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MADRE di Adriana Pedicini

28 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Adriana Pedicini

Madre

Il momento tanto terribile del distacco non fu vissuto con vera partecipazione. Sembra assurdo ma è così.

Un rifiuto della morte come morbo pestilenziale, una specie di miasma che voleva per forza asfissiarmi e il timore di una visione macabra e ripugnante cozzavano contro il disperato bisogno di sentirla ancora viva.

Una madre non può essere per il figlio un essere contaminato contaminante, uno spettro, e suscitare immagini spettrali.

Pur nella rozzezza delle forme, negli ironici scherzi che la natura opera nei corpi umani, una madre, per il figlio, è sempre un angelo. L’importante è averla, una madre.

La morte quindi è sua nemica. E la morte mi tenne lontana dalla stanza in cui giaceva ormai la sua salma, composta dalla pietà dei parenti e circondata da candelabri lunghi e snelli da una parte, dall’altra da fasci di fiori anch’essi agonizzanti nell’aria afosa e buia dell’ambiente, appena appena rischiarato da un filo di luce che riusciva a penetrare attraverso lo spiraglio delle imposte socchiuse.

Fin dalle prime ore del pomeriggio in cui cessò di vivere e per l’intera notte seguente mi tenni lontana da quella stanza.

Ugualmente con uno strattone mi liberai dall’abbraccio affettuoso dei parenti, sigillando nel mio silenzio tutto il doloroso stupore di quell’evento.

Poi d’improvviso il culmine drammatico di quel distacco.

Non avrei rivisto più mia madre per anni interi, per un numero infinito di anni, per l’eternità! Eternità! Parola che annullava la speranza, eliminava ogni possibilità: non sarebbero bastati gli sforzi di una vita intera a ricongiungermi a lei.

Eternità come infinità, come nullità!

Sperare d’incontrarmi con lei voleva dire scoprire e possedere la vastità dello Spazio, varcare e comprendere le barriere del Tempo, penetrare nel mistero della Vita-Morte e sovvertirne i principi.

E il cuore vacillava sotto il peso del senso di impotenza che mi possedeva, la mente si disperava.

Corsi allora a racimolare brevi attimi di convivenza, a sottrarre al tempo un ultimo tacito colloquio, a stabilire un estremo patto di amore eterno.

E la ri-vidi, la ri-conobbi, la ri-scoprii bella, sorridente, serena, come non mi sarei mai aspettata si potesse essere nella immobilità della morte.

Gli ultimi giorni di sofferenza le avevano scalfito le gote, le labbra si erano contorte come in un piccolo cerchio che a mala pena lasciava passare un piccolo soffio vitale. Gli occhi soltanto parlavano, tumidi di lacrime, mentre lentamente si volgevano ora qua ora là verso l’uno o l’altro dei figli.

Non avendo capito l’estremità dell’ora, sedevo su di uno sgabello, accanto a lei, mano nella mano, illudendomi di rinvigorire col mio calore quel tepore freddo che mi sembrava di cogliere al contatto.

Ad un tratto avvertii una specie di scarica elettrica, un ritmo di leggere vibrazioni che dalla sua mano passavano alla mia. Ne rimasi turbata e ricacciai indietro il timore che si trattasse per lei del passaggio fatale, per me dell’estremo messaggio.

Ora invece, di nuovo seduta accanto a lei, di nuovo mano nella mano, la contemplavo, con la punta delle dita le carezzavo la fronte, la baciavo, appena sfiorandole le gote ora di nuovo distese.

Cercavo di assorbire nella mente e nell’anima quanto più possibile della sua immagine, quasi che io stessa potessi farmi custodia di una sua forma incorporea. Perché fosse, però, più corrispondente al vero, il giorno dopo tracciai sul mio diario segreto, di lei, il volto dell’ultimo istante, il sorriso disteso con cui aveva salutato la vita.

Scorrendo inesorabilmente il tempo cercava di cancellare quell’immagine dalla mia mente; questa reagiva ripercorrendo, quasi fisicamente, i sentieri della nostra vita in comune cercando di fissare un’espressione, uno sguardo, una parola.

Tutto dunque si risolveva in una lotta impari tra l’inevitabile fluire dei giorni e la memoria che tentava di rendere quanto più vigorose e nette le immagini.

Ne derivava un dolore quasi fisico, ricorrente, soffocante; di notte mi sorprendevo a piangere dormendo e il risveglio mi sgomentava per la certezza che un destino crudele aveva cancellato in un attimo un mondo di affetti, un’esistenza tenera di cui avevo tanto bisogno ancora, e per la quale dovevo rappresentare certamente ancora uno degli scopi della vita.

