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Il re è nudo sul colle dell'infinito

20 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Il re è nudo sul colle dell'infinito

Cosa c’entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi (per altro un po’ datata ma ancora attuale) che parla di mondo editoriale e letteratura contemporanea e, qui sul colle dell’infinito, se l’è letta tutta.

La trilogia in questione è costituita da “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (Stampa Alternativa 2003), “Nemici miei” (Stampa Alternativa, 2005 ) “Velina o calciatore, altro che scrittore” (Historica 2010). L’argomento è il mondo della scrittura e tutto ciò che vi ruota intorno, più per sciacallaggio che per condivisione. Si parla di editoria grande e piccola, di riviste letterarie cartacee e on line, di recensioni-marchette, di poteri forti che tutto ottengono a scapito della qualità, di autori incensati perché fa comodo gridare al fenomeno letterario, di scuole di scrittura creativa dove non s’insegna a scrivere ma a piegarsi al gusto del pubblico di bocca buona, e via discorrendo.

Il tono è acido e avvelenato, fa pensare a un trabocco di bile - “se non lo dico sto male”, afferma l’autore, ed io ci credo. Certe valutazioni su alcuni scrittori non mi trovano d’accordo né nella sostanza né nei toni, tuttavia il fondo di verità è innegabile. Ma esso non costituisce, secondo me, l’interesse precipuo della trilogia, né il motivo per cui ne sto parlando qui sull’ermo colle, fra interminati spazi e sovrumani silenzi. Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere, che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.

Ciò che ci colpisce, a dire il vero, nella trilogia di Lupi, è la sincerità dolorosa e crudele con cui grida il suo sfogo fino a farsi del male, fino a mostrarsi per quello che è senza cercare di imbellirsi nemmeno un poco – e in questo somiglia molto a chi vi parla – è l’innocenza del bambino che fa gridare: “Il re è nudo”.

Sì, perché, certe volte, il re è davvero nudo. E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.

Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori– questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. In questo, l’autore della trilogia mi trova in sintonia, anche se non su tutti i nomi che cita, visto che lui farebbe tabula rasa mentre io salvo parecchio e sono più indulgente. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity press maldistribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.

Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike quello vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato. È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.

Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza, a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.

Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie, mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi “La Certosa di Parma “ di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.

A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona, perché qui da noi - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.

A queste considerazioni che mi sorgono qui mentre mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, devo aggiungere che Lupi è uno dei pochi che ha il coraggio di dire pane al pane e rivendicare il diritto sacrosanto a non essere intellettuali – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa ci piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante. Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita. Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.

E Lupi ha ragione quando parla di fenomeni gonfiati. Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.

Ora qui, affacciata alla finestra della meravigliosa biblioteca di Monaldo, con lo sguardo che spazia sui campi e sulla piazzetta del sabato del villaggio, immagino Giacomo alzare gli occhi affaticati e cercare con lo sguardo Teresa Fattorini.

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno

Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta, come sta dicendo la gentile guida che mi accompagna a visitare la casa di Giacomo, “è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede”. Non sa la gentile guida che questa frase mi sta scendendo dentro l’anima e mi rimane incisa nel cuore con la sua lapidaria, ineluttabile, verità. Leggete, dice Lupi, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi, aggiungo io, che fa sempre bene.

Ed è forse per questo se il terzo libro della trilogia di Lupi– che con il sommo poeta, specifichiamo ancora, ci combina come il cavolo a merenda – ha uno stile diverso dagli altri due, permette al tessuto dell’invettiva pura e velenosa di lacerarsi per lasciare il posto alla nostalgia, al rimpianto, al vero nucleo della tematica dello scrittore/editore piombinese.

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Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche

19 Luglio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche

 

 

 

 

Sono nata tra le ortiche.

di Ida Verrei

 

 

 

 “ Nossignore, dottore, nossignore, io non ho presente.

 Solo voci, voci che scavano, urlano, rubano pensieri e asciugano parole. Sono loro, quei cazzo di comandanti! Loro possono afferrare qualsiasi movimento del corpo e della mente. Conoscono le mie fobie, le paure, le angosce, ‘o pizze massimo ‘e suppurtazione.

 Te lo dico io cos’è la mia malattia, sissignore, dottore: suggestioni, bugie, invenzioni dei comandanti. Sissignore!

 La mia infanzia? E che vuoi sapere della mia infanzia?  Che t’aggia raccuntà? Io ho pochi ricordi, e confondo realtà,  sogni, incubi.

Volevo nascere tra i fiori e sono nata tra le ortiche.

