qualche avvenimento bello.
Purtroppo, è così. C’è chi si ostina a ricordare la propria infanzia e pubertà con crudo realismo, come periodo dell’insicurezza, del dolore del mondo e dell’ansia per il futuro e non rimpiange di quei lunghi anni neppure un giorno di felicità.
Anche in amore l’aspirante all’infelicità per eccellenza non si convince e non si lascia convincere che in fondo quella relazione fosse da tempo mortalmente malata, anzi che troppo spesso si era chiesto in qual modo avesse potuto fuggire da quell’inferno. No, per lui la separazione non è il male peggiore. Allora si isola dalla vita sociale e aspetta al telefono che l’amata perduta gli comunichi il suo ritorno, cosa che non avverrà mai.
Questo guardare al passato, questo camminare con la testa rivolta all’indietro, ci impedisce, quindi, di dedicarci al presente e di constatare che, se ci soffermiamo sui particolari attuali, possiamo anche scorgere qualche occasionale non-infelicità. Ma questa probabilità deve essere assolutamente esclusa dalla mente del votato all’infelicità: il passato è sempre presente e condiziona giornalmente la sua vita! Non è così?
Sicuro. Quello che ci cagionarono Dio, mondo, destino, natura, cromosomi e ormoni, società, genitori, parenti, polizia, insegnanti, medici, capi o soprattutto amici, è talmente grave che la minima insinuazione circa il poter forse fare qualcosa contro tale condizione è già di per sé un’offesa. E inoltre manca di scientificità...
Mi perdoni, se l’interrompo, ma teorie, tecniche e terapie psicologiche famose – si pensi alla psicoanalisi – sostengono che la personalità presente è frutto del vissuto, del passato di ognuno di noi.
Qualsiasi testo di psicologia ci dice, infatti, quanto la personalità sia determinata dai fatti accaduti nel passato, soprattutto nella prima infanzia. Del resto, ogni bambino sa che ogni cosa accaduta lo è per sempre. Ciò spiega tra l’altro la brutale serietà ( e la lunghezza) delle relative indagini psicologiche.
A questo punto, le domando: se un numero crescente di persone si convincesse che la loro condizione è disperata ma non seria, si potrebbe non dico rompere, ma almeno scalfire questo legame con il passato e aprirsi al presente e al futuro?
La persona esperta di infelicità, in caso di una gioia non voluta e improvvisa, direbbe : “ora è troppo tardi, ora non la voglio più”, oppure renderebbe il passato responsabile anche del “bene”, a tutto vantaggio della presente infelicità.
Ricordo la frase pronunciata da un lavoratore del porto di Venezia, quando gli Asburgo lasciarono questa città: “ Maledetti gli Austriaci, che ci hanno insegnato a mangiare tre volte al giorno!”
Oltre alla forza maggiore, esistono, quindi, anche adattamenti e comportamenti ai quali gli individui votati all’infelicità sono attaccati saldamente come la cozza allo scoglio. E questo è segno di rigidità mentale, di incapacità di flessibilità logica, di mancanza di ristrutturazione del campo visivo e di “insight”, di illuminazione geniale innovativa.
Per delle cause non ancora chiarite dagli studiosi del comportamento, tanto gli animali quanto gli uomini tendono a considerare gli adattamenti, che si rivelarono all’occasione i migliori possibili, come gli unici eternamente praticabili. Per cui si continua a utilizzare la stessa soluzione del passato, con il risultato di non trovare “ora” la via di uscita dalla situazione problematica, il che genera disagio.
Non si capisce che le situazioni mutano con il passare del tempo. Anzi, l’aspirante all’infelicità è convinto che esista un’unica soluzione e che questa, in quanto unica, non può mai essere messa in discussione.
Allora, ognuno di noi è autore della propria infelicità, e questa infelicità se la crea rifiutando l’evidenza della ragione e dell’esperienza, che gli farebbero trovare una luce di ottimismo nel mare magnum del pessimismo. E’ così che ci creiamo l’infelicità, con l’autosuggestione?