Il ricordo non era accompagnato dal sapore dolce della nostalgia, dalla pacata amarezza del rimpianto. Era trafitto dalle spine di un dolore grondante ancora lacrime tristi.

Ma un filo di luce doveva alla fine rischiarare le tenebre dell’animo prostrato.

I miei bambini mi chiesero un giorno perché mai i miei occhi mi si riempissero di lacrime ogni qualvolta guardavo l’immagine di lei sul comodino.

Cominciai, allora, a parlare loro in modo tenero e affettuoso di quella cara figura che essi non avevano conosciuto, ma di cui pur avvertivano la presenza nel mondo affettivo che li circondava.

Eliminai però, per non angosciarli, dalle parole ogni velo di tristezza, ogni rimpianto struggente, ogni senso di vuoto sgomento.

Mi accorsi, allora, che come acqua sorgiva zampilla con vigore dalla roccia, così il ricordo, trasparente e concreto a un tempo, limpidamente fluiva dalla mia mente e dolcemente si concretizzava nelle parole. Mai mi ero accorta della straordinaria possibilità che avevo di renderla viva. Avevo riscoperto a livello di pensiero la sua nuova identità e la possibilità per lei di sopravvivere, per me di crederla viva. Ricreata da questa convinzione, la realtà riemergeva, seppure in altra dimensione.

Non più ricercai assurde immagini di un volto che ormai aveva i suoi lineamenti stemperati nell’infinità dello spirito, non rimpiansi più il tepore di un corpo che aveva acquisito le proporzioni infinite dell’anima.

Per quella sconvolgente e drammatica, misteriosa e divina equazione Vita-Morte e Morte-Vita, riscoprii Lei-Madre in me madre, parti infinitesimali di un disegno, che seppure ci aveva viste protagoniste di un particolare momento drammatico, aveva però un respiro e un significato universale.

Mi piacque tuttavia ancora una volta immaginarla col volto di sempre mentre, in fondo al viale luminoso dell’Eternità, mi ammoniva che continuassi anche per lei a vivere, tra pianti e sorrisi, l’antico ruolo di Madre.

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Sensualità

27 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

Fotografia Fabio Marcaccini

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Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”

25 Aprile 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”

Il cuore in disparte

Roberta Pilar Jarussi

Musicaos, 2013

pp 50

1,99 €

"Il cuore in disparte" di Roberta Pilar Jarussi è una lettura rapida e incisiva, che racconta l'incontro, o forse il mancato incontro, di due personalità affini. L'autrice descrive in maniera impietosa e graffiante i personaggi e gli ambienti che fanno da cornice alla vicenda e ne rivela con pochi tratti lo squallore e l'umanità, tracciando un racconto dal ritmo incalzante, che si sviluppa in un’alternanza ossessiva fra passato e presente.

Ossessivi, nel senso tecnico del termine, sono anche i due protagonisti, entrambi scrittori di nicchia ed entrambi legati a manie, abitudini e rituali quotidiani, descritti minuziosamente e con ironia dall'autrice. Anna e Filippo sembrano appartenere a una realtà altra, asettica e metodica, di chi vorrebbe “rassettare la città, innaffiare le aiuole spaccate, togliere la polvere dalle macchine, i vetri dai giardini e i cessi rotti dai cassonetti”. Si conoscono a un festival letterario in una sperduta località meridionale e danno vita a un fitto scambio di mail, che li terrà per anni in un rapporto intenso e indefinito. Le loro comunicazioni si limitano a scambi di manoscritti e conversazioni intime ma impersonali, in cui non trovano spazio né la vita privata, né i sentimenti dei protagonisti. Si tratta di una non-storia che è destinata a rimanere in sospeso, fatta di frasi aperte e lettere senza incipit e senza saluti. Allo stesso modo rimane sospesa e non trova espressione la tensione erotica che nasce fra i due durante il loro secondo incontro. “Certe relazioni durano in eterno se tieni le mani a posto” scrive l'autrice.

Il racconto di questa serata incompleta ritorna costantemente, alternandosi a quello del presente dei personaggi e gettando la sua ombra sul loro terzo, e si presume ultimo, incontro. Dopo nove anni di scambi di mail Anna e Filippo si concedono diciannove ore da passare insieme in una stanza d'albergo. A questo punto il ritmo ciclico delle descrizioni si interrompe bruscamente, lasciando il posto un incontro di corpi intenso e risolutivo. Ma come dice il titolo, il cuore rimane in disparte, e il lettore intuisce che ciò a cui sta assistendo non è l'evoluzione di una storia ma la sua fine.