Nasco in un basso, nel quartiere S.Lorenzo, ‘o Vìco Strìtto Purgatorio ad Arco.

Mammà  non fa in tempo a raggiungere gli Incurabili, l’ospedale dove ha partorito gi altri figli, e si contorce sul suo letto d’ottone, spingendo, soffiando, gonfiando le vene del collo nello sforzo di sputare dalle cosce un nuovo verme viscido. E, intanto,  fuori corrono e giocano i  miei fratelli, tra la vita caotica del vicolo, tra l’indifferenza urlata, tra gli odori acri, pungenti che esalano dalla strada, dalle porte spalancate, dai corpi che rotolano in quell’alveare, in quel buco scuro di piccoli insetti umani.

« Maronna ‘e Pumpei, fammìlle nascere forte e bello…» prega mammà.

E invece arrivo io.

 E quegli odori, quei rumori, quelle voci sbraitanti, insieme agli umori nauseabondi di mia madre, devo averli respirati con forza, con la prima aria fetida della vita. Ancora, sempre, me li sento nel naso, nei polmoni, sulla pelle, nella testa.

    Siamo in tanti, la casa è piccola, una sola stanza; stiamo stretti gli uni agli altri.

 D’inverno fa freddo, la notte cerchiamo di scaldarci stando tutti abbracciati, respirando i nostri fiati, intossicandoci con l’aria puzzolente del braciere sempre acceso.

 D’estate si muore dal caldo, stiamo seduti fuori al basso, nel vicolo, fino alle tre di notte, cercando ‘na vrenzola  d’aria. Mammà con la pompa innaffia l’asfalto rovente nell’illusione di un po’ di refrigerio, ma l’aria infuocata asciuga i pietroni e fa evaporare l’acqua che si solleva creando una nuvola umida e cocente che ci stringe la gola, ci entra nelle ossa e nei polmoni. E poi, in casa, dormiamo per terra, alla ricerca di un po’ di fresco  sul pavimento, tappandoci il naso per non sentire il fetore  dei nostri corpi fradici di sudore, proprio come racconta Filumena Marturano nella commedia di Eduardo.

 Ma non per questo  diventiamo puttane. Nossignore, la nostra è una famiglia perbene, una famiglia di operai, di lavoratori: femmine oneste e mascule faticatore.

Mio padre faceva l’operaio, i miei fratelli fanno gli operai;  uno dei miei cognati fa l’operaio. L’altro no, l’altro fa  il ladro, ‘o mariuolo, ma è un’eccezione, è guaio passato dalla famiglia, un’altra trovata dei comandanti. E non credere che faccia parte della malavita, nossignore, lui è solo nù marioncello da quattro soldi, piccoli furti, qualche autoradio, qualche fondo di magazzino, qualche tentativo in appartamenti, ma non gli è mai riuscito, l’hanno preso sempre. Entra ed esce dal carcere, fa ‘o guappo in famiglia, mette incinta mia sorella,  e si fa beccare un’altra volta. E i comandanti se spassano!

Mia madre presta i soldi cu l’interesse, ma non pensare che faccia l’usuraia, nossignore, lei è una benefattrice, se dà uno, chiede uno e mezzo, giusto per arrotondare la mesata di papà.

Nel basso siamo felici. Giochiamo nel cortile del palazzo. Abbiamo tanti amici, siamo allegri, anche se c’è miseria.

Mio padre lavora tanto, una fatica che lo piega in due, però, la sera, quando torna a casa, dopo cena, ci riunisce attorno al tavolo, non c’è la televisione e allora lui  racconta storie. Sissignore, tiene ‘na bella voce e io mi addormento in braccio a mammà .

E poi arriva lo sfratto.

Tu lo sai cos’è ‘o sfratto, dottò?

È ‘na maledizione, nu castigo ‘e ddio.

Mammà non si rassegna, mette in croce  papà: “Trova una soluzione, trova una soluzione, tenimmo otto creature…e mò addò ‘e mettimmo?”

E corre avanti e indietro nel vicolo, urla, piange, inveisce, bestemmia, si strappa i capelli, chiama in aiuto santi e madonne.  Tiene i comandanti che le escono dagli occhi, che sono pieni di sangue, e la bava scorre dalla bocca. Fa schifo. Si alza le vesti e strilla: “Vi siete presi il sangue, che vulite ancora? Pigliateve pure chesta, ve la regalo,  eccola, pigliatavella, nun tengo niente cchiù!” E si sbatte le mani tra le cosce.