Prendiamo ad esempio, un innamorato che sia convinto di amare follemente una donna, ma che non abbia mai fatto capire a questa di ardere di passione per lei. Poi, all’improvviso chiede alla donna, inconsapevole, di sposarlo. La donna manifesta sorpresa, e quasi sconcerto. L’innamorato autosuggestionato, allora, di fronte a queste reazioni, conclude che aveva ragione lui, che aveva accordato la sua benevolenza a chi non se la meritava.
Altri esempi molto comuni. Ogni semaforo, in luoghi diversi, diventa rosso ogni volta che voi vi avvicinate. La fila che scegliete è sempre la più lunga. La ragione vi porterebbe a pensare che la frequenza con cui trovate il verde o il rosso è quasi la stessa. Ma voi, incalliti pessimisti, respingete questa probabilità. Vi convincete, invece, che oscure potenze superiori si accaniscono contro di voi. Questa consapevolezza vi rende possibili ulteriori, importanti scoperte, perché ora il vostro sguardo è pronto a cogliere connessioni sorprendenti, che sfuggono invece alle ottuse e inesperte intelligenze normali! Gli uomini comuni tendono a minimizzare le situazioni. Voi no, voi notate dappertutto le insolite e misteriose connessioni della vita quotidiana! E gli amici che si sforzano di dimostrarvi che non ogni cosa è dannosa per voi, ebbene questi amici sono ipocriti!
Ogni cittadino può riuscire, attraverso questo speciale “training” mentale, a crearsi una situazione penosa e soffrirne, senza sapere di esserne l’autore.
Come si può uscire da questa situazione?
Bisogna affrontare il problema non solo mentalmente, ma facendo ricorso anche alla verifica pratica.
Molti adottano un’altra soluzione: rifiutano o scansano una situazione temuta. Essi, ad esempio, fanno il calcolo dei rischi a cui si va incontro, compiendo una determinata azione, ed evitano quella o quelle azioni. Ma quante e quali sono le situazioni pericolose che si devono evitare o accettare? Andare in aereo? Andare in auto? Andare a piedi? Rimanere in casa? Non alzarsi dal letto? Non mangiare i cibi provenienti da terreni inquinati? Non mangiare cibi grassi? Ognuna di questi comportamenti presenta, però, dei rischi. Allora, che fare?
Bisogna abituarsi ad applicare il sano buon senso a un problema settoriale e accontentarci di successi parziali.
Se ho ben capito, significa evitare gli eccessi, ricorrendo a soluzioni razionali, come mangiare per nutrirsi, senza “abboffarsi”, rimpinzarsi (se si tratta di bulimia, allora è una situazione patologica), ma anche senza rifiutare del tutto il cibo (in tal caso si tratta di anoressia, altro aspetto patologico); o valutare, in generale, il rapporto costo-benefici di ogni azione. L’uso della ragione ci deve tenere anche lontani dall’astrologia. Ma quando l’oroscopo ci predice un incidente, un incontro amoroso, una vincita al lotto e l’evento si avvera, noi ci convinciamo che l’astrologia è credibile. Allora, la profezia che si avvera fa parte del mondo culturale dell’aspirante all’infelicità?
Le profezie che si realizzano da sé fanno parte anche del contesto sociale. Si pensi alla questione dell’aumento delle tasse. Quanto più in un paese vengono aumentate le tasse per compensare l’evasione fiscale dei contribuenti, ritenuti ovviamente disonesti, tanto più vengono indotti a questo reato anche i cittadini onesti e, quindi, aumenta l’evasione fiscale.
La mia personale opinione, a tal proposito, è che bisogna, di conseguenza, non aumentare le tasse dei contribuenti onesti, ma combattere l’evasione fiscale con mezzi efficienti e radicali. E si può fare. Il problema è che non lo si vuol fare politicamente.
Concordo pienamente!