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Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi

24 Aprile 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #redazione

Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi

Il nuovo libro di Gordiano Lupi esce il 24 aprile.

Yoani Sanchez - In attesa della primavera - Anordest Edizioni - Euro 12,90

Viene Yoani in Italia a presentarlo!

Domenica 28 a Perugia - ore 19 Festival del Giornalismo

Lunedì 29 a Torino - ore 21 - Circolo dei Lettori con Mario Calabresi e Piero Fassino

Martedì 30 a Monza - ore 17 - Teatro Manzoni

La presentazione di Mario Calabresi

Due persone sono state decisive per convincermi definitivamente dell'importanza del lavoro che Yoani Sánchez porta avanti da anni: Barack Obama e il mio barbiere.

Nel 2009 Yoani inviò alla Casa Bianca sette domande sul futuro di Cuba, indirizzate al presidente Obama. Una persona qualunque poteva attendersi come replica, al massimo, due righe cortesi di ringraziamento redatte da qualcuno dello staff presidenziale. Passarono invece poche settimane e a casa di Yoani arrivò una risposta scritta di Obama, che si dilungava nel dettagliare la linea della sua Amministrazione nei confronti del regime castrista. "Il suo blog - scrisse tra l'altro il presidente alla Sánchez - offre al mondo una finestra unica per scoprire la realtà della vità quotidiana a Cuba". Il settimanale "Time" aveva già inserito poco tempo prima Yoani nella lista delle 100 persone più influenti del pianeta. Ma la mossa di Obama significava qualcosa di più, perché faceva della blogger cubana un interlocutore diretto per il governo degli Stati Uniti, un modo per l'America di raggiungere direttamente il popolo cubano. Nel nostro piccolo, noi de La Stampa da questo punto di vista avevamo preceduto il presidente americano di diversi mesi, riconoscendo l'eccezionale opportunità di capire Cuba che ci offrivano i racconti di Yoani. Il governo de L'Avana nella primavera 2009 le vietò di partecipare al Salone del Libro di Torino: l'espatrio per Yoani era solo un sogno e sarebbero passati altri quattro anni di battaglie prima che le fosse concesso di avere il passaporto e lasciare l'isola. Visto che il regime all'epoca non la lasciava andare in giro per il mondo e ostacolava in ogni modo il suo lavoro sul web, decidemmo di darle ospitalità sul nostro giornale e su LaStampa.it, diventato la casa italiana del blog "Generaciòn Y" di Yoani.

Da allora, è diventata una di "famiglia" per noi della Stampa, una testimone eccezionale che ci ha aiutato a scoprire la complessa evoluzione delle vicende cubane. Attraverso Yoani, però, sono stati soprattutto i lettori italiani a vivere l'altalena di frustrazioni e piccole e grandi conquiste che caratterizzano la vita quotidiana sotto uno degli ultimi regimi comunisti al mondo. Yoani ha storie da raccontare che colpiscono chiunque, dal presidente degli Stati Uniti alla gente comune. A farmelo capire è stato il mio barbiere. Un giorno sono entrato nel suo negozio, mi sono seduto per attendere il mio turno e sul tavolino in bella evidenza, dove di solito dominano le riviste di gossip, ho visto il libro "Cuba Libre" di Yoani. "Cosa ci fa qui?", ho chiesto al barbiere. "L'ho comprato perché ero incuriosito dall'autrice - mi ha risposto - e ho scoperto che ci racconta come si vive davvero a Cuba, senza censure. Lo tengo a disposizione dei clienti nella speranza che lo sfoglino, così il tempo che passano nell'attesa serve a qualcosa. Gli ho regalato una finestra su Cuba...". Il mio barbiere a Torino la pensava esattamente come Barack Obama a Washington. E allora buon viaggio con Yoani.

(Mario Calabresi)

"Per scoprire un autoritario cubano ditegli che l'arcobaleno è composto da sette colori, lui negherà e sosterrà che è solo rosso e verde oliva. Per scoprire un autoritario basta che gli proponiate di dialogare, fuggirà spaventato, sorpreso, e si nasconderà. Per scoprire un autoritario dovete solo notare la sua inclinazione all'insulto, la sua paura del dibattito e quella mano alzata pronta a colpire" (Yoani Sánchez).