 Schifo schifo. Io la odio, ho paura, io non sono come lei, io non sono lei…

Sissignore, dottore, poi ce la danno un’altra casa, ma è troppo tardi: mammà non c’è più, l’abbiamo persa, se la sono presa i comandanti.  E anche io mi sono persa, e a papà scoppia il cuore.

Se ho conosciuto l’amore?

Sissignore, l’ho conosciuto. Ma non mi è piaciuto, nossignore, dottore.

Mi ha presa in mezzo a un prato, c’erano  ortiche, prima di “essere ammazzato”, come canta Lucio Dalla. È muorto ‘e camorra, sissignore. Ma ha fatto in tempo a pisciarmi tra le cosce e a mettermi incinta. E io ho abortito, sissignore, e mica mi potevo tenere il bastardo. Me lo ha strappato ‘a mammara, sissignore, la levatrice del quartiere: ha scavato nella pancia con la cucchiarella di ferro, e io l’ho visto nel catino bianco, nu’ pupaziello pieno di sangue. E anch’io avevo tanto sangue, un fiume di sangue; me penzavo ca murevo, e invece sto ancora qua.

E ora li schifo gli uomini, tutti quanti. Mi piacciono le femmine, hanno il corpo uguale al mio e non mi fanno paura. Ma i miei fratelli mi chiamano masculone e dicono che è nuscuorno, una vergogna, sissignore, era meglio se mi tenevo il bastardo, dicono loro. “

 

 

Mi alzo dalla sedia, fisso l’uomo col camice bianco, cerco il suo sguardo, ma lui ha il capo chino, guarda i suoi fogli, continua a scrivere. Piano, mi giro verso la porta, esco, accosto l’uscio senza far rumore. Strizzo gli occhi, c’è una luce forte, vedo ombre.

Passo le mani sulla mia vestaglia azzurra chiusa fino al collo da bottoni blu, è maltrattata. La sistemo, liscio le pieghe, poi metto una mano in tasca, tiro fuori qualche moneta. Le conto,  le rimetto in tasca.

Che faccio? Sono indecisa. Mi avvio verso il corridoio dalle pareti scorticate.

 Mi fermo dinanzi alla  finestra con le sbarre, mi specchio nei vetri polverosi.

Quanto sono grandi i miei occhi!  Occhi smisurati, spaventosi, occhi che sembrano divorarmi il volto, occhi senza luce, due buchi neri. La bocca è piccola, esangue, stretta in una smorfia, due solchi mi segnano le guance.

 I capelli mi fanno male, pesano. Li lego con un elastico. Mentre cammino mi danzano sulle  spalle. Sono esili le mie spalle, come esile è tutto il mio corpo. Cammino sollevata dal pavimento, lentamente, sotto il muro, voglio nascondermi, guardo avanti.

 Qualcuno mi urta:

«Dove vai Caterina?»

Non rispondo. Proseguo senza voltarmi.

Arrivo sul pianerottolo, premo il pulsante dell’ascensore. Aspetto, immobile, non un muscolo del mio corpo si muove,  trattengo il respiro.

Entro nella cabina buia, odore di creolina, di urina. Ho un conato di vomito. Metto una mano sulla bocca, mi piego in avanti. Non appena le porte dell’ascensore si aprono, esco e respiro forte, ho un colpo di tosse.

«Uè Caterì, che fai cà? Te sì venuta a prendere nu’ cafè?»

«Zitto brutto verme schifoso, tanto non parlo con te, io non parlo, non parlo più, lui, l’uomo col camice bianco, mi ha asciugato le parole».

Volgo le spalle al custode dell’ospedale ed entro nel piccolo bar della struttura.

Vado alla cassa, metto una mano in tasca e tiro fuori le monete, le mostro alla cassiera.

«Vuoi un cornetto Caterì

Scuoto il capo. Poi sollevando appena il mento indico le sigarette sugli scaffali, alle spalle della donna.

«Ah, marlboro?»

 Annuisco.

Ritorno nell’atrio, mi fermo, apro il pacchetto, prendo una sigaretta, la metto tra le labbra, in silenzio mi volgo verso il custode.

«Tu fumi troppo, piccerè», dice l’uomo, poi prende un accendino e me la accende.

Vado verso il cancelletto di ferro, lo spingo, esco nel piccolo giardino dell’ospedale. E’ spoglio, pochi alberi sguarniti, mal curati, qualche panca di pietra, tutt’intorno un alto muro coperto da edera, qualche aiuola con pochi fili d’erba secchi, ortiche, solo ortiche.

