Pozzanghera d'oro
/http%3A%2F%2Fprofile-a.xx.fbcdn.net%2Fhprofile-snc6%2F276916_239309559451304_61122159_n.jpg)
Impronte d'Arte. 83 likes · 0 talking about this.
https://www.facebook.com/pages/Impronte-dArte/239309559451304?fref=ts
L'industria del corallo a Livorno
L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecento ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.
Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che, sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo, visitano le fabbriche.
Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.
Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.
Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.
Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.
Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi, che pescano in Algeria, di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.
Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.
L'industria del corallo a Livorno
da Livorno Magazine di Patrizia Poli L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecento ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declin...
Riflessi
/http%3A%2F%2Fprofile-a.xx.fbcdn.net%2Fhprofile-snc6%2F276916_239309559451304_61122159_n.jpg)
Impronte d'Arte. 83 likes · 0 talking about this.
https://www.facebook.com/pages/Impronte-dArte/239309559451304?fref=ts
Il piroscafo Andrea Sgarallino
L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.
Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.
Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.
Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.
Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.
Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.
Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.
“Eran tutt’a bordo, eran ben stipati
Eran più di trecento e non son più tornati”
Occhi della sera
/http%3A%2F%2Fprofile-a.xx.fbcdn.net%2Fhprofile-snc6%2F276916_239309559451304_61122159_n.jpg)
Impronte d'Arte. 83 likes · 0 talking about this.
https://www.facebook.com/pages/Impronte-dArte/239309559451304?fref=ts
Palazzeschi e i Pancaldi
Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936
È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.
Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.
Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.
Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.
“Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”
/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-arte-cultura%2FSCRITTORI%2Fpalazzeschi%2FPalazzeschi.jpg)
Aldo Palazzeschi (1885 - 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936 È davvero una stampa la sua, descritta con ...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-arte-cultura/SCRITTORI/palazzeschi-aldo.htm
Arrocco
/http%3A%2F%2Fprofile-a.xx.fbcdn.net%2Fhprofile-snc6%2F276916_239309559451304_61122159_n.jpg)
Impronte d'Arte. 83 likes · 0 talking about this.
https://www.facebook.com/pages/Impronte-dArte/239309559451304?fref=ts
Yorick

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;
Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!
Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!
Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti. Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo. Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera. Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post. Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti, ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy. I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne, che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie auspicando di maritarle e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo. “I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.
****
Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;
Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!
Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!
In the portrait of Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 - 1895), aka Yorick son of Yorick, (with a double tribute first to Shakespeare and then to Sterne), appears to us as a massive man, bundled up in a coat, with bushy mustache.
Born in Livorno, he was an enfant prodige, with an amazing memory, who at three years of age knew how to read and had enrolled in university at sixteen thanks to a Grand Ducal dispensation. Close to Ricasoli's liberal ideas, he participated in the Second War of Independence and was then particular secretary to Garibaldi, being injured in Milazzo.
An ironic nonsense writer, his most famous rhymes were "Words for music" of 1881, which ridiculed the melancholy of opera librettos.
Pure journalist, founder of Il Fanfulla, every day on the Nation he published an article, quite ponderous, called "Cronache dai Bagni", where he told, to those who could not enjoy the pleasures of seaside in Livorno, the life that took place in the bathhouses on the coast. His pieces had great success and were also translated into English by the Morning Post.
Yorick described a city that changed its physiognomy in the summer and filled with a rowdy crowd. By now the rooms in the Baretti bathrooms were no more, now the Pancaldi, Palmieri, Lo Scoglio della Regina and other bathhouses had large open spaces, where visitors strolled and immersed themselves in the clear waters without more privacy.
Readers amused themselves with gossip, with the misadventures of the unfortunate Florentines who "lost their money in restaurants", with the British splashing and diving, with the French moving their arms wildly without taking a step forward into the water. They imagined the graces of the women, who got wet wearing large tunics and knickers at the ankle, however showing more and more skin than with the usual corsets and crinolines, turning on the male fantasy or revealing some flaws. The mothers flaunted their daughters hoping to marry them and the poor young men hoped for a dowry. Thalassotherapy was sought after as a cure, while the sun was banned and avoided at all costs.
"Our revered guests come here to bathe," says Yorick, "to dance, to walk and to talk ... all idle occupations."
Ida Verrei: Le Primavere di Vesna - Incipit
Le Primavere di Vesna
di Ida Verrei
Incipit
“Non mi giudicare. Non devi e non puoi farlo, tu non sai.
Non mi giudicare e io ti racconterò.