Yoani Sánchez, laureata in filologia nel 2000, alla Università dell'Avana. Nell'aprile del 2007, crea il blog Generación Y (che le ha dato rinomanza internazionale) dove pubblica regolarmente storie di vita cubana, caratterizzate da un tono critico nei confronti del governo. È una delle più influenti voci sulla realtà cubana. Il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani ed è spesso perseguitata dalle autorità. In Italia, i suoi post sono pubblicati dal quotidiano La Stampa tradotti da Gordiano Lupi. È stata candidata al premio Nobel per la Pace 2012.

Gordiano Lupi, collabora con La Stampa per cui cura il blog di Yoani Sanchez - Generación Y www.lastampa.it/generaciony. Ha tradotto le opere di Alejandro Torreguitart Ruiz, di Guillermo Cabrera Infante, di Felix Luis Viera e di Virgilio Piñera. Ha tradotto Cuba libre di Yoani Sánchez. Ha scritto molti saggi e monografie sul cinema italiano degli anni Settanta. Sito internet: www.infol.it/lupi

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Imbarazzo a caso

23 Aprile 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Imbarazzo a caso

una piccola iniezione di gioia di vivere...

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Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

22 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

La casa ai confini del tempo

Ilaria Vitali

0111 Edizioni, 2012
pp. 153
14,50


Tutti coloro che si sono accostati a “La casa ai confini del tempo” di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell’infanzia e, soprattutto, di mimesi perfetta del linguaggio infantile, così come si ritrova, ad esempio, nei libri di Niccolò Ammaniti o della scrittrice partenopea Ida Verrei. A nostro avviso, invece, si tratta di un’operazione molto più letteraria. Lo stile del testo, nella sua semplicità artefatta, è assolutamente, squisitamente, ricercato, non c’è realismo né aderenza al parlato o pensato infantile, bensì un surrealismo ricco di simboli, di allegorie: una forma studiata nei minimi particolari, che non lascia niente al caso, poetica e per nulla puerile.

L’undicenne Zoe passa un’estate nella casa dei nonni, in riva al grande fiume, nella pianura padana calda, languente e assolata. Intorno la vita scorre, è il 1992, tangentopoli spazza via la prima repubblica, ma Zoe e la sua famiglia sono sospesi in una bolla. I personaggi principali sono Zoe stessa, la madre, i nonni, l’amico vicino di casa, il di lui padre. Alcune comparse entrano ed escono di scena come attori su un palco: la cugina Iris, i carabinieri, gli zingari. Non c’è niente di realistico, niente di “normale” in ciò che accade, tutto ha un significato nascosto.
C’è un’altra figura che giganteggia nella sua assenza, e si ridimensiona - addirittura si schiaccia - nella sua ritrovata presenza: il padre di Zoe, il perno della storia, colui che, con la sua condotta, ha messo in moto la catastrofe, ha provocato il rimosso, quella che la madre di Zoe ora chiama “la traversata”.
“Da un po’ di tempo succede che le cose mi parlano”, esordisce Zoe. Sì, le cose parlano a chi sa ascoltare, le cose hanno aspetti nascosti, surreali, come in quadro di Magritte o di De Chirico. La casa è “una casa treno” capace di spostarsi su una linea ideale che dovrebbe portare avanti, nel futuro, ed invece torna sulle orme di un passato cancellato, rimosso. La caffettiera sanguina, le scale si rompono, i muri si crepano, i tulipani si suicidano. Anche Zoe stessa guarda la realtà da una prospettiva irreale, facendo la verticale contro il muro a testa in giù, o rimanendo immobile e muta come l’erba.

Comunque, il fatto delle cose che mi parlano succede da qualche mese. Da quando ho compiuto undici anni, per la precisione. Di notte, per esempio, sento strani rumori. Lo so che sono loro. È legno che scricchiola, muro che crepa. Il tavolo vuole tornare albero e il cemento sabbia di mare.” (pag 6)

La ragazzina cresce, scopre il mondo dei grandi, razionalizza e ironizza ma lo fa in un modo che, pericolosamente, sfiora la possibilità della follia. Manca poco a che le cose parlanti si trasformino in pericolose voci nella testa, che l’immobilità del fingersi erba diventi mutismo irreversibile.
A salvarla, però, c’è Mujo, “un’oasi di luce nel buio”, lo zingaro, il reietto, l’anima nella quale Zoe si riconosce e che la tiene avvinta alla realtà.