 Mi siedo composta, rigida, le gambe strette, la gonna tirata sulle ginocchia. Fumo, e soffio verso l’alto nuvole grigie che guardo svanire nell’aria.

 Anche in cielo ci sono ortiche.

I.V.

 

 

 

 

 

 

 

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Cecilia Samartin, "Tutto l'amore di nonna Lola", recensione di Maria Vittoria Masserotti

18 Luglio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Cecilia Samartin, "Tutto l'amore di nonna Lola", recensione di Maria Vittoria Masserotti

Cecilia Samartin

Tutto l'amore di nonna Lola

Edizioni Anordest - pag. 480 - Euro 14,90

Severamente vietato alle persone a dieta, “Tutto l’amore di nonna Lola” di Cecilia Samartin, Edizioni Anordest, è un romanzo denso di profumi caraibici che stuzzicano l’appetito. Dalle pagine si espandono fragranze forti di spezie, condite da buoni sentimenti con un pizzico di visioni oltre la realtà.

La storia di un bambino, Sebastian, malato di cuore, che non può correre, pena lo scoppio del suo piccolo muscolo cardiaco, è il motivo che permea tutta la narrazione. I personaggi si muovono dentro questa realtà fatta di attenzioni e di riguardi nei suoi confronti, così potenti che finiscono per soffocarlo.

Il “piccolo mondo”, descritto con molta attenzione e con dovizia di particolari, ci sembra reale al punto che riusciamo a vedere la cucina di nonna Lola e scorgiamo i suoi movimenti e quelli del nipote mentre, intenti, si producono nella preparazione di piatti che appartengono alla tradizione dei Caribi.

Ma Sebastian vuole correre, è più forte di lui, il suo desiderio di rincorrere la palla è un po’ il desiderio delle persone gravemente malate di vivere nella semplicità delle cose di tutti i giorni, di fare quello che, per una persona sana, è normale.

La lettura, leggera nello suo scorrere lieve, ci spinge a riflettere su quanto siamo fortunati ad essere quello che siamo, sani o malati che sia. I profumi del cibo cotto da nonna Lola la fanno da padroni, tanto che il romanzo ha come appendice alcune gustose ricette.

Sullo sfondo, quasi sfumata, ma vera e reale, la cultura di un mondo diverso, pieno di alchimie e di magie, che sempre affascina il pragmatismo statunitense. Il mondo invisibile diviene anch’esso protagonista, ruota intorno a Sebastian che ha il pregio di aver “ballato con la morte”.

Alcune pennellate di autentico buonismo non riescono a distoglierci dal seguire la vicenda fino al suo epilogo, lasciandoci dentro la sensazione di avere visto con occhi diversi la realtà di tutti i giorni.

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L'Identità in transito

17 Luglio 2013 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #filosofia

Cos'è l'Identità?
È complesso capire in modo approfondito il concetto di Identità.
Le Scienze Sociali distinguono quattro componenti essenziali nella formazione dell'Identità

  • Identificazione
  • Individuazione
  • Imitazione
  • Interiorizzazione

Queste componenti sono descritte come fasi che concorrono alla formazione della nostra identità. Andiamo a descriverne i perché in modo semplice.
Con la prima fase il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un'entità collettiva definita come "noi".
Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un'individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro.
Attraverso l'imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l'individuo si muove in maniera differente all'interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova.
L'interiorizzazione permette al soggetto di creare un'immagine ben precisa di sé grazie all'importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi.

Dal mio punto di vista la Famiglia, come nucleo primario della società, da gran parte dell'impronta identitaria. Il secondo livello identitario è gestito da Scuola o Strada. I due Mondi sono in eterno conflitto su tanti temi.
Il terzo livello è composto da Società e Sé (elementi chiave).
Gli elementi chiave presentano una dinamica particolare, si trovano di fatto ad ogni livello.
L'identità in primis come prospettiva di sé, in seconda (ma non per questo meno importante) analisi come visioni che gli altri hanno della persona. Ne esce un labirinto di identità. In realtà l'identità è di per sé un labirinto, un elemento complesso da ricercare sempre.

Ovviamente sarò risultato incompleto, ma l'essere di una teoria talvolta va valutato dell'incompletezza intima del cosmo descritto.

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Marco de Franchi, "Il giorno rubato"

16 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #marco de franchi

Marco de Franchi, "Il giorno rubato"

Il giorno rubato

Marco de Franchi

2013, La Lepre edizioni

pp 334

16,00

La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di fantastico “con radici nella nostra cultura”. “Il giorno rubato” di Marco De Franchi entra a pieno titolo in questa categoria. La trama racconta l’irruzione massiccia del sovrannaturale nella vita quotidiana e lo fa basandosi sul patrimonio di tradizioni della città dalla quale l’autore proviene, cioè Roma.