Ti dirò delle mie fughe, degli abbandoni, delle attese, delle paure,
dei miei perché.
Credi al destino? Io non so se fu sogno o presagio, non so quali
segni io colsi e quali si velarono troppo in fretta.
Non mi giudicare, figlia mia, lascia che io viva le mie colpe senza
rimorsi, lascia che sia solo il rimpianto a cercarmi la notte,
lascia che quel sale liquido si asciughi senza bruciare. E i nostri
occhi di donna si incontreranno in mille risposte”.
La stazione di Genova-Brignole tremolava alla luce morente di un
giorno al tramonto. Il vento primaverile sferzava una figura sottile,
in attesa.
Un gatto le si strusciò alle gambe. La donna sobbalzò, guardò giù,
sorrise, si chinò ad accarezzarlo: «E tu? Da dove arrivi? Cosa fai
qui?» Il gatto emise un miagolìo prolungato, poi scappò via. Lei lo
seguì con lo sguardo.
Il volto liscio, levigato, non portava tracce di ferite e dolori antichi.
Solo gli occhi, opachi, appannati, raccontavano le rughe del cuore.
Ai suoi piedi, un borsone da viaggio.
La voce gracchiante dell’altoparlante annunciò il ritardo dell’espresso
proveniente da Torino e diretto a Napoli.
Sospirò.
Si guardò attorno, raccolse il bagaglio e raggiunse con passo lento
il piccolo bar con tavolini e sedie in ferro smaltato rosso.
Sedette, ordinò un caffè che sorseggiò piano, accese una sigaretta.
Volse il capo in giro. Lo sguardo assente, attraverso una nuvola di
fumo, sfiorò gli altri tavoli: una giovane madre dondolava piano un
bimbo piccolo, mentre altri due, aggrappati alla sua gonna, assonnati,
succhiavano il pollice; un uomo anziano parlava da solo, inseguiva
fantasmi, beveva birra e di tanto in tanto schioccava le labbra, assaporando
il liquido biondo che ingoiava a grossi sorsi gorgoglianti,
Uno sbaffo di schiuma si scioglieva sulle guancia rugosa e gocciolava
sul collo avvizzito; due giovani innamorati si stringevano le mani
guardandosi negli occhi.
Le ombre del crepuscolo velavano sguardi colmi di lacrime.
Il gatto, ricomparso, balzò sulla grande fioriera in pietra carica di
oleandri bianchi. La guardò socchiudendo gli occhi.
Erano le 19,30, mezz’ora di ritardo. Poi, l’annuncio che attendeva.
Sorrise, finalmente, un sospiro di sollievo.
Afferrò il borsone, corse incontro, lungo il marciapiede, alle vetture
che, sbuffando, stavano entrando in stazione. Attese che il treno fosse
fermo, poi con un balzo agile salì sul primo vagone e si tuffò all’interno,
facendosi spazio tra i corpi, passando da una vettura all’altra
in cerca di un posto a sedere.
Un uomo le cedette il suo, accanto al finestrino. Ringraziò con un
sorriso stanco.
Il treno ripartì, scivolava sulle rotaie. Guardò attraverso i vetri
Impolverati: la città con le sue case colorate di rosa si allontanava,
avvolta dall’oscurità della sera profumata di mare.
La donna si appoggiò allo schienale del sedile, sistemò la gonna
sulle ginocchia, le palpebre si abbassarono, i lineamenti si distesero, si
abbandonò al torpore che pian piano l’avvolgeva. Tutto era già stato.
Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo
ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative.
Un’immagine, un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà
vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza,
o di un ineluttabile ritorno al passato.
Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che
parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo
metallico e canta col frastuono ritmico dello sferragliare. Il treno, sempre
presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.
Lamartine a Livorno
“Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi che il giorno respira?”
Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.
“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del vento ».
Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.
Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it
Si ringrazia Ida Verrei per la traduzione
/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-arte-cultura%2FSCRITTORI%2Flamartine%2FLamartine-Meditations-poetiques.jpg)
Patrizia Poli presenta Lamartine a Livorno "Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante, Onde in cui nessun vento ha scavato solchi? Perché agitate la vostra schiuma fumante In leggeri turbinii? ...
http://www.livornomagazine.it/Livorno-arte-cultura/SCRITTORI/Lamartine-a-livorno.htm
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)


/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-arte-cultura%2FStoria-di-Livorno%2Ffoto%2Fandrea-sgarallino%2Fpiroscafo-sgarallino.jpg)