“Io e Mujo siamo quasi sui binari, i nostri passi bucano il buio, sicuri. Ormai nessuno può fermarci. Questo è il kairos, il momento giusto.”(pag 151)

Kairos, dunque, e non un amoretto infantile qualunque, non i primi battiti del cuore.
“Questa notte soffia il vento in un posto dove il vento non soffia mai e ogni cosa è concessa.” (pag 151)

Eppure, questa narrazione tutta simboli e segni, questo “mandala profano disegnato dal caos”, come lo definisce l’autrice stessa, è anche terribilmente avvincente, ti trascina da un breve capitolo all’altro, nell’attesa dell’epifania, della rivelazione che rende quell’estate così diversa dalle altre e fa sì che le cose parlino a Zoe. È l’evento che dovrà accadere, l’enigma da svelare, l’imponderabile che si concretizza nella sineddoche di un braccialetto, di una linea sul muro a delimitare una crescita bloccata metà.
Ed è anche questo linguaggio così pieno di significati, spigliato e divertente, ironico e godibile, a riprova di un talento narrativo pieno di promesse ma già maturo e affilato, di quelli che, di solito, non ti aspetti in un esordiente.

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Piccolo Mondo Antico

21 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

Fotografia Fabio Marcaccini

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"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto

19 Aprile 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto

"Le Primavere di Vesna"

di Ida Verrei

Fabio Crice Editore

pp.189

Euro 15,00

Recensione di

Paolo Basurto

Tutto sembra una storia vera, in questo bel romanzo di Ida Verrei. La storia di una donna. La parabola della sua vita. Un lungo flash back. Una partenza e un ritorno. Un viaggio nella memoria. Un viaggio nel viaggio vero che la porterà al matrimonio della sua prima figlia.”

"Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative. Un’immagine un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza, o di un ineluttabile ritorno al passato.

Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo metallico e canta con il frastuono ritmico del suo sferragliare. Il treno, sempre presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.”

Ma la storia di Liana è solo in apparenza una storia di donna. Una storia quasi normale di amore, separazione, speranza e delusione. Liana è anche Vesna. Le sue primavere sono la sottile e diffusa simbologia che intride, con pudore al limite della timidezza, il tessuto dell’intera narrazione.

“Le Vesnas sono figure fantastiche legate alla giovinezza e alla primavera. Sono donne belle e sapienti, che vivono in splendidi palazzi in cima alle montagne. Un incantesimo permette loro di uscire e raggiungere la valle solo in un certo periodo dell’anno. Il loro arrivo porta la primavera.”

Dunque è la mitologia di sentimenti elementari che si intrecciano e diventano complessi. La magia delle emozioni che risolve le contraddizioni della curiosità della vita in un ottimismo innocente che sa di meritare la felicità. E’ questa la trama vera del racconto. Il riscatto della voglia di vivere. L’energia semplice e intensa della voglia di libertà e di amore. Il recupero delle occasioni perdute. Il desiderio di non avere rimpianti, il piacere puro di voler bene, di voler il bene dell’altro. La tentazione di castigare la cattiveria e la crudeltà. Lo stupore per l’insensibilità e l’egoismo. La paura delle maledizioni del destino, che ha il viso grinzoso di una strega ma che nonostante la fame che la spinge all’elemosina, non ha il coraggio di mentire nella divinazione del dolore fino alla terza generazione.

I personaggi della storia, non sono mai marginali. Buoni e cattivi allo stesso tempo, sono coinvolti nello scenario sconvolto della guerra e del dopo, alla ricerca delle loro primavere. L’egoismo non manca. Un egoismo umanissimo e quotidiano. Descritto con reticenza, come se lo si volesse scusare; con rammarico. Un marito che inganna se stesso, innanzitutto, per non ammettere la verità del tradimento,del disonore della fuga, della sofferenza che infligge, rompendo la sua famiglia e riducendola in più pezzi doloranti, è pur sempre un uomo che ama, che ha amato, che sa amare, che cerca la sua primavera con le lacrime agli occhi. Qualcuno da compatire, non da condannare. Dopo la protagonista è forse il personaggio più presente anche quando il suo ruolo è implicito. Gli effetti delle sue azioni affiorano in tutta la narrazione. Ma non c’è un genio del male né un colpevole. C’è un uomo che ha paura, che si libera da tutto ciò che gli impedisce di nuotare verso una nuova spiaggia dopo il naufragio che la guerra ha fatto dei suoi ideali giovanili. Anche a lui viene riconosciuto, auspicato, il diritto di ricominciare.