Il personaggio principale, Valerio Malerba, è uno scrittore che sforna best seller alla Roberto Giacobbo, dove indaga fenomeni paranormali con razionale lucidità e scetticismo scientifico. Ma l’irrazionale, l’imponderabile, l’imprevisto piomba nella sua vita, sconvolgendola, scardinando ogni consapevolezza, ogni conoscenza e credenza pregressa, ribaltando lo scibile e la realtà del mondo così come appare. Tutto ha inizio da un giorno che non c’è, il 13 marzo 2007, un giorno rubato, sottratto, sparito nel nulla, un giorno nel quale non sembra sia accaduto niente, di cui l’intera collettività ha perso la memoria. Questo sarà il punto di partenza che metterà Malerba in contatto con presenze più che inquietanti e che di normale hanno ben poco, fino alla scoperta finale, deflagrante, è proprio il caso di dire.

Nelle sue ricerche, Malerba attraverserà e scoprirà una città sotterranea, misteriosa e sconosciuta ai più, facendo rivivere antichi credi pagani come il culto di Mitra, e quello della Mater Matuta, che non è, come si può pensare, la benefica adorazione della Grande Madre, bensì un rito ancora più remoto, fatto di entità maschili e malvage, venerate da popolazioni stanziatesi sui colli laziali prima dell’avvento di Roma.

Possiamo dire che la Grande Madre è stata la prima espressine umana di quelle terribili e incomprensibili divinità, un loro puerile annacquamento. Un tentativo per dare un nome all’incomprensibile. Il vero grembo da cui siamo nati è quello dei Grandi Antichi: un grembo cattivo, o nella migliore delle ipotesi indifferente. Una madre matrigna cui sacrificare e sacrificarsi, ma invano.” (pag 215)

La stessa madre matrigna di Leopardi, a ben guardare: energie telluriche indifferenti, appena leggermente curiose eppure, alla fine, capaci persino di stupirsi del male che noi uomini siamo in grado di compiere, laddove loro non hanno intenti né morali né immorali nei nostri confronti, così come noi non li avremmo verso un manipolo di formiche.

Se c’è un difetto nel romanzo (ma è anche una caratteristica peculiare) è quello di aver voluto “far tornare tutto”, mettendo forse troppa carne al fuoco, mescolando cose fra loro dissimili, dagli zombie ai Cancellatori - che ci ricordano un poco i Dissennatori della Rowling - al finale fantapolitico, ma il meccanismo è comunque molto ben congegnato e avvincente.

In questo Piano Zero io credo che si muovano alcune “energie”. Non en conosco la natura o l’origine, e non saprei definirle diversamente. Ma esistono, è un fatto, e ormai ne avrai avuto ampia prova. Forse anticamente venivano adorate come divinità e man mano che il mondo s’è avvicinato all’era moderna hanno cambiato nome e forma, rimanendo però le stesse: demoni, fantasmi, antimateria, particelle di Dio, bosone di Biggs, chiamale come vuoi.” (pag 253)

L’autore, come tutti noi del resto - ma ancor più per il mestiere che fa – non capisce il mondo che lo circonda, sempre più teatro di violenze, di follia, di un disegno scellerato. Tragedie familiari, delitti, attentati, si susseguono, si accavallano, si moltiplicano sempre più, trascinando la società civile verso il baratro, verso il centro del maelstrom.

A contrastarli c’è il personaggio di Malerba, frutto di una mente creativa “serena”, incontaminata dal ruolo che svolge, disegnato con un linguaggio pacato, in una medietà che non è banalità ma, anzi, frutto di equilibrio, di eleganza, di pulizia e misura.

La parte più intrigante della storia, ribadiamo, non sono tanto le vicissitudini di Malerba, per altro un poco ripetitive, ma piuttosto la rappresentazione di una Roma notturna, minacciosa. Ci si sposta attraverso templi, piazze, strade semivuote ed echeggianti, dalla sede dell’antico Foro Boario, alla Bocca della Verità, al mitreo sotterraneo, ai vicoli e vicoletti dove si materializzano allucinazioni di piccole librerie polverose che appaiono e scompaiono. Lasciandoci cullare dalle libere associazioni, ci viene in mente la via Margutta del mitico sceneggiato “Il segno del Comando”, (1971) per la regia di Daniele D’Anza.