Lei parla di un effetto “doposbornia”. Ci vuole chiarire il significato di questo fenomeno?
L’esperto in infelicità conosce bene l’effetto “doposbornia”. Ossia, lo scopo non ancora raggiunto è più desiderabile, romantico e luminoso di quanto possa esserlo quello a cui si è già arrivati. Nella partenza sta la felicità, non nella meta. Ogni realtà annienta il sogno. Il “Seduttore” di Hermann Hesse dice: “Resisti, bella donna, rendi più severe le tue vesti! Incanta, tormenta, ma non concederti a me!” Anche la “vendetta è amara”, come scrive George Orwell. L’isola della felicità di Thomas More si chiama “Utopia” che, guarda caso, significa “in nessun luogo”.
A proposito di felicità che sta nell’attesa, mi permetta di ricordare il nostro grande Giacomo Leopardi che, nello “Zibaldone”, sostiene: “Il piacere umano (così probabilmente quello di ogni essere vivente, in quell’ordine di cose che noi conosciamo) si può dire ch’è sempre futuro, non è se non futuro, consiste solamente nel futuro. L’atto proprio del piacere non si dà”. Ed esprime poeticamente questa riflessione nel “Sabato del villaggio”(l’attesa del dì di festa). Fino ad ora, comunque, ci siamo occupati solo dell’infelicità autosufficiente. Vogliamo, ora, affrontarla anche nel campo dei rapporti sociali?
Bene. Diciamo subito che gli aspiranti all’infelicità usano la tecnica delle “illusioni delle alternative” per complicare i rapporti umani. Questo meccanismo consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra. Lo schema è questo: se egli fa A, avrebbe dovuto fare B; se fa B, avrebbe dovuto fare A. Regaliamo a nostro figlio due camicie sportive. Quando ne indossa una per la prima volta, guardandolo con aria avvilita, diciamo:”L’altra non ti piace?”
E’ un meccanismo usato molto bene dai giovani nei confronti dei genitori!
Certo. Nel vago periodo compreso tra l’infanzia e l’età adulta, riesce loro facile esigere dai genitori quel riconoscimento e quelle libertà che spettano a un giovane. Ma quando si tratta di doveri sanno sempre nascondersi dietro il pretesto di essere giovani. E quando il padre o la madre ammettono a denti stretti che era meglio non avere figli, passano facilmente per dei genitori snaturati.
Negli istituti psichiatrici, ad esempio, si lascia libero il paziente di partecipare o no alle sedute di gruppo. Se rifiuta, è manifestazione di resistenza, come tale patologica. Se partecipa “spontaneamente” riconosce di essere ammalato e di aver bisogno della terapia. Inoltre, se chiede chiarimenti su quello che gli altri pensano della sua pazzia, gli viene risposto :“ Se tu non fossi pazzo, sapresti che cosa pensiamo”. Se mette in discussione la sua malattia, viene giudicato ancora più pazzo. Se accetta la sua condizione in silenzio, dimostra di essere pazzo e gli altri hanno ragione a definirlo tale.
Con questa tecnica non solo si dimostra la propria normalità, ma si spinge l’altro in una disperazione estrema.
Lei parla di una felicità con significato negativo. Ci vuole spiegare questo aspetto?
I sostenitori del pessimismo moralistico, appartenenti all’ordine dei puritani, sostengono:”Puoi fare quello che vuoi, basta che non sia piacevole.” Per loro, anche se un giorno scoppiasse la felicità nel mondo intero, ci sarebbe sempre da tener presente che “Cristo è morto sulla croce!”
Anche la comunicazione tra persone, siano pure intimamente in rapporto tra loro, può causare incomprensione e, quindi, infelicità. Tra marito e moglie, genitori e figli, innamorati, amici, parenti. Riprendendo riflessioni di Bertrand Russel e di Gregory Bateson, lei sottolinea che ogni comunicazione presenta sia un livello oggettivo che un livello relazionale. La proposizione “questa rosa è rossa” indica oggettività; “questa rosa è più rossa dell’altra” indica relazione. La moglie chiede al marito: “Ti piace questa minestra nuova preparata appositamente per te?”Il marito può rispondere “No” se la trova disgustosa (livello oggettivo); o rispondere “Sì”, per non offendere la moglie (livello relazionale). In quest’ultimo caso, però, il marito corre il rischio di vedersi preparare quella minestra per decenni. Come rispondere in questo caso, per salvare capra e cavoli?