Vesna è il simbolo di questo diritto. Un diritto di tutti. Il suo viaggio nell’incarnazione di Liana, è anche il viaggio di una liberazione silenziosa e lunga, dai condizionamenti culturali, dagli affetti possessivi, dalle oscurità dei ricatti. Il mondo dell’adolescenza si nutre di bellezze naturali, di semplicità familiare. Si esprime in veneto-sloveno e alimenta la fantasia con la sua mitologia. Vesna viene da questo mondo. Suo malgrado, attraverserà l’italia per seguire un destino segnato dalla

profezia di una zingara. Da allora una figura di suocera, subito temuta, dominerà il difficile acclimatarsi al mondo meridionale, delle convenzioni e dei formalismi. Ma anche questo personaggio ha la sua umanità accattivante e sarà l’unico a capire Liana e a cercare di salvarla con prudenti quanto inutili consigli. La luce di Vesna, insomma, si proietta su tutti, ispessendo i chiaroscuri ed evitando la sommarietà dei tratti senza sfumature.

Come nel suo precedente romanzo, Un, due, tre, stella!, Ida Verrei, dipana il racconto con agile continuità. Le descrizioni abbondano, ma la poesia che le ispira le rende leggere e autonome. La narrazione si gode senza sforzi fino a quando la trama avvolge il lettore e lo costringe a scoprire i numerosi messaggi dei simboli che percorrono le parole e le illuminano di novità come gocce di luce.

Il sospetto di una forte ispirazione autobiografica è dovunque presente, ma si trasfigura e si riscatta in una immaginazione creativa che legittima a sperare molte cose buone da un’autrice che ha trovato nello scrivere la sua Vesna.

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La Natura è Arte

19 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

Fotografia Fabio Marcaccini

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Intervista a Marco De Franchi

18 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #marco de franchi, #interviste

Intervista a Marco De Franchi

Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove racconta una vicenda che si riconduce alle indagini sulle nuove BR, ma gli appassionati di letteratura fantastica, i vecchi frequentatori della casa editrice Solfanelli e del premio Tolkien, gli abbonati di Dimensione Cosmica, lo ricordano soprattutto - al pari dell’altro scrittore di livornese, Gianluigi Zuddas - per la sua produzione fantastica.
Marco ha accettato di parlarci di
sé.

“Allora, cerco di mettere un po’ d’ordine, rappresentando, preliminarmente, che mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di me e della mia vita. Uno dei motivi per cui scrivo storie è proprio per evitare di stare al centro dell’attenzione. Insomma spero che i miei personaggi parlino abbastanza per evitare che debba farlo io.
Nasco nel 1962 a Roma e come tutti i veri “scrittori” nell’animo desidero da subito solo scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare. Scrivere senza avere dei lettori è un’assurdità. Chi scrive VUOLE pubblicare. Non è questione di notorietà o altro. È l’esigenza di narrare e sapere che ci sono persone che ascoltano la tua narrazione. A dieci anni sognavo i miei libri dietro le vetrine delle librerie. Non ho avuto il successo sperato, ma va bene così.
M’innamoro della lettura di genere e in particolare della fantascienza, che eredito da mio padre (professore di Liceo, amante dei classici, ma avido lettore di Urania), e della narrativa gialla (che eredito da mia madre, donna dalla cultura più umile ma grandissima, onnivora lettrice).
I miei riferimenti sono, all’inizio, Simak, Dick, Heinlein, Bradbury. Poi scopro l’horror e la narrativa fantastica in senso lato. E allora amo e divoro Lovecraft, Machen, Poe, e poi Herbert, King, Straub, Blish, Barker, e tanti altri. Però non disdegno la narrativa italiana e i grandi noir.”