La storia si fa divorare e questo per noi è, e resterà sempre, un valore. In cosa consiste il piacere della lettura se non nel desiderio di girare pagina, di sapere che accade di là, nel segreto godimento al pensiero di riprendere in mano il libro nel punto in cui lo avevamo lasciato? È ciò che ci spingeva alla lettura da bambini ed è ciò che mai dovremmo perdere, in barba a tutti gli intellettualismi del mondo.

Per concludere, diciamo che tirare in Ballo Dan Brown di “Angeli e Demoni” o Stephen King può apparire scontato e per qualcuno può addirittura non essere un complimento, ma è confortante che non si sia più obbligati a pescare all’estero e, finalmente, si cominci anche da noi a produrre della buona narrativa di genere, scritta con passione evidente e senza sciatteria.

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Il dramma è dentro di noi

15 Luglio 2013 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #filosofia

Tutti gli uomini sono piccoli, di fronte a se stessi, di fronte al Creatore e di fronte a tutti gli altri, anche loro comuni mortali.
Il dramma di essere noi stessi, il dramma dell'eterna illusione e di una ipocrisia, il dramma di non sopravvivere alla morte, la sciagura del vivere incoerente, la trappola di un esistere che di essere ha poco, l'artiglieria di una fiera di maschere.
Quando gettiamo il secchio del pozzo della nostra anima, quando ci accorgiamo che le lacrime si mescolano alle tempeste del mondo, quando rifiutiamo le tracce, quando pensiamo di poter fare di meglio, quando lanciamo la zattera di soccorso, quando scriviamo di fronte a noi stessi, quando cerchiamo gli affanni in fondo al cassetto, quando vogliamo una pura libertà, quando saltiamo sopra una pozzanghera, quando coloriamo il nostro viso, quando paghiamo il nostro boia, quando sorridiamo allo specchio, quando corriamo, quando facciamo complimenti, quando costruiamo su di noi intere illusioni, quando beviamo acqua, quando siamo trasparenti al mondo, quando urliamo dentro, quando non diciamo la verità, quando appendiamo una giacca, quando restiamo in silenzio davanti a tutti, quando vorremmo essere folli e non possiamo, quando ci sparano, quando ci sistemiamo i capelli, quando lecchiamo il gelato, quando pensiamo solo a noi stessi, quando ci sdraiamo, quando abbassiamo gli occhi, quando si applaude la morte, quando non si augura la felicità, quando si viene esclusi, quando l'ascensore si blocca, quando scendiamo le scale di corsa, quando voliamo, quando vogliamo essere liberi, quando siamo a teatro, quando stiamo camminando per strada, quando scalzi siamo a mare, quando non vorremmo essere, quando esploriamo una grotta, quando preghiamo, quando scriviamo una lettera d'amore, quando sorseggiamo un caffè, quando fuori piove e dentro brucia, quando si è indifferenti, quando si è inesistenti, quando si è tranquilli e sereni, quando la guerra finirà, quando la pace esisterà, quando il sole brillerà per tutti, quando il clown si stuferà, quando il re sparirà, quando non siamo mafiosi, quando la biblioteca è dentro, quando apriamo a noi ed all'altro, quando vediamo bolle di sapone, quando siamo in un labirinto.

Eugène Delacroix - Canotto di Naufraghi

Eugène Delacroix - Canotto di Naufraghi

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Giuseppe Benassi, "Spiriti animali"

14 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Giuseppe Benassi, "Spiriti animali"

Spiriti animali

Giuseppe Benassi

Pendragon, 2013

pp 196

15,00

Aveva ragione lord Byron, siamo posseduti da spiriti animali, bestie invisibili prendono il potere in noi, si insediano nel nostro spirito, e sono benevole o malevole secondo il caso.”

Ormai Giuseppe Benassi ci ha abituato ai casi dell’avvocato Borrani e ai gialli che sono pretesti per disquisire d’altro. Questo “Spiriti animali”, tuttavia, si spinge oltre, diventando quasi “romanzo di conversazione”.

Gli spiriti animali sono quelli evocati dal satanico e ribelle lord Byron, simbolo di trasgressione. In ogni persona, Borrani, ispirato da Byron, vede un rappresentante del regno animale, con vizi e bassi istinti ma anche con tanta energia pronta a deflagrare.