I puristi della comunicazione sostengono che la risposta giusta dovrebbe essere:”La minestra non mi piace, ma ti sono molto grato per la fatica che hai fatto”. La moglie sarebbe contentissima? Provare per credere.
Un’altra difficoltà nella comunicazione è rappresentata dal paradosso dell’esortazione: “Sii spontaneo!”. Come giustamente fa notare anche lei, per la logica formale – di aristotelica memoria – costrizione e spontaneità si escludono: o si agisce spontaneamente di propria iniziativa, o si esegue un ordine. “A o è B o è non-B. Tertium non datur”.
Ma che ci importa della logica? Se posso scrivere “Sii spontaneo”, posso anche dirlo, che sia logico o no. Il problema nasce quando il destinatario dell’esortazione deve eseguire il comando. Compie l’azione, perché la desidera lui, o compie l’azione contro voglia, solo per accontentare l’esortatore? Lo stesso ragionamento vale per l’esortazione “Sii felice”, o per “Mi devi amare spontaneamente”, e per tante altre paradossali sofisticherie.
A proposito del sentimento dell’amore, a prima vista sembra una cosa semplice, facilmente comprensibile, dolce nei momenti di profonda intimità, quando non si ragiona, anzi non si parla, ma si agisce solo. Quando s’incomincia a ragionare e a parlare sul significato del rapporto, le cose si complicano, per via della comunicazione nel suo livello relazionale. Ossia, quando il partner si pone le domande “Perché mi ama?”, “Perché mi si dona?”, “Perché non chiede di sposarmi?” e simili , allora l’armonia dei corpi e degli spiriti incomincia ad incrinarsi, perché elementi razionali penetrano nell’unione psicofisica spontanea e la trasformano in relazione doverosa, in cui i partner devono assumersi responsabilità, impegni per il futuro, facendo progetti e programmando la vita. E si perde, quindi, la spontaneità dell’amore. Che fare?
In primo luogo, non cercate mai di sapere troppo dal partner sul perché vi ama, ma chiedetelo a voi stessi. Il partner potrebbe non saper rispondere o dirvi un motivo per voi insignificante; inoltre, egli avrà pure un secondo fine che certamente non rivelerà a voi.
C’è un aspetto particolare che voglio discutere con lei. Molti, o alcuni uomini – intendo maschi – hanno, avevano la concezione che la donna che si concede, proprio per questo, non merita più la loro stima.
E’ vero. Questa concezione, nobile soltanto in apparenza, è molto diffusa in un paese dell’Europa meridionale. L’innamorato disprezza la donna che gli si concede, perché una donna onorata non avrebbe fatto “questo”. In questo stesso paese esiste il detto secondo cui “tutte le donne sono puttane, tranne mia madre: lei è una santa”.
Questo per il figlio. Per amore di completezza, professore Watzlawick, ci sarebbe da aggiungere che il ruolo di fratello e di marito porta a precisare:”Tranne mia sorella e mia moglie!”
Ma c’è anche chi non ha nessuna stima di sé e si ritiene non degno di essere amato.
E’ questo il caso di chi non si ritiene meritevole di amore ed è portato a gettare discredito sulla persona che lo ama. Ella ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore: sarà masochista, sarà nevrotica, sarà morbosamente attratta per ciò che è abietto, sarà, insomma, una persona, di sicuro, patologicamente disturbata.