E così cominci…

“Sì, inizio a tentare di scrivere qualcosa di “professionale”. Il mio “esordio” è nel 1983 quando scopro il Premio di Narrativa Fantastica “Tolkien”, che Solfanelli edita con la cura di due nomi del calibro di Gianfranco de Turris e Giuseppe Lippi. Invio il racconto “La Porta Magica”, che non entra in finale, ma stuzzica l’interesse di de Turris. La Porta Magica è, infatti, un mix di horror ed esoterismo, con un aggancio alla realtà (m’ispiro, infatti, alla Porta Magica che sorge al centro di Piazza Vittorio a Roma, un bell’esempio di enigma esoterico-alchemico) e un interesse per i personaggi “borderline”. Il protagonista è un omosessuale e scrivere di questo nel 1983 non era proprio scontato (almeno per me). Comunque de Turris mi telefona (immaginate il mio stupore e la mia felicità) e m’invita a collaborare con altri racconti, sempre sulla stessa scia: uno sfondo storico, reale e soprattutto italiano e uno sviluppo magico/esoterico. La Porta Magica esce poi in Francia (non è mai stato pubblicato in Italia!) per una rivista specializzata molto nota allora, Antares, curata da Jean Pierre Moumon. Nel 1984 arrivo terzo al Premio Tolkien con il racconto “La Città Scarlatta” (in cui ci sono horror, magia sessuale, l’abisso e la redenzione) e nel 1985 sempre terzo con il romanzo breve “Gli Occhi nel Bosco”. Sono molto affezionato a questo romanzo (poco più di cento pagine, un taglio che in Italia non va molto, non è, infatti, racconto e neanche romanzo) perché esce nell’antologia “Immaginaria” di Solfanelli insieme a un romanzo di Grazia Lipos (una scrittrice triestina molto legata al Fantasy tradizionale) e al vincitore di quell’edizione “Viaggio per Lisa” di Luigi de Pascalis. Considero de Pascalis uno dei migliori scrittori italiani di narrativa fantastica. Già allora era un mito e per me fu un onore pazzesco uscire in un libro insieme a lui. Con Luigi poi, negli anni, siamo diventati amici e adesso collaboriamo stabilmente. Per me è un faro, una guida, un grande aiuto. Ha curato l’uscita del mio ultimo romanzo ed è semplicemente un uomo e uno scrittore fantastico (a settanta anni suonati si muove, scrive, inventa, progetta come un ventenne).
Comunque, da quel momento, inizio a scrivere e a pubblicare racconti qui e lì, con alterne fortune.”


Le strade che intraprendi, sappiamo, sono molte, fra le quali il mondo dei fumetti.

“Poiché mi interessa la narrativa a tutto campo, quindi anche quella cinematografica e fumettistica, mi cimento in entrambe le direzioni. Nel cinema non vado oltre qualche soggetto e un trattamento che avrebbe dovuto diventare una sceneggiatura e poi un film, ma che poi non ha trovato produttori. Nel fumetto invece la svolta è venuta con le testate popolari Lanciostory e Skorpio con cui per più di quattro anni ho collaborato stabilmente. Ho scritto qualche centinaio di sceneggiature per fumetti e ne sono fiero. Quello del fumetto è un campo molto stimolante. Mi hanno “disegnato” autori di razza e anche di questo sono contento. In quegli anni vivevo di sceneggiature per fumetti (e ho scritto anche qualche fotoromanzo per le dedizioni Lancio, lo ammetto. Non era un granché ma pagavano bene. Scrivere fotoromanzi, inoltre, insegna molto dal punto di vista delle tecniche narrative).”

È a questo punto che comincia la tua carriera di “sbirro”. Da un’intervista rilasciata a thriller Magazine sappiamo che non ami definirti un poliziotto scrittore, bensì il contrario, cioè una persona che, prima di tutto, scrive.

“Sì, poi sono entrato in polizia. Studiavo Legge, dovevo ancora fare il militare ma soprattutto mi affascinava il mestiere dell’investigatore. È il lato noir che albergava in me. Poiché inoltre non avevo il coraggio di provare la strada della sola scrittura (che raramente dà da mangiare) ho tentato questa strada professionale e devo dire che non me ne sono pentito. Il mio lavoro è sempre stato la polizia giudiziaria ed è un mestiere che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sorprende e mi affascina.
Il lavoro in polizia – e il fatto che fui trasferito in Toscana, allora a Massa Carrara - rallentò però e di molto la mia attività “di scrittore”. Per circa dieci anni non ho scritto (né naturalmente pubblicato) una sola riga. Non è che non lo potessi fare (ci sono decine di esempi di poliziotti-scrittori), è che ero troppo concentrato su questo lato del mestiere. E poi hai ragione, non sono mai stato uno sbirro-scrittore. Se mai sono uno scrittore che fa di mestiere il poliziotto.
Nel 1999 torno a Roma e come dire, mi “risveglio” ed inizio di nuovo a scrivere e a collaborare con de Turris e quello che amo chiamare il “gruppo romano” (forse qualcuno lo conosci: a parte de Pascalis, Nicola Verde, Roberto Genovesi, Errico Passaro, Gabriele Marconi, ma anche Giulio Leoni, Massimo Pietroselli, Alda Teodorani, Massimo Mongai, e altri). Anche se all’inizio è stato davvero difficile oliare i vecchi arrugginiti ingranaggi. Era come se la mia vena “fantastica” si fosse esaurita e in qualche modo il tempo mi avesse superato. Io insomma ero rimasto ai miei primi tentativi che per quanto fortunati erano ancora embrioni delle cose che volevo scrivere. Insomma mi sembrava di aver perso il famoso treno.”