Era sempre la stessa storia: crediamo di conoscere chi abbiamo sott’occhio tutti i giorni, e poi ci si rivelano tratti sepolti, sconosciuti, di cui eravamo del tutto ignari. Il cervello animale che prende il sopravvento su quello umano. Ogni uomo è una foresta in cui si nascondono folle di bestie.” (pag 67)

È quello che Goleman chiama sequestro neurale, spesso scatenato dall’ipofisi, sede dell’istinto, in contrapposizione con la corteccia frontale, dimora della civiltà e dell’inibizione. Di tutti i romanzi di Benassi questo è il meno intellettuale, il meno alchemico ed esoterico, ma quello in cui forse l’autore più si mette a nudo. Quegli stessi impulsi forieri di lussuria e violenza sono, ci fa capire, anche portatori del loro contrario.

Gli spiriti animali irrompono in una vita che è “sull’orlo di una crisi di nervi”. Leopoldo Borrani, l’avvocato livornese, intellettuale, antipatico e sessuomane, sente arrivare i sintomi della depressione, ciò che un tempo si chiamava esaurimento nervoso. Ha un’età e comincia a considerare concretamente l’ipotesi di non rimanere più solo, di sposare la Marianna Messori, l’amante che ora chiama “fidanzata”, come la Livia di Montalbano, fra liti e riappacificazioni. Non vuole arrendersi ai farmaci ma nemmeno al vuoto, all’aridità di una condizione che è deserto e macerie, dove non si riescono a instaurare rapporti veri e profondi, dove i nostri simili ci annoiano, sono bestie deformi, avide e volgari, sono, come le definisce Borrani, “insopportabile umanità”, dove il narcisismo ci fa specchiare in una pozza che rimanda solo la nostra immagine, anch’essa distorta e tediosa.

Fai uno sforzo, Borrani, stai diventando insopportabile, selvatico, ancora un po’ e sarai del tutto uno zitello inacidito; sforzati almeno un po’ di essere socievole, non sono tutti stronzi e stronze, c’è anche del buono nel tuo prossimo; se aiuti qualcuno, il bene che fai ti torna indietro, almeno provaci, accorgiti che esistono anche gli altri, che anche gli altri fanno degli sforzi per sopportarti, che non sei tu il centro del mondo, che hai dei difetti di carattere, e se sei intelligente come credi lo devi pur capire…” (pag 72)

Gli spiriti animali si concretizzano in un cane, Cioppi, lasciato in custodia all’arcigno avvocato da una cliente sudamericana in guerra col marito. Cioppi scatena un’imprevista simpatia nell’animo disseccato di Borrani, fa emergere, per contrasto, l’umanità che c’è in lui, spingendolo a gesti di bontà, alla ricerca del Bene per il suo prossimo. Sentirà quindi - davvero o solo come atteggiamento di maniera, come “lacrimetta in fin di vita” - il bisogno di essere più gentile con i suoi dipendenti, più affettuoso con la fidanzata, di rimediare a tutta l’anaffettività sin lì provata.

Allo stesso tempo, però, il contatto con l’animale lo porta avanti lungo una strada pericolosa che, se proseguita, potrebbe addirittura sfociare nella sodomia, fargli compiere il balzo fino a quel momento solo immaginato come peccaminosa, appunto byronica, possibilità. Tutto si mescola nell’immaginario perverso di Borrani: la lingua amorevole e calda del cane, l’accappatoio intriso dell’odore del giovane praticante Pippi, la vagheggiata terza tetta dell’esotica cliente. Sono particolari morbosi, frutto di una mente eccitata e malata che necessita sempre di continui stimoli, disgustata dalla vita quotidiana, dalle giornate passate sui bagni Pancaldi a sentir ragionare donne finte intellettuali astrofile.

Ancora una volta, la parte migliore e più autentica del libro è la descrizione di Livorno, a momenti lirica

“L’odore di salsedine si mischiava a quello dei fiori appena sbocciati. Il sentore delle alghe appena putrefatte che le onde avevano sospinto sulla spiaggia di sassi metteva voglia di mare. Le finestre delle casine dell’Ardenza eran tutte spalancate, bocche che respiravano come esseri viventi.” (pag 137)

a tratti plebea

dal porto usciva proprio in quel momento, scurreggiando una sonora fumata nera, un traghetto

con le rappresentazioni dei bagni affollati, del mercato, delle donne del popolo con i piedi sudati, le caviglie gonfie e la borsa della spesa.

La materia umana è sempre ripugnante in Benassi, solo la natura ha un afflato incontaminato, è limpida come l’arte, come la ragione pura. Solo così, solo fondendo alto e basso, integrando anima e natura, intelletto e istinto, l’uomo alienato, spaesato, debosciato, disadattato, può sperare, non tanto di superare la sua condizione di depresso, ma almeno di tirare avanti, riunendo in sé il doppio, il Giano bifronte, lo spirito e l’animale.

