Sono una pianta
18 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto
Dalla stanza accanto arriva il parlottio irritante della televisione rimasta accesa. Non ho voglia di andare a spegnerla. Guardo chi entra in chat e quanto ci rimane. Loro non possono vedermi, ma io cerco di immaginare chi stia parlando con chi e di cosa. Cerco di immaginare chi mi contatterebbe se smettessi di stare invisibile e di cosa parleremmo. Di niente immagino, perché ormai credo d'aver perso anche la facoltà di rispondere a un semplice saluto.
Sfoglio le foto delle ultime vacanze. Provo un istintivo disgusto per tutta la gente insignificante che le affolla e non mi riconosco nell'essere deforme che ghigna col viso abbrustolito dal sole e i rotoli di grasso che strabordano dal costume troppo stretto e troppo piccolo per il suo corpo. Una marea di corpi semi-ustionati, che si contorcono e premono sulla sabbia come insetti. Che senso ha distinguere quelli che conosco da quelli sconosciuti?
Mi piacciono le foto del mare e dei vicoli della città vecchia, con i vecchi giardini abbandonati a se stessi. E mi piacciono le foto degli scogli in fondo alla pineta, dove non c'è la spiaggia e non ci sono persone, solo alcune grandi piante succulente di cui non so il nome e su cui la gente ha inciso i propri nomi. Da lontano le foglie sembrano verdi e rigogliose, ma da vicino sono tutte una cicatrice si segni bianchi: nomi, lettere, date, cuori.
Io sono come una di queste piante. La gente passa, scrive il proprio nome e se ne va, nella convinzione che non mi accorga di nulla, che non possa sentire alcun dolore. E infatti non lo sento. La mia anima sanguina e muore senza che io lo percepisca. Le persone mi guardano ma non mi vedono, io non posso parlargli, non posso guardarle e non posso dargli niente. Anche loro non possono darmi niente.
La televisione continua a blaterare e vorrei spaccarla per farla tacere. Guardo il sole che tramonta fra le fessure delle persiane e mi rendo conto che ho passato una giornata a fissare lo schermo del computer. Voglio vedere fino a dove riesco a portare avanti la metafora della pianta. Più vado a fondo, più mi sembra che tutto torni. Io non sono il rotolo di carne arrostita che sorride come un'idiota in mezzo a una distesa di sabbia e corpi informi, io sono la pianta sullo scoglio che non vuole niente da nessuno e da cui nessuno vuole niente, che non ha bisogno di niente e nessuno, tranne un po' di acqua e di sole. E ogni tanto passa qualcuno e incide il suo nome. Le persone non ricordano d'aver inciso i loro nomi, ma la mia scorza li conserva.
Io sono una pianta velenosa. Sono velenosa e ho le spine. Tutto di me è velenoso, le foglie, i fiori, i frutti. Ho dei frutti? Questa è una domanda difficile. Le piante nella foto non ne hanno, ma al di là di ciò, cosa sono i frutti? Cosa sono i miei frutti, se ne ho?
Sento il rumore della chiave che gira nella serratura e un vago senso di fastidio al pensiero di quel che seguirà. Rumore di passi, una borsa che viene appoggiata in terra. Mia madre si affaccia alla porta dietro di me.
- Cosa stai facendo?
Niente, sono una pianta.
- Cos'hai fatto tutto il giorno?
Sono una pianta.
- Dovevi venire all'ospedale a darmi il cambio, dov'eri?
Sono una pianta velenosa.
- Hai chiamato la nonna, almeno? Le hai detto cos'è successo?
Le piante non sono buone o cattive, le piante non hanno sentimenti.
La voce dietro di me comincia a tremare:
- Ti rendi conto che sono tornata ora? E dovrei anche chiamare i parenti? Non ce la faccio più! Ma si può sapere cos'hai fatto tutto il giorno?
La voce soffoca nel pianto. Ma io non vedo, non sento, non parlo e sono velenosa e ho le spine. Sono una pianta.
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