Poi c’è stata l’esperienza forte del gruppo Biagi, quella che, forse, umanamente hai vissuto con maggiore partecipazione, quella che ha stimolato la tua vena di scrittore e dalla quale è scaturito il romanzo La carne e il sangue, ispirato alla figura di Cinzia Banelli.


“Nel 2003 entro a fare parte del “Gruppo Biagi”, il gruppo investigativo che raccolse forze un po’ da tutta Italia per individuare gli assassini di Marco Biagi e, prima, di Massimo D’Antona. Ero sempre stato affascinato dal fenomeno del terrorismo, ma fino ad allora mi ero occupato “professionalmente” di narcotraffico e di antimafia. Investigare un fenomeno così complesso e pieno di contraddizioni come il crimine politico mi ha stimolato molto. Al di là dei risultati (alla fine gli assassini di Biagi, D’Antona e del collega Petri, le cosiddette nuove Brigate Rosse, furono presi) e dell’arricchimento professionale che ho avuto da questa avventura (spesa tra Roma, Bologna, Firenze e Pisa), dal punto di vista “letterario” mi si è aperto un mondo. Per la prima volta ho iniziato a “usare” il mio mestiere di sbirro per alimentare il mestiere di scrittore. Così nel 2008 è uscito “La Carne e il Sangue”, per Barbera, e una serie di racconti ispirati agli anni di piombo o semplicemente “noir” (di quel periodo è l’intervista a Thriller Magazine). Il noir è ancora una dimensione letteraria che amo, ma ultimamente ho rallentato questo tipo di narrativa (miei racconti noir o semplicemente thriller sono usciti su antologie per Meridiano Zero, Flaccovio, Laurum, Robin, ecc.). Mi pare ci sia un sovraffollamento nel genere e in fondo la cosa importante è scrivere una storia a cui si tiene, il genere conta meno. Il noir ti permette di indagare i lati più oscuri dell’animo umano e soprattutto di trattare il mistero nella vita quotidiana.

Viene per tutti, però, il momento del ritorno a casa, alle origini.

“È vero. Sono tornato da poco alla narrativa fantastica, e ne sono felice. Non solo perché ho ritrovato la dimensione che preferisco ma perché qualcuno mi definì tanto tempo fa “una promessa del fantastico italiano” e ho sempre pensato di aver deluso questa aspettativa. Chissà se a cinquant’anni posso ancora provarci?
Comunque dal 2010 ho ripreso a collaborare con de Turris (in quell’anno è uscita per il Giallo Mondadori l’antologia da lui coordinata “Il Filo del Rasoio”) e i miei racconti hanno ripreso a circolare. A maggio come hai visto uscirà per La Lepre Editore il romanzo “Il Giorno Rubato”, una sorta di thriller paranormale a cui tengo molto. È un editore piccolo ma molto serio e ha un bellissimo catalogo, a mio parere. Da questo romanzo spero di ripartire, riannodare qualche filo e, se ho fortuna, portare a termine altri progetti.
Nel fantastico mi sento più a mio agio. Penso che sia uno strumento con cui si può aprire molte porte. È anche una luce al cui filtro si può leggere l’intera realtà. Ed io sono ancora fedele alla massima di Roger Callois che definiva la letteratura fantastica (cito a memoria e sicuramente senza precisione) “l’irruzione improvvisa e inaspettata dell’irrazionale nel razionale”.

E ora, visto che siamo su Livorno Magazine, che cosa puoi dirci del tuo soggiorno in questa città dove , troppo spesso, nessuno è profeta?

“Dal 2005 vivo a Livorno. Sono “tornato” (come dite pazzescamente voi livornesi quando vi riferite al trasferimento in una nuova casa) perché mia moglie, Debora, è di Livorno e qui ha il suo lavoro, e perché due figli piccoli reclamano la presenza del padre. All’inizio questa città non mi piaceva proprio. Non mi ci riconoscevo e Roma mi mancava (mi manca ancora!). Devo dire però che adesso comincio ad apprezzare alcuni aspetti della vostra città. E certe strade, certi scorci cominciano a entusiasmarmi. I livornesi non è che li capisca molto, ma ne apprezzo la genuinità e il senso dell’esagerazione. La vostra rivista on line mi ha aiutato molto nello scoprire alcuni aspetti nascosti di Livorno. Così come venire a sapere che ci sono altri scrittori che vivono qui e che fanno i conti tutti i giorni con editori, agenti, rifiuti, contatti, speranze, ecc. Grazie anche per questo.”

Grazie a te, Marco, di cuore.

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