L’irriducibile sostenitore dell’infelicità troverà, dunque, di che alimentarsi in queste singolari e insolubili complicazioni dell’amore. Egli – come lei afferma - troverà aspetti miserevoli nel comportamento delle persone innamorate: “si dice innamorata di me, perché vuole che io la sposi!”; sia nell’amore in quanto tale. A proposito di quest’ultimo aspetto, mi permetta di ricordare la concezione pessimistica che dell’amore aveva Arthur Schopenhauer:“l’amore è nient’altro che due infelicità che si incontrano, due infelicità che si scambiano ed una terza infelicità che si prepara…Ogni innamoramento, per quanto etereo voglia apparire, affonda sempre le sue radici nell’istinto sessuale…Se la passione del Petrarca ( per Laura) fosse stata appagata, il suo canto sarebbe ammutolito…” Che cosa possiamo, dunque, consigliare a questo eroe dell’infelicità?
Egli dovrà innamorarsi disperatamente di una persona sposata, di un prete, di una stella del cinema o di una cantante d’opera. In questo modo viaggerà fiducioso e lieto, senza mai arrivare, e, inoltre, si risparmierà il disinganno nel dover constatare che l’altro è eventualmente del tutto disponibile a iniziare una relazione – cosa questa che gli farebbe perdere subito ogni attrattiva.
Lo stesso Schopenhauer, però, afferma che esiste un amore da elogiare ed è quello della pietà, della compassione. L’eros, essendo egoistico e interessato, è un falso amore; ogni puro e sincero amore è pietà, è agàpe, che è disinteressato. Anche lei afferma che l’aiuto disinteressato è un eccellente ideale e trova in se stesso la propria ricompensa. Che cosa può obiettare sulla nobiltà della compassione, dell’amore disinteressato per gli altri l’incallito votato all’infelicità?
La forza del pensiero negativo non ha limiti e si sa che chi cerca trova. Il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo. Egli pensa: “Mi comporto così perché voglio meritarmi il paradiso, perché voglio essere ammirato ed elogiato, per curare eventuali disinganni? E’ così semplice smascherare il marciume del mondo!
Certo che la letteratura psicoanalitica dà un notevole contributo al pessimista ad ogni costo, allorquando parla di “sublimazione della libìdo”. I casi li ricorda perfettamente lei: il ginecologo è un voyer; il chirurgo è un sadico mascherato; lo psichiatra vuol fare la parte di Dio; il coraggioso pompiere è in realtà un piromane represso; l’eroico soldato sfoga il suo inconscio impulso suicida, il suo istinto di morte; il poliziotto si occupa dei delitti degli altri per non diventare egli stesso un criminale; il famoso detective ha un malcelato atteggiamento paranoide. E si possono aggiungere i casi del figlio o della figlia che non si sposa per accudire la madre o il padre e che sotto l’amore filiale nasconde il complesso di Edipo o di Elettra, ossia l’amore inconscio per la madre o per il padre; o di chi si vota alla castità per il timore, sempre inconscio, di essere castrato; per l’ignoranza dell’anatomia e fisiologia femminile ( la convinzione della donna bambola, senza sesso) o di quella maschile ( la convinzione dell’uomo bambolotto, senza sesso); o per l’ossessione di commettere atti immondi.
Anche la persona soccorrevole può con il suo comportamento far naufragare un rapporto?
Certo. Immaginiamoci soltanto un rapporto a due fondato principalmente sull’aiuto che uno dei partner dà all’altro. Questo rapporto può fallire o riuscire (anche qui “tertium non datur”). Se fallisce, alla fine la delusione porterà il soccorritore ad abbandonare. Se riesce, il soccorritore abbandonerà lo stesso, perché non è più necessario il suo aiuto . Il rapporto comunque si spezzerà.
Mi pare che soprattutto nelle donne si riscontra questa tendenza a convertire i reietti in modelli di virtù!