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Segnalazione

14 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #redazione

Nel mare dei litblog ci piace segnalarvi il blog di Patrizia La Daga

accurato, ben fatto, competente e non arroccato, come altri, su posizioni elitarie e monopolistiche, bensì aperto all'interazione con nuove realtà emergenti in continua evoluzione.

leultime20.it

ed in particolare l'azzeccatissimo articolo

editori e booksblogger

di cui un piccolo estratto

"In rete, come fuori dalla rete, si trova di tutto. E i lettori non mi sembrano così ingenui da non saperlo. Quanto alle tendenze egocentriche di cui è accusata di soffrire la categoria, la mia sensazione è che i primi a fare ostruzionismo nei confronti dei nuovi books blogger siano spesso proprio quelli più forti e con maggiore anzianità. Su Twitter c’è chi fa girare sempre gli stessi nomi e si guarda bene dall’interagire con chi si è affacciato da poco alla rete." Patrizia La Daga

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Beppe Iannozzi, "L'ultimo segreto di Nietzsche", recensione di Gordiano Lupi

13 Luglio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Beppe Iannozzi, "L'ultimo segreto di Nietzsche", recensione di Gordiano Lupi

Beppe Iannozzi
L’ultimo segreto di Nietsche
(Il ritorno del filosofo a Torino)
Cicorivolta Edizioni – Pag. 185 – euro 13,00
www.cicorivoltaedizioni.com

Beppe Iannozzi è scrittore versatile ed enciclopedico, la sua narrativa attraversa molte branche del sapere, spesso fondendosi alla saggistica divulgativa, sconcertando il lettore - ma l’effetto è voluto - che sta cercando soltanto un romanzo da leggere. Iannozzi non fa narrativa da spiaggia, non scrive romanzi di genere, non racconta le gesta intrepide del solito commissario di polizia che vive in luoghi di fantasia, fuma come un turco, beve Marsala e si ciba di manicaretti prelibati. Iannozzi cita Wikipedia e Seneca senza problemi, passando dal popolare al colto, scrive un romanzo filosofico che indaga la follia di Nietsche, ma anche la teoria dell’Eterno Ritorno e il mistero della Sindone, oltre a fornire un sacco di ipotesi suggestive sulla persona di Gesù Cristo. L’ultimo segreto di Nietsche è anche un libro sui misteri di Torino che tanto affascinano Dario Argento e molti maestri del brivido, così come ne restano soggiogati diversi esperti di esoterismo. Iannozzi racconta le trame del maligno, ripercorre le tappe salienti della vita di Vlad Tepes l’Impalatore, meglio noto come Dracula, una delle tante incarnazioni del demonio. Sarebbe lui l’Anticristo nietzschiano? Cristo, invece, sarebbe “un Messia alieno venuto da un mondo più evoluto per insegnarci a cagare e a pisciare” e il Paradiso solo il suo Pianeta d’origine? Lo scriveva Peter Kolosimo nei libri della mia adolescenza, tomi che ho letto e riletto, consumandoli e credendoci come uno sciocco, prima che l’età della ragione mi facesse dire che se dovevo credere a cose improbabili tanto valeva confidare nella religione. Non è terrestre di Kolosimo - coma fa notare l’autore - rappresenta persino Lucifero nei panni di uno scienziato pazzo da fumetto che vuole distruggere l’universo. Romanzo filosofico è una definizione che mi convince per l’opera di Iannozzi, lavoro non di facile lettura, non consigliato per tutti, ma solo per palati fini, per chi non il solito romanzo di genere. “L’idea è il filosofo e il filosofo è un uomo e non può sfuggire alla sua natura di ricercare un’idea migliore, o di migliorare quell’idea che un tempo nutriva”, afferma l’autore. Il Bertrand Russel di Perché non sono cristiano, Ecce Homo scritto a Torino da Nietsche, L’Anticristo, l’Eterno Ritorno, ma anche la dottrina della Chiesa e le parole di Giovanni Paolo II sul diavolo sono alla base di un’opera che cita persino Che Guevara, la canzone di Carlos Puebla, gli avvistamenti UFO e la costruzione della Mole Antonelliana. Per concludere che Nietsche finirà per seguire la sua filosofia e un giorno tornerà a Torino, perché niente finisce davvero, tutto ritorna. Per sempre.
Un libro non commerciale, intriso di contenuti storico – filosofici, che solo un piccolo editore intelligente come Cicorivolta poteva avere il coraggio di pubblicare.

Gordiano Lupi - www.infolupi.it

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12 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #redazione

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