Ci sono donne, infatti, che per potersi sacrificare hanno bisogno di uomini problematici e deboli: bevitori, criminali, giocatori. Per realizzare il loro potenziale di infelicità, esse si impegnano a fondo con amore e soccorrevolezza, incuranti dei comportamenti sempre uguali degli uomini. Per questo tipo di donna non va bene un uomo relativamente indipendente, perché egli non avrebbe bisogno di aiuto costante. Per lei non va bene il principio che una mano lava l’altra. L’uomo deve essere sempre debole e bisognoso di essere redento.
E, quindi, non si dovrà mai arrivare alla redenzione, altrimenti lo scopo finisce e il rapporto si rompe. Viaggiare, dunque, ma mai arrivare alla meta!
Lei afferma che nella teoria della comunicazione questo modello si chiama “collusione”. Ce ne vuole spiegare il significato?
Immaginiamoci una madre senza figlio, un medico senza ammalati, un capo senza Stato. Sarebbero soltanto ombre, uomini provvisori. Ognuno di noi ha un’immagine di se stesso e nel rapporto con il partner tendiamo a farci confermare e ratificare tale immagine. Solo attraverso quel partner che svolge nei nostri confronti un tale ruolo, noi siamo “veramente”; senza di lui siamo abbandonati ai nostri sogni, e i sogni, si sa, sono bolle di sapone.
Per semplificare, il masochista ha bisogno del sadico. Ma anche il giudice ha bisogno dei delinquenti, così come lo psichiatra ha bisogno dei pazzi, lo psicologo dei disturbati psichici, e così via.
E’ così. Anche l’altro partner si adatta al ruolo, proprio perché egli stesso per esistere “veramente” vuole svolgere quel ruolo. Ogni rapporto di collusione finisce immancabilmente nell’assurdità del “Sii spontaneo!”
Possiamo pensare al rapporto di un cliente con una prostituta!
Il cliente desidera naturalmente che la donna gli si dia non soltanto per i soldi, ma anche perché lo vuole “veramente”. La cortigiana di talento riesce benissimo a suscitare e a mantenere questa illusione. Praticanti dotate di meno abilità falliscono, perché portano il cliente al disinganno, al “doposbornia”. Anche nelle relazioni omosessuali esiste il pericolo del disinganno, perché il desiderio è quello di avere un rapporto con un uomo “vero”, ma purtroppo si constata che l’altro, a sua volta, è “soltanto” un omosessuale.
Il disinganno può verificarsi anche nel comportamento del “latin lover”?
Certo, se si pensa che i comportamenti delle donne in America latina, negli Stati Uniti, in Scandinavia e in Europa sono diversi e sono cambiati nel corso dei decenni. Il “latin lover” che fosse convinto di ottenere sempre successo con lo stesso comportamento, si troverebbe ben presto a fare i conti con il disinganno, perché non troverebbe sempre la donna giusta pronta ad adattarsi alle sue esigenze.
Questa considerazione si può estendere anche al comportamento nostro nei confronti degli stranieri e degli stranieri nei confronti del paese ospitante. Nessuno può lasciarsi guidare dai pregiudizi, perché, se lo fa, cade in comportamenti insensati, stupidi.
Quasi tutti noi ci comportiamo, lasciandoci guidare dal presupposto che il nostro mondo “è” il vero mondo; insensati, falsi, illusori, stravaganti sono i mondi degli altri. Se siamo ostinatamente convinti che noi abbiamo ragione e gli altri sempre torto, le tensioni tra locali e stranieri non si attenueranno mai, anzi aumenteranno di intensità. Anche nel rapporto tra partner bisogna smettere di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non essere battuti. In questo modo si può vincere insieme e si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, che è la vita.
Come possiamo chiudere questa conversazione?
Con le stesse parole dell’inizio. Un personaggio dei “Demoni” di Dostoevskij dice: “Tutto è buono…Tutto. L’uomo è infelice, perché non sa di essere felice. Soltanto per questo…Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”
Grazie per la cortesia.
Biagio Osvaldo Severini
( Paul Watzlawick “Istruzioni per rendersi infelici”, Feltrinelli. Il professore è morto nel 2007 all’età di 85 anni)
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